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Piero Bevilacqua, già professore di storia contemporanea all’Università La Sapienza di Roma, è scrittore, saggista e politico. Piero Bevilacqua -
Noi ci troviamo, a oltre un secolo di quelle vicende e di quell’ottobre del 1917, che vide la prima rivoluzione proletaria della storia, non alla vigilia di una vasta iniziativa popolare, non dentro un ribollire di conflitti di classe, ma all’interno del disordinato e violento tracollo di un impero di cui siamo vassalli dal dopoguerra. Le prospettive di una possibile ripresa di una iniziativa semplicemente democratica si aprono oggi solo nella forma di una particolarissima “rivoluzione passiva”: nel senso che questa espressione significa nella tradizione del pensiero rivoluzionario e democratico italiano, da Vincenzo Cuoco ad Antonio Gramsci. Anche se in questo caso l’iniziativa riformatrice non è nelle mani delle nostre classi dirigenti, ma di quelle di paesi extraeuropei. È l’emergere della Cina come potenza economica e geopolitica, l’aggregarsi pur non lineare dei paesi BRICS, è il ritorno della Russia al ruolo di grande protagonista sulla scena globale – che non è l’URSS, ma una società capitalistica – è questo vasto sommovimento che sta spezzando, pur tra grandi rischi, il dominio imperiale con cui gli Stati Uniti sono riusciti, per 80 anni, a neutralizzare in Europa ogni tentativo di trasformazione radicale del capitalismo contemporaneo. È dunque questo evento mondiale, l’aggregarsi delle placche tettoniche dei continenti dell’Est e del Sud del mondo, che sta determinando le condizioni di una possibile ripresa della grande progettualità riformatrice che era stata, per oltre un secolo, la bussola del movimento operaio internazionale.







