mercoledì 2 maggio 2018

Le realtà imperialiste e i miti di David Harvey - John Smith

Da: https://traduzionimarxiste.wordpress.com - Link al post originale in inglese roape.net
John Smith insegna politica economica internazionale alla Kingston University di Londra. 
David Harvey è  Distinguished Professor di antropologia e geografia presso il  Graduate Center della City University of New York.


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John Smith

Quando David Harvey afferma “Lo storico drenaggio di ricchezza dall’oriente verso l’Occidente, protrattosi per oltre due secoli, ad esempio, è stato in larga parte invertito negli ultimi trent’anni”, i suoi lettori supporranno ragionevolmente che egli si riferisca ad un tratto caratteristico dell’imperialismo, vale a dire il saccheggio del lavoro vivo, nonché delle ricchezze naturali, nelle colonie e semicolonie da parte delle potenze capitaliste in ascesa in Nord America ed Europa. In effetti, egli non lascia dubbi in merito, dato che fa precedere a queste parole il riferimento alle “vecchie categorie dell’imperialismo”. Ma qui incontriamo il primo di tanti offuscamenti. Per oltre due secoli, l’Europa ed il Nord America imperialisti hanno drenato anche ricchezze dall’America Latina e dall’Africa, così come da tutte le parti dell’Asia… eccetto il Giappone, il quale a sua volta è emerso come potenza imperialista durante il XIX secolo. “Oriente-Occidente”, dunque, costituisce un sostituto imperfetto per “Nord-Sud”, ed è per questo che ho osato adeguare i punti della bussola di Harvey, attirandomi una risposta petulante
David Harvey


Come David Harvey ben sa, tutte le parti coinvolte nel dibattito su imperialismo, modernizzazione e sviluppo capitalistico riconoscono una divisione primaria tra paesi definiti, variamente, come “sviluppati e in via di sviluppo”, “imperialisti e oppressi”, “del centro e della periferia”, ecc., persino laddove non vi è accordo su come tale divisione si stia evolvendo. Inoltre, i criteri per determinare l’appartenenza a questi gruppi di paesi possono validamente includere politica, economia, storia, cultura e molto altro, ma non la collocazione geografica – “Nord-Sud” non essendo altro che una scorciatoia descrittiva per altri criteri, come indicato dal fatto, generalmente riconosciuto, che il “Nord” comprende Australia e Nuova Zelanda. Eppure, nella sua replica alla mia critica, Harvey eleva la geografia al di sopra di tutto, gettando la Cina, il cui PIL pro capite nel 2017 era situato tra Thailandia e Repubblica Dominicana, nello stesso calderone di Corea del Sud, Taiwan e Giappone imperialista, all’interno di uno specifico “potente blocco [sic] nel contesto dell’economia globale”, relativo all’Asia orientale. Considerato lo stato moribondo dell’economa giapponese, con un PIL cresciuto in media meno dell’1% all’anno dal 1990, e nella consapevolezza dell’esplosiva rivalità economica, politica e militare del Giappone con la Cina, interrogarsi se tale “blocco” stia ora drenando ricchezza da Europa e Nord America capitalisti significa porsi la domanda sbagliata. 
Per giudicare dell’affermazione di Harvey, secondo la quale i flussi di ricchezza associati con l’imperialismo si sono invertiti dovremmo porci un interrogativo più pertinente: i paesi capitalisti sviluppati dell’Europa, del Nord America e il Giappone continuano a drenare ricchezza dalla Cina a da altri “paesi emergenti” in Asia, Africa e America Latina? A meno che Harvey non ritenga i flussi di ricchezza dall’Africa e dall’America Latina verso “Occidente” grandi abbastanza da compensare il presunto flusso da Occidente verso il “blocco dell’Asia orientale”, la sua risposta dovrebbe essere no, non è più così.

