Da: https://www.kulturjam.it - alex marquez Corsivista, umorista instabile.
L’accusa di rossobrunismo funziona come alibi morale di una sinistra americanizzata che sostiene guerre, neoliberismo e identità performative. Un dispositivo psichico e politico per espellere il conflitto di classe e autoassolversi.
La sindrome rossobruna come alibi politico
C’è una parola che oggi circola come una moneta falsa ma accettata ovunque: rossobrunismo. Non serve definirla, basta pronunciarla. Funziona da scomunica laica, da scorciatoia morale, da dispositivo disciplinare per rimettere in riga chi devia. In suo nome si assolvono guerre, si benedicono alleanze imbarazzanti, si riscrive la storia in tempo reale. L’accusa non descrive: cancella. Non argomenta: espelle. Ed è proprio questa sua efficacia brutale, più che il suo significato evanescente, a renderla centrale nel lessico politico contemporaneo.
L’uso della psicoanalisi in politica è sempre una tentazione pericolosa. Freud non è un editorialista e l’inconscio non vota. Tuttavia, come strumento euristico minimo, può aiutare a leggere certe ossessioni ricorrenti del dibattito pubblico. Una di queste è – appunto – la famigerata accusa di “rossobrunismo”, formula magica brandita come manganello simbolico contro chiunque osi deviare dalla retta via dell’ortodossia progressista contemporanea.
Il paradosso è evidente: coloro che hanno coniato l’espressione per denunciare una presunta convergenza tra comunismo e fascismo sembrano spesso incarnarne, nei fatti, la sintesi più inquietante. Basta scorrere i manifesti di sigle come “Sinistra per l’Ucraina” o le prese di posizione di micro-gruppi anarchici e post-operaisti che invocano apertamente l’escalation militare contro la Russia. Il nemico evocato – il fascismo eterno, metastorico, reincarnato di volta in volta – finisce per coincidere con tutto ciò che ostacola la loro pulsione bellica mascherata da umanitarismo.
Qui il lessico freudiano torna utile. La proiezione, quel meccanismo di difesa che consiste nell’attribuire ad altri impulsi inaccettabili, appare fin troppo riconoscibile. Il sostegno a formazioni apertamente neonaziste in Ucraina, l’adesione entusiasta a una possibile guerra mondiale, vengono giustificati come crociata morale contro uno “stalinismo” che esiste solo come fantasma ideologico. Putin diventa così il contenitore simbolico di una colpa più profonda: aver escluso questi soggetti dalla Storia, aver negato loro il ruolo di avanguardia morale del mondo.
Accusare gli altri di fascismo o rossobrunismo assolve preventivamente da ogni responsabilità. Il male è sempre esterno, mai interno. E tutto ciò che frena il desiderio illimitato, che pone limiti materiali o politici, viene automaticamente classificato come reazionario.
Dall’antagonismo al marketing del dissenso
Il concetto di rossobrunismo svolge però una funzione ancora più sofisticata. Non serve solo a squalificare il nemico, ma a presidiare un’egemonia culturale all’interno dell’area antagonista. Qui, da decenni, domina un libertarismo post-operaista che ha smesso di considerare il capitalismo come problema strutturale, vedendo nel neoliberismo una sorta di acceleratore di creatività sociale.
È sul terreno dell’“uomo-impresa” che il neoliberismo ha vinto la sua battaglia più profonda: quella sulle coscienze. I reduci del Sessantotto e i loro eredi hanno progressivamente sostituito l’anticapitalismo con l’americanismo culturale, aderendo senza troppe resistenze alla narrazione delle rivoluzioni colorate e alla missione civilizzatrice dell’Occidente collettivo.
Questa mutazione affonda le radici negli anni Ottanta, quando il riflusso politico si tradusse nella proliferazione dei centri sociali. Spazi che, da luoghi di conflitto, si trasformarono in laboratori di consumo alternativo, branding identitario e imprenditorialità culturale. Il dissenso venne americanizzato, reso performativo, separato dalla questione di classe.
La nuova controcultura attrasse un ceto mediamente istruito, con alte aspettative professionali, completamente scollegato dalla realtà proletaria. La politica divenne espressione di sé, lifestyle, guerra culturale. Un antagonismo senza anticapitalismo, perfettamente compatibile con le nuove pulsioni imperiali dell’Occidente.
Non stupisce che questa “socialità alternativa” sia finita per replicare il mito del privato: centri sociali aziendalizzati, dipendenti dall’amministrazione pubblica, radicati più nei bandi che nei territori. Un ecosistema che produce lavoratori della conoscenza pronti a muoversi tra attivismo e impresa, in una versione impoverita del modello Silicon Valley.
Le battaglie sui diritti e sulle identità, pur avendo spesso elementi legittimi, funzionano allora come dispositivi di integrazione nel sistema, non di rottura. E quando qualcuno prova a riaprire il discorso su classe, lavoro, socialismo, scatta l’accusa infamante: rossobrunismo. Un marchio utile a difendere rendite simboliche e posizioni di potere, più che a comprendere la realtà.
Nessun commento:
Posta un commento