La teoria Marxista poggia la sua forza sulla scienza... che ne valida la verità, e la rende disponibile al confronto con qualunque altra teoria che ponga se stessa alla prova del rigoroso riscontro scientifico... il collettivo di formazione Marxista Stefano Garroni propone una serie di incontri teorici partendo da punti di vista alternativi e apparentemente lontani che mostrano, invece, punti fortissimi di convergenza...
giovedì 28 gennaio 2016
domenica 24 gennaio 2016
GRAMSCI E LA “RIVOLUZIONE IN OCCIDENTE”* - Renato Caputo
*Da: http://www.lacittafutura.it/dibattito/gramsci-e-la-rivoluzione-in-occidente.html
Nato 125 anni fa,
Gramsci è il pensatore italiano più letto e studiato al mondo dopo Machiavelli.
Il suo pensiero è infatti ancora attuale per chi non intende limitarsi a
comprendere la realtà, ma mira a trasformare radicalmente un mondo nel quale
l’1% della popolazione si accaparra più ricchezze del 99%, in cui le 62 persone
più ricche si appropriano di maggiori risorse del 50% più povero, ossia di 3,6
miliardi di persone.
L’opera di Gramsci può essere interpretata come un trait
d’union fra il marxismo della Terza Internazionale e i successivi
sviluppi che ha avuto la riflessione marxista nel mondo occidentale.
Gramsci, infatti, si pone il compito di tradurre il pensiero di Lenin,
adattandolo alle peculiari condizioni delle società a capitalismo avanzato.
Antonio Gramsci nasce ad Ales (Cagliari) nel 1891.
Terminate le scuole elementari, è costretto a lavorare, ma continua a
studiare e, nonostante la difficile situazione economica della famiglia, riesce
a iscriversi all’Università di Torino. Sono anni molto duri per la
condizione di povertà, l’isolamento e un grave esaurimento nervoso.
Rimessosi, si iscrive al Partito Socialista e decide di
lasciare l’università per dedicarsi all’attività pubblicistica sui giornali del
partito. Il crescente impegno politico non lo porta ad abbandonare gli
interessi culturali: diventato direttore di un piccolo settimanale di
propaganda di partito, “Il grido del popolo”, lo trasforma in una rivista di
cultura. In seguito fonda «Ordine Nuovo», di cui è direttore. La
rivista ha un ruolo di direzione nel movimento dei consigli, durante
l’occupazione delle fabbriche del 1920. La sconfitta del movimento,
scarsamente appoggiato dal Partito Socialista, porta Gramsci a seguire Amedeo
Bordiga nella costruzione del Partito Comunista d’Italia (1921).
Nel 1922 è a Mosca, quando la situazione politica italiana
precipita e si afferma il fascismo. In Urss Gramsci si convince della
giustezza delle critiche della Terza Internazionale alle posizioni
ultra-sinistre di Bordiga, allora segretario del PCd’I. Nel 1923 è
inviato dall’Internazionale a Vienna, con lo scopo di riorganizzare il partito.
A tale fine fonda il quotidiano “l’Unità”. La lotta all’interno del
partito si risolve nel congresso di Lione (1926), in cui la grande maggioranza
dei delegati sostiene la linea di Gramsci contro quella di Bordiga.
martedì 19 gennaio 2016
ROSA L. - Margarethe Von Trotta (1986)
"L’immagine che
di lei hanno avuto ed hanno i suoi avversari, di ieri e di oggi, è semplice
abbastanza da poter essere sintetizzata in un’espressione efficace come “Rosa
la sanguinaria”. Ma anche le immagini che di lei hanno dominato e dominano tra
chi dovrebbe averne più a cuore la memoria – penso ai marxisti di questo
secolo, e a un certo femminismo – sono a volte talmente semplificate da
risultare ancora meno accettabili. Si prenda, per esempio, un articolo di
Margarethe von Trotta, regista di un film su Rosa Luxemburg.
La regista
tedesca sintetizzava l’eredità della rivoluzionaria polacca nell’amore,
nell’incapacità di odiare, nel rifiuto della violenza. Non si potrebbe
immaginare certo nulla di più lontano da “Rosa la sanguinaria”. Già nel film,
peraltro, la Luxemburg vi appare come una pacifista, amante della natura, che
patisce la divisione tra politica e sentimenti, precocemente oltre il
femminismo nella convinzione di una maggiore positività delle relazioni
femminili. Tutti tratti, si badi, che hanno un riscontro in momenti ed aspetti
di questa donna cui è capitato di essere rivoluzionaria.
Ma se si assolutizzano
questi lati mettendo tra parentesi la sua vita spesa nel lavoro teorico
marxista, tra analisi dell’accumulazione e agire politico, la sua lucida
coscienza della amara spietatezza delle leggi della storia e della lotta contro
di esse, si finisce – magari contro le intenzioni – con il riproporre una
divisione delle ragioni dalle passioni. Quello che nel film Rosa L. era utile e
provocatorio, insomma, diviene nella formula troppo ellittica “l’amore era la
sua guida” un appello generico ai sentimenti, ed infine una non innocente
distorsione di questa figura, perché riproduce proprio quella scissione tra
pensiero (un pensiero rivoluzionario, con quanto di “sporco” e irrisolto
l’aggettivo comporta) e sentire (di un sentire caratterizzato da affezioni
radicali e intransigenti, come era nella natura della Luxemburg) che si voleva
combattere.
Della persona che ha
scritto in uno dei suoi ultimi articoli su Rote Fahne, nel dicembre 1918, “Un
mondo deve essere distrutto, ma ogni lacrima che scorra sul volto, per quanto
asciugata, è un atto d’accusa” non si può, non si deve, perdere la tensione tra
momento della lotta e momento della com-passione: non lo si può, non lo si deve
perdere, perché è appunto nel legame tra “forza” della trasformazione sociale e
“debolezza” che si riconosce in sé e cui si vuole dare spazio nel mondo che
risiede quanto di più inquietante ed innovativo questa rivoluzionaria può dire
a noi ancora oggi." (R. Bellofiore)
http://www.unive.it/media/allegato/dep/n28-2015/7_Bellofiore.pdf
"Rosa sta dalla parte delle masse perché sono oppresse,
e la funzione educatrice delle élite è per lei finalizzata alla loro rivolta,
alla rivoluzione - non al potere delle stesse élites per conto delle masse,
vicario del potere borghese e a esso speculare. E' una visione fino a oggi
priva di sbocco politico, ma la sola dove la rivoluzione non sia destinata a
divorare se stessa" (Edoarda Masi,"La persona Rosa, perché", p. 95).
