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martedì 21 giugno 2016

Dialoghi di profughi XVII.* - Bertolt Brecht

*Da:   https://www.facebook.com/notes/maurizio-bosco/dialoghi-di-profughi-xvii-bertolt-brecht/10151316552073348?pnref=story
Cos'è "Dialoghi di Profughi":    http://www.controappuntoblog.org/2013/10/18/quando-si-parla-di-umorismo-io-penso-sempre-al-filosofo-hegel-fluchtlingsgesprache-dialoghi-di-profughi-brecht-bertolt/ 



ZIFFEL DICHIARA LA SUA AVVERSIONE A TUTTE LE VIRTU’. - LA CONCLUSIONE DI KALLE. – UN VAGO ACCENNO DI BRINDISI.

 Verso l’autunno, con pioggia e freddo. La dolce Francia era prostrata. I popoli si nascondevano sotto terra. Ziffel sedeva al ristorante della stazione di H., staccando un tagliando dalla sua tessera del pane.

ZIFFEL     Kalle, Kalle, che dobbiamo fare noi, poveri uomini? Dappertutto si pretende superumanità: dove possiamo più andare? Non solo un popolo o due stanno vivendo una Grande Epoca, ma questa avanza irresistibile per tutti i popoli, e nessuno le può sfuggire. Ad alcuni farebbe comodo di non dover passare attraverso la Grande Epoca, e che ci passassero solo gli altri: e invece niente, se lo devono togliere dalla testa. In tutto il continente aumentano le azioni eroiche; le imprese dell’uomo comune diventano sempre più gigantesche; ogni giorno s’inventa una nuova virtù. Per procurarsi un sacco di farina ci vuole ora l’energia con cui prima si sarebbe potuto dissodare il suolo d’un intera provincia. Per appurare se bisogna fuggire già oggi o se si potrà fuggire solo domani, è necessaria l’intelligenza con cui ancora un paio di decenni fa si sarebbe potuta creare un’opera immortale. Per scendere in strada ci vuole la forza di un eroe omerico, e l’ascetismo d’un Budda per essere semplicemente tollerati. Solo possedendo lo spirito d’umanità di San Francesco ci si può trattenere dal compiere un delitto. Il mondo diventa una dimora d’eroi, e noi allora dove andiamo? Per un po’ di tempo sembrò che il mondo potesse diventare abitabile: l’umanità respirava di sollievo. La vita era diventata più facile. Erano arrivati il telaio meccanico, la macchina a vapore, l’automobile, l’aeroplano, la chirurgia, l’elettricità, la radio, il piramidone, e l’uomo poteva essere più pigro, più vile, più sensibile al dolore, più amante dei piaceri, in breve: più felice. Tutte quelle macchine servivano a far si che ognuno potesse far tutto. Si contava infatti su gente comune, di media grandezza. Che ne è stato di questa promettente evoluzione? Il mondo è nuovamente pieno delle più vane e folli pretese ed esigenze. Noi abbiamo bisogno di un mondo in cui si possa vivere con un minimo di intelligenza, di coraggio, amor patrio, senso dell’onore, senso della giustizia, ecc., e invece cosa abbiamo? Glielo dico chiaro e tondo: sono stufo di dover essere virtuoso perché niente funziona a dovere; di essere disposto a tutte le rinunce perché regna una penuria non necessaria; diligente come un’ape perché manca l’organizzazione; coraggioso perché il mio regime mi coinvolge in guerre. Kalle, uomo, amico, io sono stufo di tutte le virtù e mi rifiuto di diventare un eroe.

venerdì 27 maggio 2016

Dialoghi di profughi XIII.* - Bertolt Brecht

*Da:    https://www.facebook.com/notes/maurizio-bosco/dialoghi-di-profughi-xiii-bertolt-brecht/10151315869518348?pnref=story 


LA LAPPONIA, OVVERO AUTODOMINIO E CORAGGIO. – PARASSITI.


Ziffel e Kalle perlustrarono il paese: Kalle mettendo il naso ora qui, ora lì, come piazzista di articoli da ufficio; Ziffel alla ricerca di impiego come chimico incontrando sempre dei rifiuti. Ogni tanto si ritrovavano nella capitale, al ristorante della stazione: un locale cui ambedue si erano affezionati proprio per il suo squallore. Lì si scambiavano le loro impressioni, davanti a un bicchiere di birra che non era birra e ad una tazza di caffè che non era caffè.

ZIFFEL     Cesare descrisse la Gallia, paese che conosceva perché vi aveva sconfitto i Galli. Ziffel, descrivi G., il paese che conosci perché vi sei stato sconfitto! Non riesco a trovare lavoro, qui.

KALLE     Questo è un bellissimo preambolo, come me l’aspetto da lei. E non occorre che aggiunga altro, si tranquillizzi pure, so già che non ha visto niente.

ZIFFEL     Ho visto abbastanza per sapere che in questo paese fioriscono notevoli virtù. Per esempio il dominio di se stessi. E’ un vero paradiso per gli Stoici, lei certo avrà sentito parlare di questi antichi filosofi e della stoica indifferenza con cui pare sopportassero ogni sorta di avversità. Si dice: chi vuole dominare gli altri deve imparare a dominare se stesso. Ma in realtà si dovrebbe dire: chi vuol dominare gli altri, deve insegnar loro a dominare se stessi. Insomma la gente qui è dominata da proprietari terrieri e da industriali, ma anche da se stessa, ciò che vien chiamato democrazia. Il primo comandamento del dominio di se stessi dice: tieni la bocca chiusa. In un regime democratico ci si aggiunge la libertà di parola, controbilanciata dal divieto di abusarne, cioè di parlare. E’ chiaro?

