mercoledì 23 dicembre 2015

TTIP E TPPA: ACCERCHIARE LA CINA* - Maurizio Brignoli





Uno scenario importante dello scontro interimperialistico in atto si sta in questo momento giocando nella realizzazione di alcuni grandi trattati sovranazionali in cui la strategia statunitense punta a realizzare l’accerchiamento della Cina, la subordinazione dell’Ue e l’isolamento della Russia, con tutta una serie di conseguenze nel processo di ulteriore subordinazione della classe lavoratrice in tutto il mondo. 

 L’obiettivo statunitense nella formazione del Ttip e del Ttp è quello di realizzare una concentrazione imperialistica capace di imporre le sue norme a livello mondiale e di accerchiare il principale concorrente cinese.



Accordi di libero scambio, barriere non tariffarie e Isds

Lo scontro interimperialistico fra i principali attori (Usa, Ue, Cina, Russia) si va sempre più delineando attraverso un processo di potenziale “concentrazione imperialistica” attorno ad alcune aree imperialistiche sovranazionali. Scontro a livello transnazionale con un grande processo di ricollocazione della divisione internazionale del lavoro. Le trattative relative al Transatlantic trade and investment partnership (Ttip) e al Trans-Pacific partnership agreement (Tppa) sono espressione rilevante di questo scontro. Per comprenderne la reale portata e gli obiettivi questi accordi vanno collocati all’interno della strategia statunitense di scontro con la Cina. 

Il Ttip ha come obiettivo di realizzare l’unione di due delle economie più ricche al mondo e delle rispettive aree valutarie, quella del dollaro e quella, maggiormente in difficoltà, legata all’euro. Le consultazioni Usa-Ue sono iniziate più di due anni fa, ma lo scontro interimperialistico all’interno dello stesso Ttip è forte, nonostante gli Usa abbiano cercato di sfruttare il momento di debolezza dell’Ue per la realizzazione di un progetto che torna soprattutto a loro vantaggio. Le trattative sono segrete e condotte dai funzionari della Commissione europea e da quelli del Ministero del commercio statunitense con le lobby delle grandi multinazionali. 

Gli obiettivi finali del Ttip (e dello speculare Tppa) sono riassumibili fondamentalmente in tre punti principali: 

1. Eliminazione delle barriere tariffarie (dazi doganali)

Il Ttip punta a realizzare una zona di libero scambio riguardante 800 milioni di persone e corrispondente a circa la metà del pil e un terzo del commercio mondiale. Ora come ora Usa e Ue hanno un forte grado di interdipendenza economica. In particolare l’Ue con oltre 500 milioni di abitanti e un reddito medio annuo pro capite di 25.000 euro è la più importante economia mondiale e il più grande importatore di manufatti e servizi con maggior volume di ide mondiale. Inoltre l’Ue è il principale investitore negli Usa e il principale mercato per le esportazioni statunitensi di servizi. Complessivamente gli investimenti in Ue assommano a 2000 miliardi di euro e coprono il 50% degli investimenti Usa all’estero, mentre quelli dell’Ue negli Usa superano i 1600 miliardi. 

Secondo un documento dell’Istituto Affari Internazionali con la realizzazione del Ttip le esportazioni europee si incrementerebbero del 2% mentre quelle statunitensi verso l’Ue aumenterebbero del 6%, realizzando così un significativo vantaggio per il capitale statunitense. Che il gioco sia condotto dagli Usa, che tentano saggiamente di sfruttare a proprio vantaggio la situazione di difficoltà del capitale europeo, è dimostrato dal fatto che gli Usa non vogliano rinunciare al Buy american act del 1933, creato da Roosevelt per proteggere le merci statunitensi. Il capitale a base Ue da parte sua punta ad aumentare la sua quota di esportazioni verso il più protetto mercato statunitense (solo il 30% del mercato Usa è “aperto” rispetto all’80% di quello europeo) e in particolare vi è la questione delle barriere relative alle commesse pubbliche che sono negli Usa molto più rigide rispetto all’Ue.

