La teoria Marxista poggia la sua forza sulla scienza... che ne valida la verità, e la rende disponibile al confronto con qualunque altra teoria che ponga se stessa alla prova del rigoroso riscontro scientifico... il collettivo di formazione Marxista Stefano Garroni propone una serie di incontri teorici partendo da punti di vista alternativi e apparentemente lontani che mostrano, invece, punti fortissimi di convergenza...
Si intitola “Tortura e genocidio” e documenta le torture sistematiche sui palestinesi da parte di Israele. In anteprima in italiano per i nostri lettori. (Kritica, 23 marzo 2026)
Oggi 23 marzo a Ginevra, la Relatrice Speciale sulla situazione dei diritti umani nei Territori Palestinesi Occupati dal 1967 Francesca Albanese presenterà il suo ultimo report. Si intitola “Tortura e genocidio” e documenta l’uso sistematico delle torture da parte del regime israeliano nei confronti delle popolazioni palestinesi.
Come si legge nella sintesi: “Questo rapporto esamina l’uso sistematico della tortura da parte di Israele contro i palestinesi nel Territorio Palestinese Occupato, a partire dal 7 ottobre 2023, considerando pratiche sia detentive che non, le quali raggiungono la soglia per configurare il crimine di genocidio ai sensi della Convenzione sul Genocidio.
Documenta come la tortura sia divenuta parte integrante del dominio e delle punizioni inflitte a uomini, donne e bambini, sia attraverso abusi in detenzione sia mediante una campagna incessante di sfollamento forzato, uccisioni di massa, privazione e distruzione di tutti i mezzi di sussistenza, al fine di infliggere dolore e sofferenza collettivi sul lungo periodo. Viene imposto un regime perpetuo e territorialmente pervasivo di terrore psicologico, progettato per spezzare i corpi, privare un popolo della propria dignità e costringerlo ad abbandonare la propria terra.
Questa non è violenza incidentale. È l’architettura del colonialismo di insediamento, costruito sulla disumanizzazione e mantenuto da politiche di crudeltà e tortura collettiva.”
Nel pieno dell’escalation tra Iran, Israele e Stati Uniti, analizziamo un conflitto che appare sempre meno gestibile e sempre più esistenziale. Dalla propaganda di Trump alla guerra d’attrito iraniana, dal logoramento delle difese israeliane al ruolo ambiguo dei paesi del Golfo, emerge uno scenario molto più complesso di quello raccontato dalle narrazioni occidentali.
È stato detto che bisogna avere caos dentro per generare una stella danzante. È un’immagine che descrive bene l’Italia di questi giorni. Il tentativo di Meloni e accoliti di assoggettare anche il potere giudiziario al governo è stato affossato dalla vittoria del no al referendum.
Ma come si possa trarre dal magma di opposizioni alla riforma una precisa alternativa politica, resta ancora ostico da decifrare.
Dal caleidoscopio di moventi che hanno decretato la vittoria del No, di sicuro emergono due dati cristallini.
Il primo dato è che specie al centro e al nord il sì ha prevalso nei quartieri ricchi delle città metropolitane. In gran parte, è quel mondo di proprietari e professionisti serventi che hanno fornito l’interpretazione autentica del referendum, sintetizzata nel monito di Giorgia Meloni: «Non disturbare chi vuole fare». Il sì è stato da questi inteso come l’avvio di una nuova stagione, diciamo pure di «liberismo illiberale», in cui i padroni potessero avere mani più libere anche dinanzi alla legge e ai giudici. Ebbene, il progetto di questa «ztl padronale» è uscito severamente sconfitto dal referendum.
Il secondo dato è la massa inedita di giovani, elettori ed elettrici, pervase dal timore di separarsi dalla costituzione delle origini e dalla voglia di dare concreta attuazione alla carta. Soprattutto, sconvolti dal genocidio di Gaza e disgustati dall’ignavia compiacente del governo in carica, i giovani del no hanno rivendicato l’urgenza di rivitalizzare i principi costituzionali. A partire dal ripudio della guerra, invocato come bussola operativa della politica estera.
