mercoledì 30 maggio 2018

Sui limiti della prospettiva dialettica di Hegel e di Marx - Stefano Garroni

Dal sito Dialegesthai ! (19 luglio 2002).  - Stefano_Garroni è stato un filosofo italiano. - https://www.facebook.com/groups 

Negli anni Venti del nostro secolo, il neopositivista Moritz Schlick sottolineava come conoscere (erkennen) sia propriamente un ri-conoscere (wieder-erkennen). 

Com’è noto, questo tema del conoscere come riconoscere già lo abbiamo incontrato in Hegel; dunque, può destare qualche meraviglia ritrovarlo in un ambiente (quello neo-positivista), che di solito considera Hegel il campione del pensiero speculativo e metafisico, contro cui si indirizza l’analisi linguistica, proposta, a partire dal Wienerkreis (Circolo di Vienna, 1929), quale strumento terapeutico contro gli abusi linguistici [1] e di pensiero.

La stessa puntualizzazione, che chiarisce come per Hegel non si tratti esattamente di erkennen/wiedererkennen (riconoscere), ma sì di erkennen/anerkennen (riconoscere, ma nel senso di legittimare), non ci toglie dall’imbarazzo, dato che M. Schlick usa wiedererkennen, intendendo dire che <conoscere X> equivale a ritrovare in X la possibilità di ricondurlo a una certa forma o regola, nella quale la ragione ritrova o riconosce se stessa; dunque, per Schlick, affermare che la ragione conoscendo, riconosce X, significa dire che la ragione legittima X, testimonia della sua razionalità, lo accetta nel dominio del razionale. 

A questo punto wiedererkennen vale esattamente anerkennen. [2]

Da quanto detto, si possono ricavare due conseguenza: 

(i) comune a due grandi momenti del razionalismo moderno (pensiero di Hegel e Wienerkreis [3]) è la concezione del conoscere (che ha nella scienza la sua espressione più compiuta [4]) come riconoscere/legittimare; 

(ii) ciò posto, possiamo esaminare il tema nel solo Hegel, pur avendo lo scopo di mettere in evidenza come conoscere/riconoscere implichi certe condizioni, che valgono probabilmente per qualunque razionalismo moderno.

In Hegel, anerkennen (riconoscere/legittimare) gioca -non per caso- un ruolo importante sia in ambito epistemologico [5], sia in ambito etico-politico. 

Perché? Rispondere ci obbliga ad un breve détour. 

Chiarisco che quando parlo di tradizione dialettica intendo la linea di pensiero Leibniz - Hegel - Marx. Ciò non significa, ovviamente, ignorare le profonde radici aristotelico-platoniche del pensiero di Hegel (e quindi le fondamenta nell’antichità classica dell’atteggiamento dialettico); né significa ignorare il contributo grande, che alla dialettica hanno dato personaggi come Descartes, Kant e lo stesso Fichte. 

Significa semplicemente proporre i tre autori, che ho citato (Leibniz, Hegel, Marx), come coloro, che più compiutamente hanno dato espressione all’atteggiamento dialettico. 

Ora, di cosa si occupa la dialettica? Qual è lo spazio, il dominio del suo svolgersi?

L’indagine dialettica mira fondamentalmente -al suo livello più alto, speculativo- a definire la grammatica (per così dire) dell’inarrestabile dinamica dell’esperienza, a coglierne le forme generali e il modo, la ragione del loro succedersi l’una dall’altra. A questo livello, la dialettica può giungere ad una comprensione piena dei processi - ma, appunto, a questo livello, in cui ciò che si conosce non sono determinate situazioni, determinati contenuti, ma sì la forma del loro svolgersi. 

Come si vede, la piena, assoluta conoscenza, che la dialettica può raggiungere, ha un limite di un certo rilievo: è la piena, compiuta conoscenza di … nulla, di nulla di determinato.

La risposta sembra indubbia: la dialettica è qualcosa che ha senso, entro il dominio dell’esperienza storico-naturale dell’umanità. 

In altre parole, la dialettica non ci parla del mondo, ma sì dell’esperienza dell’uomo nel mondo; la dialettica non ci parla della società, ma sì dell’esperienza dell’uomo nella società. 

Detta altrimenti, la dialettica non parla di cose (il mondo, la società, la natura), ma sì di sistemi dinamici di relazione: dunque, se il suo dominio è quello dell’esperienza, ciò significa che è quello del continuo, inarrestabile rapporto/scontro/conciliazione/ e così di seguito, tra uomo, società e natura.

Ma esiste, anche, un altro livello: quello di un’analisi più puntuale, dello studio per così dire di <insiemi regionali>, di situazioni determinate, che tuttavia costituiscano un tutto, sufficientemente definito.

