Negli ultimi anni la domanda: “Che fare?” si impone con particolare forza ai socialdemocratici russi. Non si tratta di scegliere una via (come era il caso alla fine degli anni ottanta e all’inizio degli anni novanta), ma di sapere quali passi pratici dobbiamo fare su una via già nota, e in che modo precisamente farli. Si tratta del metodo e del piano di attività pratica. E bisogna riconoscere che il problema del carattere e dei metodi della lotta, fondamentale per un partito pratico, da noi non è ancora stato risolto e continua a suscitare seri dissensi, che rivelano una instabilità e incertezza ideologica deplorevoli. Da una parte, è ancora ben lungi dall’essere morta la tendenza “economistica”, che cerca di sminuire e restringere il lavoro di organizzazione e di agitazione politica. Dall’altra parte, continua a levare fieramente la testa la tendenza dell’eclettismo senza principi, che muta a ogni nuovo “spirar di vento” e non sa distinguere gli interessi immediati dai compiti essenziali e dalle esigenze permanenti del movimento nel suo complesso. Com’è noto, questa tendenza si è annidata nel Raboceie Dielo. La sua ultima dichiarazione “programmatica”, un altisonante articolo sotto l’altisonante titolo di Una svolta storica (n. 6 del Listok Rabocevo Diela), conferma con particolare evidenza il tratto caratteristico suindicato. Ieri ancora civettavamo con 1’“economismo”, ci indignavamo per la decisa condanna della Rabociaia Mysl, “attenuavamo” l’impostazione plekhanoviana della questione della lotta contro l’autocrazia, e oggi già citiamo le parole di Liebknecht: “Se le circostanze cambiano in ventiquattro ore, bisogna cambiare anche la tattica in ventiquattro ore”, già parliamo di una “forte organizzazione combattiva” per l’attacco diretto, per l’assalto all’autocrazia, di larga agitazione rivoluzionaria politica (guarda come siamo già energici: e rivoluzionaria e politica!) tra le masse, di “instancabile appello alla protesta di strada”, di “organizzazione di manifestazioni di strada con netto [sic!] carattere politico”, ecc. ecc.
La teoria Marxista poggia la sua forza sulla scienza... che ne valida la verità, e la rende disponibile al confronto con qualunque altra teoria che ponga se stessa alla prova del rigoroso riscontro scientifico... il collettivo di formazione Marxista Stefano Garroni propone una serie di incontri teorici partendo da punti di vista alternativi e apparentemente lontani che mostrano, invece, punti fortissimi di convergenza...
lunedì 6 agosto 2012
giovedì 26 luglio 2012
TERZOMONDIALIZZAZIONE: L’ ORDINE ECONOMICO-SOCIALE DEL XXI SECOLO - Paolo Massucci -

Ma queste condizioni erano in
rapporto con una forma politica tendenzialmente socialdemocratica affermatasi
nei Paesi a capitalismo avanzato. Un quadro conseguente a determinate
situazioni storiche contingenti.
Fondamentalmente, i sistemi più o
meno socialdemocratici nel dopoguerra hanno costituito una modalità di preservazione
del sistema capitalistico, o, se vogliamo, un compromesso per far fronte ai
partiti comunisti di massa e all’Unione Sovietica a cui erano legati.
Nonostante tutte le contraddizioni del socialismo reale, l’URSS ha infatti
rappresentato comunque un’effettiva alternativa al capitalismo, avendo
dimostrato la capacità di sconfiggere militarmente l’esercito nazista nella
Seconda Guerra Mondiale, di produrre un rapido sviluppo industriale, di elevare
le condizioni di vita e l’istruzione di
decine di milioni di cittadini e, non meno importante, di mantenere, almeno sul
piano dell’idea, il grandioso principio dell’autogoverno dei lavoratori e dell’uguaglianza sociale.
martedì 24 luglio 2012
Belinskij e Cerniševskij critici del romanticismo in arte.- Stefano Garroni

Cominciamo con una citazione dal libro di Massimo Mila sul Don
Giovanni di Mozart[1]: " … fin dagli impazienti anni di
Salisburgo Mozart sentiva ribollire dentro di sé, ma confusamente, una visione
tutta diversa e nuova dell'opera in musica, quale spettacolo che potesse porsi
veramente come lo specchio di quella cosa meravigliosa che è la vita, con tutte
le sue innumerevoli diversità, il fatto degli uomini che si amano, si
detestano, si combattono, si ingannano, si aiutano, si sacrificano, fanno le
cose più strane, più pazze e più naturali, e tutte, anche le più strampalate,
con una certa coerenza interiore insita nella trama della loro coscienza
individuale, così e così fatta, imprevedibilmente diversa da creatura a
creatura, per cui appunto accade che la vita sia cosi meravigliosamente
diversa e che gli stessi fatti che sempre accadono da quando l'uomo è sulla
faccia della terra, in realtà siano ogni volta nuovi, perché non sono mai
esattamente uguali gli individui che ogni volta si amano, s'ingannano, si
trovano, si lasciano, vanno in chiesa a sposarsi, contrattano un mercato,
scendono sul terreno a duellare, fanno la guerra, fanno l'amore, piangono,
ridono, nascono, muoiono.”[2] Dunque, oggetto della musica mozartiana è la vita,
con la sua diversità ed inarrestabile mobilità.
Che questa posizione possa avere significati non solo
diversi, ma perfino opposti è del tutto chiaro: la vita può
suggerire, infatti, la rappresentazione di un principio fondamentale, ma
inafferrabile e indicibile (si pensi all’élan vital, di cui dirà
Bergson); può stare a significare, quindi, una concezione romantica,
irrazionalistica, mistica dell’arte.
Oppure, con il termine vita può volersi
intendere la concreta operosità umana[3], che –seguendo tracciati comprensibili
e, dunque, perfino anticipabili in una certa misura- si svolge incessantemente,
nel senso che nulla di rigido e fisso può resistere al suo dinamismo[4]; in
questo secondo caso, non ci troveremmo entro una prospettiva romantica, sì
piuttosto avremmo a che fare con una concezione, perfino assimilabile al
classico realismo della dialettica di un Hegel o di un Marx. Per chiarir
meglio, vediamo –ricorrendo di nuovo a Massimo Mila- come un personaggio
significativo quale fu Søren Kierkegaard intese appunto la musica di Mozart.
