La teoria Marxista poggia la sua forza sulla scienza... che ne valida la verità, e la rende disponibile al confronto con qualunque altra teoria che ponga se stessa alla prova del rigoroso riscontro scientifico... il collettivo di formazione Marxista Stefano Garroni propone una serie di incontri teorici partendo da punti di vista alternativi e apparentemente lontani che mostrano, invece, punti fortissimi di convergenza...
Da: AccademiaIISF - Paolo Vinci, filosofo, ha insegnato per anni presso la Facoltà di Filosofia dell'Università “Sapienza” di Roma ed è membro del Consiglio Esecutivo dell'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici. Studioso di Marx, Hegel e Heidegger, si è occupato anche di filosofia contemporanea e del pensiero di Adorno e Benjamin.
Da: https://contropiano.org - Questo saggio di David Harvey è un estratto da: “The story of capital: what everyone should know about capital works”. Edizioni Verso books, 2026. - David Harvey è un geografo, antropologo, sociologo e politologo britannico. Si occupa di geografia, economia politica e geopolitica ed è attualmente professore di antropologia al Graduate Center of the City University of New York. -
La storia dell’ascesa del capitalismo dal periodo feudale in poi in Europa, o dalle varie tradizioni imperiali e civilizzazionali pre-capitaliste altrove nel mondo, è una storia in cui violenza, conquista, rapina, pirateria, espropriazione, frode, sfratti, usura, schiavitù e furto si soffermarono ampiamente insieme alla lenta dissoluzione delle strutture di potere feudali, imperiali e religiose.
Se tali processi fossero legali (autorizzati dallo Stato) o illegali era per gran parte del tempo irrilevante, perché gli accordi istituzionali e di proprietà che avrebbero potuto fornire una certa protezione contro tali pratiche o non esistevano o erano inefficaci. Eppure le reti commerciali e le operazioni capitaliste mercantili (incluso il commercio di persone schiavizzate) erano diffuse e diffuse a partire dal XV secolo. Lampi di quello che sembrava un industrialismo proto-capitalistico si potevano vedere fin dall’inizio nelle Fiandre e a Firenze, insieme al crescente ruolo globale della monetizzazione (facilitato dall’ascesa dell’oro e dell’argento come beni monetari universali).
Lo scambio di forza lavoro contro la crescente massa di entrate (guidata da quelle della Chiesa e dello Stato) significava che le precondizioni erano in atto per l’ascesa e l’impiego del denaro come capitale impegnato nella ricerca del profitto.
Per liberare queste condizioni dalle loro restrizioni sociali e difese religiose era necessaria la separazione di massa del lavoro dall’accesso ai mezzi di produzione (in particolare la terra) e la dissoluzione dei poteri terrieri e religiosi.
Da qui il significato di ciò che Marx chiamava accumulazione ‘primitiva’ o ‘originale’. Questo processo è proseguito con una forza lavoro salariata, separando ampie fasce della popolazione dall’accesso ai mezzi di produzione di base. Portò anche all’ascesa di una classe capitalista agraria che si alleò con capitalisti mercantili e banchieri in quella fase del capitalismo generalmente chiamata capitalismo mercantile.
Il conflitto delle interpretazioni. Hegel e il sapere assoluto.
In collaborazione con “Dialettica&Filosofia”
A cura di Giovanni Andreozzi (Università di Parma, Universität Kassel) e Andrea Bianchi (Sapienza Università di Roma, Dialettica&Filosofia) Paolo Vinci (Sapienza Università di Roma).
---------------------------
Primo incontro, Palazzo Serra di Cassano, 12 febbraio 2025
Il rapporto tra la dimensione speculativa della filosofia hegeliana e il pensiero contemporaneo è attraversato da una peculiare ambivalenza. È possibile farne rivivere le potenzialità critiche all’interno delle coordinate del pensiero post-metafisico? O non risiedono invece queste proprio nella sua irriducibilità al pensiero contemporaneo, nella sua capacità di metterne in evidenza i limiti? Si tratta quindi di scoprire la natura già post-metafisica del sapere assoluto, oppure di mettere in discussione il presente a partire dalle pretese della filosofia hegeliana?