Da: https://volerelaluna.it - Piero Bevilacqua, già professore di storia contemporanea all’Università La Sapienza di Roma, è scrittore, saggista e politico.
Quel che è da tempo sotto gli occhi di tutti, anche di quelli che li tengono chiusi, è che i governanti europei, non solo sono privi di qualche bussola nel mare in tempesta del mondo, ma sono sistematicamente impegnati a fare del male ai propri popoli. Inettitudine, pochezza politica, servilismo, miopia. Senza dubbio tutto questo e anche altro. Ma la reazione della loro maggioranza all’aggressione di USA e Israele all’Iran, come al sanguinoso colpo di mano in Venezuela, l’accettazione della violazione flagrante del diritto internazionale, oggi fa comprendere meglio di ieri che in realtà si stratta di una scelta. Una scelta rassegnata e disperata. Le nostre élites politiche sono consapevoli di non essere capaci di svolgere una politica estera autonoma, non si sentono in grado di trattare alla pari con tutti gli altri attori, non hanno la statura, sono divise, si sentono sconfitte e umiliate dalla Russia e quindi hanno scelto di restare sotto l’ala protettrice della zio Sam. Anche se è uno zio violento e criminale, si tratta tuttavia di una umiliazione subita in famiglia.
Troppe generazioni di europei sono vissuti nella bolla ideologica dell’americanismo. Legami culturali stratificati impediscono il distacco dalla placenta. Non pochi leader sono legati perfino per professione personale, come Draghi o Merz, alla finanza USA. È assai probabile inoltre, vista, ad esempio. la politica antiaraba recente dell’Italia, che il Mossad abbia stabilito inediti legami con i servizi del nostro paese come di altri membri dei governi del Continente. E Israele, è noto, conduce da decenni la politica estera americana attraverso le lobbies ebraiche, che controllano più o meno segretamente molti membri del Congresso (democratici o repubblicani poco importa) di cui finanziano le dispendiose campagne elettorali.
Da: https://www.invictapalestina.org - Fonte: (Palestine Chronicle) - Ramzy Baroud è un giornalista, scrittore e direttore di The Palestine Chronicle. È autore di sei libri, tra cui “La Nostra Visione per la Liberazione: Leader Palestinesi Coinvolti e Intellettuali Parlano”, curato insieme a Ilan Pappé. Il suo ultimo libro è Prima del Diluvio. Baroud è ricercatore senior non residente presso il Center for Islam and Global Affairs (CIGA). Il suo sito web è www.ramzybaroud.net
La ricerca di sopravvivenza di Netanyahu attraverso il Dominio e la Distruzione potrebbe aver raggiunto i suoi limiti e la sua inevitabile fine.
La traiettoria di Israele verso l’isolamento e il collasso è autoimposta, e il Sionismo ha raggiunto il punto di non ritorno?
Ogni guerra guidata da Benjamin Netanyahu non viene presentata come una scelta politica, ma come un destino ineluttabile.
“Ci sono momenti in cui una nazione si trova di fronte a due possibilità: agire o morire”, dichiarò Netanyahu il 28 ottobre 2023, mentre Israele estendeva il suo Genocidio a Gaza.
La formulazione è familiare. L’urgenza è sempre assoluta. L’implicazione è inequivocabile: Israele non sta scegliendo la guerra. Vi è costretto.
Per molti, l’affermazione è intrinsecamente contraddittoria. Come può uno Stato iniziare una guerra, e nel caso di Gaza, perpetrare un Genocidio, insistendo al contempo sul fatto che si sta semplicemente difendendo dall’annientamento? Eppure, nel discorso politico israeliano e in gran parte dei media occidentali, questa contraddizione viene raramente messa in discussione. Viene normalizzata.
Questa normalizzazione non è casuale. È fondamentale.
