*(Da “https://www.counterpunch.org/”, 22 settembre 2017 l'articolo di Pilger anche sul sito www.luciomanisco.eu)
**John_Pilger è un giornalista australiano.
Uno degli “eventi” più pubblicizzati della televisione americana “La Guerra del Vietnam” ha preso il via sulla “Public Broadcasting System”, registi e conduttori Ken Burns e Lynn Novick. Acclamato per i suoi documentari sulla Guerra Civile, la Grande Depressione e la Storia del Jazz, Burns dice di questi suoi filmati sul Vietnam:”Ispireranno il nostro paese a discutere e pensare sulla guerra del Vietnam da una prospettiva del tutto nuova”.
In una società spesso privata di memoria storica e schiava della propaganda sul suo “eccezionalismo”, la “prospettiva del tutto nuova sulla guerra del Vietnam” viene presentata come “un'opera epica, storica”. L'imponente campagna pubblicitaria elogia la sua principale finanziatrice, la Banca d'America, la cui sede nel 1971 venne incendiata dagli studenti di Santa Barbara in California come simbolo emblematico della detestata guerra del Vietnam. Burns professa la sua gratitudine “all'intera famiglia della Banca d'America” che “da molto tempo sostiene la causa dei reduci di guerra nel nostro paese”. La Banca d'America ha in realtà fornito un sostegno corporativo ad un'invasione che ha provocato la morte di qualcosa come quattro milioni di vietnamiti e devastato ed avvelenato una terra una volta bella. Più di 58.000 i caduti tra i soldati americani e si stima che un numero pressocché uguale di essi si siano suicidati.
Ho visto a New York la prima puntata. Sin dall'inizio non vi lascia alcun dubbio sui suoi intenti. La narrativa esplicita che “la guerra venne varata in buona fede da personaggi onesti sulla base di fatali malintesi, un'esagerata sicumera americana, una generica incomprensione della guerra fredda. La disonestà di queste asserzioni non deve suscitare sorpresa. La cinica fabbricazione di falsi vessilli che portà all'invasione è ormai basata su inoppugnabili documenti. L'”incidente” del Golfo del Tonkino del 1964 – che Burns sostiene sia realmente accaduto - è un esempio indicativo. Le menzogne pullulano in un enorme numero di documenti ufficiali, prime tra tutte le Carte del Pentagono che il grande denunziatore dei misfatti governativi Daniel Ellesberg rese di pubblica ragione nel 1971.
Non c'è mai stata buona fede. La fede è stata sempre marcia e cancerogena. Per me – come dovrebbe essere per molti americani – è molto difficile seguire nel filmato il cumolo di mappe sul “pericolo rosso”, incomprensibili intervistatori, inetti tagli ai materiali di archivio e le disconnesse sequenze dei combattimenti.
La teoria Marxista poggia la sua forza sulla scienza... che ne valida la verità, e la rende disponibile al confronto con qualunque altra teoria che ponga se stessa alla prova del rigoroso riscontro scientifico... il collettivo di formazione Marxista Stefano Garroni propone una serie di incontri teorici partendo da punti di vista alternativi e apparentemente lontani che mostrano, invece, punti fortissimi di convergenza...
giovedì 5 ottobre 2017
martedì 3 ottobre 2017
Qual è la verità della filosofia?*- Carlo Sini**
*Da: Laboratorio Workiteph **Carlo_Sini è un filosofo italiano. http://www.filosofico.net/sini.htm
Vedi anche: https://ilcomunista23.blogspot.it/2016/09/dalla-parola-alla-verita-scritta-carlo.html
https://ilcomunista23.blogspot.it/2016/05/il-relativismo-carlo-sini.html
https://ilcomunista23.blogspot.it/2015/10/la-scrittura-carlo-sini.html
Vedi anche: https://ilcomunista23.blogspot.it/2016/09/dalla-parola-alla-verita-scritta-carlo.html
https://ilcomunista23.blogspot.it/2016/05/il-relativismo-carlo-sini.html
https://ilcomunista23.blogspot.it/2015/10/la-scrittura-carlo-sini.html
lunedì 2 ottobre 2017
La truffa: si vive meno ma aumenta l'età per andare in pensione*- Paolo Massucci**
*Da: https://www.lacittafutura.it/ **Collettivo di formazione marxista "Stefano Garroni"
Non dobbiamo accettare un’organizzazione della società in cui il futuro per la maggior parte degli individui costituisce inesorabilmente una minaccia.
Non dobbiamo accettare un’organizzazione della società in cui il futuro per la maggior parte degli individui costituisce inesorabilmente una minaccia.
Come
riportato nell’articolo sul Corriere
della Sera del
22 agosto 2017, che riprende L’Avvenire,
ci troviamo di fronte ad un cambiamento epocale: è iniziata, già
rilevata dall’ISTAT, una brusca inversione di tendenza della
prospettiva di sopravvivenza della popolazione italiana. Ciò è
drammatico non solo in sé, ma anche in quanto è il risultato, come
ipotizzato dallo stesso Avvenire,
giornale cattolico, della riduzione delle prestazioni del Servizio
Sanitario Nazionale e dell’assistenza agli anziani.
E’
da rilevare che una riduzione della prospettiva di vita di una
popolazione è un evento doloroso che storicamente ricorre in
coincidenza di guerre o crisi sociali, politiche ed economiche di
proporzioni e durata gigantesca. Un esempio per tutti, in tempi
recenti: il crollo di quasi venti anni della prospettiva di vita
della popolazione russa maschile nel periodo compreso, all’incirca,
tra il 1980 e il 2000 -in seguito parzialmente recuperato-
conseguente ai processi di disfacimento dell’URSS.
La
cosa più paradossale è che, pur di fronte a questa drammatica ed
avvilente riduzione della prospettiva di vita della nostra
popolazione (ma dove è il progresso?), prosegue sfacciatamente
l’aumento dell’età pensionabile. A tal proposito è opportuno
evidenziare che la legge di “riforma” delle pensioni
Monti-Fornero ha previsto che l’età pensionabile segua sempre
l’andamento della prospettiva di vita solo se questo è positivo,
ma non lo segua nel caso divenisse negativo: l’età pensionabile
può solo aumentare e in nessun caso ridursi (ciò è stato
sottaciuto). Si può pertanto facilmente intuire che i legislatori
-su mandato della BCE e dei creditori europei, banchieri e
capitalisti internazionali- sin da allora preconizzassero che la
curva di incremento della prospettiva di vita della popolazione
italiana avrebbe subito un’inversione negli anni successivi. Come
chiamare tutto ciò se non una truffa premeditata? La questione più
grave dell’aumento dell’età pensionabile -oltre al fatto di
togliere il diritto al meritato riposo agli anziani, sottraendo anche
alle famiglie il loro aiuto, ad esempio, nella cura dei nipoti- è il
rischio catastrofico di essere espulsi dal lavoro ancor prima del
raggiungimento dell’età della pensione. Molti posti di lavoro
infatti oggi sono in bilico e le aziende fanno e faranno di tutto per
liberarsi proprio dei lavoratori anziani, in quanto meno in salute e
meno forti fisicamente, tecnicamente obsolescenti e in genere meglio
pagati.
sabato 30 settembre 2017
L'Università popolare*- Antonio Gramsci
*Non firmato, Avanti!, ediz. piemontese, 29 dicembre 1916. https://albertosoave.files.wordpress.com
Vita di Gramsci: https://quadernidelcarcere.wordpress.com/info/
Abbiamo qui davanti il programma dell'Università popolare per il primo periodo 1916-17.