Congedo dal sapere assoluto. Genesi, esito, riscatto
Palazzo Serra di Cassano, 13 febbraio 2025
Il rapporto tra la dimensione speculativa della filosofia hegeliana e il pensiero contemporaneo è attraversato da una peculiare ambivalenza. È possibile farne rivivere le potenzialità critiche all’interno delle coordinate del pensiero post-metafisico? O non risiedono invece queste proprio nella sua irriducibilità al pensiero contemporaneo, nella sua capacità di metterne in evidenza i limiti? Si tratta quindi di scoprire la natura già post-metafisica del sapere assoluto, oppure di mettere in discussione il presente a partire dalle pretese della filosofia hegeliana?
Negatività, riflessione, sapere assoluto. L’eredità critica del pensiero speculativo hegeliano
Palazzo Serra di Cassano, 14 febbraio 2025
Il rapporto tra la dimensione speculativa della filosofia hegeliana e il pensiero contemporaneo è attraversato da una peculiare ambivalenza. È possibile farne rivivere le potenzialità critiche all’interno delle coordinate del pensiero post-metafisico? O non risiedono invece queste proprio nella sua irriducibilità al pensiero contemporaneo, nella sua capacità di metterne in evidenza i limiti? Si tratta quindi di scoprire la natura già post-metafisica del sapere assoluto, oppure di mettere in discussione il presente a partire dalle pretese della filosofia hegeliana?
L’ecosocialismo di Karl Marx di Kohei Saito è comparso in lingua italiana per i tipi di Castelvecchi nell’ottobre 2023 [1]. La pubblicazione in lingua inglese risale al 2017, l’editore fu la Monthly Review Press [2]. Saito è filosofo del pensiero economico, professore all’Università di Tokyo; il suo nome è giunto al grande pubblico grazie al boom di vendite del successivo Capital in the Antropocene (Ed. Shueisha, 2020) vincitore dell’Asia Book Award del 2021 nella categoria dei libri con un gran numero di lettori che colgono con acutezza i cambiamenti della società moderna.
L’autore – sin dalle pagine introduttive – si immerge nel dibattito che ha attraversato le opere di Marx, in particolare in merito all’ecologismo. Il rivoluzionario di Treviri è stato criticato – ricorda Saito – a partire dagli anni Settanta anche dall’emergente movimento ambientalista per il suo “prometeismo” ovvero per il suo elogio al progresso delle forze produttive e anche in campo sociologico non sono mancate voci autorevoli – come quella di Anthony Giddens – che hanno condiviso lo stereotipo secondo il quale in Marx lo sviluppo tecnologico avrebbe permesso di manipolare la natura.
Proprio l’emergere delle preoccupazioni per le sorti dell’ecosistema – poste dal noto rapporto Limits to Growth nel 1972 nei termini di un prossimo raggiungimento dei limiti naturali se la linea di sviluppo fosse continuata inalterata in alcuni settori strategici come l’industrializzazione e la produzione alimentare [3] – e la nascita dei movimenti ambientalisti hanno posto alla tradizione di pensiero marxista delle sfide importanti, in primis quella di individuare gli elementi teorici con cui aggredire problemi nuovi. Si trattava di recuperare e costruire un’immaginazione socialista sull’ecosistema.
Il pensiero socialista sull’ambiente si è sviluppato – argomenta Saito – in due fasi: una prima che desiste dal riscontrare un’ecologia in Marx o che, seppure ne riconosca l’esistenza, ne disconosce la rilevanza per l’oggi poiché formatasi in un contesto storico diverso. Sono riconducibili alla prima fase ecosocialista autori come André Gorz, Michael Löwy, James O’Connor o sostenitori più recenti come Joel Kovel. Questi autori hanno comunque lavorato – seppur in modi diversi – per sviluppare una proposta di transizione ecologica anche attraverso il metodo di Marx. Una seconda fase, con autori come John Bellamy Foster e Paul Burkett, che «analizzano le crisi ambientali come una contraddizione del capitalismo basata sulla “frattura metabolica”» (p. 10) con l’obiettivo di avvalorare la robustezza dell’ecologia di Marx. Foster, nel suo contributo al libro Marx Revival (Donzelli, 2019) curato da Marcello Musto, segnala anche una terza fase dell’ecosocialismo legata ai movimenti ambientalisti globali dei primi decenni del nostro secolo [4]. Ci sono poi i critici della teoria della frattura metabolica come Jason W. Moore che, dice Saito, lamentano che l’ecologia di Marx può tuttalpiù far emergere che il capitalismo sia deleterio per la natura.
