sabato 9 maggio 2026

LA STORIA, CHE NON SAPEVA DI ESSERE FINITA - 1. - 2. - 3.

Da: https://ilchimicoscettico.blogspot.com - https://sinistrainrete.info (1-2) - 



1999. - Il millennium bug.

"Il partito" che nella sua incarnazione DS incassò un eclatante 17% alle europee, prologo al risultato delle regionali del 2000 che avrebbero provocato le dimissioni di Massimo D'Alema.

In Irlanda del Nord gli Unionisti facevano campagna con la faccia di Ian Paisley sui cartelloni e la pacificazione era ancora fuori dalla vista.

Io ero un giovane senior process chemist abbastanza soddisfatto del proprio stipendio. Mi ritrovai imbucato a una festa in villa, dove un'amica aveva insediato la celebrazione del proprio compleanno a lato della festa di fine campagna elettorale del padre, notabile locale del partito. Ottimo buffet, vino buono e abbondante.Il partito appoggiava la candidatura a sindaco di X - ex DC uscito non troppo indenne da Mani Pulite, storicamente culo e camicia con i socialisti craxiani che avevano usato il comune un po' a loro piacimento. Alla fine del suo discorso di circostanza, dal gruppo della mia amica qualcuno levò alta una domanda: "Perché X???".
Il candidato sorrise senza rispondere.
La risposta corale fu un "Boooooh!".

Verso le due di notte mi ritrovai a un tavolino con vecchie conoscenze, tutte attive nella politica locale fino a qualche anno prima, tutte silurate dall'inizio del nuovo corso dalemiano. Chiacchiere amare, vino ottimo carburante. "Ti ricordi Tizio?" Me ne ricordavo bene - scarse doti, talento innato nel seguire la corrente e nel farsi piacere da chi di dovere. "L'hanno messo a dirigere un'agenzia regionale."
Uno di loro era ancora presidente di un circolo ARCI. "All'ultimo congresso il primo intervento è stato di un socio di una cooperativa. Ha chiesto un giro di vite contro l'obbligo di associazione alle cooperative finalizzato agli straordinari non pagati ai soci lavoratori. Sai che risposta ha avuto? Silenzio di tomba."

Le ragioni del 17% erano solide ed evidentissime. Ma era conveniente parlare d'altro, se si parlava ad alta voce o in pubblico.

Del resto tutti noi ci stavamo muovendo in quella che Fukuyama aveva definito "la fine della storia". Ma nessuno aveva informato la Storia riguardo alla sua fine, e quindi la Storia andava avanti come niente fosse.

The End of History and the Last Man di Fukuyama è del 1992 - un anno significativo. In Italia quello stesso anno convergevano il trattato di Maastricht, Tangentopoli, la nascita del PDS dalle ceneri del PCI, e quell'accordo sul costo del lavoro che bloccò la scala mobile (noto anche come l'accordo vergogna), chiudendo di fatto la stagione della contrattazione conflittuale e aprendo a una stagione trentennale di stagnazione salariale senza pari in Europa. 
Quel che era successo era stato il crollo del muro di Berlino nell'89 e a stretto giro fine dell'Unione Sovietica e del suo blocco, cioè secondo Fukuyama la fine di uno dei due poli che avevano determinato la dialettica storica globale della seconda metà del XX secolo. 
Nonostante Soros che architettò il venerdì nero della Lira (e fece lo stesso con la Sterlina), nonostante la riforma del Servizio Sanitario Nazionale di De Lorenzo, nonostante l'accordo vergogna, non fu il trionfo di una cospirazione. Vero, tutte quelle cose erano più o meno contentenute nel Piano di Rinascita Democratica della Loggia P2, ma non si trattò di cospirazione. Si trattò di geopolitica, di dialettica storica e di conflitto di classe, un conflitto perso dai lavoratori.

Fu il momento in cui certi vincoli strutturali divennero visibili perché non c'era più nessuno con la forza di negarli o di opporsi. Il muro di Berlino era caduto e il compromesso che teneva in piedi la democrazia italiana - tollerare il partito comunista più forte d'occidente, integrandolo nel sistema - non serviva più.