Cinque corsi: tre dedicati alle scienze naturali, uno di letteratura italiana, uno di filosofia. Sei
conferenze su argomenti vari: due sole di esse dànno, per il titolo, una tal quale assicurazione di
serietà. Ci domandiamo, qualche volta, il perché a Torino non sia stato possibile il solidificarsi di un
organismo per la divulgazione della cultura, il perché l'Università popolare sia rimasta quella misera
cosa che è, e non sia riuscita ad imporsi all'attenzione, al rispetto, all'amore del pubblico, il perché
essa non sia riuscita a formarsi un pubblico. La risposta non è facile, o è troppo facile. Problema di
organizzazione, senza dubbio, e di criteri informativi. La miglior risposta dovrebbe consistere nel
far qualcosa di meglio, nella dimostrazione concreta che si può far meglio e che è possibile
radunare intorno ad un focolaio di cultura un pubblico, purché questo focolaio sia vivo e riscaldi
davvero. A Torino, l'Università popolare è una fiamma fredda. Non è né università, né popolare. I
suoi dirigenti sono dei dilettanti in fatto di organizzazione di cultura. Ciò che li fa operare è un
blando e scialbo spirito di beneficienza, non un desiderio vivo e fecondo di contribuire
all'elevamento spirituale della moltitudine attraverso l'insegnamento. Come negli istituti di volgare
beneficenza, essi nella scuola distribuiscono delle sporte di viveri che riempiono lo stomaco,
producono magari delle indigestioni allo stomaco, ma non lasciano una traccia, ma non hanno un
seguito di nuova vita, di vita diversa. I dirigenti dell'Università popolare sanno che l'istituzione che
essi guidano deve servire per una determinata categoria di persone, la quale non ha potuto seguire
gli studi regolari nelle scuole. E basta. Non si preoccupano del come questa categoria di persone
possa nel modo piú efficace essere accostata al mondo della conoscenza. Trovano negli istituti di
cultura già esistenti un modello: lo ricalcano, lo peggiorano. Fanno presso a poco questo
ragionamento: chi frequenta i corsi dell'Università popolare ha l'età e la formazione generale di chi
frequenta le università pubbliche: dunque diamogli un surrogato di queste. E trascurano tutto il
resto. Non pensano che l'università è la foce naturale di tutto un lavorio precedente: non pensano
che lo studente quando arriva all'università è passato attraverso le esperienze delle scuole medie ed
in queste ha disciplinato il suo spirito di ricerca, ha arginato col metodo le sue impulsività da
dilettante, è divenuto, insomma, e si è scaltrito lentamente, tranquillamente, cadendo in errori e
rialzandosene, ondeggiando e rimettendosi sulla via diritta. Non capiscono questi dirigenti che le
nozioni, avulse da tutto questo lavorio individuale di ricerca, sono né piú né meno che dogmi, che
verità assolute. Non capiscono che l'Università popolare, cosí come essi la guidano, si riduce ad un
insegnamento teologico, a una rinnovazione della scuola gesuitica, in cui la conoscenza viene
presentata come qualcosa di definitivo, di apoditticamente indiscutibile.
Vita di Gramsci: https://quadernidelcarcere.wordpress.com/info/

Ciò non si fa neppure nelle
università pubbliche. Si è ormai persuasi che una verità è feconda solo quando si è fatto uno sforzo
per conquistarla. Che essa non esiste in sé e per sé, ma è stata una conquista dello spirito, che in
ogni singolo bisogna che si riproduca quello stato di ansia che ha attraversato lo studioso prima di
raggiungerla. E pertanto gli insegnanti che sono maestri, dànno nell'insegnamento una grande
importanza alla storia della loro materia. Questo ripresentare in atto agli ascoltatori la serie di sforzi,
gli errori e le vittorie attraverso i quali sono passati gli uomini per raggiungere l'attuale conoscenza,
è molto piú educativo che l'esposizione schematica di questa stessa conoscenza. Forma lo studioso,
dà al suo spirito la elasticità del dubbio metodico che fa del dilettante l'uomo serio, che purifica la
curiosità, volgarmente intesa, e la fa diventare stimolo sano e fecondo di sempre maggiore e perfetta
conoscenza. Chi scrive queste note parla un po' anche per esperienza personale. Del suo garzonato
universitario ricorda con piú intensità quei corsi, nei quali l'insegnante gli fece sentire il lavorío di
ricerca attraverso i secoli per condurre a perfezione il metodo di ricerca. Per le scienze naturali, per
esempio, tutto lo sforzo che è costato il liberare lo spirito degli uomini dai pregiudizi e dagli
apriorismi divini,o filosofici per arrivare alla conclusione che le sorgenti d'acqua hanno la loro origine dalla precipitazione atmosferica e non dal mare. Per la filologia, come si sia arrivati al
metodo storico attraverso i tentativi e gli sbagli dell'empirismo tradizionale, e come, per esempio, i
criteri e le convinzioni che guidavano Francesco De Sanctis nello scrivere la sua storia della
letteratura italiana, non fossero che delle verità venutesi affermando attraverso faticose esperienze e
ricerche, che liberarono gli spiriti dalle scorie sentimentali e retoriche che avevano inquinato nel
passato gli studi di letteratura. E cosí per le altre materie. Era questa la parte piú vitale dello studio:
questo spirito ricreativo, che faceva assimilare i dati enciclopedici, che li fondeva in una fiamma
ardente di nuova vita individuale.
L'insegnamento, svolto in tal modo, diventa un atto di liberazione. Esso ha il fascino di tutte
le cose vitali. Esso deve specialmente affermare la sua efficacia nelle Università popolari, gli uditori
delle quali mancano precisamente di quella formazione intellettuale che è necessaria per poter
inquadrare in un tutto organizzato i singoli dati della ricerca. Per essi, specialmente, ciò che è piú
efficace ed interessante è la storia della ricerca, la storia di questa enorme epopea dello spirito
umano, che lentamente, pazientemente, tenacemente prende possesso della verità, conquista la
verità. Come dall'errore si arrivi alla certezza scientifica. È il cammino che tutti devono percorrere.
Mostrare come è stato percorso dagli altri è l'insegnamento piú fecondo di risultati. È, tra l'altro, una
lezione di modestia, che evita il formarsi della noiosissima caterva di saputelli, di quelli che
credono aver dato fondo all'universo quando la loro memoria felice è riuscita a incasellare nelle sue
rubriche un certo numero di date e nozioni particolari.
Ma le Università popolari, come quella di Torino, amano meglio far tenere dei corsi inutili e
ingombranti su «L'anima italiana nell'arte letteraria delle ultime generazioni», o delle lezioni su «La
conflagrazione europea giudicata dal Vico», nei quali si bada piú alla lustra che all'efficacia, e la
personcina pretenziosa del conferenziere soverchia l'opera modesta del maestro, che pure sa di
parlare a degli incolti.
venerdì 29 settembre 2017
Marx, il liberalismo e la maledizione di Nietzsche*- Paolo Ercolani**
*Da: MAESTRIeCOMPAGNI **insegna storia della filosofia e teoria e tecnica dei nuovi media all'Università di Urbino,
Leggi anche: https://ilcomunista23.blogspot.it/2017/08/linchiesta-operaia-k-marx-1880.html
Leggi anche: https://ilcomunista23.blogspot.it/2017/08/linchiesta-operaia-k-marx-1880.html
giovedì 28 settembre 2017
La donna, la nuova morale sessuale e la prostituzione*- Joseph Roth**
* Viaggio in Russia, «JOSEPH ROTH WERKE».
