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sabato 9 maggio 2026

Dello Stato - Bertolt Brecht

 Da: Maurizio Bosco - Bertolt BrechtMe-ti Libro delle svolte - 


Me-ti diceva: 
Al tempo di Mi-en-leh e di Ni-en l’opposto dello Stato dei padroni delle fucine non era l’assenza di Stato, bensì uno Stato dei fabbri. Al posto dell’oppressione dei fabbri subentrò non l’assenza dell’oppressione, ma l’oppressione dei padroni delle fucine. E siccome nessuno è libero là dove qualcuno è oppresso, anche i fabbri non erano ancora completamente liberi.

Saltavano sempre fuori certuni che avevano stretti legami con lo Stato a sostenere che non vi era più oppressione. Venivano sempre confutati, non soltanto da coloro che odiavano lo Stato in ogni forma, ma altresì da coloro che comprendevano la necessità dello Stato dei fabbri per distruggere e sostituire lo Stato dei padroni delle fucine. Saltavano sempre fuori certuni che attaccavano lo Stato anche se opprimeva i padroni delle fucine, ma nessuno sapeva proporre una forma di organizzazione della produzione che non assomigliasse a uno Stato.

Me-ti rideva di coloro che anche per questo stadio sostenevano che il singolo fosse libero o addirittura più libero che mai. Diceva: Sia che si dica che è meglio non essere liberi in un buon paese che esserlo in uno cattivo, sia che si dica che prima si era liberi di fare ciò che danneggiava i più, ora si è liberi di fare ciò che giova ai più; qualsiasi cosa si dica, non si può dire che si è liberi. È questa l’epoca in cui le grandi collettività dei produttori ricevono la loro forma legale.

Allora il compito dell’individuo è quello di inserirsi per prima cosa nella collettività. Solo più tardi potrà essere utile tornare a separarsene. Certo, anche l’inserimento non deve ora cancellare l’individuo, né la separazione dovrà poi spezzare la collettività.

L’individuo è messo alle strette da ogni parte, deve dappertutto cedere, mollare, rinunciare. Libere sono diventate le collettività, che adesso si possono muovere.

Me-ti odiava i funzionari. Ma ammetteva di non poter scorgere altra via per liberarsene dal trasformare tutti in funzionari.

Gli individui, diceva Me-ti pensosamente, avevano prima alcunché di prezioso, cioè erano come erano perché gli altri ne pagavano il prezzo. Se così erano piatti assai pregiati, d’altra parte avevano il loro prezzo. Il cibo ha il suo prezzo, questo però significa anche che essi furono divorati.

giovedì 19 marzo 2026

"A chi esita" - Bertolt Brecht

Da: https://internopoesia.com/tag/a-chi-esita - Poesie (Einaudi, 2014), a cura di G. D. Bonino. 

Dici:
per noi va male. Il buio
cresce. Le forze scemano.
Dopo che si è lavorato tanti anni
noi siamo ora in una condizione
più difficile di quando
si era appena cominciato. 

E il nemico ci sta innanzi
più potente che mai.
Sembra gli siano cresciute le forze. Ha preso
una apparenza invincibile.
E noi abbiamo commesso degli errori,
non si può negarlo.
Siamo sempre di meno. Le nostre
parole d’ordine sono confuse. Una parte
delle nostre parole
le ha stravolte il nemico fino a renderle
irriconoscibili. 

Che cosa è errato ora, falso, di quel che abbiamo detto?
Qualcosa o tutto? Su chi
contiamo ancora? Siamo dei sopravvissuti, respinti
via dalla corrente? Resteremo indietro, senza
comprendere più nessuno e da nessuno compresi?

O contare sulla buona sorte?

Questo tu chiedi. Non aspettarti
nessuna risposta
oltre la tua.

giovedì 21 agosto 2025

Marx incostituzionale - Nicolò Monti

 Da: https://www.facebook.com - Nicolò Monti - Nicolò Monti già segretario nazionale della Federazione Giovanile Comunista Italiana (FGCI). 


Sembrava una vittoria storica quella del “Forum serale Marxista per la politica e la cultura”, abbreviato Masch, nei confronti dell’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, ma le motivazioni della sentenza del Tribunale di Amburgo hanno spazzato via il già molto cauto ottimismo. L’8 Marzo scorso l’associazione, che aveva citato in giudizio lo Stato per essere stata classificata come associazione di “estrema sinistra”, togliendole lo status di organizzazione no profit, ha ottenuto la riabilitazione e il proprio status. In un clima così fortemente anticomunista, questa sembrava davvero una bella notizia per le associazioni e le organizzazioni marxiste tedesche. 

Come sappiamo però, ogni tribunale che emette una sentenza ne pubblica dopo un certo lasso di tempo le motivazioni per la quali è stata emessa. Il 6 Agosto sono arrivate e non suonano affatto come una vittoria politica, anzi. Per il Tribunale infatti l’unico motivo che ha portato a dar ragione a Marsch è stato che i membri non avevano un "atteggiamento attivo e combattivo" tale da essere pericoloso per la Costituzione. Insomma, per i giudici i militanti di Masch sono “poco attivi” per poter essere considerati una minaccia, per il momento. Oltre ciò, che già di suo farebbe sorridere se non fossero così maledettamente seri, le motivazioni arrivano al nocciolo della questione. 