Quei vincoli strutturali avevano una storia. Il piano di rinascita democratica di Licio Gelli si limitava a fotografare le istanze politico-economiche proprie del nocciolo più duro dell'atlantismo italiano fin dagli anni '60. Erano le stesse istanze che avevano ispirato la strategia della tensione e il ruolo del vincolo esterno come limite strutturale alla democrazia reale. La P2 non fu la causa prima, fu il condensato di pulsioni ben definite in certe aree poitiche italiane e non, aree che usavano i nostalgici ventennio fascista e qualunque altra cosa potesse essere utile allo scopo. Nell'autunno caldo del 1969, al tavolo per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici, Donat Cattin disse ai sindacalisti: "O firmate questo contratto con noi o lo firmate con i colonnelli". Alludeva alla giunta militare di ispirazione fascista che aveva preso il potere in Grecia nel 1967 - all'epoca l'Italia fu l'unica democrazia del sud Europa occidentale, circondata da dittature militari: Franco in Spagna, Salazar in Portogallo, i Colonnelli in Grecia. 
Eppure nel decennio successivo, negli anni 70, ci furono lo Statuto dei Lavoratori e la creazione del Sistema Sanitario Nazionale. Nonostante gli anni di piombo, nonostante la strategia della tensione. Nonostante la lotta armata o proprio perché c'era la lotta armata c'era, ponendo una condizione al contorno che il sistema paese in un modo o nell'altro doveva disinnescare? 
La risposta non è semplice. Le prime BR, quelle di Curcio e Bonavita nascevano nelle fabbriche - erano la prosecuzione della dialettica sindacale con altri mezzi, non un corpo estraneo al conflitto di classe. E c'erano già state le prime stragi, soprattutto Piazza Fontana. Erano le declinazioni particolari non solo della lotta di classe italiana, ma di quel contesto molto più ampio, quel motore della storia di cui parlava Fukuyama. E in quella storia l'Italia aveva sì una sovranità limitata, ma una certa dose di welfare assicurava la sua tenuta nel blocco atlantico. Senza quella dose di conquiste sociali lo stesso concetto di eurocomunismo o di via italiana al socialismo sarebbe stato privo di senso - non c'era nulla da difendere e sviluppare per via parlamentare. La lotta armata invece non aveva bisogno di dimostrare nulla: si alimentava nel conflitto sociale esacerbato, le concessioni e il welfare le sottraevano terreno. Senza quella dose di conquiste sociali Berlinguer non avrebbe mai potuto sostenere che

Non appartenendo l’Italia al Patto di Varsavia, da questo punto di vista c’è l’assoluta certezza che possiamo procedere lungo la via italiana al socialismo senza alcun condizionamento. Ma questo non vuol dire che nel blocco occidentale non esistano problemi: tanto è vero che noi ci vediamo costretti a rivendicare all’interno del Patto Atlantico, patto che pur non mettiamo in discussione, il diritto dell’Italia di decidere in modo autonomo del proprio destino.

Si tratta di una famosa intervista rilasciata da Enrico Berlinguer a Giampaolo Pansa per il Corriere della Sera (pubblicata il 15 giugno 1976, pochi giorni prima delle elezioni politiche. E a stretto giro Berlinguer arrivava al conundrum:

Di là, all’Est, forse, vorrebbero che noi costruissimo il socialismo come piace a loro. Ma di qua, all’Ovest, alcuni non vorrebbero neppure lasciarci cominciare a farlo, anche nella libertà.

E dopo gli anni '70, gli anni di piombo, la strategia della tensione, gli anni dell'austerity perché le guerre mediorientali avevano fatto schizzare in alto il prezzo del carburante, quegli anni culminati nel rapimento di Moro, arrivarono gli '80 - e furono i tempi in cui la classe operaia s'era fatta la casa di proprietà, l'auto e le vacanze al mare ogni anno.

Il lavoro storico sugli anni 70 restò in larga parte specialistico, mai veramente interiorizzato nella memoria collettiva del paese, che in un modo o nell'altro rimase impegolata in un'opposizione antifascismo-fascismo progressivamente sempre più di facciata e in una diffusione di quello che negli anni '80 fu chiamato riflusso, il ritornare dal sociale e dal collettivo nel proprio privato. Poi arrivò l'89, il crollo del muro di Berlino e tutto il resto. Forse fu quello che permise l'unico serio tentativo di ricolocare gli anni '70 nella memoria collettiva del paese: La Notte della Repubblica, di Sergio Zavoli. Ironia del destino, andava in onda mentre la nuova situazione geopolitica consentiva l'azzeramento delle conquiste sociali ottenute tra anni '60 e anni '70. 
La retorica che accompagnò quel lungo smantellamento fu "abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità". Uno slogan perfetto, tanto moralistico quanto fumoso: chi erano i "noi"? Tutto il paese? La classe operaia? I dipendenti statali? Progressivamente i dettagli furono dispiegati e la risposta fu: tutti e tre, includendo i pensionati. E quindi si iniziò a parlare di costo del lavoro, crisi della produttività, insostenibilità della spesa pensionistica e di quella sanitaria.