**Joseph_Roth è stato uno scrittore e giornalista austriaco.
Leggi anche: https://ilcomunista23.blogspot.it/2015/10/la-rivoluzione-delle-donne.html
«Frankfurter Zeitung», 1° dicembre 1926
**Joseph_Roth è stato uno scrittore e giornalista austriaco.
Leggi anche: https://ilcomunista23.blogspot.it/2015/10/la-rivoluzione-delle-donne.html

Chi parla di turpe disordine dei costumi nella Russia sovietica è un calunniatore; chi nella Russia sovietica vede l’alba di una nuova morale sessuale è un gaio ottimista; e chi in questo paese combatte contro vecchie convenzioni con gli argomenti del buon Bebel, come per esempio la signora Kollontaj, è l’opposto del rivoluzionario – è una persona banale.
La presunta «scostumatezza» e la «nuova morale sessuale» si accontentano di ridurre l’amore all’unione igienicamente irreprensibile di due individui di sesso diverso, sessualmente istruiti attraverso lezioni scolastiche, filmati e opuscoli. Nella maggior parte dei casi l’unione sessuale non è preceduta da alcun «corteggiamento», da alcuna «seduzione», da alcun rapimento dell’anima. Perciò in Russia il peccato è noioso, come da noi la virtù. La natura, spogliata di ogni foglia di fico, prende direttamente possesso dei suoi diritti, perché l’uomo, orgoglioso com’è della recentissima scoperta di discendere dalla scimmia, adotta gli usi e i costumi dei mammiferi. Questo lo preserva sia dagli eccessi sia dalla bellezza, mantenendolo onesto e naturalmente virtuoso; così egli conserva la doppia pudicizia del barbaro che è anche assistito dalla consulenza medica, ha dalla sua la morale delle misure sanitarie e il decoro della prudenza, nonché la soddisfazione di aver adempiuto, con il proprio godimento, a un dovere igienico e sociale. Dal punto di vista del mondo ‘borghese’ tutto ciò è altamente morale. In Russia non esiste né la corruzione né l’abuso dei minorenni, perché tutti gli uomini obbediscono alla voce della natura, e quei minorenni che hanno la sensazione di non essere più tali, in tutta serietà, compresi come sono dei propri doveri sociali, si concedono spontaneamente. Le donne, non più corteggiate, perdono il loro fascino – non per la completa eguaglianza di fronte alla legge, ma per la loro accondiscendenza fondata su convinzioni politiche, per il poco tempo che dedicano al piacere e per tutti quei loro doveri sociali, per il lavoro incessante negli uffici, nelle fabbriche, nei laboratori artigiani, per l’instancabile attività pubblica in club, associazioni, assemblee e convegni. In un mondo nel quale la donna è diventata a tal segno «fattore pubblico» e nel quale sembra così felice di esserlo, non esiste, naturalmente, una cultura erotica. (E inoltre l’erotismo in Russia ha sempre avuto fra le masse un sapore un po’ grossolano, un che di utilitaristico-campagnolo). In Russia si comincia nel punto in cui da noi si sono fermati Bebel, la Grete Meisel-Hess e tutti gli scrittori di quel periodo che avevano le loro stesse idee riguardo alla letteratura amena.
mercoledì 27 settembre 2017
L'annullamento del debito nell'antichità*- Eric Toussaint**
*Da: Rebelión - http://archivio.senzasoste.it - http://www.controappuntoblog.org **Eric
Toussaint (1)
Leggi anche: https://ilcomunista23.blogspot.it/2017/09/luomo-e-il-denaro-carlo-sini.html

Annullamenti generalizzati del debito hanno avuto luogo ripetutamente nella storia.
Hammurabi,
re di Babilonia, e gli annullamenti del debito
Leggi anche: https://ilcomunista23.blogspot.it/2017/09/luomo-e-il-denaro-carlo-sini.html

È
fondamentale attraversare la cortina fumogena della storia raccontata
dai creditori e ristabilire la verità storica.
Annullamenti generalizzati del debito hanno avuto luogo ripetutamente nella storia.
Il
Codice di Hammurabi [nella
foto un particolare] si
trova nel Museo del Louvre di Parigi. In realtà il termine “codice”
è inappropriato, perché Hammurabi ci ha tramandato piuttosto un
insieme di regole e di giudizi sulle relazioni tra i poteri pubblici
e i cittadini. Il regno di Hammurabi, “re” di Babilonia (situata
nell’attuale Iraq), iniziò nel 1792 avanti Cristo e durò 42 anni.
Quello che la maggior parte dei manuali di storia non dice è che
Hammurabi, come altri governanti delle città-Stato della
Mesopotamia, proclamò in varie occasioni un annullamento generale
dei debiti dei cittadini con i poteri pubblici, i loro alti
funzionari e dignitari. Quello che stato chiamato il Codice di
Hammurabi fu scritto probabilmente nel 1762 avanti Cristo. Il suo
epilogo proclamava che
“il potente non può opprimere il debole, la giustizia deve proteggere la vedova e l’orfano (…) al fine di rendere giustizia agli oppressi”.
Grazie alla decifrazione dei numerosi documenti scritti in caratteri cuneiformi, gli storici hanno trovato la traccia incontestabile di quattro annullamenti generali del debito durante il regno di Hammurabi (nel 1792, 1780, 1771 e 1762 A. C.).
“il potente non può opprimere il debole, la giustizia deve proteggere la vedova e l’orfano (…) al fine di rendere giustizia agli oppressi”.
Grazie alla decifrazione dei numerosi documenti scritti in caratteri cuneiformi, gli storici hanno trovato la traccia incontestabile di quattro annullamenti generali del debito durante il regno di Hammurabi (nel 1792, 1780, 1771 e 1762 A. C.).
All’epoca
di Hammurabi, la vita economica, sociale e politica si organizzava
intorno al tempio e al palazzo. Queste due istituzioni, molto legate,
costituivano l’apparato dello Stato, l’equivalente dei nostri
poteri pubblici di oggi, nei quali lavoravano numerosi artigiani e
operai, senza dimenticare gli scriba. Tutti erano alloggiati e
nutriti dal tempio e dal palazzo. Ricevevano razioni di cibo che gli
garantivano due pasti completi al giorno. I lavoratori e i dignitari
del palazzo erano nutriti grazie all’attività di una classe
contadina a cui i poteri pubblici fornivano (affittavano) le terre,
gli strumenti di lavoro, gli animali da tiro, il bestiame, acqua per
l’irrigazione. I contadini producevano in particolare orzo (il
cereale di base), olio, frutta e legumi. Dopo il raccolto, i
contadini dovevano consegnare una parte di questo allo Stato come
quota per l’affitto. In caso di cattivi raccolti, accumulavano
debiti. Oltre al lavoro nelle terre del tempio e del palazzo, i
contadini erano proprietari delle loro terre, della loro casa,
delle loro greggi e degli strumenti da lavoro. Un’altra fonte di
debiti dei contadini era costituita dai prestiti concessi a titolo
privato da alti funzionari e dignitari al fine di arricchirsi e di
appropriarsi dei beni dei contadini in caso di mancato pagamento di
questi debiti. L’impossibilità nella quale si trovavano i
contadini di pagare il debito poteva portare anche alla loro
riduzione in schiavitù (anche membri della loro famiglia potevano
essere ridotti in schiavitù per debiti). Al fine di garantire la
pace sociale, in particolare evitando un peggioramento delle
condizioni di vita dei contadini, il potere annullava periodicamente
tutti i debiti [2] e ripristinava i diritti dei contadini.