La Costituzione italiana è stata elaborata e successivamente promulgata in un momento alto della storia di questo paese e gli uomini che l’hanno concepita erano altrettanto rappresentativi di quel momento storico. Per queste ragioni, la Costituzione italiana – nata dalla vittoria contro il nazifascismo – è stata la sintesi del meglio che le culture cattolica, liberale, socialista, azionista e comunista erano in grado di esprimere. Se fosse stata realmente e concretamente applicata, l’Italia sarebbe oggi un paese sicuramente molto più evoluto, democratico (nel senso vero e non formale e della parola) e financo parzialmente Socialista.
Le cose non sono andate così, come sappiamo, perché la Costituzione è stata largamente disattesa e inapplicata, non (o non solo) per inettitudine ma per precisa e deliberata volontà politica da parte di chi ha esercitato realmente il potere in questo paese, cioè le classi capitaliste autoctone e straniere e le loro strutture politiche e militari, cioè gli USA, la NATO e in seguito anche l’UE. Nondimeno, ha comunque rappresentato un punto di riferimento per tutti coloro che dal dopoguerra in poi si sono battuti per la difesa del lavoro e dei ceti popolari, dei diritti, della democrazia sostanziale, e contro lo strapotere del capitalismo. Per queste ragioni andava e, a mio parere, va tuttora difesa, soprattutto oggi che la situazione sociale e politica è decisamente peggiorata rispetto a quando la Costituzione stessa fu promulgata. Per questo è stato giusto votare NO al referendum.
I mercati finanziari sembrano impazziti. Era logico che la guerra contro l’Iran determinasse una corsa verso il bene-rifugio per eccellenza, l’oro, ed una simmetrica caduta del valore del dollaro. Sta avvenendo esattamente il contrario. Il dollaro sale e l’oro scende. Ciò dovrebbe contraddire la narrativa della dedollarizzazione e del tramonto dell’egemonia finanziaria degli Stati Uniti. Gli investitori globali sembrano talmente convinti della superiorità americana e della forza di Trump da preferire la protezione del dollaro a quella che il metallo giallo offre da secoli in tempi di insicurezza.
In realtà, le cose stanno come dovrebbero stare, e l’impennata del dollaro si rivelerà presto come una beffarda conferma del trend principale. L’oro ritornerà in sella e il dollaro cadrà. Ma cadrà nei tempi e nei modi sufficienti per dare a Trump il colpo di grazia.
Cerco di spiegare il processo, che non è semplicissimo. E che non è decifrabile senza conoscere logica e modus operandi del protagonista di questa storia, che è quello che gli operatori chiamano Smart Money, il denaro dei potenti, quello che muove nel breve periodo i mercati finanziari del pianeta impinguando di soldi l’1% della popolazione. Il lettore mi perdonerà per l’excursus che segue sull’identità dello Smart Money e delle sue dinamiche, ma non voglio che l’analisi scada in una narrazione cospirativa priva di valore euristico.
Lo Smart Money non è una cabala malefica che decide in riunioni segrete le sorti del mondo. È l’incarnazione di una convergenza di interessi tra poteri palesi che condividono alcune preferenze di fondo: un dollaro stabile che conservi il suo ruolo di valuta di riserva globale; tassi d’interesse sufficientemente elevati da sostenere i profitti del capitale finanziario; una FED indipendente che risponda alle esigenze dei mercati più che alle direttive dell’esecutivo; un ordine commerciale multilaterale che preservi le catene del valore globali che generano i profitti incamerati dalla finanza.
Chi sono, in concreto, i titolari dello Smart Money? Non sono lupi travestiti da agnelli. Non sono altro che i soggetti più aggressivi e potenti della finanza mondiale: i fondi sovrani, i desks proprietari delle banche d’investimento, i gestori di patrimoni, gli hedge funds e derivati su larga scala, e talvolta anche pezzi della grande finanza istituzionale che non resistono di fronte al menu dei sontuosi banchetti allestiti dai banchieri a spese della massa degli ordinari risparmiatori.
