Visualizzazione dei post in ordine di data per la query Lenin. Ordina per pertinenza Mostra tutti i post
Visualizzazione dei post in ordine di data per la query Lenin. Ordina per pertinenza Mostra tutti i post

sabato 31 gennaio 2026

“Il testamento di Lenin” - Luciano Canfora

Da: https://www.pandorarivista.it - Luciano Canfora, filologo, storico, saggista, professore emerito dell’Università di Bari, membro del Consiglio scientifico dell’Istituto dell’Enciclopedia italiana e direttore della rivista Quaderni di Storia, Dedalo Edizioni. (Luciano Canfora Podcast) - Francesco Maria Galassi, medico, antropologo, fisico e forense, paleopatologo, umanista. Dottore di ricerca e professore associato di antropologia fisica presso l’Università di Łódź (Polonia). 

Vedi anche: Il Testamento di Lenin: Stalin, Trockij ed il socialismo in un solo paese. - LUCIANO CANFORA 


Recensione a: Luciano Canfora, Il testamento di Lenin. Storia segreta di una lettera non spedita, Fuoriscena, Milano 2025, pp. 272,  (scheda libro


Con Il testamento di Lenin. Storia segreta di una lettera non spedita (Fuoriscena 2025), Luciano Canfora esplora uno dei documenti più problematici e controversi della storia politica del Novecento: la Lettera al Congresso, scritta da Lenin fra il 22 dicembre 1922 e il 4 gennaio 1923, nei rari momenti di lucidità concessi dalla malattia che lo avrebbe condotto a morte il 21 gennaio 1924. Dettata in condizioni di precarietà fisica e mentale, e in un clima di vigilanza costante – poiché la segreteria che lo assisteva agiva sotto la supervisione diretta di Stalin – la Lettera è, come scrive Canfora, «un sintomo di crisi profondissima al vertice del bolscevismo».

In quelle pagine, redatte con sforzo estremo, Lenin cerca di «far ordine al vertice del partito». L’obiettivo è duplice: da un lato, segnalare i rischi di una scissione tra Trockij e Stalin, dall’altro ammonire contro l’accentramento del potere nelle mani di quest’ultimo, ossia del Segretario generale del Comitato Centrale del Partito Comunista. Il giudizio leniniano su Stalin, nel poscritto del 4 gennaio 1923, è esplicito: egli è, a giudizio del leader della rivoluzione bolscevica, caratterialmente inadatto a tale ruolo, a causa della sua rozzezza (slishkom grub, «troppo rozzo») nei rapporti con i compagni e della scarsa lealtà.

Lenin formulò giudizi severi su tutti i principali dirigenti del partito: di Trockij sottolineò la baldanza e l’eccessiva attrazione per il lato amministrativo delle questioni, mentre di Bucharin e Pjatakov mise in dubbio l’ortodossia marxista.

Canfora, elaborando le proprie conclusioni a partire da fondamentali studi sul tema quali Lenin’s will di Yuri A. Buranov (1994) e dal riesame diretto delle fonti e dei documenti, dimostra come, con ogni probabilità, il documento fu manipolato. Estremamente significativa è, infatti, l’interpolazione successiva della parola «non-bolscevismo» per Trockij, introdotta sotto il controllo di Stalin, che aveva accesso ai manoscritti tramite le segretarie del leader malato e prossimo ormai al trapasso. Tale aggiunta, osserva Canfora, servì a screditare l’avversario principe di Stalin, manipolando, in ultima analisi, il senso dell’intero documento, dal momento che «sembra[va] significare infatti che [ancora allora] tale [fosse] la caratteristica di Trockij».

venerdì 30 gennaio 2026

Si può dire “imperialismo”? Cade l’ultimo tabù - Francesco Galofaro

Da: https://www.marx21.it - Francesco Galofaro è professore associato all’Università IULM di Milano.(Galofaro Francesco) - 
Lavoro digitale e imperialismo - Christian Fuchs 



Dopo la caduta del muro di Berlino, chi avesse usato la parola “imperialismo” sarebbe stato immediatamente etichettato come un veteromarxista: un triste esponente di un’ideologia estinta. Al volgere del millennio, Toni Negri scrisse un libro per spiegare che l’imperialismo non c’era più: un impero gestito dalle multinazionali avrebbe chiuso l’epoca degli Stati nazionali. La tesi fu prontamente quanto acriticamente sposata dai giovani comunisti di Rifondazione della gestione bertinottiana, quantomai ansiosi di archiviare in soffitta il leninismo. Negli anni 2010, “novecentesco” era chiunque si ostinasse a connettere i conflitti mondiali agli interessi dei grandi gruppi economici, saggiamente amministrati dai governi “democratici”.

Oggi, il conflitto mediatico tra Unione Europea e Stati Uniti sulla Groenlandia ha riportato in auge la parola. “The New American Imperialism”, titola nientemeno che l’Economist il 21 gennaio. “Rifiutiamo il nuovo colonialismo e il nuovo imperialismo”, aveva dichiarato Macron l’8 gennaio. Ha rispolverato l’imperialismo anche la presidente del gruppo dei Socialisti e democratici, Iratxe Garcìa Pérez: “i dazi del 25% imposti da Trump agli alleati che sostengono la Groenlandia contro le sue minacce imperialiste sono inaccettabili”. Si è spinta poi a invocare contro gli americani le ritorsioni economiche note come “bazooka”, varate a suo tempo in funzione anti-cinese e mai attuate. Tanto tuonò che piovve.

martedì 27 gennaio 2026

La loro morale e la nostra - L. Trotsky (1939)

Da: https://www.marxists.org/italiano - 

Leggi anche: Pacifismo come servo dell'imperialismo - L. Trotsky 

Le prospettive di una evoluzione mondiale - Trotsky (1924)  

L’imperialismo americano e la socialdemocrazia europea*- L. Trotsky (1924)  