Alcune realtà sul terreno

Nel 2015, ricercatori con sede in Brasile, India, Nigeria, Norvegia e USA hanno pubblicato Financial flows and tax havens: combining to limit the lives of billions of people, definendolo giustamente “la più completa analisi dei flussi finanziari che incidono sui paesi in via di sviluppo compilata sino ad oggi”. Il loro rapporto calcola i “trasferimenti netti di risorse” tra paesi sviluppati ed in via di sviluppo, combinando flussi e deflussi tanto leciti quanto illeciti – dagli aiuti allo sviluppo e alle rimesse degli stipendi sino ai proventi netti del commercio, al servizio del debito, ai nuovi prestiti, agli IDE, gli investimenti di portafoglio e i profitti rimpatriati, insieme con la fuga di capitali e altre forme di imbroglio finanziario sino al furto vero e proprio. Ancora, rivelano che nel 2012, l’anno più recente per il quale è stato possibile reperire dei dati, quelli che definiscono “paesi in via di sviluppo ed emergenti” (con il che si intende anche la Cina) hanno perso 2,0 bilioni di dollari in trasferimenti netti verso i paesi ricchi, equivalente all’8% del PIL dei paesi emergenti in quello stesso anno – un ammontare quattro volte superiore alla media annuale di 504 miliardi di dollari in trasferimenti netti di risorse dai paesi poveri a quelli ricchi durante la prima metà degli anni Duemila. Quando vengono incluse stime che tengono conto della sottofatturazione, nonché di altre forme di frode e criminalità, che non lasciano tracce statistiche, i trasferimenti netti di risorse dai paesi poveri a quelli imperialisti, sempre nel 2012, superano i 2 bilioni di dollari, vale a dire circa il 12% del PIL dei primi.
Più in generale, emerge che “i trasferimenti di fondi dai paesi in via di sviluppo, sia registrati che non registrati, leciti e illeciti, hanno teso ad aumentare nel periodo 1980-2011”. Per quanto riguarda l’Africa sub-sahariana, viene riportato che i trasferimenti netti di risorse da quest’area ai paesi imperialisti (o paradisi fiscali da essi autorizzati), tra il 1980 e il 2012, hanno raggiunto un ammontare di 792 miliardi di dollari, che i trasferimenti illeciti dall’Africa ai paesi imperialisti, come percentuale del PIL, sono superiori rispetto a quelli provenienti da qualsiasi altra regione e, ancora, che la fuga di capitali sempre dall’Africa sub-sahariana sta crescendo di oltre il 20 percento all’anno, più velocemente che in qualsiasi altra parte del mondo.
Riguardo a quella che hanno definito “una svolta ironica nella narrazione dello sviluppo” gli stessi autori così concludono, “sin dai primi anni Ottanta, i trasferimenti netti di risorse per tutti i paesi in via di sviluppo sono stati, in gran parte, ampi e negativi, indicando deflussi sostenuti e significativi dal mondo in via di sviluppo… risultanti in un cronico drenaggio di risorse dal mondo in via di sviluppo lungo estesi periodi di tempo”.
Come si inserisce la Cina in questo quadro più ampio? Ricorrendo a una sofisticata metodologia e ad ipotesi prudenti, i ricercatori calcolano che il grande paese asiatico conta per non meno di due terzi del deficit di trasferimento di risorse totale registrato per tutti i “paesi emergenti”, in un periodo che va dal 1980 al 2012, in tutto, 1,9 bilioni di dollari; la spiegazione di questa alta proporzione risiedendo “nella grande eccedenza delle partite correnti della Cina e nei relativi deflussi di capitali e riserve”, e nella’ever rappresentato il 21%, o 2,8 bilioni, del totale di 13,4 bilioni di fuga dei capitali drenati da tutte i “paesi emergenti” verso quelli ricchi nel corso di questi tre decenni.

Ulteriori realtà sul terreno

Questi dati di fatto sono di per sé sufficienti a confutare le affermazioni di Harvey, secondo le quali la Cina e i suoi vicini stanno ormai drenando ricchezza dagli “ex” paesi imperialisti in Europa e Nord America. David Harvey dovrebbe fornire qualche dato per corroborare le sue asserzioni – o ritirarle. Ma il caso contro la sua negazione dell’imperialismo va ben oltre quanto rivelato dalle statistiche sul commercio, sul servizio del debito, il rimpatrio dei profitti e le fughe di capitali.
Innanzitutto, la metodologia del “trasferimento netto di risorse”, implementata nella ricerca citata, significa che i flussi Sud-Nord di profitti rimpatriati sono compensati da quelli nuovi Nord-Sud, costituiti da IDE. Eppure si tratta di un genere differente di flussi. i profitti rimpatriati incrementano in modo inequivocabile la ricchezza delle imprese multinazionali; gli IDE, altrettanto inequivocabilmente, aumentano la fetta di economia ospitante che possiedono e controllano. Questi flussi possono andare in direzioni opposte, ma entrambi rafforzano il dominio imperialista sulle economie ospitanti, un fatto ignorato nel momento in cui vengono semplicisticamente annullati; e considerazioni simili si possono applicare ad altri tipi di flussi, ad esempio, servizio del debito contro nuovi prestiti.
Ancor più importante, la teoria del valore di Marx ci insegna come i dati sul commercio e sui flussi finanziari forniscono un’immagine assai distorta, e riduttiva, dei sottostanti flussi di valore e plusvalore. Ad esempio, i soli flussi di ricchezza da Cina e altri paesi a basso salario verso imprese multinazionali non finanziarie, con sede in Giappone, Europa e Nord America, emergenti dai dati statistici, sono costituiti da profitti rimpatriati derivanti da investimenti diretti. In contrasto con ciò, non un singolo centesimo dei profitti di H&M, Apple o General Motors può essere tracciato in direzione dei lavoratori supersfruttati Bangladesi, Cinesi e Messicani che lavorano duramente per i fornitori di queste imprese multinazionali; ed è proprio tale tipo di rapporto, cosiddetto “arm’s length”, a prevalere sempre più nelle catene globali del valore che connettono Imprese multinazionali e cittadini dei paesi imperialisti ai lavoratori a basso salario, i quali ultimi producono una quantità sempre maggiore dei fattori di produzione intermedi e dei beni di consumo dei primi.
La conclusione di fondo che traggo da tutto ciò, come ho sostenuto nel post Come David Harvey nega l’imperialismo, e la seguente:
La vasta scala raggiunta dalla delocalizzazione della produzione verso i paesi a basso salario, sia attraverso investimenti diretti esteri che tramite rapporti più indiretti, significa uno sfruttamento di gran lunga superiore della manodopera del Sud da parte delle imprese multinazionali di USA, Europa e Giappone, dunque legioni di lavoratori soggetti ad un maggiore tasso di sfruttamento… [questi fatti] implicano nuovi e sempre maggiori flussi di valore e plusvalore per le imprese multinazionali di USA, Europa e Giappone… oltreché ragione di individuare in una simile trasformazione il segno di un nuovo stadio nello sviluppo dell’imperialismo.
 David Harvey, nella sua replica alla mia critica, tratta questo aspetto caratterizzante dell’epoca neoliberista in maniera ben diversa: 