Da: "https://www.dialetticaefilosofia.it/" dedicato a Il marxismo italiano nella crisi degli anni Settanta, a cura di C. M. Fabiani. - Roberto Fineschi è docente alla Siena School for Liberal Arts. Ha studiato filosofia e teoria economica a Siena, Berlino e Palermo. Fra le sue pubblicazioni: Marx e Hegel (Roma 2006), Un nuovo Marx (Roma 2008) e il profilo introduttivo Marx (Brescia 2021). È membro del comitato scientifico dell’edizione italiana delle Opere complete di Marx ed Engels, dell’International Symposium on Marxian Theory e della Internationale Gesellschaft Marx-Hegel für dialektisches Denken. (http://marxdialecticalstudies.blogspot.com - https://www.facebook.com/roberto.fineschi - Marx. Dialectical Studies - laboratoriocritico.org!).
La prima difficoltà nell’affrontare il tema proposto nasce dalla articolata definizione della stessa
categoria di marxismo. Nel dibattito corrente si tende a distinguere tra (i) Marx come fondatore di
una teoria della storia che nasce dall’esperienza pratica e che è capace di conseguenze pratiche, (ii) il
marxismo, in generale, come tentativo di applicarla alla realtà con intenti trasformativi e (iii) i
marxismi, al plurale, come diversificate modalità attraverso le quali quel tentativo viene
concretizzato1
. Si discute anche di quanto i vari marxismi siano stati coerenti con l’impianto generale
della teoria di Marx, oggi in particolare alla luce delle novità emerse con la pubblicazione della nuova
edizione storico-critica2
. In via preliminare mi atterrò a questa articolazione, declinando quindi il tema
a partire da una possibile individuazione di quale fosse il peculiare marxismo che entrò in crisi negli
anni Settanta; poiché tuttavia caposaldo di questa impostazione è la mediata dialettica di teoria e
prassi, di movimento reale e sua trasposizione politica, ritengo necessaria una premessa storico-reale
e non meramente teorica. Le riflessioni qui proposte sono di carattere preliminare e da verificare in
studi più approfonditi.
§1. Il marxismo-leninismo del PCI e la sua evoluzione negli anni Settanta
Credo si debba partire dall'individuazione dei tratti caratterizzanti il marxismo-leninismo del PCI,
forma egemone di organizzazione pratica e politica in Italia, adattamento togliattiano di ispirazione
gramsciana della tradizione sovietica sul modello del Partito nuovo3. Procedendo in maniera
estremamente schematica e approssimativa, ritengo si possano individuare alcuni punti chiave:
1) la classe operaia come soggetto antagonista. L’idea della tendenziale polarizzazione sociale in
operai contro capitalisti;
2) l’alleanza con i contadini per la formazione del blocco storico;
3) il partito come soggetto organizzativo con una sua struttura centrale forte e una sua capillare
diffusione nella produzione e nella società civile;
4) proprietà e gestione statale della produzione come obiettivo di lungo termine in cui consisteva
la realizzazione del socialismo, più o meno sulla falsariga del modello sovietico; il concetto di
egemonia per la progressiva formazione di un senso comune comunista che andasse di pari passo
con le modifiche di struttura;
5) l’idea che la questione strutturale fosse risolta, nel senso che, come sostiene Gramsci nei
Quaderni, le premesse materiali fossero già poste. Da questo punto di vista la questione della
rivoluzione diventava squisitamente – o esclusivamente – sovrastrutturale.
Se questa sommaria schematizzazione può costituire un primo punto di partenza, che cosa ne resta
dopo i cambiamenti avvenuti nella dinamica del modo di produzione capitalistico dalla prima fase
del dopoguerra ad oggi?4
Da: Laboratorio Critico - Roberto Fineschi è docente alla Siena School for Liberal Arts. Ha studiato filosofia e teoria economica a Siena, Berlino e Palermo. -
Da: Laboratorio Critico - Roberto Fineschi è docente alla Siena School for Liberal Arts. Ha studiato filosofia e teoria economica a Siena, Berlino e Palermo. -
Giorgio Cesarale è Professore Ordinario di Filosofia Politica presso il Dipartimento di Filosofia e Beni Culturali di Ca’ Foscari - Università di Venezia.