Il Ttip si inserisce all’interno di una più ampia visione strategica in funzione anticinese e deve essere integrato dal Tppa, siglato ad Atlanta il 5 ottobre 2015, e riguardante 12 paesi del Pacifico (Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Vietnam, Singapore, Usa) che insieme rappresentano oltre il 40% del Pil mondiale. Il Ttp punta a colpire esplicitamente il principale concorrente cinese sottraendogli il controllo dell’Asia, ma implicitamente anche quello europeo che con gli stati asiatici (Cina al primo posto) intrattiene, a livello di bilaterali rapporti statali, svariati affari.
Se per buona parte del XX secolo gli Usa hanno ricoperto il ruolo di prima potenza commerciale del mondo nel primo decennio del XXI hanno perso questo primato commerciale e se fino al 2008 gli Usa erano il principale partner commerciale di oltre 120 paesi nel mondo, mentre la Cina non arrivava a 70, oggi la situazione è esattamente rovesciata.

2. Superamento delle barriere non tariffarie, cioè normative e legislative, di ostacolo alla libertà dei capitali

Il secondo aspetto, autentico cuore pulsante dei trattati, è quello che punta ad armonizzare le barriere non tariffarie, cioè normative, relative principalmente a lavoro, ambiente e salute. La differente legislazione esistente fra Usa e Ue in questi ambiti è un ostacolo alla circolazione delle merci e dei servizi che deve essere rimosso attraverso una normativa comune. Abitualmente negli accordi di libero scambio la soluzione si raggiunge attraverso l’applicazione della normativa più “semplice” e con meno vincoli e attualmente l’Ue ha una legislazione più restrittiva in diversi ambiti.

Gli accordi relativi alla libertà degli scambi sono accordi relativi alla libertà del capitale. Sono barriere non tariffarie quelle relative alla coltivazione e commercializzazione di ogm vietata nella quasi totalità dell’Ue, non tanto per preoccupazioni relative alla salute dei cittadini, ma perché sugli ogm esiste un primato delle multinazionali statunitensi che finirebbero per sottrarre mercati ai concorrenti europei. In Ue vige inoltre il divieto di importare carni di animali trattati con ormoni diffuse invece negli Usa e per quanto riguarda il pollame il processo di controllo preventivo delle malattie si effettua a partire dall’allevamento, mentre negli Usa, per abbassare i costi, riguarda esclusivamente la fine della catena produttiva attraverso un processo di sterilizzazione a base di cloro vietato nell’Ue che dal 1997 ha vietato l’importazione del pollame statunitense. Un altro aspetto importante potrebbe essere costituito dall’eliminazione di normative ambientali che impediscono l’uso della tecnica di fracking (pericolosa per l’inquinamento delle falde acquifere) relativa all’estrazione di gas e petrolio di scisto (riserve importanti si trovano in Polonia, Ucraina, Danimarca e Francia), la cui eliminazione aprirebbe interessanti mercati alle imprese statunitensi. 

Sono considerate “barriere non tariffarie” anche quelle relative alla legislazione sul lavoro, che, in caso di adeguamento alla normativa statunitense, ci porterebbe ad avere un’ulteriore deregolamentazione in questo campo. Delle otto convenzioni fondamentali stabilite dall’International labour organization (Ilo) dell’Onu - sul lavoro forzato (1930); sulla libertà sindacale e la protezione del diritto sindacale (1948); sul diritto d’organizzazione e di negoziazione collettiva (1949); sull’uguaglianza di retribuzione (1951); sull’abolizione del lavoro forzato (1957); sulla discriminazione di impiego e professione (1958); sull’età minima (1973); sulle forme peggiori di lavoro minorile (1999) - gli Usa hanno ratificato solamente quelle relative al lavoro minorile e alla discriminazione sul luogo di lavoro.

