giovedì 31 dicembre 2015

Gli anni vissuti pericolosamente - Riccardo BELLOFIORE (2011)


La cosiddetta “età d’oro” del capitalismo - il termine non mi piace tanto, in verità – i trenta anni tra il 1945 e il 1975, spesso viene qualificata come un’epoca di compromesso tra le classi. Ma quando mai! Era un’epoca di dominio forte da parte del capitale, un comando sul lavoro, dentro cui, con il conflitto e con l’antagonismo, si sono, nel corso della seconda metà degli anni Sessanta soprattutto e primi anni Settanta, strappate una serie di conquiste. Il fatto che tanto i governi conservatori quanto quelli più di centro-sinistra abbiano perseguito politiche di bassa disoccupazione lo si deve alla storia tragica dell’Europa nel Novecento; e poi alla competizione di un sistema, che non ha mai avuto la mia simpatia, che era il sistema sovietico, e che però imponeva all’Occidente di stare al passo. In quel trentennio, prima ancora che i keynesiani in senso stretti divenissero consiglieri espliciti dei governi (avverrà soprattutto con Kennedy e Johnson), esiste una piena occupazione e una contrattazione collettiva, un lavoro decente secondo la definizione dell’ILO, e salari progressivamente crescenti in termini reali.

La fase del neo-liberismo monetarista è la fase che risponde alla crisi di questo capitalismo “keynesiano”, che è anche una caduta da sinistra, una caduta dovuta anche ad un conflitto sociale, ad un conflitto del lavoro in cui i lavoratori non accettano di farsi usare come strumento di produzione, come cose, magari risarciti con la piena occupazione e un “equo” salario (lo aveva di nuovo intuito Kalecki). Quella piena occupazione viene criticata duramente anche se non soprattutto da sinistra. Vigeva solo in una parte del mondo e solo per un genere, quello maschile, dentro una mercificazione generale a cui si deve ricondurre anche la distruzione accelerata degli equilibri ecologici. L’epoca della reazione capitalistica, è l’epoca di una nuova disoccupazione di massa, che è legata però non soltanto al problema della carenza della domanda effettiva, ma alla ristrutturazione della produzione da parte del capitale, alla ridefinizione dei rapporti di forza sul mercato del lavoro.

Il fatto è che poi – come ho sostenuto - c’è un secondo neo-liberismo, all’insegna della flessibilità, ma in realtà della precarietà, e della globalizzazione, un concetto questo che non esiste, che non ha concretezza, è pura ideologia che la sinistra ha assorbito senza difese e senza intelligenza (lo stesso è avvenuto con post-fordismo). Questo neo-liberismo, con queste due bandiere false, è stato in grado di produrre una nuova “piena occupazione”. Il tasso di disoccupazione negli Stati Uniti torna ai livelli degli anni Sessanta, e anzi si abbassa ulteriormente, in Europa si riduce drasticamente. E’ in realtà una sotto-occupazione di lavoratori precari, di lavoratori part-time, di lavoratori con contratti atipici, di bassi salari (ma non sempre). Ci sono anche aree di un lavoro qualificato, ma la cui autonomia è fortemente limitata, dall’alto e dal basso, dalla gestione delle imprese e dalla dinamica dei mercati. Di fronte a questo la sinistra avanza purtroppo delle false soluzioni. Per esempio la riduzione dell’orario di lavoro come formula rigida, non cioè nell’arco vitale (con bassi salari ciò si tradurrebbe, se va bene, doppio lavoro; e una riduzione d’orario che regga dovrebbe accompagnarsi a una ridefinizione della struttura dell’offerta). Oppure il c.d. basic income, su cui c’è molta confusione. Una cosa per esempio è il basic income in senso proprio, cioè un reddito di esistenza incondizionato, una cosa è il salario minimo, una cosa ancora è un sussidio ai precari (il massimo di confusione lo si ha con il concetto di salario sociale impiegato dalla sinistra radicale anni fa).

Giovanna Vertova ha aperto anni fa un dibattito rivelatore sul manifesto (in cui intervenimmo anche Halevi ed io). I sostenitori del basic income in quel dibattito dicevano che esisteva ormai un capitalismo della conoscenza (giorni fa è uscito sul New York Times, e da noi su Repubblica, un illuminante articolo di Krugman, che smonta questo mito) e un lavoro immateriale (un concetto, di nuovo, incredibilmente inconsistente: Sergio Bologna, del tutto a ragione, ci racconta spesso la dura materialità di chi produce merci immateriali). Esisterebbe una produttività generalizzata, che è ormai proprietà della nuda vita. La ricchezza sarebbe là, sarebbe solo da ridistribuire, non da mutare nella sua natura e nel suo modo di produzione. E’ chiaro che questa ideologia avrebbe dovuto essere spazzata via dalla crisi. Ed è invero testimonianza del triste stato della sinistra che tutte le confusioni dei quindici anni passati, pur smentite con durezza dalla realtà dei fatti, siano ancora dibattute come se niente fosse: globalizzazione, postfordismo, fine del lavoro, fine dello stato, liberismo risorgente, Impero, basic income, e così via. Tutte queste posizioni, e il loro correlato di politica economica, presuppongono la stabilità di una crescita, di una produzione di plusvalore, che, ovviamente, non si è data affatto.

