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domenica 14 giugno 2026

ISRAELE È UN ESPERIMENTO COLONIALE FALLITO. UN ESPERIMENTO DA CHIUDERE. - Lavinia Marchetti

Da: https://laviniamarchetti.altervista.org - - Lavinia Marchetti - Lavinia Marchetti -

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“Solo la pressione della società civile può fermare il genocidio” - Andrea Umbrello intervista Michael Lynk 


ISRAELE È UN ESPERIMENTO COLONIALE FALLITO. UN ESPERIMENTO DA CHIUDERE. 
Settantotto anni di dati attendono un verbale che l'Occidente non vuole firmare. 


Quando un esperimento fallisce, la scienza impone il dovere di sospendere il protocollo e di esaminare i risultati. Nessun laboratorio serio insisterebbe per settantotto anni su un’ipotesi che i dati smentiscono con tale abbondanza. Eppure l’Occidente continua ad armare e ad assolvere Israele, l’ultimo dei suoi esperimenti coloniali e il più costoso, in denaro e in vite umane, un accanimento terapeutico che può solo finire peggio. L’esperimento è fallito, lo vediamo tutti. Resterebbe da redigere il resoconto.

Che si trattasse di un’impresa coloniale lo sapevano per primi i fondatori, i quali parlavano la lingua del loro tempo senza alcun imbarazzo. Herzl, nel 1896, prometteva alle potenze europee “un avamposto di civiltà contro la barbarie”, e nel 1902 scriveva a Cecil Rhodes, il colonizzatore della Rhodesia, invitandolo a riconoscere nel progetto sionista “qualcosa di coloniale”. Jabotinsky, nel 1923, ammise con una franchezza che oggi nessun portavoce si concederebbe, come la colonizzazione potesse procedere soltanto dietro un “muro di ferro” di baionette, poiché sapeva bene storicamente, che nessuna popolazione indigena ha mai acconsentito di buon grado alla propria sostituzione etnica. La dichiarazione Balfour, nel 1917, fu l’atto con cui un impero dispose di una terra altrui in favore di un movimento nato in Europa, riservando agli abitanti, allora il novanta per cento della popolazione, la qualifica sprezzante di “comunità non ebraiche esistenti”. Il vocabolario dell’esperimento era completo prima ancora che l’esperimento cominciasse.

venerdì 22 maggio 2026

Sul genocidio di Gaza e l’obbligo che l’Occidente non vuole vedere - Riccardo Taddei

Da: https://comune-info.net -  Riccardo-Taddei ha oltre trent’anni di esperienza professionale nel campo dei diritti. È autore di L’ordine del Caos. Anatomia del conflitto tra Israele e Palestina (Ombre corte) Riccardo Taddei 

Leggi anche: "Time changes, Crimes don't" - Francesca Fornario 

L’inizio della fine della dottrina della «sicurezza permanente» di Israele - Di Meron Rapoport e Ameer Fakhoury In collaborazione con LOCAL CALL 

“Solo la pressione della società civile può fermare il genocidio” - Andrea Umbrello intervista Michael Lynk 

Il cielo sopra Israele sta diventando cupo - Gideon Levy 

"insieme a tutti gli altri" - Aristide Bellacicco


C’è un equivoco di fondo che attraversa ancora il dibattito pubblico su Gaza, e vale la pena smontarlo con precisione. La domanda «si tratta di un genocidio oppure no?» viene posta come se si trattasse di una questione tassonomica, quasi un problema di classificazione zoologica, qualcosa che riguarda gli esperti di diritto internazionale e non i comuni mortali. Nel frattempo, mentre accademici, opinionisti e cancellerie si accapigliano sul numero esatto di morti necessari per «qualificare» una catastrofe, Gaza e la Cisgiordania bruciano. Ma il problema, a ben vedere, non è solo la risposta. È la domanda stessa.

La Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 9 dicembre 1948 — un giorno prima della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, non per caso — non nasce come uno strumento punitivo postumo. Non è un codice penale che si attiva quando ormai i morti si contano a centinaia di migliaia. La Convenzione ha una funzione che il suo stesso titolo enuncia chiaramente: prevenzione e repressione. In quest’ordine.

L’articolo I è lapidario: «Le Parti contraenti confermano che il genocidio, sia che venga commesso in tempo di pace sia che venga commesso in tempo di guerra, è un crimine di diritto internazionale che esse si impegnano a prevenire e a punire». Prevenire viene prima. Non è un dettaglio stilistico, è un’architettura giuridica deliberata, costruita sull’esperienza della Shoah, sull’amara consapevolezza che la comunità internazionale aveva avuto tutti gli strumenti per vedere e non aveva voluto agire.

Settantasei anni dopo, lo stesso schema si ripete con geometrica puntualità.

La Corte Internazionale di Giustizia, nel gennaio 2024, ha stabilito nella causa Sudafrica c. Israele che esisteva un rischio «plausibile» di genocidio a Gaza, e ha ordinato misure cautelari. Non ha detto «genocidio accertato» — la procedura giuridica ha i suoi tempi, e la CIG non è un tribunale penale — ma ha detto qualcosa di giuridicamente equivalente, sul piano degli obblighi degli Stati: agite adesso. Le misure cautelari non sono un parere accademico. Sono un ordine vincolante emesso dalla massima autorità giudiziaria internazionale, in attesa del giudizio definitivo.

Come hanno risposto gli Stati occidentali? Con un dibattito semantico.

martedì 12 maggio 2026

“Solo la pressione della società civile può fermare il genocidio” - Andrea Umbrello intervista Michael Lynk

Da: https://kritica.it/politica - Michael Lynk è un accademico canadese specializzato in diritto. È stato professore associato presso l'Università di Western Ontario dal 1999 fino al suo pensionamento nel 2022. Dal 2016 al 2022 è stato Relatore Speciale sulla situazione dei diritti umani in Palestina. - Andrea Umbrello Giornalista multimediale, documenta storie di prima linea attraverso pubblicazioni internazionali, podcast, libri e fotogiornalismo. Da anni si dedica alla copertura della questione palestinese, delle violazioni dei diritti umani e delle ingiustizie sociali nel mondo. 