Prima di fare la disamina delle stesse però è necessario spiegare cosa sia Masch. L’organizzazione nasce nel 1981 ad Amburgo affiliata al DKP, Partito Comunista Tedesco, che nell’allora Germania Ovest era messo al bando e vittima di persecuzioni. Lo scopo di Masch è la formazione marxista tramite conferenze, corsi e lezioni e riprende le caratteristiche delle scuole operaie nate nel 1925 in Germania. La loro importanza negli anni 20 e 30 era tale che tra insegnanti e partecipanti ai corsi vi si poteva leggere nomi del calibro di Bertolt Brecht. Oggi continua la sua opera di formazione politica e culturale marxista, ma con una ampia autonomia dal DKP. 

sabato 15 marzo 2025

A chi esita - Bertolt Brecht

Da: Bertolt BrechtPoesie (Einaudi, 2014), a cura di G. D. Bonino. - 

Dici:

per noi va male. Il buio
cresce. Le forze scemano.
Dopo che si è lavorato tanti anni
noi siamo ora in una condizione
più difficile di quando
si era appena cominciato.

E il nemico ci sta innanzi
più potente che mai.
Sembra gli siano cresciute le forze. Ha preso
una apparenza invincibile.
E noi abbiamo commesso degli errori,
non si può negarlo.
Siamo sempre di meno. Le nostre
parole d’ordine sono confuse. Una parte
delle nostre parole
le ha stravolte il nemico fino a renderle
irriconoscibili.

Che cosa è errato ora, falso, di quel che abbiamo detto?
Qualcosa o tutto? Su chi
contiamo ancora? Siamo dei sopravvissuti, respinti
via dalla corrente? Resteremo indietro, senza
comprendere più nessuno e da nessuno compresi?

O contare sulla buona sorte?

Questo tu chiedi. Non aspettarti
nessuna risposta
oltre la tua. 


giovedì 12 settembre 2024

Il nuovo irrazionalismo. Un saggio della Monthly Review - John Bellamy Foster

Da: contropiano.org - Fonte: Monthly Review, vol. 74, n. 9 (01.02.2023). Traduzione a cura della Redazione di https://antropocene.org

Iohn Bellamy Foster è direttore della Monthly Review. e docente di sociologia presso l’Università dell’Oregon.

Leggi anche: Cinque risposte su marxismo ed ecologia*- John Bellamy Foster 

Appunti su “la Distruzione della Ragione”, di György Lukács - 

A proposito della lukàcciana Distruzione della ragione. - Stefano Garroni 

Il capitale monopolistico di Baran e Sweezy e la teoria marxiana del valore - CLAUDIO NAPOLEONI - (Testo a cura di Riccardo Bellofiore 


A più di un secolo dall’inizio della Grande Crisi del 1914-1945, rappresentata dalla Prima Guerra Mondiale, dalla Grande Depressione e dalla Seconda Guerra Mondiale, stiamo assistendo a un’improvvisa recrudescenza della guerra e del fascismo in tutto il mondo.

L’economia mondiale capitalistica nel suo complesso è ora caratterizzata da una profonda stagnazione, dalla finanziarizzazione e da un’impennata delle disuguaglianze. Tutto questo è accompagnato dalla prospettiva di un omicidio planetario nella duplice forma dell’olocausto nucleare e della destabilizzazione climatica. In questo pericoloso contesto, la nozione stessa di ragione umana viene spesso messa in discussione. È quindi necessario affrontare ancora una volta la questione del rapporto dell’imperialismo o del capitalismo monopolistico con la distruzione della ragione e le sue conseguenze per le lotte di classe e antimperialiste contemporanee.

Nel 1953 György Lukács, la cui Storia e coscienza di classe del 1923 aveva ispirato la tradizione filosofica marxista occidentale, pubblicò la sua opera magistrale, La distruzione della ragione, sulla stretta relazione dell’irrazionalismo filosofico con il capitalismo, l’imperialismo e il fascismo.[1] 

L’opera di Lukács scatenò una tempesta di fuoco fra i teorici della sinistra occidentale che cercavano di adattarsi al nuovo imperium americano. Nel 1963, George Lichtheim, un sedicente socialista che operava all’interno della tradizione generale del marxismo occidentale, pur opponendosi virulentemente al marxismo sovietico scrisse un articolo per «Encounter Magazine», allora finanziata segretamente dalla Central Intelligence Agency (CIA), in cui attaccava con veemenza La distruzione della ragione e altre opere di Lukács.

venerdì 19 agosto 2022

sabato 15 gennaio 2022

È la contraddizione che muove il mondo - Vladimiro Giacché

Da: a/simmetrie - https://asimmetrie.org - Testo della lectio al convegno Euro, mercati, democrazia e… conformismo EMD 2020, svoltosi a Montesilvano (PE) nei giorni 17 e 18 ottobre 2020. - Vladimiro Giacché, è un filosofo e saggista italiano Si è occupato e si occupa principalmente di economia finanziaria e politica, storia dell'economia e della filosofia, con particolare riferimento all'idealismo tedesco e alla tradizione del marxismo. È Responsabile Studi e Marketing Strategico presso la Banca del Fucino (Gruppo Bancario Igea Banca)

Su Hegel politico. - Stefano Garroni -

Hegel e noi - Norberto Bobbio

Due paragrafi da Hegel*- Paolo Di Remigio 

Critica, capitale e totalità - Roberto Finelli

Vedi anche: " Hegel "- Vittorio Hosle 

"La fenomenologia dello spirito nel pensiero si Hegel" - Francesco Valentini (https://www.teche.rai.it/1990/06/la-fenomenologia-dello-spirito-nel-pensiero-hegel/


                                                                              


1. Una fine e un inizio

«La fine di qualcosa»: così il grande pianista canadese Glenn Gould, rivolgendosi al pubblico prima dell’inizio di uno dei suoi più straordinari concerti, definì la musica di Bach. Il pensiero di Hegel rappresenta l’ultimo grande tentativo sistematico della storia della filosofia, un’ambizione che già la generazione di filosofi successiva abbandonò. Da questo punto di vista la filosofia hegeliana è davvero anch’essa «la fine di qualcosa». Ma d’altra parte è innegabile che il pensiero di Hegel abbia esercitato un’enorme influenza sui filosofi successivi. Alcuni aspetti della sua filosofia hanno esercitato un potente influsso sulla storia – non soltanto del pensiero – sino ai giorni nostri.  La filosofia di Hegel è quindi sia una fine che un inizio. Per questo motivo, e per un motivo più importante: perché, come vedremo più avanti, nel suo pensiero la fedeltà alla tradizione filosofica, la continuità rispetto a essa, si unisce a un forte elemento di rottura, nientemeno che rispetto a un principio cardine della tradizione filosofica quale quello di identità.

