Leggi anche: https://ilcomunista23.blogspot.it/2016/04/colonizzazione-dellimmaginario-e.html
La teoria Marxista poggia la sua forza sulla scienza... che ne valida la verità, e la rende disponibile al confronto con qualunque altra teoria che ponga se stessa alla prova del rigoroso riscontro scientifico... il collettivo di formazione Marxista Stefano Garroni propone una serie di incontri teorici partendo da punti di vista alternativi e apparentemente lontani che mostrano, invece, punti fortissimi di convergenza...
lunedì 10 ottobre 2016
domenica 9 ottobre 2016
Ranking e lotta di classe*- Roberto Ciccarelli
La Californian Ideology e il sogno dell'automazione totale
nascondono un segreto. E cioè che il lavoro non è finito: al contrario, è
sempre di più. Solo che è talmente invisibile che a nessuno viene in mente che
vada pagato.
Un paio di settimane fa ho visto la puntata Il
pianeta dei robot di Presa diretta, una delle poche
trasmissioni Tv che fanno inchiesta in Italia. Bella trasmissione, e se siete
interessati potete rivederla qui. Peccato che abbia accreditato la solita versione
apocalittica della cosiddetta “ideologia californiana”.
Per Richard Barbrook e Andy Cameron, autori
venti anni fa dell’omonimo libro, la cosiddetta Californian
Ideology è quel mix di libero spirito hippie e zelo imprenditoriale
yuppie su cui fonda l’intero immaginario della Silicon Valley. Questo amalgama
degli opposti si rispecchia nella fede indiscussa nel potenziale emancipatorio
delle nuove tecnologie dell’informazione, nella credenza che la robotica e
l’automazione renderanno inutile la forza lavoro, e nella previsione che con la
cancellazione di milioni di posti di lavoro (dai trasporti alla logistica, fino
alla sanità e tutto il resto) non ci sarà modo di guadagnare da un’occupazione. A meno che non ci sia un reddito di base universale.
In questa miscela di cibernetica, economia liberista e
controcultura libertaria, frutto della bizzarra fusione tra la cultura
bohémienne di San Francisco e la nuova industria hi-tech, in effetti il reddito
di base è un tema di discussione; per Andrew McAfee e Erik Brynjolfsson, autori
de La nuova rivoluzione delle macchine, Google,
Facebook, Apple e gli altri giganti dovrebbero inoltre pagare più tasse,
argomento attualissimo anche in Europa dopo lo scontro tra la Commissione Ue e
il governo irlandese sui maxi-sconti fiscali garantiti per anni alla Apple. Ma
nel dibattito reale della Silicon Valley, le cose non stanno proprio così.
I “nuovi feudatari” della rete, accettano sì l’idea di un
reddito base universale, ma a condizione che non sia la Silicon Valley a pagare
il conto: è lo Stato che dovrebbe cancellare ogni forma di aiuto economico pubblico
per convertire i fondi in assegni da dare direttamente ai privati.
Nell’illusione di diventare un imprenditore tecnologico di successo, uno “startupperoe”, lo Stato diventa quindi l’erogatore di
assegni guadagnati sulle piattaforme del capitalismo interconnesso: il welfare
sarà il supporto sociale delle nuove agenzie di servizi online, e i diritti
sociali verranno legati alla partecipazione del consumatore che produce
informazione (prosumer) ai ritmi della macchina.
Leggi tutto: http://www.prismomag.com/ranking-lotta-di-classe/
sabato 8 ottobre 2016
Pedro de Alcantara Figueira: NASCITA DELLA SCIENZA MODERNA - Descartes e Il Materialismo Rivoluzionario*- Maurizio Brignoli
*Da: http://www.contraddizione.it/
Vedi anche: https://ilcomunista23.blogspot.it/2016/09/cartesio-d-henrich-p-ricoeur-e-lojacono.html
Vedi anche: https://ilcomunista23.blogspot.it/2016/09/cartesio-d-henrich-p-ricoeur-e-lojacono.html
"Ad un certo momento mi sono chiesto
cos’è che un lettore, non abituato a questioni accademiche, potrebbe aspettarsi
dalla lettura di un libro su uno dei maggiori filosofi di tutti i tempi.
C’è una questione – che potremmo chiamare la
questione per eccellenza – che il lettore comune si aspetta sempre di
incontrare nelle opere dei filosofi e nei libri che parlano di loro: qual è il
significato della nostra esistenza?
A differenza di ciò che pensano i filosofi
di professione, ho ritenuto che Descartes avesse una risposta molto semplice e
del tutto convincente a tale domanda. Non ho fatto lo stesso cammino che tali
filosofi percorrono nor-malmente. Non ho costretto il lettore a fare
elucubrazioni sul più che famoso: Penso, dunque sono. Non ho usato la terminologia
abituale – metafisica, epistemologia e altre parole ricercate – il cui
significato generalmente il lettore non comprende bene, ma non ha il coraggio
di ammetterlo. È bene ricordare che Descartes raramente usa termini filosofici,
di cui non aveva bisogno per farsi capire, e che, anzi, ripudiava. Li
identificava con coloro – che chiamava dotti o filosofi – cui non importava
affatto di essere capiti, tranne che dai loro pari. L’opinione che Descartes
aveva di tali filosofi – gli scolastici – è che trattavano solo di cose
inutili, la prima delle quali era la loro stessa filosofia.
È su questo punto – su cui vorrei si
prestasse particolare attenzione – che Descartes dà la sua risposta alla questione
per eccellenza. E lo fa in una maniera molto semplice, senza ricorrere a
nessuna terminologia che comunemente si considera filosofica. Lo fa in una
maniera che si oppone totalmente ai canoni stabiliti dal sapere costituito. Semplicemente
afferma che è necessario fare una filosofia che sia utile all’umanità, e che
abbia come principio di verifica della verità il criterio dell’utilità.