Ritorniamo al 1999 e a quella serata. Quei vecchi amici che si erano ritrovati a scambiarsi aggiornamenti alle due di notte si congedarono con un brindisi "Al confinamento in Siberia della Fondazione Italiani-Europei, fino alla fine dei tempi!".

Alla fine del millennio mancavano circa sei mesi e la fine di quell'anno avrebbe visto manifestarsi i frutti di eventi a cui non avevamo fatto attenzione. Nel 1995 non avevamo prestato particolare attenzione alla nascita del WTO. Nel novembre del '99 non facemmo caso all'approvazione clintoniana del Gramm-Leach-Bliley act.

Ma il 30 novembre 1999 arrivarono su tutti i telegiornali le immagini degli scontri a Seattle tra manifestanti contro il WTO e la polizia. 
Il millennium bug non si materializzò. Ma le conseguenze di quegli altri eventi condizionarono tutto quello che sarebbe successo all'inizio del nuovo millennio. 



Inizio del nuovo millennio. Le proteste contro la globalizzazione arrivarono anche in Italia, con un ritardo di un anno. A Napoli, nel marzo 2001, furono contro il Global Forum dell'OCSE. Al governo c'era Giuliano Amato, sostenuto da una maggioranza di centro sinistra (l'Ulivo, al tempo). Ci furono scontri e pestaggi in caserma, e in fin dei conti fu una sorta di prova generale. In maggio ci furono le elezioni e ne uscì una maggioranza di destra con Berlusconi al governo. Quando la protesta arrivò a Genova, tra il 19 e il 22 luglio 2001, in occasione di un G8, ci arrivò nelle peggiori condizioni al contorno immaginabili, con Gianfranco Fini al Ministero degli Interni. Andò a finire con un morto e con la "macelleria messicana" alla Scuola Diaz.

Eppure il meccanismo della globalizzazione che quel movimento contestava si stava dispiegando e le sue conseguenze in Europa e in USA non tardarono a materializzarsi. A dicembre 2001 la Cina fu fatta entrare nel WTO. In capo a 4-5 anni le esportazioni cinesi di abbigliamento, acciaio, chimica di base, principi attivi farmaceutici generici etc mandarono in crisi l'industria occidentale e quella italiana in particolare. Crisi dei subprime e crisi dei debiti sovrani fecero il resto: 

Andamento della produzione industriale italiana (Grafico su dati ISTAT). L'indice è definito qui.
(una nota: quei tuffi verso il basso dell'indice significano vite devastate)

Dal grafico si vede chiaramente l'effetto della crisi dei subprime, ma si vede altrettanto quello del governo "di salvezza nazionale" presieduto da Monti tra 2010 e 2011 (se questo è il ritratto di un salvataggio, meglio non essere salvati). Nel 2017 invece ci fu di fatto la fine del quantitative easing della BCE. 
Nel nuovo millennio, a globalizzazione agevolata, il meccanismo della giustificazione mediatica del disastro si raffina. I servizi giornalistici documentavano le delocalizzazioni italiane a Timisoara come un grande successo - Europa, post-comunismo che si integra, operai rumeni che imparano a fare le scarpe come storia di sviluppo condiviso. Quelle in Tunisia e in Egitto, tessile e scarpe, erano la stessa identica operazione economica ma con una narrativa incompatibile: lì non c'era il frame europeo a redimere lo smantellamento industriale, c'era solo il costo del lavoro e il silenzio. Dal 2005 in poi Alberto Forchielli era in TV ogni tre per due a vendere Cina in tutte le salse — l'intellettuale organico della delocalizzazione presentato come analista neutro, con quel tono da uomo del mondo leggermente insofferente verso i provinciali che non comprendevano la realtà. Non mentiva sui fatti cines, ma costruiva un frame in cui certi fatti erano visibili e altri no (oggi Forchielli è diventato anticinese, nessun problema).