Il pensiero di Hegel, al pari di quello di tutti i grandi pensatori, fa parte del patrimonio culturale dell’umanità. Allo stesso modo di un monumento storico, di un dipinto, di un brano musicale. In quanto tale, fa parte di una storia. Ma il suo significato non si esaurisce in essa, eccede ogni interpretazione – e proprio per questo è in grado di parlare a generazioni diverse, di divenire alimento di un nuovo pensiero. Il pensiero di Hegel fa parte anche di noi, perché è inserito nella tradizione culturale in cui noi stessi pensiamo. Talvolta ridotto a frammenti, a singoli concetti, a frasi isolate, ma comunque già presente in noi inconsapevolmente anche prima dell’inizio di ogni lavoro interpretativo. Del resto proprio Hegel, che pur negava che un singolo enunciato fosse in grado di esprimere una verità filosofica, aveva una spiccata capacità – sconosciuta ad altri filosofi – di condensare pensieri in brevi sentenze. Frasi come «Tutto ciò che è reale è razionale», «Il vero è il tutto», sono familiari anche a chi non abbia studiato approfonditamente il suo pensiero. Qui però ci soccorre un altro celebre detto hegeliano: «ciò che è noto, per ciò stesso non è conosciuto». Non possiamo dire di conoscere il significato di quegli enunciati se non siamo in grado di capire che cosa Hegel intendesse per «realtà», «razionalità», «verità» e «totalità». Anzi, proprio l’apparente familiarità con questi (e altri) concetti può essere fuorviante, non meno di quanto accada con certe parole straniere che hanno un suono simile alle nostre, ma un significato del tutto diverso. I traduttori chiamano queste parole «i falsi amici». Anche in filosofia dobbiamo guardarci dai «falsi amici».

Gli usi possibili di Hegel sono molti: nel suo pensiero si possono ricercare tanto l’istanza sistematica (ossia una lettura unitaria del mondo) quanto concetti utili per la comprensione della storia, tanto un’interpretazione delle scoperte scientifiche del suo tempo quanto una teoria dello Stato e della società. Ma una grande filosofia fa qualcosa di molto più importante di tutto questo: ridisegna il mondo, riconfigura il mondo, cambia il nostro modo di vederlo. Anche quando si parla degli strumenti per pensare che una filosofia ci pone a disposizione (quasi che si potesse usare il pensiero di un filosofo come si adopera un utensile), in fondo, se si parla seriamente, si parla di questo.

Su quali linee ridisegna il mondo Hegel? Quali sono le caratteristiche, i tratti caratterizzanti del suo pensiero?

martedì 27 ottobre 2020

mercoledì 23 settembre 2020

La politica della teoria - sulle Tesi di Rifondazione - Rossana Rossanda

Da: https://www.pane-rose.it (7 Febbraio 2002) (Uscito su "La rivista de Il manifesto" del 25 gennaio 2002)

Rossana Rossanda (Pola, 23 aprile 1924 – Roma, 20 settembre 2020) è stata una giornalista, scrittrice e traduttrice italiana, dirigente del PCI negli anni cinquanta e sessanta e cofondatrice de il manifesto. 


Ha ragione Bertinotti quando osserva che non si misura un partito sulla lettera di Marx. Ma Rifondazione dichiara una svolta, e la ricava anche dall'esaurimento di «molte categorie marxiste». Vale la pena di riflettervi; non per amore dell'ortodossia ma per intendere le priorità che ne derivano.

A me le Tesi appaiono anzitutto la vera reazione al voto del 13 maggio, quando Bertinotti fece sussultare mezza Italia dicendosi soddisfatto dei risultati, che pure consegnavano il paese a Berlusconi. Quel sollievo rivelava quanto Rc si fosse sentita in pericolo, dopo che la corsa al centro dei Ds aveva impedito un'alleanza elettorale decente. Ma il 'siamo vivi' non cancellava il fatto che Rc non era riuscita ad attrarre neanche due o tre punti dei molti che i Democratici di sinistra sono venuti perdendo. Quali che ne siano le responsabilità - umori ed errori sia di Rifondazione sia dei Ds - non c'è stata neanche una modesta tendenza del voto a rafforzare Rc, cosa che avrebbe forse modificato i termini del congresso Ds. Le Tesi di novembre ne derivano che una sinistra proveniente dalla tradizione comunista - nella cui continuità, rifondata quanto si vuole, quel partito si era presentato ed era recepito - era esaurita.

E proprio mentre fuori di essa si alzava in varie parti del mondo un vasto movimento contro gli effetti devastanti della globalizzazione.

Poco dopo il 13 maggio esso aveva dato a Genova una dimostrazione della sua ampiezza, e a fine estate la marcia della pace di Perugia aveva una dimensione senza pari in Europa. Esisteva dunque una sensibilità militante che non si formava più sotto la bandiera rossa, ma alla chiamata dei no-global e dei pacifisti. Insomma era fra i no- global che la politica riprendeva respiro. Non si doveva concludere che una fase storica era davvero chiusa e sentirsi interpellati da quei movimenti non come aggiunta ma come una cesura con i parametri e gli orizzonti del movimento operaio comunista? E cambiare rotta? Questa è la scelta delle Tesi.