Descartes dà questa risposta proprio perché
aveva sempre in mente, potremmo perfino dire, ossessivamente, la ricerca del
perfezionamento della vita umana. Quale sarebbe allora, per lui, il significato
della vita? Nelle condizioni in cui si trovava l’uomo europeo, alle prese con
tutte le difficoltà che un’epoca di trasformazioni profonde impone a tutti, il
significato della vita, per lui, era qualcosa che solo la lotta contro il
passato sarebbe stata in grado di definire.
Descartes – il Descartes che qui presentiamo
al lettore – prese partito per questa lotta.
È in questo modo che vorremmo che il lettore
leggesse il nostro libro su una delle glorie maggiori della Francia e su un
uomo che dedicò integralmente la sua vita al bene dell’umanità, in un momento
in cui la sua esistenza come società organizzata correva un grande pericolo."
(Pedro de Alcântara Figueira)
INTRODUZIONE
serenamente e con
rispetto chi
come moneta infida
pesa la vostra parola! […]
Oh bello lo scuoter
del capo
su verità
incontestabili! […]
Ma d’ogni dubbio il
più bello
è quando coloro che
sono
senza fede, senza
forza, levano il capo e
alla forza dei loro
oppressori
non credono più!
[Bertolt Brecht, Lode
del dubbio, 1932]
venerdì 7 ottobre 2016
Legge elettorale, Costituzione, Democrazia*- Un discorso di Palmiro Togliatti
*(dal discorso pronunciato alla Camera l’8 dicembre
1952, in cui furono avanzate le eccezioni di incostituzionalità avverso la
legge elettorale presentata dal ministro degli Interni Mario Scelba, poi nota
come legge “truffa”). Ripubblicato in Luciano Canfora "La trappola. Il vero volto del maggioritario"
Sellerio https://www.facebook.com/maurizio.bosco.18/notes
L’unico precedente è quello della legge Acerbo. E non tocco
ancora la sostanza; tocco soltanto il modo come si è discusso. Quando venne
approntata la legge Depretis per la introduzione dello scrutinio di lista e
l’allargamento del suffragio, la presentazione fu della fine del maggio 1880,
l’approvazione fu nel mese di giugno 1881. La legge venne in Parlamento nel
mese di dicembre 1880, dopo sette mesi dalla presentazione.
La legge Giolitti sull’allargamento del suffragio, sino a
renderlo praticamente universale, presentata nel giugno 1911, venne rinviata
alla discussione in aula nel maggio 1912.
Sulla legge Nitti, che confermò il suffragio universale e
introdusse lo scrutinio di lista con rappresentanza proporzionale nel 1019, le
discussioni incominciarono nell’aula nel novembre del 1918, e nelle Commissioni
si discusse dal marzo a luglio 1919.
Il solo precedente è dunque quello della legge Acerbo,
discussa in un numero di sedute che non so nemmeno se fosse inferiore a quelle
che sono state tenute dalla nostra prima Commissione per discutere la legge
attuale.
E perché, onorevole Presidente, faccio questa osservazione?
Perché l’eccezionalità del dibattito rivela l’eccezionalità del contenuto e la
consapevolezza precisa, nel Governo e in coloro che lo sostengono, di questa
eccezionalità, la quale deriva dal fatto che si tratta di una legge che tocca e
lede l’ordinamento costituzionale dello Stato. Ci troviamo di fronte, cioè, a
una legge eccezionale. Questa è la prima cosa di cui occorre che il paese si renda
consapevole. E del resto voi stessi state compiendo atti tali che non avranno
altro risultato che di rendere consapevole il paese dell’eccezionalità della
misura che proponete.
Qui mi si permetta dunque di esprimere ancora una volta una
vivace protesta per il modo come nella Commissione il dibattito si è svolto,
senza tra l’altro che gli oppositori della legge avessero la soddisfazione – e
non si tratta di un piacere ma di un diritto, - di ascoltare una spiegazione
ragionata da parte del Governo, del presentatore di questa legge che è il
ministro dell’interno, del perché essa è costruita in questo modo.
Per un'etica del riconoscimento*- Paolo Bartolini intervista Roberto Finelli
*Da: http://megachip.globalist.it/
Leggi anche: https://ilcomunista23.blogspot.it/2015/11/trame-del-riconoscimento-in-hegel.html
https://ilcomunista23.blogspot.it/2015/08/un-parricidio-compiuto-un-parricidio-al.html
Leggi anche: https://ilcomunista23.blogspot.it/2015/11/trame-del-riconoscimento-in-hegel.html
https://ilcomunista23.blogspot.it/2015/08/un-parricidio-compiuto-un-parricidio-al.html
Proverei a rispondere a questa prima, classica,
domanda su ciò che è vivo e ciò che è morto nell'opera di Karl Marx attraverso
il riferimento ai due titoli dei miei libri che scandiscono i miei studi sul
pensiero marxiano: Un parricidio mancato (Boringhieri) del 2005 e Un parricidio compiuto(Jaca Book) del 2014 (entrambi
già impliciti e anticipati nel mio libro più sinteticamente generale su Marx
del 1987,Astrazione e dialettica dal romanticismo al capitalismo. Saggio su
Marx, Bulzoni, Roma). Nel Parricidio mancato ho
voluto evidenziare quanto la foga del ribellismo giovanile unita a una non
profonda conoscenza della filosofia di Hegel, comune a una buona parte del
movimento delloJunghegelianismus degli anni '30 e '40 dell'800,
abbiano sollecitato Marx a un troppo facile e corrivo rovesciamento
dell'idealismo di quello Hegel che, con la sua collocazione dal 1818
all'Università di Berlino, era divenuto il pontefice massimo, assai più che
l'amico-nemico Schelling, della filosofia e della cultura tedesca postkantiana.
