sabato 16 novembre 2019

GIOVANNI ARRIGHI prima de IL LUNGO XX SECOLO - Giordano Sivini

Da: http://www.palermo-grad.com - giordano sivini (Trieste 1936) è stato professore di sociologia politica presso la Facoltà di Economia dell'Università della Calabria.
Vedi anche: Giovanni Arrighi, “Adam Smith a Pechino” - Alessandro Visalli 

La forza strutturale della classe per superare lo stallo prodotto dal marxismo tradizionale 

Per Giovanni Arrighi ne Il lungo XX secolo [1l’evoluzione storica del capitalismo è caratterizzata dal progressivo ampliamento dell’area di accumulazione del capitale, dalle città-stato dell’Europa continentale al mondo quale è oggi, attraverso cicli sistemici, governati ciascuno da Stati che hanno avuto funzioni egemoniche, in fasi successive di espansione materiale e di espansione finanziaria. L’espansione materiale è il risultato di attività che mettono in movimento una crescente massa di merci, forza lavoro inclusa, producendo profitti. Quando i profitti calano a causa della crescente competizione tra i capitali, invece di essere reinvestiti fluiscono in forma liquida da tutto il sistema verso gli istituti finanziari alimentando l’espansione finanziaria. La capacità egemonica si indebolisce e gli altri Stati del sistema cercano di appropriarsene per orientarla verso nuovi orizzonti produttivi, finché emerge uno che, concentrando potenza economica e militare, diventa il perno di una nuova configurazione egemonica. 


Arrighi definisce i cicli in termini di D-M-D’, entro il quale D-M è la fase di espansione economica e M-D’ quella di espansione finanziaria, così che il capitalismo può essere configurato come dominio del valore su aree di accumulazione di crescente ampiezza. L’obiettivo è di capire come si concluda al momento della sua massima espansione. Su questo terreno l’attività scientifica di Arrighi si sviluppa dopo l’abbandono di una diversa prospettiva epistemologica, basata sul rapporto antagonistico tra capitale e lavoro. 

Nei primi anni ’70, direttamente coinvolto nelle lotte operaie, aveva prodotto il concetto di forza strutturale della classe, che è rimasto centrale nei suoi lavori fino alla fine degli anni ’80, quando, constatando l’incapacità del marxismo del movimento operaio di leggere le trasformazioni strutturali del capitalismo e percependo che l’omogeneità di classe si sta disgregando, viene a trovarsi in un cul de sac. Fino ad allora orientata a verificare le potenzialità di una trasformazione del mondo in senso socialista, la ricerca si sposta sulle possibilità di superamento del capitalismo attraverso l’analisi della sua evoluzione storica, “Una volta spostato il centro d’attenzione nella definizione di capitalismo verso un’alternanza di espansione materiale e finanziaria, diventa molto difficile mantenere il lavoro dentro il modello” [2].

Rileggere i lavori di Arrighi sulla lotta di classe e le prospettive socialiste contribuisce perciò ad evidenziare la diversità di prospettiva epistemologica e politica rispetto alla teoria dei cicli sistemici e ad interrogarsi sulle ragioni della svolta, dopo la quale – constata amaramente John Saul, che di Arrighi è stato compagno di lotte in Africa – “non viene più menzionato, neppure una sola volta, il ‘socialismo’ come un possibile antidoto alla stretta mortale del capitalismo occidentale sul Sud globale” [3].

La forza strutturale della classe

All’inizio degli anni ’70 Arrighi, di ritorno dall’Africa e dopo una esperienza all’Università di Trento, insegna a Milano alla Scuola Superiore di Formazione in Sociologia, ed è direttamente coinvolto nelle lotte in corso nelle fabbriche. “Mi sentivo attratto da questo movimento e allo stesso tempo mi preoccupava il suo rifiuto della ‘politica’. A volte nelle assemblee vi erano militanti operai che si alzavano per dire: «Basta con la politica. La politica ci porta nella direzione sbagliata. Ciò che serve è essere uniti». Per me fu un trauma notevole arrivare dall’Africa e scoprire che i sindacati comunisti erano considerati reazionari e repressivi dai lavoratori in lotta e che in questo vi era un considerevole elemento di verità” [4].