"Se la talpa della storia è la verità che, celata al
presente, si rivelerà nelle mutate condizioni del futuro, è in questo nostro
tempo che si rovescia in rivincita tutto quanto era parso il risvolto negativo
delle idee di Rosa e della sua sorte: puntare sulle masse - quando la
rivoluzione d'ottobre, la sola vittoriosa, aveva seguito altra via; optare per
la pace - quando la socialdemocrazia aveva scelto la guerra, e la guerra era
venuta, seguita poi ancora da un'altra ancora più tremenda e universale;
trovarsi dalla parte degli sconfitti - il peggiore dei torti secondo la ragion
politica. Le vittorie di allora, se pure autentiche, non ci riguardano ormai,
quando tutto è mutato e trascinato via dal tempo [...] Attuali e invincibili
restano le idee degli sconfitti, perché rispondono ad un'esigenza
insopprimibile degli esseri umani di questo secolo e ne rappresentano la
nobiltà. Indipendentemente da se e fino a quando siano attuabili" (idem,
pp. 98 e 95).
lunedì 18 gennaio 2016
La Marx-Engels-Gesamtausgabe (MEGA2), Intervista a Roberto Fineschi* - Ascanio Bernardeschi
*Da: http://www.lacittafutura.it/
Vedi anche: https://controinformazion.wordpress.com/2011/11/27/1493/
Vedi anche: https://controinformazion.wordpress.com/2011/11/27/1493/
La Mega2
Roberto Fineschi, giovane filosofo senese, allievo del
compianto Alessandro Mazzone, è uno dei pochissimi italiani che ha seguito da
vicino i lavori della nuova edizione critica delle opere di Marx e di Engels. È
autore di diversi saggi [1] che, partendo dall'illustrazione di questa novità
editoriale, forniscono alcune indicazioni utili per sviluppare la ricerca sulle
orme del lascito marxiano. Ha tradotto in italiano e curato la pubblicazione
del primo libro del Capitale [2] che tiene di conto di tali novità.
Roberto, puoi dirci in cosa consistono i lavori della
MEGA2 e perché sono importanti?
Si tratta della nuova edizione critica delle opere di Marx
ed Engels iniziata nel 1975. Prevede la pubblicazione di oltre un centinaio di
volumi, tant'è vero che è stata definita scherzosamente “megalomane”. Si
articola in 4 sezioni. La prima contiene tutte opere pubblicate e i
manoscritti, escluso Il Capitale; la seconda comprende Il
Capitale e i relativi lavori preparatori a partire dai manoscritti del
1857-58, i cosiddettiGrundrisse; la terza sezione è dedicata al
carteggio e la quarta alle note di lettura e gli estratti dei due autori.
È importante perché Marx in vita non ha pubblicato molto e
quindi la stragrande maggioranza delle sue opere che conosciamo sono
pubblicazioni postume di manoscritti editati e curati da varie persone in
maniera più o meno filologicamente corretta. Quindi la nuova edizione offre per
la prima volta i veri testi di Marx. Si tratta di opere non marginali, ma
capitali, sulla base delle quali si sono sviluppate le varie interpretazioni.
Per esempio, i cosiddetti Manoscritti economici-filosofici del '44,
nella forma in cui li conosciamo, non sono un'opera unitaria. Allo stesso modo
l'Ideologia tedesca non è una “opera”; soprattutto il primo capitolo su
Feuerbach è un insieme di manoscritti o articoli incollati e messi lì in
maniera in parte arbitraria dai curatori (include perfino un testo di Hess!).
A proposito del capolavoro Marxiano, Il Capitale,
cosa c'è di nuovo o si annuncia nei lavori della Mega2?
domenica 17 gennaio 2016
Potrebbe andare peggio, potrebbe piovere* - Riccardo Bellofiore (2012)
Credo che sia una precondizione essenziale perché le cose
cambino in meglio è che ci sia una lotta dura e senza ambiguità contro
qualsiasi politica di ‘austerità’, una lotta dura per reggere sul salario, una
lotta dura per ottenere reddito. Queste sono però lotte difensive, anche se
essenziali. La questione che però abbiamo di fronte è ben più seria, e ci si
arriva partendo da Marx, come anche partendo da Hyman Minsky. Il nostro
problema è quello di mettere in questione sia la composizione della produzione
che la natura della produttività. A noi fanno una testa così sul rapporto
debito pubblico/prodotto interno lordo e sul costo del lavoro per unità del
prodotto. Quello che sta al denominatore, in entrambi i rapporti, ha a che
vedere con cosa, come e quanto si produce. Non esiste sinistra, almeno nel mio
senso della parola, se non si ha la pretesa, se non si ha l’ambizione, di
intervenire sul denominatore, sulla produttività e sulla produzione. E non
esiste uscita da sinistra, da questa crisi, che non sia legata alle lotte su
questo terreno.
Sono, lo confesso, abbastanza colpito dal fatto che trovo
molto più radicali i ragionamenti che leggo negli ultimi due capitoli finali
del libro di Hyman Minsky Keynes e l’instabilità del capitalismo, del 1975
(edito da noi da Boringhieri), di qualsiasi cosa mi capiti di leggere,
dovunque, di qualsiasi sinistra. In questo libro Minsky – nominando, tra
l’altro ed esplicitamente il ‘socialismo’ – propone di una socializzazione
dell’investimento molto più radicale di quella di Keynes, a cui affianca una
socializzazione dell’occupazione, una socializzazione della banca e della
finanza. Minsky non ha remore a criticare il keynesismo realizzato, un sistema
che, sostiene, ha finito con il distruggere la natura, come l’equilibrio
sociale, producendo una nuova crisi da cui se ne esce soltanto ponendo la
questione di cosa e come si produce: usa praticamente la stessa terminologia
che ho impiegato io. Alla sua espressione per cui lo Stato dovrebbe essere
occupatore di ultima istanza, preferisco l’idea che è tipica di un certo
sindacato italiano (ma anche di pensatori liberalsocialisti come Ernesto Rossi
e Paolo Sylos Labini) di un Piano del Lavoro. Se lo Stato deve intervenire
definendo, oltre il livello, anche la composizione della produzione, deve anche
suscitare direttamente occupazione in quei settori (se questo stimolo pubblico
si traduca necessariamente in nazionalizzazione è un’altra questione).