Uccidere quel padre metaforico significava, sul
piano più proprio del confronto tra singole individualità, superarlo nel
primato dell'egemonia filosofica, così come, sul piano più largamente culturale
e politico, rovesciare lo spirito nellamateria, la teoria nella prassi,
la filosofia contemplativa e speculativa nell'azione del proletariato
rivoluzionario.
giovedì 6 ottobre 2016
Il revisionismo storico*- Luciano Canfora
*Prolusione al III Congresso del PdCI - Rimini, febbraio
2004 http://www.sitocomunista.it/
Leggi anche: http://temi.repubblica.it/micromega-online/nel-nome-di-j-p-morgan-le-ragioni-economiche-della-controriforma-costituzionale/
"Il regime fascista, che porta semplicemente all'estremo limite il declino e la reazione impliciti in ogni capitalismo imperialista, divenne indispensabile, quando la degenerazione del capitalismo annullò ogni possibilità d'illusioni su un miglioramento del tenore di vita del proletariato. La dittatura fascista significa l'aperto riconoscimento della tendenza all'impoverimento che le più ricche democrazie imperialiste cercano ancora di nascondere. Mussolini e Hitler perseguitano il marxismo con tanto odio proprio perché il loro regime è la più orrenda conferma dell'analisi marxista."
Lev Trockij, Il pensiero vivo di Karl Marx (Il collettivo)
Vorrei esordire ricordando una verità elementare: che cioè
la storia la scrivono i vincitori. E poiché la lunga guerra europea e poi
mondiale incominciata nel 1914 e sviluppatasi in più fasi è finita, dopo vari
rivolgimenti, paci apparenti, cambi di fronte, con la sconfitta dell'Unione
Ssovietica nel 1991, è evidente che per ora, e per lungo tempo ancora, la
storia che prevarrà sarà quella scritta dai nemici dell'Unione Sovietica e
quindi dell'antifascismo.
Non stupisca quel "quindi": l'antifascismo, anche non comunista, ebbe
sempre una considerazione rispettosa della storia e del ruolo dell'URSS.
Non è casuale che un capofila del revisionismo storiografico come François
Furet, nel suo troppo vezzeggiato pamphlet Il passato di un'illusione,
abbia presentato reiteratamente l'antifascismo europeo come "l'utile
idiota" di Stalin. E la sua opera non è rimasta senza seguito, ora che
saldamente la grande stampa e salvo rare eccezioni la grande editoria stanno
passando nelle mani di coloro che riscrivono la storia appunto nell'ottica degli
ultimi vincitori.
Per l'Europa borghese, corresponsabile dell'agosto '14 e levatrice perciò della
rivoluzione, fu appunto, sin da allora, il comunismo il principale problema. La
nascita del fascismo, e poi dei fascismi, fu la risposta estrema e pienamente
avallata dalle classi dominanti nei confronti di tale "grande
pericolo".
Due scene tornano alla mente, emblematiche in questo senso:
- la sfilata delle camicie nere a Napoli pochi giorni prima della marcia su
Roma e tra loro, in camicia bianca, Enrico De Nicola con il braccio levato nel
saluto romano;
- e circa due anni dopo, Benedetto Croce, che vota la fiducia al governo
Mussolini, pur dopo il delitto Matteotti.
mercoledì 5 ottobre 2016
martedì 4 ottobre 2016
Non c’è crisi in Paradiso. Paradossi e identità di classe nell’America di Obama e di Trump* – Fabrizio Salmoni**
Le cronache elettorali dagli Usa dipingono superficialmente
la campagna per le presidenziali come se fosse un evento sportivo. Cosi
facendo, il giornalismo italiano si conforma a quello internazionale
contribuendo ad assuefare le menti all’idea che anche uno degli eventi politici
più importanti per il mondo sia uno spettacolo in cui contano i singoli
individui, i loro errori, i loro umori, le cartelle cliniche. Ai candidati si
attribuiscono i favori o le preferenze di ampie categorie del corpo civile: le
minoranze, le lobbies, le etnie, la comunità finanziaria, quelle religiose, i
gruppi sociali peculiari dei vari Stati, ecc. Un minestrone di ingredienti
indistinti in cui le classi sociali vengono identificate essenzialmente con la
dicotomia colletti blu e bianchi e “mondo delle imprese” (corporate world)
mentre di middle class si parla per segnalarne la centralità “elettorale”, la
perdita di potere d’acquisto, la sua discesa nella scala sociale.
Chi qui in Europa segue più attentamente le cronache della
contesa americana con un occhio criticamente smaliziato non può evitare di
notarne il paradosso più evidente: un elettorato fatto
prevalentemente di bianchi poveri a forte componente operaia e contadina voterà
in massa contro i propri interessi per un candidato miliardario portandolo
probabilmente alla presidenza. Come può accadere? Cosa può aver rovesciato i tradizionali
ruoli di rappresentanza politica tra i due maggiori partiti? Non sono forse i
Democratici ad avere sempre rappresentato, dalla fine della Ricostruzione post
Guerra Civile, lo stato sociale, i sindacati, le minoranze affamate di
riconoscimento e diritti civili, la cultura inclusiva, insomma l’anima
“progressista” della nazione mentre i Repubblicani si sono sempre connotati
come i difensori del laissez faire economico, come rappresentanti delle
corporation, del big business, e infine del capitalismo finanziario selvaggio e
globale? Come è possibile che un proletario, indebitato fino al collo, privo di
garanzie sindacali, di assistenza sanitaria, di garanzie pensionistiche, con la
minaccia dell’ipoteca bancaria sulla casa, con i figli sempre più condannati
dal lavoro precario e sottopagato a rimanere bloccati nella scala sociale
malgrado le promesse del sogno americano, si schieri con la parte politica che
per propria natura gli nega un’esistenza dignitosa?
lunedì 3 ottobre 2016
domenica 2 ottobre 2016
LA TEORIA DELLE ONDE LUNGHE E LA CRISI DEL CAPITALISMO CONTEMPORANEO*- Michel Husson
(dicembre 2013 -Trad. di Titti Pierini )
Non vi è certamente modo migliore di rendere omaggio a Ernest Mandel che applicarne il metodo, quello di un marxismo vivo, non dogmatico. D’altronde, la profondità della crisi attuale rende ancor più indispensabile la rivalutazione critica degli strumenti d’analisi che Mandel ci ha lasciato. Il presente contributo cercherà quindi di rispondere a questa questione: la teoria delle onde lunghe costituisce un quadro adeguato per l’analisi dell’attuale crisi, della sua genesi e della nuova fase che apre?