Nel 1972-73 Arrighi pubblica “Una nuova crisi generale” in quattro puntate su Rassegna comunista, organo del gruppo Gramsci che ha contribuito a fondare. Raccoglie i testi di un seminario per i quadri operai della CISL [5]. “Gli articoli del 1972 sulla crisi del capitalismo si fondavano su scambi di questo tipo. Ai lavoratori veniva detto: «C’è la crisi economica, dobbiamo starcene tranquilli. Se continuiamo le lotte, la fabbrica verrà portata altrove». Così i lavoratori ci chiedevano: «Siamo in crisi? E quali sono le conseguenze? Dobbiamo starcene buoni solo per questo?»” [6].

Si trattava di qualificare la crisi in atto rispetto alle ricorrenti crisi del capitalismo e sviluppare una analisi che avesse rilevanza immediata per gli operai. Il concetto di ‘forza strutturale’ [7], che Arrighi produce, è espressione della lettura delle trasformazioni strutturali della fabbrica. Evidenzia l’antagonismo operaio sviluppato nella struttura taylorista-fordista, capace di auto organizzazione e di lotta su obiettivi immediati ma anche di conquiste sociali. Fa emergere con chiarezza le carenze delle organizzazioni – partiti, sindacati – storicamente orientate ad una negoziazione basata sulla ‘forza contrattuale’. 
Secondo Arrighi i rapporti tra capitale e lavoro si spostano in favore di quest’ultimo come conseguenza della tendenza ineliminabile dello sviluppo capitalistico alla concentrazione, divisione e meccanizzazione, che addensano il proletariato in grandi masse e cancellando le differenze professionali e intellettuali, rende vulnerabile il capitale alle interruzioni del processo lavorativo. I rapporti di forza in fabbrica acquistano una relativa autonomia rispetto alle condizioni di mercato, al punto da determinare essi stessi questa condizione, poiché la maggiore resistenza allo sfruttamento attenua la tendenza alla sovra produzione, che porta alla disoccupazione.

Sbaglia Ernst Mandel, che sembra rimasto vincolato “alla tradizionale idea marxista”, quando sostiene che la debolezza sul mercato può essere contrastata solo dal progresso politico della classe operaia. “Né la forza mostrata dal movimento operaio durante le lotte della seconda metà degli anni sessanta che accelerarono la crisi, né la capacità di resistenza al ricatto della disoccupazione dimostrata man mano che la crisi si sviluppava negli anni settanta, si possono facilmente ascrivere a fattori di organizzazione e di coscienza politica. Si potrebbe farlo soltanto sulla base dell’ovvia verità che la lotta di classe è sempre una lotta politica” [8].

La crescente insubordinazione del lavoro al capitale porta anche a modificare i rapporti tra i capitalisti, che individuano una soluzione nel decentramento della produzione laddove è possibile un maggiore sfruttamento della classe operaia a causa della pressione che subisce dall’esercito di riserva. Così mette in moto uno sviluppo accelerato del proletariato industriale nelle aree relativamente arretrate, mentre l’allargamento del mercato e la ristrutturazione che aumenta la concentrazione indebolisce la classe operaia dei paesi avanzati. 

Lo sfruttamento e le crisi

Le crisi, scrive Arrighi, originano dalla contraddizione tra il fine dell’accumulazione capitalistica e il mezzo con cui viene perseguito; tra la valorizzazione per appropriarsi di plusvalore e l’aumento della produttività sociale necessaria all’accumulazione. Lo sviluppo si realizza attraverso una crescente cooperazione, divisione e meccanizzazione del lavoro, e produce ricorrenti crisi a causa dell’effetto contraddittorio sulla possibilità di consumo e sulla capacità di produzione della società.“Mentre la seconda (la cui crescita dipende principalmente dalla quota di prodotto sociale che va ai capitalisti e che tende a trasformarsi in mezzi di produzione) tende ad espandersi, la prima (la cui crescita dipende principalmente dalla quota di prodotto sociale che va ai lavoratori e che tende a trasformarsi in mezzi di consumo), tende a contrarsi” [9].

