Visualizzazione dei post in ordine di data per la query Alessandro Volpi. Ordina per pertinenza Mostra tutti i post
Visualizzazione dei post in ordine di data per la query Alessandro Volpi. Ordina per pertinenza Mostra tutti i post

lunedì 26 ottobre 2026

Perché serve lo Stato - Alessandro Volpi

Da: Alessandro Volpi - Alessandro Volpi docente di Storia contemporanea, di Storia del movimento operaio e sindacale e di Storia sociale presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. - Alessandro Volpi -

Leggi anche: Arriva la bufera - Alessandro Volpi 

Il debito federale (pubblico) degli Stati Uniti - Alessandro Volpi 

Melonomics. Come smantellare lo Stato sociale proclamandosi sovranisti - Alessandro Volpi 

Vedi anche: Quali sono i segreti della finanza? - La lezione di Alessandro Volpi 

 Ascolta anche Caffè&Cornetto: Illusoria Sovranità con Alessandro Volpi https://www.mixcloud.com/radiograd/caff%C3%A8cornetto-illusoria-sovranit%C3%A0-con-alessandro-volpi

Viviamo in una fase in cui dovremmo ormai aver chiaro che non possiamo continuare a credere al verbo neoliberale per cui ci sono tabù inviolabili. 

Negli ultimi tredici anni, la spesa sostenuta dai vari governi italiani per garantire la continuità operativa dell'impianto dell'ex Ilva di Taranto, per finanziare la cassa integrazione, per erogare prestiti ponte, per provvedere alle bonifiche ambientali e ricapitalizzare l'azienda ha superato complessivamente i 3,6 miliardi di euro di risorse pubbliche, a cui si aggiungono centinaia di milioni in garanzie statali e crediti bancari. 

In pratica lo Stato, quindi la comunità dei contribuenti, ha speso oltre 4 miliardi di euro per farsi carico delle acciaierie di Taranto mentre la gestione era affidata ai privati di Arcelor Mittal, che l'hanno devastata per eliminare un pericoloso concorrente. 

Alla luce di ciò bisognerebbe immaginare, forse, una strada diversa. 

Una piena riconversione industriale e la nazionalizzazione comportano costi valutati tra i 3 e i 5 miliardi di euro complessivi, comprensivi di investimenti tecnologici, risanamento ambientale, capitale circolante e ammodernamento delle infrastrutture. 

Dunque nazionalizzarla significa una spesa che equivale ai soldi gettati dalla finestra nelle "amministrazioni Straordinarie". 

A livello occupazionale, la forza lavoro diretta di Acciaierie d’Italia conta circa 9.600 dipendenti distribuiti tra lo stabilimento principale di Taranto (oltre 7.800 lavoratori) e i poli di Genova, Novi Ligure e altri siti minori. 

Se a questi si somma l'imponente rete dell'indotto — che include autotrasportatori, ditte di manutenzione, fornitori di servizi e logistica — il bacino di lavoratori dipendenti diretti e indiretti sale complessivamente a circa 20.000 unità. 

Il destino del polo siderurgico è poi determinante per l'intero sistema produttivo italiano per una serie di ragioni strategiche. L'Italia è il secondo paese manifatturiero d'Europa e la sua industria — in particolare i settori dell'automotive, della meccanica strumentale, della cantieristica navale, dell'elettrodomestico e delle costruzioni — necessita di ingenti forniture di acciaio primario a caldo (spianati e laminati). 

Perdere la capacità produttiva nazionale dell'ex Ilva costringerebbe il tessuto industriale manifatturiero a dipendere quasi esclusivamente dalle importazioni esterne, esponendosi a forti oscillazioni di prezzo, colli di bottiglia nelle catene di approvvigionamento e rischi geopolitici, oltre a rinunciare a un presidio fondamentale di competenze tecniche e alla leadership nella transizione verso la decarbonizzazione industriale. 

Una politica industriale in mani pubbliche è assolutamente necessaria. 

Così si affronta la crisi sociale.

sabato 24 ottobre 2026

Dobbiamo abituarci alla catastrofe per far felici i miliardari? - Alessandra Ciattini

Da: Gabriele Germani -  Alessandra Ciattini (collettivo di formazione marxista "Stefano Garroni”) ha insegnato Antropologia culturale alla Sapienza. Direttrice e docente dell’Università popolare Antonio Gramsci (https://www.unigramsci.it), saggista, della redazione di “Diemmedi” (https://www.centrostudilosurdo.com/rivista-dmd) - 

Ascolta anche Caffè&Cornetto: Illusoria Sovranità con Alessandro Volpi https://www.mixcloud.com/radiograd/caff%C3%A8cornetto-illusoria-sovranit%C3%A0-con-alessandro-volpi

Il sistema economico produce precarietà, lavoro in nero e intermittente. 
Buona parte del lavoro mondiale è informale, come le condizioni strutturali influenzano la nostra percezione della realtà? 
In che modo le ideologie post-moderne sono veicolo di questi rapporti di forza? 


mercoledì 21 ottobre 2026

USA e UE alla canna del gas - Giorgio Gattei

Da: https://www.maggiofilosofico.it - Giorgio Gattei è uno storico del pensiero economico ed economista marxista italiano. Professore di Storia del Pensiero Economico presso la Facoltà di Economia dell'Università di Bologna.

Leggi anche: Il pianeta Marx ancora nel dettaglio: la mercanzia come feticcio. Cronache marXZiane n. 20 - Giorgio Gattei 

Arriva la bufera - Alessandro Volpi 

Sulla situazione attuale - Alessandro Volpi

La pericolosità degli Stati Uniti - Alessandro Volpi

Sulla crisi economica del capitalismo - Prabhat Patnaik


Sintesi per Compagni curiosi
dell’intervento al Forum della Rete dei Comunisti «Imperialismo: da liberista a predatorio?»
(Roma, 09/05/2026)


1. Questa volta parlerò dell’imperialismo, che è la teoria marxista dei rapporti economici internazionali che sono caratterizzati dall’asimmetria tra un Centro dominante e una Periferia subalterna, alla faccia di tutti coloro che «non possono capire come un paese possa arricchirsi a spese di un altro, dato che non vogliono nemmeno capire come, all’interno di un paese, una classe, possa arricchirsi a spese di un’altra» (scritto da Marx allo stesso tempo del Manifesto del Partito Comunista).