martedì 26 settembre 2017
Il "Timeo" di Platone*- Francesco Fronterotta**
*Da: Peri politeias **Insegna Storia della Filosofia antica presso l'Università "La Sapienza" di Roma.
lunedì 25 settembre 2017
Lo spazio, il nulla, l'infinito, la Kabbalah...*- Giorgio Israel**
*Da: Gabriele Martufi **Giorgio_Israel è stato uno storico della scienza ed epistemologo italiano.
Vedi anche: https://ilcomunista23.blogspot.it/2017/08/isaac-newton-paolo-rossi.html
Vedi anche: https://ilcomunista23.blogspot.it/2017/08/isaac-newton-paolo-rossi.html
domenica 24 settembre 2017
Dialettica*- Eric Weil**
*Da: E. Weil: Hegel (1956) in Hegel e lo Stato e altri scritti hegeliani (https://www.facebook.com/maurizio.bosco.18) **Eric_Weil è stato un filosofo tedesco.
Leggi anche: https://ilcomunista23.blogspot.it/2017/09/riflessioni-stefano-garroni.html

« Gli uomini di solito non dispongono della ragione e del linguaggio ragionevole, ma devono disporne per essere del tutto uomini. L'uomo naturale è un animale; l'uomo come vuole essere, come vuole che sia l'altro perché egli stesso lo riconosca come suo eguale, deve essere ragionevole. Quel che descrive la scienza è solo la materia alla quale bisogna ancora imporre una forma, e la definizione umana non è data perché si possa riconoscere l'uomo, ma affinché lo si possa realizzare »
(Eric Weil, Logica della filosofia)
"Questa è la cosiddetta dialettica. Dialettica è unicamente la realtà che comprende se stessa.
Misticismo? Lo si è detto spesso e lo si ripeterà sempre. La tentazione infatti è grande: basta considerare questa dialettica come un metodo, come un'astuzia del filosofo, un'invenzione, e subito si scopre il suo limitato valore rispetto ai metodi della scienza, della logica formale, dell'analisi attenta e prudente. Ma la dialettica non è un metodo, il mondo non è il suo oggetto: essa è il mondo nel presentarsi del discorso.
In rapporto al mondo l'uomo non è l'altro, uno straniero in cerca di un accesso impossibile; non è un fotografo che riprende ciò che gli sta sotto gli occhi. L'uomo è al centro della realtà, nella realtà, e parte della realtà stessa; e il filosofo, che vuole comprendere, sa che la visione della totalità non è altro che la totalità degli aspetti della realtà: egli sviluppa prendendoli sul serio, letteralmente, nel loro presentarsi - la contraddizione generata dai diversi aspetti della realtà esiste sino a quando si accettano al loro livello. Ma l'opposizione non è assoluta. Né la filosofia la annienta. Per la filosofia essa appare come opposizione di ciò che da ultimo è uno. C'è un presupposto comune, infatti, comune a tutte le posizioni: l'uomo può parlare della realtà e la realtà si manifesta nel discorso degli uomini.
Discorsi ragionevoli, almeno nel senso che non sono in contraddizione assoluta con la realtà: se non fosse così l'uomo non avrebbe più possibilità di inserirsi nella realtà - ne morirebbe e con la sua morte finirebbe l'umanità. Anche la realtà, dunque, è razionale. Non come l'uomo che, ragionevole (parzialmente), ne è inoltre cosciente, ma perché accessibile al pensiero e al discorso, perché genera il discorso, che è quel discorso dell'uomo reale.
La realtà ha una struttura: il reale è ragionevole, il ragionevole è reale. La dichiarazione hegeliana ha sorpreso: ma questa meraviglia è ancor più sorprendente, poiché nessuno ha mai dubitato della natura come insieme di leggi, della regolarità naturale, della descrizione ragionevole e razionale che può ordinare i fenomeni. L'uomo può parlare di ciò che è perché ne fa parte: ne rappresenta il linguaggio.
Ma la manifestazione non si manifesta in un discorso unico. L'uomo non è puro spirito, sopra o fuori della natura. Parla perché agisce e agisce perché parla. Agisce e pensa insomma perché dispone di una piccola parola: no.
L'uomo è nella natura. Ma non è natura come il minerale e l'animale: è scontento, insoddisfatto di ciò che è, e nel suo discorso parla di ciò che non è, di ciò che egli vuole introdurre nell'essere. In principio è la contraddizione.
La dialettica non è dunque altro che il movimento incessante tra il discorso che è azione e la rivelazione della realtà in questo discorso e in questa azione. La dialettica è questo movimento, non una costruzione dello spirito. Proprio perciò la dialettica finisce per sapere che essa è totalità non contraddittoria delle contraddizioni. Finisce per saperlo, e il suo sapere è il suo prodotto, il prodotto della storia reale dove l'uomo ha agito, parlato, trasformato il mondo e se stesso con la parola e con la sua opera. Il discorso nella sua storia, nel suo farsi reale, è pervenuto al punto in cui non soltanto comprende ogni cosa, ma comprende anche se stesso. L'uomo può svolgersi al passato, al cammino percorso, riconoscersi in ciò che nel mondo fu compiuto. La storia ha un senso. Non perché una Ragione, con la lettera maiuscola anteriore al tempo e alla storia ne avrebbe predeterminato senso e significato: è l'uomo invece che pensando e agendo col suo lavoro, ha dato un senso al mondo, sua attuale dimora. Solo l'uomo ha dato un senso a ciò che è stato prima di pervenire a quel punto di vista, dove il senso è divenuto comprensibile, ed è compreso infatti, e da dove tutto appare, com'è giusto e necessario, preparazione del risultato.
Questo è la storia: negatività e discorso, e realizzazione del senso del no della parola e dell'azione.
Comprendere significa comprendere ciò che è divenuto a partire dalla storia o meglio nella storia. La filosofia è innanzitutto comprensione del suo stesso divenire, del suo essere-divenuto".
Leggi anche: https://ilcomunista23.blogspot.it/2017/09/riflessioni-stefano-garroni.html

« Gli uomini di solito non dispongono della ragione e del linguaggio ragionevole, ma devono disporne per essere del tutto uomini. L'uomo naturale è un animale; l'uomo come vuole essere, come vuole che sia l'altro perché egli stesso lo riconosca come suo eguale, deve essere ragionevole. Quel che descrive la scienza è solo la materia alla quale bisogna ancora imporre una forma, e la definizione umana non è data perché si possa riconoscere l'uomo, ma affinché lo si possa realizzare »
(Eric Weil, Logica della filosofia)
"Questa è la cosiddetta dialettica. Dialettica è unicamente la realtà che comprende se stessa.
