lunedì 9 dicembre 2019

Per un’altra Università - Riccardo Bellofiore, Giovanna Vertova

Da: Economisti di classe: Riccardo Bellofiore & Giovanna Vertova https://www.riccardobellofiore.info -
Giovanna Vertova, Università di Bergamo, Dipartimento di Scienze Aziendali, Economiche e Metodi Quantitativi. -
Riccardo Bellofiore, Università di Bergamo, Professore ordinario di Economia politica. -
Leggi anche: Ai confini della docenza. Per la critica dell’Università - Alessandra Ciattini 

Negli ultimi anni una serie di riforme ha portato l’università italiana a una profonda crisi.

La sfida odierna è quella di restituirle il suo ruolo di luogo di formazione culturale ed educazione al pensiero critico.


Di critiche dell’Università se ne sprecano. Ne abbiamo scritta una pure noi, dal titolo ambiguo quant’altrimai: Ai confini della docenza, sottotitolo Per una critica dell’Università. Il volume lo abbiamo voluto scaricabile gratuitamente dal sito della Accademia University Press. (https://www.aaccademia.it/scheda-libro?aaref=1223

Ambiguo perché il titolo potrebbe essere scambiato per una lamentela giocata sull’assonanza docenza/decenza; e il sottotitolo potrebbe parimenti apparire al lettore distratto un’aggiunta alla sempre più lunga lista di cahiers de doléances contro l’istruzione superiore. Le cose non stanno proprio così. Il titolo rimanda a una serie televisiva famosa, in originale The Twilight Zone, che uno dei curatori non propriaente giovane vide nella sua prima stagione, introdotta così:

C’è una quinta dimensione oltre quelle che l’uomo già conosce; è senza limiti come l’infinito e senza tempo come l’eternità. È la regione intermedia tra la luce e l’oscurità, tra la scienza e la superstizione, tra l’oscuro baratro dell’ignoto e le vette luminose del sapere. È la regione dell’immaginazione, una regione che potrebbe trovarsi ai confini della realtà.


Il sottotitolo gioca sul significato che Marx dà al termine ‘critica’: non limitarsi a rilevare errori, ma individuarne le condizioni di possibilità, e dunque la necessità e i modi di un cambiamento. 



L’alleggerimento dei programmi e la compressione degli apprendimenti 

L’università è in stato di grave crisi, pure la coscienza di quanto sia grave questa crisi manca. Manca in primo luogo al suo interno, dove invece abbondano le strategie difensive, del tipo ‘ha da passare la nottata’. La serie di riforme dai primi anni duemila in poi si è succeduta ininterrotta, in una logica autodistruttiva anche dal punto di vista di chi quelle riforme ha pensato. Ogni risultato è stato cancellato dalla furia dissolvente di una riforma successiva. La logica iniziale è stata quella di sostituire alla conoscenza le competenze, e di accelerare un apprendimento reso sempre più scheletrico. I problemi cui intendeva rispondere la riforma Berlinguer erano ben reali. Gli studenti italiani si laureavano tardi, e trovavano impiego in occupazioni non corrispondenti agli studi. Il primo triennio avrebbe dovuto fornire tanto le conoscenze di base quanto una prima professionalizzazione, affinché si potesse entrare prima nel mercato del lavoro.

La riforma dell’università veniva affiancata a una riforma della scuola secondaria che, nell’obiettivo dichiarato di non perdere per strada nessuno, distruggeva il liceo classico e scientifico che avevamo ereditato. Si voleva programmare l’offerta formativa in modo da ridurre la distanza tra formazione universitaria e mercato del lavoro. All’ ‘autonomia’ didattica degli atenei dobbiamo il dilagare di un’offerta didattica sempre più vasta e vuota. I limiti di questo impianto erano evidenti da subito, prima della sua messa in opera, e sono ancora con noi. Non ci voleva molto a capire che la formazione di base generalista e di taglio critico, interessata non solo al ‘come’ delle cose, ma anche al loro ‘perché’, sarebbe scomparsa dal triennio, per non riemergere da nessuna parte. È assurdo sperare che l’università possa fornire laureati con competenze e saperi pronti all’uso in un mondo del lavoro soggetto a un continuo e irreversibile cambiamento morfologico. Sarebbe proprio un triennio costruito su una larga base comune che dilatasse al massimo i tempi della formazione generale e critica ciò che meglio preparerebbe i nuovi laureati a quella mobilità orizzontale che gli verrà richiesta come necessaria dai nuovi processi produttivi. Lo studente si trova di fronte programmi alleggeriti sino alla trasparenza assoluta, invece i moduli e i corsi che scandiscono la sua carriera universitaria crescono a dismisura: con essi, si moltiplicano gli esami, e il tempo dell’apprendimento si comprime. La libertà di costruirsi percorsi individuali è ridotta. Rimane allo studente un po’ ingenuo la soddisfazione di sapersi ‘cliente’ della nuova università, e dunque anche il suo ‘sovrano’, almeno se è disposto a credere alla mitologia secondo cui la soddisfazione del consumatore è il fine ultimo del mercato: peraltro, nella nuova università questa è l’unica teoria economica che il malcapitato incontrerà.