Altra cosa è – come scriveva proprio Vertova in conclusione del dibattito - la richiesta reddito per ogni lavoratore. Una richiesta giusta, che sta nel DNA del movimento dei lavoratori. Non solo per ogni lavoratore, per ogni essere umano, come parte potenziale della forza lavoro, anche quando non è in grado di lavorare. L’idea, che è stata attribuita (autocriticamente) a Maurizio Landini sulla stampa, secondo cui nella tradizione del movimento operaio il reddito è legato al lavoro, proprio non ci sta, non la capisco. Basta leggere quell’autore un po’ barbuto dell’Ottocento che ha scritto un’opera un po’ lunghetta, ma che vale pur sempre la pena di leggersi (come politici e sindacalisti della sinistra), Il Capitale, e lo si vede con estrema chiarezza. Il reddito va rivendicato, e va rivendicato del tutto indipendentemente dalla produttività, che è un dato truccato, dipende dal capitale, dalla controparte. Semmai, un salario in eccesso sulla produttività potrebbe proprio essere uno stimolo all’innovazione (Per gli italiani: ho scritto un articolo sulla questione del salario e del reddito sulla rivista Alternative per il socialismo, che chiarisce questi nodi). Sta al capitale garantire la sussistenza, comunque. Per tutti. E la sussistenza è un concetto relativo, sociale.

Ci sono state, come ho ricordato, delle risposte nazionali un po’ ovunque, e questo è vero anche in Europa. La Grande Recessione ha visto sì un aumento della disoccupazione, però minore di quanto ci si sarebbe potuti aspettare, anche quando il capitalismo è stato in caduta libera. Perché si è intervenuti, quali che fossero le proclamazioni ideologiche In parte perché c’è ancora un Grande Governo, come lo chiamava Minsky, ovvero c’è pur sempre un peso elevato dello stato nell’economia, e perché ci sono gli “stabilizzatori automatici”. Ma poi anche perché persino la signora Merkel, forse soprattutto la signora Merkel, e poi la Francia e altri governi, hanno fatto un bel po’ di interventi “attivi”, talora intelligenti, sul mercato del lavoro, come la settimana corta finanziata da stato, sindacato e lavoratori in Germania, o come sussidi condizionati all’industria dell’auto come in Francia (e non come la generica rottamazione, come in Italia). Si sono fatti interventi specifici sui settori. Si pongono condizioni al privato, in termini di occupazione, in termini di esportazioni, ecc. Le politiche sono state diverse, variegate, come lo è la realtà della disoccupazione.

Questi interventi sono però stati interrotti quando si è creduto di vedere dei “germogli” della ripresa. E’ a questo punto che si è impennata la disoccupazione, lasciata al suo destino. Per questo sono personalmente convinto che la crisi della disoccupazione sia sostanzialmente di fronte a noi, non alle nostre spalle. Siamo in una nuova fase, ci avviciniamo ad una “nuova normalità” in cui si torna, come in un pendolo, alla disoccupazione di massa. Questa sarà però a questo punto la disoccupazione di massa di lavoratori precari. Una miscela ancora più pericolosa che nel passato. Insieme all’attacco al lavoro nelle grandi concentrazioni operaie, c’è oggi anche e soprattutto l’attacco nel pubblico impiego.

E’ questo compatibile con la democrazia? A me non pare. In verità, penso da molto tempo che il capitalismo sia intrinsecamente autoritario, che la democrazia gli venga – per così dire – “da fuori”. Non credo, però, che basti innalzare la bandiera della democrazia violata, come fa la nostra sinistra. Perché i diritti richiedono dei poteri, delle coalizioni del lavoro, e non solo, che li difendano. Se no sono solo parole vuote, un imbroglio.

Nella reazione a questo attacco al lavoro e alla democrazia spesso si dice: Il lavoro è un “bene comune”, come l’acqua. Il titolo di questa slide che vi propongo, non l’ho saputa tradurre in inglese, perché non so come si possa tradurre. E’ una espressione italiana: “La classe non è acqua”. Si è espresso molto bene il primo oratore Patrick Le Hyaric – lui ha fatto una cosa che in genere a sinistra non si fa, non ha mai utilizzato la parola “lavoro” genericamente. Ha sempre distinto con cura “forza lavoro” (potenza di lavoro), “lavoro” in senso proprio (attività che è prestata dalla forza lavoro), e “lavoratori/lavoratrici” in carne e ossa e cervello (portatori/portatrici della forza lavoro). E’ l’ABC, forse l’unico punto veramente irrinunciabile di Marx, perché da lì discende tutto. Per questo il lavoro non è, non può essere un bene comune.

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