Misticismo? Lo si è detto spesso e lo si ripeterà sempre. La tentazione infatti è grande: basta considerare questa dialettica come un metodo, come un'astuzia del filosofo, un'invenzione, e subito si scopre il suo limitato valore rispetto ai metodi della scienza, della logica formale, dell'analisi attenta e prudente. Ma la dialettica non è un metodo, il mondo non è il suo oggetto: essa è il mondo nel presentarsi del discorso.
In rapporto al mondo l'uomo non è l'altro, uno straniero in cerca di un accesso impossibile; non è un fotografo che riprende ciò che gli sta sotto gli occhi. L'uomo è al centro della realtà, nella realtà, e parte della realtà stessa; e il filosofo, che vuole comprendere, sa che la visione della totalità non è altro che la totalità degli aspetti della realtà: egli sviluppa prendendoli sul serio, letteralmente, nel loro presentarsi - la contraddizione generata dai diversi aspetti della realtà esiste sino a quando si accettano al loro livello. Ma l'opposizione non è assoluta. Né la filosofia la annienta. Per la filosofia essa appare come opposizione di ciò che da ultimo è uno. C'è un presupposto comune, infatti, comune a tutte le posizioni: l'uomo può parlare della realtà e la realtà si manifesta nel discorso degli uomini.
Discorsi ragionevoli, almeno nel senso che non sono in contraddizione assoluta con la realtà: se non fosse così l'uomo non avrebbe più possibilità di inserirsi nella realtà - ne morirebbe e con la sua morte finirebbe l'umanità. Anche la realtà, dunque, è razionale. Non come l'uomo che, ragionevole (parzialmente), ne è inoltre cosciente, ma perché accessibile al pensiero e al discorso, perché genera il discorso, che è quel discorso dell'uomo reale.
La realtà ha una struttura: il reale è ragionevole, il ragionevole è reale. La dichiarazione hegeliana ha sorpreso: ma questa meraviglia è ancor più sorprendente, poiché nessuno ha mai dubitato della natura come insieme di leggi, della regolarità naturale, della descrizione ragionevole e razionale che può ordinare i fenomeni. L'uomo può parlare di ciò che è perché ne fa parte: ne rappresenta il linguaggio.
Ma la manifestazione non si manifesta in un discorso unico. L'uomo non è puro spirito, sopra o fuori della natura. Parla perché agisce e agisce perché parla. Agisce e pensa insomma perché dispone di una piccola parola: no.
L'uomo è nella natura. Ma non è natura come il minerale e l'animale: è scontento, insoddisfatto di ciò che è, e nel suo discorso parla di ciò che non è, di ciò che egli vuole introdurre nell'essere. In principio è la contraddizione.
La dialettica non è dunque altro che il movimento incessante tra il discorso che è azione e la rivelazione della realtà in questo discorso e in questa azione. La dialettica è questo movimento, non una costruzione dello spirito. Proprio perciò la dialettica finisce per sapere che essa è totalità non contraddittoria delle contraddizioni. Finisce per saperlo, e il suo sapere è il suo prodotto, il prodotto della storia reale dove l'uomo ha agito, parlato, trasformato il mondo e se stesso con la parola e con la sua opera. Il discorso nella sua storia, nel suo farsi reale, è pervenuto al punto in cui non soltanto comprende ogni cosa, ma comprende anche se stesso. L'uomo può svolgersi al passato, al cammino percorso, riconoscersi in ciò che nel mondo fu compiuto. La storia ha un senso. Non perché una Ragione, con la lettera maiuscola anteriore al tempo e alla storia ne avrebbe predeterminato senso e significato: è l'uomo invece che pensando e agendo col suo lavoro, ha dato un senso al mondo, sua attuale dimora. Solo l'uomo ha dato un senso a ciò che è stato prima di pervenire a quel punto di vista, dove il senso è divenuto comprensibile, ed è compreso infatti, e da dove tutto appare, com'è giusto e necessario, preparazione del risultato.
Questo è la storia: negatività e discorso, e realizzazione del senso del no della parola e dell'azione.
Comprendere significa comprendere ciò che è divenuto a partire dalla storia o meglio nella storia. La filosofia è innanzitutto comprensione del suo stesso divenire, del suo essere-divenuto".
sabato 23 settembre 2017
Antigone di Sofocle - Vittorio Cottafavi*
*Vittorio_Cottafavi è stato un regista e sceneggiatore italiano.
Vedi anche: https://ilcomunista23.blogspot.it/2017/08/tragedia-come-paideia-eva-cantarella.html

Le parole sono armi - Luciano Canfora (Da: http://salvatoreloleggio.blogspot.it)
Diceva Aristofane, e forse ci credeva, che molte signore ateniesi si erano dapprima coperte di vergogna, quindi suicidate, per il coinvolgente influsso esercitato sulla loro mente delle figure femminili messe in scena da Euripide. Queste figure, per esempio Fedra innamorata del figliastro, o Stenebea, moglie di Preto, ma presa d’amore per Bellerofonte, vengono designate da Aristofane, nello stesso contesto delle Rane, con la cruda e iniqua parola cara ad ogni Tartufo: “sgualdrine”. L’idea che Aristofane esprime, e i suoi spettatori condividono, è che il teatro sia il veicolo di una ideologia: “Il poeta deve nascondere il male, non metterlo in mostra né insegnarlo. Ai bambini fa lezione il maestro, agli adulti i poeti”.
Questa è l’idea che gli ateniesi hanno del teatro e della sua implicazione politica ed esistenziale. Politica, anche: non a caso dalla più antica erudizione è stato usuale cercare di cogliere e spiegare i riferimenti molteplici, le allusioni, contenuti nelle tragedie e nelle commedie, in quanto appunto suprema forma di pedagogia collettiva. Non a caso su questo teatro veniva esercitata una censura, e talvolta una esplicita repressione politica. “Non daremo il coro a chiunque”, ammonisce l’interlocutore ateniese nelle Leggi di Platone.
Victor Ehrenberg in un saggio assai noto, Sofocle e Pericle, apparso nel 1954, sostenne che l’Antigone di Sofocle rappresenta la rivendicazione dei valori umani in antitesi con le leggi positive dello Stato (di ogni Stato, parrebbe di capire). Ehremberg si poneva criticamente di fronte a un grandissimo interprete ottocentesco dell’Antigone, Hegel, il quale nelle Lezioni di estetica aveva visto nello scontro tra Antigone e il tiranno Creonte l’espressione della polarità tra la famiglia e lo Stato.
Per chi lo ignori non è male ricordare che Antigone pullula di dibattiti politici: ad esempio quello tra Emone e Creonte, tutti centrati sui temi vitali della comunità (il potere personale, il controllo popolare, il consenso conformistico e coatto e così via). I cercatori della poesia “pura” hanno sempre arricciato il naso dinanzi a questo genere di interpretazioni. Ignari per lo più della natura intimamente e strutturalmente politica del teatro ateniese, fraintendono un teatro il cui strumento erano appunto le maschere prototipiche della tradizione mitologica.