KALLE     No.

giovedì 2 giugno 2016

Dialoghi di profughi XIV.* - Bertolt Brecht



DOVE SI PARLA DI DEMOCRAZIA.  – PECULIARITA’ DELLA PAROLA «POPOLO». – LA MANCANZA DI LIBERTA’ SOTTO IL COMUNISMO. – LA PAURA DEL CAOS E LA PAURA DI PENSARE.

Quando di incontrarono di nuovo, Kalle propose di cambiare locale. Gli pareva che un ristorante automatico a meno di dieci minuti di distanza, servisse un caffè migliore. Il grasso fece la faccia scura e parve non aspettarsi niente di buono da un cambiamento di ambiente. Quindi restarono dov’erano.

ZIFFEL     La democrazia a due è molto difficile. Dovremmo determinare il voto in base ai chilogrammi, così potrei avere la maggioranza. Sarebbe un sistema plausibile, dato che il mio sedere dipende da me, e quindi possiamo supporre che potrei indirlo a votare per me.

KALLE     Nel complesso a giudicare dall’aspetto lei è senz’altro democratico, ciò che dà già di per sé un’impressione di giovialità. Per democratico si intende un atteggiamento amichevole, naturalmente in un signore; in un morto di fame è piuttosto spudoratezza. Conoscevo un tizio, un cameriere, che si lamentava molto di un ricco commerciante di grano che non gli dava mai una mancia decente, perché, come disse forte una volta a un altro cliente, era un vero democratico e non voleva umiliare i camerieri. «Io pure non accetterei mai una mancia, - disse, - e dovrei considerare loro inferiori a me?».

ZIFFEL     Non credo che si possa parlare dell’essere democratici come di una qualità.

KALLE     Perché no? Non trova che persino i cani, per fare un esempio, quando hanno pappato ben bene hanno un’aria più democratica di quando sono digiuni? L’aspetto esteriore deve avere un significato, penso anzi che sia la cosa principale. Prenda la Finlandia: ha un aspetto democratico, ma se lei leva via l’aspetto e dichiara di infischiarsene, che cosa resta? Certo non democrazia.

ZIFFEL     Ho idea che è meglio che ci andiamo, in quel suo bar automatico.

mercoledì 15 giugno 2016

Dialoghi di profughi XVI.* - Bertolt Brecht


LE RAZZE DEI SIGNORI. – IL DOMINIO UNIVERSALE.

Ci volle molto tempo per mettere in piedi una ditta per la disinfestazione dalle cimici, perché ci si doveva procurare il gas all’estero e non si potevano ottenere i permessi  valutari necessari. Ziffel e Kalle tenevano le loro riunioni al ristorante della stazione. Il discorso cadeva spesso sulla Germania, che in quei giorni proclamava sempre più energicamente il suo diritto al dominio universale.

ZIFFEL     L’idea della razza è il tentativo di un piccolo borghese di diventare un nobile. D’un colpo si ritrova degli antenati con cui può guardare con compiacimento, mentre guarda dall’alto in basso, altri suoi simili. Noi tedeschi ne ricaviamo persino una specie di storia. Se non eravamo una nazione, può essere che fossimo almeno una razza. In sé e per sé il piccolo borghese non è più imperialista del grosso borghese, perché dovrebbe esserlo? Ma ha una coscienza meno tranquilla e ha bisogno di una scusa quando vuol farsi largo. Non gli piace dar gomitate nello stomaco se non è nel suo buon diritto: vuole che quello di calpestare il prossimo sia un suo preciso dovere. Le industrie devono avere uno sbocco sul mercato, e scorra pure il sangue. Il petrolio è più denso del sangue. Ma per un mercato non si può fare la guerra, sarebbe sconsiderato; la si deve fare perché si è una razza di signori. Cominciamo coll’includere nel Reich tutti i tedeschi, e non la smettiamo prima di averci incluso anche i polacchi e i danesi e gli olandesi. Cos’ li proteggiamo. I buoni signori sono tali a loro proprio vantaggio.

KALLE     Il problema per loro è come fabbricare abbastanza rappresentanti di una razza di signori. Al campo di concentramento il comandante ci faceva correre per tre ore di seguito su è giù nel cortile tra le baracche, poi ci faceva fare duecento piegamenti. Infine ci schierava su due file e teneva un discorso. Noi tedeschi siamo un popolo di signori, urlava con la sua voce stridula. A voi luridi maiali vi liscerò io la schiena a dovere finché vi avrò trasformati in tanti rappresentanti di una razza superiore, da poter trasformare al mondo senza arrossire. Come volete conquistarlo, il dominio del mondo, se non siete altro che pelandroni e pacifisti? La pelandrone ria e il pacifismo li lasciamo alle razze dell’occidente imbastardite dai negri. Ogni singolo tedesco è razzialmente tanto superiore a quella plebaglia quanto un abete a un fungo. Vi farò sputar sangue finché sarete arrivati a capirlo e mi ringrazierete in ginocchio per aver fatto di voi, per incarico del Führer, delle tempre di signori.

ZIFFEL     E lei come reagiva a questa pretesa sconveniente?

martedì 7 giugno 2016

Dialoghi di profughi XV.* - Bertolt Brecht



DOVE SI PARLA DEL PENSARE COME DI UN PIACERE. – DEI PIACERI. – CRITICA DELLE PAROLE. – LA BORGHESIA NON HA IL SENSO DELLA STORIA.



KALLE    Mi interessa molto scoprire in lei, un intellettuale, tanta antipatia contro la necessità di pensare. Eppure lei non ha nulla contro la professione.

ZIFFEL    Tranne il fatto che è appunto una professione.

KALLE     Ecco i guai del progresso nell’epoca moderna: si è creata una vera e propria casta, appunto di intellettuali, che devono provvedere al pensiero e sono allenati a posta per questo. Devono dare in affitto agli imprenditori la loro testa, come noi le nostre braccia. Naturalmente lei ha l’impressione di pensare per la collettività; ma è come se noi credessimo di fabbricare automobili per la collettività – e invece non lo crediamo affatto, perché sappiamo benissimo che è solo per gli imprenditori, e la collettività può andare a farsi benedire!