“Per Soren Kierkegaard, il filosofo danese precursore
dell'esistenzialismo, Don Giovanni non è né un basso peccatore per
incontinenza, né un sottile dottore della trasgressione sacrilega. La sua natura
essenzialmente erotica e sensuale viene isolata e proiettata fino a farne un
valore assoluto. Don Giovanni è la carne vivificata e quasi spiritualizzata in
quanto si fa principio puro; non che riceva in sé qualche nota estranea, come
sarebbe, appunto, un'ideologia ribelle o prometeica, ma al contrario
restringendosi rigorosamente in se stessa acquista una specie di paradossale
purezza: è la pura carne, il puro senso nella sua ideale integrità, non
contaminato dalla benché minima intrusione dello spirito … c’era in Kierkegaard
un’intuizione profonda dell’identità tra la natura della musica e il flusso
vitale. Già nelle Nozze di Figaro la musica di Mozart aveva
investito, col suo movimento inesauribile, lo spettacolo della vita. Ma il Don
Giovanni è, per Kierkegaard, non soltanto la migliore di tutte le
opere, bensì è <qualitativamente diversa da tutte le altre>, in eterno
ineguagliabile per la musicalità profonda, <essenziale>.”; per
Kierkegaard, “l’<oggetto assoluto della musica> (è) l’immediato nella sua
fugacità, e in particolare l’immediato sensuale che, escluso dallo spirito, la
lingua non può esprimere.”[5]
Com’è chiaro, la lettura che Kierkegaard propone della
musica di Mozart si colloca nella prospettiva, che abbiamo detto romantica,
irrazionalistica e mistica. D’altronde la cosa è del tutto comprensibile, se si
tien conto della critica che Kierkegaard muove al pensiero di Hegel.
" … il significato più profondo della filosofia di
Kierkegaard –leggiamo in Lukàcs[6]- è porre dei punti fissi tra i passaggi
sempre più instabili della vita e stabilire differenze qualitative assolute nel
rimescolio caotico delle sfumature. Istituire differenze così inequivocabili e
profonde tra gli oggetti nei quali si è riscontrata una diversità, in modo che,
una volta distinti, la linea che li separa non possa essere più cancellata da
alcuna mediazione possibile. Bisogna fare una scelta tra le cose differenziate,
non si possono trovare <vie di mezzo>, né <sintesi più alte> che
possano risolvere le antitesi <solo apparenti>… In un sistema logico di
pensiero la vita non trova mai posto e, sotto questo profilo, il suo punto di
partenza è sempre arbitrario e la sua costruzione è solo in sé finita, mentre
sotto la prospettiva della vita è una cosa relativa, una tra le tante
possibilità. Per la vita non esiste sistema. Nella vita esiste solo il
particolare, il concreto." [7]
Ciò che sta a monte di questa posizione kierkegardiana è una
determinata interpretazione dell’identificazione hegeliana tra reale e
razionale. La quale non viene intesa come affermazione della comprensibilità del
reale, anche nelle sue contraddizioni e dissonanze; sì piuttosto nel senso di una riduzione del
reale –nonostante tutte le sue opposizioni, scarti e disarmonie- alla linearità del logico o razionale.
In questo senso, Kierkegaard ripropone l’antitesi radicale
di vita e ragione, di logico ed alogico,
che –come abbiamo detto- caratterizza la concezione romantica e, più
specificamente, Kierkegaard ripropone la centralità della vita, del vivente,
come l’inafferrabile, il non-mediabile, dunque, come
il non-riducibile non solo alla logica nel senso della logica
formale, ma in qualunque senso del termine (anche quello di
<linea di movimento della cosa stessa>, come hegelianamente diceva il
Marx dei Grundrisse).
Tornando a Lukàcs, così egli riassume la sua critica a
Kierkegaard: “l’autentitcità di Kierkegaard consiste dunque in questo: vedere
tutto come nettamente isolato, il sistema dalla vita, un uomo da un altro, uno
stadio dall’altro. Vedere nella vita l’assoluto e non dei compromessi insulsi.
Ma non è un compromesso vedere la vita senza compromessi? Questo voler restare
ancorati all’assolutezza non è piuttosto un modo di sfuggire alla costrizione
di tener conto di tutto? Lo stadio non è anch’esso una <sintesi più
alta>, negare l’esistenza di un sistema di vita non è anch’esso a sua volta
un sistema e il salto non è una mediazione improvvisa? Dietro ogni coincidenza
non si cela forse una netta distinzione e dietro la più accanita negazione del
compromesso non si cela a sua volta un compromesso? Si può essere autentici di
fronte alla vita e stilizzare in forme poetiche i suoi avvenimenti?”[8]
Con grande chiarezza ed incisività Lukàcs ci mostra, dunque,
che la Gesinnung kierkegaardiana, il suo orientamento o
atteggiamento di fondo, comprende certo la concezione dell’arte, ma va ben
oltre, investendo nella totalità le manifestazioni della realtà ed attività
umane: non per caso, lo stadio più alto, a cui l’uomo può pervenire secondo
Kierkegaard, è quello religioso.[9]
Un autore, che si richiama, invece, alla lezione di Hegel –ed
in chiave anti-romantica- è il russo V. Belinskij, il quale a partire dalla
metà dell’Ottocento, interviene in modo assai significativo sulle
caratteristiche della letteratura del suo paese, all’interno di riflessioni,
che vogliono avere un significato universale.[10]
Nei suoi Saggi critici, Belinskij afferma –con
tono certamente hegeliano- che “ogni sfera in cui si sviluppa lo spirito umano
è costituita da fatti organicamente connessi tra di loro e coerentemente
generati gli uni dagli altri …”; posta questa premessa, è evidente che la
“letteratura di un dato popolo” ormai non vive più in uno spazio suo, separato,
ma sì al contrario è connessa alla “letteratura in generale, umana,
universale”, la cui storia si intreccia con quella di ogni letteratura
nazionale. [11]
Infatti, “la letteratura è la suprema ed ultima espressione
del pensiero di un popolo, raggiunta con la parola … la letteratura è la
coscienza del popolo, espressa storicamente nelle opere verbali della sua
intelligenza e della sua fantasia.”[12] Ma essendo la vita nella moderna fase
storica sempre più caratterizzata dallo sviluppo di relazioni internazionali ed
intercontinentali, ecco che la coscienza di un singolo popolo non può
prescindere, per quanto sia radicata nella storia particolare di
una data comunità nazionale, dalle influenze che le derivano
dall’appartenere ad un certo mondo più generale, di cui la sua
specifica particolarità finisce tendenzialmente con l’essere un’articolazione
determinata.
La prospettiva, in cui Belinskij si inserisce è, come si
vede, quella di chi considera l’arte una delle manifestazioni
della vita storico-sociale[13], realisticamente connessa con
le problematiche, le contraddizioni, le ambiguità, ma anche la profonda logica
interna, della quotidianità stessa, dell’effettivo operare e modo di relazionarsi,
che specifica un ambiente, un mondo storicamente dato. In questo senso,
possiamo definire realismo (anti-romantico, ovviamente) il modo, in
cui Belinskij concepisce la letteratura e l’arte in generale.