Trump evoca l’atomica mentre il conflitto con l’Iran si complica. Tra logoramento militare, segnali di disimpegno USA e tensioni crescenti, la minaccia nucleare diventa propaganda. Il rischio è un’escalation fuori controllo.
La minaccia nucleare di Trump come confessione: la politica diventa teatro
C’è un momento preciso in cui la retorica supera la strategia. Non è quando si alzano i toni, ma quando si smette di distinguere tra ciò che si può fare e ciò che si dice. Le dichiarazioni di Donald Trump sull’uso dell’arma nucleare contro l’Iran nel suo vaneggiante soliloquio su Truth, appartengono a questa categoria: non annunci operativi, ma sintomi di una difficoltà crescente a controllare il corso degli eventi.
Perché, al di là della superficie verbale, il quadro reale è meno lineare di quanto venga raccontato. Gli attacchi iraniani non stanno producendo devastazioni spettacolari, ma stanno incidendo su un piano più sottile: quello della continuità della vita quotidiana. Missili a dispersione, attacchi notturni, pressione costante. Non è la distruzione totale, è l’erosione sistematica. E questa forma di guerra ha un vantaggio evidente: è difficile da neutralizzare completamente.
Da: https://thecradle.co/articles-id/36510 - traduzione: La Zona Grigia - Pepe Escobar è editorialista di The Cradle, redattore senior di Asia Times e analista geopolitico indipendente specializzato in Eurasia. Dalla metà degli anni '80 ha vissuto e lavorato come corrispondente estero a Londra, Parigi, Milano, Los Angeles, Singapore e Bangkok. È autore di numerosi libri; il suo ultimo è Raging Twenties.
La Cina sta rispondendo ufficialmente su due binari paralleli alla guerra del Cartello Epstein, o israelo-americana, contro l'Iran, tramite un portavoce diplomatico e un portavoce militare.
Traduzione: La Cina vede la guerra sia come un'estrema tensione politico-diplomatica sia come una minaccia militare.
Il portavoce militare cinese, un Colonnello dell'Esercito Popolare di Liberazione, parla per metafore. È stato lui ad affermare esplicitamente che gli Stati Uniti sono "dipendenti dalla guerra", con soli 250 anni di storia e solo 16 anni di pace.
Presenta chiaramente gli Stati Uniti come una minaccia globale. E chiaramente, anche come una minaccia morale a mio avviso.
Il Presidente cinese Xi Jinping è fermamente intenzionato a stabilire un legame duraturo tra marxismo e confucianesimo.
Il contributo fondamentale di Confucio al pensiero politico risiede nell'uso preciso del linguaggio. Solo chi parla con metafore precise e con un forte peso morale è in grado di governare una nazione.
Pertanto, la Cina sta elaborando con cura una solida critica morale ed etica alla guerra di scelta americana contro l'Iran, sottolineando come si tratti di un attacco perpetrato da una nazione che ha perso la propria bussola morale.
Il Sud del mondo comprende appieno questo messaggio.
Una analisi estremamente chiara e accurata. In televisione non sentiremo mai nulla del genere. (il collettivo)
Negli ultimi anni stiamo assistendo ad una torsione autoritaria e militare del neoliberismo,
che perde legittimità politica all'interno degli stati, e ha bisogno di riarmarsi per fermare l'emorragia
della perdita di egemonia internazionale.
Dal neoliberalismo che plasma l'intera società secondo le categorie del mercato,
siamo cioè entrati, secondo il professor Carlo Galli, in una nuova fase,
quella della POSTDEMOCRAZIA ARMATA.
Per dominare, il sistema di potere utilizza cioè la paura e la militarizzazione della società
come ultima strategia per continuare a mantenere la propria supremazia.
Ma esiste una via di uscita dalla Società della Guerra? Per Galli è in una risposta politica
e culturale nuova, che sappia denunciare e criticare la deriva armata del neoliberismo
e coltivare i presupposti di una aggregazione radicata in un'altra esperienza esistenziale.