Rosa Luxemburg e la Quarta Internazionale - Lev Trotsk

Evaporazione della morale

Nei periodi in cui la reazione trionfa, si vedono i signori democratici, socialdemocratici, anarchici e gli altri rappresentanti della sinistra, secernere moralità in dose doppia, così come gli individui traspirano più copiosamente quando hanno paura. Ripetendo a modo loro i dieci comandamenti o il discorsodella montagna, tali moralisti si rivolgono meno alla reazione trionfante che ai rivoluzionari perseguitati, i cui «eccessi» e i principi «immorali» «fomentano» la reazione e le forniscono una giustificazione morale. Vi sarebbe tuttavia un mezzo elementare, ma sicuro, per evitare la reazione: lo sforzo interiore, la rinascita morale. Campioni di perfezione etica vengono distribuiti gratuitamente in ciascuna delle redazioni interessate. Codesta predicazione, tanto ampollosa quanto falsa, ha la sua base sociale di classe nella piccola borghesia intellettuale. La sua base politica sta nell’impotenza e nello smarrimento di fronte alla reazione. Base psicologica: il desiderio di ovviare alla propria inconsistenza mettendosi una barba posticcia da profeta. Il procedimento prediletto dal filisteo moralizzatore consiste nell’identificare i modi d’agire della rivoluzione e della reazione. Talune analogie formali ne garantiscono il successo. Lo zarismo e il bolscevismo divengono gemelli. E’ del pari possibile scoprire nel fascismo e nel comunismo due gemelli. Si può fare una lista dei caratteri comuni al cattolicesimo o al gesuitismo e al comunismo. Per parte loro, Hitler e Mussolini, avvalendosi di un metodo affatto simile, dimostrano che il liberalismo, la democrazia e ilbolscevismo non sono che le diverse manifestazioni di uno stesso male. L’opinione che lo stalinismo e il trotskismo siano «in fondo identici» trova ormai la più vasta udienza. Essa fa concordi i liberali, i democratici, i pii cattolici, gli idealisti, i pragmatici, gli anarchici e i fascisti. Se gli staliniani non sono in grado di unirsi a quest’altro «Fronte popolare», ciò è dovuto a uno scherzo del caso: essi sono per l’appunto troppo occupati a sterminare i trotskisti.

martedì 20 gennaio 2026

Dei principii del leninismo. La questione nazionale - G. STALIN (aprile 1924)

Da: G. Stalin, Questioni del leninismo, Edizioni in lingue estere, Mosca, 1946 - 


 La questione nazionale 

Di questo tema tratterò due questioni principali: 

a) l’impostazione del problema; 

b) il movimento di liberazione dei popoli oppressi e la rivoluzione proletaria. 

1) Impostazione del problema. Nel corso degli ultimi due decenni, la questione nazionale ha subìto una serie di modificazioni della più grande importanza. La questione nazionale nel periodo della II Internazionale e la questione nazionale nel periodo del leninismo sono ben lontane dall’essere la stessa cosa. Esse differiscono profondamente l’una dall’altra, non solo per l’ampiezza, ma anche per il loro carattere intrinseco. 

Prima, la questione nazionale si riduceva di solito a un gruppo ristretto di problemi che riguardavano, per lo più, le nazioni «civili». Irlandesi, ungheresi, polacchi, finlandesi, serbi e alcune altre nazionalità dell’Europa: questo era il gruppo di popoli, privati dell’eguaglianza di diritti, delle cui sorti s’interessavano gli eroi della II Internazionale. Decine e centinaia di milioni di uomini appartenenti ai popoli dell’Asia e dell’Africa, che subivano il giogo nazionale nelle sue forme più brutali e più feroci, di solito non venivano presi in considerazione. Non ci si decideva a mettere sullo stesso piano bianchi e negri, «civili» e «non civili». Due o tre risoluzioni agrodolci e vuote, che si sforzavano con cura di eludere il problema della liberazione delle colonie, ecco tutto quello di cui potevano vantarsi gli uomini della II Internazionale. Oggi, questa doppiezza e queste mezze misure, nella questione nazionale, si debbono considerare come liquidate. Il leninismo ha smascherato questa disparità scandalosa; ha abbattuto la barriera che separava bianchi e negri, europei e asiatici, schiavi dell’imperialismo «civili» e «non civili», collegando, in questo modo, il problema nazionale al problema delle colonie. Così la questione nazionale si è trasformata, da questione particolare interna di uno stato singolo, in questione generale e internazionale, è diventata il problema mondiale della liberazione dal giogo dell’imperialismo dei popoli oppressi dei paesi dipendenti e delle colonie. 

Prima, il principio dell’autodecisione delle nazioni di solito veniva interpretato in modo erroneo, venendo ridotto non di rado al diritto delle nazioni all’autonomia. Alcuni capi della II Internazionale erano persino giunti a trasformare il diritto all’autodecisione nel diritto all’autonomia culturale, cioè nel diritto delle nazioni oppresse di avere le loro proprie istituzioni culturali, lasciando tutto il potere politico nelle mani della nazione dominante. Questo fatto aveva come conseguenza che l’idea dell’autodecisione correva il rischio di cambiarsi da strumento di lotta contro le annessioni in un mezzo per giustificare le annessioni. Oggi, questa confusione si deve considerare come superata. 

giovedì 11 dicembre 2025

Michel Clouscard. Un marxismo inesplorato - Alessandra Ciattini

Da: https://www.marxismo-oggi.it - Alessandra Ciattini (Collettivo di formazione marxista Stefano Garroni - Membro del Coordinamento Nazionale del Movimento per la Rinascita Comunista) ha insegnato Antropologia culturale alla Sapienza di Roma. E' docente presso l'Università Popolare Antonio Gramsci (https://www.unigramsci.it). 

Leggi anche: Un’introduzione alla lettura di Michel Clouscard: «Neofascismo e ideologia del desiderio» - Aymeric Monville 

https://frontepopolare.net/2013/05/19/michel-clouscard-neofascismo-e-ideologia-del-desiderio 

La filosofia francese contemporanea - Francesco Valentini 


Non so se il marxismo occidentale sia morto, non so neppure se esso sia riassumibile in una formula, date le mai sopite discussioni sui temi centrali impostati e trattati da Marx, ma posso dire che mi capita spesso di incontrare nuovi studiosi marxisti (almeno che si dichiarano tali) a me sconosciuti, ma non ad altri, operanti sia nell’ambito delle scienze sociali sia in quello delle scienze dure.