Come egli stesso si chiede retoricamente, “sorprende forse …
che ai nostri tempi si sia sviluppata in prevalenza questa tendenza reale della
poesia, questa intima comunione tra l'arte e la vita? Sorprende forse che il
carattere distintivo delle opere più moderne risieda nella loro impietosa
sincerità, che in esse la vita è come esposta alla gogna, in tutta la sua
nudità, in tutta la sua terrificante mostruosità e bellezza trionfante, che in
esse la vita sembri smembrata dal bisturi del chirurgo? Non rivendichiamo un
ideale di vita, ma la vita stessa, cosi come essa è. Brutta o bella che sia,
non vogliamo abbellirla, perché pensiamo che essa nella sua immagine poetica
sia comunque stupenda in quanto è verità e là dove è la verità è anche la
poesia.” [14]
Belinskij condivide la rappresentazione della civiltà classica,
che possiamo trovare anche in Hegel, e la contrappone alla realtà della vita
odierna. Come egli stesso scrive, “ … la loro vita (dei Greci, in epoca
classica) si distingueva per totalità, poliedricità, integrità, la loro
religione era arte e l’arte religione; il sacerdozio era strettamente connesso
all’amminitrazione della vita pubblica; il guerriero in tempo di pace studiava
la saggezza e il saggio durante la guerra andava a combattere per la patria;
l’artista era un cittadino e l’uomo della strada non poteva vivere senza il
teatro … La letteratura greca, nella piena accezione del termine, era
l'espressione della coscienza dei cittadini e quindi di tutta la loro vita,
religiosa, civile, politica, intellettuale, etica, artistica e domestica. La storia
della letteratura greca è strettamente e indissolubilmente connessa alla storia
statale e politica del popolo, mentre la storia letteraria dei popoli moderni è
la storia di un aspetto soltanto della loro esistenza. E questo perché nel
mondo antico tutti i fenomeni della vita sociale erano strettamente e
indissolubilmente interconnessi e, compenetrandosi a vicenda, formavano un
tutto unico vivo e stupendo, mentre nel mondo contemporaneo tutti i fenomeni
sociali agiscono in modo isolato, particolare, staccato. Questa dissoluzione,
di così triste e desolante aspetto, specialmente se confrontata al mondo
radioso e stupendo della vita greca, è stata per altro necessaria affinché i
fenomeni della vita sociale, sviluppandosi singolarmente, si potessero svolgere
in modo più pieno, profondo e perfetto, onde ricongiungersi e costituire una
nuova integrità unitaria che sarà tanto più elevata del mondo greco quanto più
separato sarà lo sviluppo dei singoli fenomeni della socialità nel mondo
contemporaneo.”[15]
Dunque, secondo Belinskij alla dilacerazione dei rapporti
sociali, tipica della società moderna, alla perdita di armonia ed esplicita
razionalità della vita odierna, la risposta non sta nel proiettare l’armonia e
la ricomposizione in una sfera immaginativa ed ‘ideale’, ma sì nel comprendere
la logica interna della stessa dilacerazione, per potersi muovere a partire da
essa nel senso di una ricomposizione –articolata, certo, ma unitaria-
della vita comune.
E questo perché, “può avere una storia soltanto ciò che si
sviluppa organicamente avendo come punto di partenza un embrione, il seme di
spirito nazionale del popolo (sostanza) che scaturisce dal precedente e genera
il susseguente. Può svilupparsi organicamente soltanto ciò che cela in se
stesso la sua propria sostanza, simile al seme che cela in sé, come
possibilità, la vita e la forma della pianta futura e quindi dotato di
vitalità, che nell'osservanza delle condizioni necessarie -terreno, aria, luce,
umidità- immediatamente inizia ad esercitare le sue funzioni trasformando il
granello in stelo, lo stelo in tronco con rami e foglie, con germogli e
frutti.” [16]
Anche in Cerniševskij abbiamo esplicitamente affermata la
tesi, secondo cui l’arte è solo un’articolazione, una specificazione della
Weltanschauung, nella quale l’autore si riconosce.[17]
A differenza che in Belinskij, però, questa tesi, ora, non
si inserisce più in uno sfondo hegeliano, ma in quello di una cultura, che
dobbiamo definire –e lo vedremo- fondamentalmente empiristica.[18]
Sarebbe un errore, tuttavia, liquidare la posizione di Cerniševskij come mera
espressione di empirismo, appunto.
Infatti, si tratta –a ben vedere- di una esplicita,
consapevole polemica contro la condizione reale e quotidiana dell’uomo moderno,
condannato ad una vita grigia e misera: il ricorso alla fantasia, alla
costruzione di ‘castelli in aria’, di situazioni ed oggetti privi assolutamente
di imperfezioni e manchevolezze, non sono che la testimonianza –afferma
l’autore russo- della pochezza del reale.
“L’immaginazione costruisce i suoi castelli in aria soltanto
quando in realtà manca non solo una casa buona, ma addirittura un’isba
discreta. L’immaginazione si desta quando i sensi non sono occupati: la carenza
di una situazione soddisfacente nella realtà è la fonte della vita nella
fantasia. Ma appena la realtà diventa accettabile tutti i sogni
dell’immaginazione in confronto ad essa ci sembrano poveri e fiacchi. Questo
fatto indubbio che i sogni più luminosi vengono dimenticati e ci abbandonano,
perché insoddisfacenti, non appena ci circondano i fenomeni della vita reale,
dimostra senz’altro che i sogni dell’immaginazione cedono in fascino e bellezza
dinanzi alla realtà.”[19]
Al di là dell’evidente rilievo, che sul piano psicologico ha
l’osservazione di Cerniševskij (non per caso pochi anni dopo apparirà la
freudiana Traumdeutung), è indubbio che la contrarietà espressa nei
confronti delle costruzioni, necessariamente smodate, della fantasia sta a
significare la forte sensibilità dell’autore russo verso le reali condizioni
economico-sociali del comune uomo medio del suo tempo; ma sta a significare,
anche, che il richiamo all’empirismo vuol essere, nella prospettiva di
Cerniševskij, un’esortazione ad aprire gli occhi sulla realtà e a non farsi
sviare da allucinazioni compensatorie.
Al contrario, il romanticismo appare a Cerniševskij come la
preferenza data alla vita sognante e non a quella reale, empirica –ciò tenendo
conto che se l’immaginazione “vuole elevarsi al di sopra della realtà, può
soltanto tracciare dei segni incerti, assolutamente confusi, nei quali non
potremo scorgere veramente nulla di determinato e di affascinante.”[20] Ma la
posizione di Cerniševskij ha anche un significato morale ed epistemologico.