1) Hegel e la sua Filosofia del diritto in particolare vengono ancora in certa manualistica associati al romanticismo, al pensiero conservatore, ecc. Che cosa pensi di questo accostamento alla luce degli studi oramai decennali che hanno messo in luce i suoi legami con la Rivoluzione francese, o addirittura possibili posizioni più radicali fino a ipotizzare una carica diciamo "eversiva" rispetto allo stesso concetto borghese di "proprietà"?
2) In particolare nella sua teoria della società civile, sulla scia di autori classici dell'economia politica come Steuart, Smith, Ricardo, Hegel discute filosoficamente alcune delle questioni tuttora centrali della vita economica e sociale, come il concetto di proprietà, di denaro, divisione del lavoro, macchinismo, o questioni sociali come la pauperizzazione, la crisi, ecc. Che cosa è vivo di questa analisi? Ha dei limiti? Che vie di uscita prospetta?
3) Sembra a me che un aspetto moderno, progressivo e critico della modernità e post-modernità borghese sia il rifiuto dell'individualismo metodologico, l'approccio correntemente dominante in tutti gli ambiti del sapere sociale e umanistico. Che cosa pensi delle contro-accuse di organicismo totalitaristico che vengono in genere mosse in questo contesto? Non è quello di Hegel piuttosto un tentativo complesso di articolare sia sincronicamente che diacronicamente la dinamica uno-molti fuori da un asettico vuoto senza storia, caricandola invece di storicità determinata?
John Smith si è perso nel deserto, prossimo a morire di
sete. Il suo fidato GPS gli segnala la presenza d’acqua dieci
miglia ad Est. Dato che ritiene si debba leggere “dal Sud al
Nord globali” al posto di “dall’Oriente verso l’Occidente”,
si incammina verso Sud per non essere più visto. Questa,
ahimè, è la qualità dei rilievi che mi rivolge.
L’Oriente di cui parlo quando osservo che la ricchezza si è
spostata, in tempi recenti, da Occidente verso Oriente è
costituito dalla Cina, oramai la seconda economia più
grande al mondo (laddove si consideri l’Europa un’unica
economia) seguita al terzo posto dal Giappone. Si aggiunga Corea del Sud, Taiwan e (con
una certa licenza geografica) Singapore e ci si trova di fronte ad un potente blocco nel
contesto dell’economia globale (talvolta identificato come modello di sviluppo capitalistico
delle “oche volanti”), il quale rappresenta, al momento, circa un terzo del PIL globale
(rispetto al Nord America, che conta ora solo per poco più di un quarto). Se guardiamo
indietro a come era configurato il mondo, diciamo per esempio nel 1960, allora l’incedibile
crescita dell’Asia orientale come centro di potere dell’accumulazione globale di capitale
appare in tutta la sua evidenza.
Cinesi e Giapponesi posseggono ormai enormi fette del sempre crescente debito USA. Vi è
stata anche un’interessante sequenza, in cui ogni economia nazionale dell’Asia orientale si è
attivata alla ricerca di un fix spaziale per le massicce quantità di capitale eccedente,
accumulate all’interno dei rispettivi confini. Il Giappone ha iniziato a esportare capitale alla
fine degli anni Sessanta, la Corea del Sud alla fine dei Settanta e Taiwan nei primi Ottanta.
Non poco di tale investimento è andato verso il Nord America e l’Europa.
Adesso è il turno della Cina. Un mappa degli investimenti esteri cinesi nel 2000 appariva
vuota. Ora la loro ondata sta attraversando non solo la “Nuova via della seta”, lungo l’Asia
centrale in direzione dell’Europa, ma anche l’Africa orientale, in particolare, e sino
all’America Latina (più della metà degli investimenti esteri in Ecuador proviene dalla Cina).
Quando la Cina ha invitato leader da tutto il mondo a partecipare, nel maggio del 2017, alla conferenza della Nuova via della seta, oltre quaranta fra loro sono venuti ad ascoltare il
presidente Xi enunciare quello che molti hanno visto come l’esordio un nuovo ordine
mondiale, nel quale la Cina dovrebbe essere una (se non la) potenza egemone. Questo
significa che la Cina è la nuova potenza imperialista?