Una volta richiamata a grandi linee questa teoria, cercheremo di applicarla al complesso della fase neoliberista del capitalismo, alternando considerazioni teoriche e osservazioni pratiche. Condurremo questo esame secondo due linee direttrici. La prima è che il capitalismo neoliberista corrisponde a una fase recessiva il cui tratto specifico essenziale è la capacità del capitalismo di ristabilire il saggio di profitto, nonostante un saggio di accumulazione stagnante e mediocri aumenti di produttività. La seconda è che non ci sono le condizioni del passaggio a una nuova onda espansiva e la fase che si apre è quella di una “regolazione caotica”.
Onde lunghe
La teoria delle onde lunghe ha costituito inizialmente il tema affrontato nel Capitolo 4 de El capitalismo tardÍo [“Il tardo-capitalismo”, o “La terza età del capitalismo”] (Mandel, 1972 – v. Bibliografia finale]) ed è poi stata sviluppata in una serie di lavori, in particolare nel libro Las ondas largas del desarrollo capitalista [“Le onde lunghe dello sviluppo capitalistico”] (Mandel, 1986). Una delle impostazioni essenziali di questa teoria è che il capitalismo ha una storia, e che questa non obbedisce a un funzionamento ciclico. Essa porta a un susseguirsi di fasi storiche, contrassegnate da caratteristiche specifiche, in cui si alternano fasi espansive e fasi recessive. Non si tratta di un’alternanza meccanica, non basta attendere 25 o 30 anni. Se Mandel parla di onda anziché di ciclo è perché il suo approccio non rientra nello schema, generalmente attribuito – probabilmente a torto – a Kondratiev, dei movimenti regolari e alterni dei prezzi e della produzione.
Uno dei punti importanti di questa teoria è il fatto di rompere la simmetria delle inversioni: il passaggio dalla fase espansiva a quella recessiva è “endogeno”, nel senso che risulta dal gioco dei meccanismi interni del sistema. Il passaggio dalla fase recessiva a quella espansiva è, viceversa, “esogeno”, non automatico, e presuppone la riconfigurazione del contesto sociale e istituzionale. L’idea chiave, qui, è che il passaggio alla fase espansiva non è dato in partenza e che va ricostruito un nuovo “ordine produttivo” (Dockès, Rosier, 1983). Questo prende il tempo che occorre, e non si tratta quindi di un ciclo analogo a quello congiunturale, la cui durata può collegarsi alla durata di vita del capitale fisso. Ecco perché questo approccio non affida alcun primato alle innovazioni tecnologiche; nella definizione di questo nuovo ordine produttivo giocano un ruolo essenziale le trasformazioni sociali (rapporti di forza capitale-lavoro, grado di socializzazione, condizioni di lavoro, ecc.).
sabato 1 ottobre 2016
Corporeità e individuazione. L’antropologia come preistoria della coscienza. - Paolo Vinci
Vedi anche: https://ilcomunista23.blogspot.it/2016/08/la-logica-di-hegel-una-grottesca.html
Il discorso sulla corporeità-animalità è per la filosofia
contemporanea un tema molto diffuso (oltre la tradizione analitica, oggi anche
in Derrida e nella fenomenologia contemporanea tedesca). Tuttavia, all’interno
dei discorsi attuali, viene spesso a mancare una prospettiva dialettica. Questo
seminario si propone di approfondire questa “lacuna” contemporanea.
La teoria critica ha da sempre cercato di porre al centro
della riflessione filosofica tutto ciò che la razionalità e il processo di
civilizzazione occidentale hanno rimosso e collocato nel cono d’ombra
dell’irrazionale. Capire quelle fatali antinomie denunciate nella Dialettica
dell’illuminismo, mettere cioè in risalto le fratture, le dissonanze,
dell’apparato razionale, significa recuperare criticamente il carattere
negativo di quel ‘rimosso’ e mettere in discussione gli esiti della storia
occidentale tout court.
Le tematiche dell’animalità e della corporeità rappresentano
in tale contesto due snodi centrali di una razionalità costretta dalla propria
dialettica interna ad espellere da sé e dalla soggettività tutto ciò che non è
riconducibile ad un progetto identitario di controllo. È compito
dell’autoriflessione critica condurre il pensiero ad articolare quelle zone
d’ombra, quei punti ciechi in cui il logos, il soggetto e l’umano si
costituiscono a partire dalla negazione di un’alterità che in realtà li
attraversa indelebilmente. Solo attraverso la rimemorazione del non-identico
che lo anima, il pensiero può tentare di sottrarsi alla meccanica distruttiva
di una razionalità totalitaria.