Lo svilimento dell’università tra riforme “coerenti” e “razionali”

La riforma Moratti e poi quella Gelmini hanno reso coerente e razionalizzato la nuova università, nel segno di una precarizzazione della docenza non (ancora) strutturata così rispondendo all’esplosione patologica dei corsi di laurea, di una fittizia personalizzazione degli insegnamenti, di un prolungamento invece che di una riduzione del periodo di studio, della sostanziale svendita della laurea (tanto triennale quanto magistrale), di una sostanziale assenza del vaglio di merito da parte ministeriale delle scelte delle singole università, e così via.

Lo svilimento prima e lo smantellamento poi dell’istituzione universitaria pubblica ne sono stati l’esito inevitabile. Vista ex post, e tenendo conto anche della continuità della burocrazia ministeriale, si comprende la tesi che esista una continuità lineare tra ‘centro-destra’ e ‘centro-sinistra’ sul terreno della riforma dell’università.

Bisognerebbe, certo, ricordare anche la triste vicenda della ‘valutazione’ della ricerca: ridotta a poco più che esercizio bibliometrico, messa al servizio di una conformistica riproduzione del sapere dato, e delle conseguenze sui concorsi per la docenza. Come scrive Guglielmo Forges Davanzati: “è come se una ragazza con i capelli biondi partecipasse a un concorso di bellezza nel quale si è già deciso che possono vincere solo ragazze con i capelli neri”. La valutazione e i concorsi continuano a essere presenti nella discussione, quasi fossero l’unico problema. A noi pare piuttosto che le due questioni vadano viste come un lato soltanto del dramma che sta andando in scena: la rinascita ancora più feroce e fuori da ogni controllo del ‘baronato’, l’arbitrarietà della governance, l’aggiramento di norme e consuetudini di una antica civiltà universitaria che si vuole trasformare oggi in ‘comunità’ che deve sentirsi ‘solidale’ e in ‘competizione’ con le altre sedi. Basterà una occhiata ai codici etici di cui gli atenei si sono dotati per averne conferma.

Gli effetti deleteri di un’università allineata agli interessi dell’imprenditorialità

Il punto è, come ricorda ancora Forges Davanzati, che le imprese italiane, scarsamente innovative e di piccole dimensioni, non hanno bisogno di ricerca di base o di forza-lavoro altamente qualificata. Rendere l’istruzione universitaria funzionale all’impresa così com’è riesce contemporaneamente nel miracolo di privare i cittadini del diritto agli studi avanzati indipendentemente dalla funzione produttiva e di togliere alle imprese lo stimolo (che non può non essere promosso dal pubblico) a un miglioramento qualitativo: formare una classe dirigente allineata agli interessi della nostra imprenditoria è proprio ciò di cui il nostro sistema delle imprese non ha bisogno.

Ed è invece questa la realtà performativamente prodotta da quella retorica dell’occupabilità smontata con rigore nelle pagine di Michele Dal Lago. A tutto ciò si accompagna la sempre più netta divisione tra atenei di serie A e di serie B e il sottofinanziamento di quelli meridionali. Come anche non va sottovalutato l’aumento del tempo di lavoro della docenza, sempre più colonizzato da compiti burocratici, a fronte della riduzione del salario percepito internamente all’istituzione, la sua sempre minore trasparenza, l’introduzione di criteri mercantili in cicli di formazione come master, tirocini e corsi di formazione.

Il “lavoro” in Università tra “aziendalizzazione” e “dipendenza locale”

Quando si osserva l’Università come ‘luogo di lavoro’ al pari di una fabbrica o di un ufficio emergono i problemi tipici degli altri luoghi di lavoro: la crescente precarietà scambiata per flessibilità, i rapporti di potere su base gerarchica (ma non solo) sempre più violenti, i sottofinanziamenti e i bassi salari. Anche per questo abbiamo ritenuto importante che nel volume fosse presente la registrazione di una ricerca svolta nella nostra sede sul lavoro in università. Si faccia l’esercizio di immaginare di entrare in una sede qualsiasi. 
Si incontrerà, per esempio, la portineria: gli addetti, più propriamente quasi tutti di genere femminile, sono in condizioni di lavoro di fatto precarie; simile il destino di chi effettua il lavoro delle pulizie. Si incontreranno poi tecnici informatici, seduti magari alle stesse scrivanie, alcuni dipendenti dell’università, altri da società esterne: si chiama decentramento intra-moenia.
C’è poi il personale amministrativo, in parte anch’esso precario, in competizione con la docenza per i punti organico: soggetto a una continua pressione che li vuole snodo meccanico di un processo di lavoro il più fluido possibile, finalizzato soprattutto a rispettare le esigenze dell’organizzazione più che norme e regolamenti.