ZIFFEL     Lei vuol dire che io penso a me stesso solo in quanto penso a come posso riuscire a vendere ciò che penso, e che ciò che penso non è per me, cioè per la collettività?

KALLE     Si.

ZIFFEL     Ho letto che in America, dove l’evoluzione è più progredita, i pensieri sono ormai equiparati a una qualunque merce. Uno dei giornali più influenti scrisse una volta: «Il compito principale del presidente consiste nel vendere la guerra al Congresso e al paese”. Voleva dire: affermare l’idea di entrare in guerra. In discussioni su problemi scientifici o artistici si dice spesso, per esprimere approvazione: «Senta, questa la compro”. La parola persuadere è semplicemente rimpiazzata da quella più calzante: vendere.

KALLE     In simili circostanze è chiaro perché ti viene l’avversione per il pensare. Non è un piacere.

lunedì 1 febbraio 2016

Dialoghi di profughi* - Bertolt Brecht

*Da:           https://www.facebook.com/notes/10151238640803348/?pnref=story
Cos'è "Dialoghi di profughi":     http://www.controappuntoblog.org/2013/10/18/quando-si-parla-di-umorismo-io-penso-sempre-al-filosofo-hegel-fluchtlingsgesprache-dialoghi-di-profughi-brecht-bertolt/

DOVE SI PARLA DI PASSAPORTI. – DELLA PARITA’ TRA BIRRA E SIGARI. – DELL’AMORE PER L’ORDINE.

Mentre la furia della guerra, che pure aveva già mezzo dissanguata l’Europa, era ancora giovane e bella e stava giusto pensando come fare un salto anche in America, al ristorante della stazione di Helsinki due uomini sedevano a un tavolo e, guardandosi prudentemente attorno di quando in quando, parlavano di politica. Uno era alto e grosso e aveva mani bianche e lisce, l’altro era di statura bassa, tarchiato, con mani da operaio metallurgico. Quello alto teneva sollevato il suo bicchiere di birra e lo guardava contro luce.

QUELLO ALTO       La birra non è birra, ma in compenso i sigari non sono sigari; il passaporto quello no, deve essere per forza un passaporto, perché ti lascino entrare in questo paese.

QUELLO BASSO   Il passaporto è la parte più nobile di un uomo. E difatti non è mica così semplice da fare come un uomo. Un essere umano lo si può fare dappertutto, nel modo più irresponsabile e senza una ragione valida; ma un passaporto, mai. In compenso il passaporto, quando è buono viene riconosciuto; invece un uomo può essere buono quanto vuole, non viene riconosciuto lo stesso.

QUELLO ALTO       Si può dire che l’uomo è soltanto il meccanico portatore di un passaporto. Glielo si mette in tasca, così come si mette un pacchetto di azioni nella cassaforte, la quale in sé e per sé non ha nessun valore, ma solo contiene oggetti di valore.

QUELLO BASSO     Eppure si potrebbe sostenere che l’uomo, in un certo senso, è necessario al passaporto. La cosa principale è il passaporto, giù il cappello davanti a lui, ma senza il relativo individuo esso non sarebbe possibile, o almeno non completo. E’ come il chirurgo: gli ci vuole il malato, per poter fare un’operazione; quindi non è autonomo è una cosa soltanto a metà, con tutta la sua scienza. In uno Stato moderno è lo stesso: la cosa principale è il Führer o Duce, ma gli ci vuole anche la gente da guidare. Loro sono grandi, ma qualcuno deve pur pagare per la loro grandezza; se no, non va.

mercoledì 30 marzo 2016

Dialoghi di profughi VI.* - Bertolt Brecht




TRISTE DESTINO DELLE GRANDI IDEE. – IL PROBLEMA DELLA POPOLAZIONE CIVILE.

Ziffel osservava malinconicamente i giardinetti polverosi davanti al ministero degli Esteri, dove dovevano farsi rinnovare il permesso di soggiorno. In una vetrina aveva visto esposto un giornale svedese con le notizie dell’avanzata dei tedeschi in Francia. 

ZIFFEL     Tutte le grandi idee falliscono per colpa degli uomini.

KALLE     Mio cognato le darebbe ragione. Perso un braccio, che era finito negli organi di trasmissione di una macchina, gli era venuta l’idea di aprire un negozio di sigarette con annessa vendita dell’occorrente per cucire, aghi, filo e cotone da rammendo, perché le donne fumano, sì, volentieri, ma non entrano volentieri in una tabaccheria; ma l’idea fallì, perché non gli diedero la licenza. Non che importasse molto, tanto non sarebbe comunque riuscito a mettere insieme i soldi necessari.

ZIFFEL     Non è questo che io chiamo una grande idea. Una grande idea è la guerra totale. Ha letto che in Francia la popolazione civile ha messo i bastoni fra le ruote alla guerra totale? Ha mandato a monte tutti i piani degli stati maggiori, si dice. Ha ostacolato le operazioni militari, perché le fiumane di profughi hanno ingorgato le strade e impedito i movimenti delle truppe. I carri armati si sono impantanati nella massa umana – dopo che finalmente si era riusciti a inventare delle macchine, appunto i carri armati, che non si impantanano nemmeno nel fango altro fino al ginocchio e possono abbattere boschi interi. La gente affamata ha divorato le provviste delle truppe, cosicché la popolazione civile si è rivelata una vera piaga delle cavallette. Un esperto militare scrive con preoccupazione sui  giornali che la popolazione civile è diventata un problema serio per i militari.

KALLE     Per i tedeschi?

mercoledì 4 maggio 2016

Dialoghi di profughi X.* - Bertolt Brech




LA FRANCIA, OVVERO IL PATRIOTTISMO. – DEL METTER RADICI.