Come mai questo Minsky tira fuori queste idee? Perché è nato
politicamente nel bel mezzo del New Deal, il New Deal di Roosevelt. Perché il
New Deal era keynesiano, perché sosteneva i disavanzi dello Stato? No, questa è
un’altra leggenda della sinistra italiana. Roosevelt era contro i disavanzi
dello Stato. Roosevelt ha bloccato il New Deal nel 1937, perché s’è spaventato
del debito pubblico che cresceva. Però, tra il 1933 e il 1937 è intervenuto con
investimenti infrastrutturali – alcuni con l’ottica del dopo ci piaceranno,
altri no – provvedendo direttamente occupazione. E perché ha potuto e ha dovuto
farlo? Perché era incalzato da lotte dal basso: da un lato rispondeva alla
crisi, ma dall’altro lato era tallonato da lotte della classe lavoratrice, e da
un’intellettualità – non solo economica, anche giuridica, quella che sta dietro
il Wagner Act; e da una intellettualità più in generale – che era in grado di
pensare in avanti, che era dotata da quello che Musil chiamava il ‘senso della
possibilità’. Non è il senso di un sognatore, che nega che esistano i vincoli,
ma sa che si possono e si debbono ridefinire i vincoli.
Chiudo su questo con due, anzi tre osservazioni. La prima è
che c’è un punto su cui non sono d’accordo con Minsky. I keynesiani, anche
quelli più avanzati e progressisti come lui, pensano che in questo modo si crei
un nuovo ‘equilibrio’, un capitalismo ‘buono’ (tra i 47 possibili di cui
scherzava Minsky). No, tutto ciò, semmai avesse una traduzione nella realtà
effettuale, creerebbe una situazione di ‘squilibrio’ che certo il capitalismo
può subire, e che non tollererebbe per molto (così come Kalecki nel 1943 ammonì
che un capitalismo di piena occupazione sarebbe stato possibile, ma non su base
permanente). Questo mi porta alla seconda osservazione, che qualcuno riterrà un
po’ contraddittoria. Si ottengono, delle riforme decenti soltanto se non si
accettano i vincoli così come sono e quindi solo se si ha un atteggiamento
‘rivoluzionario’. Questo in genere non piace né ai riformisti, né ai
rivoluzionari. Su questo, sul tema del cosa, come e quanto produrre, credo che
si possa e debba trasversalmente discutere, in Italia e altrove, nella sinistra
in generale: la separazione tra chi ha a tema le problematiche strutturali e
chi si limita alle questioni distributive attraversa tutte le formazioni
politiche e sindacali, e non è leggibile lungo l’asse moderati/radicali. La
terza osservazione è che ci troviamo ormai di fronte il dispiegarsi di un
capitalismo autoritario. Uno dei pochi maestri che ho avuto, Claudio Napoleoni,
alla fine della sua vita, in una fase di cui non condivido tante cose, ha detto
però una cosa giustissima. Il capitale è tendenzialmente autoritario, perché
include dentro di sé la forza lavoro, facendone la rotella di un meccanismo,
pretendendo che i lavoratori e le lavoratrici non abbiano voce, non siano
soggetti ma solo ‘cose’. Al capitale, sosteneva, la democrazia viene
‘dall’esterno’.
sabato 16 gennaio 2016
Immigrati, diseguaglianza, istruzione* - Maurizio Donato
*Da: https://mrzodonato.wordpress.com/
Come è noto agli economisti e agli statistici, ci sono
diversi modi di intendere la diseguaglianza economica, e di conseguenza
differenti indici per misurarla. Se prendiamo in considerazione le due
definizioni più importanti, quella di diseguaglianza interna ai singoli paesi e
quella tra i paesi, è la seconda quella che ci mostra gli indicatori più
significativi. Nascere e crescere in un paese piuttosto che in un altro fa la
differenza maggiore, più che nascere e crescere relativamente povero o ricco
rispetto agli altri abitanti dello stesso paese. Fondamentalmente è per questa
ragione che molte persone emigrano, a parte le guerre e le dittature che
naturalmente contano, eccome.
Come è noto agli economisti e agli statistici, ci sono
diversi modi di intendere la diseguaglianza economica, e di conseguenza
differenti indici per misurarla. Se prendiamo in considerazione le due
definizioni più importanti, quella di diseguaglianza interna ai singoli paesi e
quella tra i paesi, è la seconda quella che ci mostra gli indicatori più
significativi. Nascere e crescere in un paese piuttosto che in un altro fa la
differenza maggiore, più che nascere e crescere relativamente povero o ricco
rispetto agli altri abitanti dello stesso paese. Fondamentalmente è per questa
ragione che molte persone emigrano, a parte le guerre e le dittature che
naturalmente contano, eccome.
Molte è un aggettivo poco qualificativo: diciamo che
all’incirca il 97% degli abitanti del pianeta Terra rimane a vivere nel paese
in cui è nato. In un suo recente lavoro di ricerca, Branko Milanovic1 propone
di ordinare i redditi degli abitanti di un paese confrontandoli con quello
degli abitanti del Congo, il paese statisticamente riconosciuto come il più
povero del mondo; nascere, vivere e restare in Congo costituisce uno
“svantaggio economico” rispetto al quale una persona che vive negli Stati Uniti
di America gode di una sorta di “premio di cittadinanza” che vale in media il
355%, il 329% se vivi in Svezia, la metà – ma è ancora il 164% - se si tratta
del Brasile, del 32% se stai nel relativamente povero Yemen.