Si possono individuare delle interessanti micro-caratteristiche in tale scenario.
Da: https://www.ilponterivista.com - Anticipazione del nuovo libro di Emiliano Brancaccio con Giacomo Russo Spena, “Non sarà un pranzo di gala. Crisi, catastrofe, rivoluzione”, Meltemi edizioni (in uscita il 12 novembre). - Emiliano Brancaccioè
professore di Politica economica presso l'Università del Sannio
- www.emilianobrancaccio.it
L’ex capo economista del Fondo monetario internazionale ha sostenuto che per scongiurare una futura “catastrofe” serve una “rivoluzione” keynesiana della politica economica. La sua tesi viene qui sottoposta a esame critico sulla base di un criterio di indagine scientifica del processo storico definito «legge di riproduzione e tendenza del capitale». Da questo metodo di ricerca scaturisce una previsione: la libertà del capitale e la sua tendenza a centralizzarsi in sempre meno mani costituiscono una minaccia per le altre libertà e per le istituzioni liberaldemocratiche del nostro tempo. Dinanzi a una simile prospettiva Keynes non basta, come non basta invocare un reddito. L’unica rivoluzione in grado di scongiurare una catastrofe dei diritti risiede nel recupero e nel rilancio della più forte leva nella storia delle lotte politiche: la pianificazione collettiva, intesa questa volta nel senso inedito e sovversivo di fattore di sviluppo della libera individualità sociale e di un nuovo tipo umano liberato. Una sfida che mette in discussione un’intera architettura di credenze e impone una riflessione a tutti i movimenti di lotta e di emancipazione del nostro tempo, tuttora chiusi nell’angusto recinto di un paradigma liberale già in crisi
Prologo
Per scongiurare una futura “catastrofe” sociale serve una “rivoluzione” della politica economica. Così parlò Olivier Blanchard, già capo economista del Fondo monetario internazionale, in occasione di un dibattito e un simposio ispirati da un libretto critico a lui dedicato (Blanchard e Brancaccio 2019; Blanchard e Summers 2019; Brancaccio 2020). Che un grande cardinale delle istituzioni economiche mondiali adoperi espressioni così avventuristiche è un fatto inusuale. Ma l’aspetto davvero sorprendente è che tale fatto risale a prima del tracollo causato dal coronavirus. Tanto più dopo la pandemia, allora, diventa urgente cercare di capire se l’evocazione blanchardiana del bivio “catastrofe o rivoluzione” sia mera voce dal sen fuggita o piuttosto segno di svolta di uno spirito del tempo che inizia a muovere da farsa a tragedia. A tale interrogativo è dedicato questo scritto.
A chi intenda cimentarsi nella lettura, sarà utile lanciare un avvertimento. Sebbene intessuto di fili accademici, questo saggio risulterà estraneo alle pratiche discorsive dell’ordinario comunicare scientifico. Qui si cercherà infatti di rinnovare un antico esercizio, eracliteo e materialista: di intendere logos come scienza. Scienza non parziale ma generale, per giunta, quindi inevitabilmente colma di vuoti come un formaggio svizzero. Su questi vuoti, prevediamo, gli specialisti contemporanei avvertiranno insofferenza mentre sarà indulgente l’osservatore avvezzo alla critica e alla crescita della conoscenza (Lakatos e Musgrave 1976). Costui è consapevole che solo una visione generale consente di visualizzare quei vuoti, e quindi crea le premesse per tentare di perimetrarli e superarli.
Da: http://filosofiainmovimento.it - Giorgio Cesarale, IL MARX DI DAVID HARVEY,Filosofia e capitalismo. Hegel, Marx e le teorie contemporanee, Cap. 6, manifestolibri, Roma 2012, pp. 95-106 - Giorgio Cesarale è Professore Associato di Filosofia Politica presso il Dipartimento di Filosofia e Beni Culturali di Ca’ Foscari - Università di Venezia.