Una messinscena dell’Antigone promossa da un gruppo femminista tedesco fu vietata subito dopo Stammhein (1977) [il riferimento è alla RAF e alla morte in carcere dei componenti del gruppo Baader Meinhof ]. Il divieto della sepoltura che è al centro della tragedia sofoclea si offriva spontaneamente come parallelo della più oscura e tragica vicenda degli “anni di piombo”. Il censore governativo ragionò alla stessa maniera del gruppo femminista, ma con intendimento opposto.
Non riesco perciò davvero a capire il chiasso ostile che si è voluto fare intorno all’Antigone di Rossana Rossanda. Forse è tutto dovuto a una scarsa cultura storico-letteraria. Ogni volta che questa moderna studiosa del moderno fenomeno eversivo ricorre alla figura di Antigone – anni fa con l’omonima rivista, ora con l’introduzione alla tragedia – si levano proteste a misurare il misfatto di lesa Antigone. Non sanno, come sapevano invece gli ateniesi, che le parole dette dalle scena erano “armi”.
Vedi anche: https://ilcomunista23.blogspot.it/2017/08/tragedia-come-paideia-eva-cantarella.html

Le parole sono armi - Luciano Canfora (Da: http://salvatoreloleggio.blogspot.it)
Diceva Aristofane, e forse ci credeva, che molte signore ateniesi si erano dapprima coperte di vergogna, quindi suicidate, per il coinvolgente influsso esercitato sulla loro mente delle figure femminili messe in scena da Euripide. Queste figure, per esempio Fedra innamorata del figliastro, o Stenebea, moglie di Preto, ma presa d’amore per Bellerofonte, vengono designate da Aristofane, nello stesso contesto delle Rane, con la cruda e iniqua parola cara ad ogni Tartufo: “sgualdrine”. L’idea che Aristofane esprime, e i suoi spettatori condividono, è che il teatro sia il veicolo di una ideologia: “Il poeta deve nascondere il male, non metterlo in mostra né insegnarlo. Ai bambini fa lezione il maestro, agli adulti i poeti”.
Questa è l’idea che gli ateniesi hanno del teatro e della sua implicazione politica ed esistenziale. Politica, anche: non a caso dalla più antica erudizione è stato usuale cercare di cogliere e spiegare i riferimenti molteplici, le allusioni, contenuti nelle tragedie e nelle commedie, in quanto appunto suprema forma di pedagogia collettiva. Non a caso su questo teatro veniva esercitata una censura, e talvolta una esplicita repressione politica. “Non daremo il coro a chiunque”, ammonisce l’interlocutore ateniese nelle Leggi di Platone.
Victor Ehrenberg in un saggio assai noto, Sofocle e Pericle, apparso nel 1954, sostenne che l’Antigone di Sofocle rappresenta la rivendicazione dei valori umani in antitesi con le leggi positive dello Stato (di ogni Stato, parrebbe di capire). Ehremberg si poneva criticamente di fronte a un grandissimo interprete ottocentesco dell’Antigone, Hegel, il quale nelle Lezioni di estetica aveva visto nello scontro tra Antigone e il tiranno Creonte l’espressione della polarità tra la famiglia e lo Stato.
Per chi lo ignori non è male ricordare che Antigone pullula di dibattiti politici: ad esempio quello tra Emone e Creonte, tutti centrati sui temi vitali della comunità (il potere personale, il controllo popolare, il consenso conformistico e coatto e così via). I cercatori della poesia “pura” hanno sempre arricciato il naso dinanzi a questo genere di interpretazioni. Ignari per lo più della natura intimamente e strutturalmente politica del teatro ateniese, fraintendono un teatro il cui strumento erano appunto le maschere prototipiche della tradizione mitologica.
Una messinscena dell’Antigone promossa da un gruppo femminista tedesco fu vietata subito dopo Stammhein (1977) [il riferimento è alla RAF e alla morte in carcere dei componenti del gruppo Baader Meinhof ]. Il divieto della sepoltura che è al centro della tragedia sofoclea si offriva spontaneamente come parallelo della più oscura e tragica vicenda degli “anni di piombo”. Il censore governativo ragionò alla stessa maniera del gruppo femminista, ma con intendimento opposto.
Non riesco perciò davvero a capire il chiasso ostile che si è voluto fare intorno all’Antigone di Rossana Rossanda. Forse è tutto dovuto a una scarsa cultura storico-letteraria. Ogni volta che questa moderna studiosa del moderno fenomeno eversivo ricorre alla figura di Antigone – anni fa con l’omonima rivista, ora con l’introduzione alla tragedia – si levano proteste a misurare il misfatto di lesa Antigone. Non sanno, come sapevano invece gli ateniesi, che le parole dette dalle scena erano “armi”.
venerdì 22 settembre 2017
L'uomo e il denaro*- Carlo Sini**
*Da: https://www.acomea.it Registrazione della conferenza "RELAZIONI PERICOLOSE: L’UOMO E IL DENARO", 13 MARZO 2014. (Testo non rivisto dall’Autore) **Carlo_Sini è
un filosofo italiano.
Vedi anche: https://ilcomunista23.blogspot.it/2016/09/dalla-parola-alla-verita-scritta-carlo.html
https://ilcomunista23.blogspot.it/2017/09/uomo-la-passione-della-verita-carlo-sini.html
Vedi anche: https://ilcomunista23.blogspot.it/2016/09/dalla-parola-alla-verita-scritta-carlo.html
https://ilcomunista23.blogspot.it/2017/09/uomo-la-passione-della-verita-carlo-sini.html
Ciò che dobbiamo fare è un itinerario complesso. Sono sette passi entro l’enigma del
denaro. Non sono io che parlo di enigma del denaro, lo hanno detto in molti, in
particolare uno studioso che si è formato alla Bocconi, che ha scritto un bel libro,
L’enigma del denaro.
Io cercherò di accennare con poche battute iniziali perché L’enigma del denaro sia
l’enigma dell’uomo, ricordando che una domanda del genere se la faceva, per esempio,
Adam Smith.
C’è un passo molto bello tra le prime pagine del suo capolavoro, in cui Smith si chiede
da dove venga l’istinto o la spinta umana a scambiare. Noi siamo degli scambisti e
continuamente scambiamo. Smith si chiede da dove venga questa caratteristica, che è
propria di tutte le culture e di tutte le umanità. Smith, dopo aver detto che tra gli
animali non si trova niente del genere, fa un’ipotesi, svolge un ragionamento e dice:
“Probabilmente l’istinto dello scambio nasce dal linguaggio”. L’uomo è un animale che
parla e che, come diceva Aristotele, possiede il linguaggio. Il linguaggio è il segreto del
segreto, diciamo così, o l’enigma dell’enigma. Perché? Provo a spiegarlo in due battute
perché è un tema immenso, accontentiamoci di un orientamento. Con l’uomo comincia il
mondo del segno. Gli animali non hanno veri e propri segni. Gli animali non hanno
nemmeno il mondo, sono il mondo. Questo non significa che non ci sia una forma di
baratto tra gli animali. Abbiamo esempi molto interessanti e molto curiosi di certe
specie di uccelli, dove il maschio porta del cibo alla femmina per convincerla alla
copulazione. Oppure dove il maschio prepara il nido affinché la femmina si decida a
unirsi con lui, però non dispone di segni, dispone di baratto. Ti do questo in cambio di
quello. È una storia antica. Di segni però, intesi come cose che stanno per un’altra cosa
che la rappresentano, non ce ne sono. Prendiamo ad esempio la parola. La parola è un
segno che non sta per se stesso, sta per un’altra cosa. Arriviamo subito nel cuore: il
denaro. Non è così anche per il denaro? Non si scambia il denaro con ogni cosa? Non è il
denaro il segno di qualsivoglia oggetto di scambio? Dobbiamo partire da qui, per dire
qualche cosa di questo segreto del denaro o enigma del denaro come segreto
dell’uomo.