Così, dagli anni Settanta in poi, alcuni capitali (ma nient’affatto tutti) si sono diretti dove la forza lavoro era più a buon mercato. Ma la globalizzazione non può funzionare senza ridurre le barriere allo scambio di merci e ai flussi di denaro, quest’ultimo aspetto ha significato l’apertura di un vaso di Pandora per il capitale finanziario, a lungo frustrato dalle regolamentazioni nazionali. L’effetto a lungo termine è stato la riduzione della forza e dei privilegi dei movimenti della classe lavoratrice del Nord Globale, appunto mettendoli nel raggio di competizione di una forza lavoro globale a cui si poteva accedere praticamente a qualsiasi prezzo.
Qui, Harvey, ignora completamente la crescente dipendenza delle imprese multinazionali statunitensi, europee e giapponesi dal plusvalore proveniente dai paesi a baso salario, e cerca di spostare l’attenzione sull’importante, ma secondario, fenomeno della finanziarizzazione. Il solo effetto dello spostamento globale della produzione verso i paesi a basso reddito che ritiene degno di nota è quello soffocante sui “movimenti della classe lavoratrice del Nord globale”. E tale effetto enormemente esagerato – la riduzione della forza e dei privilegi di questi ultimi, vorrebbe convincerci Harvey, sarebbe stato di tale portata per cui ora si troverebbero a competere coi loro fratelli e sorelle del Sud globale, in condizioni più o meno analoghe.
Nella mia critica iniziale ho citato Diciassette contraddizione e la fine del capitalismo (p. 173), laddove afferma “Le disparità nella distribuzione globale di ricchezza e reddito frapaesi si sono molto ridotte, con la crescita del reddito pro capite in molte parti del mondo in via di sviluppo”; ribattendo come tale passo “esagera enormemente la convergenza globale: una volta rimossa la Cina dal quadro, e dato conto delle accresciute diseguaglianze di reddito in molte nazioni del sud, nessun progresso reale è stato compiuto nel superare l’enorme divario in termini di salari reali e livello di vita tra “Occidente” e resto del mondo”. Questa la risposta di Harvey: “Sostengo l’affermazione secondo la quale le classi lavoratrici, all’interno della struttura globale del capitalismo contemporaneo, sono oggi di gran lunga più competitive l’una con l’altra rispetto agli anni Sessanta”.
È vero che i bassissimi salari nei paesi del Sud globale vengono usati contro i lavoratori dei paesi imperialisti, ma è assurdo suggerire che il divario Nord-Sud nei salari e livelli di vita sia stato, sostanzialmente, eroso. Anche in questo caso, Harvey dovrebbe fornire dei dati a sostegno delle sue affermazioni – o ritirarle. In proposito, potrebbe utilmente consultare il quinto capitolo, “Global wage trends in the neoliberal era”, del mio volume Imperialism in the Twenty-first Centuryinsieme alla discussione contenutavi circa la crescita del “pianeta degli slum” (sia detto riguardo all’affermazione di Harvey secondo la quale ignorerei la questione dell’urbanizzazione), nonché le altre prove a supporto di un’ipotesi ben differente da quella mainstream della convergenza, supportata da Harvey (p. 104):
la divisione imperialista del mondo… ha plasmato la classe lavoratrice globale, fatto rispetto al quale è stata centrale la violenta repressione della mobilità internazionale del lavoro. Proprio come le famigerate pass-laws hanno incarnato l’apartheid in Sudafrica, i controlli sull’immigrazione costituiscono il cardine di un sistema economico globale analogo all’apartheid, nel quale vengono sistematicamente negati cittadinanza e diritti umani fondamentali ai lavoratori del Sud  e dove, esattamente come nel Sudafrica segregazionista, tutto ciò rappresenta una condizione necessaria del loro sfruttamento.
Perché Harvey si rifiuta di riconoscere l’enorme espansione dello sfruttamento del lavoro del Sud da parte del capitale del Nord? Perché nega il prevalere del supersfruttamento ai piani inferiori, quelli a basso salario, del valore globale? Perché afferma che la divisione interna alle schiere della classe lavoratrice globale, che già preoccupava Lenin ed il movimento comunista, quando era ancora tale, è ormai storia passata? È molto semplice – una dose di realismo, rispetto ad ognuno di questi temi, si tradurrebbe nel collasso della sua argomentazione.