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È chiaro: Israele ha ora un piano per la pulizia etnica dei palestinesi di Gaza - Gideon Levy  

«EBRAICO E DEMOCRATICO»: UN OSSIMORO? - Shlomo Sand 

I COLONI ISRAELIANI: DALLE RADICI DEL SIONISMO ALLA REALTÀ CONTEMPORANEA - Lavinia Marchetti 

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Michael Lynk, Relatore speciale ONU per i territori palestinesi dal 2016 al 2022, ha preceduto Francesca Albanese. “Il suo è il ruolo che richiede più coraggio”. Sostiene che le avvisaglie del genocidio ci fossero tutte già da anni. “Solo la società civile e le organizzazioni per i diritti umani, facendo pressione sulle classi politiche, possono fermare la distruzione del popolo palestinese”. 

Con l’inizio del genocidio israeliano nella Striscia di Gaza, la figura di Francesca Albanese è emersa come una guida nell’impegno contro la cancellazione del popolo palestinese. Relatrice speciale ONU per la situazione dei diritti umani nei Territori occupati, oggi sottoposta a una pressione costante per il contenuto delle sue posizioni e a reiterate violenze istituzionali da parte in primo luogo del governo degli Stati Uniti, Albanese non è la prima persona nel suo ruolo, come ha sottolineato lei stessa più volte, a doversi districare tra attacchi frontali e delegittimazioni.

Abbiamo raggiunto Michael Lynk, che ha preceduto Francesca Albanese come Relatore speciale delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi occupati. Durante il suo mandato tra il 2016 e il 2022, Lynk ha osservato e documentato una delle occupazioni più lunghe del mondo contemporaneo, contribuendo a definire giuridicamente alcuni degli aspetti più delicati del dibattito internazionale. 

Professor Lynk, oggi, qual è la sua valutazione della situazione nei Territori palestinesi occupati e quali fattori ritiene più preoccupanti nel prossimo futuro?


Questo è il periodo più buio dell’occupazione israeliana, se misurato rispetto a quasi 60 anni di un’occupazione già buia, spietata e oppressiva. Il programma del governo israeliano per annettere illegalmente la Cisgiordania, dopo aver già annesso illegalmente Gerusalemme Est in due fasi nel 1967 e nel 1980, equivale a una versione più spinta dell’occupazione, portata avanti sotto gli occhi della comunità internazionale, ma con una reazione effettiva sorprendentemente debole.

L’annessione di territori occupati è illegale secondo il diritto internazionale dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, e l’annessione da parte di Israele di territorio palestinese è stata dichiarata illegale dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dall’Assemblea Generale e dalla Corte Internazionale di Giustizia. Israele continua però a godere di impunità rispetto alle conseguenze delle proprie azioni a causa della passività dell’Europa e del Nord America.

La crescita esponenziale degli insediamenti israeliani, l’asse portante dell’apartheid israeliano nel territorio palestinese occupato, negli ultimi anni indica sia la volontà israeliana di annettere formalmente la Cisgiordania sia l’inefficacia delle tiepide critiche provenienti dall’Occidente. Oggi, con i continui annunci israeliani di nuovi insediamenti, l’aumento drastico della violenza dei coloni e dell’esercito contro i palestinesi in Cisgiordania, e la crescente confisca di terre palestinesi per l’espansione degli insediamenti e per strade riservate ai coloni, la maschera è caduta. Se il Nord globale non adotterà misure decisive contro Israele mediante sanzioni e disinvestimenti, di fronte alla crescita incessante degli insediamenti e al genocidio a Gaza, allora non è mai stato realmente interessato a sostenere una soluzione a due Stati. 

venerdì 27 marzo 2026

L’autodistruzione di Israele: il Sionismo ha oltrepassato il punto di non ritorno? - Ramzy Baroud

Da: https://www.invictapalestina.org - Fonte: (Palestine Chronicle) - Ramzy Baroud è un giornalista, scrittore e direttore di The Palestine Chronicle. È autore di sei libri, tra cui “La Nostra Visione per la Liberazione: Leader Palestinesi Coinvolti e Intellettuali Parlano”, curato insieme a Ilan Pappé. Il suo ultimo libro è Prima del Diluvio. Baroud è ricercatore senior non residente presso il Center for Islam and Global Affairs (CIGA). Il suo sito web è www.ramzybaroud.net 


La ricerca di sopravvivenza di Netanyahu attraverso il Dominio e la Distruzione potrebbe aver raggiunto i suoi limiti e la sua inevitabile fine.


La traiettoria di Israele verso l’isolamento e il collasso è autoimposta, e il Sionismo ha raggiunto il punto di non ritorno?

Ogni guerra guidata da Benjamin Netanyahu non viene presentata come una scelta politica, ma come un destino ineluttabile.

“Ci sono momenti in cui una nazione si trova di fronte a due possibilità: agire o morire”, dichiarò Netanyahu il 28 ottobre 2023, mentre Israele estendeva il suo Genocidio a Gaza.

La formulazione è familiare. L’urgenza è sempre assoluta. L’implicazione è inequivocabile: Israele non sta scegliendo la guerra. Vi è costretto.

Per molti, l’affermazione è intrinsecamente contraddittoria. Come può uno Stato iniziare una guerra, e nel caso di Gaza, perpetrare un Genocidio, insistendo al contempo sul fatto che si sta semplicemente difendendo dall’annientamento? Eppure, nel discorso politico israeliano e in gran parte dei media occidentali, questa contraddizione viene raramente messa in discussione. Viene normalizzata.