Le crisi si manifestano in modo diverso a seconda del livello dello sfruttamento del lavoro. Quando è alto vengono stimolati gli investimenti, ma la realizzazione del plusvalore diventa problematica a causa della base di consumo troppo ristretta, che riguarda innanzi tutto i beni di sussistenza e i mezzi di produzione di tali beni, così che i capitali tendono a migrare verso altri settori dove il tasso di profitto è più alto Se invece lo sfruttamento è basso, per aumentare la massa di plusvalore i singoli capitali dovrebbero produrre di più, ma sono ostacolati dal fatto che all’aumento dell’investimento per unità di prodotto il tasso di profitto diminuisce, così che si blocca la domanda di mezzi di produzione.In ambedue i casi la crisi si manifesterà con caduta del tasso di profitto e sovraproduzione, ma “l’analisi dei fattori che determinano il tasso di sfruttamento è importante per comprendere non perché avvengono le crisi ma chi tenderà a pagarle” [10].

Sono i rapporti di forza tra capitale e lavoro a determinare il tasso di sfruttamento. La classe che detiene i mezzi di produzione è limitata dalla concorrenza tra i capitalisti che la compongono e che dipende dal grado della loro concentrazione. “La crisi è proprio il momento in cui la tendenza del capitale a concentrarsi sempre di più acquista maggiore forza e questa ‘concentrazione forzosa’ (la cosiddetta centralizzazione del capitale) è il mezzo di superamento delle crisi” [11].

In una situazione fortemente concorrenziale con basso tasso di sfruttamento come quella di fine ’800, si produce una crisi di sovra produzione e caduta del profitto, che costringe i capitali ad abbassare i prezzi e a cercare sbocchi sul mercato mondiale. L’esportazione di capitali e di mezzi di produzione dall’Inghilterra verso aree relativamente meno avanzate, alimenta l’accumulazione negli Stati Uniti e in Germania, e il decollo capitalistico in Italia, Giappone, Russia ed altri paesi. Tuttavia incontra resistenze dalle classi dominanti e carenze nella forza lavoro non ancora sussunta realmente al capitale, perché il processo di accumulazione originaria è qui ancora incompleto. Lo sviluppo viene accelerato nelle forme del colonialismo e del protezionismo, strumenti delle borghesie nazionali dei paesi a livello intermedio o avanzato, che in questo modo, “non essendo altro che la proiezione a livello di rapporti internazionali della politica monopolistica di sostegno di prezzi e profitti tramite la restrizione dell’espansione produttiva, contribuiscono ad indebolire le capacità di resistenza della classe operaia all’innalzamento del tasso di sfruttamento” [12].

Il superamento della crisi di fine ’800 segna la transizione dal capitalismo prevalentemente concorrenziale ad un capitalismo prevalentemente monopolistico. Quando a questo nuovo livello di concorrenza la crisi riemerge nella prima metà del ’900 come sovra produzione e caduta del profitto i capitalisti tagliano la produzione e gli investimenti, non i prezzi che spesso anzi aumentano. Il tasso di sfruttamento cresce perché il lavoro salariato è indebolito sul fronte dei prezzi e, con la disoccupazione, su quello dei salari. La crisi si sviluppa a spirale e blocca il processo di accumulazione. La risposta è dare lavoro, fare intervenire lo Stato. 

Tutte le interpretazioni borghesi della crisi considerano dopo di allora lo Stato come una specie di deus ex machina. Però – sottolinea Arrighi – è esso stesso il prodotto delle contraddizioni della società capitalistica, e non può eliminare la tendenza alla produzione di crisi. “Lo stato borghese può solo presiedere al processo di accumulazione, regolando lo sviluppo delle sue contraddizioni in modo da mediare tra i diversi interessi presenti in seno alla borghesia e soprattutto in modo da tutelarne gli interessi complessivi”. Con questo limite può intervenire sui rapporti di forza tra lavoro e capitale, con spese improduttive, o, viceversa, con manovre deflazionistiche, e, “nella misura in cui l’azione dello Stato favorisce l’accumulazione di capitale, essa favorisce anche, seppure involontariamente, lo spostamento dei rapporti di forza a favore della classe operaia” [13].