Ziffel dovette dare a Kalle la triste notizia che non vedeva alcuna possibilità di continuare a scrivere le sue memorie, perché aveva avuto troppo poche esperienze.

KALLE    Eppure in vita sua deve ben aver avito delle esperienze, se non grandi, almeno piccole. Racconti queste!

ZIFFEL    In teoria si afferma che ognuno ha una sua vita, ma è soltanto un sofisma che ha una validità puramente formale, in quanto si può certamente chiamare vita il vegetare per settant’anni, o anche solo per tre anni. Conosco il detto secondo cui ci si può rallegrare alla vista di un ciottolo sulla riva di un torrentello quanto alla vista del Cervino. Si può ammirare la creazione del signore allo stesso modo in tutti e due i casi, ma io preferisco ammirarla davanti al Cervino, è questione di gusti. Naturalmente si può parlare di tutto in modo interessante, ma non tutto merita interesse. Comunque io l’ho già finita con le mie memorie, e questo è quanto mai triste.

KALLE    Racconti almeno a voce di tutti i posti dove è stato, e perché ne è venuto via; insomma, come ci ha vissuto.

ZIFFEL    Allora ci sarebbe da parlare della Francia. La patrie. Sono contento di non essere un francese. Quelli devono essere troppo patrioti per i miei gusti.

lunedì 25 aprile 2016

Dialoghi di profughi IX.* - Bertolt Brecht

*Da:   https://www.facebook.com/notes/maurizio-bosco/dialoghi-di-profughi-ix-bertolt-brecht/10151291297043348?pnref=story
Cos'è "Dialoghi di Profughi":    http://www.controappuntoblog.org/2013/10/18/quando-si-parla-di-umorismo-io-penso-sempre-al-filosofo-hegel-fluchtlingsgesprache-dialoghi-di-profughi-brecht-bertolt/ 




LA SVIZZERA, FAMOSA PER L’AMORE DELLA LIBERTA’ E IL FORMAGGIO. – EDUCAZIONE ESEMPLARE IN GERMANIA. – GLI  AMERICANI.



ZIFFEL     La Svizzera è un paese famoso perché vi si può essere liberi. A patto però di essere turisti.

KALLE     Io ci sono stato e non mi ci sono sentito troppo libero.

ZIFFEL     Probabilmente non abitava in albergo. Bisogna stare in albergo. Da lì uno può andare dove vuole. Intorno alle più alte montagne, da cui si godono i panorami più belli, non ci sono steccati né niente. Si dice che in nessun posto ci si sente più liberi che in cima a una montagna.

KALLE     Ho sentito dire che gli stessi svizzeri non ci salgono mai, a meno che non siano guide, e allora non sono veramente liberi perché sono costretti a portare in giro i turisti.

ZIFFEL     Le guide hanno probabilmente meno sete di libertà degli altri svizzeri. Storicamente, la sete di libertà della Svizzera deriva dal fatto che il paese si trova in una posizione geografica sfavorevole. E’ circondato da potenze smaniose di conquiste. Di conseguenza gli svizzeri devono sempre stare sul chi vive. Se le cose stessero diversamente non avrebbero bisogno di sete di libertà. Non si è mai sentito parlare di sete di libertà presso gli esquimesi. La loro posizione geografica è più favorevole.

lunedì 9 maggio 2016

Dialoghi di profughi XI.* - Bertolt Brecht



LA DANIMARCA, OVVERO DELL’UMORISMO. – SULLA DIALETTICA HEGELIANA.


Il discorso cadde anche sulla Danimarca, dove sia Ziffel che Kalle erano stati per un po’di tempo, poiché si trovava sulla loro strada.

ZIFFEL    Laggiù hanno un senso dell’umorismo addirittura proverbiale.

KALLE    Ma non hanno ascensori, e lo dico per esperienza. I danesi sono gente cordiale e pacifica, e ci accolsero con grande ospitalità. Si ruppero la testa a pensare come potevano fare per rendersi utili, ma poi ci si dovette arrivare da noi. L’idea fu quella di trarre profitto dal fatto che nella case della capitale non ci sono ascensori, ed ecco che qui intervenimmo noi, poiché tutti quanti dicevano che non era mica dignitoso che noi si dovesse accettare l’elemosina invece di essere pagati per un lavoro. Quando scoprimmo che i secchi della spazzatura se li dovevano portar giù per le scale dall’ultimo piano, ci mettemmo a farlo noi: così era più dignitoso.

ZIFFEL    Sono tanto spiritosi. Si divertono ancora oggi a parlare di un certo loro ministro delle finanze, l’unico dal quale abbiano ricevuto qualcosa in cambio del loro denaro, e più precisamente una barzelletta. Un bel giorno si presenta da lui una commissione per controllare la casa, lui si alza con gran dignità e, battendo il pugno sulla scrivania, dice: «Signori, se loro insistono per il controllo, io non sono più il ministro delle finanze». Al che quelli se ne vanno e tornano dopo sei mesi, e allora vien fuori che il ministro aveva detto la pura verità. Lui l’han messo in prigione, ma venerano la sua memoria.

sabato 9 aprile 2016

Dialoghi di profughi VII.* - Bertolt Brecht



LE MEMORIE DI ZIFFEL, PARTE III. – DELL’ISTRUZIONE.


Ziffel stava tirando fuori di tasca alcune pagine delle sue memorie, quando Kalle gli rivolse in fretta una domanda.

KALLE     E’ forse stato un incidente particolare, che la indusse a tagliare la corda? Nelle sue memorie non dice niente. Vi è espressa soltanto una gran voglia di andarsene.