Nel solco della tradizione delle inchieste sui luoghi di lavoro, la ricerca è partita da un quesito rivolto a lavoratori e a lavoratrici: se e in che modo tutti i lavoratori riescano a svolgere le loro mansioni per raggiungere i compiti che all’Università sono affidati dalla legge. Forse per la prima volta l’Università viene considerata luogo di lavoro in senso stretto, non soltanto alta formazione – la seconda non esisterebbe senza il primo.
La discussione si è svolta in gruppi collettivi misti di docenti e personale amministrativo, e in parte per interviste. La ricerca, un’assoluta novità nel panorama italiano, è stata sostenuta finanziariamente dalla FLC provinciale e nazionale; ed è stata condotta da Francesco Garibaldo ed Emilio Rebecchi, non nuovi a inchieste del genere.

Se si legge l’università come un luogo di lavoro ‘come tutti gli altri’ si scopre come sia stata investita da processi che hanno interessato il lavoro ovunque: decentramento, flessibilizzazione, burocratizzazione, misurazione ossessiva dei risultati al fine di integrazioni salariali o di finanziamenti ministeriali. I risultati della ricerca sottolineano come i ‘peggiori’ nemici delle lavoratrici e dei lavoratori – che si sentono orgogliosi di far parte di un’istituzione pubblica, e rivendicano la cooperazione spontanea come strumento per far funzionare davvero l’università – siano le due caratteristiche principali, introdotte fin dalle prime riforme: l’aziendalizzazione (cioè la gestione della organizzazione del lavoro in università come se fosse una azienda) e la dipendenza da una domanda di lavoro territoriale, idiosincratica, incapace di guardare lontano. Sempre più in difficoltà l’idea, che in fondo rimanda alla nostra Costituzione, che l’Università debba formare cittadini istruiti, non solo lavoratori.

La questione del “pluralismo”

Nel volume si discute anche, nel caso particolare ma significativo dell’economia, la questione del ‘pluralismo’. Non saremo certo noi a contestare l’opportunità del pluralismo, né a negare che essa oggi manchi gravemente nell’insegnamento universitario, che pretende di trasmettere un sapere codificato e pronto all’uso. La questione ci pare però più seria e grave che il semplice dar spazio a un qualche insegnamento. La questione è semmai quella di riconoscere, nelle scienze sociali e umane, l’esistenza di diversi ‘stili di ragionamento scientifico’ che si incarnano in teorie in conflitto, e che devono avere pari dignità nell’insegnamento, anche di base. Una pluralità che deve estendersi anche a una pari dignità garantita alla ricerca e a una selezione che non discrimini le voci critiche.

Abbiamo avuto la fortuna di far parte di un Dipartimento di scienze economiche che prendeva il suo nome da Hyman P. Minsky, che visse anche a Bergamo. Ecco quale era l’università in cui studiò Minsky, e il modello di studio dell’economia che proponeva, come ne scrisse in Anni di formazione nella Chicago d’un tempo. Si badi, si tratta di una sede che era già allora famosa per il suo orientamento liberale, e spesso liberista, l’Università di Chicago:

“Lo studio dell’economia era, del tutto correttamente, parte del programma di scienze sociali. Quando penso a come introdurre gli studenti alla scienza economica, mi sembra che il programma di Chicago, dove l’economia era inizialmente presentata
agli studenti come parte dello studio della società – in cui la storia economica, la scienza politica, la sociologia, l’antropologia e l’economia erano elementi di un insieme di discipline integrate, finalizzato alla comprensione della società moderna –, fosse di gran lunga superiore alla pratica consueta di insegnare l’economia isolatamente, nell’ambito di un corso specializzato. Se potessi, eliminerei il corso standard americano di economia, e inserirei lo studio dell’economia nel contesto della storia e delle scienze sociali.
Oggi il modo di insegnare economia negli Stati Uniti produce economisti tecnicamente attrezzati nel loro campo, ma con una formazione culturale povera.” 
(Moneta e Credito, vol. 39, n. 153, marzo 1982, pp. 3-14; traduzione leggermente modificata, corsivi nostri).

Questa è la sfida che abbiamo di fronte. Credere che un’università del genere sia declinata al passato e non possa essere riproposta, sia pure in forme nuove, è oggi nient’altro che una forma di ‘tradimento dei chierici’. La risposta al declino, ormai così evidente, della nostra economia e della nostra società richiede di restituire all’università il suo ruolo di formazione culturale ed educazione al pensiero critico.

Riccardo Bellofiore, Giovanna Vertova


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