La crisi in corso all’inizio degli anni ’70 ha in comune con la crisi di fine ’800 la difficoltà del capitale ad aumentare il tasso di sfruttamento. Ma a fine ’800 era scarsa la concentrazione del capitale e incompleta la subordinazione al lavoro, in questa crisi agisce invece la sua forza strutturale, che impedisce l’emergere di una sovra produzione come quella degli anni ’30, il cui prezzo è stato pagato dalla classe operaia. “Nonostante tutte le apparenti similarità tra la crisi attuale e la crisi della fine del secolo scorso, lo sbocco della crisi tenderà ad essere sostanzialmente diverso: non l’accentuarsi della tendenza alla sovraproduzione, all’accentramento dell’accumulazione, alla guerra imperialista e interimperialista, ma bensì all’ulteriore rafforzamento della classe operaia, al decentramento dell’accumulazione, all’acutizzarsi dello scontro tra lavoro e capitale” [14].

In questo scontro, dal lato del capitale non ci sono divergenze strategiche sulla necessità di ridimensionare la forza strutturale; vi sono però divergenze tattiche per raggiungere questo obiettivo strategico. I settori arretrati, caratterizzati da bassa produttività, sono per lo scontro frontale e chiedono allo Stato una politica deflazionistica per alimentare lo spettro della disoccupazione. I settori avanzati, ad alta produttività, che possono temporaneamente sostenere e persino trarre vantaggio dall’aumento della domanda generato dall’aumento dei salari, sono per una politica inflazionistica, coinvolgono i sindacati, e puntano ad una ristrutturazione basata sul decentramento chiedendo allo Stato aperture sovranazionali. La contrapposizione alimenta una lotta di potere tra due fazioni della borghesia, il cui risultato dipende dalle forze sociali che riescono a coinvolgere. Per i settori avanzati è determinante conquistare l’appoggio della classe operaia e questo si manifesta con la disponibilità a contrattare le condizioni di lavoro, senza però far presa sull’armata di riserva che sta sulle posizioni dei settori arretrati. 

Dal lato del lavoro, “l’autonomia, che la classe operaia deriva dalla sua crescente forza a livello strutturale, entra in contraddizione sempre più acuta con l’egemonia che i settori più avanzati del capitale esercitano sulla classe operaia a livello politico” [15]. Dovrà perciò, anziché consolidare organizzativamente la sua forza strutturale, estendere a sua volta lo scontro dal terreno economico a quello politico, sostenendo la rivendicazione socialista della direzione proletaria della produzione sociale. Solo così potrà sottrarre l’armata di riserva all’egemonia dei settori arretrati del capitale, unificando la propria lotta contro l’aumento dello sfruttamento con quella che nell’immediato rivendica di partecipare allo sfruttamento come lavoro salariato. Su questo percorso di lotte si affermeranno le facoltà intellettuali negate dal processo produttivo. “Con l’estendersi di questa rivendicazione all’interno della classe operaia – conclude Arrighi – l’unione rivoluzionaria del proletariato si consolida e si rafforza, perché la rivendicazione del socialismo, della direzione operaia della produzione sociale, può realizzarsi solo avanzando verso la costruzione della società comunista; solo distruggendo l’organizzazione borghese dello Stato, della politica, della cultura, e sviluppando la direzione operaia in tutti i campi” [16].

Dal potere contrattuale alla forza strutturale

Negli anni successivi, fino a Il lungo XX secolo, i lavori di Arrighi, trasferito a Binghamton al Fernand Braudel Center fondato da Immanuel Wallerstein, continuano a riferirsi al paradigma dell’antagonismo tra capitale e lavoro. Insistono sulle potenzialità della forza strutturale della classe a porsi nella prospettiva della realizzazione del socialismo, in un contesto di analisi arricchita da concetti acquisiti nello studio dell’imperialismo e da quelli del sistema mondo che si respirano a Binghamton.