ZIFFEL     Non ne ho fatto parola, perché non può essere di interesse generale. Avevamo un assistente, all’istituto di fisica, che non distingueva un protone da un nucleo. Era convinto che il sistema democratico, infeudato agli ebrei, gli impedisse di emergere, e perciò si iscrisse al partito. Un giorno dovetti correggere un suo lavoro, e lui trovò che non m’inserivo nello spirito della rivoluzione nazionalsocialista e che l’odiavo perché era per il Comediavolosichiama. Questo bastava a rendere problematica la mia permanenza nel paese quando il Comediavolosichiama prese il potere. Io sono per natura incapace di abbandonarmi fiduciosamente ai grandi entusiasmi collettivi e non sono degno di essere guidato da capi energici. Nelle grandi epoche gente come me disturba l’armonia del quadro. Sentii parlare di certi campi dove si voleva proteggere dal’ira del popolo gente come me, ma non mi attiravano proprio per niente. Ora continuerò a leggere.

KALLE     Lei vuol dire che non si riteneva abbastanza preparato per quel paese?

ZIFFEL     Di gran lunga meno preparato per poter continuare a vivere da uomo in mezzo a tutto quel sudiciume. La chiamo pure debolezza, ma io non sono così umano da poter restare uomo alla vista di tanta disumanità

KALLE     Conoscevo una tale che era chimico e fabbricava gas velenosi. In privato era un pacifista e aveva tenuto conferenze alla gioventù pacifista contro la follia della guerra. Diventava molto violento nei suoi discorsi, tanto che dovevamo sempre ammonirlo a moderarsi nelle espressioni.

ZIFFEL     Perché lo lasciavate parlare?

domenica 22 maggio 2016

Dialoghi di profughi XII.* - Bertolt Brecht




LA SVEZIA, OVVERO L’AMORE DEL PROSSIMO. – UN CASO DI ASMA.


ZIFFEL     I nazisti dicono: L’utile collettivo viene prima dell’utile individuale. Questo è comunismo, e io lo dico alla mamma.

KALLE     Ecco che parla di nuovo in malafede solo perché vuol farmi vedere che va contro corrente. Quella frase significa soltanto che lo Stato viene prima dei sudditi, e lo Stato sono i nazisti e basta. Lo Stato rappresenta la collettività in quanto impone tasse a tutti, comanda di qua e di là, impedisce i rapporti reciproci e spinge alla guerra.

ZIFFEL     La sua è una esagerazione che mi piace. Senza esagerazione si potrebbe dire che quella frase stabilisce in effetti un’antitesi insuperabile tra l’utile del singolo e l’utile della collettività. E’ appunto questo che provoca il suo disprezzo. Anch’io direi che in un paese dove l’egoismo vien diffamato per principio, c’è qualcosa di marcio.

KALLE     In una democrazia come la conosciamo noi…

ZIFFEL     Non occorre che aggiunga come la conosciamo noi.

KALLE     Dunque in una democrazia si dice generalmente che si deve creare un equilibrio tra l’egoismo di quelli che hanno qualche cosa e quello di coloro che non hanno nulla. Questa è una palese assurdità. Rimproverare a un capitalista l’egoismo significa rimproverargli di essere un capitalista. I frutti ce li ha solo lui, perché è lui che sfrutta. Infatti gli operai non possono sfruttare il capitalista. La frase: L’utile collettivo viene prima dell’utile individuale dovrebbe suonare: Quando si tratta di sfruttamento, non è permesso che uno solo sfrutti un altro o tutti, ma tutti devono… e ora mi dica, per favore: sfruttare che cosa?

giovedì 14 aprile 2016

Dialoghi di profughi VIII.* - Bertolt Brecht

*Da:   https://www.facebook.com/notes/maurizio-bosco/dialoghi-di-profughi-viii-bertolt-brecht/10151263220568348?pnref=story



DEL CONCETTO DI BONTA’. – LE ATROCITA’ TEDESCHE. – IL PENSIERO DI CONFUCIO SUI PROLETARI. – SULLA SERIETA’. 




KALLE    La parola «buono» ha un brutto suono.

ZIFFEL    Gli americani per dire «buon uomo», usano il termine sucker, pronunciato «saggher», e possibilmente sputato fuori da un angolo della bocca. Vuol dire uno che è sempre fregato, un sempliciotto, la vittima ideale per un imbroglione affamato.

KALLE    Basta pensare a un «buon garzone panettiere», a braccetto con un «allegro operaio metallurgico»,, e allora ti casca la benda dagli occhi. I buoni, in larga scala, sono soltanto quelli che non fanno parte della cosiddetta gente perbene. Gli operai tessili ci vestono, i braccianti ci nutrono, i muratori e i metallurgici ci fanno le case, i birrai ci dissetano, i tipografi ci istruiscono, e tutti per un compenso notoriamente misero: un disinteresse simile non lo conosce nemmeno il Sermone della Montagna.

ZIFFEL    Chi dice che sono buoni? Per essere tali, dovrebbero essere soddisfatti del loro misero compenso e contenti di renderci la vita comoda. Ma non lo sono.

KALLE    Non faccia lo sciocco. Mi basta solo chiederle: gli consiglierebbe, in coscienza, di accontentarsi del misero salario che pigliano?

ZIFFEL    No.

martedì 22 marzo 2016

Dialoghi di profughi V* - Bertolt Brecht



LE MEMORIE DI ZIFFEL, PARTE II. – VITA DIFFICILE DEI GRANDI UOMINI. – SE IL COMEDIAVOLOSICHIAMA POSSEGGA UN PATRIMONIO.


Quando Ziffel e Kalle si incontrarono di nuovo, Ziffel aveva pronto un altro capitolo delle sue memorie.