Perché, in realtà, comprendere quale sia lo spazio della dialettica significa, certo, cogliere la centralità della dimensione dell’esperienza, ma appunto nei termini, che abbiamo già usato -intendo l’<esperienza> in quanto sistema dinamico di relazioni uomo / natura / società. Ma questo è, appunto, un tutto, il quale -essendo un inarrestabile rapporto/conflitto/conciliazione e così via-, non è qualcosa di lineare, di sempre identico a sé; piuttosto è qualcosa di travagliato, ricco di torsioni e tensioni, insomma, un <tutto>, che ospita dentro di sé la contraddizione, lo scompenso, la disarmonia, il <no>. 

E’ un tutto -in questo senso qualcosa di identico a sé-; ma un tutto travagliato, contraddittorio -e che, dunque, ha dentro di sé l’altro da sé, ciò che lo smentisce, lo tormenta, lo minaccia. E’ un tutto sì, ma dialettico, contraddittorio, ed esattamente per questo dinamico, inarrestabile.

Come si vede, il paradosso essenziale di questo tutto è di comprendere entro di sé l’uguale e il diverso, l’identitario <sì> e il differenziante <no>: ciò significa che la realtà di questo tutto, paradossalmente, sta proprio nel dinamico richiamarsi dell’identico e del diverso, del positivo e del negativo, ognuno dei quali trova nell’altro la propria conferma.

Abbiamo già detto che il tutto di cui parliamo è l’esperienza storico-naturale, di cui l’uomo è, ad un tempo, risultato e protagonista: ma qual è la condizione perché esista una tale esperienza? 
Evidentemente la vita sociale; solo in società, infatti, l’uomo può avere rapporto con gli altri uomini e con la stessa natura; solo in società, l’uomo può -mediante il rapporto sociale di lavoro- trasformare la natura e, nello stesso momento, suscitare in sé nuove capacità, plasmare sé stesso con nuove e più complesse abilità. Se comprendiamo questo, comprendiamo facilmente come il tema del riconoscere/anerkennen, in Hegel, passi con totale facilità dal piano propriamente epistemologico a quello etico-politico.

Ad es., per Hegel è vero che la mia volontà diviene qualcosa di sicuro, stabile ed obiettivo, mediante la forma giuridica, cioè il riconoscimento sociale; dunque, in ambito etico-politico, è vero che la possibilità di affermare <X è obiettivo> rimanda all’esistenza di una collettività organizzata in modo pubblico, ovvero mediante regole da tutti conosciute. In altre parole, in quanto vivo nel contesto d’una esperienza sociale organizzata, è vero che <obiettivo> significa riconosciuto da una volontà collettiva, strutturata mediante istituzioni; in questo senso, la pubblicità del diritto non è solo una garanzia per il singolo contro l’arbitrio del Potere, ma sì anche un modo per dare effettiva consistenza all’individuo mediante la società ed alla società mediante l’individuo.

A conclusione di questa breve nota, osserviamo che definire il significato hegeliano di erkennen /anerkennen (conoscere, come riconoscere) ci ha messo, anche, in condizione di precisare alcuni punti dell’ambito, entro cui ha senso la dialettica (almeno nel significato, che il termine ha entro quella tradizione, che giunge fino ad Hegel e Marx). 

Naturalmente ciò non significa che in linea di principio non sia legittimo usare il termine dialettica in altri contesti e con altri significati.

Significa, però, che quando dialettica venga riferito a dimensioni, che non sono l’esperienza storico.naturale dell’uomo, abbiamo a che fare con qualcosa, di cui probabilmente non ha neanche senso chiedersi come tradurre nel linguaggio (e, dunque, nella prospettiva e nella problematica) di Hegel e di Marx.

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1 - Versprechien - si noti che questo termine fa parte del vocabolario freudiano.

2 - Si potrebbe dire che anerkennen occupa, semanticamente, uno spazio, che comprende e unifica il significato di wiedererkennen, che già conosciamo, e quello di ausweisen, legittimare.

3 - Sia pure per ragioni apposte, collocare il pensiero di Hegel e il Wienerkreis entro lo svolgimento del razionalismo moderno può destare qualche importante riserva. Evidenti motivi di opportunità, ci inducono -ora- a mettere tra parentesi tale questione.

4 - Naturalmente è importante sottolineare una differenza: in Hegel, la scienza (Wissenschaft) coincide con il punto di vista speculativo o della ragione; per il Wienerkreis, al contrario, il modello della scientificità è dato dal dominio delle scienze particolari (Einzel - wissenschaft), che Hegel differenziava, invece, dallo Scientifico in senso pieno, così come differenziava l’intelletto dalla ragione.

5 - Uso il termine semplicemente nel senso di pertinente il conoscere. 

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