*Da: https://www.lacittafutura.it/ **L’autore insegna Economia politica alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Teramo
Nella misura in cui il capitale si accumula, la situazione del lavoratore, qualunque sia la sua retribuzione, alta o bassa, deve peggiorare.
L'attenzione
notevole rivolta negli ultimi anni ai cambiamenti intervenuti nella
distribuzione del reddito da numerosi studiosi (Milanovic, Picketty,
Deaton) può essere utilizzata correttamente se si considerano le
crescenti disuguaglianze come effetto e non come causa della crisi.
Salari fermi al livello di sussistenza
Per
Karl Marx, la parola “miseria” non indica la povertà assoluta,
avendo egli chiarito nel I libro del Capitale (in particolare nei
par. 3 e 4 del cap. 23) che la legge dell'immiserimento della classe
operaia non è contraddetta dalla possibilità che i salari dei
lavoratori crescano durante l’accumulazione di capitale, almeno
fino a un certo livello. Nella sua analisi, Marx distingue tre
definizioni del salario. In primo luogo, e a un livello più
immediato, il salario rappresenta la quantità di denaro che il
lavoratore riceve dal suo datore di lavoro: è il salario “nominale”
o “monetario”. Tuttavia, in un mondo in cui spetta ai capitalisti
decidere quantità e prezzi della produzione, non possiamo
accontentarci di considerare i salari nominali, ma dobbiamo
considerare la quantità effettiva di beni e servizi che i salari
sono in grado di acquistare, cioè i salari “reali”.