Concentrarsi su questa misura è dunque molto utile nei
confronti internazionali, anche se non andrebbe dimenticata l’altra dimensione
della diseguaglianza economica, quella interna a ogni singolo paese. Se
prendiamo in esame i redditi dell’ultimo decile della popolazione (i più poveri
di ogni singolo paese) vediamo che il “premio” a cui si riferisce Milanovic
conta di più in alcuni casi – come la Svezia in cui sale al 367% - e meno per
altri: nei confronti del Brasile il premio si “riduce” al 133%. I valori si
ribaltano se prendiamo in esame il novantesimo decile (i più ricchi): il
vantaggio di essere ricchi in Svezia è “solo” del 286%, mentre essere ricco in
Brasile vale il 188%.
giovedì 14 gennaio 2016
IL RITORNO SULLA SCENA DELL’AMERICA LATINA* - Osvaldo Coggiola**
*Da: https://mrzodonato.wordpress.com/—per/corsi
di economia politica
**Osvaldo Coggiola, docente di Storia economica all'Università di San Paolo del Brasile
Video dell'incontro (UniGramsci): https://www.youtube.com/watch?v=-JB1I3hvqXM
IL RITORNO SULLA SCENA DELL’AMERICA LATINA
La crisi economica mondiale, nelle sue diverse diramazioni (crisi europea, recupero limitato ed ampiamente fittizio degli USA, cronica stagnazione del Giappone, frenata della Cina), è definitivamente penetrata nei “mercati emergenti”, colpendo anche l’America Latina e i suoi pilastri (Brasile, Messico, Argentina). Il fattore essenziale dell’arretramento dei suoi mercati d’esportazione viene attribuito soprattutto alla Cina (il che dimostra che queste economie continuano ad essere basicamente piattaforme d’esportazione di materie prime o di prodotti semi-manifatturati). Ci si dimentica così della fuga di capitali, attratti da tassi d´interesse imbattibili a livello mondiale, i quali hanno fatto del continente il principale spazio di valorizzazione fittizia del capitale finanziario internazionale; del basso o inesistente livello di investimenti e del fatto che i palliativi “programmi sociali” hanno favorito soprattutto il lavoro nero o informale (che in Argentina, per esempio rappresenta il 30% della forza-lavoro) senza creare un mercato interno solido e capace di espandersi; ci si dimentica della straordinaria crescita del debito pubblico e privato, che compromette gli investimenti pubblici e gli stessi programmi sociali (consumando per esempio il 47% del bilancio federale brasiliano); si dimenticano la crisi e l´arretramento di diversi progetti di integrazione continentale. Il PIL regionale è cresciuto dello 0,9% nel 2014 (contro il 6% del 2010) e si prevede una performance ridicola nel 2015, a crescita zero o negativa per il Brasile secondo le previsioni della Banca Centrale. Già si parla di un nuovo “decennio perso” per l´America Latina, come lo furono gli anni Ottanta.
**Osvaldo Coggiola, docente di Storia economica all'Università di San Paolo del Brasile
Video dell'incontro (UniGramsci): https://www.youtube.com/watch?v=-JB1I3hvqXM
La crisi economica mondiale, nelle sue diverse diramazioni (crisi europea, recupero limitato ed ampiamente fittizio degli USA, cronica stagnazione del Giappone, frenata della Cina), è definitivamente penetrata nei “mercati emergenti”, colpendo anche l’America Latina e i suoi pilastri (Brasile, Messico, Argentina). Il fattore essenziale dell’arretramento dei suoi mercati d’esportazione viene attribuito soprattutto alla Cina (il che dimostra che queste economie continuano ad essere basicamente piattaforme d’esportazione di materie prime o di prodotti semi-manifatturati). Ci si dimentica così della fuga di capitali, attratti da tassi d´interesse imbattibili a livello mondiale, i quali hanno fatto del continente il principale spazio di valorizzazione fittizia del capitale finanziario internazionale; del basso o inesistente livello di investimenti e del fatto che i palliativi “programmi sociali” hanno favorito soprattutto il lavoro nero o informale (che in Argentina, per esempio rappresenta il 30% della forza-lavoro) senza creare un mercato interno solido e capace di espandersi; ci si dimentica della straordinaria crescita del debito pubblico e privato, che compromette gli investimenti pubblici e gli stessi programmi sociali (consumando per esempio il 47% del bilancio federale brasiliano); si dimenticano la crisi e l´arretramento di diversi progetti di integrazione continentale. Il PIL regionale è cresciuto dello 0,9% nel 2014 (contro il 6% del 2010) e si prevede una performance ridicola nel 2015, a crescita zero o negativa per il Brasile secondo le previsioni della Banca Centrale. Già si parla di un nuovo “decennio perso” per l´America Latina, come lo furono gli anni Ottanta.
Su questo sfondo si proiettano significative crisi politiche che colpiscono, in
misura maggiore o minore, tanto i regimi “neoliberisti” (di destra) quanto i
regimi nazionalisti o “progressisti”, nella cui agenda politica si ripropone di
nuovo la prospettiva di golpe civili o civico-militari. Paraguay (Lugo) e
Honduras (Zelaya) sono in questo senso le prime manifestazioni di una tendenza
più vasta. Lo sfondo complessivo è quello della crisi capitalista mondiale, la
crisi storica del modo di produzione del capitale. Sono i paesi più
“sviluppati” dell´America Latina i più colpiti dalla crisi. La “periferia
emergente” del capitalismo “globale” deve far fronte ad enormi pagamenti
esteri, un debito contratto soprattutto dalle multinazionali, il quale supera
in alcuni casi le riserve nazionali. Si dissolve così il miraggio di quanti
avevano supposto che con il ciclo economico 2002-2008 le nazioni dipendenti si
sarebbero trasformate in creditrici del sistema mondiale: con l´aumento del
debito privato estero, tali Stati sono rimasti sempre debitori netti; l´avanzo
commerciale ha costituito la garanzia finanziaria dell´indebitamento privato.
Il capitale finanziario internazionale si è appropriato dell´eccedente
commerciale generato dall´aumento dei prezzi e dal volume delle esportazioni.
La crisi mondiale ha colpito l´America Latina per la sua fragilità finanziaria
e commerciale e per la sua debole struttura industriale. I governi dell´America
Latina avevano affermato in un primo momento che sarebbero rimasti incolumi
alla crisi grazie alla solidità delle riserve delle Banche Centrali. Ma il calo
delle borse regionali, la fuga di capitali e la svalutazione delle monete hanno
mostrato come questi argomenti fossero privi di fondamento. Il Brasile,
orgogliosamente proclamato “sesta economia del mondo”, è appena al ventiduesimo
posto nel ranking degli esportatori (con il 3,3% del PIL mondiale, detiene solo
l´1,3% delle esportazioni internazionali). La produttività totale dei fattori
economici, che è cresciuta dell´1,6% nel primo decennio del secolo, è in fase
di stagnazione dal 2010.