giovedì 21 settembre 2017
mercoledì 20 settembre 2017
"Riflessioni" - Stefano Garroni
Le “Riflessioni” di Stefano Garroni in forma di aforismi, dal suo imponente lavoro di una vita dedicata allo studio e alla militanza:
"Riflessioni" - Stefano Garroni; "Riflessioni" 2.0; "Riflessioni" 3.0; "Riflessioni" 4.0; "Riflessioni" 5.0; "Riflessioni" 6...; "Riflesssioni" 7...; "Riflessioni" 8...; Riflessioni 9...; Riflessioni 10...; Riflessioni 11...; Riflessioni 12...; Riflessioni 13...; Riflessioni 14...; Riflessioni 15...; Riflessioni 16...; Riflessioni 17...;

"Ora,
quando lo spirito pone l’obiettività per Hegel, il discorso è
questo: la teoria che mi permette per esempio di elaborare certi
strumenti raffinati, mi consente di cogliere, di riuscire a mettere
di fronte agli occhi, aspetti della realtà altrimenti non
raggiungibile. In questo senso, che lo spirito ponga l’oggettività,
significa né più e né meno, riconoscere il ruolo dell’astratto
nell’individuazione di caratteristiche del reale che altrimenti non
sarebbero raggiungibili. Il che non mi pare che abbia molto a che
fare con l’idealismo, senza dubbio però ha a che fare con un modo
di concepire la filosofia in uno stretto rapporto con la scienza nel
senso che ciò che succede nelle scienze è determinante per capire
quali sono le procedure del pensare e il rapporto tra pensare ed
esperienza.
E’ interessante che spesso il punto di vista così
detto materialistico è il punto di vista del senso comune, che
ovviamente viene offeso da questo fatto che il pensiero pone
l’oggettività, però non è dubbio che il medico che descrive una
certa malattia, la descrive sulla base di strumentazione tecnica
raffinatissima, e arriva a conclusioni che sono molto diverse da
quelle dell’esperienza comune della mamma contadina che ha avuto
tanti bambini che hanno avuto la stessa malattia.
Ed è interessante
anche questo fatto, che se la teoria pone la realtà in questo senso
che dicevo, allora arriviamo anche a capire una cosa che è curiosa
perché è un tema diffusissimo nella coscienza comune, e cioè:
pensare, elaborare, significa in fin dei conti rendere
progressivamente sempre più chiara l’esperienza, fino al punto di
renderla chiara ricorrendo a strumenti astratti. Ma si tratta di
rendere chiara l’esperienza, il che vuol dire che in qualche modo
nell’esperienza GIA' ERA CONTENUTO quello che io mano a mano vado
chiarendo, e che quindi al punto di partenza NON C'E' IL PENSIERO DA
UNA PARTE E IL MONDO DALL'ALTRO, ma c’è quest’esperienza
dell’uomo nel mondo e lo sforzo progressivo di render chiaro, di
mettere di fronte agli occhi quello di cui ho esperienza: cioè il
punto di partenza è questa unione immediata, unione non chiara,
unione confusa, e tutto il progresso del sapere è cercare di mettere
in chiaro che cosa era contenuto in quell’esperienza.
Appunto: il
punto di partenza non è il pensiero da una parte e il mondo
dall’altra...Ma in questo progressivo mettere in chiaro – questa
è la sintesi, la mediazione – succede che quei livelli più
elevati di astrazione da parte del pensiero, sono quelli che
rimettono in evidenza gli aspetti più nascosti del reale, e quindi
nel massimo dell’astrazione io ho il massimo di rapporto con la
cosa: questa è la sintesi.
Ed è per questo che allora nasce il
problema: come è possibile isolarsi? Come è possibile l’esperienza
dell’uomo singolo, dell’uomo separato, dell’uomo emarginato,
dell’uomo che non domina il suo mondo? ed è chiaro che la risposta
dialettica sarà sicuramente: questa situazione di lacerazione
esprime paradossalmente il contrario di sé, cioè esprime il fatto
che il mondo di quegli uomini è un mondo di lacerati. Cioè il
problema non è che lui non ha rapporto con il mondo, ma è che il
suo mondo è scisso, e quindi - ponendosi il problema dell’io
isolato di fronte al mondo – non riuscirà mai a capirci nulla. Il
problema è quello di andare ad AGGREDIRE L'ESPERIENZA, cioè già
hai rapporto con il mondo, e capire come è costruita
quell’esperienza e trovare in questa la ragione del suo isolamento,
perché l’esperienza è frantumata.
Allora si comprende anche come
la mediazione non è solo un fatto teoretico, ma significa anche
cogliere quella logica delle cose, dell’esperienza, del MONDO
CUI SONO ISCRITTO E COLLOCATO che eventualmente produce la
lacerazione, e come all’INTERNO di questo mondo sia possibile
trovare gli strumenti del mondo per superare questo tipo di mondo, e
allora la mediazione diventa anche un’operazione di liberazione
dell’uomo."
martedì 19 settembre 2017
domenica 17 settembre 2017
RIFLESSIONI SULLA BARBARIE*- Simone Weil - 1939 -
*Da: http://francosenia.blogspot.it/ http://www.controappuntoblog.org/
Oggi, molte persone, commosse dagli orrori di ogni tipo che la nostra epoca diffonde con una profusione insopportabile per i temperamenti un po' troppo sensibili, credono che, per effetto di una troppo elevata capacità tecnica o di una forma di decadenza morale, o per qualche altra causa, stiamo entrando in un periodo di barbarie ancora maggiore di quella dei secoli precedenti attraversati dall'umanità nel corso della sua storia.
Non è così. Per convincersene basta aprire un qualsiasi testo antico - la Bibbia, Omero, Cesare, Plutarco. Nella Bibbia i massacri si contano di solito in decine di migliaia.
Nei resoconti di Cesare, non è qualcosa di straordinario lo sterminio totale, nel corso di una sola giornata, e senza riguardo per il sesso o per l'età, di una città di 40.000 abitanti. Secondo Plutarco, Mario passeggiava per le vie di Roma seguito da una truppa di schiavi che ammazzava seduta stante chiunque lo salutasse e a cui lui non si degnava di rispondere.
Silla, implorato in pieno Senato di voler almeno dichiarare chi volesse far morire, disse di non aver ben presenti tutti i nomi, ma che li avrebbe pubblicati, giorno per giorno, via via che gli tornavano in mente. Nessuno dei secoli passati e conosciuti storicamente è privo di avvenimenti atroci. La potenza delle armi, a questo riguardo, è priva di importanza. Per i massacri generali, la semplice spada, anche di bronzo, è uno strumento più efficace dell'aereo.
La credenza contraria, così comune alla fine del 19° secolo e fino al 1914, vale a dire la credenza in una diminuzione progressiva della barbarie nell'umanità cosiddetta civilizzata, non è - mi sembra - meno erronea. E, in una materia del genere, l'illusione è pericolosa, in quanto non si cerca di scongiurare ciò che si ritiene in via di estinzione. In questo modo l'accettazione della guerra, nel 1914, è stata parecchio facilitata; non si credeva che potesse essere selvaggia, essendo fatta da uomini che si ritenevano esenti da atteggiamenti selvaggi.