Il seminario tenterà di ripercorrere alcuni dei luoghi in
cui Adorno sviluppa le conseguenze di tale discorso, mostrando l’attualità del
suo pensiero, che ha saputo anticipare questioni che solo oggi guadagnano
l’attenzione dell’accademia e del grande pubblico. Al tempo stesso, si cercherà
di delineare la specificità dell’impostazione dialettica di tali problemi,
mostrando come già in Hegel siano presenti movenze che permettono di articolare
la questione del rapporto tra la razionalità e il suo altro al di là di facili
dualismi e riduzionismi.
martedì 27 settembre 2016
Studio su Hegel: LA RELIGIONE - Stefano Garroni
Quarta parte: https://ilcomunista23.blogspot.it/2016/10/studio-su-hegel-filosofia-storia-etica_13.html
[3] - Ben lungi dal rappresentare una ‘secolarizzazione’ della teologia - come vuole Blumenberg-, Hegel scioglie la sapienza del mondo dalla teologia. (AAVV, 6961.3: 391). Laird, 5196: 12 riconosce, comunque, che il <dio> dell’ idealista Hegel non c’entra nulla con il dio delle religioni. “... il teologo Marheineke (1780-1846) ... tentò di versare la dogmatica cristiana (luterana) nello stampo speculativo hegeliano il che però implicava un’audace fusione e una pericolosa cristallizzazione. Una simile impresa fu tentata da Goschel (1781-1872), al quale Hegel aveva accordato una lode sfumata.” (D’Hondt, 7836: 48s).
In AAVV, 7376: 263n, la questione delle varie edizioni delle hegeliane Vorlesungen sulla religione.
[3.1] - “E’ possibile notare come nelle Jugendschriften la religione si dica in molti modi: per quanto articolato tuttavia si presenti il suo concetto, la chiave che sembra in grado di aprirne la comprensione risulta essere non la teologia, ma appunto la vita, intesa anche nel senso di prassi sociale.” (AAVV, 7376: 239s). Il modo in cui Hegel, 1130. 3: 354s descrive la verace religione e la verace religiosità mi confermerebbe nel sospetto che, in definitiva, la wahrhafte Religion/Religiosität, per Hegel, è ... lo Stato: la vera religione e la vera religiosità, infatti, vengono dall’ eticità e sono l’ eticità pensante, ovvero l’ eticità, che diviene cosciente dell’ universalità libera della sua essenza concreta. In altre parole, sembrerebbe possibile dire: la <religiosità> -dunque, l’essenza della religione- sta nel suo essere manifestazione di una forma di vita, di esserne un’articolazione; la <religione>, quindi, -nel senso di questa o quella religione-, una volta stabilito cosa sia la religiosità, richiede uno studio particolare, che consenta di coglierne la determinatezza; è a questo livello che si recuperano le mediazioni nel rapporto con la forma di vita, ovvero, con la società. Cf. Marx. Il tema è ripreso in AAVV, 7376: 269 - l’essenza della religione (la religiosità) è afferrabile non empiricamente, ma con il medio di una teoria generale, di una filosofia; accanto a ciò resta lo studio empirico delle religioni.Ciò equivale a dire che l’analisi che Marx fa della società capitalistica non è comprensibile, fuori da una fds. Cf. la questione <teoria/prevedere> in dial.doc. Il limite della trattazione empirica della storia, in AAVV, 7376: 269a -anche qui continua un tema, che fu pure di Descartes, ovvero la polemica contro un sapere che sia essenzialmente memoria.
lunedì 26 settembre 2016
HEGEL, SCIENZA DELLA LOGICA (1812).*
*Da: http://www.dialetticaefilosofia.it/
Vedi anche: https://ilcomunista23.blogspot.it/2016/08/la-logica-di-hegel-una-grottesca.html
Vedi anche: https://ilcomunista23.blogspot.it/2016/08/la-logica-di-hegel-una-grottesca.html
Quanto segue traduce e
commenta il primo capitolo di una delle opere filosofiche più importanti, di
certo però la meno facile. Essa oppone infatti alla comprensione il suo stile
unico. Mentre di solito gli scrittori espongono delle convinzioni e cercano di
renderle credibili argomentandole e confutando quelle opposte, la «Scienza
della logica» non propone tesi care al suo autore, ma quelle che si impongono o
in forza della legge dell’inizio o come risultato di quanto le precede. Anziché
poi argomentarle, Hegel si impegna a confutarle mostrando la contraddizione
celata nella loro determinatezza: la dialettica è innanzitutto scetticismo. Non
è soltanto scetticismo perché una tesi confutata, lungi dall’essere un nulla
astratto, è dimostrazione della verità del proprio negativo. Questa capacità di
riconoscere il positivo nel negativo, l’elemento virtuosistico della filosofia
– ciò che Hegel chiama speculativo –, è però il culmine soltanto del
micrometodo. Anche il negativo riconosciuto come positivo incorre infatti nella
sua dialettica, da cui risulta infine un positivo che è negazione del negativo.
La successione di positivo, negativo, negazione del negativo rappresenta il
macrometodo, lo sviluppo completo di ogni concetto in cui si espone la scienza
filosofica. Essa compone tre atteggiamenti che di solito si presentano come
incompatibili: quello dogmatico di chi confida nei principi assoluti, quello
scettico di chi riconosce soltanto la relatività e la mutevolezza, quello
speculativo di chi intuisce la verità come concreta, come conciliarsi di
opposti. Poiché ogni volta percorre questi tre paradigmi di pensiero, la
filosofia hegeliana resta inafferrabile ai lettori irrigiditi nei loro punti di
vista; ne nasce un rancore che la infama con le accuse di aridità, di
ciarlataneria, di demenza. Soltanto uno sforzo di comprensione animato da
impavida fiducia nella razionalità del testo può dissipare i pregiudizi
generati dalle difficoltà ermeneutiche e renderne infine accessibile la
debordante ricchezza teorica.
HEGEL, SCIENZA DELLA
LOGICA (1812).
Traduzione e commento del primo capitolo a cura di Paolo Di
Remigio
C a p i t o l o p r i
m o
domenica 25 settembre 2016
L'economicizzazione del conflitto di classe*- Zygmunt Bauman
*Da: "Memorie di classe" - Einaudi
Paperbacks, 1987 http://francosenia.blogspot.it/
I processi paralleli dell'«oblio delle origini» e
dell'incorporazione delle organizzazioni operaie nel sistema capitalistico
(battezzato più tardi come l'«emergere della coscienza di classe») si
realizzarono in primo luogo attraverso l'economicizzazione del conflitto.
