giovedì 14 gennaio 2016

Proprietà* - Gianfranco Pala

*Da:   http://www.gianfrancopala.tk/    (http://www.contraddizione.it/quiproquo.htm)
L’OMBRA DI MARX - estratti da “piccolo dizionario marxista” contro l’uso ideologico delle parole 

Brecht sintetizzò il dibattito tra comunisti con l’invito, secco e perentorio: “Compagni, parliamo dei rapporti di proprietà!”, perché questo è centrale per la comprensione di ogni modo di produzione, e in particolare di quello capita­listico, data la sua peculiare forma e capacità occultatrice. Nei recentissimi tempi di “ol­tremarxismo”, se non di espresso pentimento anche teorico, quel peculiare occultamento mistificatorio è particolarmente attivo, facendo dissolvere la proprietà nel possesso, nel controllo o nella gestione di dirigenza, o facendo­ne addirittura travisare i connotati privati e di classe. Viceversa, quella centralità è tale perché la proprietà appunto, e la relaziona­lità sociale che si innerva intorno a essa, caratterizza la società sia per la sua presenza che per la sua mancanza, sia positivamente che negativamente. In generale, Marx aveva avvertito l’esigenza di chiarire – soprattutto per i suoi stessi criteri d’analisi (nei materiali di studio da lui accantonati, che avrebbero dovuto costituire l’Introduzione del 1857 “per la critica dell’econo­mia politica”) – la sinonimia di “proprietà” e “produzione”. “Ogni produzione è un’appropriazione della natura da parte dell’indivi­duo, entro e mediante una determinata forma di società. In questo senso è una tautologia dire che la proprietà è una condizione della produzione. Ma è ridicolo saltare da questo fatto a una determinata forma della proprietà, per es. alla proprietà privata”.

Senonché, l’epoca storica del capitale porta agli estremi esiti la separazione tra proprietari non produttori e produttori non proprietari, da un lato tutta la proprietà storicamente significativa, dall’altro, al polo opposto, la sua assolu­ta mancanza, in due classi socialmente e funzionalmente distinte. Una tale sepa­razione avviene non solo tra le condizioni oggettive della produzione e del la­voro e il lavoro quale condizione soggettiva, ma perfino tra il lavoratore e il suo stesso lavoro, che gli è espropriato attraverso l’uso di forza-lavoro aliena­ta al proprietario delle condizioni oggettive di produzione. Sotto il dominio della forma di merce della produzione sociale, sia nella sua esistenza reale pratica sia nella riflessione scientifica e teorica, la proprietà capitalistica è investita necessariamente da una sua specificità con­cettuale. La proprietà capitalistica – ossia, quella “che conta” storicamente, che va con­siderata come tale – è la proprietà, economica (prima che sia riconosciuta giu­ridicamente, in forme assai diverse e spesso mascherate), delle condizioni del­la produzione sociale: importante è comprendere nell’oggettività di tali “con­dizioni” non solo, come troppo spesso si suol dire, i mezzi di produzione (strumenti, macchine, impianti), e, si sa, l’oggetto generale stesso della produzione (la terra e le sue materie prime); ma anche – ciò che sovente non vie­ne considerato – l’intero apparato di conoscenze scientifiche e organizzative, senza le quali la produzione stessa non sarebbe affatto possibile o ne risulte­rebbe gravemente sminuita.

Quanti oggi credono di aver scoperto l’acqua calda, parlano di management, capitale cognitivo o general intellect, in contrapposizione fittizia alla “pro­prietà”. Non si rendono conto del rapporto di tutto ciò con le diverse forme del capitale variabile e costante, e del capitale fisso in particolare. Che ne sia­no consapevoli o meno, seguono i precetti aclassisti della sociologia struttura­lista di Parsons, che annulla la determinazione di “proprietà” in nome del “possesso”. Non sanno che qui si tratta proprio invece di elementi che costi­tuiscono parte integrante e specifica della proprietà capitalistica. E in così grande misura sono “capitale” che il “lavoro salariato” ne rimane espropriato e abbrutito, assolutamente deprivato di qualunque capacità conoscitiva e ri­flessiva. Questa proprietà è privata e di classe – ossia è l’inveramento crescente di quel processo che l’ana­lisi marxista, partendo dalla rammentata storicizzazione della forma privatistica della proprietà originariamente comune, segue con as­soluta chiarezza indicando appunto la proprietà capitalistica, in quanto pro­prietà privata di classe, come la prima negazione della proprietà privata indi­viduale. “In seguito alla concentrazione dei mezzi di produzione e all’orga­nizzazione sociale del lavoro, il modo di produzione capitalistico sopprime, sia pure in forme contrastanti, e la proprietà individuale e il lavoro privato”, talché perfino la società per azioni quale “risultato del massimo sviluppo del­la produzione capitalistica è un momento necessario di transizione per la ri­trasformazione del capitale in proprietà dei produttori, non più per come pro­prietà privata di singoli produttori, ma come proprietà di essi in quanto asso­ciati, come proprietà sociale immediata”.

Dunque è chiaro come presso Marx, come per Hegel, la “negazione” sia dia­lettica, il che vuol dire che lo stesso “superamento” della proprietà privata – da individuale a classista – è un processo dialettico (quello che il “maestro He-leh”, per dirla con Brecht, chiamava aufhebung). La negazione della negazione, anche in questo caso del resto, non può mai ristabilire la posizione originaria, ma un supera­mento dialettico di entrambe, togliendo la forma privata alla proprietà conser­vata come produzione comune. C’è invece in giro qualche buontempone, preso dal sacro fuoco di prediche domenicali, che vorrebbe semplicemente annullare la forma capitalistica della proprietà privata per tornare indietro a quella, ugualmente privata, ma indivi­duale, che la storia ha già conosciuto, nelle forme medievali e rinascimentali dell’artisanat furieux. L’unica maniera oggi di riproporre soluzioni di tal tipo reazionario è quello, di gran moda “asinistra”, del recupero tardivo dell’auto­nomia presunta – pur entro l’incontrastato e indiscusso dominio del capitale, ma non più riconosciuto come tale – di un lavoratore “mentalmente” liberato da ogni costrizione che la forma salariale gli impone.

L’escamotage più spesso seguìto, per giustificare la capriola all’indietro verso la proprietà individuale piccolo-borghese, punta dritto sulla confusione tra proprietà (di classe) delle condizioni di produzione e proprietà (individuale) di mezzi di sussistenza e oggetti d’uso. Di quest’ultima, naturalmente, né Marx né i marxisti – non essendo stupidi come i loro superatori e critici – han­no mai negato la necessaria presenza, in qualsiasi formazione sociale: dalla proprietà individuale del perizoma degli aborigeni a quella dell’automobile di prestigio dello yuppy. Facendo pendant con i fautori del “possesso”, invece i coraggiosi “diffusori della proprietà” amano accomunare tutti sotto la medesi­ma unificante etichetta di “proprietario” [rimane necessaria la precisazione engelsiana per il ricatto borghese sulla casa], sol perché uno ha una maglia mentre l’altro una filanda, uno un giornale mentre l’altro l’intera testata: è so­lo questione di quantità, reddito e sua distribuzione, dicono in keynesiana memoria, non più capitale

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