Oggi, molte persone, commosse dagli orrori di ogni tipo che la nostra epoca diffonde con una profusione insopportabile per i temperamenti un po' troppo sensibili, credono che, per effetto di una troppo elevata capacità tecnica o di una forma di decadenza morale, o per qualche altra causa, stiamo entrando in un periodo di barbarie ancora maggiore di quella dei secoli precedenti attraversati dall'umanità nel corso della sua storia.
Non è così. Per convincersene basta aprire un qualsiasi testo antico - la Bibbia, Omero, Cesare, Plutarco. Nella Bibbia i massacri si contano di solito in decine di migliaia.
Nei resoconti di Cesare, non è qualcosa di straordinario lo sterminio totale, nel corso di una sola giornata, e senza riguardo per il sesso o per l'età, di una città di 40.000 abitanti. Secondo Plutarco, Mario passeggiava per le vie di Roma seguito da una truppa di schiavi che ammazzava seduta stante chiunque lo salutasse e a cui lui non si degnava di rispondere.
Silla, implorato in pieno Senato di voler almeno dichiarare chi volesse far morire, disse di non aver ben presenti tutti i nomi, ma che li avrebbe pubblicati, giorno per giorno, via via che gli tornavano in mente. Nessuno dei secoli passati e conosciuti storicamente è privo di avvenimenti atroci. La potenza delle armi, a questo riguardo, è priva di importanza. Per i massacri generali, la semplice spada, anche di bronzo, è uno strumento più efficace dell'aereo.
La credenza contraria, così comune alla fine del 19° secolo e fino al 1914, vale a dire la credenza in una diminuzione progressiva della barbarie nell'umanità cosiddetta civilizzata, non è - mi sembra - meno erronea. E, in una materia del genere, l'illusione è pericolosa, in quanto non si cerca di scongiurare ciò che si ritiene in via di estinzione. In questo modo l'accettazione della guerra, nel 1914, è stata parecchio facilitata; non si credeva che potesse essere selvaggia, essendo fatta da uomini che si ritenevano esenti da atteggiamenti selvaggi.
sabato 16 settembre 2017
Il mestiere dello storico*- Luciano Canfora**
*Da: Pistoia - Dialoghi sull'uomo **Luciano_Canfora è un filologo classico, storico e saggista italiano.
venerdì 15 settembre 2017
Le scienze sociali e l’antropologia*- Alessandra Ciattini**
*Da: https://www.lacittafutura.it **Insegna Antropologia culturale alla Sapienza.
Le scienze sociali, di cui fa parte l'antropologia, costituiscono un tutt'uno e sono assimilate dalle diverse prospettive teoriche scelte dai vari ricercatori.
lez.2): https://ilcomunista23.blogspot.it/2017/06/storia-religiosa-dellamerica-latina-e Breve testo: https://ilcomunista23.blogspot.it/2017/08/la-colono-evangelizzazione-dellamerica.html
lez.3): https://ilcomunista23.blogspot.it/2017/06/storia-religiosa-dellamerica-latina-e Breve testo: https://ilcomunista23.blogspot.it/2017/09/le-trasformazioni-dellamerica-latina.html
Ultima lez. solo testo: https://ilcomunista23.blogspot.it/2017/10/la-protestantizzazione-dellamerica.html
Ultima lez. solo testo: https://ilcomunista23.blogspot.it/2017/10/la-protestantizzazione-dellamerica.html
Le scienze sociali, di cui fa parte l'antropologia, costituiscono un tutt'uno e sono assimilate dalle diverse prospettive teoriche scelte dai vari ricercatori.
Quest’anno
per la prima volta ho fatto un corso dedicato
alla “Storia religiosa dell’America Latina e del Caribe” per
l’Università Popolare A. Gramsci, distinguendo queste due aree
perché gli studiosi caraibici sostengono che quest’ultimo è
dotato di una serie di specificità culturali, che impediscono di
assimilarlo tout
court al
subcontinente meridionale.
Giacché
il mio pubblico non aveva approfondite conoscenze dell’antropologia
culturale, scienza a cui sono ufficialmente associata, mi sono
soffermata sul mio modo di considerare questa disciplina, un tempo
alquanto alla moda, ma oggi certamente in decadenza soprattutto per
mancanza di sbocchi lavorativi, in ciò accomunata a tutte le
discipline umanistiche. Infatti, come è noto, il
settore pubblico, in particolare ma non solo quello legato ai musei,
alle sovrintendenze, alla ricerca, agli archivi ha subito
ridimensionamenti e tagli mostruosi, per
un paese che dovrebbe trovare nel turismo di
alta qualità il suo
“petrolio”,
così ha almeno detto un noto cialtrone.
Se
si prende come punto di partenza i manuali dedicati all’antropologia
culturale e/o sociale, non sempre coincidenti anche perché
appartengono a diverse tradizioni nazionali, si scopre che tali
discipline hanno come obiettivo lo studio delle differenze tra le
varie forme di vita sociali esistenti ed esistite e, al contempo,
l’individuazione degli elementi comuni tra di esse sia a livello di
strutturazione sociale che di configurazione mentale degli esseri
umani. In quest’ultimo caso l’antropologia culturale si trova a
stretto contatto con la psicoanalisi, la psicologia cognitiva, le
neuroscienze.
mercoledì 13 settembre 2017
UOMO: LA PASSIONE DELLA VERITÀ*- Carlo Sini**
*Da: Associazione Orizzonti filosofici Centro Leoni Dante Channel
Quella della verità può sembrare la più algida nel novero delle umane passioni, ma non bisogna dimenticare che c’è chi per essa ha dato la vita. Vivere la verità non significa infatti aderire ad una pura teoria, ma piuttosto cercare il senso che possiamo attribuire al nostro soggiorno sulla terra, assieme agli altri esseri umani e al cospetto di quel cielo sopra di noi, diceva Kant, che conserva segreti e misteri profondissimi. Così si scopre che la passione della verità è forse la più umana e la più diffusa delle passioni, un impulso che dal profondo ci influenza e ci governa più di quanto non sappiamo e non crediamo.
**Carlo_Sini è un filosofo italiano.
Leggi anche: https://ilcomunista23.blogspot.it/2013/09/due-pagine-sulla-dialettica-dobb-sartre.html
"La Verità è una avventura, ma soprattutto la Verità è una storia." Leggi anche: https://ilcomunista23.blogspot.it/2013/09/due-pagine-sulla-dialettica-dobb-sartre.html
Quella della verità può sembrare la più algida nel novero delle umane passioni, ma non bisogna dimenticare che c’è chi per essa ha dato la vita. Vivere la verità non significa infatti aderire ad una pura teoria, ma piuttosto cercare il senso che possiamo attribuire al nostro soggiorno sulla terra, assieme agli altri esseri umani e al cospetto di quel cielo sopra di noi, diceva Kant, che conserva segreti e misteri profondissimi. Così si scopre che la passione della verità è forse la più umana e la più diffusa delle passioni, un impulso che dal profondo ci influenza e ci governa più di quanto non sappiamo e non crediamo.
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