Il documento preliminare dava ai no-global una valenza epocale: «è possibile che nel mondo si stiano determinando le condizioni per un nuovo inizio del processo rivoluzionario» sino «al superamento della società capitalistica». Nelle Tesi il giudizio è stato moderato. Ma si riconferma la natura rivoluzionaria di quel formarsi di diverse culture militanti su obiettivi alti, non più immediati e sulla porta di casa, bensì a dimensione mondiale; e capaci di darsi continuità, consolidare saperi, autogestirsi, andare in piazza, suscitare una grande eco mediatica, custodendo ciascuno un'autonomia (Attac, Commercio equo e solidale, Lilliput, Nigrizia, Confédération Paysanne, Sem Terra, una eco della radicalità degli anni '70 nei Social Forum, altri), e muoversi su obiettivi comuni. E infine, nelle riunioni di Porto Alegre, non solo sfidare il 'pensiero unico' ma tentare un altro mondo possibile.

Rifondazione li aveva sempre appoggiati. Ma ora le Tesi ne deducono che la coscienza rivoluzionaria non fa più centro sul 'lavoro', ma nasce da molteplici soggettività, delle quali quella operaia è una; e così supera la dicotomia fatale del movimento operaio comunista, fra la navigazione entro i limiti del sistema politico ed economico, e il perpetuo rinvio a un domani socialista. Rc ne deriva una riflessione su di sé come partito, che deve assumere i movimenti quale riferimento senza proporsi di diventarne la classica avanguardia, e a questo fine deve rinnovarsi, aprirsi, mutare metodo di decisione.

Questa ridefinizione del soggetto, anzi dei soggetti di rivoluzione, che non fa più asse sul lavoro - cioè sulla lotta al capitale come modo di produzione e ordinamento sociale - si distacca da Marx? Sì.

domenica 26 maggio 2019

Fare la propria parte e lasciare che la natura faccia la sua - Bertolt Brecht

Da: Bertolt Brecht, Me-ti - Libro delle svolte, Einaudi, Torino, 1979 - Traduzione di Cesare Cases - http://www.contraddizione.it - 



Nel paese di Tsen imperversava un’aspra lotta tra mol­ti gruppi l’un contro l’altro armati. Mi-en-leh si schierò dalla parte dei fabbri d’aratri, poiché credeva che solo co­storo potessero far progredire il paese. Da essi ci si poteva aspet­tare i massimi sforzi, e i loro sforzi massimamente giovavano a tutti gli altri uomini.

Egli diceva: Se sono soltanto i contadini a raddoppiare i loro sforzi, il raccolto sarà poco più grande. Se invece si forniscono aratri in numero sufficiente, si otterrà molto. Vi erano infatti a quel tempo due sorte di aratri. Gli uni era­no fatti di legno, secondo l’antico costume, gli altri in­vece, più moderni, di ferro, e li si fabbricava in grandi of­ficine che appartenevano a potenti signori. Ma di siffatti aratri di ferro ve n’erano relativamente pochi. Erano co­stosi e po­tevano essere vantaggiosamente utilizzati solo per grandi estensioni di terreno, e trainati da cavalli. In­vece i semplici aratri di legno potevano essere fabbricati e usati dai contadini stessi. Il suolo lo incidevano assai poco profondamen­te. Questi aratri venivano usati dai contadini poveri. I quali avevano per di più tanto poca terra che non bastava a dar loro il cibo di un campicello.

Spesso dovevano lavorare anche nei grandi poderi, contro mercede. Molti figli di contadini migravano nelle città e chiedevano lavoro nelle fucine dei fabbri e in altre offici­ne. Ma solo una parte di coloro che la campagna non nu­triva erano nutriti dalle città. Il commercio degli aratri era contenuto in ristretti limiti. In primo luogo il nume­ro dei gran­di poderi era piccolo, e in secondo luogo i pa­droni delle fucine dovevano tenere alti i prezzi degli ara­tri. Il loro gua­dagno essi non l’aumentavano aumentando le vendite di aratri, ma principalmente aumentando l’op­pressione degli operai. Per la continua fuga dalle cam­pagne dei figli dei contadini poveri gli operai delle fucine si trovavano sempre a buon mercato. Essi versavano in grande miseria.

Con l’aiuto di Mi-en-leh i fabbri di aratri cacciarono i padroni delle fucine e conquistarono il potere.

I contadini poveri avevano appoggiato i fabbri nell’e­spellere i padroni delle fucine, e ora i fabbri li aiutarono ad espellere i padroni della terra. I contadini poveri sud­divisero subito tra loro la terra così conquistata.

Prima di giungere al potere Mi-en-leh aveva insegnato che prima di tutto bisognava provvedere tutto il paese di aratri di ferro. E molti avevano inteso che volesse subito sopprimere interamente i piccoli poderi. Ma quando egli assunse il potere insieme ai fabbri di aratri, fece il contra­rio. Egli lasciò la terra ai contadini poveri, come le offici­ne agli operai, e più precisamente a ognuno tanta terra quanta poteva coltivarne con le proprie forze. In tal mo­do egli perfino aumentò il numero dei campicelli, che era­no troppo piccoli per gli aratri di ferro. Solo pochi grandi poderi li amministrò lui stesso insieme ai suoi scolari.

Il filosofo Sa biasimò fortemente Mi-en-leh, dicendo: Mi-en-leh è come tutti gli altri. Il potere indebolisce la me­moria. E aggiunse: Chi è arrivato alla mèta, dimentica molte cose.

Mi-enleh rispose: Io ho insegnato, ora essi imparano. Essi hanno ascoltato, ora fanno esperienza.