Questa normalizzazione non è casuale. È fondamentale.

giovedì 8 gennaio 2026

AGGRESSIONE ISRAELIANA NEL 2026: IL FUTURO DI GAZA E DELLA CISGIORDANIA - Ilan Pappé

Da: La Zona Grigia - Fonte: https://www.aa.com.tr/.../opinion-israeli.../3790065? - Traduzione: La Zona Grigia - Ilan Pappé è docente presso l’Università di Exeter ed è stato senior lecturer di scienze politiche presso l’Università di Haifa. È l’autore de “La Pulizia etnica della Palestina” e “Dieci Miti su Israele”. Pappé è definito come uno dei “nuovi storici” che, dopo la pubblicazione di documenti britannici e israeliani a partire dai primi anni ‘80, hanno riscritto la storia della fondazione di Israele nel 1948. (Ilan Pappé

Vedi anche: “La brutalità di Israele è il segno della sua fine” - Ilan Pappé 

I media e la politica occidentali sono convinti che la cosiddetta guerra nella Striscia di Gaza sia finita. Di conseguenza, la nuova narrazione è che i combattimenti siano terminati grazie alle pressioni dei governi occidentali, che hanno accolto le richieste delle loro società di porre fine alla violenza nella Striscia di Gaza. 

Si tratta di un'idea sbagliata a più livelli, che deve essere affrontata perché continuerà a dominare l'approccio occidentale alla questione palestinese in generale e al futuro della Striscia di Gaza in particolare. 

IL MITO DELLA "GUERRA FINITA" 

Gli ultimi due anni non sono stati una guerra, ma un Genocidio e l'intenzione principale, ovvero quella di ridurre le dimensioni della Striscia di Gaza sia territorialmente che demograficamente, permea le attuali azioni militari incrementali e discrete che hanno già causato la morte di centinaia di palestinesi dalla dichiarazione del cessate il fuoco. Israele ha annesso parte della Striscia, presumibilmente per restituirla nel caso in cui Hamas fosse disarmato, ma allo stesso tempo il Ministro della Difesa Israel Katz ha dichiarato l'intenzione di Israele di costruire insediamenti ebraici e basi militari nella parte settentrionale della Striscia. 

Inoltre, l'opera di ricostruzione e gli aiuti umanitari fondamentali vengono sospesi, presumibilmente perché c'è ancora il corpo di un ostaggio israeliano che non è stato restituito, ma bisogna comprendere, come ha affermato Giora Eiland, ex capo del Consiglio di Sicurezza Nazionale israeliano, che consentire la ricostruzione di Gaza non è nell'interesse di Israele. 

Si tratta di una transizione da un Genocidio Totale a uno incrementale, un metodo che Israele ha già utilizzato negli anni dal 2009 al 2023. C'è la possibilità che il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump richieda una politica israeliana diversa, ma il suo approccio estroso è difficile da sviluppare. L'unico aspetto positivo del suo approccio è la consapevolezza che il coinvolgimento turco nella ricostruzione della Striscia e come parte di una forza internazionale sia l'unica garanzia che, almeno a breve termine, non tutti i piani israeliani saranno attuati. Il ruolo della Turchia è il principale pomo della discordia tra Trump e il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, e resta da vedere come verrà risolto. 

I PIANI A LUNGO TERMINE DI ISRAELE 

mercoledì 8 ottobre 2025

Il sionismo è arrivato al capolinea - Ilan Pappé

Da: https://lespresso.it -  Ilan Pappé è docente presso l’Università di Exeter ed è stato senior lecturer di scienze politiche presso l’Università di Haifa. È l’autore de “La Pulizia etnica della Palestina” e “Dieci Miti su Israele”. Pappé è definito come uno dei “nuovi storici” che, dopo la pubblicazione di documenti britannici e israeliani a partire dai primi anni ‘80, hanno riscritto la storia della fondazione di Israele nel 1948. 

Leggi anche: Il sionismo ideologia razzista di un movimento coloniale - Ilan Pappé 

Vedi anche: Brevissima storia del conflitto tra Israele e Palestina - ILAN PAPPÉ  

“La brutalità di Israele è il segno della sua fine” - Ilan Pappé 


«In inglese è Israel on the brick. Un titolo efficace. Quando parlo della fine di Israele non parlo della sua fine come Stato, ma come regime. Qualsiasi regime può essere sostituito. È successo in Sudafrica, con quello dell’apartheid; è accaduto in Iran nel 1979 con lo scià. Ecco: io credo che il regime del sionismo in Israele sia giunto al termine». 



Lo storico israeliano parla di regime agli sgoccioli. E nel suo ultimo libro confuta l’idea di “due popoli, due Stati”. Allo stato attuale solo “una diversa forma di occupazione”

 

È un’occasione davvero rara incontrare Ilan Pappé (Haifa, 1954), docente di Storia del Medio Oriente all’università di Exeter, Gran Bretagna, condirettore del Centro europeo per gli studi sulla Palestina, apprezzato scrittore israeliano, autore di una dozzina di libri tradotti in tutto il mondo. Fa parte della Nuova storiografia israeliana: un filone di studi che punta a ricostruire, sulla base di documenti ufficiali e ufficiosi, tutti gli eventi che hanno portato dall’inizio del secolo scorso all’attuale tragedia di Gaza. Non è amato nel suo Paese. Si è fatto molti nemici tra le autorità ufficiali. È una voce dissonante. In questo momento di forti divisioni, di crimini di guerra gravissimi compiuti da Israele con l’accusa di genocidio, è l’unico in grado di raccontare una verità diversa dalla narrazione ufficiale. Si potrà dissentire o condividere quanto sostiene. Resta un prezioso testimone di quanto accade nel suo Paese da dove è appena rientrato. Lo incontriamo di passaggio a Mantova in occasione del Festival della Letteratura dove ci anticipa il suo nuovo libro “La fine di Israele” in uscita per Fazi il prossimo 7 ottobre, il giorno in cui ricorre il pogrom di Hamas nel 2023.

 

Lei racconta della presenza in Israele di uno scontro tra l’anima laica e quella religiosa. Tra quelli che chiama lo Stato di Giudea e lo Stato di Israele.

 

«Negli ultimi 20 anni si è imposta in Israele una visione molto marcata tra due anime ebraiche che hanno poco in comune. L’unica cosa che le unisce è un nemico: i palestinesi. Ma al di là di questo aspetto hanno una visione diversa, direi opposta, della società. La parte che per anni ha dominato è quella che possiamo chiamare la sinistra, i sionisti liberali. I quali restano comunque razzisti nei confronti dei palestinesi ma puntano a un Paese moderno che si ispiri all’Occidente. C’è poi un’altra ideologia che pensa che ci sia spazio in quella terra solo per gli ebrei».


