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giovedì 3 aprile 2025

LABORATORIO PALESTINA



Abbiamo descritto la situazione Palestinese in molti modi e da vari punti di vista, ma mai ci saremmo aspettati che avremmo addirittura potuta definirla un " laboratorio". Una definizione inquietante che sottintende sperimentazione, sperimentazione sulle vite, sperimentazione politica, bellica, ma soprattutto ideologica. In questo percorso che affronteremo insieme al giornalista Antony Loewenstein autore del libro dal titolo appunto "Laboratorio Palestina" affronteremo la questione dei test effettuati sulla popolazione civile, dalle armi alla cybersicurezza, al monitoraggi, spionaggio, riconoscimento facciale e ogni sistema di controllo possibile e immaginabile al fine del ricatto, ma soprattutto la grande sperimentazione che è la questione Palestinese, quella di creare un modello, un modello in cui un popolo "indesiderato" qualunque esso sia, possa essere controllato ed eliminato tra gli applausi e il consenso delle potenze mondiali. 
Intervista ad Antony Loewenstein. 
                                                                               

venerdì 28 marzo 2025

Armi e tecnologie, a chi conviene il genocidio - Alberto Negri

Da: https://ilmanifesto.it - https://www.facebook.com/alberto.negri.9469https://www.facebook.com/Tg2000GuerraePaceAlberto Negri è giornalista professionista dal 1982. Laureato in Scienze Politiche, dal 1981 al 1983 è stato ricercatore all'Ispi di Milano. Storico inviato di guerra per il Sole 24 Ore, ha seguito in prima linea, tra le altre, le guerre nei Balcani, Somalia, Afghanistan e Iraq. 


PROFITTI Boeing, Lockheed Martin e RTX sono tra i principali fornitori di tecnologie militari all’esercito israeliano. Dietro di loro si celano fondi d’investimento internazionali. 

Perché Israele non può fermare le guerre e noi non possiamo fermare il genocidio di Gaza? Perché è parte integrante del complesso militare industriale israelo-americano e anche del nostro, che mascheriamo. Dagli anni ’50 Tel Aviv ha ricevuto dagli Usa oltre 260 miliardi di dollari di aiuti militari. 

Soltanto nell’ultimo anno e mezzo, dall’attacco di Hamas del 7 ottobre, hanno superato i 20 miliardi di dollari. Israele, allo stesso tempo, è all’avanguardia nella ricerca scientifico-tecnologica militare, è uno dei maggiori esportatori di armi e contemporaneamente uno dei maggiori clienti delle americane Boeing, General Dynamics, Lockheed Martin e RTX (Raytheon Technologies). 

Queste società sono tra i principali fornitori di tecnologie militari, come caccia F-35, missili avanzati e sistemi di difesa aerea, utilizzati dall’esercito israeliano. 

Dietro queste aziende si cela una struttura finanziaria globale: i fondi d’investimento internazionali noti come le «Big Three»: Vanguard, BlackRock e State Street. I tre fondi d’investimento sono tra i maggiori azionisti di rilievo delle principali compagnie di armamenti e di molti settori. Vanguard, BlackRock e State Street detengono quote significative in Boeing, Lockheed Martin e RTX, influenzando la gestione e le strategie di queste società. L’aumento delle spese militari e l’acquisto di armamenti da parte di Israele sono strettamente collegati ai profitti di queste aziende. 

Lockheed Martin ha fornito i caccia F-35 a Israele, considerati un pilastro delle sue capacità militari. Gli F-35 il 26 ottobre hanno eliminato in un giorno l’80% delle difese anti-aeree iraniane. 