Nel 2006 La stella che non c'è di Amelio aggiungeva una prospettiva "viaggio in Cina" al romanzo a cui si ispirava, La dismissione di Ermanno Rea. Il film era una estetizzata e disfattista elegia sull'inutilità del "saper fare" italiano, visto che nella sceneggiatura l'inestimabile "centralina di controllo", una volta consegnata all'azienda a cui l'altoforno è stato venduto, viene scaricata dai cinesi nel ferraccio. Bella pellicola, quella di Amelio. Bella e concettualmente inaccettabile. Il libro di Rea a cui si ispira è una storia operaista e la storia di una lotta, persa. Amelio invece giustifica la perdita e sentenzia: "Il tuo saper fare, quello che sei e quello che ti definisce, nel nuovo mondo non vale niente". E questo, in una prospettiva politica, è inaccettabile - e pure falso. Era dire: le mappe della realtà disegnate dal capitale, anche se fallimentari nel medio termine, prevalgono comunque, è inutile lottare. Ma quel preciso punto, non nella versione "non vali niente" ma in quella "costi troppo", è esattamente quello che ha tagliato le gambe alle lotte sindacali italiane, quello che ha espropriato la classe lavoratrice occidentale dell'unica leva in suo possesso, il valore del suo lavoro. Ed è stato ripetutamente declinato nella versione: o accettate questi tagli/riduzioni/etc o delocalizziamo, fermo restando che a tagli accettati poi magari si delocalizzava comunque.

Ma Amelio era solo una delle voci di quegli anni e almeno non era una voce becera. In Italia l'inflazione di voci becere e diffuse che si sgolano per giustificare l'esistente era già una costante. 
Sempre a metà del primo decennio del XXI secolo Colin Crouch pubblicava Post-Democracy (2004). La tesi di Crouch era semplice e a ben vedere quasi ovvia: le democrazie occidentali mantengono intatte le proprie forme - elezioni, parlamenti, libertà civili, stampa formalmente libera - ma il contenuto reale del processo decisionale si sposta altrove, verso élite economiche e tecnocratiche che operano in spazi sottratti al dibattito pubblico (ne ho scritto qui). 
Nello stesso periodo Warren Buffet dichiarò, in un'intervista a Ben Stein per il New York Times:

C’è una lotta di classe, è vero, ma è la mia classe, la classe ricca, che sta facendo la guerra, e stiamo vincendo.

Più o meno contemporaneamente nasceva Facebook.

Il primo decennio del XXI secolo si concluse con i disastri della crisi dei subprime e quella dei debiti sovrani europei. Per essere finita, la Storia si stava dando parecchio da fare. 


Il secondo decennio del XXI secolo in Italia è stato determinato dalle conseguenze del 2010. E a questo riguardo i dati sull'emigrazione degli italiani forniscono un segnale inequivocabile.

Emigrazione degli italiani 2001-2019, flussi annuali (Grafico su dai ISTAT e AIRE)

Il grafico ci dice che se il "made in Italy" nel nuovo millennio è stato in grave difficoltà, buona parte dei lavoratori formati in Italia - e non si parla solo di high skilled workers - non ha faticato a ricollocarsi in economie diverse da quella italiana (principalmente nord Europa e USA). Oggi come oggi questa popolazione di residenti all'estero è di circa sei milioni di individui: un decimo dei cittadini italiani vive e lavora lontano dallo stivale.

La tesi della Stella che non c'è di Amelio (vedi seconda puntata) non stava in piedi, sarebbe stato più realistico seguire l'italianissimo manutentore senior protagonista non in Cina, ma in un complesso industriale tedesco nella valle della Saar. 
Ma oramai, convenzionalmente, il 2020, l'anno del COVID, segna anche l'inizio della fine del modello globalista. A detta di molti sarebbe dovuto durare in eterno: i benefici del processo erano così ovvi!

La competizione produsse crescita globale: tra il 1980 (il 1989, in realtà, NdCS) e il 2020-21, il PIL pro capite mondiale medio è più che raddoppiato, passando da 7.700 dollari (in dollari internazionali reali 2005, o PPP) al momento della caduta del Muro di Berlino a quasi 17.000 dollari al tempo del Covid. Questo corrisponde a un tasso di crescita annuo medio mondiale del 2,1% pro capite. (E questo nonostante l'aumento della popolazione mondiale da 4,4 miliardi nel 1980 a 8 miliardi.) Più del raddoppio del reddito pro capite combinato con un quasi raddoppio della popolazione mondiale ha significato che la quantità totale di beni e servizi prodotti nel mondo è quadruplicata durante l'era della globalizzazione neoliberale. 
Ma questo tasso di crescita "anonimo", realizzato principalmente grazie agli elevati tassi di crescita dei paesi asiatici e in particolare della Cina, non ha giovato alla causa dei neoliberali sul piano interno, nei paesi ricchi. Ciò che era politicamente rilevante non era il tasso globale del due virgola cinque percento, ma il fatto che negli Stati Uniti e nella maggior parte dei ricchi paesi occidentali, la maggioranza della popolazione ha registrato tassi di crescita reali (corretti per l'inflazione) di circa l'uno percento annuo, mentre il reddito dei ricchi è cresciuto due o tre volte più velocemente.