Oggi prevale quest’ultima?

giovedì 25 settembre 2025

“La brutalità di Israele è il segno della sua fine” - Ilan Pappé

Da: frontezero - Video originale BreakTrough News  • Is Zionism Collapsing? w/ Historian Ilan P... - Traduzione e doppiaggio a cura di Frontezero
Ilan Pappé è docente presso l’Università di Exeter ed è stato senior lecturer di scienze politiche presso l’Università di Haifa. È l’autore de “La Pulizia etnica della Palestina” e “Dieci Miti su Israele”. Pappé è definito come uno dei “nuovi storici” che, dopo la pubblicazione di documenti britannici e israeliani a partire dai primi anni ‘80, hanno riscritto la storia della fondazione di Israele nel 1948. (Ilan Pappé)

Il 19 settembre 2025 lo storico israeliano Ilan Pappé ha rilasciato questa intervista a BreakThrough News, analizzando il genocidio in corso a Gaza, la crisi interna della società israeliana e il futuro della Palestina. Dall’implosione del progetto sionista alle prospettive di uno Stato unico democratico, Pappé spiega perché la brutalità estrema di Israele non sia un segno di forza ma di debolezza.

                                                                           

lunedì 18 agosto 2025

COS’È LA NAKBA? - Lavinia Marchetti

Da: Lavinia Marchetti - Lavinia Marchetti - https://laviniamarchetti.altervista.org -

Vedi anche: La Nakba - Joseph Halevi  

Guerra in Medio Oriente, la 'catastrofe' palestinese. Una nuova Nakba? 

Leggi anche: Verità sulla Nakba - Ilan Pappè

“Dal ‘48 Israele vuole disfarsi del popolo palestinese” - RACHIDA EL AZZOUZI intervista ILAN PAPPÉ  

Chi sono i veri responsabili del caos nel Medio Oriente? - Alessandra Ciattini  

I COLONI ISRAELIANI: DALLE RADICI DEL SIONISMO ALLA REALTÀ CONTEMPORANEA - Lavinia Marchetti  

La nascita dello Stato d'ISRAELE  

Edward Said ha letto nella Storia il futuro della Palestina - Eliana Riva  

Cade la maschera di Israele e anche la nostra - Alberto Negri  

LA GUERRA CHE DURA SEI GIORNI E CINQUANT'ANNI - Joseph Halevi  

PALESTINA. Economia e occupazione: dal Protocollo di Parigi ad oggi. - Francesca Merz 

https://invictapalestina.wordpress.com/2016/07/12/stato-attuale-ed-origine-del-conflitto-tra-israele-e-la-palestina-breve-riassunto-per-le-scuole-medie  

«La Nakba ha colpito anche gli ebrei» - Ariella Aïsha Azoulay, Linda Xheza

Purtroppo i testi usciti di recente, i bignami alla Travaglio, che hanno provato a descrivere anche la Nakba, sono insufficienti, spesso fuorvianti e comunque, spesso, partono da un'irrimediabile punto di vista coloniale sul mondo. Leggendo vari libri sull'argomento, ho comparativamente, copicchiando su quelli più autorevoli, fatto una sintesi. Lunghissima per Facebook, però per chi ha voglia di leggerselo con calma, è qui. Ho letto molto sull'argomento. Peraltro ho due testi, in pdf, piuttosto grandi di formato (quindi non so se riesco a mandarveli su messenger, se avete suggerimenti li accetto volentieri), non facilmente reperibili a mio avviso fondamentali. Chi me ne farà richiesta posso inviarli (se troviamo il modo). Sono: Before their Diaspora A Photographic History of the Palestinians 1876-1948 (Walid Khalidi). E poi un testo monumentale di 1.200 pagine che ho letto a sprazzi: All That Remains The Palestinian Villages Occupied and Depopulated by Israel in 1948 (Walid Khalidi). Il primo è 50mb, il secondo 112mb. 

VENIAMO ALLA STORIA DELLA NAKBA 

Nakba (in arabo “catastrofe”) è il termine con cui i palestinesi indicano la tragedia del 1948: la distruzione della loro società in Palestina e la trasformazione in profughi di gran parte della popolazione araba locale. In seguito alla guerra arabo-israeliana del 1948 e alla fondazione dello Stato di Israele, circa 700–800 mila palestinesi (oltre metà degli arabi di Palestina) furono costretti ad abbandonare le proprie case, spesso con la forza o sotto il terrore di massacri. Nell’arco di pochi mesi, 531 villaggi palestinesi vennero distrutti e almeno 11 quartieri urbani svuotati dei loro abitanti. Questo processo, pianificato dai comandanti sionisti a marzo 1948 e attuato sistematicamente durante la guerra, ha tutti i caratteri di una pulizia etnica deliberata. La Nakba segnò una frattura epocale nella storia mediorientale: non solo un immane sconvolgimento demografico e territoriale, ma anche un trauma politico e culturale dalle conseguenze durature per il popolo palestinese. 

LE ORIGINI DEL 1948: CONTESTO E CAUSE DELLA NAKBA 

lunedì 11 agosto 2025

I COLONI ISRAELIANI: DALLE RADICI DEL SIONISMO ALLA REALTÀ CONTEMPORANEA - Lavinia Marchetti

Da: Lavinia Marchetti - Lavinia Marchetti 

Leggi anche: IL VELO E LA BOMBA - Lavinia Marchetti  

“Dal ‘48 Israele vuole disfarsi del popolo palestinese” - RACHIDA EL AZZOUZI intervista ILAN PAPPÉ -  

PALESTINA. Economia e occupazione: dal Protocollo di Parigi ad oggi. - Francesca Merz  

La definizione di antisemitismo dell’IHRA - Ugo Giannangeli  

Israele/Palestina. Alle radici del conflitto - Joseph Halevi  

Le cose che ho imparato che non si possono chiedere a Israele. - Louise Adler

Vedi anche: La nascita dello Stato d'ISRAELE  

La politica israeliana tra occupazione e massacro - Gideon Levy  

Brevissima storia del conflitto tra Israele e Palestina - ILAN PAPPÉ 


Una breve sintesi del fenomeno dei coloni israeliani. Ovviamente è lungo per facebook e breve per un manuale. Viene dai miei appunti e credo possa essere utile per un approccio minimo del fenomeno. Ci sono cose che mancano e cose più sviluppate, non vuole essere il "bignami" di un libro di testo, ma un elenco di fatti che io ho ritenuto fondamentali per comprendere il fenomeno.
 (Lavinia Marchetti)