Boeing è responsabile della vendita di velivoli da combattimento e missili, mentre RTX ha fornito avanzati sistemi missilistici e difese aeree. Ogni vendita non solo rafforza l’apparato bellico israeliano ma genera anche grandi profitti. Le Big Three svolgono un ruolo di primo piano nell’alimentare una rete economica che beneficia direttamente dalle tensioni geopolitiche e militari. 

sabato 22 febbraio 2025

Un Patto d’Abramo dal Golfo all’Ucraina - Alberto Negri

Da: https://ilmanifesto.it - https://www.facebook.com/alberto.negri.9469 - Alberto Negri è giornalista professionista dal 1982. Laureato in Scienze Politiche, dal 1981 al 1983 è stato ricercatore all'Ispi di Milano. Storico inviato di guerra per il Sole 24 Ore, ha seguito in prima linea, tra le altre, le guerre nei Balcani, Somalia, Afghanistan e Iraq. 


Zelensky, platealmente insultato da Trump, è agli sgoccioli e quasi non c’eravamo accorti che l’Arabia saudita è già entrata, non ufficialmente, nel Patto di Abramo, il formato degli stati arabi amici di Israele che si allarga sempre di più nei suoi obiettivi. Un segnale chiaro è l’ospitalità data dal principe Mohammed bin Salman al vertice tra Lavrov e Rubio. 

Come è noto Riad è il paese guida dell’Opec, non ha mai messo sanzioni a Mosca ma è anche e soprattutto il faro del mondo musulmano e sunnita perché controlla i pellegrinaggi della Mecca. 

Non ha particolarmente a cuore, come Trump del resto, il destino dell’Ucraina e neppure quello di Gaza. Se ora in Europa ci si straccia le vesti per Kiev, non lo si fa e non lo si farà per il futuro dei palestinesi. 

La nuova diplomazia americana prevede premi per coloro che seguono i consigli di Washington e punizioni solide per quelli che si oppongono. E sul Patto di Abramo Trump non ammette defezioni, perché lo ha promosso lui nella sua prima presidenza e perché contempla di fare di Israele l’unica superpotenza che controlla la regione, eliminando o riducendo al minimo l’influenza dell’Iran. 

Per Zelensky si è capito che ci sono solo punizioni se non accetta la pace con Putin, che nella visione di Trump deve servire come antemurale della Cina, e deve anche essere staccato dai suoi legami con Teheran che ha finora sostenuto lo sforzo bellico di Mosca. Questo aspetto per Trump forse è più importante del destino territoriale dell’Ucraina e si lega anche al suo piano per svuotare Gaza dai palestinesi. Kiev e la Striscia sono fastidiosi orpelli sulla carta geografica per la nuova amministrazione americana: assorbono energie da convogliare sul fronte cinese. Ecco perché Riad è il luogo ideale del vertice russo-americano: per l’Arabia saudita e le monarchie del Golfo la Repubblica islamica iraniana, ossessione del piano di sicurezza di Netanyahu, costituisce un nemico storico. Si regolano conti antichi ma anche recenti: nel 1980 quando Saddam Hussein attaccò l’Iran le monarchie del Golfo finanziarono l’Iraq con 50 miliardi di dollari – in termini attuali più di quanto sia arrivato in tre anni a Kiev – ma senza alcun risultato, anzi nel 1990 Baghdad invase il Kuwait. E nel 2003 la caduta del sunnita Saddam a opera degli Stati uniti venne percepita dai paesi del Golfo come una sconfitta che lasciava mano libera a Teheran e ai suoi alleati. In anni più vicini l’Iran appoggiando gli Houthi ha inferto una solenne sconfitta proprio ai sauditi sulle porte di casa. E Riad non dimentica gli attacchi filo-iraniani contro i suoi impianti petroliferi ai quali allora gli Usa risposero con un’alzata di spalle. 

Ma con Trump tutto è cambiato. Lo si è capito molto bene quando Marco Rubio, prima di arrivare in Arabia saudita, ha fatto tappa in Israele. Che cosa può spingere i sauditi e il mondo arabo ad accettare l’inverosimile piano di Trump per Gaza che a parole respingono? Rubio si è presentato dal premier Netanyahu portandosi come regalo l’argomento più sensibile per il governo ebraico: bombe. Le MK-84 recentemente autorizzate dall’amministrazione Trump. Sono ordigni a caduta libera, entrati in servizio nella loro prima versione nella guerra del Vietnam. Alla MK-84 viene dato il soprannome Hammer, in inglese martello: un modo per sottolineare la sua grande capacità distruttiva. 