L’idealismo di Harvey

“Marx ci ha insegnato che il metodo del materialismo storico non consiste nel partire dai concetti per poi imporli alla realtà, ma, al contrario, dalle realtà sul terreno al fine di scoprire i concetti astratti adeguati alla loro situazione. Iniziare dai concetti, come fa John Smith, significa impelagarsi in un crudo idealismo”. Harvey offre un consiglio assennato – ma dovrebbe mettere in pratica ciò che predica. La critica rivolta al mio metodo analitico, in quanto ritenuto “crudo idealismo”, si applica senza esagerazione, come avremo modo di vedere, al suo stesso approccio.
È davvero una questione della massima importanza partire dai fatti, come ho sottolineato nel mio articolo Imperialism in the Twenty-first Century:
«Il comunismo non è una dottrina ma un movimento; non muove da principi ma da fatti», ha scritto Friedrick Engels. Le ampie differenze internazionali nel tasso di sfruttamento, il grande trasferimento globale della produzione dove questo tasso è più alto, e l’impressionante spostamento al Sud del centro di gravità della classe lavoratrice industriale, rappresentano in nuovi ed enormi fatti dai quali dobbiamo procedere. Sono  queste le trasformazioni caratterizzanti l’era neoliberista, e sono la chiave per comprendere la natura e la dinamica della crisi globale. Invece di utilizzare i commenti di Marx circa la produzione del XIX secolo allo scopo di negare la realtà del supper-sfruttamento nel XXI secolo (e dell’ordine imperialista su di esso poggiante), dovremmo testare la teoria di Marx su tali nuovi fatti, usandola e sviluppandola criticamente al fine di comprendere questa nuova fase dello sviluppo imperialista del capitalismo.
Harvey mi accusa di esporre una “rigida e fissa teoria dell’imperialismo”. Ovviamente non ha letto il mio libro. Poco male; sono certo sia molto occupato. Ma qualora lo faccia, vedrebbe che, procedendo dal fatto più significativo e trasformativo dell’epoca neoliberista, ovvero lo spostamento della produzione verso i paesi a basso salario, guidato dalla fame imperialista di lavoro supersfruttato, giungo a sostenere non solo la necessità di una radicale espansione della teoria di Lenin, ma anche che: 
… Proprio come Karl Marx non avrebbe potuto scrivere Il capitale prima che la forma matura e pienamente evoluta del capitalismo fosse emersa con l’ascesa del capitalismo industriale in Inghilterra, è altrettanto irragionevole aspettarsi di trovare negli scritti di Lenin e altri una teoria dell’imperialismo, allora nascente, in grado di spiegarne la forma pienamente evoluta e moderna (Imperialism in the Twenty-first Century, libro, p. 225)…
… e ancora, sostenere che il necessario punto di partenza per una teoria dell’imperialismo risiede precisamente in quanto escluso da Marx nel Capitale; ad esempio, nel già citato articolo della Monthly Review, affermo:
Nel terzo volume del Capitale, nel corso dell’analisi delle “cause antagonistiche” che inibiscono la caduta tendenziale del saggio di profitto, Marx fa un’altro breve riferimento a questa terza modalità di aumento del plusvalore. Uno di questi fattori, la «riduzione del salario al di sotto del suo valore», viene trattato in due brevi frasi: «unitamente a moti altri che dovrebbero essere qui menzionati, non ha nulla a che vedere con l’analisi generale del capitale, ma appartiene allo studio della concorrenza, di cui non ci occupiamo in questa opera. Esso rappresenta per altro una delle cause più importanti che frenano la tendenza alla caduta del saggio di profitto»
Non solo Marx lascia da parte la riduzione dei salari al di sotto dl loro valore, ma s’impegna in un’ulteriore astrazione la quale, benché necessaria alla sua «analisi generale del capitale», deve essere attenuata se vogliamo esaminare l’attuale fase dello sviluppo capitalistico: «La distinzione del saggio del plusvalore nei diversi paesi e quindi del loro grado di sfruttamento del lavoro non viene considerata nella presente indagine». Eppure è proprio questo a dover costituire il punto di partenza di una teoria dell’imperialismo contemporaneo.
Harvey mi rimprovera di aver affermato che il suo Limits to Capital contiene solo “una breve e saltuaria menzione” riguardo all’imperialismo. Mi scuso per questa imprecisione. Il suo libro presenta molti riferimenti, fugaci e di natura storica, all’imperialismo, nonché due discussioni un po’ più sostanziali, una circa la teoria di Lenin, l’altra formante una parte delle conclusioni del volume. La verità che volevo esprimere è che solo una volta (pp. 441-2) Harvey menziona che l’essenza dell’imperialismo consiste nella “realtà dello sfruttamento delle popolazioni di una regione da parte di quelle di un’altra… [la] produzione geografica del plusvalore [può] divergere dalla sua distribuzione geografica”. Ho trascurato un’altra breve menzione: “ogni stato-nazione si impegna nel proteggere la propria base monetaria [tramite] rafforzamento della produzione di valore e plusvalore entro i suoi confini o appropriandosi del valore prodotto altrove (avventure coloniali e imperialiste)” (p. 387). E questo è tutto! In ogni altra occasione – persino quando tratta della teoria di Lenin! – l’imperialismo viene discusso in rapporto alle rivalità tra stati, al capitale finanziario e all’ascesa dei monopoli, ma lo sfruttamento dei popoli assoggettati viene completamente espunto, tanto dalla concezione propria di Harvey, quanto dalla presentazione degli altrui punti di vista.