Morale, nel senso che il rifiuto dei sogni della
fantasia significa comprendere che, effettivamente, i desideri
umani son soddisfatti quando misurati, equilibrati: “ … i bisogni della vita
umana sono soddisfatti dalla normalità perché soltanto una
fantasia oziosa ricerca una fantastica perfezione. I nostri sensi, la nostra
intelligenza, il nostro cuore -ed anche la fantasia stessa non fa che ricamarci
sopra- non sanno niente delle vuote parole, se non ne hanno un’immagine viva e
determinata.”[21]
Dunque, in chiave anti-romantica Cerniševskij ripropone un
tema classico della riflessione morale, ovvero, quello della preferibilità di
una vita, che senza escludere nulla da sé, tutto riduce però ad equilibrio e
misura; di una vita, insomma che,platonicamente, fa dell’armonia delle
passioni la propria regola o norma.[22]
Anche questo atteggiamento morale si sposa, in Cerniševskij,
all’empirismo, ovvero (e questo è il lato epistemologico) alla
convinzione che nessun termine può essere effettivamente dotato di senso, se
non si congiunge ad una qualche esperienza o sense datum –come
si vede, torna la concezione empiristica della conoscenza scientifica, che
accetta sì l’astratto, il formale, ma solo a condizione che possa essere
ricavato –direttamente o indirettamente- da ciò, che è oggetto dei sensi. Non
fa meraviglia, a questo punto, che –per Cerniševskij- in nessun caso sia
accettabile un oggetto di pensiero (ovvero, un ente costruito
all’interno di una prospettiva teorica), che pretenda di essere completamento o perfezionamentodell’oggetto empirico o rinvenibile
nell’esistenza, nel Dasein –per dirlo con il linguaggio
della filosofia tedesca.[23]
[1] - M. Mila, Lettura del Don Giovanni di Mozart,
Torino 1988.
[2] - M. Mila, op. cit.: 20.
[3] - Così si legge in V.Belinskij, Scritti scelti, Mosca
1981: 31 - “Il laboratorio della letteratura … è la società con i suoi
interessi e la sua vita.”; ed ancora a conclusione di un discorso su Cervantes,
Shakespeare e Walter Scott: “… ecco l'altra faccia della poesia, ecco la poesia reale,
la poesia della vita, la poesia della realtà, infine l'autentica poesia del
nostro tempo. Il suo carattere distintivo risiede nella fedeltà alla realtà;
essa non ritrasforma la vita, ma la riproduce; la ricrea e come uno specchio
concavo, riflette in sé, sotto un unico punto di vista, i fenomeni suoi
diversi, scegliendo tra essi soltanto quelli che sono necessari per formare un
quadro completo, vivo e unitario. Il volume e i confini del contenuto di tale
quadro stanno a determinare la grandezza e la genialità della creazione
poetica.” (Belinskij, op.cit.: 59).“. Va notato che questa
concezione del rapporto arte/realtà, in Belinskij, nasce da un’acuta
consapevolezza delle contraddizioni della società moderna, infatti, egli scrive
ancora: “… per noi la vita non è più un lieto convito e nemmeno un’oziosa
letizia, ma un campo di lavoro, di lotta, di sacrificio e di tormento. Da qui
traggono origine la tristezza, la malinconia, la pensierosità e insieme la
meditazione di cui è permeata la nostra lirica.” (Belinskij, op.cit.:
61).
[4] - E’ noto che nell’Ottocento la religione (in
particolare nella sua tradizione cristiano-giudaica) fu presa a modello di una
cultura, fondata su credenze rigide ed intolleranti verso ogni critica. E’
altrettanto noto che il richiamo alla vita, al vivente –in
Hegel, ad es.- ebbe la funzione di criticare tale <positività> della
religione. Appunto questo atteggiamento anti-talmudistico, anti-dogmatico
troviamo nella poesia di Goethe Prometeorichiamata da M. Mila alla
p. 39 del libro, che abbiamo già ricordato: “ Non conosco niente di più
meschino/ sotto il sole che voi, dei!/ … Io onorarvi? E perché? …/ Non hai
tutto compiuto, da solo, mio sacro, ardente cuore? / … Qui io sto e formo
uomini/ a mia immagine,/una razza che sia simile a me:/per soffrire, per
piangere, per godere, per vivere -/e non per curarsi di te,/come faccio io!.”
[5] - Mila, op. cit.: 10s.
[6] - G. Lukàcs, , L’anima e le forme, Milano
1975: 75s.
[7] - A riprova di quanto duttile e non unilaterale e rigida
sia la lettura, che di Kiekeggard, Lukàcs propone nel testo cit., si consideri
questa ulteriore valutazione: Kierkegaard “vide più acutamente di tutti
l’infinita mutevolezza di ogni situazione, (nessuno più di Kierkegaard) vide
con tanta lucidità come ogni cosa si tramuta nell’altra come nel suo opposto.
(Kierkegaard) ci insegnò che, a guardar bene la realtà, si scoprono degli
abissi invalicabili in mezzo alla fittissima rete delle mediazioni.” (v. G.
Lukàcs, op. cit.: 70).
[8] - v. Lukàcs, op. cit.: 76.
[9] - Su Kiekegaard è ovvio il rinvio a K. Löwith, Von
Hegel zu Nietzsche, Wien 1949 ed a G. Lukàcs, Die
Zerstörung der Vernunft, Berlin 1954.
[10] - Su Belinskij e su Cerniševskij, che analizzeremo
più avanti, cf. G. Lukàcs, Saggi sul realismo, Torino 1950.
[11] - V. Belinskij, Saggi critici, Mosca
1981: 15.
[12] - cf. Belinskij, op. cit.: 15, 24.
[13] - Si tratta, d’altronde, di una posizione presente
anche in Kant, per il quale “tutti (i diversi) termini del sistema -la logica
come l'etica e l'estetica -non sono nient'altro che momenti diversi di un unico
grande compito di oggettivazione. (Cassirer,Filosofia delle forme
simboliche, 3.1, Firenze 1966: 67).
[14] - cf.
Belinskij, op. cit.: 60.
[15] -
Belinskij, op. cit.: 22.
[16] - Belinskij, op. cit.: 24.
[17] - N. Cerniševskij, Saggi critici, Mosca
1984: 34s.