Tuttavia, nella invarianza del contenuto fondamentale, l’imperialismo nel tempo ha mutato la propria forma storica, avendo già percorso la prima fase del colonialismo, che è stato l’imperialismo del tempo di Marx che gli storici economici hanno poi chiamato «l’imperialismo del libero scambio», con il centro che esportava manufatti industriali verso una periferia da cui riceveva materie prime agricole secondo un rapporto di «scambio ineguale» per cui «il paese maggiormente favorito riceve un quantitativo di lavoro superiore a quello che offre in cambio» così che «il paese più ricco finisce per sfruttare quello più povero». È poi seguito, alla svolta del XX secolo, «l’imperialismo dei monopoli» divulgato da Lenin nel celebre testo del 1917 L’imperialismo fase ultima [ma non l’ultima!] del capitalismo nel quale «è diventata caratteristica l’esportazione di capitali» dal centro verso la periferia subalterna per ricavarne profitti e dividendi, così che Nikolaj Bucharin ha potuto parlare al proposito di un «capitalismo esportatore» e Rudolf Hilferding aggiungere che, così facendo, l’imperialismo si rendeva «esportatore non più di merci, ma della stessa produzione di merci» diffondendo il modo capitalistico di produzione dappertutto nel mondo.

venerdì 16 ottobre 2026

Perché l’Europa ha deciso di accollarsi la CRISI del GASOLIO scatenata dagli USA? - Demostenes Floros

Da: OttolinaTV - Giuliano Marrucci, videogiornalista, da oltre 10 anni è tra gli autori del programma di Rai Tre “Report”. E' Fondatore e Direttore di https://ottolinatv.it - Demostenes Floros è un analista geopolitico ed economico. Insegna presso il Master di 1° Livello in “Relazioni Internazionali di impresa: Italia-Russia” (Modulo: Energia) dell’Università di Bologna”. Collabora con la rivista Oil e con abo.net per Eni. Demostenes Floros - Demostenes Floros - 

Leggi anche: Arriva la bufera - Alessandro Volpi 

“Il Venezuela? Trump ha creato una bolla finanziaria di cui aveva un disperato bisogno”. Ecco chi ha già guadagnato con la mossa del tycoon - Franz Baraggino intervista Alessandro Volpi 

Sulla crisi economica del capitalismo - Prabhat Patnaik 

Vedi anche: La guerra per le risorse energetiche: Petrolio - Domenico Moro


Il prezzo del gasolio esplode, Donald Trump arriva alle midterm con un problema enorme e la soluzione escogitata da Washington è semplice: far aprire agli europei le loro riserve strategiche. Se non lo fanno, gli Stati Uniti minacciano di limitare le esportazioni di prodotti raffinati verso l’Europa. 

Il problema è che ormai non possiamo permetterci di dire di no. Trent’anni fa l’Europa era una grande potenza della raffinazione. Ancora nel 2009 aveva una capacità superiore a quella statunitense. Da allora abbiamo chiuso trenta raffinerie, perso milioni di barili al giorno di capacità e sostituito prima con il diesel russo, poi con quello americano, quello che non siamo più in grado di produrre. 

Nel frattempo la raffinazione è diventata una miniera d’oro: il margine tra greggio e diesel è passato da una ventina di dollari alla vigilia della guerra in Ucraina a oltre 100, mentre giganti come Marathon e Valero hanno moltiplicato i profitti. 

Ed è qui che il cortocircuito diventa perfetto: i profitti restano privati, il controllo della filiera finisce nelle mani di grandi compagnie e trader transnazionali, ma quando il sistema va in crisi tocca agli Stati intervenire, calmierare i prezzi e svuotare le riserve accumulate per le emergenze. 

Con Demostenes Floros ricostruiamo come siamo arrivati fin qui: dal declino della raffinazione europea alla dipendenza dagli USA, dal ruolo di Vitol e Trafigura nelle raffinerie italiane fino alla scelta di sacrificare anche l’ultima ciambella di salvataggio. 


lunedì 12 ottobre 2026

Arriva la bufera - Alessandro Volpi

Da: Alessandro Volpi - Alessandro Volpi docente di Storia contemporanea, di Storia del movimento operaio e sindacale e di Storia sociale presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. - Alessandro Volpi - 

Leggi anche: Sulla situazione attuale - Alessandro Volpi

La pericolosità degli Stati Uniti - Alessandro Volpi 

Sulla crisi economica del capitalismo - Prabhat Patnaik 

Vedi anche: Quali sono i segreti della finanza? - La lezione di Alessandro Volpi 



Il mercato dei titoli di Stato rischia di affrontare una "tempesta perfetta" scatenata dall'azione simultanea di sei fattori critici che minacciano la stabilità finanziaria globale: 

1) Il debito pubblico USA: La costante emissione di Treasury, a livello federale e statale, per coprire disavanzi cronici in assenza di un adeguato risparmio privato interno, spinge il mercato a pretendere rendimenti superiori al 5% sui titoli decennali, alzando il costo del capitale su scala mondiale. 

2) La bolla dell'Intelligenza Artificiale: Gli imponenti investimenti legati all'IA (data center, microchip e infrastrutture energetiche) vengono sostenuti da un massiccio indebitamento corporate. Questo assorbe liquidità e compete direttamente con le emissioni dei debiti sovrani. 

3) Il finanziamento del riarmo. Non potendo coprire i costi solo con le tasse, i governi espandono i deficit e aumentano la frequenza delle aste di titoli di Stato. 

4) La concorrenza europea e il caso francese: L'aumento dei disavanzi e delle spese per la difesa accende una spietata competizione tra i Paesi dell'Eurozona per attrarre capitali. Il deterioramento dei conti della Francia accentua la percezione del rischio nell'area, spingendo al rialzo gli spread. 

5) La stretta delle banche centrali: Per contrastare le pressioni inflazionistiche, Fed e BCE mantengono i tassi elevati. Tramite il Quantitative Tightening, riducono inoltre i propri bilanci, privando i titoli pubblici del loro principale acquirente di ultima istanza. 

6) Lo smantellamento del Carry Trade giapponese: La svolta della Bank of Japan verso tassi più alti sta portando al rientro dei capitali in patria, smantellando le posizioni speculative in yen che per anni avevano alimentato l'acquisto di debito occidentale. 