Proprietà* - Gianfranco Pala
*Da: http://www.gianfrancopala.tk/ (http://www.contraddizione.it/quiproquo.htm)
L’OMBRA DI MARX - estratti da “piccolo dizionario marxista” contro l’uso ideologico delle parole
L’OMBRA DI MARX - estratti da “piccolo dizionario marxista” contro l’uso ideologico delle parole
Brecht sintetizzò il dibattito tra comunisti con l’invito,
secco e perentorio: “Compagni, parliamo dei rapporti di proprietà!”,
perché questo è centrale per la comprensione di ogni modo di produzione,
e in particolare di quello capitalistico, data la sua peculiare forma e
capacità occultatrice. Nei recentissimi tempi di “oltremarxismo”, se non di
espresso pentimento anche teorico, quel peculiare occultamento mistificatorio è
particolarmente attivo, facendo dissolvere la proprietà nel possesso,
nel controllo o nella gestione di dirigenza, o facendone addirittura travisare
i connotati privati e di classe. Viceversa, quella centralità è tale perché la proprietà
appunto, e la relazionalità sociale che si innerva intorno a essa,
caratterizza la società sia per la sua presenza che per la sua mancanza, sia
positivamente che negativamente. In generale, Marx aveva avvertito l’esigenza
di chiarire – soprattutto per i suoi stessi criteri d’analisi (nei materiali di
studio da lui accantonati, che avrebbero dovuto costituire l’Introduzione
del 1857 “per la critica dell’economia politica”) – la sinonimia di
“proprietà” e “produzione”. “Ogni produzione è un’appropriazione
della natura da parte dell’individuo, entro e mediante una determinata forma
di società. In questo senso è una tautologia dire che la proprietà è una
condizione della produzione. Ma è ridicolo saltare da questo fatto a una
determinata forma della proprietà, per es. alla proprietà privata”.
Senonché, l’epoca storica del capitale porta agli estremi
esiti la separazione tra proprietari non produttori e produttori non
proprietari, da un lato tutta la proprietà storicamente
significativa, dall’altro, al polo opposto, la sua assoluta mancanza,
in due classi socialmente e funzionalmente distinte. Una tale separazione
avviene non solo tra le condizioni oggettive della produzione e del lavoro e
il lavoro quale condizione soggettiva, ma perfino tra il lavoratore e il suo
stesso lavoro, che gli è espropriato attraverso l’uso di forza-lavoro alienata
al proprietario delle condizioni oggettive di produzione. Sotto il dominio
della forma di merce della produzione sociale, sia nella sua esistenza
reale pratica sia nella riflessione scientifica e teorica, la proprietà
capitalistica è investita necessariamente da una sua specificità concettuale.
La proprietà capitalistica – ossia, quella “che conta” storicamente, che va considerata
come tale – è la proprietà, economica (prima che sia riconosciuta giuridicamente,
in forme assai diverse e spesso mascherate), delle condizioni della
produzione sociale: importante è comprendere nell’oggettività di tali “condizioni”
non solo, come troppo spesso si suol dire, i mezzi di produzione (strumenti,
macchine, impianti), e, si sa, l’oggetto generale stesso della produzione (la
terra e le sue materie prime); ma anche – ciò che sovente non viene
considerato – l’intero apparato di conoscenze scientifiche e organizzative,
senza le quali la produzione stessa non sarebbe affatto possibile o ne risulterebbe
gravemente sminuita.
domenica 10 gennaio 2016
Spinoza - Remo Bodei
"Temo l'odio dei teologi, perché sostengo in quest'opera che Dio coincide con la natura, e attribuisco a Dio cose che nella tradizione filosofica sono state sempre considerate effetti o creature, mentre io, ritengo che queste cose appartengano alla stessa natura di Dio." (Spinoza, Opere. Breve trattato su Dio, l'uomo e il suo bene)
Vedi anche: Carlo Sini
sabato 9 gennaio 2016
PROBLEMI DIALETTICI - Stefano Garroni
Cosa si intende con matematizzazione dell'esperienza?
Linguaggio e livelli di esperienza. Correlazioni tra livelli linguistici: linguaggio formalizzato e linguaggio degli eventi empirici.
Il duplice significato del termine epistemologia.
Sulla storia della scienza.
Classificazione aristotelica e di Leibniz.
La scoperta dell'autonomia del linguaggio: cosa ha comportato? L'uomo e il rapporto con le macchine.
Ideologia e volgarizzazione.
Stati Uniti come modello di sviluppo.
Medici cubani e URSS.
venerdì 8 gennaio 2016
Neoliberismo (critica dell’imperialismo)* - Gianfranco Pala
*Da: http://www.gianfrancopala.tk/
(http://www.contraddizione.it/quiproquo.htm)
L’OMBRA DI MARX - estratti da “piccolo dizionario marxista” contro l’uso ideologico delle parole
L’OMBRA DI MARX - estratti da “piccolo dizionario marxista” contro l’uso ideologico delle parole
“Moralmente e filosoficamente condivido praticamente tutto del libro del prof. Hayek, La via della schiavitù; e non si tratta di un semplice consenso ma di una condivisione profondamente motivata” (John Maynard
Keynes)
Risulta di immediata evidenza che “neoliberismo” è
una metafora per imperialismo. Se solo di questo si trattasse,
basterebbe intendere l’un termine per l’altro, compiacendosi che anche sulle
“pagine web” di Internet appaiano scritti relativi a incontri “per
l’umanità e contro il neoliberismo”. Ma così non è.
La questione è un po’ più complicata.
Dall’ideologia riversata nel cattivo senso comune, infatti, si espunge il significato
dell’imperialismo e dello stesso modo di produzione capitalistico, sì
che è al neoliberismo che sono imputati eventi quali: crescita senza
occupazione, devastazione sociale e ambientale dovuta al macchinismo,
squilibrio “nord-sud” nelle cosiddette globalizzazione e finanziarizzazione,
fino all’“unicità” del mercato e del pensiero, e via omologando nella
grigia piattezza di un dispotismo barbarico. Come se – e qui sta il
tranello – si possa presumere che sia data l’evenienza di un’altra
organizzazione sociale (di cui accuratamente si taccia la forma capitalistica,
ormai ritenuta obsoleta e ineffabile) non neoliberista, meno barbarica
e dunque accettabile per l’umanità medesima: a es., una società basata
su una “regolazione” dei rapporti di produzione e di distribuzione di tipo
genericamente keynesian-proudhoniano.