In particolare, in questo campo, anche a causa dell’attualità dei temi ecologisti, molti autori, come Georges Gastaud, hanno ripreso a lavorare sulla Dialettica della natura [1]. A mio parere essi (o meglio alcuni di essi) meritano tutto il nostro interesse soprattutto oggi nell’attuale scenario internazionale lacerato da scontri e da conflitti, il cui esito potrebbe essere la sconfitta di tutte le classi in lotta, come prevedevano nel 1848 Marx ed Engels.

Naturalmente occorre in primis valutare il loro contributo e la loro coerenza con la definizione di socialismo, che mi pare appropriata, ma non schematica, proposta da Guglielmo Carchedi e Michael Roberts, per i quali quest’ultimo deve essere identificato con “una società in cui i mezzi di produzione sono di proprietà comune e i produttori lavorano in associazione per soddisfare i bisogni della società definiti dai produttori stessi… Ci saranno solo strutture controllate democraticamente per amministrare la produzione di cose e servizi al fine di soddisfare i bisogni della società umana” [2]. A loro parere (ed io concordo), una tale forma di società per ora non è mai esistita, anche se si sono tentati esperimenti interessanti che hanno dato vita a società complesse, ibride, non più capitaliste ma in trasformazione, tenendo sempre presente che la transizione può avere esiti diversi e inaspettati (https://sinistrainrete.info/marxismo/26741-guglielmo-carchedi-e-michael-roberts-la-teoria-del-valore-di-karl-marx-per-comprendere-il-funzionamento-del-capitalismo-oggi), non sempre umanamente controllabili secondo quella che Adam Ferguson nel Settecento definì la legge delle conseguenze involontarie. Gli stessi politici cinesi collocano la loro società solo nella fase primaria del socialismo, da cui non si potrà rapidamente uscire.

domenica 7 dicembre 2025

ARLACCHI SPIEGA LA CINA ALL'OCCIDENTE MA L'OCCIDENTE E' DISPOSTO AD ASCOLTARE? - Carlo Formenti

Da: https://socialismodelsecoloxxi.blogspot.com - https://www.marx21.it - Carlo Formenti è un giornalista e scrittore italiano. - Pino Arlacchi è un sociologo, politico e Ex vice-segretario dell'Onu. (https://www.facebook.com/PinoArlacchi - Pino Arlacchi).

Vedi anche: “I tre segreti della civiltà cinese: meritocrazia, pace e socialismo” - Pino Arlacchi - 

Leggi anche: Cina, Brics e Occidente: come sta cambiando il mondo - Pino Arlacchi  

Il falso mito della Cina capitalista e gli occhi strabici dell’Occidente - Pino Arlacchi  

IA: le differenze tra la Cina socialista e l'occidente - Pino Arlacchi  

L’economia reale è sulla Via della seta - Pino Arlacchi  

"Cina 2013" - Samir Amin


Deputato, senatore e parlamentare europeo, il sociologo Pino Arlacchi è noto, oltre che per i suoi libri, per la lunga attività pubblica e istituzionale contro la criminalità organizzata (è stato vicesegretario generale del programma antidroga e anticrimine dell’ONU). Meno conosciuti sono i suoi rapporti con il mondo politico e accademico cinese. Arlacchi presiede, fra le altre cose, il Forum internazionale di criminologia e diritto penale che ha sede a Pechino, il che gli ha consentito, da un lato, di incontrare e discutere, oltre che con i colleghi cinesi, con esponenti dei vertici del Partito Comunista e dello Stato, dall’altro lato di acquisire un ampio repertorio di conoscenze sulla storia antica e recente del grande Paese asiatico, nonché sul suo sistema politico e istituzionale e sulla società cinese contemporanea. Questo vasto materiale è la fonte da cui scaturisce “La Cina spiegata all’Occidente”, cinquecento pagine fitte di analisi e informazioni appena uscite per i tipi di Fazi.

Prima di riassumere quelli che considero i contributi più interessanti di quest’opera alla conoscenza della realtà cinese, premetto i miei dubbi in merito al fatto che essa possa scalfire il muro di pregiudizi, malafede e arroganza eurocentrica dietro il quale si trincera la larga maggioranza dei membri di un mondo politico, accademico e mediatico occidentale sempre più ripiegato su sé stesso. Spero almeno che riesca a suscitare la curiosità e i dubbi del lettore comune, ma soprattutto a far riflettere quegli ambienti di sinistra in cui circolano idiozie sulla Cina come Paese capitalista, imperialista, totalitario e aggressivo (paradossalmente, le destre neoliberali, mentre condividono con le sinistre gli ultimi tre stereotipi, confessano di temere la Cina in quanto esempio della superiorità del suo sistema socialista rispetto all’economia tardo capitalista, timore evidenziato dalle accuse di statalismo, concorrenza sleale, furto di know how, ecc. rivolte alle imprese cinesi).

Nella Introduzione, Arlacchi spiega che le tre parti in cui si articola il libro trattano dei tre “segreti” del miracolo cinese – vale a dire delle ragioni che hanno reso possibile l’ascesa della Cina, in una manciata di decenni, da uno stato di arretratezza paragonabile a quello dell’Africa Subsahariana di allora (1949) a quello di prima potenza economica mondiale. I segreti in questione sono, nell'ordine: il non espansionismo di una civiltà sinocentrica ma al tempo stesso universalista e pacifica; un peculiare sistema politico fondato sulla meritocrazia; un sistema economico non capitalista ma con caratteri socialisti inediti (il cosiddetto socialismo di mercato o socialismo con caratteri cinesi). Nelle pagine seguenti mi atterrò a mia volta a questa tripartizione. In un post scriptum che pubblicherò fra qualche giorno, commenterò invece un esempio della incomprensione della sinistra occidentale nei confronti del fenomeno Cina. (C.F.)

venerdì 28 novembre 2025

“Tre fonti e tre parti integranti del marxismo” - Vladimir Lenin (1913)

Da: https://www.marxists.org - https://giuliochinappi.com - Articolo pubblicato nella rivista Prosvestcenie, n. 3, marzo 1913; questo numero era dedicato al trentesimo anniversario della morte di Marx. - Estratto da Opere Scelte - Editori Riuniti 1965 - pag. 475 - 480. - Trascritto per Internet da Ivan, Gennaio 1999. 