Nella sua replica alla mia critica, Harvey riconosce, altrettanto vagamente, questo fenomeno importantissimo, asserendo che non “vuole negare che il valore prodotto in un luogo finisce per esser appropriato in un altro e che, in tutto ciò, vi un livello di brutalità spaventoso”. Bene, non lo nega, ma no ci si sofferma neanche. Vuole solo dirne il meno possibile, evitando ad ogni costo di riconoscere che il valore prodotto in luoghi come la Cina, il Bangladesh e il Messico finisce per essere appropriato in altri, come gli USA, la Gran Bretagna e il Giappone. 
Quel poco che dice, tuttavia, e assai rivelatore – non sul mondo che ci circonda, bensì circa la qualità (in tutte le accezioni del termine) della sua argomentazione. Nella sua replica, per esempio, sostiene che, “Quando leggiamo i resoconti delle terribili condizioni di supersfruttamento nel settore manifatturiero del Sud globale,  spesso emerge come siano imprese taiwanesi o sudcoreane ad esservi coinvolte, anche se il prodotto finale giunge poi in Europa e Stati Uniti”. Il problema sostanziale di tale affermazione è stato indicato da Judy Whitehead nel commento che a postato alla replica di Harvey: “Sebbene sia vero che molte imprese locali, si pensi alla Foxconn, gestiscono le fabbriche in cui si producono beni destinati all’Occidente, in Cina e altre località, Smith dimostra nel suo libro come una grande maggioranza dei profitti finiscano alle multinazionali rispetto alle quali sono sotto contratto, ad esempio la Apple”.
Altre due cose si possono dire riguardo alle affermazioni di Harvey. Primo, nelle rare occasioni in cui fa menzione del supersfruttamento, egli vi fa ricorso solo come termine descrittivo, mai come categoria analitica. Secondo, ogni volta che ne riconosce la realtà – come nel passo succitato – si sforza nel distogliere l’attenzione dai benefici di tale fenomeno sui profitti delle imprese multinazionali con sede in Nord America, Europa e Giappone.
Concludo questa discussione del trattamento riservato da Harvey a fatti scomodi esaminando un’altra delle sue affermazioni rivelatrici. Nella sua replica alla mia critica sostiene che, “come ha fatto notare Marx tempo addietro, i trasferimenti geografici di ricchezza da una parte del mondo ad un’altra non vanno a beneficio di un intero paese; sono semmai invariabilmente concentrati nelle mani delle classi privilegiate”.
Invariabilmente?? Harvey non riesce a pensare ad alcun caso nel quale gli imperialisti hanno utilizzato parte dei proventi del supersfruttamento al fine di corrompere i loro stessi lavoratori? Si ingannava, forse, Friedrick Engles quando, in una lettera del 1882 a Kautsky (quando questi era ancora un marxista), scriveva, “mi chiedi cosa pensano i lavoratori inglesi della politica coloniale. Ebbene, esattamente lo stesso che pensano della politica in generale: lo stesso che pensano i borghesi. Non vi è qui un partito dei lavoratori… e i lavoratori consumano allegramente la propria parte del monopolio inglese del mercato mondiale e delle colonie”?
Quando Eernest Bevin, ministro degli esteri laburista nel governo britannico del secondo dopoguerra, dichiarava alla Camera dei comuni, nel 1946, “non sono disposto a sacrificare l’Impero britannico, perché so che laddove dovesse crollare… significherebbe un considerevole abbassamento del livello di vita dei nostri elettori”, stava forse inventando?
E ancora, quando il governo britannico raccoglie, attraverso l’IVA e altre tasse, sino alla metà del prezzo finale di vendita di una maglietta prodotta in Bangladesh (mentre la donna che l’ha fatta viene pagata un’infima parte di tale cifra) e utilizza questo gettito fiscale per finanziare il Servizio sanitario nazionale e le pensioni dei lavoratori (senza che niente di tutto ciò sia disponibile per le nostre sorelle bangladesi, né per i 260 milioni di migranti dalle campagne cinesi, che lavorano nelle fabbriche orientate all’esportazione del loro paese), è accettabile per i marxisti ignorare simili, sconvenienti, “realtà sul terreno”?
In L’imperialismo e la scissione del socialismo (Opere complete, vol. XXIII, p. 112) Lenin afferma (e ripete la medesima idea in innumerevoli altri articoli e discorsi), “Di questo sovraprofitto [derivante dal “monopolio coloniale dell’Inghilterra”, enfasi di Lenin, qui e nel seguito della citazione] i capitalisti possono sacrificare una piccola parte (e persino assai considerevole!) per corrompere i propri operai, per creare una specie di alleanza… un’unione degli operai di una data nazione con i propri capitalisti contro gli altri paesi”; e prosegue (p. 113), “È questa l’essenza economica e politica dell’imperialismo, le cui profondissime contraddizioni sono da Kautsky offuscate, invece di esser messe a nudo”. Si sostituisca Harvey a Kautsky, e tali parole appariranno altrettanto vere oggi di quando furono scritte un secolo fa. E quando David Harvey risponderà alla mia critica, e spero sinceramente che vorrà farlo, forse potrà spiegare perché omette qualsiasi menzione a questa “essenza economica e politica dell’imperialismo” nel suo trattamento del punto di vista di Lenin in Limits to Capital La guerra perpetua: analisi del nuovo imperialismo, così come in altri scritti.