[18] - Così Cerniševskij –in op. cit.: 21-
caratterizza la tendenza fondamentale della scienza odierna: “rispetto per la
vita reale, sfiducia per le ipotesi aprioristiche sia pure piacevoli per la
fantasia …”. Come si vede, si tratta di una caratterizzazione della scienza,
che sarebbe piaciuta certamenete sia a F. Bacon che a J.S. Mill e che, rispetto
a cosa si intenderà per scienza a partire almeno dal secondo Ottocento, mostra
una forte inconsapevolezza del ruolo che, appunto nella scienza, giocano
astrazione e teoria (ridotte da Cerniševskij –ma anche più tardi da certo
marxismo volgare- a meri prodotti della fantasia, quando non siano
generalizzazioni di dati empirici).
[19] -
Cerniševskij, op. cit.: 27.
[20] -
Cerniševskij, op. cit.: 27s.
[21] - Cerniševskij, op. cit.: 31.
[22] - Può essere interessante aggiungere che questo tema
dell’imbrigliamento (in tedesco, Bändigung) delle passioni lo
ritroveremo anche in Freud, per il quale la ‘normalità’ psichica consiste,
appunto, non nel divieto verso questa o quella passione, ma nella riduzione a norma
o misura delle passioni stesse.
[23] - Cerniševskij, op. cit.: 36.
mercoledì 11 luglio 2012
Sulla parola d'ordine degli Stati Uniti d'Europa Lenin (1915)
Scritto nel 1915.
Pubblicato per la prima volta nel Sotsial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
Pubblicato per la prima volta nel Sotsial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.
Abbiamo scritto nel n. 40 del Sotsial-Demokat che la conferenza delle sezioni del nostro partito all'estero aveva deliberato di soprassedere alla questione della parola d'ordine: "Stati Uniti d'Europa", finché non se ne fosse discusso sulla stampa il lato economico.
La discussione di tale problema aveva preso, nella nostra conferenza, un carattere politico unilaterale. In parte, ciò è forse dovuto al fatto che, nel manifesto del Comitato Centrale, questa parola d'ordine era stata espressamente formulata come parola d'ordine politica ("la prossima parola d'ordine politica..." è detto nel manifesto), e non solo si preconizzavano gli Stati Uniti repubblicani d'Europa, ma si sottolineava specialmente che questa parola d'ordine è assurda e bugiarda "senza l'abbattimento rivoluzionario delle monarchie tedesca, austriaca e russa".
Opporsi, entro i limiti degli apprezzamenti politici di questa parola d'ordine, a tale impostazione della questione mettendosi, per esempio, dal punto di vista che essa offusca o indebolisce, ecc. la parola d'ordine della rivoluzione socialista, sarebbe assolutamente errato. Le trasformazioni politiche con tendenze effettivamente democratiche e ancor più le rivoluzioni politiche, non possono in nessun caso, mai, e a nessuna condizione, né offuscare né indebolire la parola d'ordine della rivoluzione socialista. Al contrario, esse avvicinano sempre più questa rivoluzione, ne allargano la base, attirano alla lotta socialista nuovi strati della piccola borghesia e delle masse semiproletarie. D'altra parte, le rivoluzioni politiche sono inevitabili durante lo sviluppo della rivoluzione socialista, la quale non deve essere considerata come un atto singolo, bensì come un periodo di tempestose scosse politiche ed economiche, della più acuta lotta di classe, di guerra civile, di rivoluzioni e di controrivoluzioni.
Ma se la parola d'ordine degli Stati Uniti repubblicani d'Europa, collegata all'abbattimento rivoluzionario delle tre monarchie europee più reazionarie, con la monarchia russa alla testa, è assolutamente inattaccabile come parola d'ordine politica, rimane pur sempre da risolvere la questione del suo contenuto e significato economico. Dal punto di vista delle condizioni economiche dell'imperialismo, ossia dell'esportazione del capitale e della spartizione del mondo da parte delle potenze coloniali "progredite" e "civili", gli Stati Uniti d'Europa in regime capitalistico sarebbero o impossibili o reazionari.
giovedì 5 luglio 2012
ATTUALITA’ DI HEGEL NEL PROCESSO STORICO IN CORSO - Paolo Massucci

Paolo Massucci (Collettivo di formazione marxista "Stefano Garroni") - https://www.facebook.com/groups
---------------------------------
Appare del tutto evidente che il capitalismo nel XXI secolo non espande più benessere generale, non ridistribuisce la ricchezza ottenuta dall’aumento della produttività, non diffonde i benefici del progresso scientifico e tecnologico; al contrario, esso finisce per aumentare il livello dello sfruttamento dei lavoratori da parte delle oligarchie che detengono i capitali.
Non solo, l’oligarchia capitalista diffonde un’ideologia antisociale che spinge alla conflittualità popoli appartenenti a diverse nazioni, soggetti di diverse generazioni o genere e si avvale della paura di imminenti catastrofi e del clima di costante emergenza per impedire l’uso della ragione, che è la condizione per una democrazia sostanziale (ma neppure quella formale è più rispettata!). Pertanto le trasformazioni politico-economiche imposte sono presentate come necessità improrogabili, come se fossero dettate da una dialettica uomo-natura (o uomo-economia, il che non cambia) anziché dalla dialettica tra uomini. Ci viene detto continuamente che il mondo è cambiato, eppure le trasformazioni cui assistiamo non sono condotte da forze esterne metafisiche, sono opera umana, frutto di rapporti che mutano. L’uomo è quell’animale che, in condizioni naturali date, e secondo la propria natura, sviluppa un’attività finalista, la quale progredisce senza altri limiti che quelli naturali, dunque un’attività perfettamente trasparente in se stessa, e sempre più conoscibile, man mano che le realtà esteriori divengono meglio dominate, controllate e conosciute.
venerdì 29 giugno 2012
la cosiddetta cultura del “nuovo” - Stefano Garroni
"Per il contegno di tali capi, i partiti operai di questi paesi non si sono opposti alla condotta criminale dei governi e hanno invitato la classe operaia a identificare la sua posizione con quella dei governi imperialisti. I capi dell'Internazionale hanno tradito il socialismo votando i crediti di guerra, ripetendo le parole d'ordine scioviniste ("patriottiche") della borghesia dei "loro" paesi, giustificando e difendendo la guerra, entrando nei ministeri borghesi dei paesi belligeranti, ecc. ecc.. I più influenti capi socialisti e i più influenti organi della stampa socialista dell'Europa odierna si mettono da un punto di vista sciovinista borghese e liberale, e niente affatto socialista. La responsabilità di questo oltraggio al socialismo ricade innanzitutto sui socialdemocratici tedeschi, i quali erano il partito più forte e più influente della II Internazionale. Ma non si possono nemmeno giustificare i socialisti francesi, i quali hanno accettato dei posti ministeriali nel governo di quella stessa borghesia che tradì la sua patria e si accordò con Bismarck per schiacciare la Comune."... ( Lenin, La guerra e la socialdemocrazia russa)
Un motivo fondamentale per rifiutare la cosiddetta cultura
del “nuovo” –ovvero, quella forma di
coscienza, oggi tanto diffusa, secondo cui non esiste più la povertà ma sì i ‘nuovi’
poveri; non esiste più la centralità dell’industria capitalistica, ma sì
l’universo post-industriale, ecc.-, una ragione basilare –dicevo- per
denunciare tutto ciò, come un caso ulteriore della mistificazione ideologica borghese, sta nel fatto che più guardiamo da
vicino la crisi, che oggi viviamo e i
problemi attuali del movimento operaio, e più ci rendiamo conto che l’autentica svolta storica si
colloca in un tempo relativamente lontano: intendo la prima guerra mondiale.