Mi-en-leh rise di tutti coloro che credevano che in un sol giorno si potesse por fine con dei decreti ad una mise­ria millenaria, e proseguì nel suo cammino.

Presto si delineò la seguente situazione. I fabbri d’ara­tri, dopo aver cacciato i loro oppressori, fabbricavano più aratri di ferro che potevano, senza chiedersi quale prezzo ne avrebbero ricavato. I padroni della terra erano stati parimenti cacciati e la loro terra l’amministrava ora lo stato, oppure gli innumerevoli piccoli contadini indipen­denti. Tra i contadini ve n’erano di quelli che di terra ne avevano quanto bastava, e avevano anche i cavalli per ti­rare gli aratri. Per loro non valeva la pena di comprare aratri di ferro, perché la loro terra era troppo poca. I con­tadini più poveri non avevano cavalli e soffrivano la fame. Essi dovevano rivolgersi di nuovo a quelli più bene­stanti e compiere lavoro a mercede o lavoro per ottenere in pre­stito i cavalli. Presto si trovarono ad essere assai malcon­tenti. Il loro odio si indirizzò verso i contadini benestanti

Mi-en-leh non fece nulla contro questo odio, anzi l’attizzò. I fabbri di aratri inviarono nei villaggi persone che fa­cevano propaganda per gli aratri di ferro. Essi consiglia­vano ai contadini poveri di riunirsi in gruppi più numero­si che potessero e di mettere insieme più terra che potes­sero, onde valesse la pena di usare un aratro di ferro. A colo­ro che li seguivano essi inviavano aratri di ferro a credito. Invece ai contadini benestanti non davano credi­to e in­viavano gli aratri solo dopo molto tempo. Diceva­no tranquillamente: Noi e i contadini poveri stiamo bene insieme, noi fabbri di aratri non possediamo neanche noi ognuno la sua propria morsa, ché in questo modo non si potrebbe­ro fabbricare aratri.

La parola d’ordine di Mi-en-leh fu: Voi volevate la terra per il grano; ora datela via per il grano! Il che vole­va di­re: Se voi darete via i vostri piccoli appezzamenti di terreno, avrete più grano. Questa era la verità.

Presto si formarono gigantesche fattorie, più grandi delle fattorie padronali che c’erano prima. Dopo qualche tempo anche i contadini più benestanti dovettero entrare a far parte di queste fattorie, perché non si trovarono più lavoratori a mercede e i loro campi davano poco grano, perché i vecchi aratri di legno incidevano troppo poco il terreno. Così Mi-en-leh aveva attuato il suo programma facendo la propria parte e lasciando che la natura facesse la sua.



domenica 13 gennaio 2019

Ninna Nanna - Bertolt Brecht (1932)


Da: “Bertolt Brecht. Poesie politiche”, a cura di Enrico Ganni, Einaudi 2006 (2014) - 
Versi di Bertolt Brecht. Musica di Hanns Eisler In “Historische Recordings 1931-1933”
https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?lang=it&id=49123 
https://www.facebook.com/notes/244950772197993/ 


Ninna Nanna 

Quando ti portavo in seno 

eran tempi duri, lo sai bene,

“questo piccolo, mi dicevo sempre,

verrà al mondo in un mondo di pene” 

e ho giurato di fare di tutto

perchè almeno tu sapessi cosa fare,

perchè il mondo che ti accoglie così male,

tu lo possa almeno un po’ migliorare.

E vedevo montagne di carbone,

ben difese dalla polizia,

“quando avrà freddo mio figlio, mi dicevo,

penserà lui a portarle via”.

E vedevo nelle vetrine il pane,

vedevo gli occhi di chi pane non ha,

“quando avrà fame mio figlio, mi dicevo,

a spaccare quei vetri penserà”.

Quando ti portavo in seno,

mi dicevo “tra poco nascerai,

sarai bello giusto e forte

e nessuno fermarti potrà mai”.

Quando tu sei nato, i tuoi fratelli piangevano per la fame

e domandavano pane,

quando tu sei nato, non si avevano soldi per il gas

e sei venuto al mondo al buio,

quando ti aspettavo con tuo padre, ogni sera

parlavamo di te,

ma per il dottore soldi non ce n’erano

ci servivano per comprare il pane.

Quando ti abbiam fatto, proprio più non c’era

la speranza di trovare lavoro

e soltanto Marx e Lenin alla gente come noi

parlavano di un futuro.

O figlio, al mondo c’è gente che prepara,

per quando sarai grande, un bastone per te

perché tu sei di quelli nati per la catena

e per i quali al mondo altro posto non c’è.

Tu forse non sei il più bello e il più forte,

per te non ho soldi e non voglio preghiere,

ma tu sei mio figlio e non dovrai sprecare

il poco tempo che ti è dato sulla terra.

Di notte sento le tu manine strette a pugno accanto a me

e penso allora che qualcuno già

sta preparando l’arma destinata a te.

La tua mamma non ti ha mai detto

che sei il più forte, che sei il più bello,

ma neppure ti ha messo al mondo

perché tu sia fatto carne da macello.

Ricorda, figlio, che solo coi tuoi simili

i prepotenti vincere potrai.

E tu ed io e tutti quelli come noi

devono lottare.