Non è in corso in Medioriente solo una guerra di aerei, missili, bombe e droni dai tempi lunghi e dall’esito confuso.
Un’altra guerra, molto più vasta e dall’esito già chiaro, cammina in parallelo. È la guerra contro il petrodollaro, la cui posta è la sopravvivenza dell’ordine finanziario globale basato sulla valuta americana. Questi ayatollah saranno certo sporchi, brutti e cattivi, ma stanno attuando una strategia di formidabile impatto contro il cuore del potere americano sul mondo, accelerando cambiamenti epocali che ribollono da tempo sottotraccia.
L’Iran è consapevole dell’inferiorità militare convenzionale rispetto alla superpotenza atlantica, e ha scelto di non contrastarla aereo contro aereo, nave contro nave, bomba contro bomba. Teheran non punta a vincere sul campo di battaglia. Ha sviluppato una strategia asimmetrica rivolta a colpire il nocciolo duro del capitalismo finanziario globalizzato: il petrodollaro. La ricchezza generata dal petrolio pagato in dollari, e investita nel sistema finanziario mondiale controllato da Wall Street e Tesoro Usa. Il petrodollaro non è un concetto astratto. È la massa di capitali accumulata da Kuwait, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita attraverso decenni di vendita di idrocarburi nei mercati del pianeta. I fondi sovrani del Golfo gestiscono in tutto un patrimonio stimato tra gli 11 e i 13 trilioni di dollari (Pil Italia 2,2. Pil Usa 30). La quota maggioritaria di tale immenso capitale è investita negli Usa: in titoli del Tesoro, azioni quotate sui mercati di New York, immobili nelle grandi metropoli, fondi di private equity e hedge fund di Wall Street.
Da: La Zona Grigia - Originale: https://chrishedges.substack.com - Chris Hedges è un giornalista vincitore del Premio Pulitzer, è stato corrispondente estero per quindici anni per il New York Times, dove ha lavorato come capo dell'Ufficio per il Medio Oriente e dell'Ufficio balcanico per il giornale.
Gaza è solo l'inizio. Il nuovo ordine mondiale è un ordine in cui i deboli vengono annientati dai forti, lo stato di diritto non esiste, il genocidio è uno strumento di controllo e la barbarie trionfa.
La guerra contro l'Iran e la distruzione di Gaza sono solo l'inizio. Benvenuti nel nuovo ordine mondiale. L'era della barbarie tecnologicamente avanzata. Non ci sono regole per i forti, solo per i deboli. Opporsi ai forti, rifiutarsi di piegarsi ai loro capricciosi desideri significa essere sommersi da missili e bombe.
Quando Donald Trump ha giustificato gli attacchi contro l'Iran – che hanno preso di mira almeno nove città, siti nucleari, installazioni militari e lo stesso Leader Supremo Ali Khamenei, ucciso nell'operazione – le parole "diritti delle donne" e "liberazione" hanno rapidamente saturato il dibattito mediatico occidentale. Eppure gli obiettivi dichiarati o percepibili di questa operazione sono di natura completamente diversa.
Innanzitutto, il petrolio . L'Iran possiede una delle maggiori riserve di idrocarburi al mondo. Quando Trump catturò Maduro in Venezuela nel gennaio 2016, dichiarò la sua intenzione di "riprendersi" il petrolio venezuelano. La logica è la stessa in Iran: spezzare uno Stato resistente all'egemonia americana significa anche riaprire l'accesso alle sue risorse energetiche a beneficio delle aziende occidentali. Ma significa anche privare la Cina, un concorrente geopolitico degli Stati Uniti la cui stessa esistenza potrebbe portare al crollo dell'egemonia del suo asse imperialista. Venezuela, Iran e Russia, presi di mira e attaccati dagli Stati Uniti, sono infatti i principali fornitori della Cina.