Leggi anche: Cos'è il potere sovietico - Vladimir Lenin (1919) 


In tutto il mondo civile la dottrina di Marx si attira la più grande ostilità e l'odio più intenso di tutta la scienza borghese (sia ufficiale che liberale), che vede nel marxismo una specie di "setta perniciosa". E non ci si può aspettare un atteggiamento diverso, poiché una scienza sociale "imparziale" non può esistere in una società fondata sulla lotta di classe. In un modo o nell'altro, tutta la scienza ufficiale e liberale difende la schiavitù del salariato, mentre il marxismo ha dichiarato una guerra implacabile a questa schiavitù. Pretendere una scienza imparziale nella società della schiavitù del salariato è una stolta ingenuità, quale sarebbe pretendere l'imparzialità da parte degli industriali nel considerare se occorre aumentare il salario degli operai diminuendo il profitto del capitale.

Ma ciò non basta. La storia della filosofia e la storia della scienza sociale dimostrano con tutta chiarezza che nel marxismo non v'è nulla che rassomigli al "settarismo" inteso come una specie di dottrina chiusa e irrigidita, sorta fuori dalla strada maestra dello sviluppo della civiltà mondiale. Al contrario, tutta la genialità di Marx sta proprio in ciò, che egli ha risolto dei problemi già posti dal pensiero d'avanguardia dell'umanità. La sua dottrina è sorta come continuazione diretta e immediata della dottrina dei più grandi rappresentanti della filosofia, dell'economia politica e del socialismo.

La dottrina di Marx è onnipotente perché è giusta. Essa è completa e armonica, e dà agli uomini una concezione integrale del mondo, che non può conciliarsi con nessuna superstizione, con nessuna reazione, con nessuna difesa dell'oppressione borghese. Il marxismo è il successore legittimo di tutto ciò che l'umanità ha creato di meglio durante il secolo XIX: la filosofia tedesca, l'economia politica inglese e il socialismo francese.

Ci fermeremo brevemente su queste tre fonti del marxismo, che sono nello stesso tempo le sue tre parti integranti.

martedì 18 novembre 2025

Marx e la società comunitaria - John Bellamy Foster

Da: https://monthlyreview.org - John Bellamy Foster è direttore della Monthly Review. e docente di sociologia presso l’Università dell’Oregon. - John Bellamy Foster 

"In definitiva, l' unica cosa importante del pensiero di [Karl] Marx è il comunismo", osservò nel 1983 il teorico politico britannico di origine ungherese RN Berki.1Sebbene si tratti di un'esagerazione, è innegabile che l'ampia concezione di Marx della società comunitaria/comunismo abbia costituito la base della sua intera critica della società di classe e della sua visione di un futuro sostenibile per l'umanità. Tuttavia, sono stati pochi i tentativi di affrontare sistematicamente lo sviluppo di questo aspetto del pensiero di Marx così come emerse nel corso della sua vita, a causa della complessità del suo approccio alla questione della produzione comunitaria nella storia e delle sfide filosofiche, antropologiche e politico-economiche che ciò presentava, estendendosi fino ai giorni nostri. Ciononostante, l'approccio di Marx alla società comunitaria è di autentico significato non solo per comprendere il suo pensiero nel suo complesso, ma anche per contribuire a guidare l'umanità oltre la gabbia di ferro della società capitalista. Oltre a presentare un'antropologia filosofica del comunismo, egli approfondi la storia e l'etnologia delle reali formazioni sociali comunitarie. Ciò ha portato a indagini concrete sulla produzione e lo scambio comunitari. Tutto ciò ha contribuito alla sua concezione del comunismo del futuro come società di produttori associati.2

Ai nostri giorni, la produzione e lo scambio comunitari, nonché elementi di uno stato comunitario, sono stati sviluppati, con vari gradi di successo, in diverse società socialiste a seguito di rivoluzioni, in particolare in Unione Sovietica, Cina, Cuba, Venezuela e altrove nel mondo. La comprensione di Marx della storia, della filosofia, dell'antropologia e dell'economia politica della società comunitaria/collettiva è quindi un'importante fonte di intuizione e visione, non solo rispetto al passato, ma anche al presente e al futuro.

L'ontologia sociale della produzione comunitaria

Marx fu un prodotto fin dai suoi primi anni dell'Illuminismo radicale, influenzato in questo senso sia dal padre, Heinrich Marx, sia dal suo mentore e futuro suocero, Ludwig von Westphalen. A ciò si aggiunse il suo profondo incontro con la filosofia idealista tedesca, esemplificata dall'opera di GWF Hegel. Marx fu un affermato studioso dell'antichità greca, impegnato in intensi studi sia di Aristotele, che considerava il più grande dei filosofi greci, sia di Epicuro, il principale pensatore materialista del mondo ellenistico. Completò la sua tesi di dottorato sulla filosofia della natura di Epicuro nel 1841, emergendo come un materialista ben presto interessato all'idea del comunismo.3

mercoledì 12 novembre 2025

Cos'è il potere sovietico - Vladimir Lenin (1919)

Da: https://www.marxists.org - Discorso pronunciato alla fine di marzo 1919 pubblicato sulla Pravda n.18 il 21 gennaio 1928. Originale reperibile in V.I.Lenin Opere, ed.russa, vol.38 pp.238-239. Si ringrazia Davide Spagnoli per la trascrizione.

Leggi anche: Lenin - Opere complete  

Come funziona il Soviet*- John Reed  

Cinque anni di rivoluzione russa e le prospettive della rivoluzione mondiale - Lenin  

Sulla Nostra Rivoluzione*- Vladimir Lenin (1923)  

"Riflessioni" 4.0 - Stefano Garroni  

Alle operaie - Vladimir Lenin (1920)  

Sullo Stato* - Vladimir Lenin  

Better Fewer, But Better*- Vladimir Lenin (1923)  

I dieci giorni che sconvolsero il mondo. - John Reed (1919) 


Che cos'è il potere sovietico?

Qual è la natura di questo nuovo potere che nella maggior parte dei paesi non si vuole o non si può ancora capire?