La bufera arriva.

lunedì 17 agosto 2026

Perché gli USA hanno deciso di salvare il Giappone CON I TUOI SOLDI - Alessandro Volpi

Da: OttolinaTV -  Alessandro Volpi docente di Storia contemporanea, di Storia del movimento operaio e sindacale e di Storia sociale presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. - Alessandro Volpi - Alessandro Volpi 

Vedi anche: Il governo consegna i contributi dei lavoratori italiani a BlackRock - Alessandro Volpi 

Il più grande nemico dell’umanità: l’imperialismo straccione europeo - Paolo Ferrero, Alessandro Volpi

Leggi anche: La pericolosità degli Stati Uniti - Alessandro Volpi 

Il debito federale (pubblico) degli Stati Uniti - Alessandro Volpi 

Balle spaziali. - Alessandro Volpi (14/08/26) 


Dopo mesi di declino, lo yen giapponese è precipitato ai livelli più bassi degli ultimi quarant’anni. Poi, nel giro di meno di un’ora, ha recuperato oltre il 3 per cento del suo valore.
Un normale rimbalzo dei mercati? No. Dietro quel movimento c’era un intervento coordinato tra Tokyo e Washington.
Gli Stati Uniti hanno deciso di sostenere lo yen perché un suo ulteriore crollo avrebbe potuto costringere il Giappone a vendere una parte degli oltre 1.100 miliardi di dollari di titoli del Tesoro americano che possiede, facendo salire i rendimenti e mettendo ancora più sotto pressione il debito federale, il dollaro e la bolla finanziaria di Wall Street.
Ma la parte più significativa è un’altra: per comprare yen, Washington ha venduto euro.
In altre parole, gli Stati Uniti hanno salvato il Giappone e protetto il proprio sistema finanziario scaricando una parte del costo sull’Europa.
Con Alessandro Volpi analizziamo cosa rivela questa operazione sui rapporti di forza dentro il blocco occidentale. Il Giappone resta subordinato agli Stati Uniti e schierato contro la Cina, ma quando il prezzo dell’alleanza diventa troppo alto riesce comunque a presentare il conto.
L’Europa, invece, emerge ancora una volta come il più mansueto dei vassalli: quello che paga di più, subisce di più e chiede meno al padrone di Washington. 

domenica 9 agosto 2026

Come Meloni ha deciso di smantellare lo Stato Sociale prima delle prossime elezioni - Alessandro Volpi

Da: OttolinaTV - Alessandro Volpi docente di Storia contemporanea, di Storia del movimento operaio e sindacale e di Storia sociale presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. - Alessandro Volpi 

Vedi Anche: Il governo consegna i contributi dei lavoratori italiani a BlackRock - Alessandro Volpi 

Leggi anche:  La favola tragica del riarmo a costo zero che strozza i conti per un decennio - Emiliano Brancaccio 


Conti alla mano, Alessandro Volpi dimostra come con la prossima legge di bilancio il governo Meloni si appresta a dare il colpo di grazia definitivo a quel che resta dello Stato Sociale, per favorire riarmo e speculazione finanziaria 



domenica 2 agosto 2026

Il governo consegna i contributi dei lavoratori italiani a BlackRock - Alessandro Volpi

Da: https://www.ilcontesto.net - Il Contesto | Analisi economica e geopolitica -  Alessandro Volpi docente di Storia contemporanea, di Storia del movimento operaio e sindacale e di Storia sociale presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. - Alessandro Volpi 

Leggi anche: Un fronte di difesa della Costituzione - Alessandro Volpi 

Ancora sul "Fronte popolare" contro le Destre - Alessandro Volpi

Sulla situazione attuale - Alessandro Volpi 

Vedi anche: Quali sono i segreti della finanza? - La lezione di Alessandro Volpi 

Lo scorso 1 luglio, è entrata in vigore nel sostanziale disinteresse mediatico italiano una normativa che, in assenza di esplicita manifestazione di contrarietà da parte dei soggetti interessati, stabilisce l’automatica canalizzazione dei contributi versati dai dipendenti del settore privato verso il fondo pensione di categoria.All’incentivo rappresentato dal meccanismo del silenzio assenso va peraltro a sovrapporsene un altro, costituito dalla deducibilità fino a 5.300 euro e dall’abbassamento – dal 26 al 20% – dell’aliquota sulle plusvalenze.

Le mani di Blackrock, Vanguard e State Street sui contributi degli italiani. 

I metalmeccanici, una delle categorie più numerose, fa riferimento al Fondo Cometa, dotato di un proprio Consiglio d’Amministrazione e di un collegio sindacale composti per il 50% da rappresentanti dei sindacati e per il restante 50% da rappresentanti dei datori di lavoro. A sua volta, l’organo direttivo affida l’ammontare dei contributi – tra i 13 e i 14 miliardi di euro – ai grandi gestori internazionali di risparmio come BlackRock, Vanguard e State Street.

Grazie alla nuova legislazione, quasi 75 miliardi di euro di contributi concessi ogni anno in affidamento ai grandi fondi dovrebbero essere sottratti all’Inps per defluire verso i mercati azionari e obbligazionari statunitensi, a beneficio di società che annoverano quegli stessi mega-fondi come principali azionisti di riferimento.

Una risposta a Alessandro Volpi (per amor di contraddittorio...) 
Volpi dice cose corrette a proposito dei fondi pensione, ma perché ne parla proprio ora, che si inizia ad applicare la riforma del dicembre 2025 che ha migliorato molto le cose? E perché non dice di questo miglioramento? Ora infatti il lavoratore può scegliere di escludere le Compagnie assicurative (UnipolSai, Generali Assicurazioni), le quali prima, per regolamento COVIP, prendevano in carico obbligatoriamente e in maniera irreversibile almeno il 50% del montante accumulato dal lavoratore per erogare un vitalizio al pensionamento; da calcoli attuariali effettuati e ben verificati e confermati (studiando il contratto con la Compagnia, che sono tenuti a inviare solo a richiesta), ma ovviamente mai divulgati in maniera trasparente ai lavoratori, la Compagnia assicurativa tratteneva quasi un terzo dell'importo del lavoratore (una vergogna!). Ora il lavoratore può scegliere di non far gestire il proprio montante accumulato alla Compagnia Assicurativa e i propri soldi rimangono al Fondo negoziale che è un ente non a fini di lucro e preleva circa 0,2-0,3% massimo ogni anno per le spese di gestione e inoltre gestisce in maniera trasparente. 

Certo oggi il lavoratore deve fare determinate scelte ed essere ben informato, altrimenti finisce depredato da Fondi privati e piani pensionistici bancari prima e da Compagnie assicurative dopo.

Che in ogni caso ci troviamo in gestioni patrimoniali basate su strumenti finanziari del capitalismo è indiscutibile, ma dal punto di vista del lavoratore che deve integrare una pensione che sarà il 50% del salario, si tratta di risparmio che deve essere fatto rendere al meglio. D'altronde se uno pensa di mettere da parte soldi per la vecchiaia, che fa? Li mette sotto il materasso con l'inflazione che se li mangia oppure ci compra ETF di azioni mondiali e titoli di Stato che mediamente forniscono una rendita netta positiva? Il capitalismo vorremmo abbatterlo ma il lavoratore deve campare e usa gli stessi strumenti di investimento dei ricchi: azioni e credito.