1. Origini storiche e identità  

Il termine coloni (mitnahalim, in ebraico moderno) designa oggi i cittadini israeliani residenti in insediamenti civili costruiti nei territori occupati da Israele dopo la guerra del giugno 1967, con particolare concentrazione in Cisgiordania, Gerusalemme Est e, fino al ritiro del 2005, nella Striscia di Gaza. La genealogia di questo fenomeno non si esaurisce nella contemporaneità: le sue radici affondano nelle prime migrazioni organizzate del sionismo politico, a cavallo fra XIX e XX secolo. Con la Prima Aliyah (1882-1903) giunsero in Palestina, allora provincia dell’Impero ottomano, gruppi di ebrei ashkenaziti provenienti in gran parte dall’Impero russo e dall’Europa orientale. Essi fondarono i primi moshavim e kibbutzim, insediamenti agricoli collettivi o cooperativi concepiti come avamposti strategici per l’affermazione di una presenza stabile. 

Ilan Pappé sottolinea:
“Fin dalle prime ondate, l’obiettivo era quello di creare una presenza ebraica esclusiva su porzioni di territorio, in modo da stabilire un controllo demografico che avrebbe reso irreversibile la colonizzazione” (Dieci miti su Israele, p. 45). 

Questi insediamenti iniziali erano sostenuti da una complessa rete filantropica ebraica, che includeva famiglie come i Rothschild, e da strumenti politici e finanziari come il Fondo Nazionale Ebraico (1901) e, dal 1920, l’Agenzia Ebraica. Le acquisizioni di terre avvenivano spesso da proprietari assenti, con il conseguente sfratto immediato di comunità contadine palestinesi. Benny Morris osserva:
“Le terre acquistate diventavano per statuto proprietà inalienabile del popolo ebraico, e nessun arabo vi poteva vivere o lavorare” (Vittime, p. 62). 

lunedì 4 agosto 2025

Palestina, l’isola che non c’è - Alberto Negri

Da: https://ilmanifesto.it/palestina-lisola-che-non-ce - https://www.facebook.com/alberto.negri - Alberto Negri è giornalista professionista dal 1982. Laureato in Scienze Politiche, dal 1981 al 1983 è stato ricercatore all'Ispi di Milano. Storico inviato di guerra per il Sole 24 Ore, ha seguito in prima linea, tra le altre, le guerre nei Balcani, Somalia, Afghanistan e Iraq.

Vedi anche: Brevissima storia del conflitto tra Israele e Palestina - ILAN PAPPÉ 

Leggi anche: «10 miti su Israele» di Ilan Pappé - Michele Giorgio  

Un Patto d’Abramo dal Golfo all’Ucraina - Alberto Negri  

Armi e tecnologie, a chi conviene il genocidio - Alberto Negri


Su una collina a sud di Israele, Givat Kobi, arrivano ogni giorno centinaia di israeliani per vedere i bombardamenti su Gaza. Si affittano anche i binocoli per vedere meglio le macerie. Il genocidio di un popolo viene guardato e trasmesso in diretta ma il suo diritto all’autodeterminazione, alla giustizia e alla vita, va sempre in differita, da decenni. È come l’isola che non c’è di Edoardo Bennato.
Anche oggi in Europa e in Italia ci arroghiamo il diritto, da cancellerie e salotti vari, di discettare se sia più o meno giusto – il giusto lo decidiamo noi naturalmente – riconoscere uno stato palestinese. Per altro in ritardo su 150 Paesi, tra cui il Vaticano, che lo hanno già fatto. È quello che qualche giorno fa Chiara Cruciati sul manifesto definiva «un suprematismo bianco» che oggi appare assai fuori tempo massimo. 

Se Francia e Gran Bretagna vogliono andare oltre le dichiarazioni simboliche sullo stato palestinese, avrebbero molto da fare in concreto. Per esempio sospendere le esportazioni di armi verso Israele e chiedere un’indagine internazionale sui crimini di guerra dello stato ebraico. Inoltre potrebbero usare la propria influenza per punire la colonizzazione e il blocco imposto a Gaza, sostenendo direttamente i palestinesi. 

In realtà quello che possiamo scrutare oggi dalla collina di Givat Kobi sono il passato e il presente di una mentalità distorta, segno dei tempi ma anche di una vicenda che non vogliamo sentirci raccontare. 

La nostra mentalità coloniale, con godimento massimo di Netanyahu e Trump, non ci abbandona mai. Rafforzata da quasi ottant’anni di menzogne. Da quel 14 maggio 1948 che decreta la nascita di uno stato israeliano, avvenuta non con una guerra di indipendenza, come vuole la narrazione dominante, ma sulla base di una conquista coloniale e della pulizia etnica, come scrive lo storico israeliano Ilan Pappé. 

domenica 27 luglio 2025

È chiaro: Israele ha ora un piano per la pulizia etnica dei palestinesi di Gaza - Gideon Levy

Da:  Haaretz | Opinion - Gideon Levy è un giornalista israeliano. Dal 1982 scrive per il quotidiano israeliano Haaretz e dal 2010 anche per il settimanale italiano Internazionale. Considerato un esponente della sinistra israeliana, nella sua attività giornalistica è sempre stato molto critico sulla politica israeliana di occupazione dei territori dello Stato di Palestina.

Vedi anche: La politica israeliana tra occupazione e massacro - Gideon Levy  

Guerra in Medio Oriente, la 'catastrofe' palestinese. Una nuova Nakba?  

Brevissima storia del conflitto tra Israele e Palestina - ILAN PAPPÉ

Leggi anche: Le cose che ho imparato che non si possono chiedere a Israele. - Louise Adler


Sabato, palestinesi si riuniscono presso un punto di distribuzione alimentare nel campo profughi di Nuseirat, nella Striscia di Gaza centrale. Foto: Eyad Baba/AFP 



Qualcuno l'ha concepito, si sono discussi pro e contro, sono state suggerite alternative, e tutto in sale conferenze climatizzate. Per la prima volta dall'inizio della guerra di vendetta a Gaza, è chiaro che Israele ha un piano, ed è di vasta portata. 