giovedì 7 gennaio 2016
Il processo di modernizzazione e il suo rapporto con la guerra - Aldo Giannuli
Affrontando lo studio del cd processo di “modernizzazione” possiamo distinguere alcune fasi intensive cui sono succeduti periodi di stabilizzazione, durante i quali i paesi limitrofi a quelli “moderni” si sono avviati per la stessa strada, mentre le fasi intensive investono, normalmente, i paesi di maggior rilievo. Possiamo, quindi, identificare tre fasi intensive principali:
a- quella della “Modernizzazione classica o liberal-capitalistica” (dal XVI agli inizi del XIX secolo) che ha riguardato essenzialmente Olanda, Inghilterra, America del Nord e Francia;
b- quella della “Modernizzazione autoritaria” che va dal 1860 circa, al 1939, che investe Italia, Giappone, Germania e Russia;
c -quella attuale, della “Modernizzazione neoliberista” che va dagli anni ottanta del secolo scorso ad oggi e che colpisce gran parte dei paesi asiatici (Cina, India, Indonesia) e dell’America Latina (Brasile, Messico, Argentina).
mercoledì 6 gennaio 2016
Dal primo dopoguerra al Secondo conflitto mondiale (passando per la grande crisi del ’29)* - Mauro Rota** e Francesco Schettino***
*Da: https://rivistacontraddizione.wordpress.com/
**Sapienza, Università di Roma. mauro.rota@uniroma1.it
Introduzione - il
mondo dopo la prima guerra mondiale
**Sapienza, Università di Roma. mauro.rota@uniroma1.it
Il primo conflitto mondiale ha rappresentato per il modo di
produzione del capitale uno degli eventi più di rilievo dal momento della sua
nascita. La grande crisi originatasi nel Regno Unito a partire dal 1870 – e
proseguita per almeno due decenni – aveva mostrato con chiarezza che, a
differenza di quanto molti studiosi avessero teorizzato, il capitalismo fosse
tutt’altro che un sistema perfetto e proiettato verso una produzione infinita
(Lenin, 1916) ma che, al contrario, potesse incappare in problematiche persino
contraddittorie e potenzialmente irrisolvibili a meno di un intervento poderoso
dello Stato all’interno del libero mercato (Gallagher e Robinson, 1953).
Dunque, il primo conflitto mondiale estrinsecò i suoi drammatici eventi
all’interno di un contesto europeo dominato da una sensibile ostilità tra le
nazioni che storicamente avevano governato il processo di sviluppo del capitale
e quelle di nuova formazione (Germania in
primis) e soprattutto in una condizione assai critica dal punto di vista
dell’accumulazione; tale situazione era particolarmente compromessa per quel
che riguarda il capitale britannico che, proprio da qualche decennio, aveva
rafforzato sensibilmente il proprio processo di espansione, attraverso
esportazione di capitale (investimenti diretti esteri o speculativi) nei
territori controllati attraverso il Commonwealth e nei dominions più in generale, conosciuto anche con il nome di imperialismo
(Hobson, 1903, Brignoli, 2010, Rota e Schettino, 2011).
Il primo conflitto mondiale fu il frutto di una lotta necessaria
al ristabilimento egemonico, in termini di dominio commerciale e politico,
dell’Europa e del mondo, in senso più ampio. Da questo punto di vista, il ruolo
degli Usa fu di fondamentale rilievo. Proprio in questo periodo si inizia a
concretare quell’ideale passaggio di consegne – avvenuto con gradualità, come
sarà spiegato più avanti – dal Regno Unito agli Usa nel ruolo di paese guida e
locomotiva dell’intero sistema economico. Ma, come è logico, a fronte di una
cordata di vittoriosi, corrispondono altrettanti perdenti e tra questi c’era la
Germania che da quel momento in poi si trovava ad affrontare – anche a causa
degli ingenti debiti scaturenti proprio dall’esito del conflitto – una
situazione particolarmente drammatica per quel che concerne sia lo status economico, che per il morale del
popolo tedesco deliberatamente umiliato dalle risoluzioni dei trattati
conclusivi del primo conflitto mondiale.
martedì 5 gennaio 2016
Moneta, finanza e crisi. Marx nel circuito monetario* - Marco Veronese Passarella
*Da: http://www.marcopassarella.it/it/omaggio-ad-augusto-graziani/
“valorizzazione del capitale, per i capitalisti come classe, può
derivare unicamente da scambi che i capitalisti effettuino al di fuori della
propria classe, e quindi nell’unico scambio esterno possibile, che consiste
nell'acquisto di forza-lavoro. Soltanto nella misura in cui i capitalisti
utilizzano lavoro e si appropriano di una parte del prodotto ottenuto, essi
possono realizzare un sovrappiù e convertirlo in profitto” (A. Graziani)
Circuito monetario,
mercati finanziari e valore: una messa in ordine logica**
Il principale punto di contatto dell’opera di Marx con la
TCM (Teoria Circuito Monetario) è la concezione del sistema economico quale economia monetaria di
produzione, ossia quale sequenza temporale di rapporti monetari concatenati di
scambio e di produzione intercorrenti tra classi sociali portatrici di
interessi contrapposti. In estrema sintesi, tale successione viene aperta dalla
decisione delle banche (la classe dei capitalisti monetari) di accordare
un’apertura di credito a favore delle imprese (la classe dei capitalisti
industriali), per le quali tale flusso di liquidità (il capitale monetario)
costituisce, al contempo, il potere d’acquisto necessario ad acquistare la
forza-lavoro (nonché, ad un minor livello di astrazione teorica, gli altri
fattori produttivi) da impiegare nel processo produttivo e un elemento non
riproducibile internamente.
Tale sequenza (o circuito) si chiude soltanto allorché le
imprese, una volta realizzato in forma monetaria il valore sociale della
produzione, estinguono il debito verso le banche, suddividendo il sovrappiù
sociale (corrispondente al plusvalore) tra profitti d’impresa e interessi
bancari.(7) È questa, si badi, non la rappresentazione di una particolare
configurazione storica o geografica del capitalismo. Non si tratta, cioè, della
manifattura inglese di inizio Ottocento, ovvero del sistema di fabbrica
italiano del secondo dopoguerra. Si tratta, invece, dell’esplicitazione dei
nessi monetari necessari intercorrenti tra gruppi sociali contrapposti
all’interno dello spazio capitalistico.
domenica 3 gennaio 2016
sabato 2 gennaio 2016
Karl Marx (una compiuta critica dell’economia politica)* - Emiliano Brancaccio
*Da: http://www.emilianobrancaccio.it/wp-content/uploads/2013/02/Appunti-di-Economia-politica-quinta-versione-Novembre-2014.pdf
Proprio sulla concezione del profitto come “residuo”, e più in generale sugli elementi di conflitto sociale riconosciuti dagli economisti classici, farà leva Karl Marx per criticare la loro concezione positiva del capitalismo. Con la pubblicazione del Capitale nel 1867 Marx si propone esplicitamente il compito di elaborare una compiuta critica dell’economia politica che era stata elaborata dagli economisti classici. In questo senso sferra un attacco poderoso al teorema della mano invisibile (A. Smith). Egli infatti descrive un sistema tutt’altro che armonico ed eterno. Per Marx il capitalismo è in realtà afflitto da perenne instabilità e da crisi ricorrenti. La teoria delle crisi di Marx è molto complessa e tuttora oggetto di varie interpretazioni.