Il tratto essenziale, che attira sempre più gli operai di ogni paese, è che lo Stato, prima amministrato in un modo dai ricchi o dai capitalisti, oggi, per la prima volta, è amministrato, e su scala di massa, proprio dalle classi che il capitalismo opprimeva.

Anche nella repubblica più democratica, più libera, finché permane il dominio del capitale, finché la terra resta proprietà privata, lo Stato è sempre amministrato da una esigua minoranza composta per i nove decimi da capitalisti o da ricchi.

Per la prima volta al mondo, da noi, in Russia, si è organizzato il potere dello Stato in modo che soltanto gli operai, soltanto i contadini lavoratori, escludendo gli sfruttatori, compongano le organizzazioni di massa, i Soviet; e a questi Soviet è stato trasmesso tutto il potere dello Stato.

Ecco perché, nonostante le calunnie della borghesia di tutti i paesi contro la Russia, in tutto il mondo la parola «Soviet» è diventata non soltanto comprensibile, ma popolare, cara agli operai, a tutti i lavoratori.

Ed ecco perché il potere sovietico, quali che siano le persecuzioni contro i fautori del comunismo nei diversi paesi, trionferà certamente, inevitabilmente in tutto il mondo e in un non lontano avvenire.

Sappiamo benissimo che ci sono ancora molti difetti nell'organizzazione del potere sovietico. Il potere sovietico non è un talismano miracoloso. Non guarisce di colpo i difetti del passato, l'analfabetismo, l'arretratezza culturale, le conseguenze di una barbara guerra, l'eredità di un capitalismo rapinatore.

Ma in compenso dà la possibilità di passare al socialismo, permette a coloro che erano oppressi di levarsi e di prendere sempre più nelle loro mani tutta la direzione dello Stato, tutta la direzione dell'economia, tutta la direzione della produzione.

Il potere sovietico è la via verso il socialismo scoperta dalle masse lavoratrici, e perciò giusta, e perciò invincibile.

V.I.Lenin

lunedì 10 novembre 2025

Mao era un mostro? - Carlos Martinez

Da: https://socialistchina.org - Carlos Martinez, condirettore di Friends of Socialist China

Leggi anche: L’Oriente è rosso – ancora!Stefania Fusero (https://www.lacittafutura.it/recensioni

"Cina 2013" - Samir Amin

Per celebrare il 130° anniversario della nascita di Mao Zedong, pubblichiamo di seguito un estratto dal capitolo "No Great Wall: on the continuitys of the Chinese Revolution" del libro di Carlos Martinez L'Oriente è ancora rosso – Il socialismo cinese nel XXI secolo , che valuta l'eredità politica di Mao e si concentra in particolare su alcuni degli episodi più controversi associati alla sua leadership.

L'estratto si propone di fornire un'analisi dettagliata ed equilibrata del Grande balzo in avanti e della Rivoluzione culturale, e di spiegare perché la maggior parte della popolazione cinese continua a venerare Mao e perché, come disse Deng Xiaoping , "il Partito comunista cinese e il popolo cinese lo considereranno sempre come un simbolo, un tesoro molto prezioso".

La ragione fondamentale è che, più di ogni altro individuo, Mao Zedong simboleggia ed è responsabile della liberazione della Cina e della costruzione del socialismo cinese. Carlos scrive:

Gli eccessi e gli errori associati agli ultimi anni di vita di Mao devono essere contestualizzati in questo quadro generale di progresso trasformativo senza precedenti per il popolo cinese. Il tasso di alfabetizzazione in Cina prima della rivoluzione era inferiore al 20%. Alla morte di Mao, era intorno al 93%. La popolazione cinese era rimasta stagnante tra i 400 e i 500 milioni per circa cento anni, fino al 1949. Alla morte di Mao, aveva raggiunto i 900 milioni. Crebbe una fiorente cultura letteraria, musicale, teatrale e artistica, accessibile alle masse popolari. La terra fu irrigata. La carestia divenne un ricordo del passato. Fu istituita l'assistenza sanitaria universale. La Cina – dopo un secolo di dominazione straniera – mantenne la propria sovranità e sviluppò i mezzi per difendersi dagli attacchi imperialisti.

martedì 21 ottobre 2025

“Non è la nostra guerra”. John Reed, reporter della rivoluzione contro la guerra - Maurizio Acerbo

Da: https://www.kulturjam.it - Maurizio Acerbo Segretario nazionale di Rifondazione Comunista- Sinistra Europea. Attivista, agitatore culturale. Comunista democratico, libertario e ambientalista. Marxista psichedelicoMaurizio Acerbo

Leggi anche: I dieci giorni che sconvolsero il mondo. - John Reed (1919)  

Come funziona il Soviet*- John Reed 


L’autore de “I dieci giorni che sconvolsero il mondo”, John Reed, un cronista prestato alla rivoluzione dalla biografia incredibile. “Un uomo che sapeva vedere e ascoltare”, disse di lui Trockij


John Reed, reporter della rivoluzione contro la guerra*

“I lavoratori fanno bene a capire che il nemico non è la Germania né il Giappone; il vero nemico è quel 2% degli Stati Uniti che detiene il 60% della ricchezza nazionale, quella banda di “patrioti” senza scrupoli che li ha già derubati di tutto quello che possedevano e che ora progetta di farne dei soldati che custodiscano il loro bottino. Noi diciamo ai lavoratori di prepararsi a difendersi contro questo nemico”. Lo scriveva il giornalista John Reed nel 1916.

Nel 1917 Reed scrive su The Masses un articolo contro l’ingresso degli USA nel conflitto: 

“Di chi è questa guerra? Non mia. So che centinaia di migliaia di lavoratori americani impiegati dai nostri grandi “patrioti” finanziari non ricevono un salario di sussistenza. Ho visto poveri uomini mandati in prigione per lunghi periodi senza processo, e anche senza alcuna accusa. Scioperanti pacifici, con le loro mogli e figli, sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco, bruciati a morte, da investigatori privati ​​e miliziani. I ricchi sono diventati sempre più ricchi, e il costo della vita è più alto, e i lavoratori proporzionalmente più poveri. Questi lavoratori non vogliono la guerra, nemmeno la guerra civile. Ma gli speculatori, i datori di lavoro, la plutocrazia, lo vogliono, proprio come hanno fatto in Germania e in Inghilterra; e con bugie e sofismi susciteranno il nostro sangue finché non saremo selvaggi, e poi combatteremo e moriremo per loro. (…) Non è la nostra guerra”.