Adolf Eichmann iniziò la sua carriera nazista come capo dell'Agenzia Centrale per l'Emigrazione Ebraica, l'agenzia di sicurezza incaricata di proteggere il Reich. Joseph Brunner, padre del capo del Mossad David Barnea, aveva tre anni quando fuggì dalla Germania nazista con i suoi genitori, prima che il piano di evacuazione fosse attuato.
La scorsa settimana, Barnea, il nipote, ha visitato Washington per discutere dell'"evacuazione" della popolazione della Striscia di Gaza. Barak Ravid ha riferito su Channel 12 News che Barnea ha detto ai suoi interlocutori che Israele ha già avviato colloqui con tre Paesi su questo tema, e l'ironia della storia ha nascosto il suo volto nella vergogna. Un nipote di un rifugiato vittima di pulizia etnica in Germania parla di pulizia etnica, e non gli viene in mente alcun ricordo.

mercoledì 9 luglio 2025

Il sionismo ideologia razzista di un movimento coloniale - Ilan Pappé

Da: https://www.infoaut.org - https://informationclearinghouse.blog/2023/10/24/professor-ilan-pappe-crisis-in-zionism-opportunity-for-palestine/13/ - Traduzione a cura di Aginform, da Marx21 - Ilan Pappé è docente presso l’Università di Exeter ed è stato senior lecturer di scienze politiche presso l’Università di Haifa. È l’autore de “La Pulizia etnica della Palestina” e “Dieci Miti su Israele”. Pappé è definito come uno dei “nuovi storici” che, dopo la pubblicazione di documenti britannici e israeliani a partire dai primi anni ‘80, hanno riscritto la storia della fondazione di Israele nel 1948.

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“Dal ‘48 Israele vuole disfarsi del popolo palestinese” - RACHIDA EL AZZOUZI intervista ILAN PAPPÉ -

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Quella che segue è una conferenza tenuta da Ilan Pappé il 19 ottobre scorso (2023) all’università di Berkeley in California (il titolo è nostro). Pappé, attualmente direttore del Centro europeo per gli studi sulla Palestina presso l’Università di Exeterer nel Regno Unito, è uno storico che ha insegnato all’università di Haifa, dalla quale è stato espulso per le sue denunce del carattere razzista del sionismo e per il suo lavoro di storico che ha documentato in modo inoppugnabile la pulizia etnica della Palestina che i sionisti hanno sempre cercato di occultare attribuendola a cause diverse ma non a una loro deliberata programmazione. Il suo lavoro del 2006 su questo argomento è disponibile anche in italiano (La pulizia etnica della Palestina, Fazi Editore 2008). Sua tra molte altre anche l’opera su Gaza e Cisgiordania, anche questa disponibile in italiano: 
La più grande prigione del mondo, storia dei territori occupatiFazi Editore, 2022. 
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Grazie per la gentile presentazione, grazie a tutti per essere qui oggi. Voglio ringraziare tutti gli l’organizzatori che hanno reso possibile questo evento e apprezzo davvero che abbiate dedicato del tempo per essere con noi in questo momento cruciale e doloroso nella storia di Israele e della Palestina.

Prima del 7 ottobre 2023 la maggior parte della società ebraica israeliana guardava con una certa paura e apprensione alle ultime settimane di questo mese. Il discorso principale in Israele fino al 7 ottobre 2023 riguardava quale sarebbe stato il futuro di Israele. Le manifestazioni settimanali di centinaia di migliaia di israeliani facevano parte di un movimento di protesta contro il tentativo del governo di cambiare la legge costituzionale in Israele e creare un nuovo sistema politico nel quale i poteri politici avrebbero avuto il controllo totale sul sistema giudiziario e la società civile sarebbe stata sottoposta a un controllo più stretto da parte dei gruppi messianici e degli ebrei religiosi. In uno dei miei articoli avevo descritto la particolare lotta per l’identità di Israele, che è stata al centro dell’attenzione fino al 7 ottobre 2023, come una lotta tra lo Stato di Giudea e lo Stato di Israele. Lo stato della Giudea era quello stabilito in Cisgiordania dai coloni ebrei, una sorta di combinazione di giudaismo messianico, fanatismo sionista e razzismo ed era diventato una sorta di struttura di potere, assai cresciuta per prominenza e importanza negli ultimi anni soprattutto sotto il governo Netanyahu, che stava per imporre il suo modo di vivere, la sua percezione della vita, al resto di Israele ben oltre quella che chiamiamo Giudea, oltre la Cisgiordania e lo spazio ebraico in Cisgiordania. Contro questa struttura si muoveva lo ‘stato di Israele’, simboleggiato al meglio dalla città di Tel Aviv, con l’idea di un Israele pluralista, democratico, laico, soprattutto occidentale o se volete europeo, in lotta esistenziale contro lo ‘stato della Giudea’. Questo scontro sembrava essere al centro di quella che si potrebbe definire quasi una guerra civile e, se non una vera guerra civile, almeno una guerra fredda civile, sicuramente una guerra culturale tra gli ebrei israeliani.

giovedì 8 maggio 2025

Trauma collettivo e ripetizione della violenza: il caso israelo-palestinese tra psicoanalisi e storia - Luciano De Fiore, Guido Coccoli

 Da: https://www.journal-psychoanalysis.eu - Luciano De Fiore , già docente di Storia della filosofia moderna, Sapienza Università di Roma, si interessa soprattutto delle relazioni tra filosofia, arti e psicoanalisi, con particolare riguardo al tema delle passioni. Tra le sue pubblicazioni in volume, Anche il mare sogna. Filosofie dei flutti (Roma: 2013), La città deserta. Leggendo il Sapere assoluto di Hegel (Roma: 2012), Philip Roth. Fantasmi del desiderio (Roma: 2018²), Risposte pratiche, risposte sante. Pasolini, il tempo e la politica (Roma: 2018).
Guido Coccoli ha insegnato per molti anni presso il Dipartimento di Filosofia della Sapienza, Università di Roma, prima come docente di Filosofia e scienze storico-sociali e successivamente di Filosofia della storia. Si occupa da tempo della filosofia di Hegel, con particolare riferimento, negli ultimi anni, alle questioni dell'antropologia hegeliana (Coccoli, G . Il Dio di Hegel. Figura della religione nella «Fenomenologia dello spirito»: analisi e commento . Roma: Stamen 2017). Altro tema della sua ricerca è quello delle relazioni tra psicoanalisi, filosofia e scienze sociali, con particolare attenzione al pensiero di Freud e alla sua eredità nella ricerca sociale del Novecento. 