Proprio sulla concezione del profitto come “residuo”, e più in generale sugli elementi di conflitto sociale riconosciuti dagli economisti classici, farà leva Karl Marx per criticare la loro concezione positiva del capitalismo. Con la pubblicazione del Capitale nel 1867 Marx si propone esplicitamente il compito di elaborare una compiuta critica dell’economia politica che era stata elaborata dagli economisti classici. In questo senso sferra un attacco poderoso al teorema della mano invisibile (A. Smith). Egli infatti descrive un sistema tutt’altro che armonico ed eterno. Per Marx il capitalismo è in realtà afflitto da perenne instabilità e da crisi ricorrenti. La teoria delle crisi di Marx è molto complessa e tuttora oggetto di varie interpretazioni.
Qui possiamo affermare che nella visione di Marx si intersecano
due spiegazioni della crisi: da un lato la tendenza alla caduta del saggio di
profitto, dall’altro la contraddizione tra sviluppo delle forze produttive e
consumi ristretti delle masse lavoratrici.
Sulla tesi della caduta tendenziale
del saggio di profitto, in questa sede possiamo limitarci ad affermare che per
Marx sussisterebbero forze che tendono nel tempo a ridurre il saggio di
profitto medio del sistema economico. La tesi di partenza di Marx è che i
capitalisti estraggono il profitto dal lavoro vivo degli operai, cioè dal
lavoro di coloro i quali sono direttamente impiegati nella produzione e non dal
lavoro già erogato, incorporato nei mezzi di produzione già prodotti. Egli poi
nota che le continue innovazioni tecniche spingono i capitalisti ad accrescere
l’impiego di mezzi di produzione rispetto ai lavoratori direttamente impiegati
nel processo produttivo. Ma se il rapporto tra lavoratori e mezzi di produzione
si riduce, e se si accetta l’idea di Marx secondo cui il profitto deriva dal
lavoro vivo degli operai direttamente impiegati nella produzione, allora si
deve giungere alla conclusione che si ridurrà anche il saggio di profitto, cioè
il profitto totale in rapporto al capitale impiegato per l’acquisto dei mezzi
di produzione e per il pagamento dei lavoratori. Una progressiva caduta del
saggio di profitto determina tuttavia una crisi generale del modo di produzione
capitalistico. Per Marx, infatti, il saggio di profitto rappresenta non solo la
remunerazione del capitalista ma anche il motore dell’accumulazione. Una sua
precipitazione verso lo zero frenerà l’azione del capitalista, quindi renderà a
un certo punto impossibile la riproduzione del sistema capitalistico e aprirà
la via ad un’epoca di rivoluzione sociale.
Tra le cause che secondo Marx determinano
crisi ripetute vi è però anche il fatto che la spietata concorrenza tra le
imprese conduce a una continua serie di rivoluzioni tecniche e organizzative
che aumentano al massimo la produttività di ogni singolo lavoratore e al tempo
stesso riducono il suo salario. Ciò tuttavia implica un divario crescente tra
la capacità produttiva dei lavoratori e la capacità di spesa degli stessi
lavoratori. Sotto date condizioni questo divario può determinare un problema di
sbocchi per le merci prodotte. La conseguenza è che il processo di
accumulazione dei capitali si blocca e le imprese sono indotte a licenziare i
lavoratori. Ma ciò allarga ulteriormente il divario tra capacità produttiva e
capacità di spesa, per cui il sistema rischia di avvitarsi su sé stesso fino al
tracollo.
Al riguardo Marx scrive: «…La causa ultima di tutte le crisi rimane
sempre la povertà ed il consumo ristretto delle masse, di fronte alla tendenza
della produzione capitalistica a sviluppare le forze produttive…» (Capitale,
vol. III).
Le due tesi descritte si affiancano poi a un’altra tendenza
registrata da Marx, quella verso la scomparsa dei capitali più piccoli o la
loro acquisizione da parte dei capitali più grandi, la cui proprietà e il cui
controllo tenderebbero a concentrarsi in sempre meno mani: nel linguaggio
marxiano, si parla di tendenza verso la “centralizzazione” dei capitali a
livello internazionale. La letteratura marxista ha derivato da questa tendenza
varie implicazioni, tra cui due contraddizioni: una concorrenza capitalistica
che spinge sempre più verso la monopolizzazione dei mercati da parte dei pochi,
grandi capitali vincenti, e una radicalizzazione del conflitto di classe tra
una cerchia ristretta di proprietari e una massa crescente di diseredati. Alla
luce delle tendenze descritte Marx contesta dunque l’idea classica di un
capitalismo “naturale” e quindi “eterno”, sostenendo invece la tesi della sua
instabilità, della sua contraddittorietà e quindi anche della sua storicità,
vale a dire della sua finitezza.
venerdì 1 gennaio 2016
SUL FETICISMO (e non solo) - Stefano Garroni
Il feticismo nel paragrafo IV del primo capitolo del
capitale libro primo prima sezione e il XXIV capitolo del capitale, terzo
libro, V sezione.
Cosa diventa il linguaggio nel pensiero contemporaneo?
Corrispondenza tra parola e realtà che viene persa.
La fine dell800 e il nostro periodo: crisi politica, morale,
caduta dello slancio rivoluzionario e conseguente emergenza dello spiritismo,
astrologia , ecc.
caduta dello slancio rivoluzionario e conseguente emergenza dello spiritismo,
astrologia , ecc.
Carattere mistico della merce: da dove viene? Valore di
scambio delle merci.
scambio delle merci.
Il valore della merce è dato dal lavoro contenuto in senso
eterno?
eterno?
Dialettica e suo legame con il non isolamento dei livelli.
Profitti e guerre. Perché Lenin insiste sul fatto che il
socialismo si fa coinvolgendo nella gestione tutti i lavoratori?
socialismo si fa coinvolgendo nella gestione tutti i lavoratori?