La questione invece della sanità privata a mio avviso è molto più grave, immorale, inefficiente. Lì i soldi dei lavoratori vengono consegnati, cobtrattualmente e quindi obbligatoriamente a favore di Compagnie assicurative e i propri soldi sono impiegati per dare incentivi a lavoratori e dirigenti dell'assicurazione quando riescono a trovare cavilli per non pagare le cure mediche al lavoratore che le necessita. Invece se un lavoratore compra delle azioni con i proprio risparmio, alimenta il sistema di certo, ma probabilmente lo aiuterà in futuro. 

Certo c'è un piano tecnico e contrattuale (che conosco abbastanza) e un piano politico, sul quale noi siamo tutti d'accordo credo. Tuttavia in parte si intrecciano: se si estromette la Compagnia Assicurativa "costosissima" e"inefficente", ritengo sia un bene: non risolve tutto, ci mancherebbe ma è un bene per il lavoratore e per la giustizia sociale. 

sabato 1 agosto 2026

Entrare nelle crepe: guida alla resistenza civile contro l’1% - Elena Basile

Da: https://www.lafionda.org - Elena Basile è un'ex diplomatica e scrittrice italiana. Dal 2013 al 2021 ha prestato servizio come ambasciatrice in Svezia e Belgio e nel 2023 ha lasciato il servizio diplomatico con il grado di plenipotenziario. (Elena Basile) 

Leggi anche: Ancora sul "Fronte popolare" contro le Destre - Alessandro Volpi


Continuiamo a scrivere fin quando e ovunque ce lo permettano! Se un giorno ci saranno degli storici che analizzeranno questi tristi giorni — nei quali la mancata risposta alla sfida climatica, robotica e nucleare comporterà inevitabili conseguenze —, essi potranno correggere, con la nostra versione, la narrativa criminale a cui lavora l’apparato mediatico. Sapranno che la società civile era in fermento; che molteplici voci si levavano nel deserto; che movimenti del dissenso nascevano come funghi; e che qualche formazione politica, come i 5 Stelle in Italia e alcune forze della sinistra radicale in Europa, aveva il coraggio di condannare il genocidio e di appellarsi a una mediazione con la Russia. 

L’atlantismo filoneoconservatore e il neoliberismo sono la cifra del mainstream. Tutto: da destra al centro-sinistra. Vorrei che qualcuno mi spiegasse, su questi temi, la differenza esistente tra politici come Renzi, Gentiloni, Tajani e la Meloni. Non ne vedo alcuna, se non qualche sfumatura:

1. Le destre, più pragmatiche nei confronti della Russia e pronte a riconoscere la convenienza di una mediazione, sono però fanatiche nell’odio verso l’Islam e i palestinesi.
2. Il centro-sinistra, a volte più consapevole delle ingiustizie sofferte a Gaza, è invece fanatico e in preda al delirio contro la Russia, del tutto incurante del rischio nucleare.
3. Le destre sono negazioniste della minaccia climatica; il centro-sinistra si dichiara falsamente consapevole, ma affossa la transizione ecologica con le guerre. 

La differenza tra questi due schieramenti, in Italia come in Europa e negli Stati Uniti, riguarda unicamente i valori di facciata e il censo degli elettori. 

mercoledì 29 luglio 2026

Ancora sul "Fronte popolare" contro le Destre - Alessandro Volpi

Da: Alessandro Volpi -  Alessandro Volpi docente di Storia contemporanea, di Storia del movimento operaio e sindacale e di Storia sociale presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. - Alessandro Volpi

Leggi anche: Un fronte di difesa della Costituzione - Alessandro Volpi


Sono ingenuo, ma vorrei davvero capire come si fa a costruire un "Fronte popolare" contro le Destre partendo da questi dati di fatto. 

Sul piano economico: Avs e Rifondazione sono convintamente a favore di una Imposta patrimoniale sulle grandi fortune e sulle grandi successioni. Pd, M5S, Italia Viva sono contrari. 

Sul reddito di cittadinanza: Avs, Rifondazione e M5S sono favorevoli. Pd molto tiepido e Italia viva decisamente contraria.  

Sull'abolizione del Jobs Act: M5S, Avs e Rifondazione sono per la sua completa cancellazione. Pd (una parte) è favorevole alla rimodulazione di una parte. Italia Viva è contraria ad ogni modifica e anzi vorrebbe ripristinare anche quella abrogata dal referendum. 

Sull'energia: Avs, Rifondazione e M5s sono contrari al nucleare. Pd non ha preclusioni ideologiche. Italia Viva molto favorevole. 

Sul PNRR: Italia viva e PD vedono nel PNRR la "stella polare" da attuare senza ritardi. Il M5S e AVS chiedono di rinegoziarne parti consistenti per spostare più risorse sulla transizione ecologica e sociale. 

Sulla guerra in Ucraina: PD sostiene l'invio di armi a Kiev. M5S, AVS e Rifondazione sono contrari al proseguimento dell'invio di armi, chiedendo un cessate il fuoco immediato e negoziati di pace. Italia Viva è fermamente atlantista e favorevole al sostegno militare. 

Sulla Giustizia: Italia viva sostiene la separazione delle carriere dei magistrati (vicino alle posizioni del centro-destra). PD e M5S sono molto critici verso questa riforma, temendo un indebolimento dell'autonomia della magistratura. 

sabato 25 luglio 2026

Un fronte di difesa della Costituzione - Alessandro Volpi

Da: Alessandro Volpi - Alessandro Volpi docente di Storia contemporanea, di Storia del movimento operaio e sindacale e di Storia sociale presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. - Alessandro Volpi

Leggi anche: Sulla situazione attuale - Alessandro Volpi 
Ancora sul "Fronte popolare" contro le Destre - Alessandro Volpi

    Una precisazione. 

La pericolosità crescente della Destra sta alimentando in maniera accesa la prospettiva della formazione di un fronte di difesa della Costituzione, fondato sull'antifascismo e caratterizzato da un'ampia trasversalità. 

Una simile visione, pur avendo molte motivazioni, dovrebbe, a mio parere, considerare il fatto che la discriminante antifascista e della tutela costituzionale è necessaria ma non sufficiente. 