(Global Inequality and More 3.0,) 

Per questo Buffet nel 2006 poteva cantare vittoria: la sua classe si era arricchita a ritmi mai visti prima. Ma era impossibile chiedere a un dipendente della Electrolux di Porcia o uno di Alcoa a Portovesme di bersi la favola della grande crescita condivisa, per fare solo due esempi tra tanti (troppi ne avrei in campo chimico-farmaceutico). Alcoa chiuse Portovesme nel 2012. Il secondo decennio del XXI secolo era appena cominciato.

Si è trattato del decennio in cui i social media sono cresciuti a dismisura: si stima che nel 2015 facebook in Italia fosse arrivata ad avere 30 milioni di utenti. 
Si è trattato del decennio delle "primavere arabe", finanziate dagli USA e finite in una serie di disastri, distruzione della Libia e guerra in Siria su tutti. 
Si è trattato del decennio in cui è iniziata la Seconda Guerra Fredda, formalmente con i fatti ucraini del 2014 e l'annessione della Crimea da parte della Russia. 
Si è trattato del decennio in cui in UK si è tenuto il referendum su Brexit e la Gran Bretagna è uscita dall'UE.

Si è trattato di un decennio di fatto conclusosi con la pandemia COVID-19. E per questo motivo ho considerato i dati solo fino al 2019: COVID, nella mia modesta opinione, per l'Italia ha costituito uno spartiacque. C'è un'Italia pre-COVID e una post-COVID. Se COVID ha condensato, nella politica e nella vita sociale italiana, tutte le aporie, le polarizzazioni e le distorsioni del decennio precedente, l'Italia post COVID ha semplicemente cristallizzato tutto questo.

la Storia, quindi, non è mai finita e, come abbiamo visto, neanche si è mai presa una pausa.

Ma per la maggioranza delle ultime due generazioni di italiani la Storia è finita nel punto in cui continuano ad arrivare i programmi scolastici, la Seconda Guerra Mondiale. Per una buona parte di italiani gli ultimi 80 anni sono un confuso, nebuloso presente, aperto alle interpretazioni più aberranti. Motivo per cui il 25 aprile si è tramutato dalla celebrazione istituzionale che era un tempo a "festività divisiva".

In questo modo Fukuyama, funzionale alla propaganda clintoniana e ai primi passi di un decennio monopolare a guida USA, uscito dalla porta rientra dalla finestra.

Lyotard pubblicò La condizione postmoderna nel 1978. Simulacri e simulazione di Baudrillard è del 1981. Perché è tra fine anni '70 e primi '80 che le grandi narrazioni che avevano modellato il secolo breve iniziarono a perdere visibilmente la loro presa sulle masse. Per questo a partire dai '90 sono stati i petits récits, a prendere il sopravvento tra cui quello sulla fine della Storia e quello sulle magnifiche sorti della globalizzazione.

Con la Storia l'eterno presente della medialità italiana ha un rapporto difficile, tanto da provocare non più semplici riletture ma attive riscritture. Nell'era delle post-verità non c'è bisogno di un orwelliano Ministero della Verità. Il sistema mediatico sovrascrive la storia in un processo entropico governato dalle necessità dell'emergenza di turno. E da COVID-19 il susseguirsi delle emergenze e delle narrative emergenziali è stato continuo: Ucraina, Medio Oriente, Iran. E chi non ha strumenti per leggere il 1992 come storia, o il 1969 come storia, percepisce tutto quello che viene dopo come attualità caotica senza contesto. Sul substrato già vuoto il ciclo delle notizie basta a sé stesso.

Michel Foucault direbbe che la questione non riguarda chi ricorda e chi dimentica, ma di chi ha il diritto di produrre discorso legittimo all'interno di una specifica configurazione del potere. Combinando Lyotard e Baudrillard si potrebbe sostenere che il discorso legittimo secondo il potere è la fonte primaria di uno schieramento di petits récits che sono anche mappe e simulacri, costruzioni autoreferenziali che hanno reciso il legame con ogni referente reale e si sostengono per produzione interna di senso.

Se si dovessero includere referenti reali le mappe dovrebbero includere il grafico incluso in questo post e quello incluso nella seconda puntata, i dati su 30 anni di stagnazione salariale e via dicendo. Ma le mappe servono esattamente per non includere tutto questo. E in Italia i valentuomini hanno sempre avuto il fiuto su quale sia il discorso legittimo secondo il potere, su quale sia la mappa da usare. E questa è una caratteristica della società italiana da quasi due secoli, se si deve dar retta ai versi di Giuseppe Giusti:
noi valentuomini
siam sempre ritti,
mangiando i frutti
del mal di tutti. 

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