Sarebbe morto di tifo in Russia tre anni dopo il 17 ottobre 1920 a soli 33 anni. 

giovedì 16 ottobre 2025

Trump e l’idea della guerra come valore - Alessandra Ciattini

Da: https://futurasocieta.org - https://www.lantidiplomatico.it - Alessandra Ciattini (Collettivo di formazione marxista Stefano Garroni - Membro del Coordinamento Nazionale del Movimento per la Rinascita Comunista) ha insegnato Antropologia culturale alla Sapienza di Roma. E' docente presso l'Università Popolare Antonio Gramsci (https://www.unigramsci.it). 


nella foto: a sinistra il vicepresidente JD Vance, Trump e il segretario della Guerra, Pete Hegseth – The White House, Public domain, via Wikimedia Commons 



Le inquietanti dichiarazioni fatte dal presidente Usa e dal segretario Pete Hegseth a Quantico ripropongono una pericolosissima concezione della guerra, che nel corso di secoli il diritto internazionale aveva tentato di superare. Inoltre, ancora una volta presentano come invincibili le forze militari Usa, quasi assimilate ai protagonisti delle pellicole commerciali hollywoodiane, nonostante la stessa intelligence riconosca la loro inferiorità in vari campi.


È oggi assai difficile comprendere se tutta l’aggressività presente nei discorsi di Trump, definito da qualcuno “il buffone apocalittico”, o di Pete Hegseth, ora segretario del meno ipocrita Dipartimento della guerra, sia solo frutto di un bluff o se riveli una qualche folle concretezza o consistenza. Certamente si vuole impressionare e terrorizzare con metodi diversi da quelli dei cerimoniali nazisti costellati da lugubri svastiche su fondo rosso, con le coreografie elaborate dall’architetto Albert Speer; metodi che sono la volgare secrezione della rozza cultura di massa televisiva e cinematografica di matrice statunitense. Certamente si vuole convincere il pubblico con un pugno allo stomaco che gli Usa sono sempre forti, battendo i piedi e strepitando, come fanno i bambini quando non vengono presi in considerazione. Probabilmente uno psicoanalista direbbe che tutta la retorica bellicista, strombazzata nella mega riunione di generali e ammiragli a Quantico (Virginia), serve anche a persuadere gli stessi parlanti che sono invincibili, pur essi costatando contraddittoriamente nello stesso tempo che il loro esercito è in decadenza, che bisogna far rinascere lo spirito guerriero, che evidentemente è scemato, anche se non per colpa loro.

mercoledì 15 ottobre 2025

Lotta di classe identitaria e non identitaria - John Holloway

Da: https://comune-info.net - Pubblicato sul numero 4/2025 della Revista Critica anticapitalista di Comunizar, sorella di Comune. - John Holloway è un sociologo, filosofo, giurista, saggista ed accademico irlandese, di orientamento marxista operaista, i cui lavori sono strettamente associati al movimento neo-zapatista in Messico, dove risiede stabilmente dal 1991 (john holloway). 


Negli ultimi trent’anni stanno emergendo nuove lotte contro il capitale. Si focalizzano spesso sul come e non tanto “contro chi” e lasciano da parte il concetto di lotta di classe. Il rifiuto del dominio del lavoro sulla vita è parte importante in questo ripensamento. “Da un lato c’è una lotta reale e costante per intensificare o diminuire lo sfruttamento. È la lotta sindacalista… – scrive John Holloway – È una lotta di classe, ma identitaria, rinchiusa nella logica del sistema, è la lotta di una classe contro un’altra. Implica un processo di identificazione… Questa lotta trabocca continuamente in espressioni di lotta che mettono in discussione o rifiutano il lavoro astratto stesso… Sono lotte per un’altra determinazione dell’attività umana, per un altro tempo, per la vita contro la catastrofe capitalista…” (comune-info

Perché insistiamo sull’importanza della lotta di classe? La risposta non è ovvia. Sarebbe stata ovvia cinquant’anni fa. Qualsiasi movimento anticapitalista parlava in termini di lotta di classe. Ma non è il caso ora. Molti movimenti di resistenza e ribellione preferiscono non parlare di lotta di classe, o perché sentono che li collega con una tradizione che rifiutano o perché non sembra rilevante per le lotte attuali. La classe operaia (intesa per il momento come gruppo di persone) non è più organizzata come prima e non svolge lo stesso ruolo nei conflitti visibili della società.

Allora, perché parliamo di lotta di classe e cosa intendiamo con questo? In primo luogo, il concetto di lotta di classe pone l’antagonismo sociale al centro della comprensione della società. Questa società è, prima di tutto, una società antagonista. Non è semplicemente una società di dominio, perché il dominio significa resistenza, antagonismo, lotta.

giovedì 11 settembre 2025

Solidarietà “terrorista” - Carla Filosa

Da: https://www.marxismo-oggi.it - Il video è di dodonewlife 
Carla Filosa insegna dialettica hegeliana e marxismo. Collabora con l’Università Popolare Antonio Gramsci (https://www.unigramsci.it - https://www.facebook.com/unigramsci - https://rivistacontraddizione.wordpress.com). - 

                                                                         

In attesa di sapere se la Global Sumud Flotilla sarà intercettata dall’esercito israeliano perché definita “terrorista” dal sionismo oscurantista, proponiamo la ripubblicazione di un articolo del 1988 scritto per la rivista “La Contraddizione”, intitolato Palestina/Imperialismo, in cui si curò una cronologia dell’imperialismo, e non solo. Per chi ancora si trastulla sull’uso o meno giuridico del termine genocidio per definire l’intento israeliano sull’attuale sterminio palestinese, può essere utile “rammentare” i precedenti passi di una storia che non comincia il “7 ottobre”.