Perché è inseparabile dalla natura del capitalismo il fatto
che il lavoro globale e la socialità dell'uomo si realizzi attraverso una
mediazione? Cosa comporta che in una società capitalistica non si può avere una
gestione sociale dell'economia?
che il lavoro globale e la socialità dell'uomo si realizzi attraverso una
mediazione? Cosa comporta che in una società capitalistica non si può avere una
gestione sociale dell'economia?
Socialismo e processo storico. LUrss era capitalista o no?
Hegel e lo spirito del tempo. Stati Uniti e sussidio di
disoccupazione. La rivoluzione internazionale come epoca storica. 1989 e ordine
del mondo.
disoccupazione. La rivoluzione internazionale come epoca storica. 1989 e ordine
del mondo.
giovedì 31 dicembre 2015
Gli anni vissuti pericolosamente - Riccardo BELLOFIORE (2011)
La cosiddetta “età d’oro” del capitalismo - il termine non mi
piace tanto, in verità – i trenta anni tra il 1945 e il 1975, spesso viene
qualificata come un’epoca di compromesso tra le classi. Ma quando mai! Era
un’epoca di dominio forte da parte del capitale, un comando sul lavoro, dentro
cui, con il conflitto e con l’antagonismo, si sono, nel corso della seconda
metà degli anni Sessanta soprattutto e primi anni Settanta, strappate una serie
di conquiste. Il fatto che tanto i governi conservatori quanto quelli più di
centro-sinistra abbiano perseguito politiche di bassa disoccupazione lo si deve
alla storia tragica dell’Europa nel Novecento; e poi alla competizione di un
sistema, che non ha mai avuto la mia simpatia, che era il sistema sovietico, e
che però imponeva all’Occidente di stare al passo. In quel trentennio, prima
ancora che i keynesiani in senso stretti divenissero consiglieri espliciti dei
governi (avverrà soprattutto con Kennedy e Johnson), esiste una piena
occupazione e una contrattazione collettiva, un lavoro decente secondo la
definizione dell’ILO, e salari progressivamente crescenti in termini reali.
La fase del neo-liberismo monetarista è la fase che risponde
alla crisi di questo capitalismo “keynesiano”, che è anche una caduta da
sinistra, una caduta dovuta anche ad un conflitto sociale, ad un conflitto del
lavoro in cui i lavoratori non accettano di farsi usare come strumento di
produzione, come cose, magari risarciti con la piena occupazione e un “equo”
salario (lo aveva di nuovo intuito Kalecki). Quella piena occupazione viene
criticata duramente anche se non soprattutto da sinistra. Vigeva solo in una
parte del mondo e solo per un genere, quello maschile, dentro una
mercificazione generale a cui si deve ricondurre anche la distruzione accelerata
degli equilibri ecologici. L’epoca della reazione capitalistica, è l’epoca di
una nuova disoccupazione di massa, che è legata però non soltanto al problema
della carenza della domanda effettiva, ma alla ristrutturazione della
produzione da parte del capitale, alla ridefinizione dei rapporti di forza sul
mercato del lavoro.
mercoledì 30 dicembre 2015
I mass-media, Gramsci e la costruzione dell’uomo eterodiretto - Paolo Ercolani
Mai come oggi, nelle nostre società occidentali così
apparentemente libere, è doveroso stare in guardia e ricordare l’insegnamento
di Platone, il quale era ben consapevole che è proprio dalla democrazia che può
nascere, attraverso un processo di degenerazione, la tirannide. Evidentemente
non c’è e non può esserci esercizio effettivo della libertà quando i mezzi di
comunicazione di massa, nel senso specifico che «massificano» l’individuo, o
che «portano all’ammasso» non solo l’intelletto, ma anche la sensibilità
dell’uomo, esprimono tutta la loro potenza non solo di informazione, ma anche
di «formazione»: l’uomo perde in questo modo la propria autonomia, finendo con
l’essere ridotto alla stregua di un «minorenne» eterodiretto, incapace di
servirsi autonomamente della propria ragione e del proprio sapere, comunque
subordinato ai meccanismi di una tecnica che, seppure figlia dell’uomo stesso,
progredisce in maniera più veloce rispetto alle capacità umane di assorbirla.
Ecco perché i rischi sono quelli di un nuovo totalitarismo, ancora più
insidioso e totalizzante in quanto proveniente dai sottili meccanismi di
funzionamento di una società in superficie democratica, che non perde occasione
per ribadire la centralità dell’uomo e dei suoi bisogni, ma che in realtà
finisce col ridurlo a mezzo e strumento per interessi economici e di potere.
Una forma di totalitarismo che, in aggiunta, si rivela ancora più completa in
quanto unisce i due aspetti che finora erano stati attribuiti ai regimi
liberticidi moderni: la capacità massificante e omologante unita a quella
atomizzante ed estraniante.
L’universo dei nuovi media, pensiamo in particolare a
Internet, massifica l’uomo in quanto ne omologa i gusti e le facoltà di
percezione e pensiero, nel momento stesso in cui lo atomizza poiché,
fornendogli l’illusione di poter entrare in comunicazione col mondo intero e
con un numero illimitato di persone (e di informazioni), lo tiene in realtà
chiuso tra le quattro pareti di casa propria, sempre più disabituato a
coltivare rapporti diretti e ad incontrarsi con altri individui per dibattere,
ragionare ed eventualmente organizzarsi. Siffatto individuo, esposto alle
forze omologanti e isolanti esercitate dai nuovi mezzi di comunicazione,
finisce col venire «eterodiretto» fin dal suo rapporto più ordinario con i più
elementari meccanismi di funzionamento dei mass media: nella vita reale l’uomo
è libero di seguire in maniera indipendente i propri processi di associazione,
mentre, per esempio nell’interazione col computer, con i rimandi ai vari link
gli viene di fatto richiesto di seguire delle «associazioni pre-programmate»,
in altre parole di seguire «la traiettoria mentale del programmatore». Ecco
allora che, a distanza ormai di quasi un secolo, si pone su un piano ulteriore
(mutatis mutandis) la discriminante già vista, quella fra il «credere,
obbedire, combattere» della propaganda fascista e quanto proprio Gramsci
scriveva come epigrafe all’OrdineNuovo: «Istruitevi, perché avremo bisogno di
tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il
nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra
forza!».
Leggi tutto:
Iscriviti a:
Post (Atom)