I programmi sanitari statali di assistenza universale e gratuita e i relativi medicinali compresi negli elenchi della spesa sanitaria potrebbero essere visti come pregiudizievoli per gli interessi delle grandi multinazionali del settore in quanto espressione di una sorta di monopolio e di ostacolo al libero commercio, aprendo le porte a un’ulteriore e completa privatizzazione del sistema sanitario.
Le barriere non tariffarie riguardano anche i servizi finanziari che invece gli Usa vorrebbero non inserire nel trattato visto che il 70% degli investimenti statunitensi in Europa sono di questo tipo e perché paventano di ritrovarsi ostacolati nel tentativo di scaricare sul resto del mondo i loro titoli tossici.

3.  Delineazione di meccanismi legali che impediscano ai capitali di essere ostacolati da leggi statali

Il terzo punto rilevante riguarda i meccanismi destinati a risolvere le dispute tra investitori e stati noti come Investor-state dispute settlement (Isds). L’Isds era inizialmente nato nell’epoca della cosiddetta “decolonizzazione” per difendere gli interessi delle multinazionali, senza ricorrere a complesse dispute diplomatiche fra governi e per permettere a un’impresa di chiamare in giudizio lo stato evitando di essere giudicata all’interno dello stesso stato che l’aveva espropriata (espropriazioni operate in quei tempi dalle borghesie nazionali dei paesi di recente indipendenza). Le cose ora sono cambiate e le espropriazioni sono radicalmente diminuite (dalle 423 degli anni ‘70 alle 22 degli anni ‘90) e se mai adesso, nella realizzata mondializzazione del sistema capitalistico, i paesi più poveri cercano di attrarre gli ide delle grandi imprese. Ora l’Isds non riguarda più soltanto gli accordi da prendere fra i paesi dominanti all’interno della catena imperialistica e quelli più deboli, ma riguarda anche i grandi accordi fra i centri dell’imperialismo all’interno dell’approfondimento di quel processo di sottomissione dello stato alle istituzioni sovranazionali dell’imperialismo transnazionale.

L’accordo per la “protezione degli investimenti” consente alle imprese, alle quali uno stato possa aver posto dei limiti alle “legittime aspettative di profitto”, di denunciare lo stato stesso e di sottoporlo al giudizio di un arbitrato. Si tratta di una sorta di “corte superiore privata” composta da tre membri con processi a porte chiuse e senza possibilità di appello e con gli stati e i capitali nazionali che non hanno diritto di citare in giudizio le imprese transnazionali. Una “corte suprema del capitale” che realizza di fatto una privatizzazione del diritto pubblico internazionale.

Per fare qualche esempio la multinazionale Veolia ha citato il governo egiziano per aver varato una legge che innalzava il salario minimo, la statunitense Lone Pine ha fatto causa allo stato canadese per aver vietato il fracking, la Philip Morris ha citato Australia e Uruguay per le misure messe in atto contro il fumo (avvertenze sui pacchetti di sigarette) che l’avrebbero espropriata della sua “proprietà intellettuale”. Cause simili potrebbero in futuro essere avanzate contro enti che garantiscono assistenza sanitaria e istruzione gratuita in quanto lesive della libertà del capitale.

Già fra il 1995 e il 1998 c’erano state delle trattative fra gli stati membri dell’Ocse per la creazione del Multilateral agreement on investment (Mai) che prevedeva l’equiparazione legale delle imprese agli stati membri; la proibizione degli standard di performance (numero minimo di forza-lavoro locale, norme ambientali e sul lavoro); il divieto di introdurre leggi in conflitto col Mai; la possibilità per le imprese di citare in giudizio gli stati; il diritto per le imprese transnazionali di esportare fino al 100% dei profitti privando così lo stato della possibilità di tassazione. Il negoziato, voluto dagli Usa, era poi fallito per l’opposizione di Ue, Canada e Giappone.

Un altro accordo in via di negoziazione è il Trade in services agreement (Tisa) relativo alla liberalizzazione e privatizzazione del mercato dei servizi (70% del pil mondiale) che coinvolge una cinquantina di paesi tra cui Usa, Ue, Australia, Canada, Svizzera, Israele, Turchia, Corea del Sud, Giappone. Si tratta di deregolamentare e privatizzare sanità, istruzione, trasporti, acqua, pensioni, impedendo agli stati di gestire direttamente questi servizi. Infine per quanto riguarda i servizi finanziari si tratterebbe di eliminare le ultime restrizioni per le grandi banche e gli hedge fund. Tutti questi accordi, come si vede, non comprendono la Cina (e i cosiddetti Brics).