ZIFFEL     (Legge)  «Io sono fisico di professione. Un ramo della fisica, la meccanica, ha grande importanza nella vita moderna; eppure personalmente ho poco a che fare con i macchinari. Anche quelli tra i miei colleghi che danno qualche suggerimento agli ingegneri per la costruzione degli Stukas, e questi stessi ingegneri, lavorano circa tanto pacificamente e lontano dal mondo quanto, per esempio, un alto funzionario delle ferrovie.
«Circa dieci anni della mia vita li trascorsi in un istituto sito in una zona tranquilla e ricca di giardini. Mangiavo in un ristorante lì vicino. Una donna a ore mi teneva in ordine l’appartamento. Le mie amicizie erano tra colleghi. 
«Vivevo la vita tranquilla di un animale intellettuale. Come ho già detto, avevo frequentato una scuola decente, e in più godevo di certi privilegi, forse non grandi, ma pur sempre tali da fare una bella differenza. Essendo di «buona famiglia», ricevetti, grazie ai notevoli sacrifici finanziari dei miei genitori, un’educazione che mi procurò una vita ben diversa da quella che conducevano intorno a me milioni di poveri diavoli. Ero incontestabilmente un «signore», e come tale potevo fare pasti caldi varie volte al giorno, fumare, andare a teatro la sera e fare bagni a volontà. Le mie scarpe erano leggere; i miei pantaloni non erano sacchi di farina. Ero in grado di apprezzare un quadro, e un brano di musica non mi metteva in imbarazzo. Se mi soffermavo a parlare del tempo con la donna delle pulizie, questo era considerato prova di spirito umanitario. 
«I tempi erano relativamente tranquilli. Il governo della Repubblica non era né buono, né cattivo, e quindi in complesso piuttosto buono, dato che si occupava soltanto delle sue proprie faccende, come assegnazione di posti ecc., e lasciava più o meno in pace la gente, che aveva a che fare con esso solo indirettamente e che costituiva il popolo. In ogni modo, con le mie naturali disposizioni, quali che fossero, riuscivo più o meno a cavarmela. Naturalmente, per essere esatti,  nella mia professione e nella situazione generale non andava proprio tutto liscio. Ogni tanto qualche indispensabile cattiveria, o verso una donna,  o verso qualche collega; ogni tanto qualche debolezza; ma in fondo nulla che io non potessi facilmente superare, come ogni altro mio pari. Purtroppo, però, la Repubblica aveva i giorni contati.
«Non ho né l’intenzione né la capacità di tracciare un quadro dell’improvviso e pauroso aumento della disoccupazione e del generale impoverimento, né tanto meno di indicare quali fossero le forze che erano qui all’opera. Il lato più inquietante di questa minacciosa situazione era proprio che non si riusciva a scoprire da nessuna parte le cause di tale repentino peggioramento. 

lunedì 20 agosto 2018

Bertolt Brecht - Rossana Rossanda

Da: il Manifesto 05/08/2006 - http://www.sitocomunista.it - Rossana_Rossanda è una giornalista, scrittrice e traduttrice italiana, dirigente del PCI negli anni cinquanta e sessanta e cofondatrice de il manifesto, giornale con cui ha collaborato fino a novembre 2012.
Vedi anche: https://ilcomunista23.blogspot.com/2016/02/dialoghi-di-profughi-bertolt-brecht.html


Ho incontrato Brecht a Milano nel 1956 alla prova generale dell'Opera da tre soldi messa in scena da Giorgio Strehler con scandalo della borghesia milanese e dibattiti roventi al consiglio comunale. La censura era ancora in vigore e tale sarebbe rimasta fino a tutto il 1963. Il Piccolo Teatro, che aveva avuto il via della Presidenza del Consiglio, era in fibrillazione.

Brecht non veniva a sovrintendere, veniva e vedere. Grigio e composto nella giacca alla Mao, gli occhi acuti dietro alle lenti rotonde, frangetta sulla fronte sguarnita, era divertito della interpretazione di Strehler, tanto più colorita di quella sua, tutta percorsa da brividi, che avrei trovato qualche anno dopo a Berlino. Il testo, diceva, ha da essere usato come più conveniva per provocare nello spettatore quella reazione che impediva il consumo gastronomico dell'azione in scena, e ogni identificazione con il personaggio - il teatro era teatro, non doveva essere realistico, doveva estraniare.

E quella sera era straniato lui, contento che funzionasse una certa cagnara all'italiana, gli piacquero il Mackie Messer di Tino Carraro e Milly ripescata da Strehler e Grassi nel cabaret. Non sapeva gran che dell'Italia e ascoltava con qualche distanza l'estroversa loquela di Paolo Grassi. Aveva in mente di andare la mattina dopo ad Arcetri per vedere il luogo di Galileo, credeva fosse a due passi e lo dovetti disilludere. Doveva essere ricevuto dal sindaco a mezzogiorno, ma se ricordo bene non fece nessuna conferenza stampa, incontrò questo o quello, era cortese, sempre in giacca e tenendosi il berretto, voce quieta e pochi gesti - così anche dirigeva gli attori: pareva un insegnante di mezza età. Un poco diffidente e curioso. Non sembrava ammalato ma il cuore lo aveva tormentato fin dalla nascita. Sarebbe morto pochi mesi dopo, il 14 agosto, e nel 1960 sarei inciampata sulla sua tomba, due rocce davanti a un muretto nel cimitero delle Dorotee.