Il presente sotto gli occhi di tutti viene monitorato in tanti punti informativi, in cui può rimanere difficile distinguere verità da propaganda, realtà oggettive da menzogne politiche. Il passato storico, accompagnato dall’analisi del tempo, non può più veicolare interessi, invece, di cui non si capiscono obiettivi e collusioni perché oggi ancora in via di sviluppo.

giovedì 21 agosto 2025

Marx incostituzionale - Nicolò Monti

 Da: https://www.facebook.com - Nicolò Monti - Nicolò Monti già segretario nazionale della Federazione Giovanile Comunista Italiana (FGCI). 


Sembrava una vittoria storica quella del “Forum serale Marxista per la politica e la cultura”, abbreviato Masch, nei confronti dell’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, ma le motivazioni della sentenza del Tribunale di Amburgo hanno spazzato via il già molto cauto ottimismo. L’8 Marzo scorso l’associazione, che aveva citato in giudizio lo Stato per essere stata classificata come associazione di “estrema sinistra”, togliendole lo status di organizzazione no profit, ha ottenuto la riabilitazione e il proprio status. In un clima così fortemente anticomunista, questa sembrava davvero una bella notizia per le associazioni e le organizzazioni marxiste tedesche. 

Come sappiamo però, ogni tribunale che emette una sentenza ne pubblica dopo un certo lasso di tempo le motivazioni per la quali è stata emessa. Il 6 Agosto sono arrivate e non suonano affatto come una vittoria politica, anzi. Per il Tribunale infatti l’unico motivo che ha portato a dar ragione a Marsch è stato che i membri non avevano un "atteggiamento attivo e combattivo" tale da essere pericoloso per la Costituzione. Insomma, per i giudici i militanti di Masch sono “poco attivi” per poter essere considerati una minaccia, per il momento. Oltre ciò, che già di suo farebbe sorridere se non fossero così maledettamente seri, le motivazioni arrivano al nocciolo della questione. 

Prima di fare la disamina delle stesse però è necessario spiegare cosa sia Masch. L’organizzazione nasce nel 1981 ad Amburgo affiliata al DKP, Partito Comunista Tedesco, che nell’allora Germania Ovest era messo al bando e vittima di persecuzioni. Lo scopo di Masch è la formazione marxista tramite conferenze, corsi e lezioni e riprende le caratteristiche delle scuole operaie nate nel 1925 in Germania. La loro importanza negli anni 20 e 30 era tale che tra insegnanti e partecipanti ai corsi vi si poteva leggere nomi del calibro di Bertolt Brecht. Oggi continua la sua opera di formazione politica e culturale marxista, ma con una ampia autonomia dal DKP. 

giovedì 7 agosto 2025

L’intima relazione tra fascismo e imperialismo - Alessandra Ciattini

Da: https://giuliochinappi.wordpress.com - https://www.marxismo-oggi.it - Alessandra Ciattini (Collettivo di formazione marxista Stefano Garroni - Membro del Coordinamento Nazionale del Movimento per la Rinascita Comunista) ha insegnato Antropologia culturale alla Sapienza di Roma. E' docente presso l'Università Popolare Antonio Gramsci (https://www.unigramsci.it). 



Molti hanno sostenuto che lo sviluppo del capitalismo sarebbe stato progressivo e avrebbe generato l’ampliamento delle libertà collettive ed individuali. Purtroppo, gli eventi degli ultimi decenni dimostrano il contrario: il capitalismo giunto nella fase attuale, definita “forma tarda”, deve necessariamente essere maggiormente repressivo e coinvolgere le sue popolazioni nella guerra per mantenere al potere la sua classe dirigente.


Nel 2014 così scriveva Samir Amin: “Il fascismo non è sinonimo di un regime autoritario di polizia che rifiuta le incertezze della democrazia parlamentare elettorale. Il fascismo è una risposta politica specifica alle sfide che la gestione della società capitalista può trovarsi ad affrontare in circostanze specifiche”.

Riprendendo quanto aveva affermato Lenin (“La reazione politica su tutta la linea è una caratteristica dell’imperialismo”), nel 1938 Lev Trotskij scrive: “Per la borghesia la democrazia è una necessità nell’epoca della libera concorrenza. Al capitalismo monopolistico, basato non sulla ‘libera’ concorrenza, ma sull’imperio centralizzato, la democrazia non serve affatto: lo ostacola e lo disturba. L’imperialismo può tollerare la democrazia sino a un certo momento, come un male inevitabile. Ma aspira intimamente alla dittatura” (Guerra e rivoluzione, Mondadori 1973).

venerdì 11 luglio 2025

IL CASO VAROUFAKIS - Emiliano Brancaccio

Da: Emiliano Brancaccio - https://www.facebook.com/emiliano.brancaccio.3 - Emiliano Brancaccio è professore di Politica economica presso l'Università del Sannio - Emiliano Brancaccio - www.emilianobrancaccio.it

“[..] Quando Varoufakis sostenne che non avrebbe applicato l’articolo 65 del trattato per non far sentire i risparmiatori greci ‘di serie B’ rispetto ai risparmiatori europei, commise un errore. Un errore di posizionamento nella linea di demarcazione di classe. [..]” 

“[..] Per quelle che sono le testimonianze di Varoufakis e per quelle che sono le memorie di Tspiras, era difficile trovare anche nella Russia e nella Cina dei possibili interlocutori esteri in caso di uscita dal sistema dell’Unione monetaria europea. Tuttavia, io credo vi fossero le condizioni per muoversi nella direzione dell’applicazione dell’articolo 65. Si sarebbe lanciato un diverso segnale al movimento internazionale di classe. Diverso dal messaggio che purtroppo abbiamo ereditato da quella tragedia: la messa in ginocchio dei rivoltosi, in Grecia e in tutta Europa [..]”. 