In conclusione le profittevoli conseguenze per il grande capitale transnazionale saranno l’assoggettamento dei sistemi produttivi dei paesi più arretrati e la loro subordinazione alle filiere produttive transnazionali con il relativo correlato di riduzione dell’occupazione, dei salari e dei diritti dei lavoratori.

Verso un processo di “concentrazione” imperialistica?

La crisi ha offerto il destro al capitale Usa per indebolire il concorrente europeo, utilizzando abilmente l’arma della speculazione per colpire gli anelli deboli dell’Ue e la vicenda ucraina per danneggiare i rapporti Ue-Russia isolando il concorrente russo, e per spostare risorse nello scontro principale contro la Cina.

Nelle trattative per il Ttip rimangono pur sempre degli ostacoli dettati dalla realtà dello scontro fra imperialismi rivali. In questa specie di “Nato economica” l’Ue rischia di ritrovarsi subordinata agli Usa esattamente come nella Nato militare. Inoltre, non si tratterebbe di un effettivo rapporto bilaterale visto che l’Ue non è uno stato unitario o federale e gli Usa potrebbero sempre puntare sulla divisione europea e su rapporti coi singoli stati. L’Ue ha la forza di essere il mercato più importante per popolazione e per ricchezza prodotta ma ha scarse risorse energetiche e non ha una forza militare paragonabile a quella degli altri attori dello scontro interimperialistico.

I principali esponenti del capitale a base Ue hanno ben presente il rischio di sottomissione agli Usa. A settembre Matthias Fekl, Segretario di Stato al commercio estero francese, ha lamentato che, di fronte a continue concessioni da parte europea, gli Usa non abbiano offerto contropartite serie, in particolare per quel che riguarda i servizi e gli Isds, e ha aggiunto che, andando i negoziati in una direzione sbagliata, la Francia si ritiene libera di considerare tutte le alternative, compresa l’interruzione degli stessi. Il vice primo ministro tedesco Sigmar Gabriel, ha protestato per il fatto che gli Usa non riconoscano i principi dell’Ilo e che non abbiano ratificato la Convenzione di Stoccolma (2001) sugli inquinanti organici. Tutto ciò ovviamente non perché il capitale a base Ue abbia a cuore i diritti dei lavoratori o sia dotato di potente afflato ecologistico, ma perché ha ben chiaro che le trattative, condotte in condizioni di difficoltà da parte dell’Ue, rischiano di trasformarsi in una sconfitta per l’imperialismo europeo.

Fra l’altro, l’Ue non ha nessuna intenzione di rinunciare ai rapporti con la Cina (e più in generale coi brics), come dimostra la partecipazione di importanti Paesi europei (fra gli altri, Francia, Germania, Italia, Regno Unito) alla Banca per gli Investimenti Infrastrutturali Asiatica, seguita da un’irata reazione statunitense. Il capitale cinese è interessato a investire le sue riserve in Europa; ha infatti aderito al Piano Juncker destinato agli investimenti infrastrutturali e alla Banca Europea di Ricostruzione e Sviluppo (Bers), mentre ha ridotto al contempo la sua esposizione in titoli del Tesoro statunitensi.

La vicenda ucraina ha portato la Russia, per superare l’isolamento cui era stata relegata, nella braccia della Cina e nel maggio 2014 è stato firmato, alle condizioni cinesi, il prezioso accordo sulle forniture di gas e petrolio. Questo avvicinamento rafforzerà l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (Ocs), organismo che la Cina ha creato nel 2001 per rafforzare la sua espansione nelle zone strategiche dell’Asia centrale e del Medioriente. L’Ocs è formata da Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan e ha come osservatori (quindi come candidati potenziali a diventare membri effettivi) India, Iran, Mongolia, Pakistan e Afghanistan. In questo modo si potrebbe delineare un nuovo “macropolo” imperialistico, a dominanza cinese, che avrebbe la possibilità di basarsi sulla forza produttiva e le riserve valutarie cinesi, la forza energetica (primo produttore mondiale di petrolio e gas) e militare russa, l’alta specializzazione della forza-lavoro indiana e le riserve energetiche iraniane (quarto produttore mondiale di petrolio e secondo di gas). A livello sovranazionale il Tppa si pone in evidente opposizione con l’Ocs che annovera molti degli stati che, nonostante la crisi, hanno avuto negli ultimi anni tassi di crescita elevati del pil.