Da: Michele Santoro presenta - Michele Santoro è un giornalista, conduttore televisivo, autore televisivo, produttore televisivo e politico italiano. - Alberto Negri è un giornalista e reporter di guerra. Per «Il Sole 24 Ore» ha seguito dal 1987 al 2017 i principali eventi politici e bellici come inviato in Medio Oriente, Balcani, Asia Centrale e Africa. - https://www.facebook.com/alberto.negri.
Michele Santoro analizza con Alberto Negri, giornalista e inviato di guerra, gli ultimi sviluppi della situazione in Iran
Da: https://www.lantidiplomatico.it - Alessandra Ciattini (Collettivo di formazione marxista Stefano Garroni - Membro del Coordinamento Nazionale del Movimento per la Rinascita Comunista) ha insegnato Antropologia culturale alla Sapienza di Roma. E' docente presso l'Università Popolare Antonio Gramsci (https://www.unigramsci.it).
Tra le contraddizioni di Trump, l’impasse strategica statunitense e il nuovo corso della risposta iraniana, l’articolo di Alessandra Ciattini legge il conflitto attraverso una fonte controcorrente come la Pravda, per mostrare come la guerra riveli il logoramento dell’egemonia americana e l’estrema pericolosità dell’escalation in Medio Oriente.
La conferenza stampa tenuta da Trump lunedì 9 marzo nel suo elegante Club di Golf a Miami ha lasciato interdetti e perplessi anche i più pazienti ascoltatori: la solita retorica, le solite contraddizioni, la mancanza di qualsiasi logica nelle sue parole, l’assenza di un filo conduttore che denota semplicemente il fatto che gli Usa sono stati trascinati dalla guerra contro l’Iran dal genocida Netanyahu spinto da un odio irrazionale. E che -come osservano i più noti analisti- non hanno nessuna vera strategia, se non quella di voler continuare ad esser considerati gli spauracchi del mondo non passivamente allineato.
Mentre gli attacchi continuano sempre più violenti da entrambe le parti, il nuovo Dottor Stranamore, privo della comicità di Peter Sellers, ha ripetuto che gli Usa hanno l’esercito più forte del mondo, che la guerra sarebbe pressoché terminata, giustificando il suo intervento militare con il fatto che l’Iran sarebbe stato pronto a conquistare in breve tutto il Medio Oriente. Opinione priva di qualsiasi fondamento. Eppure, nella breve guerra dei 12 giorni di giugno, in seguito all’attacco a sorpresa da parte di Israele ai siti nucleari e missilistici, seguito dall’intervento Usa su tre centrali nucleari dell’Iran, ci aveva comunicato che il paese colpito aveva perso tutto il suo potenziale di difesa e di aggressione.
Francesco Dall'Aglio, medievista, ricercatore presso l'Istituto di Studi Storici al dipartimento di storia medievale della Accademia delle Scienze di Sofia (Bulgaria). Esperto di est Europa e di questioni strategico-militari è gestore del canale Telegram «War Room»
A pochi giorni di distanza dall’allucinante conferenza stampa tenuta dal segretario alla Guerra Pete Hegseth alla presenza di un imbarazzato Don Caine, capo degli Stati Maggiori Riuniti delle forze armate statunitensi, il «Washington Post» pubblica un’inchiesta in cui si sostiene cha la Russia stia fornendo all’Iran informazioni di intelligence utili a bersagliare le forze statunitensi.
Basandosi su ben tre fonti interne ai servizi di sicurezza statunitensi, il «Washington Post» scrive che «dall’inizio della guerra, la Russia ha comunicato all’Iran le posizioni delle risorse militari statunitensi, tra cui navi da guerra e aerei».
Gli analisti raggiunti dal «Washington Post» hanno affermato che «la condivisione di informazioni di intelligence si adatterebbe allo schema degli attacchi dell’Iran contro le forze statunitensi, comprese le infrastrutture di comando e controllo, i radar e le strutture temporanee».