A tale pregiudiziale, occorrerebbe aggiungerne un'altra, ugualmente decisiva, rappresentata dal rigetto del neoliberalismo, motivato proprio dalla storia recente del nostro Paese, dove la riduzione delle retribuzioni reali, la contrazione dei servizi pubblici universalistici, la svalorizzazione del lavoro e, soprattutto, l'aumento delle disuguaglianze sociali sono state massime. 

Tutto ciò è avvenuto con la convinta, e teorizzata adesione, di una parte dei soggetti che oggi dovrebbero far parte del fronte di difesa costituzionale. 

L'analisi storica delle politiche attuate dai governi di centro-sinistra in Italia, a partire dagli inizi degli anni Novanta, rivela infatti un ruolo determinante nella trasformazione del paradigma economico e sociale del Paese, spesso in stretta continuità con i dettami del neoliberismo globale. 

domenica 12 luglio 2026

Sulla crisi economica del capitalismo - Prabhat Patnaik

Da: https://monthlyreview.org - Prabhat_Patnaik è professore emerito presso il Centro di Studi Economici e Pianificazione dell'Università Jawaharlal Nehru di Nuova Delhi. - Prabhat Patnaik - 

Vedi anche: Presentazione del libro “Il declino dell’impero americano”, con la curatrice prof.ssa Alessandra Ciattini 

La guerra per le risorse energetiche: Petrolio - Domenico Moro

Caso Palantir: l’azienda che potrebbe aiutare i governi ad attuare la sorveglianza di massa - Maria Bosco, Silvia Benevenuta 

La classe transatlantica di Epstein - Prof. Kees v.d. Pijl 

"Siamo già nella Terza Guerra Mondiale" - Jiang Xueqin 

"L'Iran e Gaza sono solo l'inizio" - Chris Hedges

Leggi anche: Marxiana - Stefano Garroni 

Accumulazione per espropriazione. La nuova fase del capitalismo - David Harvey 

"L'ATTACCO ALL'IRAN E' LA NUOVA SCOMMESSA CAPITALISTA DI TRUMP E SOCI" - Umberto De Giovannangeli intervista Emiliano Brancaccio

La pericolosità degli Stati Uniti - Alessandro Volpi 

Il debito federale (pubblico) degli Stati Uniti - Alessandro Volpi

La maschera razionale della nuova barbarie - Paolo Massucci 

COME MAI LE GUERRE OCCIDENTALI SONO AUTOLESIONISTE E INVECE DI FARCI RICCHISSIMI CI STANNO BUTTANDO NELLA MISERIA? - David Colantoni


La crisi strutturale del capitalismo attuale presenta almeno due importanti aspetti economici. Il primo è la stagnazione generale e l'aumento della disoccupazione con cui il capitalismo mondiale, nella sua fase neoliberista, si è confrontato. In molti casi, come negli Stati Uniti, l'aumento della disoccupazione è mascherato da una riduzione del tasso di partecipazione al mercato del lavoro, ma la sua realtà è innegabile. La stagnazione era già evidente prima della pandemia: il tasso di crescita decennale dell'economia mondiale nel decennio 2010-2019 è stato inferiore a quello di qualsiasi altro decennio precedente, a partire dalla Seconda Guerra Mondiale. 

Quota crescente di eccedenze e sovrapproduzione ex ante

La ragione di questa stagnazione risiede nella natura stessa del capitalismo neoliberista, che ha visto un massiccio aumento della disuguaglianza di reddito e ricchezza all'interno di ciascun paese. Poiché il capitale, compresa la finanza, gode di una mobilità globale più o meno libera sotto il regime neoliberista, mentre i lavoratori rimangono confinati nei rispettivi paesi (tranne quando specificamente autorizzati a migrare), i lavoratori dei paesi avanzati competono di fatto con i lavoratori a basso salario del Sud del mondo, verso i quali il capitale può sempre essere delocalizzato. Di conseguenza, i lavoratori dei paesi avanzati non registrano quasi alcun aumento dei loro salari reali, nemmeno in termini assoluti: infatti, Joseph Stiglitz ha stimato che il salario reale medio di un lavoratore americano di sesso maschile nel 2011 fosse leggermente inferiore a quello del 1968. 1

Allo stesso tempo, nonostante qualsiasi delocalizzazione delle attività dal Nord al Sud, le ingenti riserve di lavoro del Sud – eredità del suo passato coloniale – non si esauriscono. Al contrario, aumentano in rapporto alla forza lavoro, grazie al sostanziale incremento della produttività del lavoro che si verifica ovunque a seguito dell'adozione di un cambiamento tecnologico più rapido, quest'ultimo conseguenza dell'intensificarsi della concorrenza nel mercato mondiale sotto l'assetto neoliberista. La persistenza delle riserve di lavoro in termini relativi implica che i salari reali nel Sud del mondo rimangono più o meno legati al livello di sussistenza.

Pertanto, sia al Nord che al Sud il vettore dei salari reali aumenta a malapena, anche se la produttività del lavoro cresce rapidamente, determinando un aumento della quota di surplus economico nella produzione mondiale e anche all'interno dei singoli paesi. 2 Poiché in media una quota maggiore del reddito viene consumata dai lavoratori rispetto a coloro che vivono del surplus economico, un aumento della quota di surplus economico ha l'effetto di contenere la domanda di consumo e quindi la domanda aggregata rispetto alla produzione realizzabile. Ciò a sua volta genera una tendenza ex ante alla sovrapproduzione, di cui la stagnazione e l'aumento della disoccupazione effettivamente osservati sono manifestazioni. 3

martedì 7 luglio 2026

Vorrei soffermarmi sulla questione Irpef - Alessandro Volpi

 Da: Alessandro Volpi - Alessandro Volpi docente di Storia contemporanea, di Storia del movimento operaio e sindacale e di Storia sociale presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. - Alessandro Volpi 

Leggi anche: Il debito federale (pubblico) degli Stati Uniti - Alessandro Volpi 

La pericolosità degli Stati Uniti - Alessandro Volpi 

Il tema fiscale è davvero un nodo politico centrale nella costruzione di una Sinistra popolare.

Vorrei soffermarmi sulla questione Irpef. 

Gli ultimi interventi su tale tema, comprese le riduzioni per determinate fasce di reddito, hanno generato il maggiore beneficio per i redditi superiori ai 50 mila euro proprio perché hanno goduto della riduzione delle aliquote della loro parte di reddito fino a quella soglia e per il resto hanno continuato a godere di un'aliquota massima del 43%. 

E' evidente, allora, che servirebbero aliquote marginali più alte con la crescita dei redditi superiori ad almeno 80 mila euro. 