Intendo con ciò la sostituzione della contrattazione del salario e dell'orario
di lavoro al conflitto iniziale per il controllo del processo di produzione e
del corpo e dell'anima dei produttori. Come l'aggregazione di categorie molto
diverse di popolazione e tradizioni culturali in una singola classe di «poveri
laboriosi», così l'economicizzazione del rapporto tra lavoratore e datore di
lavoro ricevette il suo impulso iniziale dalle pressioni sorte dal mutamento
dei rapporti di potere.
L'aspetto del cambiamento particolarmente importante in
questo contesto fu l'accelerata disgregazione del patronato e del paternalismo
- il vecchio schema dello scambio dell'obbedienza con la sicurezza. Come ho già
cercato di mostrare, questo schema non crollò sotto la pressione della nuova
cupidigia ispirata dal mercato, ma a causa della sua inadeguatezza rispetto al
compito di addomesticare e tenere a bada il crescente eccesso di popolazione
per la quale la vecchia struttura economica non aveva posto. L'abbandono del
paternalismo non fu un processo facile né diretto. Esso restò come norma nella
memoria collettiva, presso entrambe le parti del nuovo conflitto, quando ormai
aveva cessato da tempo di essere una soluzione valida dei loro problemi. I
nuovi schemi dei rapporti di potere si formarono all'ombra di lotte e
discussioni ancora attaccate a vecchie questioni e ad obiettivi ora
irrealistici.
Proprio contro questa confusione tra l'ordine normativo suggerito
dalla memoria storica e le realtà quotidiane, i fautori illuminati dell'ordine
emergente lanciarono la loro lotta per la nuova articolazione della struttura
di potere, libera dall'illusione che sarebbe stato possibile ripristinare le
vecchie basi del dominio e dell'obbedienza. L'obiettivo principale del loro
sforzo consisteva nel ridefinire i rapporti economici come essenzialmente
economici.
venerdì 23 settembre 2016
giovedì 22 settembre 2016
Intervista a JHON SMITH* - Daphna Whitmore
IL VOLUME DI JOHN SMITH SULL’IMPERIALISMO È UN
LAVORO INNOVATIVO CHE GETTA UNA LUCE INEDITA SUL SUPER-SFRUTTAMENTO DEL
SUD GLOBALE. DAPHNA WHITMORE DI REDLINE LO HA INTERVISTATO A
PROPOSITO DEL SUO LIBRO.
DW: Innnanzitutto, vorrei ringraziarti per aver
scritto Imperialism in the twenty-first century. Si tratta di un
argomento imponente e il tuo libro prende in considerazione un materiale
amplissimo e di grande interesse – quanto tempo ha richiesto un simile lavoro?
JS: Alla fine degli anni Novanta, la globalizzazione della
produzione e il suo spostamento, a livello globale, verso i paesi a basso
reddito stavano prendendo piede su scala così vasta che era impossibile non
notarlo; il che valeva anche per ciò che stava guidando tali processi, vale a
dire gli elevati livelli di sfruttamento disponibili in paesi come il Messico,
il Bangladesh e la Cina. Era indispensabile una teoria in grado di spiegare
tutto questo, ma per rendersi conto di ciò che stava accadendo erano
sufficienti un paio di buoni occhi. Era naturale studiare il comportamento
delle multinazionali industriali, le TNC [Transnational corporation, n.d.t.] non finanziarie,
considerato che si trattava dei principali agenti e beneficiari della
globalizzazione – ed è appunto ciò che si stava facendo! Del resto, anche una
formazione di base comprendente la teoria marxista del valore ci spingeva a
prestare attenzione ai cambiamenti nella sfera della produzione… Per tutte
queste ragioni, è stato uno shock scoprire che il marxismo, o meglio i
marxisti, avevano ben poco da dire riguardo a questi fatti inediti.
Così, influenzato dalle teorie della dipendenza e dello
scambio ineguale (o più esattamente, insoddisfatto da quelli che ho definito
tentativi euro-marxisti di confutarle), ho iniziato, nel 1995, il lavoro che
sarebbe sfociato nel libro, circa il periodo in cui ho abbandonato la Communist
League, correlativo dello SWP [Socialist Workers Party, n.d.t.] degli Stati
Uniti in Gran Bretagna (venne chiusa la sezione di Sheffield, io restai…). Nel
1997 ho scritto un primo abbozzo – un pamphlet/saggio
intitolato, ‘Imperialism and the law of value’. Un ulteriore impegno in
questo senso è stato interrotto, a partire dal 1998, dalla campagna contro le sanzioni
e la guerra all’Iraq, fino a quando ho lasciato il mio lavoro nelle
telecomunicazioni nel 2004, e dato il via alle ricerche per ‘Imperialism
and the globalisation of production’, la mia tesi di dottorato portata a
termine nel 2010. I contenuti del libro sono più ampi rispetto alla tesi,
ma l’argomento di fondo si trova già tutto lì, e ha iniziato a circolare – è
stata scaricata più di tremila volte, dunque più della prima tiratura del
volume.