Perché in questo mondo, in cui vivrai anche tu,

sfruttati e sfruttatori non ce ne siano più! 


mercoledì 5 dicembre 2018

La parabola di Buddha sulla casa in fiamme - Bertolt Brecht

Da: Poesie di Svendborg - Das Gleichnis des Buddha vom brennenden Haus -
Bertolt Brecht, Poesie e canzoni, a cura di Ruth Leiser e Franco Fortini, Torino, Einaudi, 1971, pp. 87-88 - http://nozionicomuni.blogspot.com

Gotama, il Buddha, insegnava

la dottrina della Ruota dei Desideri, cui siamo legati e ammoniva 
di spogliarsi di ogni passione e così
senza brame entrare nel nulla che chiamava Nirvana.
Un giorno allora i suoi discepoli gli chiesero:
«Com’è questo Nulla, Maestro? Noi tutti vorremmo
liberarci da ogni passione, come ammonisci; ma spiegaci
se questo Nulla in cui noi entreremo
è qualcosa di simile a quella unità col creato
di quando si è immersi nell’acqua, al meriggio, col corpo leggero
quasi senza pensiero, pigri nell’acqua; o quando nel sonno si cade
sapendo appena di avvolgersi nella coperta
e subito affondando; se questo Nulla dunque
è così, lieto, un buon Nulla, o se invece quel tuo
Nulla è soltanto un nulla, vuoto, freddo, senza significato».
A lungo tacque il Buddha, poi disse con indifferenza:
«Non c’è, alla vostra domanda, nessuna risposta» 

Ma a sera, quando furono partiti,
sedette ancora sotto l’albero del pane il Buddha e disse agli altri,
a coloro che nulla avevano chiesto, questa parabola:
«Non molto tempo fa vidi una casa. Bruciava. Il tetto
era lambito dalle fiamme. Mi avvicinai e m’avvidi
che c’era ancora gente, là dentro. Dalla soglia
li chiamai, ché ardeva il tetto, incitandoli
ad uscire, e presto. Ma quelli
parevano non avere fretta. Uno mi chiese,
mentre la vampa già gli strinava le sopracciglia,
che tempo facesse, se non piovesse per caso,
se non tirasse vento, se un’altra casa ci fosse,
e così via. Senza dare risposta
uscii di là. Quella gente, pensai,
deve bruciare prima di smettere con le domande. Amici, davvero,
a chi sotto i piedi la terra non gli brucia al punto che paia
meglio qualunque cosa piuttosto che rimanere, a colui
io non ho nulla da dire». Così Gotama, il Buddha.
                                                                                                   
Ma anche noi, che non più ci occupiamo dell’arte della pazienza
ma piuttosto dell’arte dell’impazienza, noi che tante proposte
di natura terrena formuliamo, gli uomini scongiurando
a scuoter da sé i propri carnefici dal viso d’uomo, pensiamo che a quanti,
di fronte ai bombardieri del capitale, già in volo, domandano,
e troppo a lungo, che ne pensiamo, come immaginiamo il futuro,
e che ne sarà dei loro salvadanai e calzoni della domenica, dopo
tanto sconvolgimento, noi
non molto abbiamo da dire. 

giovedì 22 novembre 2018

Lode dell’imparare - Bertolt Brecht (1933)

Da: Bertolt Brecht, Poesie e Canzoni. A cura di Ruth Leiser e Franco Fortini.
Giulio Einaudi editore, Torino 1971, p.60. - https://www.facebook.com/unigramsci/?tn-str=k*F


Impara quel che è più semplice! Per quelli
il cui tempo è venuto
non è mai troppo tardi!
Impara l’a b c; non basta, ma
imparalo! E non ti venga a noia!
Comincia! Devi saper tutto, tu!
Tu devi prendere il potere.

Impara, uomo all’ospizio!
Impara, uomo in prigione!
Impara, donna in cucina!
Impara, sessantenne!
Tu devi prendere il potere.

Frequenta la scuola, senzatetto!
Acquista il sapere, tu che hai freddo!
Affamato, afferra il libro: è un arma.
Tu devi prendere il potere.

Non aver paura di chiedere, compagno!
Non lasciarti influenzare,
verifica tu stesso!
Quel che non sai tu stesso,
non lo saprai.

Controlla il conto,
sei tu che lo devi pagare.
Punta il dito su ogni voce,
chiedi: e questo, perché?
Tu devi prendere il potere.


martedì 6 novembre 2018

I detti dell'imbianchino - Bertolt Brecht

Da: Bertolt Brecht, Me-ti Libro delle svolte, Einaudi, 1965.




 Quando l'imbianchino enunciò il detto "Prima l'utile generale e poi quello particolare", a molti parve dischiudersi una nuova era. Si potrebbe anche dire: proprio ai molti parve dischiudersi una nuova era, poiché la frase venne da essi interpretata come se l'utile generale fosse il benessere dei molti ed esso dovesse ormai venir prima del benessere dei pochi. Così questa frase fece un magnifico effetto. Ci si aspettava generalmente che all'imbianchino non dovesse riuscir molto facile farla rispettare. Invece, come presto si mostrò, non gli riuscì poi tanto difficile.

 Egli infatti non pretese soltanto o soprattutto dai pochi benestanti che essi anteponessero l'utile dei molti al loro proprio, bensì pretese proprio dai molti che tutti loro, che ognuno di essi, anteponesse l'utile generale al proprio utile particolare. L'operaio doveva rinunciare a una mercede sufficiente e costruire strade per la generalità. Il piccolo contadino doveva rinunciare a prezzi buoni per il suo bestiame e fornire alla generalità bestiame a buon mercato ecc. Così la frase faceva già un effetto meno magnifico.

 Si vide che la nazione si trovava in una situazione in cui l'utile reale di qualcuno poteva essere ottenuto solo danneggiando gli altri e questo utile era tanto maggiore quanto più danneggiava gli altri.

 Quanto più grandi erano le fabbriche, tanto più si guadagnava da esse. Tutto questo restò come prima, la magnifica frase non vi cambiò nulla. I molti non avrebbero infatti avuto bisogno di questa magnifica frase, bensì di una trasformazione dei rapporti di proprietà tale da rendere impossibile ai singoli di trarre utile dai molti. Questo sarebbe accaduto se l'imbianchino avesse tolto ai singoli e consegnato ai molti tutti i negozi e le fabbriche e le case d'affitto e i campi da cui si può trarre utile.