Nel 1982 Arrighi pubblica “Una crisi di egemonia” in un volume sulle dinamiche della crisi globale, che raccoglie anche i contributi di Samir Amin, André Gunder Frank e Immanuel Wallerstein [17]. La crisi si riferisce al breve periodo degli anni ’70 in cui sembra sgretolarsi l’egemonia formale che gli Stati Uniti hanno realizzato alla fine del conflitto, forgiando come suoi strumenti le istituzioni internazionali e ricostruendo il mercato mondiale come sistema di libera impresa e non, come al tempo della Gran Bretagna, di libero scambio. Il capitale statunitense si è espanso transnazionalmente; il taylorismo e il fordismo si sono affermati nell’organizzazione dell’attività produttiva. 

L’egemonia era durata venti anni, dal 1947 al 1967. Tra il 1968 e il 1973 la situazione era cambiata per una successione di eventi: crisi sociale, crisi dei profitti, crisi monetaria mondiale con la decisione di rendere il dollaro inconvertibile, crisi nei rapporti politici e militari mondiali con la sconfitta nel Vietnam, crisi energetica che aveva rivelato una debolezza non prevista. A questi eventi il governo americano aveva risposto con la difesa degli interessi nazionali, sfruttando la posizione centrale che l’economia statunitense deteneva nell’economia-mondo. Ma la competizione intercapitalistica si era intensificata, e, secondo Arrighi, stava emergendo una egemonia informale delle forze del mercato che rischiava di intaccare quella formale statunitense. 

Nel prosieguo degli anni ’70 la crisi era lungi dall’essere superata, a causa di tre fattori: indisciplina della periferia, indisciplina del capitale, indisciplina del lavoro. Tutte le problematiche relative all’indisciplina che si manifestavano sui vari fronti vengono affrontate, così come le previsioni sui possibili loro svolgimenti. Una posizione centrale è dedicata all’indisciplina del lavoro, con un inatteso approccio quasi didascalico per facilitare la comprensione di una situazione che nell’esperienza italiana era stata immediata.

Il lavoro, continuando ad alimentare conflitti industriali, mostrava nel complesso la capacità di neutralizzare gli effetti dell’inflazione sul tenore di vita e di contrastare i tentativi del capitale di aumentare la produttività, licenziando e intensificando l’attività degli occupati. “Questa relativa refrattarietà, senza precedenti, delle relazioni industriali alle condizioni del mercato del lavoro è – sostiene Arrighi – l’altra faccia della medaglia della stagflazione. Come la stagnazione e la depressione non sembrano più in grado di spingere le aziende alla concorrenza dei prezzi, la disoccupazione non sembra più in grado di spingere i lavoratori alla concorrenza salariale. In entrambi i casi le forze effettive del mercato, con i loro poteri disciplinari, sono vistosamente assenti” [18].

Viene ripresa la distinzione tra forza contrattuale e forza strutturale della classe, entrambe sorprendentemente definite ‘poteri contrattuali (bargaining powers) dei lavoratori’ rispettivamente nel mercato e nel luogo di lavoro. 
La teoria marxista – rileva Arrighi – ha tradizionalmente concentrato l’attenzione sul potere contrattuale in sede di mercato, mettendo in rilievo le sue fluttuazioni cicliche, connesse con periodi alterni di espansione e contrazione, e una sua lunga tendenza discendente secolare e storica, connessa alla crescente soggezione del lavoro al capitale, insita nell’accumulazione capitalistica” [19]. Questa tendenza, derivante dalla progressiva appropriazione da parte del capitale delle abilità lavorative e della loro incorporazione nei mezzi materiali, viene descritta fin dalla sussunzione formale, passando alla sussunzione reale attraverso la cooperazione, la manifattura, l’industria. Sono stati scarsi i risultati per contrastarla, con forme di associazione finalizzate a limitare la competizione tra i lavoratori nell’offerta di mercato e a rallentare le trasformazioni del processo lavorativo.
In questo quadro tradizionale delle trasformazioni e degli indirizzi del rapporto capitale-lavoro resta da rispondere a un quesito elementare: come può questa azione combinata a livello ‘economico’ (sindacato) e ‘politico’ (partito), per quanto sorretta dalla coscienza di classe e dall’organizzazione, riuscire nell’impresa sisifea di far risalire il potere contrattuale di mercato dei lavoratori su per il monte sempre più alto dell’accumulazione capitalistica, quando questa a sua volta cresce soltanto, o prevalentemente, facendo ricascare di continuo giù per la china il potere contrattuale di mercato dei lavoratori? È un quesito formulato di rado – e tanto meno risolto – nelle analisi e nelle discussioni sulla storia e la strategia della classe operaia, e resta dunque un mistero del credo marxista” [20].