DW: A tuo modo di vedere, l’esternalizzazione
imperialista dispone ancora di decenni per espandersi verso nuove frontiere, o
i suoi limiti sono ormai percepibili?
mercoledì 21 settembre 2016
IL DUALISMO MENTE-CORPO. UN DILEMMA CARTESIANO*- Elisa Angelini**
*Da: http://www.bancarellaweb.eu - Con alcune modifiche e revisioni questo articolo riproduce
il già pubblicato Elisa-Angelini, Mente e corpo. Riflessioni in margine al
dualismo cartesiano, in Psicoanalisi e metodo, II, 2002, Pisa, Edizioni ETS,
pp. 189-203. - **Università degli Studi di Siena

La filosofia di Descartes è tradizionalmente legata ad alcune tematiche che nel tempo sono diventate veri e propri luoghi comuni. Una di queste è il dualismo, ovvero l’argomento con il quale Descartes ha distinto il corpo e la mente facendone due sostanze di natura completamente diversa e tali da escludersi a vicenda. Con questa distinzione ontologica, che Descartes formulò compiutamente nelle Meditationes de Prima Philosophia1, il dominio della fisica dei corpi veniva nettamente separato dal dominio del pensiero, la materia diventava pura estensione geometrica inerte e la mente, all’opposto, una sostanza immateriale. La tesi cruciale con la quale agli inizi del Seicento Descartes innovava, dunque, gran parte della tradizione psicologica antica e medioevale è che la materia può essere organizzata in modo estremamente complesso, al punto da dar luogo alle funzioni della vita vegetativa, sensitiva e motoria, ma resta incapace di produrre il pensiero e tutte quelle rappresentazioni coscienti che rimangono prerogativa esclusiva della mente. A corollario Descartes aveva elaborato anche la celebre dottrina degli animali-automi, sostenendo che il corpo umano è una macchina, al pari di quello di qualsiasi altro animale, ma che, diversamente dagli altri animali, l’uomo è anche dotato di un principio intellettuale.
Il dualismo
mente-corpo ha reso complessa sia l’antropologia di Descartes sia la sua
dottrina della percezione. Non è difficile prevedere alcune sue implicazioni
problematiche e le critiche mosse a Descartes già dai suoi contemporanei.
Innanzitutto, se la mente è una sostanza realmente separata dal mondo corporeo,
come è possibile che le idee rappresentino i corpi, ossia che ci facciano
conoscere il cosiddetto mondo esterno? In secondo luogo, se nell’uomo mente e
corpo sono distinti per essenza, come si può spiegare la loro interazione di
fatto? In definitiva, la prima questione dava corpo al sospetto che la moderna
scoperta della soggettività e della coscienza fosse investita dall’ombra lunga
del solipsismo e dello scetticismo – il mondo potrebbe essere un puro prodotto
o una finzione della mente –, il secondo problema metteva in luce la difficoltà
di spiegare tutti quei fenomeni e quelle esperienze che depongono contro il
dualismo e mostrano un’unione evidente fra mente e corpo.
martedì 20 settembre 2016
Studio su Hegel: LA METAFISICA - Stefano Garroni
Quarta parte: https://ilcomunista23.blogspot.it/2016/10/studio-su-hegel-filosofia-storia-etica_13.html
[2] - L’unità del mondo, che Hegel cerca di
restaurare dopo e contro Kant (Holz, in AAVV, 6961.3: 390) - ovviamente, le cose cambiano se l’unità hegeliana ha, invece, alle
spalle la lezione dello scetticismo e quella kantiana. Hegel, scrive ancora
Holz, deve rovesciare il rovesciamento
copernicano operato da Kant e porsi sulla linea metafisica, già presente in
Leibniz e Spinoza[1];
Hegel non può che muoversi dentro i limiti della prospettiva borghese. - Nota il tema <rovesciamento del
rovesciamento>: che rapporto ha con la <negazione della negazione>?
“Se è vero che la filosofia kantiana rappresenta
per il giovane Hegel un costante punto di riferimento, è vero anche che
l’accoglimento del messaggio kantiano si accompagna a forti istanze critiche,
fatte valere soprattutto là dove le argomentazioni kantiane non difendono a
sufficienza l’autonomia della ragione e prestano il fianco ad attacchi tesi a stravolgere
il nocciolo di libertà e di radicale rinnovamento che esse contengono. Questa
preoccupazione, che investe in primo luogo la dottrina kantiana dei postulati
pratici e della fede razionale, costituisce una costante nel complesso rapporto
di riconoscimento e autonomizzazione di Hegel nei confronti di Kant.” (AAVV,
7376: 123a).
[2.1] - Fin dal primo momento della conoscenza
(quello della certezza sensibile) per giungere, infine, a quello del sapere
assoluto, in Hegel, al soggetto il mondo è dato come contenuto del suo cogito. La ricostruzione del mondo nelle
figure del sapere in divenire consente di venir fuori dalla costituzione degli
oggetti della conoscenza fondata sulla soggettività, ma porta invece verso la
sua realtà obiettivabile, perché comprendente il soggetto stesso ma non
esaurita da esso (das Subjekt selbst
übergreifender Realität) e approda al ‘sapere assoluto’ il quale, nella sua
esteriorità manifestantesi, è la storia e, nella sua concentrazione essenziale,
è la scienza che si svolge. (Holz, in AAVV, 6961.3: 390b). “La costruzione di un modello del mondo, in Hegel, è in vista
della ricostruzione del processo e della costituzione logica del sapere in
divenire. Questa ricostruzione è compiuta dalla Fenomenologia dello spirito e dalla Scienza della logica (la connessione interna a quest’ opera non
sarà mai sufficientemente sottolineata). Su questa base è possibile il disegno
sistematico dell’ Enciclopedia,
all’interno della quale -al contrario di quanto avveniva nella Fenomenologia- lo spirito soggettivo e
quello oggettivo si collocano all’interno di un ordine (mentre, in una
prospettiva cartesiana, la ricostruzione dovrebbe procedere dallo spirito).”