Come Harvey usa Il capitale al fine di negare l’imperialismo

Finora, abbiamo esaminato come Harvey affronta i fatti che contraddicono la sua negazione dell’imperialismo. Ora rivolgeremo l’attenzione al modo in cui usa e abusa di concetti teorici tratti da Marx allo stesso fine.
Harevey sostiene che “riconosce il valore della teoria del plusvalore relativo di Marx, con cui si rende possibile l’innalzamento significativo dello standard fisico di vita del lavoro, anche se il tasso di sfruttamento cresce a livelli drammatici, impossibile da raggiungere attraverso il plusvalore assoluto guadagnato nelle arene più povere dell’accumulazione del capitale, spesso dominante nel Sud globale”.
Qui Harvey riecheggia l’argomentazione standard usata da molti marxisti nei paesi imperialisti (ai quali a volte faccio riferimento come “euro-marxisti) allo scopo di negare il prevalere di più alti tassi di sfruttamento in paesi come Cina, Bangladesh, ecc. Così facendo, ci fornisce un esempio eccellente di imposizione di concetti alla realtà. Il ricorso alla teoria marxiana del plusvalore assoluto per spiegare i livelli terribilmente bassi di consumo subiti dai lavoratori tessili in Bangladesh, e da quelli impiegati nelle catene di montaggio di automobili in Messico, è superficiale e ingannevole. Che siano in molti a farlo non costituisce una scusa; al contrario, aumenta l’onere da parte di Harvey di applicare la sua profonda conoscenza del marxismo al fine di sviluppare questa teoria, così da fornire una risposta agli interrogativi posti dal mondo reale, interrogativi troppo a lungo rimasti inevasi.
Come per tutte le merci, il valore della forza lavoro è determinato dalla quantità di lavoro richiesta dalla sua produzione, ed è sinonimo di “tempo di lavoro necessario”, vale a dire,  il tempo da lei/lui (lavoratori) impiegato nel rimpiazzare i valori consumati dalla di lei/lui famiglia. Il concetto di plusvalore assoluto di Marx fa riferimento all’estensione della giornata lavorativa oltre il tempo di lavoro necessario; la quantità di tale estensione viene definita tempo di pluslavoro, ed il rapporto fra i due tempi costituisce il tasso di plusvalore, alias, il tasso di sfruttamento (la differenza tra questi due termini assume importanza quando teniamo conto della distinzione tra lavoro di produzione e non, ma non è rilevante in questa sede). Il plusvalore assoluto, sostiene Marx, può essere incrementato estendendo ulteriormente la giornata lavorativa oltre il tempo di lavoro necessario. Ciò è del tutto distinto dalla riduzione del tempo di lavoro necessario tramite compressione dei livelli di consumo dei lavoratori. Come spiega Marx in numerosi passi del I e III volume del Capitale, “comprime[re] il salario dell’operaio al di sotto del valore della forza-lavoro dell’operaio” è “escluso per il presupposto che le merci, e quindi anche la forza-lavoro, vengano comprate e vendute al loro pieno valore”.
Dall’altra, il concetto di plusvalore relativo di Marx spiega che i miglioramenti nella produttività dei lavoratori, direttamente o indirettamente impegnati nella produzione di beni di consumo, riducono il tempo di lavoro necessario senza una corrispondente riduzione nei livelli di consumo dei lavoratori, e che tali avanzamenti nella produttività possono consentire ai livelli di consumo dei lavoratori di crescere, senza incrementare il tempo di lavoro necessario e riducendo il tasso del plusvalore.
Nessuno di questi concetti, presi separatamente o combinati, è sufficiente a spiegare i rapporti di valore in atto nelle reti della produzione globalizzata contemporanea. In primo luogo, l’argomentazione di Harvey è contraddetta dai fatti – lo spostamento della produzioni di così tanti beni di consumo verso i paesi a basso salario significa che, in questi ultimi, i salari e la produttività dei lavoratori sono divenuti fattori determinanti del plusvalore relativo nei paesi imperialisti. Ciò che vi è di inedito nel “nuovo imperialismo” è l’ampiezza di scala assunta da tale fenomeno; l’eccezionale importanza del contributo di Ruy Mauro Marini al dibattito su imperialismo e dipendenza, che infuriava nei decenni precedenti il 1980, risiede, in parte, nel suo argomento per cui, durante la stessa vita di Karl Marx, il supersfruttamento nelle colonie e neo-colonie britanniche incrementava il plusvalore relativo all’interno della stessa Gran Bretagna (le importazioni di cibo più a buon mercato, ecc., riducevano il tempo di lavoro necessario senza ridurre i livelli di consumo). Nel suo Dialéctica de la Dependencia (1973), Marini così argomenta (traduzione mia):
Il concetto di supersfruttamento non è identico a quello di plusvalore assoluto, poiché include anche un tipo di produzione del plusvalore relativo – quella che corrisponde ad un incremento dell’intensità del lavoro. Dall’altra parte, la conversione di parte del fondo salari in una fonte di accumulazione del capitale non rappresenta strettamente una forma di produzione di plusvalore assoluto, dato che influisce, simultaneamente, su entrambe le parti della giornata lavorativa, dunque non solo sul tempo di pluslavoro come nel caso del plusvalore assoluto. Sopratutto, il supersfruttamento è definito innanzitutto da un maggiore sfruttamento della capacità fisica del lavoratore, in contrasto con lo sfruttamento derivante dell’incremento della di lei/lui produttività, e tende normalmente a esprimersi nel fatto che la forza lavoro viene remunerata al di sotto del suo valore.