La risposta – afferma Arrighi – si ha spostando l’attenzione dal mercato al luogo del lavoro. È quanto aveva fatto già dieci anni prima, e la conclusione è la stessa di allora, tuttavia nel frattempo il capitale ha elaborato una strategia difensiva. Il suo sviluppo su scala transnazionale è il mezzo generalizzato per ripristinare la redditività messa a repentaglio dalla crescita della forza del lavoro nella fabbrica, ostacolato però dai rischi dovuti ai cambi fluttuanti, dall’incertezza politica per l’indisciplina delle periferie, dalla difficoltà di redistribuire le risorse finanziarie sul piano mondiale. 

Si prospettano tre scenari. Più probabile è il prolungamento della crisi, date le difficoltà di domare l’indisciplina del lavoro e delle periferie; meno probabili la rinascita di rivalità interimperialiste e il sorgere di una nuova egemonia politica mondiale con il superamento dell’instabilità istituzionale e della stagnazione economica. La persistenza di queste difficoltà spinge il capitale centrale ad innovarsi produttivamente per ridurre la dipendenza dal lavoro e dalle fonti di energia delle periferie.

L’incapacità del marxismo tradizionale

Nel 1984 Arrighi pubblica un altro articolo che riguarda il rapporto capitale-lavoro, “Labor Movements and Capital Migration” [21], scritto con Beverly J. Silver. Riguarda la genesi della forza strutturale della classe operaia (definita labor’s workplace bargaining power). Sostiene la tesi che, per come si è manifestata la forza strutturale nei luoghi di produzione, il movimento operaio statunitense degli anni 1930-40 ha anticipato quello europeo degli anni 1960-70. Il contenimento di questa forza, una volta falliti i tentativi repressivi, è stato realizzato prima negli Stati Uniti più tardi in Europa dando rilevanza rappresentativo-burocratica ai sindacati in cambio del riconoscimento da parte loro delle prerogative manageriali del capitale e della acquiescenza allo spostamento delle attività produttive verso aree con più basso costo del lavoro. L’indebolimento del lavoro nei paesi centrali è stato tuttavia in qualche misura compensato dal rafforzamento nei paesi dove il capitale è emigrato.

Questa problematica è ripresa e sviluppata nell’articolo “Secolo marxista, secolo americano”, pubblicato nel 1990 [22], che conclude la ricerca di Arrighi entro il paradigma dell’antagonismo tra capitale e lavoro. Viene analizzata l’evoluzione storica della relazione tra la borghesia (“veicolo involontario e passivo del progresso dell’industria”) e il proletariato, articolato in esercito industriale attivo ed esercito di riserva. Esamina da un lato le trasformazioni strutturali del capitalismo che il ‘Secolo americano’ esporta nel mondo; dall’altro le pratiche politiche e organizzative di un ‘Secolo marxista’ che non riesce a interpretare queste trasformazioni.

Il movimento operaio si è affermato come potere sociale in tempi diversi negli Stati Uniti e in Europa, risultato di lotte spontanee auto organizzate, contro il capitale che scaricava le pressioni competitive sulla forza lavoro. La risposta del capitale è stata duplice: da un lato indebolire il lavoro con l’immissione di donne e immigrati e trasferire le attività in aree a basso costo; dall’altro astenersi dagli investimenti. “La speculazione finanziaria e la riduzione dei costi sono stati così i riflessi dell’incapacità delle grandi imprese di adattarsi al crescente potere sociale del lavoro” [23].

