sabato 28 dicembre 2019

I danni economici dell’analfabetismo funzionale - Guglielmo Forges Davanzati

Da: Nuovo Quotidiano di Puglia” - Guglielmo Forges Davanzati 
Guglielmo Forges Davanzati, Università del Salento, è un economista italiano.
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                        L’economista in tuta da lavoro: Federico Caffè e il capitalismo in crisi - Riccardo Bellofiore 

Vi è ampia evidenza teorica ed empirica in merito al fatto che un’istruzione diffusa – oltre a essere desiderabile in quanto tale – è un rilevante fattore di crescita economica. Ciò fondamentalmente a ragione del fatto che l’acquisizione di conoscenze e competenze, sia attraverso i canali formali della scolarizzazione, sia attraverso i canali informali dell’acquisizione di conoscenze mediante reti amicali e relazionali (le c.d. soft skills), entra come input nel processo produttivo e agevola la crescita della produttività del lavoro.
La crescita economica italiana è al palo dalla svolta dei primi anni novanta, con le manovre restrittive dei Governi Amato e Ciampi (1992-1993), anche a causa del sistematico disinvestimento in istruzione, ricerca e sviluppo, dal momento che minore istruzione implica minore crescita. E vi è ampio accordo fra economisti in merito al fatto che il ventennio che inizia a far data dal 1998 è il peggiore della recente storia economica italiana in termini di tasso di crescita e andamento dell’occupazione.
A partire da quella data si fa strada quello che uno dei maggiori economisti italiani della seconda metà del Novecento, Federico Caffè, ebbe a definire l’allarmismo economico, con particolare riferimento – negli anni novanta e ancora più nel successivo decennio – alla convinzione diffusa che la disoccupazione italiana e, in particolare, la disoccupazione giovanile dipenda dal mismatch qualitativo fra domanda e offerta di lavoro. Ci si riferisce, in particolare, al fatto che si è incominciato a ritenere che la disoccupazione giovanile italiana dipenda dalla scarsa preparazione dei nostri giovani, quest’ultima imputabile all’incapacità delle nostre università di fornire conoscenze e soprattutto competenze tecniche adeguate a quelle domandate dalle nostre imprese.
Sia chiaro che il problema esiste, ma la narrazione dominante (e il connesso allarme) ne amplifica notevolmente le dimensioni. La realtà è che i nostri lavoratori, soprattutto giovani, ricevono per contro una preparazione adeguata, ma vengono assunti, laddove cioè accade, con contratti a tempo determinato, spesso in condizioni di sottoccupazione intellettuale e spesso costretti a emigrare o ad accettare forme di part-time involontario. Una condizione di precariato diffusa, con contratti di lavoro intermittenti, di incerta durata, che amplifica la spirale perversa composta da bassa crescita e peggioramento della qualità dell’occupazione. 
Per troppi anni, la nostra crescita è stata demandata alla triade inflazione-debito-svalutazione. Quest’ultima – si è ritenuto per troppi anni da parte di un folto numero di economisti – avrebbe consentito alle nostre imprese di ottenere crescenti margini di profitto esportando, secondo un modello che gli economisti definiscono export-led (crescita trainata dalle esportazioni). La svalutazione, a ben vedere, si è tuttavia associata a:
1. Riduzione del tasso di crescita della produttività del lavoro, dal momento che ha incentivato le nostre imprese a perseguire una modalità di competizione, su scala internazionale, basata sulla compressione dei costi di produzione nella sostanziale assenza di investimenti privati in innovazione; 
2. Incremento dei divari regionali, dal momento che la gran parte delle nostre imprese innovatrici è localizzata al Nord. 
Sia chiaro che l’ingresso nella moneta unica europea e l’adozione dell’euro ha aggravato problemi strutturali che la nostra economia si portava con sé a partire da almeno due decenni precedenti. Ciò a ragione del fatto che il dispositivo della svalutazione competitiva degli anni settanta-ottanta si blocca a partire dal 2002. Si stabilisce un tasso di cambio un euro/1936,27 lire, con decreto del 28 dicembre 2001 e si avvia una breve stagione di ripresa della crescita del tasso di inflazione.
Le riforme del mercato del lavoro avviate a metà anni novanta contribuiscono, però, a ridurne la portata e a consentire alle nostre imprese di sopravvivere non più attraverso il canale della svalutazione, ma attraverso la cosiddetta deflazione interna: ovvero una linea di moderazione salariale finalizzata a tenere bassi i prezzi sui mercati internazionali e, per conseguenza, a mantenere in attivo il saldo delle partite correnti (ovvero la differenza fra esportazioni e importazioni).
Si tratta di una linea perdente nel lungo periodo: la moderazione salariale comprime la domanda interna e causa crescita del tasso di disoccupazione – con la sola eccezione degli anni successivi al 2013, quando l’occupazione comincia ad aumentare (sebbene la sua qualità continui a peggiorare). L’aumento del tasso di disoccupazione riguarda, negli anni considerati, soprattutto la fascia d’età compresa fra i 25 e i 35 anni, è prevalentemente concentrata nel Mezzogiorno e riguarda soprattutto individui con elevata qualificazione professionale e altamente istruiti.
Si avvia un inevitabile processo di invecchiamento della popolazione, al quale si associa l’intensificarsi della caduta del tasso di crescita della produttività del lavoro, dal momento che, di norma, lavoratori anziani sono meno istruiti di lavoratori giovani e meno motivati, dunque meno produttivi.
Ma il problema non è solo economico. Si tratta di comprendere che il cosiddetto analfabetismo funzionale, di cui parlava il linguista Tullio De Mauro, morto da pochi anni, ha impatti potenzialmente devastanti sulla tenuta sociale del Paese, dal momento che – potrebbe apparire ovvio sottolinearlo – una popolazione poco istruita è anche una popolazione composta da elettori poco informati: la de-culturizzazione è, in definitiva, la pre-condizione per il peggioramento della qualità istituzionale e per una selezione qualitativamente peggiorativa della nostra classe dirigente. 
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                                                                        Tullio De Mauro: “Analfabetismo di ritorno, ecco perché gli italiani votano con la pancia” 

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