Della ampia e stratificata opera di David Harvey, di questa singolare figura che si colloca a metà fra urbanistica e teoria sociale, si conosce ormai molto, vista la larga circolazione ottenuta da libri come La crisi della modernità, La guerra perpetua e Breve storia del neoliberismo. Meno conosciuta, tuttavia, è la sua attenta e proficua ricerca sul Capitale marxiano; ricerca che è, peraltro, alla base delle tesi sostenute nelle opere appena menzionate. Ciò che in prima battuta ci proponiamo in questo articolo è di esporre le linee fondamentali di questa ricerca, valutandone meriti e specificità. In conclusione, cercheremo di dire in quale direzione la rilettura del Capitale compiuta da Harvey ha influenzato il corso delle sue più recenti indagini teoriche.
Della ermeneutica marxiana di Harvey si può dire che è peculiare anzitutto l’ispirazione generale: nessun autore, fra coloro i quali hanno recentemente provato a riattivare il contenuto problematico della critica marxiana dell’economia politica, è stato più fermo di lui nel rivendicare l’esigenza che sia sul terreno della analisi della crisi e delle “contraddizioni” del capitalismo che debba essere verificata la validità teorica di tale critica. Si tratta di un approccio che, pur comportando una certa riduzione della molteplicità di temi e “aperture” problematiche che Marx è venuto promuovendo nella sua matura critica dell’economia politica, non determina una incongrua dogmatizzazione del dettato testuale marxiano: il Capitale è anzi considerato come una sorta di cantiere a cielo aperto, come un testo pieno di “empty boxes”, che occorre riempire di significati e contenuti.
Una operazione di questo tipo non è peraltro rara nell’ambito del pensiero marxista contemporaneo: anche il filosofo francese Jacques Bidet, per esempio in Explication et reconstruction du Capital (PUF, Paris 2007), muove dall’ obiettivo di ripensare il Capitale a muovere dai “vuoti” del Capitale stesso. Tuttavia, mentre Bidet prova a riformulare il passaggio dalla sfera della circolazione a quella della produzione, quindi opera quasi esclusivamente all’interno del I libro del Capitale, Harvey lavora soprattutto sul raccordo fra I, II e III libro della stessa opera. La questione centrale è cioè quella della ricostruzione del nesso fra l’analisi del processo di produzione, contenuta nel I libro, e quelle del processo di circolazione (II libro) e di distribuzione del plusvalore fra le diverse classi sociali (III libro). Se si vuole ricollegare Marx con il paesaggio sociale e politico novecentesco e post-novecentesco – questo il proposito di Harvey – il contenuto del I libro non è sufficiente, ed ha anzi esiti fuorvianti.
Da: fondazione
basso
Questo seminario intende rileggere il lascito di Marx e in particolare del Capitale alla luce di questioni che oggi rendono particolarmente vive le analisi marxiane, facendo di questa opera uno strumento irrinunciabile al fine di comprendere le dinamiche del capitalismo contemporaneo. Non a caso negli ultimi anni Marx torna ad essere interrogato da più parti del globo e le sue categorie interpretative tornano ad essere utilizzate per far luce sia sui rapporti di dominio odierni, sia sui conflitti e le lotte che sfidano le dinamiche, i dispositivi e l’organizzazione dell’attuale capitalismo. I temi proposti intendono interrogare il Capitale alla luce del presente, sulla base dell’assunto che il pensiero di Marx è stato ed è ancora, più che mai nel contesto odierno, un metodo per interpretare e per pensare ad una trasformazione possibile. «Leggere Il Capitale» è ancora all’ordine del giorno.
ÉtienneBalibar, L’attualità del Capitale di Marx (11,50)
Giacomo Marramao, General Intellect: il cervello sociale come bene comune (47,50)
Alfonso Maurizio Iacono, La cooperazione (1,26,50)
Chiara Giorgi, L’interpretazione di Lelio Basso (1,56,00)
Claus Offe, The liberal democracy ‘cube’ under the onslaught of populist politics (2,27,13)
Alisa Del Re, Inchiesta operaia e riproduzione (3,43,53)
Stefano Petrucciani, Reificazione: le avventure di un concetto (4,22,20)
Luca Basso, Lo Stato nel Capitale fra genealogia e pratica politica (4,51,58)
Paolo Favilli, Il Capitale e la storia: appunti (5,24,25)
Laura Pennacchi, Feticismo della merce e alienazione (6,02,42)
Giorgio Cesarale, Logica e processo conoscitivo nel Capitale (6,41,22)
Alessandro Montebugnoli, La questione della produzione materiale (7,07,35)
Roberto Finelli, Il Capitale come Soggetto. Il circolo del presupposto-posto (7,35,36)
Adalgiso Amendola, Produzione di merci/produzione di soggettività (8,05,05)
Riccardo Bellofiore, Teoria del valore e critica dell’economia politica: la riscoperta del Capitale come teoria monetaria dello sfruttamento (8,32,00)
Obiettivo dei tre
volumi della Storia del marxismo è tracciare una mappa delle molte avventure di
pensiero che, a partire dal 1883, anno della morte di Marx, si sono dipanate
prendendo le mosse dalla sua eredità. Ripercorrere quasi un secolo e mezzo di
storia intellettuale, come i tre volumi cercano di fare, può essere utile anche
per contestualizzare ciò che di nuovo si viene scoprendo, attorno alle
questioni marxiane, nella ripresa di studi su Marx alla quale assistiamo da
qualche anno.