 In una nazione che fa questo l'utile del singolo non si trova più in contrasto con l'utile dei molti. Quanto maggiore è allora l'utile del singolo, tanto maggiore è l'utile generale. Ma nella nazione dell'imbianchino continua ad accadere il contrario, nonostante tutte le esortazioni e le magnifiche frasi.

lunedì 20 agosto 2018

Bertolt Brecht - Rossana Rossanda

Da: il Manifesto 05/08/2006 - http://www.sitocomunista.it - Rossana_Rossanda è una giornalista, scrittrice e traduttrice italiana, dirigente del PCI negli anni cinquanta e sessanta e cofondatrice de il manifesto, giornale con cui ha collaborato fino a novembre 2012.
Vedi anche: https://ilcomunista23.blogspot.com/2016/02/dialoghi-di-profughi-bertolt-brecht.html


Ho incontrato Brecht a Milano nel 1956 alla prova generale dell'Opera da tre soldi messa in scena da Giorgio Strehler con scandalo della borghesia milanese e dibattiti roventi al consiglio comunale. La censura era ancora in vigore e tale sarebbe rimasta fino a tutto il 1963. Il Piccolo Teatro, che aveva avuto il via della Presidenza del Consiglio, era in fibrillazione.

Brecht non veniva a sovrintendere, veniva e vedere. Grigio e composto nella giacca alla Mao, gli occhi acuti dietro alle lenti rotonde, frangetta sulla fronte sguarnita, era divertito della interpretazione di Strehler, tanto più colorita di quella sua, tutta percorsa da brividi, che avrei trovato qualche anno dopo a Berlino. Il testo, diceva, ha da essere usato come più conveniva per provocare nello spettatore quella reazione che impediva il consumo gastronomico dell'azione in scena, e ogni identificazione con il personaggio - il teatro era teatro, non doveva essere realistico, doveva estraniare.

E quella sera era straniato lui, contento che funzionasse una certa cagnara all'italiana, gli piacquero il Mackie Messer di Tino Carraro e Milly ripescata da Strehler e Grassi nel cabaret. Non sapeva gran che dell'Italia e ascoltava con qualche distanza l'estroversa loquela di Paolo Grassi. Aveva in mente di andare la mattina dopo ad Arcetri per vedere il luogo di Galileo, credeva fosse a due passi e lo dovetti disilludere. Doveva essere ricevuto dal sindaco a mezzogiorno, ma se ricordo bene non fece nessuna conferenza stampa, incontrò questo o quello, era cortese, sempre in giacca e tenendosi il berretto, voce quieta e pochi gesti - così anche dirigeva gli attori: pareva un insegnante di mezza età. Un poco diffidente e curioso. Non sembrava ammalato ma il cuore lo aveva tormentato fin dalla nascita. Sarebbe morto pochi mesi dopo, il 14 agosto, e nel 1960 sarei inciampata sulla sua tomba, due rocce davanti a un muretto nel cimitero delle Dorotee.

Lo accompagnai per due giorni, ma fra il suo riserbo e il mio tedesco, non si può dire che avessimo un vero dialogo. Ero intimidita. Fra Torino e Milano leggevamo tutto il suo teatro che Gerardo Guerrieri pubblicava per Einaudi traduzioni splendide -; alla Casa della Cultura, con la scusa che era un club privato, lo facemmo dire da Enrico Rame, fratello di Franca. Conoscevamo le poesie grazie a Fertonani ,e Fortini ci intratteneva sul Me-ti e Le storie da calendario. Eravamo alla vigilia del diluvio - rapporto segreto di Krusciov, rivoluzione ungherese, i carri sovietici a Budapest - e quando venne giù mi parve una benevolenza degli dei che Brecht fosse morto un mese prima.

mercoledì 4 luglio 2018

La grande lezione di ERNST BLOCH - Pierluigi Vuillermin

Da: https://sinistrastoriaeteoria.myblog.it - https://esseresinistra.wordpress.com/
Vedi anche: https://ilcomunista23.blogspot.com/2015/09/psicologia-delle-folle-1895-prima-parte.html
                    https://ilcomunista23.blogspot.com/2015/01/freud-e-la-massenpsychologie-stefano.html


Weimar e noi (attraverso Bloch) - (2011)
1. Premessa (anti-borghese)

Secondo l’Economist (notizia di qualche tempo fa) per la prima volta nella storia dell’umanità circa metà della popolazione mondiale è entrata a far parte della middle class. Ebbene, ne ha fatta di strada la vecchia piccola borghesia negli ultimi due secoli. Nelle aree emergenti dell’Impero la sua avanzata è incessante. In nome del progresso, essa sostiene la crescita economica e predica le virtù democratiche del benessere materiale. In Occidente, invece, si constata il declino dei ceti medi. Con la competizione globale, l’incubo del declassamento, in casa propria, è una minaccia costante. Ora, questa “nuova borghesia globale” è ancora una classe rivoluzionaria, nel significato tradizionale del concetto? Tanto per essere chiari, citando Hermann Broch, spaventevole progresso, quello alla cui testa marcia il piccolo borghese. La domanda che guida la presente rilettura del libro di Ernst Bloch Eredità del nostro tempo, è molto semplice. In un’epoca di crisi dove vanno politicamente i ceti medi impoveriti? La vicenda della Repubblica di Weimar è risaputa. Mentre l’operaio disoccupato guardava a Mosca, l’impiegato disoccupato si affidò a Hitler. Sappiamo tutti come andò a finire. La questione è tuttora di grande e urgente attualità. Soprattutto oggi, in tempi di recessione economica e conflitto sociale. Di recente il quotidiano La Stampa, recensendo un saggio del sociologo Arnaldo Bagnasco sul ceto medio, così titolava: la classe media lascia il salotto e va alla guerra. In buona sostanza l’autore dell’articolo sosteneva che, in un periodo storico come quello che stiamo vivendo, di incertezza e insicurezza, la classe media abbandona i suoi comodi rifugi e scende rabbiosamente in piazza a lottare in difesa dei diritti o dei privilegi, a seconda del punto di vista. Un po’ in tutta Europa, infatti, stiamo assistendo a manifestazioni e proteste, a volte anche molto violente, da parte di ampi strati di quella popolazione che si considera classe media. Certo, più che con la rivoluzione abbiamo a che fare con rivolte. Così almeno sembra. Differenza non da poco. Tuttavia questo generale malcontento dei ceti medi rischia di prendere una deriva reazionaria e protofascista.