(AAVV, 6961.3: 390).
lunedì 19 settembre 2016
"Il Pane e la Morte" - Renato Curcio
http://www.libreriasensibiliallefoglie.com/catalogo.asp?sid=76947831120131022091747&categoria=43
Questo libro propone i risultati di un cantiere socioanalitico tenuto a Brindisi nel 2013 sullo scambio salute-lavoro, al quale hanno partecipato una trentina di persone, tra lavoratori e famigliari di operai del Petrolchimico, medici epidemiologi, cittadini impegnati in comitati per la difesa dell’ambiente. Le narrazioni raccolte nel cantiere hanno fatto emergere la stretta connessione fra la produzione e disseminazione di veleni del polo industriale – le Centrali termoelettriche e il Petrolchimico – e l’aumento della mortalità e delle malattie fra i lavoratori e gli abitanti dei quartieri prossimi agli stabilimenti. Ci si è allora interrogati sui dispositivi che hanno reso impossibile, in questi ultimi 50 anni, determinare delle responsabilità e porre dei rimedi alla situazione. Il libro illustra, attraverso il sapere delle persone direttamente coinvolte, tali dispositivi e li inquadra in quella complicità istituzionale che, a Brindisi come in diverse altre parti del mondo, opera privilegiando il profitto a discapito della salute dei lavoratori e dei cittadini.
Questo libro propone i risultati di un cantiere socioanalitico tenuto a Brindisi nel 2013 sullo scambio salute-lavoro, al quale hanno partecipato una trentina di persone, tra lavoratori e famigliari di operai del Petrolchimico, medici epidemiologi, cittadini impegnati in comitati per la difesa dell’ambiente. Le narrazioni raccolte nel cantiere hanno fatto emergere la stretta connessione fra la produzione e disseminazione di veleni del polo industriale – le Centrali termoelettriche e il Petrolchimico – e l’aumento della mortalità e delle malattie fra i lavoratori e gli abitanti dei quartieri prossimi agli stabilimenti. Ci si è allora interrogati sui dispositivi che hanno reso impossibile, in questi ultimi 50 anni, determinare delle responsabilità e porre dei rimedi alla situazione. Il libro illustra, attraverso il sapere delle persone direttamente coinvolte, tali dispositivi e li inquadra in quella complicità istituzionale che, a Brindisi come in diverse altre parti del mondo, opera privilegiando il profitto a discapito della salute dei lavoratori e dei cittadini.
domenica 18 settembre 2016
Cinque difficoltà per chi scrive la verità (1935)*- Bertolt Brecht
*Da: "Schriften zur Literatur und Kunste"
Shurkamp Verlag, 1967 Edizione italiana "Scritti sulla letteratura
e sull'arte", Einaudi 1973, traduzione di Bianca Zagari e nota
introduttiva di Cesare Cases
Chi ai
nostri giorni voglia combattere la menzogna e l'ignoranza e scrivere la verità,
deve superare almeno cinque difficoltà. Deve avere il coraggio di
scrivere la verità, benché essa venga ovunque soffocata; l'accortezza di
riconoscerla, benché venga ovunque travisata; l'arte di
renderla maneggevole come un'arma; l'avvedutezza di saper
scegliere coloro nelle cui mani essa diventa efficace; l'astuzia di
divulgarla fra questi ultimi. Tali difficoltà sono grandi per coloro che
scrivono sotto il fascismo, ma esistono anche per coloro che sono stati
cacciati o sono fuggiti, anzi addirittura per coloro che scrivono nei paesi
della libertà borghese.
1. Il coraggio di scrivere la verità.
Sembra cosa ovvia che colui che scrive scriva
la verità, vale a dire che non la soffochi o la taccia e non dica cose non
vere. Che non si pieghi dinanzi ai potenti e non inganni i deboli. Certo, è
assai difficile non piegarsi dinanzi ai potenti ed è assai vantaggioso
ingannare i deboli. Dispiacere ai possidenti significa rinunciare al possesso.
Rinunciare ad essere pagati per il lavoro prestato può voler dire rinunciare al
lavoro e rifiutare la fama presso i potenti significa spesso rinunciare a ogni
fama. Per farlo, ci vuole coraggio. Le epoche di massima oppressione sono quasi
sempre epoche in cui si discorre molto di cose grandi ed elevate. In epoche
simili ci vuole coraggio per parlare di cose basse e meschine come il vitto e
l'alloggio dei lavoratori, mentre tutt'intorno si va strepitando che ciò che
più conta è lo spirito di sacrificio. Quando i contadini vengono ricoperti di
onori, è prova di coraggio parlare di macchine e foraggi a buon prezzo, capaci
di agevolare quel loro lavoro tanto onorato. Quando tutte le radio vanno
gridando che un uomo privo di sapere e d'istruzione è meglio di un uomo
istruito, è prova di coraggio domandare: meglio per chi? Quando si discorre di
razze superiori e inferiori, è prova di coraggio chiedere se non siano la fame
e l'ignoranza e la guerra a produrre certe deformità. Così pure ci vuole
coraggio per dire la verità sul conto di se stesso, di se stesso, il vinto.
Molti di coloro che vengono perseguitati perdono la capacità di riconoscere i
propri difetti. La persecuzione appare loro, come la più grave delle
ingiustizie. I persecutori, dato che perseguitano, sono i malvagi, mentre loro,
i perseguitati, vengono perseguitati per la loro bontà. Ma questa bontà è stata
battuta, vinta, inceppata e doveva quindi trattarsi di una bontà debole; di una
bontà difettosa, inconsistente, su cui non si poteva fare affidamento; giacché
non è lecito ammettere che alla bontà sia congenita la debolezza così come si
ammette che la pioggia debba per definizione essere bagnata. Per dire
che i buoni sono stati vinti non perché erano buoni, ma perché erano deboli, ci
vuole coraggio. Naturalmente la verità bisogna scriverla in lotta
contro la menzogna e non si può trattare di una verità generica, elevata,
ambigua. Di tale specie, cioè generica, elevata, ambigua, è proprio la
menzogna. Se a proposito di qualcuno si dice che ha detto la verità, vuol dire
che prima di lui alcuni o parecchi o uno solo hanno detto qualcos'altro, una
menzogna o cose generiche; lui invece ha detto la verità, cioè qualcosa di
pratico, di concreto, di irrefutabile, proprio quella cosa di cui si trattava.
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