NEL DECENNALE DELLA TRAGEDIA GRECA 

Nel decennale della tragedia greca, troppe parole al vento di chi poco sapeva allora e meno ricorda oggi. Qui una retrospettiva per più di un verso ancora valida. Con un’aggiunta. Nello scontro tra i mega-blocchi, all'epoca ancora latente, la crisi greca avrebbe potuto rivelarsi fattore sia di accelerazione sia di reinterpretazione. In un’ottica internazionale di classe, oggi più che mai assente, oggi più che mai necessaria. (E. Brancaccio)

                                                                            

lunedì 9 giugno 2025

Sul carattere utopico di «Stato e rivoluzione» - Marco Riformetti

Da: https://www.antiper.org - Marco Riformetti (https://www.antiper.org/archive/interventi/riformetti-lenin-tesi.pdf

Da Marco Riformetti, Lenin e la filosofia politica di Stato e rivoluzione, Tesi di laurea in filosofia, Pisa, 2017 


Stato e rivoluzione è stato accusato di fare “l’elogio della dittatura” e al tempo stesso di essere un testo anarchico e utopistico. Per esempio, è stato accusato di aver mutuato le sue concezioni fondamentali dal socialismo utopistico pre-marxista (Fourier, Saint Simon) per tramite delle riflessioni engelsiane della maturità (L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato e l’Anti-Duhring)

“erano quattro gli elementi del pensiero politico di Fourier che lo avevano influenzato in modo permanente. Questi elementi erano: (1) il pieno sviluppo delle capacità umane; (2) la fine della divisione sociale del lavoro; (3) la fine dell’esistenza di classi sociali basate sulla proprietà privata; (4) la fine dello Stato” [1]

Levine pone il problema del (presunto) carattere positivistico del pensiero di Engels (e di quello di Lenin) che risiederebbe nella sua fiducia nel ruolo della scienza

“Saint-Simon era un positivista sociale, le cui radici risalgono a Cordorcet e proseguono verso Comte. Egli credeva in una società sotto il controllo di una aristocrazia scientifica. Era un “platonico” tecnologico e sentiva che solo una elite scientifica avrebbe potuto produrre abbondanza economica e di conseguenza abolire la povertà […] Le influenze fourieriste e saintsimoniane furono espresse nel modo più chiaro nell’Anti-Dühring di Engels, punto di passaggio nel loro viaggio verso Lenin e specialmente verso il suo Stato e rivoluzione .”[2]

In effetti, si può affermare che il marxismo ripone grande fiducia nello sviluppo scientifico e tecnologico e potremmo addirittura dire che il marxismo considera il comunismo possibile solo grazie all’apporto fondamentale del livello più avanzato di sviluppo scientifico e tecnologico, in una concezione diametralmente opposta a quella di un certo neo-primitivismo anarchico [3]). Ma avere fiducia nel ruolo della scienza e considerare la scienza fondamentale nella vita degli uomini non è affatto sintomo di “positivismo” perché nel marxismo questa fiducia è sempre strettamente condizionata al controllo umano sulla scienza. Positivistica sarebbe invece l’idea che il bene dell’umanità possa realizzarsi per effetto del “laissez-faire tecnocratico” in quanto lo sviluppo scientifico e tecnologico avrebbe “in sé” la capacità di produrre “progresso”.

Cosa afferma Lenin a questo proposito?

“Fino a quando vivremo in un paese di piccoli contadini, esisterà in Russia, per il capitalismo, una base economica più solida che per il comunismo. [Il nemico] si appoggia sulla piccola azienda, e per poterlo scalzare c’è un solo mezzo: dare all’economia del paese, agricoltura compresa, una nuova base tecnica, la base tecnica della grande produzione moderna. Solo l’elettricità fornisce tale base. Il comunismo è il potere sovietico più l’elettrificazione di tutto il paese. […] Solo quando il paese sarà elettrificato, quando avremo dato all’industria, all’agricoltura e ai trasporti la base tecnica della grande industria moderna, solo allora vinceremo definitivamente.” [4]

Interessante, a questo proposito la riflessione di Slavoj Žižek

“La lezione ultima del monopolio Microsoft appare in fondo molto simile a quella suggerita da Lenin: anziché combatterne la dimensione monopolistica attraverso gli apparati dello Stato (pensate alla sentenza che impone a Microsoft di dividersi), non sarebbe più logico limitarsi a socializzarla, a renderla più aperta e accessibile? Oggi la tentazione è di riformulare il famosissimo motto di Lenin “Socialismo = elettricità + il potere ai Soviet” in “Socialismo = libero accesso a Internet + il potere ai Soviet” – e il secondo elemento della relazione diventa cruciale, perché indica l’unica forma di organizzazione sociale al cui interno Internet può davvero sviluppare il proprio potenziale liberatorio, e senza la quale sarebbe inevitabile una regressione a una versione aggiornata del più crudo determinismo tecnologico” [5]

La fiducia marxista nella possibilità di un uso “umanistico” di certe macchine, ovvero di un loro uso a favore dell’uomo – e non del capitale – è stata talvolta guardata con sospetto da alcuni filosofi che hanno inteso mettere in guardia dagli effetti nefasti di ciò che viene presentato come “progresso scientifico” e che spesso “progressivo” [6] non è per nulla (un “sospetto” ben più che legittimo in un mondo che ha usato la razionalità tecnico-scientifica per produrre Auschwitz o Hiroshima [7] o per produrre quegli effetti nefasti sull’ecosistema che sono al centro degli studi sull’Antropocene [8]).

Note

[1] Levine [1985], trad. mia: “there were four elements of Fourier’s political thinking which permanently influenced him. These elements were: (1) the full development of human talents; (2) the end of the social division of labor; (3) the end of social classes based upon the ownership of private property; (4) the end of the state”.

[2] Levine, Ibidem, trad. mia:“Saint-Simon was a social positivist, whose roots return to Cordorcet and continue on to Comte. He believed in a society under the control of scientific aristocracy. He was a technological Platonist who felt that only a scientific elite could produce economic abundance and therefore abolish poverty […] The Fourierist and Saint-Simonian traditions were most clearly expressed in Engels’ Anti-Dühring as their transit point on their journey into Lenin, specifically his State and Revolution.”.

[3] Cfr. Zerzan [2004], Kaczynski [1997], Thoreau [1988].

[4] Cfr. Lenin [26].

[5] Žižek [2003], pag. 115.

[6] Cfr., a titolo di esempio, Adorno-Horkheimer [2010].

[7] Cfr. Anders [2007] e Anders [2016].

[8] Cfr. Moore [2017], Haraway [2016], Angus [2016].