Come ha acutamente ricordato Benedetto Vecchi sul manifesto, vengono in mente gli scenari iperrealisti alla James G. Ballard. In Millenium People la classe media, strangolata da mutui e indebitamento, sopraffatta dalla riduzione dello stato sociale, rincari ingiustificati e da un proibitivo costo della vita, si trasforma in una massa inferocita, pronta a bruciare e distruggere ogni cosa, persino le proprie lussuose ville, simbolo della mentalità borghese. Oppure, incubo ancora peggiore, nel Regno a venire, la ribellione paranoide della piccola borghesia occidentale prende tinte razziste e xenofobe contro gli alieni venuti da fuori.

mercoledì 7 febbraio 2018

Se i pescicani fossero uomini - Bertolt Brecht

Da: Bertolt Brecht: Storielle del Signor Kenner, in Storie da Calendario - Torino – Einaudi

La figlioletta della padrona di casa chiese al signor K.: 
Se i pescicani fossero uomini, sarebbero più bravi coi pesci piccoli?

- Certo, - rispose quello, - se i pescicani fossero uomini farebbero costruire dei cassoni enormi per i pesciolini con dentro ogni sorta d'alimenti sia vegetali che animali. Essi provvederebbero sempre i cassoni d'acqua fresca e soprattutto prenderebbero ogni genere di misure sanitarie. Se per esempio un pesciolino si ferisse una pinna gli verrebbe subito fatta una fasciatura affinché i pescicani non avessero a lamentarne la morte prematura. Perché i pesciolini non s'immalinconiscano ci sarebbero di tanto in tanto delle grandi feste acquatiche; i pesciolini allegri sono infatti più saporiti di quelli malinconici. Nei cassoni ci sarebbero naturalmente anche delle scuole. E in codeste scuole i pesciolini imparerebbero come si nuota nelle fauci dei pescicani. Per esempio, per poter trovare i grandi pescicani pigramente adagiati in qualche posto avrebbero bisogno della geofrafia. L'essenziale sarebbe naturalmente l'educazione morale dei pesciolini. Verrebbe loro insegnato che la cosa più grande e più bella è quando un pesciolino si sacrifica in letizia e che tutti devono credere ai pescicani specie quando dicono che provvederanno loro un bell'avvenire. S'insegnerebbe ai pesciolini che tale avvenire è assicurato se impareranno a ubbidire. I pesciolini dovrebbero anzitutto guardarsi da tutte le inclinazioni volgari, materialiste, egoiste e marxiste, e riferire immediatamente ai pescicani se uno di loro manifestasse tali inclinazioni. 

Naturalmente se i pescicani fossero uomini farebbero delle guerre tra di loro per conquistare cassoni e pesciolini stranieri. Le guerre le farebbero combattere dai loro pesciolini Essi insegnerebbero ai pesciolini che tra loro e i pesciolini degli altri pescicani c'è un'enorme differenza. I pesciolini, proclamerebbero, sono notoriamente muti, ma essi tacciono in lingue tutt'affatto diverse e non è quindi possibile che s'intendano fra loro. Ad ogni pesciolino che in guerra uccidesse un paio degli altri pesciolini, nemici e muti in un'altra lingua, appunterebbero una piccola decorazione d'alghe e conferirebbero il titolo di eroe. 

Naturalmente se i pescicani fossero uomini esisterebbe anche una loro arte. Ci sarebbero dei bei quadri nei quali i denti dei pescicani sarebbero raffigurati con colori magnifici e le loro fauci come dei veri parchi in cui si possa meravigliosamente scorrazzare. I teatri nel fondo del mare mostrerebbero pesciolini eroici nell'atto di nuotare con entusiasmo nelle fauci dei pescicani e la musica sarebbe tanto bella che i pesciolini, a quegli accordi affluirebbero nelle fauci dei pescicani, la banda in testa, sognanti e cullati da pensieri dolcissimi. 

Certo ci sarebbe anche una religione se i pescicani fossero uomini. Essa insegnerebbe che i pesciolini cominciano veramente a vivere solo nel ventre dei pescicani. Del resto se i pescicani fossero uomini non sarebbero più come ora che i pesciolini sono tutti uguali. Alcuni di loro riceverebbero delle cariche e sarebbero posti sopra gli altri. A quelli un po' più grandi verrebbe persino concesso di mangiarsi i più piccoli. Ed anche ciò sarebbe gradito ai pescicani, giacché essi avrebbero così più spesso dei grossi bocconi da mangiare. E i pesciolini più grandi, i funzionari, manterrebbero l'ordine diventerebbero insegnanti, ufficiali, ingegneri costruttori di cassoni ecc. In breve, esisterebbe una civiltà marina, se soltanto i pescicani fossero uomini.