martedì 24 maggio 2016

Leggere la crisi: stagnazione secolare o caduta tendenziale del saggio di profitto?* - Vladimiro Giacché**

*In: Società natura storia, Studi in onore di Lorenzo Calabi, a cura di Andrea Civello , Pisa, Ed.ETS 2015, pp.269-284                                                                                                **Da:     www.academia.edu 

Capitale produttivo di interesse, finanza ed economia del debito.

In una ricerca pubblicata dalla società di consulenza McKinsey si legge: "nel 1980, il valore complessivo degli assets finanziari a livello mondiale era grosso modo equivalente al pil mondiale; a fine 2007, il grado di intensità finanziaria a livello mondiale (world financial depth), ossia la proporzione di questi assets rispetto al pil, era del 356 per cento". Questi dati, già di per sé, sono sufficienti a dare l'idea delle proporzioni assunte negli ultimi decenni dal credito e dalla finanza.

Si tratta di un processo decisivo per i paesi a capitalismo maturo dagli anni Ottanta in poi. La cosiddetta "finanziarizzazione" ha avuto una triplice, importantissima funzione:
1) mitigare le conseguenze della riduzione dei redditi dei lavoratori;
2) allontanare nel tempo lo scoppio della crisi da sovrapproduzione nell'industria;
3) fornire al capitale in crisi di valorizzazione nel settore industriale alternative d'investimento a elevata redditività. In questo modo essa ha rallentato - e per alcuni versi invertito - la tendenza alla caduta del saggio del profitto.

Consideriamo più da vicino le tre funzioni menzionate.

1) Credito alle famiglie.

La caratteristica più notevole dell'era della disuguaglianza e del libero mercato che è iniziata negli anni Ottanta è rappresentata dal fatto che si siano avute così poche reazioni alla stagnazione dei guadagni della gente comune in una così larga parte dell'economia del mondo sviluppato.
Così John Plender commentava anni fa sul "Financial Times" i dati sul calo dei redditi da lavoro negli ultimi decenni. Ma subito spiegava l'arcano: il motivo dell'assenza di reazioni va ricercato nel fatto che il tenore di vita delle persone con redditi medio-bassi ha cominciato ad essere in parte sganciato dall'andamento del reddito da lavoro. La politica monetaria espansiva della Federal Reserve ha alimentato il credito al consumo e la bolla azionaria e immobiliare, creando un effetto ricchezza e consentendo anche a famiglie a basso reddito di contrarre debiti relativamente a buon mercato. Fenomeni simili si sono prodotti in molti altri Paesi a capitalismo maturo. La quadratura del cerchio, il sogno di ogni capitalista: un lavoratore che vede diminuire il proprio salario e però consuma come e più di prima. Un solo problema: l'insostenibilità di questo modello nel lungo periodo.

2)Credito alle imprese.

Ma il credito non dava respiro soltanto alle famiglie americane. Lo dava anche, e in misura non minore, alle imprese di tutto il mondo. Soprattutto a quelle di settori maturi. Pensiamo a quello automobilistico, nel quale già a inizio degli anni 2000 la sovrapproduzione ammontava alla cifra già esorbitante di 20 milioni di automobili all'anno. Prima dello scoppio della crisi, le case automobilistiche hanno fatto un massiccio utilizzo del credito al consumo (con finanziamenti a tasso zero per l'acquisto di automobili e simili)3. Hanno inoltre potuto riscadenzare i propri debiti, grazie alla possibilità di usufruire di prestiti a condizioni di tasso eccezionalmente favorevoli. In terzo luogo, hanno emesso azioni a costi decrescenti, grazie all'afflusso crescente di denaro sui mercati finanziari proveniente dai fondi pensione e dai fondi istituzionali: in tal modo "la stessa capital asset inflation tipica del capitalismo dei fondi è stata per lungo tempo un elemento stabilizzante della posizione debitoria delle imprese non finanziarie". Infine hanno fatto profitti da operazioni finanziarie. Ed è questa la strada maestra per la redditività imboccata negli anni precedenti la crisi da molte imprese manifatturiere.

3) La speculazione come mezzo per la valorizzazione del capitale.

La possibilità di effettuare attività speculative per ottenere livelli di profitto altrimenti impossibili: questa terza grande funzione del credito e della finanza in questi anni. Intendiamoci, nulla di nuovo sotto il sole, se non forse nelle dimensioni del fenomeno: si tratta di un fenomeno descritto, poco prima della crisi del 1929, anche dal marxista Henryk Grossmann, il quale considerava la speculazione di borsa come una sorta di "esportazione di capitale all'interno", del tutto parallela alla esportazione dei capitali all'estero, e con al fondo lo stesso motivo: la crisi di valorizzazione del capitale nei settori originari di attività. Nel Regno Unito tra il 1987 e il 2008 l'acquisto di assets finanziari da parte di imprese non finanziarie è stato del 20% più elevato rispetto all'acquisto di attivi fissi (macchinari ecc.).

In effetti , se si esamina l'andamento dei profitti in gran parte dei paesi capitalistici avanzati si osserva che a partire dalla fine degli anni Novanta quelli da attività finanziarie cominciano a crescere vertiginosamente, perdendo ogni rapporto tanto con l'andamento del Pil quanto con i profitti totali, proporzione salita al 40% nel 2007, e ancora di più quello del Regno Unito, dove tale proporzione nel 2008 aveva raggiunto addirittura l'80%.
In base alla ricostruzione che si è proposta, la stessa ampiezza e gravità della crisi scoppiata nel 2007 non è affatto sorprendente. Essa rappresenta infatti il precipitato di oltre un trentennio in cui il saggio di profitto è stato alimentato dalla finanziarizzazione su larga scala, ossia da un ruolo sempre più preponderante del capitale produttivo di interesse.

Se si interpreta, con Riccardo Bellofiore, la caduta del saggio di profitto come una "meta-teoria delle crisi", una sorta di cornice concettuale comprensiva entro la quale vanno ricostruite le forze e i fattori volta per volta scatenanti delle singole crisi, è facile vedere come la crisi del 2007 sia stata innescata proprio da quel capitale produttivo d'interesse la cui crescente importanza aveva rappresentato nei decenni precedenti il principale fattore di controtendenza alla caduta del saggio di profitto. Il detonatore della crisi è stato infatti rappresentato dallo scoppio della bolla finanziaria che si era creata grazie all'accumulo di debito privato.

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