Arrighi, insiste sul fatto che il capitale ha puntato a condizionare il potere sociale del lavoro dei paesi del centro lavorando sulla miseria di massa del proletariato della semiperiferia e della periferia. Con ciò tuttavia ha fatto crescere il potere sociale complessivo del proletariato industriale mondiale, che si manifesta con l’esplosione di movimenti anti sistemici, alimentati dai nuovi soggetti che riconfigurano l’esercito industriale attivo e quello di riserva. 

Marx nel Manifesto del Partito Comunista aveva avanzato la tesi che la trasformazione socialista sarebbe stata realizzata a livello mondiale mediante la convergenza della ribellione all’aumento della miseria dell’esercito di riserva e dello sviluppo della forza del proletariato industriale. “Solo in questa ipotesi le lotte quotidiane del proletariato mondiale sarebbero state intrinsecamente rivoluzionarie, nel senso che avrebbero fatto valere nei confronti degli Stati e del capitale un potere sociale che questi ultimi non avrebbero potuto né reprimere né accontentare” [24].

Invece il marxismo si è storicamente sviluppato sulla negazione di questa prospettiva, attribuendo priorità alle organizzazioni politiche contro i movimenti, dividendosi tra prospettive riformiste o rivoluzionarie e producendo teorizzazioni funzionali al potere, considerando il proletariato come una artificiosa unità, privandosi anche di far leva su quelle specificità naturali e storiche che stanno prepotentemente emergendo. È andato, cioè “in una direzione che è in alcuni aspetti chiave antitetica a quella prevista e sostenuta da Marx”. 

Sul piano della lotta di classe e della prospettiva del socialismo Arrighi giunge così in un cul de sac. Conclude: “La disgregazione di queste pratiche, e delle ideologie e organizzazioni nelle quali si sono istituzionalizzate, può essere solo il risultato delle lotte di coloro che sono stati da esse oppressi. Il potere sociale che la corsa alla riduzione dei costi mette nelle mani dei settori tradizionalmente deboli del proletariato mondiale non è che il preludio a queste lotte. Nella misura in cui queste lotte avranno successo, sarà preparato il terreno per la trasformazione socialista del mondo” [25].

È un auspicio, non il risultato coerente dell’analisi. L’auspicio del resto è di breve durata, poiché si accorge che come classe il proletariato si è disgregato. Nell’ultimo saggio del 1991 che conclude Antisystemic movements si chiede: “Dov’è una nuova strategia per la trasformazione verso un mondo democratico ed egualitario, che era un tempo l’obiettivo dei movimenti antisistemici! I dilemmi che essi devono affrontare sembrano ancora più complessi di quelli in cui si trovano di fronte le forze dominanti del sistema-mondo. In ogni caso, in assenza di una strategia, non ci sono motivi di ritenere che esista una qualche mano invisibile in grado di garantire che la trasformazione vada nella direzione giusta, persino nel caso che l’economia-mondo capitalistica crollasse da sé” [26].

Conclusioni

Arrighi interrompe il percorso di ricerca del socialismo, per proseguire su quello nuovo del superamento del capitalismo, e si trova improvvisamente a misurarsi con i problemi dell’espansione finanziaria. È un terreno che non ha mai praticato, se non nell’intermezzo de La geometria dell’imperialismo, in cui rifacendosi all’alta finanza di Hobson, arriva alla conclusione che “capitalismo finanziario e capitalismo multinazionale sono concetti antitetici” [27].
Ha guardato all’espansione su scala mondiale del proletariato, considerando il capitale nella sua mera dimensione materiale. Dopo l’efficace interpretazione delle crisi, si è lasciato trascinare nelle analisi dalla concettualizzazione della forza strutturale entro una concezione lineare dello sviluppo del capitalismo che imponeva che il proletariato si rafforzasse.