L’Iran sta «realizzando rilevamenti molto precisi sui radar di allerta precoce o sui radar over-the-horizon. Lo stanno facendo in modo molto mirato, puntando al comando e controllo», ha affermato Dara Massicot, esperta di esercito russo presso il Carnegie Endowment for International Peace.
L’Iran dispone di una manciata di satelliti di livello militare, cosa che renderebbe le immagini fornite dalle capacità spaziali molto più avanzate della Russia estremamente preziose, soprattutto perché il Cremlino ha perfezionato il proprio targeting dopo anni di guerra in Ucraina, ha affermato Massicot.
Nicole Grajewski, che studia la cooperazione dell’Iran con la Russia presso il Belfer Center della Harvard Kennedy School, ha affermato sempre al «Washington Post» che gli attacchi di rappresaglia iraniani sono stati caratterizzati da un elevato livello di sofisticatezza, sia per quanto riguarda gli obiettivi presi di mira da Teheran, sia per la sua capacità di sopraffare le difese degli Stati Uniti e degli alleati.
Il «Washington Post» scrive anche che gli Usa stanno esaurendo i missili
Siamo letteralmente invasi da immagini e video palesemente fake o create con AI che giungono da Israele o dall’Iran. Mai come in questa guerra la visibilità è così scarsa. Molti condividono senza capire il danno che fanno all’informazione cadendo così nel tranello della nebbia militare dove se tutto può essere falso, anche ciò che è vero si perde nelle migliaia di immagini false. Un po’ come con i file di Epstein.
Questa oscurità visiva va ben oltre la classica “nebbia militare”, è l’esito di una sofisticata e spietata strategia multi-dominio. Questa strategia integra l’applicazione draconiana della censura militare storica, la repressione legale e fisica del giornalismo indipendente sul campo, il blocco preventivo e coordinato dell’Open Source Intelligence (OSINT) satellitare su scala commerciale, e una raffinata gestione della cosiddetta “guerra cognitiva” (Cognitive Warfare). L’obiettivo di questa strategia è duplice: da un lato, negare al nemico informazioni tattiche vitali per la calibrazione dei propri sistemi d’arma; dall’altro, proteggere il morale e la stabilità psicologica di una nazione già profondamente traumatizzata, proiettando al contempo un’immagine di invulnerabilità tecnologica sul palcoscenico globale.
LA CENSURA MILITARE ISRAELIANA
Il cosiddetto Censore Militare Israeliano, a differenza di molte democrazie occidentali dove la libertà di stampa gode di tutele quasi assolute anche in tempo di crisi, ha ereditato e mantenuto in vigore normative risalenti al mandato coloniale britannico che conferiscono alle autorità militari una giurisdizione eccezionalmente ampia sui mezzi di comunicazione. La Censura Militare Israeliana è un’unità governativa di massima sicurezza presieduta dal Capo Censore, un alto ufficiale militare nominato direttamente dal Ministro della Difesa. Il suo mandato ufficiale è quello di esercitare una censura preventiva su qualsiasi informazione, pubblicazione o trasmissione che possa compromettere la sicurezza dello Stato, rivelare dettagli sulle operazioni militari oltre confine o esporre segreti strategici, come il programma di armi nucleari del Paese (incluso il reattore di Dimona, ripetutamente minacciato dai funzionari iraniani come bersaglio primario).
Da: Dialogue Works Italiano - Original Video: Scott Ritter: Iran Wins the Long War — U.S... - Scott Ritter è un ex ufficiale dell’intelligence del Corpo dei Marines degli Stati Uniti che ha prestato servizio nell’ex Unione Sovietica applicando i trattati sul controllo degli armamenti, nel Golfo Persico durante l’operazione Desert Storm e in Iraq supervisionando la disattivazione delle armi di distruzione di massa. Il suo libro più recente è Il disarmo al tempo della perestrojka, pubblicato da Clarity Press. - Scott Ritter