Per essere chiari; chi ha un reddito lordo superiore agli 80 mila euro, potrebbe pagare un'aliquota del 45% sulla parte del reddito che eccede gli 80 mila euro e chi ha un reddito superiore ai 100 mila euro potrebbe pagare, sulla parte eccedente il 47%. 

Questo contribuirebbe a restituire progressività al sistema fiscale secondo quanto previsto dall'articolo 53, con la possibilità di ridurre l'Iva sui servizi essenziali. 

Ma il tema dell'Irpef ha un risvolto ancora più paradossale. 

Dal governo Berlusconi IV, poi dal Governo Renzi, dal Governo Conte/Salvini e dal Governo Meloni sono stati introdotti i cosiddetti regimi sostitutivi per cui alcune tipologie di contribuenti hanno potuto scegliere il regime fiscale a cui sottostare. 

Stiamo parlando della flat tax sugli affitti, del regime forfettario per le partite Iva, l'imposta sostitutiva sulle plusvalenze finanziarie. 

Ciò configura una triplice anomalia: 

1) In Italia esistono contribuenti che possono scegliersi il regime fiscale e altri no; in particolare non possono scegliere quanto pagare i lavoratori dipendenti e i pensionati che ricevono il prelievo all'origine senza alcuna possibilità di scelta. 

2) Le aliquote forfettarie a parità di entrata sono assai diverse se si paga la flat tax, che non si cumula al reddito, o se si paga l'Irpef: nel primo caso sono decisamente più basse. 

3) Chi sceglie il regime sostitutivo non paga le addizionali Irpef, né quella comunale né quella regionale che sono pagate invece per intero da chi paga l'Irpef. 

Allora, se esaminiamo l'Irpef, è evidente che l'imposta è pagata, come emerge dai numeri, per il 95% da lavoratori dipendenti e pensionati che non possono ricorrere a regimi sostitutivi ed è altrettanto chiaro che i regimi sostitutivi tolgono all'Irpef e quindi alla comunità 10/12 miliardi di euro l'anno. 

lunedì 29 giugno 2026

La pericolosità degli Stati Uniti - Alessandro Volpi

Da: Alessandro Volpi - Alessandro Volpi docente di Storia contemporanea, di Storia del movimento operaio e sindacale e di Storia sociale presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. - Alessandro Volpi

Leggi anche: Il debito federale (pubblico) degli Stati Uniti - Alessandro Volpi 

Vedi anche: Quali sono i segreti della finanza? - La lezione di Alessandro Volpi 

La pericolosità degli Stati Uniti sta in alcuni numeri molto esplicitii. Ne ho già scritto ma voglio provare a metterli in fila con chiarezza. 

1) Il debito federale è ormai vicino ai 40 mila miliardi di dollari. Il costo annuo degli interessi è di 1200 miliardi di dollari. I rendimenti dei titoli decennali sono superiori al 4,5. L'assicurazione contro il rischio di insolvenza del debito degli Stati Uniti è la più costosa tra quelle per i debiti dei principali paesi del mondo. I compratori esteri del debito Usa sono scesi al 25% del totale e le aste vedono una domanda non molto più ampia dell'offerta, per cui è fondamentale l'intervento delle banche americane che sono però imbottite di titoli che valgono sempre meno. Oggi il debito pubblico americano è pari al 40% del debito pubblico globale. 

2) Il dollaro ha perso l'11% rispetto ad un paniere di valute globali e continua a registrare una tendenza la ribasso che non è giustificata solo con la volontà dell'amministrazione statunitense di favorire le esportazioni con una moneta debole, ma ha a che fare con una crisi di credibilità internazionale. La percentuale di asset in dollari delle banche centrali del pianeta è crollato a poco più del 50% e nel caso dei fondi sovrani è sceso ulteriormente al 48%. 

3) il disavanzo delle partite correnti ha raggiunto il record di essere pari ai 2/3 del disavanzo globale del pianeta, mentre il disavanzo commerciale, pure essendosi parzialmente ridotto, continua ad essere pari a circa 56 miliardi di dollari a maggio 2026. 

4) La produzione industriale statunitense è ferma a poco più dello 0% e gli Stati Uniti producono il 15% dei beni manifatturieri mondiali contro il 35% della Cina. 

5) L'inflazione a giugno ha superato il 4,2% in costante crescita e il perdurare della crisi di Hormuz la farà crescere ulteriormente. In questo senso sono fallite le speranze di Trump di non importare gli effetti inflazionistici della guerra e dei dazi, facendo immaginare in maniera sempre più concreta la prospettiva di un aumento dei tassi da parte della Fed di Kevin Warsh che genererà un effetto duro sul costo del debito pubblico e privato. Questo farà contrarre i consumi, che negli Stati Uniti avvengono in base al debito e costituiscono un elemento primario nella formazione del Pil, stimato a fine 2026 intorno all'1,5%. 

6) Le borse statunitensi sono in piena bolla finanziaria. Il rapporto Prezzo/Utili stimati a 12 mesi e di 21,5. Questo dato è significativamente superiore alla media storica degli ultimi 25 anni (che si attesta intorno a 17,6x). Indica che il mercato è "caro" e che gli investitori stanno pagando un premio elevato per ogni dollaro di utile atteso. Il mercato infatti sta scontando una crescita degli utili del 12-14% per il resto del 2026. Se la produzione industriale continua a segnare lo 0,1% o se i consumi dovessero flettere a causa dell'inflazione (al 4,2%), le società non riusciranno a soddisfare queste aspettative, innescando una correzione violenta dei prezzi. 

In estrema sintesi, gli Stati Uniti hanno giganteschi debiti, dipendono in maniera determinante dai prestiti fatti dai risparmiatori e dagli investitori mondiali, non possono più stampare nuovi dollari per coprire il debito e producono sempre meno. Per questo il dollaro sta perdendo terreno. A fronte di ciò registrano una gigantesca bolla finanziaria, sganciata dalla realtà e sorretta, di nuovo, dal trasferimento dei risparmi globali verso i titoli Usa in larga misura per la mediazione decisiva dei grandi gestori, a cominciare da BlackRock. Inoltre, e si tratta di un dato decisivo, scontano un'inflazione che riduce il potere d'acquisto di larga parte della popolazione Usa, afflitta dagli alti tassi di interesse imposti proprio dall'inflazione e dal dollaro debole. 