Lo accompagnai per due giorni, ma fra il suo riserbo e il mio tedesco, non si può dire che avessimo un vero dialogo. Ero intimidita. Fra Torino e Milano leggevamo tutto il suo teatro che Gerardo Guerrieri pubblicava per Einaudi traduzioni splendide -; alla Casa della Cultura, con la scusa che era un club privato, lo facemmo dire da Enrico Rame, fratello di Franca. Conoscevamo le poesie grazie a Fertonani ,e Fortini ci intratteneva sul Me-ti e Le storie da calendario. Eravamo alla vigilia del diluvio - rapporto segreto di Krusciov, rivoluzione ungherese, i carri sovietici a Budapest - e quando venne giù mi parve una benevolenza degli dei che Brecht fosse morto un mese prima.

domenica 13 gennaio 2019

Ninna Nanna - Bertolt Brecht (1932)


Da: “Bertolt Brecht. Poesie politiche”, a cura di Enrico Ganni, Einaudi 2006 (2014) - 
Versi di Bertolt Brecht. Musica di Hanns Eisler In “Historische Recordings 1931-1933”
https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?lang=it&id=49123 
https://www.facebook.com/notes/244950772197993/ 


Ninna Nanna 

Quando ti portavo in seno 

eran tempi duri, lo sai bene,

“questo piccolo, mi dicevo sempre,

verrà al mondo in un mondo di pene” 

e ho giurato di fare di tutto

perchè almeno tu sapessi cosa fare,

perchè il mondo che ti accoglie così male,

tu lo possa almeno un po’ migliorare.

E vedevo montagne di carbone,

ben difese dalla polizia,

“quando avrà freddo mio figlio, mi dicevo,

penserà lui a portarle via”.

E vedevo nelle vetrine il pane,

vedevo gli occhi di chi pane non ha,

“quando avrà fame mio figlio, mi dicevo,

a spaccare quei vetri penserà”.

Quando ti portavo in seno,

mi dicevo “tra poco nascerai,

sarai bello giusto e forte

e nessuno fermarti potrà mai”.

Quando tu sei nato, i tuoi fratelli piangevano per la fame

e domandavano pane,

quando tu sei nato, non si avevano soldi per il gas

e sei venuto al mondo al buio,

quando ti aspettavo con tuo padre, ogni sera

parlavamo di te,

ma per il dottore soldi non ce n’erano

ci servivano per comprare il pane.

Quando ti abbiam fatto, proprio più non c’era

la speranza di trovare lavoro

e soltanto Marx e Lenin alla gente come noi

parlavano di un futuro.

O figlio, al mondo c’è gente che prepara,

per quando sarai grande, un bastone per te

perché tu sei di quelli nati per la catena

e per i quali al mondo altro posto non c’è.

Tu forse non sei il più bello e il più forte,

per te non ho soldi e non voglio preghiere,

ma tu sei mio figlio e non dovrai sprecare

il poco tempo che ti è dato sulla terra.

Di notte sento le tu manine strette a pugno accanto a me

e penso allora che qualcuno già

sta preparando l’arma destinata a te.

La tua mamma non ti ha mai detto

che sei il più forte, che sei il più bello,

ma neppure ti ha messo al mondo

perché tu sia fatto carne da macello.

Ricorda, figlio, che solo coi tuoi simili

i prepotenti vincere potrai.

E tu ed io e tutti quelli come noi

devono lottare.

Perché in questo mondo, in cui vivrai anche tu,

sfruttati e sfruttatori non ce ne siano più! 


lunedì 29 febbraio 2016

Dialoghi di profughi III* - Bertolt Brecht

Da:    https://www.facebook.com/notes/maurizio-bosco/dialoghi-di-profughi-iii-bertolt-brecht/10151248291278348?pnref=story
Cos'è "Dialoghi di Profughi":    http://www.controappuntoblog.org/2013/10/18/quando-si-parla-di-umorismo-io-penso-sempre-al-filosofo-hegel-fluchtlingsgesprache-dialoghi-di-profughi-brecht-bertolt/


DELL’ESSERE INUMANO. – MODESTE ESIGENZE. - DELLA SCUOLA. – HERRNREITTER.


Ziffel andava quasi ogni giorno al ristorante della stazione, perché nel vasto locale c’era un piccolo chiosco di tabacchi, e ogni tanto, a periodi irregolari, compariva una ragazza, con un paio di scatole sotto il braccio, apriva e poi per dieci minuti vendeva sigari e sigarette. Ziffel aveva già in tasca un capitolo delle sue memorie e spiava l’arrivo di Kalle. Poiché questi per una settimana non venne, Ziffel già cominciava a pensare di avere scritto quel capitolo inutilmente, e abbandonò il lavoro. A H. non conosceva nessuno, tranne Kalle, che parlasse tedesco. Ma al decimo o undicesimo giorno Kalle ricomparve e non mostrò alcun segno particolare di spavento quando Ziffel tirò fuori il suo manoscritto.


ZIFFEL          Incomincio con una introduzione nella quale faccio presente, in tono dimesso, che le opinioni ch’io intendo esporre erano ancora, almeno fino a poco tempo fa, le opinioni di milioni di uomini, sicché è impossibile che siano proprio del tutto prive di interesse. Salto l’introduzione, e anche un altro pezzetto, e passo subito all’analisi dell’educazione di cui ho goduto. Questa analisi, infatti, mi sembra assai istruttiva, e qua e là veramente eccellente. Si chini un po’ verso di me, in modo da non essere disturbato dal baccano che c’è qui. (Legge) “So che la bontà delle nostre scuole viene spesso messa in dubbio. Il mirabile principio su cui si fondano non viene riconosciuto o apprezzato. Esso consiste nell’introdurre immediatamente il giovane, in tenerissima età, nel mondo così com’è. Senza tanti preamboli, senza fargli molti discorsi, viene gettato in un sudicio stagno: nuota o ingoia fango!

venerdì 11 marzo 2016

Dialoghi di profughi IV* - Bertolt Brecht


IL MONUMENTO AL GRANDE POETA KIVI. – I POVERACCI VENGONO EDIFICATI ALLA VIRTU’. – PORNOGRAFIA.

In una bella giornata Ziffel e Kalle fecero un po’ di strada insieme, conversando. Attraversarono la piazza della stazione e si fermarono dinanzi a un gran monumento di pietra che rappresentava un uomo seduto.

ZIFFEL         Questo è Kivi, di cui tutti dicono che bisognerebbe leggere qualcosa.