Salvator Dalì, il volto della guerra (1940)



Il lavoro si concentra sulla nozione di trauma collettivo e la sua trasmissione transgenerazionale, concentrandosi sul conflitto israelo-palestinese come caso paradigmatico. Attingendo alla teoria psicoanalitica, all'analisi storica e al pensiero politico, indaga come il trauma non risolto possa plasmare l'identità collettiva, ideologie alimentari difensive e persino giustificare la violenza. Attraverso il confronto con concetti chiave come Nachträglichkeit , memoria criptica, contratto narcisistico e acting out , si tenta di offrire un quadro interpretativo per comprendere come le eredità traumatiche, se non elaborate, possono riprodurre gli stessi schemi di oppressione originariamente subiti. L'analisi non intende in alcun modo proporre una visione deterministica, ma sottolinea la necessità dell'elaborazione simbolica, del lavoro narrativo e della memoria critica come vie per interrompere i cicli di ripetizione storica e aprire nuove prospettive di guarigione collettiva e riconciliazione politica. 


Introduzione  


Può un popolo, segnato da un trauma profondo, trasformare quel dolore in strumento di oppressione? Perché la memoria delle sofferenze subite non basta a impedire che, nel tempo, si ripetano nuove forme di violenza? In che modo un trauma non elaborato può trasmettersi da una generazione all'altra, generando risposte collettive tanto difensive quanto distruttive? 


Sono domande che si impongono con urgenza nel contesto del conflitto israelo-palestinese. La più recente offensiva israeliana nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania, in risposta agli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023, ha riattivato antiche ferite storiche e identitarie, portando a interrogarsi sul rapporto tra trauma, memoria e violenza collettiva. La ferocia dell'intervento su Gaza, con l'enorme numero di vittime civili, comprese donne e bambini, ha scosso l'opinione pubblica in gran parte del mondo, ma sembra non aver avuto un analogo effetto in Israele e nelle comunità ebraiche della diaspora. Al contrario, pare aver prodotto una risposta autoassolutoria – quella della forza è l'unica risposta possibile alla minaccia concreta all'esistenza della Nazione – lasciando a una minoranza l'indignazione e la protesta per ciò che sta accadendo. 

martedì 18 febbraio 2025

CISGIORDANIA. L’annessione a Israele comincia dai siti archeologici - Michele Giorgio

Da: https://pagineesteri.it - Questo articolo è stato pubblicato in origine dal quotidiano ilmanifesto.it. -  Michele Giorgio giornalista de Il Manifesto, direttore della rivista Pagine Esteri. Autore di tre libri sul Medio Oriente: Nel Baratro, Cinquant'anni dopo, Israele mito e realtà. -

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“Jenin come Jabaliya”. Gli abitanti temono di finire come i palestinesi di Gaza - Michele Giorgio 


Nella foto di Michele Giorgio, il sito di Sebastia in Cisgiordania. 


L’annessione della Cisgiordania a Israele è cominciata. E il punto di partenza sono i siti archeologici palestinesi. È stato evidente ieri al Dan Hotel di Gerusalemme dove, nell’ambito della conferenza «Archeology and Site Conservation of Judea e Samaria», archeologi, docenti universitari, studiosi israeliani e stranieri e funzionari dell’Autorità israeliana per le antichità, si sono affannati, e lo stesso faranno oggi, a spiegare e raccontare millenni di patrimonio storico e archeologico di questa terra. Con un tratto comune: gli interventi e le immagini mostrate sullo schermo nella sala della conferenza hanno dato per scontata la piena «sovranità» dello Stato ebraico su tutti i siti della Cisgiordania che i partecipanti hanno chiamato «Giudea e Samaria», i nomi biblici abitualmente usati dalla destra israeliana per indicare questa porzione di Territori palestinesi occupati.

sabato 25 gennaio 2025

“Jenin come Jabaliya”. Gli abitanti temono di finire come i palestinesi di Gaza - Michele Giorgio

Da: https://pagineesteri.it - Giorgio Michele giornalista de Il Manifesto, direttore della rivista Pagine Esteri. Autore di tre libri sul Medio Oriente: Nel Baratro, Cinquant'anni dopo, Israele mito e realtà. - 

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Pagine Esteri, 24 gennaio 2025  

Sono già centinaia i residenti del campo profughi di Jenin e delle aree adiacenti che hanno abbandonato le loro case spinti dalle intimazioni provenienti da droni israeliani dotati di altoparlanti. Nel frattempo l’esercito israeliano ha demolito diverse abitazioni dopo aver rioccupato la città tra lunedì notte e martedì con colonne di veicoli blindati e la copertura di elicotteri e droni.

Il pericolo immediato avvertito dagli abitanti è la possibile distruzione da parte dell’esercito del campo profughi considerato da Israele una roccaforte della resistenza armata e il rifugio per decine di combattenti di varie organizzazioni palestinesi, a cominciare dalla Brigata Jenin (Jihad). Si teme che la città diventi la “Jabaliya della Cisgiordania”, in riferimento alla città-campo profughi rasa al suolo da Israele durante quindici mesi di offensiva a Gaza.