E ciò è vero non solo dal punto di vista strettamente economico-sociale,
ma sì anche da quello dell’intera civiltà, che sostanzia la nostra vita
attuale. Ciò significa ad es., che più che mai si dimostra oggi la profondità della
denuncia leniniana della sostanziale arretratezza teorica del movimento
operaio, anche quando si dichiara marxista (anzi, in particolare quando si
dichiara marxista); come anche la denuncia lukacciana che il ‘marxismo’ della
Terza Internazionale non aveva Lenin come suo punto di riferimento
politico-culturale, ma sì Plachanov, non aveva il dialettico Marx come
ispiratore, sia pure indiretto, ma sì il positivismo meccanicistico della Seconda
Internazionale.
C’è anche
dell’ingenuità nella prospettiva post-moderna, che consiste nel ritenere che
epoche storico-culturali diverse si caratterizzino per la diversità dei
problemi, che si pongono e non per il modo diverso, in cui sono tematizzati e
vissuti quei problemi: è solo l’accettazione di questo presupposto a far sì che
si possa parlare, senza sorridere, di ‘nuova’ povertà o degli USA come modello
di democrazia. Un danno particolare, che consegue all’affermarsi del post-moderno
o dell’ideologia del ‘nuovo’, consiste –lo abbiamo già accennato- nell’inserire
una cesura tra storia del movimento comunista (prima ancora socialdemocratico)
e attualità dei suoi problemi e lotte.
E’ così’ che nasce la
malefica la leggenda, secondo cui il movimento operaio non ha più un proprio linguaggio,un
proprio sistema concettuale per dar senso e prospettiva a quanto oggi avviene, trovandosi
perciò nella necessità di vivere ed interpretare il proprio ruolo secondo
parametri non suoi, ma sì del suo avversario di classe.
Cosa può fare un
piccolo gruppo, come il Collettivo di formazione marxista, contro tale
situazione? Ovviamente quasi nulla.Tuttavia,
c’è quel quasi che suggerisce di un piccolo, minuscolo spazio esistente – e se
questo esiste, è nostro dovere cercare di riempirlo.
Stefano Garroni (Collettivo
di formazione marxista)
martedì 12 giugno 2012
Momenti del dibattito sulla Nep* - Stefano Garroni -
*Da: http://www.contropiano.org/
In ogni società, lo sviluppo economico è legato, anche, all’esistenza di una certa proporzione – prosegue Trockij – fra i diversi rami produttivi. Per quale via il capitalismo si orienta verso la proporzione ad esso funzionale? Mediante gli alti e bassi, le cadute e i rialzi di un mercato, che si muove ‘secondo natura’, ovvero secondo una sostanziale e gratuita meccanica necessità.
L’economia socialista realizza quella proporzione, invece, attraverso un piano centralizzato. Ma tale nuova organizzazione razionale non può risolversi in un fenomeno, studiato a tavolino e imposto alla realtà; sì piuttosto ha da trattarsi di un processo che si svolge oggettivamente sulla base delle condizioni ed esigenze determinate del periodo e del luogo.
La Nep nasce, su proposta di Lenin[7], col X Congresso del Partito bolscevico, 1921, per terminare nel 1929. La Nep procurò un apprezzabile effetto socio-economico. Il settore socialista si trovò ampliato e rafforzato, e l’alleanza politica degli operai con i contadini venne dotata di una base economica sufficientemente solida.Senonché l’introduzione della Nep destò anche vive preoccupazioni tra compagni: questa svolta economica significa forse, - questa è la domanda, che angustia – l’abbandono della prospettiva socialista e un graduale ritorno al capitalismo? Tra il capitalismo – nel quale i mezzi di produzione appartengono a privati e in cui il mercato regola le relazioni economiche - e il socialismo integrale, vale a dire un dirigismo economico e sociale, vi sono tappe di transizione: la Nep è una di queste.
Leggi tutto: http://www.contropiano.org/it/archivio-news/documenti/item/9551-momenti-del-dibattito-sulla-nep
venerdì 8 giugno 2012
La nazionalizzazione delle banche, secondo Lenin.
Nel 1917, ma prima dell’ottobre, in un articolo Lenin illustra la sua
proposta di nazionalizzazione delle banche. Esaminare la ‘logica’ di
tale proposta serve, pare a me, per comprendere la natura degli
obiettivi politici, delle parole d’ordine, che Lenin
propone al proletariato ed ai suoi alleati (contadini e piccola borghesia).
In primo luogo, Lenin sottolinea che la nazionalizzazione delle
banche –ovvero la loro espropriazione e unificazione in un’unica banca
di Stato- consentirebbe a quest’ultimo effettivamente di regolare e
controllare la vita economica, sapere esattamente quali sono le
risorse del paese e come e quanti profitti vengono ottenuti.
Ottenuti da chi? E qui la parola d’ordine della nazionalizzazione
delle banche comincia ad apparire tutt’affatto diversa da una proposta
neutra, interclassistica.
Certamente, infatti, la nazionalizzazione delle banche renderebbe più
fluida la vita economica, pur non togliendo “neanche un copeco” ai
capitalisti (ed in questo senso potrebbe anche non essere avversata da
questi ultimi); ma appunto consentirebbe allo Stato un controllo
dell’attività bancaria (anche attraverso i soviet degli impiegati e
dei funzionari di Banca) e, dunque, sarebbe uno strumento essenziale
per un’economia pianificata e non orientata verso il profitto
individuale. La ‘logica’, dunque, di questa parola d’ordine, a tutta
prima motivata da semplici motivi di efficienza, si mostra legata
all’ottenimento di un altro obiettivo, ovvero, il centrale ruolo dello
Stato in sede economico-sociale; se dunque la nazionalizzazione di cui
parliamo sarebbe una riforma, profonda ma che non costerebbe “neanche
un copeco”, avrebbe tuttavia in sé la necessità di ampliarsi, ad es.
richiedendo la nazionalizzazione degli istituti assicurativi e perfino
delle coalizioni ed intrecci fra grandi gruppi economici.