In secondo luogo, e ancor più seriamente, l’abuso da parte di Harvey del concetto di plusvalore assoluto conduce al banale errore di confondere la produttività dei lavoratori che producono beni di consumo con quelli che li consumano. Come spiego in Imperialism in the Twenty-first Century (libro, pp. 242-3):
Non solo il rapporto tra produttività del lavoro e valore di scambio da esso creato non è diretta, come asserito dalla teoria economica mainstream e riecheggiato dagli euro-marxisti, ma sono anzi completamente indipendenti l’una dall’altro, come sottolineato da Marx (vol. I, p. 56-7):
Naturalmente forza produttiva è sempre forza produttiva di lavoro utile… il lavoro utile diventa fonte più abbondante o più scarsa di prodotti in rapporto diretto coll’aumento o con la diminuzione della sua forza produttiva. Invece, un cambiamento della forza produttiva non tocca affatto il lavoro rappresentato nel valore preso in sé e per sé. Poiché la forza produttiva appartiene alla forma utile e concreta del lavoro, non può naturalmente più toccare il lavoro, appena si fa astrazione dalla sua forma concreta e utile. Quindi lavoro identico rende sempre, in spazi di tempo identici, grandezza identica di valore, qualunque possa essere la variazione della forza produttiva. Ma esso fornisce nello stesso periodo di tempo quantità differenti di valori d’uso
La convinzione che vi sia un rapporto diretto tra salari e produttività è quindi fondata sulla confusione tra valore d’uso e valore di scambio, una confusione che demolisce le fondamenta stesse della teoria di Marx e, di fatto, risponde alla parvenza dei rapporti di produzione così come si forma nella mente del capitalista. In altre parole, i marxisti ortodossi stano di fatto promuovendo l’economia borghese mascherata con una terminologia marxista.
Se i concetti marxiani di plusvalore assoluto e relativo sono insufficienti a spiegare le realtà delle reti produzione globale contemporanee, di cos’altro necessitiamo? la risposta breve: una concezione teorica del supersfruttamento. Come affermato sopra, Marx ha ripetutamente ed esplicitamente escluso, dalla sua “teoria generale” del capitale, tanto le variazioni internazionali nel tasso di plusvalore, quanto la compressione dei salari al di sotto del valore della forza lavoro. La riduzione del valore della forza lavoro tramite la compressione dei livelli di consumo (o ciò che equivale alla stessa cosa, ovvero, la riduzione del salario al di sotto del valore della forza lavoro) costituisce una terza, e distinta, modalità di incremento del plusvalore, la quale ha ottenuto un’incredibile importanza nell’epoca neoliberista, essendo la fondamentale forza motrice dietro l’arbitraggio globale del lavoro e lo spostamento della produzione nei paesi a basso salario.
La riscoperta di questa terza forma di plusvalore è la svolta che fornisce la chiave per liberare i concetti dinamici contenuti nel Capitale, una svolta compiuta da Andy Higginbottom in un paper del 2009 intitolata The Third Form of Surplus Value Increase, basata sul sopra menzionato lavoro di Ruy Mauro Marini e da allora sviluppata in una serie di innovativi paper e articoli (si veda quiqui e, ancora, qui). Nel paper del 2009 egli afferma, “Marx discute tre distinte modalità tramite cui il capitale può incrementare il plusvalore, ma dà un nome solo a due, plusvalore assoluto e plusvalore relativo. Il terzo meccanismo, la riduzione del salario al di sotto del valore della forza lavoro, MA rx lo consegna alla sfera della competizione e al di fuori della sua analisi”.
Come ho scritto nel mio libro (p. 238),
La globalizzazione della produzione basata sull’arbitraggio salariale non corrisponde né al plusvalore assoluto – i lunghi orari di lavoro sono endemici nei paesi a basso salario, ma la lunghezza della giornata lavorativa non è la principale attrattiva delle imprese cui si delocalizza -né al plusvalore relativo: il lavoro necessario non viene ridotto attraverso l’applicazione di nuove tecnologie. In effetti, la delocalizzazione costituisce un alternativa all’investimento in nuove tecnologie.  Accrescere il plusvalore tramite l’espansione dello sfruttamento del lavoro a basso salario nel Sud non può, dunque, essere ridotto alle due forme di estrazione del plusvalore analizzate nel Capitale – plusvalore assoluto e relativo. La delocalizzazione basata sull’arbitraggio globale del lavoro è guidata dalla brama di manodopera a buon mercato, e corrisponde più direttamente alla “riduzione dei salari al disotto del loro valore”. In altri termini, l’arbitraggio globale del lavoro, forza trainante dello spostamento globale della produzione verso i paesi a basso salario, è la terza forma di plusvalore riconosciuta da Marx come importante fattore, sebbene esclusa, come abbiamo visto, dalla sua teoria del valore.