I. Socialdemocrazia, revisionismo, rivoluzione (1848-1945)
II. Comunismi e teorie critiche nel secondo Novecento III. Economia, politica, cultura: Marx oggi
Stefano Petrucciani Manifesto 8.12.2015
L’impatto che Karl Marx ha avuto sulla storia del XIX e del
XX secolo è stato così forte da non poter essere paragonato a quello di nessun
altro pensatore. Solo i fondatori delle grandi religioni hanno lasciato alla
storia del mondo una eredità più grande, influente e persistente di quella che
si deve al pensatore di Treviri. Ma per capire che tipo di influenza ha avuto
la figura di Marx sulla storia del suo tempo e di quello successivo, bisogna
mettere a fuoco un aspetto che concorre con altri a determinarne la
singolarità: l’attività di Marx si è caratterizzata per il fatto che Marx è
stato al tempo stesso un pensatore e un organizzatore/leader politico, e di
statura straordinaria in entrambi i campi. Notevolissima è stata la ricaduta
che le sue teorie hanno avuto sul pensiero sociale, filosofico e storico, ma
ancor più grande, anche se non immediato, è stato l’impatto che la sua attività
di dirigente politico (dalla stesura del Manifesto del Partito Comunista alla
fondazione della Prima Internazionale) ha lasciato alla storia
successiva.
Certo, una duplice dimensione di questo tipo non appartiene
solo a Marx: la si può anche ritrovare in grandi leader che furono suoi
antagonisti, da Proudhon a Mazzini a Bakunin. Ma in Marx entrambe le
dimensioni, quella della costruzione teorica e quella della visione politica,
attingono una potenza che manca a questi suoi pur importanti antagonisti. Sul
piano della organizzazione politica dall’attività di Marx sono infatti
derivati, nel tempo e attraverso complesse mediazioni, i partiti
socialdemocratici e poi quelli comunisti che hanno inciso così largamente nella
storia del Novecento. Sul piano teorico, invece, Marx ha influenzato, e
continua a segnare ancora oggi, una parte non trascurabile della cultura che
dopo di lui si è sviluppata.
La forza degli inediti
Un aspetto di questa duplice eredità di Marx è stato proprio
quello che si suole definire «marxismo». Anche la realtà politico-culturale che
si designa con questo termine è stata qualcosa di assai singolare perché ha
avuto una duplice natura: da un lato è stata una corrente culturale presente in
modo più o meno intenso nei vari ambiti disciplinari, dall’altro è stata anche
il riferimento «statutario» di partiti e organizzazioni politiche (socialiste o
comuniste): cosicché le discussioni sul marxismo per un verso si sono dipanate
come un libero dibattito culturale, per altro verso sono state un elemento
della lotta politica tra frazioni e gruppi all’interno del movimento operaio e
dei suoi partiti.
Ma che rapporto c’è tra il pensiero Marx e il «marxismo»? Un
primo aspetto che deve essere messo a fuoco, se si vuole ragionare su questo
punto, è che la conoscenza e la diffusione dell’opera di Marx è stata, durante
la sua vita e nel tempo immediatamente successivo, decisamente molto limitata.
Anzi si potrebbe dire che, su questo tema, viene alla luce una sorta di
contraddizione. Colui che è divenuto la fonte ispiratrice di un «ismo», e cioè
di qualcosa che comporta inevitabilmente una certa dogmatizzazione, aveva con
la propria opera un rapporto decisamente molto critico e problematico.