Le ruspe blindate hanno già scavato le strade, rendendo difficile la circolazione in città, mentre centinaia di persone hanno abbandonato le loro case trascinando valigie o trasportando sacchetti di plastica con i loro effetti personali dopo aver affermato di aver ricevuto ordini di evacuazione. “Non volevamo andarcene”, ha raccontato Hussam Saadi, 16 anni all’agenzia Reuters. “Poi hanno mandato un drone nel nostro quartiere, dicendoci di lasciare il campo perché lo avrebbero fatto saltare in aria”. Israele nega di aver ordinato ai residenti di lasciare le proprie abitazioni, ma testimoni riferiscono che i droni hanno lanciato piccole bombe di avvertimento verso le case dove le famiglie avevano rifiutato di essere evacuate. Quindi i soldati le hanno costrette ad uscire, poi hanno bruciato alcune abitazioni.

giovedì 28 novembre 2024

«10 miti su Israele» di Ilan Pappé - Michele Giorgio

Da: https://pagineesteri.it - 

Giorgio Michele giornalista de Il Manifesto, direttore della rivista Pagine Esteri. Autore di tre libri sul Medio Oriente: Nel Baratro, Cinquant'anni dopo, Israele mito e realtà. -

Ilan Pappé è docente presso l’Università di Exeter ed è stato senior lecturer di scienze politiche presso l’Università di Haifa. È l’autore de “La Pulizia etnica della Palestina” e “Dieci Miti su Israele”. Pappé è definito come uno dei “nuovi storici” che, dopo la pubblicazione di documenti britannici e israeliani a partire dai primi anni ‘80, hanno riscritto la storia della fondazione di Israele nel 1948. 

Vedi anche: Brevissima storia del conflitto tra Israele e Palestina - ILAN PAPPÉ 

Pagine Esteri, 26 maggio 2022 – «10 miti su Israele» di Ilan Pappé del 2017, da poco pubblicato in italiano dalla Tamu Edizioni, traduzione di Federica Stagni e con una postfazione di Chiara Cruciati, non è solo un ulteriore tassello del mosaico che lo storico israeliano in decenni di studi e ricerche ha composto sulla genesi dello Stato ebraico e delle sue politiche nei confronti dei palestinesi. Il testo approfondisce lo studio di miti, suggestioni e visioni che avvolgono lo Stato di Israele, prendendo in esame anni più vicini a noi, al periodo della «pace di Oslo», alla condizione attuale dei palestinesi sotto occupazione e di quelli con cittadinanza israeliana e allo sviluppo della colonizzazione. «10 miti su Israele» arricchisce la già vasta produzione storica di Pappé e allarga il solco tracciato in «The Birth of Israel. Myths and Realities» da Simha Flapan, uno dei primi «nuovi storici» israeliani. Offre elementi attuali per l’analisi dei rapporti tra israeliani e palestinesi.

«La leadership politica e strategica israeliana considera la memoria collettiva palestinese e la storiografia come strumenti pericolosissimi che possono rappresentare un’arma di erosione dell’immagine pubblica di Israele a livello internazionale, già peggiorata nel tempo», scrive Pappé nella prefazione all’edizione italiana del libro, affrontando uno degli sviluppi più significativi negli anni trascorsi dalla prima edizione del volume. La narrazione palestinese del conflitto, sottolinea, ha rivelato le sue potenzialità. Lo scorso anno, ad esempio, durante le proteste contro l’annunciata espulsione di 28 famiglie dal quartiere di Sheikh Jarrah (Gerusalemme Est), i palestinesi furono in grado di riportare in superfice una pagina di storia rimasta sepolta come la confisca da parte dello Stato di Israele di terre e case palestinesi avvenuta dopo il 1948 e l’impossibilità per i proprietari di riaverle. Ai cittadini ebrei al contrario è permesso rivendicare beni ebraici precedenti anche alla nascita di Israele. Una pagina di storia che, grazie ai social, ha raggiunto e interessato la società civile a livello globale. Da qui la necessità, spiega lo storico, per i governi israeliani di offuscare la versione palestinese della storia che mette in discussione quella israeliana accettata in modo acritico dall’opinione pubblica occidentale.

Pappé spiega quanto siano stati decisivi per le politiche della destra israeliana più radicale, i quattro anni alla Casa Bianca di Donald Trump, il presidente Usa che, contro il diritto internazionale, nel 2017 ha riconosciuto Gerusalemme come capitale di Israele e, in seguito, anche l’annessione allo Stato ebraico del Golan siriano occupato nel 1967. Trump ha anche messo a punto un «piano di pace» volto a trasformare i palestinesi da detentori di diritti nazionali in semplici fruitori di aiuti economici. Certo, tutte le Amministrazioni Usa, inclusa quella Biden, appoggiano lo Stato di Israele, principale alleato di Washington in Medio Oriente. Ma Trump e il suo entourage hanno svolto un ruolo concreto per la normalizzazione dell’occupazione israeliana dei Territori, lo dimostrano gli Accordi di Abramo del 2020 tra lo Stato ebraico e quattro paesi arabi. La colonizzazione israeliana della Cisgiordania e della zona araba di Gerusalemme ha ricevuto un impulso senza precedenti durante la presidenza Trump. L’ex Amministrazione Usa ha anche favorito l’approvazione nel 2018, da parte della Knesset, di una Legge Fondamentale, voluta dall’ex premier Netanyahu e la sua coalizione di destra che proclama Israele, nero su bianco, uno Stato che appartiene al popolo ebraico e non a tutti i suoi cittadini.

Ilan Pappé in «10 miti su Israele» affronta pregiudizi e distorsioni che pervadono i resoconti tradizionali dei media. Analizza miti vecchi e soprattutto quelli nuovi che giustificano agli occhi del mondo la negazione dei diritti dei palestinesi. Israele, afferma Pappé, non ha mai cercato una soluzione giusta al conflitto. Piuttosto, spiega, ha lavorato a un semplice ridispiegamento militare in Cisgiordania e su Gaza. Lo Stato ebraico, aggiunge, è una potenza economica e militare, eppure si rappresenta come «David che combatte un Golia arabo». Ai lettori di orientamento progressista, ancora affascinati dall’immagine lontana del Kibbutz, Pappé dimostra che il socialismo come prassi e stile di vita in Israele è sempre stato condizionato al raggiungimento degli scopi fondamentali del movimento sionista: il controllo della terra e l’espulsione della popolazione palestinese.