La firma del Tppa non ha di sicuro risolto lo scontro nell’area asiatico-pacifica: va infatti considerato l’importante vertice dell’Asia-Pacific economic cooperation(Apec, 21 Paesi sulle due sponde dell’Oceano Pacifico il cui interscambio è pari al 48% del commercio mondiale) del novembre 2014. Il fatto che siano compresenti tre attori principali dello scontro interimperialistico in atto (Cina, Russia e Usa) fa sì che ognuno dei tre cerchi di realizzare il proprio interesse a scapito degli altri. Qui si sono infatti scontrate le trattative per la realizzazione del Tppa e quelle relative alla realizzazione del Free trade area of the Asia-Pacific (Ftaap), sostenuto dalla Cina (principale partner commerciale della maggior parte dei Paesi sudamericani), con l’impegno da parte dei membri dell’Apec di avviare una “iniziativa di studio”, della durata di due anni che finirebbe per vanificare gli intenti strategici statunitensi perseguiti con il Tppa.

Il grande scontro si basa, poi, sulla fondamentale questione delle aree valutarie. Gli Usa cercano di sostenere la propria economia stampando dollari, ma perché la cosa funzioni è necessario che questi dollari vengano riconosciuti come valuta internazionale per lo scambio delle merci principali. Per quello che riguarda il Ttip vi è la questione fondamentale relativa a quale moneta dovrebbe essere utilizzata e, se si dovessero usare sia euro che dollaro, con quale cambio dovrebbero avvenire queste transazioni. Ma su un piano addirittura più decisivo il grande pericolo è che l’Ocs si doti di un sistema monetario unico. La Russia potrebbe reagire alle sanzioni abbandonando il dollaro per le sue vendite di gas e petrolio. La Cina da tempo chiede di adottare per le transazioni una “unità di conto” diversa e cinesi e russi hanno iniziato a delineare la possibilità di usare per gli scambi fra i due Paesi esclusivamente rublo e renminbi.

Questa intesa va inserita all’interno di un ben più ambizioso progetto di moneta unica da usare negli scambi in Asia. Nel 2011 i brics hanno siglato un accordo che prevede di aprire linee di credito nelle valute nazionali per ridurre la dipendenza dal dollaro. A questo punto Usa e Ue, se realizzassero il Ttip, potrebbero convergere nell’adozione di una moneta comune per fronteggiare il nemico principale costituito dalla Cina e dalla sua area economica. La “concentrazione imperialistica” verrebbe così a semplificarsi con uno scontro a due: Cina (+ Ocs) contro Usa (+ Ue), con tutte le contraddizioni e ostilità che permarrebbero sempre nel rapporto capitalistico fra “fratelli nemici” considerato anche il ruolo subalterno che spetterebbe a Ue e Russia.

Ma lo scenario non è privo di sbocchi alternativi. I miliardi di euro in avanzo, frutto delle politiche deflazionistiche dell’Ue, possono essere indirizzati o verso gli Usa (la Federal Bank ha alzato i tassi di interesse) per finanziare il debito statunitense, o accogliere il richiamo delle sirene cinesi in investimenti produttivi volti a realizzare i collegamenti marittimi e terrestri della nuova “via della seta”, senza dimenticare poi che anche la Russia ha in previsione investimenti infrastrutturali per una cifra di oltre 900 miliardi di dollari (più o meno tripla rispetto a quella prevista dal piano Juncker). L’Europa, quindi, come campo di battaglia fra le due grandi concorrenti Usa e Cina.


Riferimenti bibliografici. 

Nessun commento:

Posta un commento