Dunque, nazionalizzazione delle banche come obiettivo, immediatamente
accettabile anche da parte borghese (per motivi di efficienza), ma
che, per sua stessa natura, ha la necessità di invadere altri campi
–appunto, la nazionalizzazione degli istituti assicurativi ed il ruolo
decisivo dello Stato nell’organizzazione, regolamentazione e controllo
della vita economica.
Dunque la parola d’ordine leninista, per un verso corrisponde a una
necessità obiettiva, ad un bisogno reale di tutti coloro che hanno a
che fare con le banche (in questo senso non è una parola d’ordine
immediatamente anticapitalistica), per un altro verso, si tratta di
una parola d’ordine, che è sollecitata dalla sua stessa natura ad
allargarsi ad altri ambiti, fino ad assumere un carattere certamente
anticapitalistico.
E’ proprio questo tipo di parola d’ordine, che riceve il nome di
obiettivo transitorio e non di obiettivo intermedio.
STEFANO GARRONI
venerdì 18 maggio 2012
Sullo Stato - Stefano Garroni -
Engels potette condurre per lungo tempo, dopo la morte di Marx, una sua riflessione e sviluppare temi, a cui Marx mai si interessò specificamente. Da parte loro, i più significativi seguaci di Marx, (intendo Lenin, Trockij e la Luxemburg) scrissero ed elaborarono sotto la forte pressione di problemi radicali, sia in ambito politico, che economico, organizzativo e militare; e la conseguenza fu che una teoria dello Stato e della politica, che fosse radicata nel pensiero di Marx, non riuscì a nascere. Si badi, ad es., che se Lenin scrisse opere, propriamente teoretiche (Materialismo ed empiriocriticismo e i Quaderni filosofici), in realtà la sua filosofia sta in tutt’altra sede (e per fortuna!), ovvero nel modo in cui condusse la lotta politica, sulla base di una certa concezione (hegeliana) del movimento storico; va da sé che, se è vero quanto dico, la ‘filosofia’ di Lenin è strettamente legata a situazioni contingenti e, quindi, difficilmente riducibile a precisi teoremi.
Ed ancora, se pure è vero che merito grande di Trockij fu quello di cogliere a fondo le caratteristiche della deformazione burocratica dell’Urss, tuttavia egli stesso non riuscì a chiarire quali fossero effettivamente le radici del fenomeno e quali specifiche, concrete riforme sarebbero state necessarie, in certe condizioni date, per combattere efficacemente quelle deformazioni. http://www.proletaria.it/index.php?/ita/Cultura-e-Societa/Sullo-Stato
Ed ancora, se pure è vero che merito grande di Trockij fu quello di cogliere a fondo le caratteristiche della deformazione burocratica dell’Urss, tuttavia egli stesso non riuscì a chiarire quali fossero effettivamente le radici del fenomeno e quali specifiche, concrete riforme sarebbero state necessarie, in certe condizioni date, per combattere efficacemente quelle deformazioni. http://www.proletaria.it/index.php?/ita/Cultura-e-Societa/Sullo-Stato
lunedì 16 aprile 2012
LA CRISI EUROPEA OLTRE L’IDEOLOGIA DEL MERCATO - Paolo Massucci -

Siamo vicini al collasso del sistema capitalistico? Al momento è poco probabile, mentre siamo di fronte, almeno in Europa, ad una profonda ristrutturazione dei rapporti di potere, nel segno della scomparsa dei modelli cosiddetti “democratici” del funzionamento della politica e dei modelli cosiddetti “sociali” di redistribuzione delle ricchezze, la scomparsa dunque dei diritti, pur parziali, conquistati dai lavoratori nel secolo scorso. Ma lo scenario futuro rimane imprevedibile.
Quale è il principale fattore di questa incertezza, di questa instabilità, di fronte alle politiche economiche imposte dai poteri dei grandi azionisti dei capitali finanziari? Esso è, in ultima analisi, la possibilità e la capacità di reazione della società stessa (la classe lavoratrice in senso ampio), è l’imprevedibilità della storia, il fattore uomo, cioè la libertà dell’agire umano, la “risposta all’azione”. Se non ci fosse saremmo di fronte alla fine della storia!
Per una discussione sugli svolgimenti politici ed economici in atto in Europa sono stati utilizzati prevalentemente il “6° Quaderno dell’Associazione Marxista Politica e classe” di Contropiano (per la Rete dei Comunisti) del febbraio 2012, intitolato “La mala Europa - Quali alternative ai diktat dell’Unione Europea? Analisi, proposte e movimenti di lotta a confronto”, la rivista Il Mulino (numero 1/12), dell’Istituto Cattaneo di ricerca sociologica, politica, economica e la rivista di geopolitica Limes 2/2012.
lunedì 9 aprile 2012
Zygmunt Bauman - La società individualizzata - Il Mulino, Bologna, 2002 -
Se questa è la fotografia (terribile) della situazione attuale non ci resta che trarne le dovute conclusioni . E qui cominciano i problemi... come contrastare, anzi come combattere e vincere una battaglia che, appare evidente, è enormemente sbilanciata a favore del nostro nemico mortale: il potere del capitale? Chiaramente questa non è problematica risolvibile a livello individuale o di piccolo gruppo e neanche, come lo stesso Bauman evidenzia, a livello locale, nazionale. Se il potere ormai si esprime globalmente sarà lì che lo scontro dovrà giocarsi. E solo se sapremo costruire solide organizzazioni a livello internazionale ci si potrà confrontare col nemico da pari a pari. Starà alla capacità delle organizzazioni dei lavoratori trovare fronti comuni di lotta che superino i vincoli di un perdente localismo.