La questione della Cina

Harvey si domanda “la Cina è la nuova potenza imperialista?”. Si tratta di un giusto ed enorme interrogativo, al quale non posso rendere giustizia nel contesto di questa controreplica. La Cina è molto più di un, sia pur gigante e in rapida crescita, “paese emergente”. Parliamo di un paese che è stato trasformato da una massiccia rivoluzione socialista (più precisamente, la rivoluzione del 1949 ha stabilito le condizioni necessarie per l’avanzata verso il socialismo – si è posta fine al dominio imperialista, i grandi proprietari terrieri e i capitalisti sono stati espropriati, il loro stato rovesciato – ma ulteriori progressi sono stato ostacolati dalle politiche settarie e reazionarie dei suoi leader stalinisti) e che sta ora tentando una transizione per ritornare al capitalismo. Nonostante opinioni ampiamente diffuse in senso contrario, tale transizione e ben lungi dall’esser completa, e il suo compimento appare tutt’altro che certo. L’imperialismo è inscritto nel DNA del capitalismo, e se la Cina ha intrapreso la via del capitalismo, allora ha imboccato anche quella dell’imperialismo.
Sette anni fa scrivevo,
Non ritengo che la somma totale delle trasformazioni che hanno avuto luogo in Cina, nel corso dei tre decenni passati, eguaglino già l’importanza di quelle derivanti dalla rivoluzione socialista cinese, ovvero, l’espropriazione dei capitalisti e dei grandi proprietari terrieri, nonché l’istituzione di un stato dei lavoratori (seppur orribilmente deformato sin dall’inizio dai suoi vertici stalinisti). Vi sono numerosi capitalisti in Cina, ed il loro numero e ricchezza stanno rapidamente crescendo, ancora, vi è di fatto un alto livello di accumulazione capitalistica, ma gran parte di questo capitale viene accumulato da imprese multinazionali giapponesi, USA, ecc. – le filiali estere producono oggi circa il 55% delle esportazioni cinesi, comprese “società leader” come Wal-Mart e Dell, le quali indulgono nello sfruttamento indiretto dei lavoratori tramite fornitori indipendenti… Lo sviluppo capitalistico in Cina è ancora caratterizzato dalla dipendenza da esportazione di beni a basso valore aggiunto verso le economie imperialiste (o, nel caso delle esportazioni cinesi high-tech, assemblaggio a basso valore aggiunto di componenti importati), oltreché dagli IDE di imprese multinazionali con sede in queste economie…
L’ascesa della Cina rappresenta una minaccia al dominio imperialista in Asia e nel resto del mondo? Sì, ritengo lo sia. Quale sorta di minaccia? Che i governanti cinesi – sia che li si consideri una classe di capitalisti o di burocrati stalinisti – rifiuteranno la condizione subordinata, oppressiva e sottomessa riservata ai cosiddetti paesi emergenti, che essi sfideranno l’egemonia USA sull’Asia, sviluppando un contrappeso all’alleanza militare nipponico-statunitense dominante sulle loro acque costiere, che eserciteranno il potenziale potere economico riflesso nel possesso di bilioni di dollari di titoli del tesoro USA e in altre attività finanziarie, che le loro emergenti imprese multinazionali entreranno di forza nel campo delle risorse minerarie e in mercati sino ad ora esclusiva riserva dei paesi imperialisti. Stanno già marciando su questa strada, una strada che conduce alla guerra, e gli USA stanno rispondendo nella maniera in cui ci si aspetta risponda l’imperialismo egemone: l’invasione dell’Iraq era finalizzata tanto ad intimidire la Cina quanto ad assicurare il controllo da parte statunitense e britannica del petrolio mediorientale.
Negli ultimi sette anni molto è cambiato. Il capitalismo di stato cinese (in assenza di un termine migliore) mostra segni dello sviluppo di una sfida strategica al dominio giapponese, europeo e nordamericano in settori industriali centrali, dalla robotica alle tecnologie dell’informazione e all’intelligenza artificiale, passando per le energie rinnovabili, il settore aerospaziale e l’energia nucleare. Questi sviluppi, insieme alle forti tensioni militari nelle acque costiere cinesi (una lago americano sin dalla fine della Seconda guerra mondiale), e alla spuria guerra per procura nella penisola coreana, rafforzano il verdetto cui ero giunto sette anni fa – la combinazione fra diffusione della depressione capitalistica globale e crescente sfida cinese al dominio imperialista significa che non viviamo più in un mondo post-Seconda guerra mondiale, bensì in un mondo pre-Terza guerra mondiale. I lavoratori dotati di coscienza di classe devono mantenersi indipendenti rispetto a entrambe le parti di questo incombente conflitto, e prepararsi alle aperture rivoluzionarie che la crisi più profonda mai sperimentata dal capitalismo certamente produrrà. Al momento, ciò significa denunciare l’aggressione USA contro la Corea e chiedere il ritiro delle forze e basi militari statunitensi dal Pacifico occidentale, opporsi al riarmo nucleare del Giappone, nonché opporsi all’espansione capitalistica cinese e ai tentativi da parte del Partito comunista cinese di instaurare alleanze coi regimi capitalisti reazionari in Myanmar, Pakistan, Sri Lanka e altri paesi nell’orizzonte della sua “Nuova via della seta”.
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Infine, Harvey esprime il suo scontento per “il genere di polemica lanciata da Smith come sostituto di una critica ragionata”, in particolare, avrei osato prendermi gioco del suo appoggio a “un New Deal dell’imperialismo più benevolo, cui si perviene attraverso il tipo di coalizione di forze capitalistiche previsto molto tempo fa da Kautsky” (La guerra perpetua: analisi del nuovo imperialismo, pp. 171-172). Vorrei solo puntualizzare questo, la mia accuratezza nel riassumere il suo punto di vista è stata tale che, non meno del 40% del post Come David Harvey nega l’imperialismo è costituito da ampie citazioni tratte dal suo lavoro.
Harvey difende il suo appello ad un “imperialismo più benevolo” sulla base dell’idea che “sarebbe stato meglio per la sinistra appoggiare un’alternativa di tipo keynesiano”. Ma non c’era, e non c’è alternativa keynasiana; questa non è altro che una fantasia socialdemocratica, esattamente come il sogno di Kautsky, condiviso da Harvey, di una fine delle rivalità inter-imperialiste. Come già spiegato da Lenin, socialdemocrazia non è altro che un eufemismo per social-imperialismo.
John Smith ha conseguito il dottorato presso l’Università di Sheffield ed è attualmente impegnato come ricercatore e pubblicista indipendente. È stato operaio su una piattaforma petrolifera, autista di autobus e ha lavorato nel settore delle telecomunicazioni, oltre ad essere un attivista di lungo corso dei movimenti contro la guerra e per la solidarietà con l’America Latina. Vincitore del primo Paul A. Baran–Paul M. Sweezy Memorial Award per una monografia originale circa la politica economica dell’imperialismo, il suo volume Imperialism in the Twenty-First Century è un’analisi fondamentale del rapporto tra i paesi capitalisti del centro e il resto del mondo nell’epoca della globalizzazione neoliberista. Lo si può contattare via  johncsmith@btinternet.com

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