KALLE          Deve essere stato un buon poeta, però è morto di fame. Il poetare non gli ha fatto bene alla salute.

ZIFFEL         Ho sentito dire che qui fa parte dei costumi del paese che i migliori poeti muoiano di fame. C’è tuttavia qualche eccezione, visto che alcuni si dice siano morti alcolizzati.

KALLE          Vorrei sapere perché l’hanno messo lì a sedere davanti alla stazione.

ZIFFEL         Probabilmente come esempio ammonitore. Loro ottengono tutto con le minacce. Lo scultore ha il senso dell’umorismo: gli ha dato infatti uno sguardo trasognato, come se stesse sognando una crosta di pane a sua piena disposizione.

KALLE          Però ci sono anche artisti che hanno detto al pubblico quel che ne pensavano.

ZIFFEL         Si, ma per lo più in forma poetica, o comunque poco chiara. Questo mi fa ricordare la storiella, che ho letto una volta da qualche parte, dell’uomo nell’altra stanza. Una donna, dunque, aveva una relazione con un tizio che chiameremo Y e che in fondo disprezzava, e un altro uomo – chiamiamolo X – era venuto a saperlo. Ora, poiché ci teneva alla stima di costui, arrangiò le cose in  modo tale che, una volta che era a letto con Y, l’altro si trovasse nella stanza accanto e potesse sentir bene tutto. Il suo piano era basato sul fatto che X udiva, ma non vedeva. Y era ormai un po’ freddo con lei, sicché bisognava che lei lo eccitasse. Per esempio quella si aggiusta il reggicalze, e Y vede benissimo, e nello stesso tempo gli dice qualcosa di sprezzante, e X sente benissimo. E così va avanti. Gli si butta addosso, e intanto geme «giù le mani!»; gli mostra il didietro, e rantola «non mi lascio violentare», si mette prona, puntellando il corpo con le ginocchia, e grida «porco!»: e Y vede, e X sente, e la dignità della donna è salva. Un caso simile era quello di un poeta che declamava in un cabaret, e prima andava sempre in cortile a insudiciarsi le scarpe, perché il pubblico vedesse che per la sua bella faccia non si puliva nemmeno le scarpe.

sabato 15 marzo 2025

A chi esita - Bertolt Brecht

Da: Bertolt BrechtPoesie (Einaudi, 2014), a cura di G. D. Bonino. - 

Dici:

per noi va male. Il buio
cresce. Le forze scemano.
Dopo che si è lavorato tanti anni
noi siamo ora in una condizione
più difficile di quando
si era appena cominciato.

E il nemico ci sta innanzi
più potente che mai.
Sembra gli siano cresciute le forze. Ha preso
una apparenza invincibile.
E noi abbiamo commesso degli errori,
non si può negarlo.
Siamo sempre di meno. Le nostre
parole d’ordine sono confuse. Una parte
delle nostre parole
le ha stravolte il nemico fino a renderle
irriconoscibili.

Che cosa è errato ora, falso, di quel che abbiamo detto?
Qualcosa o tutto? Su chi
contiamo ancora? Siamo dei sopravvissuti, respinti
via dalla corrente? Resteremo indietro, senza
comprendere più nessuno e da nessuno compresi?

O contare sulla buona sorte?

Questo tu chiedi. Non aspettarti
nessuna risposta
oltre la tua. 


sabato 9 maggio 2026

Dello Stato - Bertolt Brecht

 Da: Maurizio Bosco - Bertolt BrechtMe-ti Libro delle svolte - 


Me-ti diceva: 
Al tempo di Mi-en-leh e di Ni-en l’opposto dello Stato dei padroni delle fucine non era l’assenza di Stato, bensì uno Stato dei fabbri. Al posto dell’oppressione dei fabbri subentrò non l’assenza dell’oppressione, ma l’oppressione dei padroni delle fucine. E siccome nessuno è libero là dove qualcuno è oppresso, anche i fabbri non erano ancora completamente liberi.

Saltavano sempre fuori certuni che avevano stretti legami con lo Stato a sostenere che non vi era più oppressione. Venivano sempre confutati, non soltanto da coloro che odiavano lo Stato in ogni forma, ma altresì da coloro che comprendevano la necessità dello Stato dei fabbri per distruggere e sostituire lo Stato dei padroni delle fucine. Saltavano sempre fuori certuni che attaccavano lo Stato anche se opprimeva i padroni delle fucine, ma nessuno sapeva proporre una forma di organizzazione della produzione che non assomigliasse a uno Stato.

Me-ti rideva di coloro che anche per questo stadio sostenevano che il singolo fosse libero o addirittura più libero che mai. Diceva: Sia che si dica che è meglio non essere liberi in un buon paese che esserlo in uno cattivo, sia che si dica che prima si era liberi di fare ciò che danneggiava i più, ora si è liberi di fare ciò che giova ai più; qualsiasi cosa si dica, non si può dire che si è liberi. È questa l’epoca in cui le grandi collettività dei produttori ricevono la loro forma legale.

Allora il compito dell’individuo è quello di inserirsi per prima cosa nella collettività. Solo più tardi potrà essere utile tornare a separarsene. Certo, anche l’inserimento non deve ora cancellare l’individuo, né la separazione dovrà poi spezzare la collettività.

L’individuo è messo alle strette da ogni parte, deve dappertutto cedere, mollare, rinunciare. Libere sono diventate le collettività, che adesso si possono muovere.

Me-ti odiava i funzionari. Ma ammetteva di non poter scorgere altra via per liberarsene dal trasformare tutti in funzionari.

Gli individui, diceva Me-ti pensosamente, avevano prima alcunché di prezioso, cioè erano come erano perché gli altri ne pagavano il prezzo. Se così erano piatti assai pregiati, d’altra parte avevano il loro prezzo. Il cibo ha il suo prezzo, questo però significa anche che essi furono divorati.