Ma noi ancora annaspiamo, insultandoci e, peggio, massacrandoci in assurde dispute intestine additando i nostri stessi compagni come i peggiori nemici da abbattere. (c'è ancora chi inneggia a Stalin maledicendo Trockij e viceversa... ridicolo). C'è da credere che ci sia lo zampino del nemico nel favorire tutto ciò... personalmente credo sia arrivato il momento di accantonare simili dispute e pensare seriamente a costruire Altro, che non vuole dire necessariamente nuovo, di nuovo sotto il sole c'è davvero poco. Altro significa, per esempio, recuperare quanto (tanto) di buono il movimento comunista ha saputo teorizzare nel corso della sua breve storia, rielaborarlo alla luce della situazione attuale e, possibilmente, evitare di rifare gli errori che hanno segnato le nostre dure sconfitte (allora sì, l'analisi dei comportamenti giusti e sbagliati dei protagonisti della nostra storia passata può aver senso). Ma Altro significa anche la consapevolezza che le idee che il movimento esprime sono il portato di un lungo cammino che vuole superare i confini, nobili ma limitati, della stessa lotta di classe, perché è dell' emancipazione di tutti che stiamo parlando. Ma, per l'appunto da dove ri-partire? Io credo che ripartire dallo studio, soprattutto lo studio della storia, che è anche storia di civiltà, di scienza, di cultura, sia un percorso vincente. Un'altra via sarà quella di difendere il lavoro dalle bordate distruttive del potere finanziario. Chi l'ha detto che le regole del gioco che stiamo giocando siano le uniche possibili? Seguitare a giocare con regole simili significa condannarsi a priori alla sconfitta. Perché, per esempio, non rilanciare sostenendole richieste quali il ripristino di una scala mobile e l'abolizione del precariato? Perché non imporre dei limiti, sia in basso che in alto, alle pensioni, agli stipendi ai salari? In nome di una equità che sia anche giustizia? Io, noi, pensiamo che ciò sia possibile, e che, semplicemente, serva che se ne ri-cominci a parlare. Ci dicono che bisogna flessibilizzare e precarizzare di più e noi gli rispondiamo che vogliamo un lavoro certo con una retribuzione dignitosa che ci consenta di dedicarci alla nostra vita ai nostri figli in altri termini alla nostra felicità. Dobbiamo tornare a pretendere quelle cose che sono necessarie, per tutti, alla vita: una scuola pubblica valida, una sanità pubblica degna, una previdenza giusta, che ci garantisca una vecchiaia il più lieve possibile... Ci diranno che allora se ne andranno dove le loro regole saranno possibili, e noi gli risponderemo di andare pure dove vogliono ma scalzi e nudi, perché solo così gli sarà permesso d'andare... (Il collettivo)
Zygmunt Bauman e la sua società individualizzata
sabato 31 marzo 2012
Le Introduzioni a Marx - Pannekoek e il materialismo
Per quanto ormai poco conosciuto (e lo ‘stalinismo’ ha le sue colpe in
proposito), l’olandese Anton Pannekoek (1873-1960) giocò un ruolo di
un certo rilievo nella storia del movimento operaio comunista,
appunto.
Due motivi caratterizzano la produzione teorica di Pannekoek: 1) la
problematica dei consigli operai; 2) la polemica contro il modo
leniniano di intendere il materialismo.
Per entrambi gli argomenti toccherà svolgere un’argomentazione, assai
più ampia ed articolata, di quanto sia ora possibile. Tuttavia,
qualcosa possiamo già dire riguardo al punto 2).
Com’è noto, secondo la tradizione dell’ortodossia
terzointernazionalista, l’opera d Lenin Materialismo ed
empiriocriticismo è il testo chiave per intendere i concetti di
dialettica e di materialismo, nell’accezione marxiana.
Senonché, proprio in questo testo Lenin oscilla tra la critica del
materialismo,nell’accezione positivistica, e la critica a quella
scienza ed a quella filosofia, che nascono dalla ‘crisi dei
fondamenti’, che segna l’universo culturale tra fine Ottocento e
inizio Novecento.
In questo modo Lenin si chiude la strada alla comprensione delle
profonda dialetticità, che caratterizza la nuova cultura (la quale non
può essere esaurita dal concetto di irrazionalismo).
Ebbene Pannekoek si rende conto di questo limite della riflessione
leniniana, senza tuttavia -e questo è paradossale- riuscire a
superarla.
S.G. (Collettivo di formazione marxista "Maurizio Franceschini")
Le Introduzioni a Marx - Iniziamo con queste note la rassegna di alcuni testi marxisti di diverso orientamento. Attraverso il loro confronto, crediamo, si possano ricostruire alcune categorie basilari del marxismo ed anche mostrare la non linearità della sua formazione e sviluppo storici.
Anche
Trockij si cimentò nella stesura di una Introduzione a Marx ed,
esattamene, al Capitale. In questa sede non tanto ci
intessa
l’esposizione riassuntiva e semplificata del contenuto
dell’opera
marxiana, che Trockij tratteggia ; quanto piuttosto il metodo
.-ed in
questo senso la teoria, che Trockij segue nel suo lavoro.
Leggiamo ad es. alle pp.7s che in genere non ci si dà pena
di
considerare perchè gli uomini si disfanno di oggetti di valore
in
cambio di qualche pezzo di certi metalli.
Questa mancanza di curiosità dipende dal fatto che, in generale,
le
categorie economiche capitalistiche vengono considerate come
ovvie,
come cose che vanno da sé. Ed effettivamente questo è il caso,
ma a
patto che si diano per scontati i rapporti capitalistici di
produzione, ovvero si consideri quale ultima istanza del
conoscere l’immediata esperienza di chi vive in un certo tipo di
società.
Arriviamo così ad un tema fondamentale: l’analisi scientifica
–questo
Trockij- afferma- ha un nemico dal quale deve ben
guardarsi: il
senso comune, con la sua immediata evidenza.
Si tratta di una tesi ben nota –sia nell’’epoca di Hegel e pure
in
quella di Trotkij; tuttavia è vero anche che a metà del
Novecento
questa tesi fu messa in discussione e si sviluppò tutto un
movimento
(detto post-moderno, ma in realtà pre-moderno), il quale,
appunto
‘scoprendo’ che l’evidenza scientifica ha carattere mediato
(dalla
ragione) e non l’immediatezza del puramente percepito, dichiara
non
attendibile la pretesa della scienza di produrre sapere
oggettivo.
Per Trockij, dunque, al contrario da ogni teoria fondata
sull’immediatezza del percepito, il conoscere acquista l’aspetto
d un
autentico lavoro, di un’Arbitsmuehe ( di una specifica fatica,
come si
esprimevano Hegel e Marx). Nel senso che la scienza produce
conoscenza
in quanto, con i suoi strumenti logici e teorici,
definisce
l’oggetto, in modo stoicamente determinato, gli dà certe
caratteristiche e una determinata collocazione.
Inoltre, definita la scienza come la conoscenza delle leggi
obiettive
della natura, l’uomo –continua Trockij-- ha voluto assegnarsi un
posto
privilegiato nell’universo, dando a se stesso il ruolo
eccezionale di
chi ha relazioni con la divinità e, con questo, la
conoscenza degli
oggettivi principi morali - di base. Questo è il senso, afferma
Trockij
dell’orientamento idealistico. S.G. (Collettivo di formazione marxista "Maurizio Franceschini")
Iscriviti a:
Post (Atom)