Da tutto ciò deviva la pericolosità dell'ex Impero, che si trova a fare i conti con un vero e proprio cambiamento epocale di ruolo nelle gerarchie mondiali; un cambiamento che la politica e persino la cultura popolare degli Stati Uniti dovrebbero affrontare, dopo aver coltivato per decenni il culto del primato. Mi sembra che sia una situazione davvero difficile, e pericolosa.

martedì 16 giugno 2026

La guerra per le risorse energetiche: Petrolio - Domenico Moro

Da: la Città Futura - https://giuliochinappi.com - Domenico Moro è ricercatore presso l’Istat, dove si occupa di indagini economiche strutturali sulle imprese. Ha lavorato nel settore commerciale di uno dei maggiori gruppi multinazionali mondiali ed è stato consulente della Commissione Difesa della Camera dei deputati. 

Vedi anche: Yesterday's Papers: Il punto di vista della Cina sulla crisi globale - Kikko Schettino 

Leggi anche: Il debito federale (pubblico) degli Stati Uniti - Alessandro Volpi 


Nel video viene intervistato Domenico Moro ricercatoree dell'ISTAT, che recentemente ha scritto un interessante saggio sul ruolo giocato dalle risorse energetiche, in particolare dal petrolio, nelle guerre del passato e in quelle attuali 

(https://www.marxismo-oggi.it/saggi-e-contributi/saggi/801-il-rapporto-tra-petrolio-guerra-e-imperialismo-ieri-e-oggi). 

Senza risorse egergetiche nessuna potenza può mantenere il suo dominio. 

domenica 7 giugno 2026

Incontro a Pechino - Alessandra Ciattini intervista Francesco Maringiò

Da: la Città Futura - Francesco Maringiò, Presidente dell’Associazione italo-cinese per la promozione della Nuova Via della Seta e curatore del libro "La Cina nella Nuova Era, Viaggio nel 19°Congresso del PCC", LA CITTA' SEL SOLE. - Alessandra Ciattini (collettivo di formazione marxista "Stefano Garroni”) ha insegnato Antropologia culturale alla Sapienza, collabora con https://www.unigramsci.it -

Vedi anche: Le iniziative globali della Cina nel mondo multipolare - ALBERTO BRADANINI, FRANCESCO MARINGIÒ 

I retroscena del vertice Trump-Xi che non trovi nei giornali https://www.youtube.com/watch?v=MMdW3p0lNi0

La visita di Donald Trump in Cina - Alessandro Volpi

Leggi anche: [In altre parole] Realpolitik a Pechino: perché l'asse Merz-Xi è l'ancora di salvezza per l'industria europea - Francesco Maringiò


Alessandra Ciattini introduce l'incontro con Francesco Maringiò, Presidente dell'Associazione per la Nuova Via della Seta. La discussione, destinata al periodico online *La città futura*, ha l'obiettivo di analizzare la complessità delle relazioni geopolitiche attuali, con particolare riferimento ai rapporti tra Cina e Stati Uniti, la questione della loro potenza economica mondiale e il ruolo di altri attori globali come l'Iran. Maringiò sottolinea come la recente visita a Pechino di esponenti dell'amministrazione statunitense, inclusi rappresentanti del settore tecnologico come il capo di Nvidia, sia stata interpretata in modi divergenti. Mentre la Casa Bianca ha presentato l'evento come un successo negoziale, la parte cinese si è espressa in maniera più moderata, evidenziando le diverse finalità perseguite da ciascuna parte. 

sabato 6 giugno 2026

Che fare? In Anno Domini 2026 - Piero Bevilacqua

Da: https://www.lafionda.org -  

Piero Bevilacqua, già professore di storia contemporanea all’Università La Sapienza di Roma, è scrittore, saggista e politico. Piero Bevilacqua - 


Non si scambi il titolo di questo scritto – che fa il verso al celebre saggio di Lenin – per un’ingenua presunzione del suo autore. Almeno gli anni che egli porta addosso gli sconsiglierebbero qualunque accostamento a colui che resta una delle più geniali menti politiche del ’900. Né si pensi che questo titolo voglia alludere a una somiglianza di contesto tra gli anni in cui Lenin scriveva, il 1901-1902, e quelli presenti che la storia ci consegna. È esattamente il contrario. Esso serve a mostrare la radicale distanza, l’abisso catastrofico in cui siamo finiti, dopo un secolo di vicende mondiali, rispetto alla vigilia prerivoluzionaria degli inizi del secolo scorso. Ma la ragione è anche polemica, come si vedrà più avanti. Com’è noto, Lenin scriveva in una fase di vaste lotte popolari che percorrevano la Russia zarista e andava meditando sulle forme di indirizzo e organizzazione di quei movimenti verso un esito rivoluzionario. Ed era pienamente consapevole delle grandiose possibilità che allora si schiudevano alle masse popolari se si fosse agito con la necessaria consapevolezza strategica. Perché, allora, il compito era di abbattere il «baluardo più potente della reazione, non soltanto europea, ma anche asiatica» che avrebbe fatto «del proletariato russo l’avanguardia del proletariato rivoluzionario mondiale» (Vladimir Ilic Lenin, Che fare? in Opere scelte, Editori Riuniti, 1965, p. 103). Come di fatto accadde. 

Noi ci troviamo, a oltre un secolo di quelle vicende e di quell’ottobre del 1917, che vide la prima rivoluzione proletaria della storia, non alla vigilia di una vasta iniziativa popolare, non dentro un ribollire di conflitti di classe, ma all’interno del disordinato e violento tracollo di un impero di cui siamo vassalli dal dopoguerra. Le prospettive di una possibile ripresa di una iniziativa semplicemente democratica si aprono oggi solo nella forma di una particolarissima “rivoluzione passiva”: nel senso che questa espressione significa nella tradizione del pensiero rivoluzionario e democratico italiano, da Vincenzo Cuoco ad Antonio Gramsci. Anche se in questo caso l’iniziativa riformatrice non è nelle mani delle nostre classi dirigenti, ma di quelle di paesi extraeuropei. È l’emergere della Cina come potenza economica e geopolitica, l’aggregarsi pur non lineare dei paesi BRICS, è il ritorno della Russia al ruolo di grande protagonista sulla scena globale – che non è l’URSS, ma una società capitalistica – è questo vasto sommovimento che sta spezzando, pur tra grandi rischi, il dominio imperiale con cui gli Stati Uniti sono riusciti, per 80 anni, a neutralizzare in Europa ogni tentativo di trasformazione radicale del capitalismo contemporaneo. È dunque questo evento mondiale, l’aggregarsi delle placche tettoniche dei continenti dell’Est e del Sud del mondo, che sta determinando le condizioni di una possibile ripresa della grande progettualità riformatrice che era stata, per oltre un secolo, la bussola del movimento operaio internazionale. 

mercoledì 27 maggio 2026

Il debito federale (pubblico) degli Stati Uniti - Alessandro Volpi

Da: Alessandro Volpi - Alessandro Volpi docente di Storia contemporanea, di Storia del movimento operaio e sindacale e di Storia sociale presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. - Alessandro Volpi 