Racconta Beverly Silver, che ha lavorato e scritto con Arrighi: “Negli anni ’90 la profondità della crisi del lavoro in molte parti del mondo non era qualcosa a cui noi fossimo veramente preparati. Abbiamo cominciato col dire: okay, cosa è successo? Nel pensare a questo, abbiamo iniziato a considerare l'impatto della finanziarizzazione del capitale come una spiegazione chiave dietro la profondità della crisi del lavoro” [28].
------------------------------------------

Arrighi G., Il lungo XX secolo. Denaro, potere e le origini del nostro tempo, Il Saggiatore, Milano, 1996, 2° ed. con Poscritto 2014; ed.originale. The Long Twentieth Century, London, Verso, 1994 e 2010.

2  Arrighi G., I tortuosi sentieri, in Cesarale S., Pianta M. (a cura di), Giovanni Arrighi,Capitalismo e (dis)ordine mondiale, Roma, Manifestolibri, 2010, pp. 29-63; ed. originale, Arrighi G., The winding paths of capital, Interview by David Harvey, New Left Review, 56, 2009),
3  Saul J.S., Arrighi and Africa: Farewell thoughts,www.africafiles.org,2009. Con Saul Arrighi ha scritto saggi pubblicati in Sviluppo economico e sovrastrutture in Africa, Torino, Einaudi, 1969.
Ivi, p. 35.
5  Arrighi G., Una nuova crisi generale, Rassegna comunista, 2, 3, 4, 1972 e 7 1973.
6  Arrighi G., I tortuosi sentieri del capitale, cit, p. 35.
7  Per comprendere la potenza euristica del concetto cfr. Fiocco L.,Innovazione tecnologica e innovazione sociale: le dinamiche del mutamento della società capitalistica, Soveria Mannelli, Rubbettino, 1998.
8  Arrighi G. Verso una teoria della crisi capitalistica. Poscritto, in Parboni R. (a cura di), Dinamiche della crisi globale, Roma, Editori Riuniti, 1988, p. 110; ed. originale, Towards a theory of capitalist crisis. Postscript, New Left Review, 111, 1978.
9  Arrighi G., Una nuova crisi generale 1: dalla stag-deflazione alla stag-flazione, Rassegna comunista, 2, 1972, p. 10.
10  Ivi, p. 11.
11  Ibidem.
12  Arrighi G., Una nuova crisi generale 2: dalla spartizione del mondo alla riunificazione del mercato mondiale, Rassegna comunista, 3, 1972, p. 10.
13  Ivi, p. 13.
14  Ibidem.
15  Arrighi G., Una nuova crisi generale 3: dalla crisi del capitale alla crisi rivoluzionaria, Rassegna comunista, 4, 1972, p. 14.
16  Ivi, p. 15.
17  Arrighi G., Una crisi di egemonia, in Parboni R., cit., pp. 153-201; ed. originale, Arrighi G., A crisis of hegemony, in Amin S., Arrighi G, Frank A.G., Wallerstein I., Dynamics of global crisis, London, MacMillan, 1982.
18  Ivi, p. 166,
19  Ivi, p. 177,
20  Ivi, p. 178,
21  Arrighi G., Silver B.J., Labor Movements and Capital Migration: the United States and Western Europe in World-Historical Perspective, inLabor in the Capitalist World-Economy, a cura di Bergquist C., Beverly Hills, Sage, 1984.
22 Arrighi G., Secolo marxista, secolo americano. L’evoluzione del movimento operaio nel mondo, in Arrighi G., Capitalismo e (dis)ordine mondiale, cit., pp. 65-107; ed originale.Marxist Century, American Century: The Making and Remaking of the World Labour Movement, in New Left Review, 179, 1990.
23  Ivi. p. 90.
24  Ivi, p. 96.
25  Ivi. p. 105.
26  Arrighi G., Hopkins T.H., Wallerstein I., Antisystemic movements, Roma, Manifestolibri, 1992, p, 124; ed. originale Comunicazione al XI Colloquio sull’Economia-mondo, Stamberg, 1991.
27  Arrighi G., La geometria dell’imperialismo, Milano, Feltrinelli 1978, pp. 117-8.
28  Forces of Labor: Interview with Beverly J. Silver, Wildcat,June 2005.

Nessun commento:

Posta un commento