Vedi anche: Quali sono i segreti della finanza? - La lezione di Alessandro Volpi

Leggi anche: Sulla situazione attuale - Alessandro Volpi 

L'uomo e il denaro*- Carlo Sini* -

L'annullamento del debito nell'antichità*- Eric Toussaint* - 

Semiotica e Moneta*- Carlo Sini* - 

Del denaro. I mezzi e i fini - Remo Bodei 

Moneta e memoria - Giorgio Agamben 

Il denaro nel Capitale - Roberto Fineschi 

"Dacci oggi il nostro debito quotidiano" - Marco Bersani 


C'è un dato colossale che le tante narrazioni televisive e mediatiche italiane sembrano trascurare del tutto, coltivando "un'ignoranza" ben condivisa con le forze politiche. Provo a metterlo in chiaro, sperando che possa essere valutato nella sua enormità. 

Il debito federale (pubblico) degli Stati Uniti sta ormai avvicinandosi a 40 mila miliardi di dollari, una cifra monstre che presenta alcune caratteristiche. In primo luogo è un debito che corre perché per trovare compratori paga interessi sempre più alti: i titoli a 10 anni hanno superato ormai il 4,5% di interesse e i trentennali sono ben oltre il 5%. 

Si tratta poi di un debito che, nonostante questi tassi, trova sempre meno compratori esteri: ormai la quota di debito federale in mano a investitori, pubblici e privati, esteri è inferiore al 21%, minimo storico per gli Stati Uniti. In altre parole, nessun compratore estero si fida più del debito federale Usa tanto è vero che i cosiddetti Credit Default Swap, le assicurazioni contro la mancata restituzione del debito americano, sono oggi fra le più alte del mondo, persino più alte di quelle per il debito italiano, e soprattutto dal 2021 sono quadruplicate. 

domenica 17 maggio 2026

La visita di Donald Trump in Cina - Alessandro Volpi

Da: Alessandro Volpi - Alessandro Volpi docente di Storia contemporanea, di Storia del movimento operaio e sindacale e di Storia sociale presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. - Alessandro Volpi 

Vedi anche: Quali sono i segreti della finanza? - La lezione di Alessandro Volpi 

La visita di Donald Trump in Cina ha costituto un passaggio storico per almeno tre considerazioni. 

La prima riguarda il significato che ha assunto per gli Stati Uniti. Il presidente Trump si è recato a Pechino nel momento in cui le relazioni con la Cina erano al livello più alto di conflittualità; sanzioni per la raffinerie cinesi accusate di accogliere il petrolio di paesi terroristi, dura controversia legale sul Canale di Panama, accuse dirette al governo di Xi Jinping di sostenere l'Iran nella guerra in corso. Andare in Cina con tali premesse significava dunque abbandonare i toni aggressivi e, di fatto, prendere atto della insuperabile necessità di chiedere aiuto all'ex impero celeste per arrestare un declino rapido che proprio la guerra con l'Iran metteva a nudo. Il gigantesco e insostenibile debito federale Usa, la tenuta del dollaro come valuta internazionale, indispensabile per finanziare la spesa pubblica Usa e per non far crollare la bolla finanziaria avevano bisogno di un clamoroso atto di politica globale che, nel momento in cui sanciva l'esplicita accettazione della assoluta centralità cinese nello scenario planetario, affidava alla Cina le sorti della sopravvivenza dell'economia pubblica e privata degli Stati Uniti. Il viaggio a Pechino ha assunto i caratteri per gli Stati Uniti della piena consapevolezza della gravità della propria crisi e della contemporanea esigenza dell'aiuto cinese per arginarla, per approdare ad un bipolarismo dove però diventava inevitabilmente evidente lo squilibrio, in termini di rapporti di forza tra i due poli. La narrazione trumpiana, in questo senso, ha puntato a trasformare, immediatamente, il più grande nemico e il più feroce competitore nel più leale amico, senza soluzione di continuità e senza alcuna riserva di ordine politico, celebrando ipso facto il modello cinese in quanto tale dentro il paradigma di forme istituzionali in cui la gerarchizzazione e la natura taumaturgica del Capo sono elementi condivisi. 

domenica 10 maggio 2026

Melonomics. Come smantellare lo Stato sociale proclamandosi sovranisti - Alessandro Volpi

Da: https://ilponterivista.com - Alessandro Volpi docente di Storia contemporanea, di Storia del movimento operaio e sindacale e di Storia sociale presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. -  Alessandro Volpi  - Alessandro Volpi

Vedi anche: Quali sono i segreti della finanza? - La lezione di Alessandro Volpi 
Il più grande nemico dell’umanità: l’imperialismo straccione europeo - Paolo Ferrero, Alessandro Volpi

Leggi anche: Sulla situazione attuale - Alessandro Volpi 


I tartassati

La presidente Meloni e il ministro Giorgetti mostrano grande soddisfazione per lo stato dei conti pubblici che hanno ripristinato l’avanzo primario (in sintesi più entrate rispetto alle spese, al netto degli interessi sul debito). Ma questo “miracolo” – che in parole più chiare si chiama austerità – chi lo paga? La risposta è semplice: chi paga le tasse. I numeri lo dicono con chiarezza: il prelievo fiscale è salito dal 2024 al 2025 dal 41,4 al 42,6% del Pil, un livello record che è dipeso non certo dall’aumento della pressione sulle banche, sulle rendite finanziarie o sulle tasse di successione dei super-ricchi, ma da un vero e proprio “furto” ai danni di milioni di contribuenti con redditi medio-bassi. Infatti, l’aumento dell’inflazione registrato negli ultimi anni ha gonfiato il valore nominale delle retribuzioni e delle pensioni dei lavoratori che, spesso, ha generato il loro passaggio a un’aliquota superiore con maggiore prelievo fiscale non certo giustificato da un aumento di reddito reale, del tutto assente. Tale aumento di gettito a discapito dei contribuenti è stato reso ancora più marcato da due ulteriori fattori: la mancanza di sistemi di indicizzazione delle retribuzioni al costo della vita, assenti peraltro anche nell’ultima legge di bilancio, e la mancata restituzione del maggior incasso da parte dallo Stato ai contribuenti. In due anni, per effetto di questo meccanismo, lo Stato ha incassato 50 miliardi in più e ne ha restituiti meno di 17 ai contribuenti. La celebrazione meloniana del risanamento, tanto caro alle agenzie di rating, è il prodotto di una colossale ingiustizia sociale.