A chi sono destinate? Certamente ad Hamas, che come hanno chiarito prima Trump e poi Rubio, in piena sintonia con Netanyahu, «deve essere eliminato», cosa che in fondo fa piacere a molti stati arabi. Ma soprattutto sono il preludio a una seconda fase nella guerra contro l’Iran: l’eliminazione o la neutralizzazione dell’apparato bellico della Repubblica islamica – nucleare compreso – sono il vero obiettivo strategico del complesso militare-industriale israelo-americano. E Riad e il Golfo, chiamati a pagare più o meno tutti i piani di Trump, possono dire di no? Un nuovo conflitto tra Iran e Israele è possibile, se non probabile: lo dicono gli americani, gli israeliani ma anche Teheran. Basta leggere le ultime dichiarazioni delle parti in causa. L’ammiraglio britannico Tony Radkin, in un discorso al Royal United Service Institute di Londra, ha affermato che Israele nei bombardamenti del 26 ottobre ha distrutto la quasi totalità delle difese aeree iraniane e la sua capacità di costruire missili balistici per almeno un anno. Gli F-35 israeliani hanno lanciato missili volando a una distanza di almeno 120 chilometri dai bersagli, fuori da ogni possibilità di intercettazione. Gli iraniani non li hanno visti neppure arrivare sui radar. «Il vantaggio militare e di intelligence israeliano – ha concluso Radkin – è fuori dalla portata di ogni avversario regionale». 

E se ne sono accorti anche russi e cinesi perché questa guerra in Medio Oriente diretta all’Iran e ai suoi alleati va molto oltre i confini dell’area. 

Il piano per Gaza e le eventuali concessioni territoriali a Putin sull’Ucraina hanno come corollario fondamentale, nelle intenzioni di Trump e Netanyahu, il riconoscimento americano dell’annessione della Cisgiordania. Perché fermarsi a Gaza? Il messaggio per i palestinesi è chiaro: non c’è possibilità di compromesso con Israele e il suo alleato americano, almeno nella sua forma attuale, perché sono determinati a eliminare il popolo palestinese. Con la complicità ipocrita e nascosta degli arabi e, naturalmente, anche della nostra. 

domenica 15 settembre 2024

50 miliardi per l’Africa, la Cina si rilancia - Marco Santopadre

Da: https://pagineesteri.it - Marco Santopadre, giornalista, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e del Nord Africa. Collabora con il Manifesto, Catarsi e Berria. Scrive, tra le altre cose, di Spagna e movimenti di liberazione nazionale.

Leggi anche: L’Africa al centro dello scontro tra potenze - Marco Santopadre 

Vedi anche: Medio Oriente* - Alberto Negri, Marco Santopadre 



Pagine Esteri, 11 settembre 2024 – A Pechino, dal 4 al 6 settembre, c’erano i rappresentanti di tutti e 53 i paesi africani per partecipare al Forum of Chinese-African Cooperation (Focac). All’evento politico e diplomatico più importante degli ultimi anni – come l’ha definito il Ministero degli Esteri cinese – mancava solo eSwatini (l’ex Swaziland), piccolo paese incastonato tra Sudafrica e Mozambico che mantiene rapporti diplomatici con Taiwan.

“La Cina dalla parte dell’Africa”
L’importanza del summit – realizzato all’insegna dell’altisonante mission “Unire le forze per promuovere la modernizzazione e costruire una comunità Cina-Africa di alto livello per un futuro condiviso” – è stata dimostrata dalla continua presenza del presidente della Repubblica Popolare, Xi Jinping, che nel discorso d’apertura ha annunciato l’elevamento al rango strategico delle relazioni diplomatiche con i paesi africani ed ha incontrato vari tra presidenti e primi ministri. 

Il nono summit finora organizzato da Pechino – se ne svolge uno ogni tre anni ormai dal 2000 – è stato quello del rilancio dell’influenza cinese nel “continente nero” e di un parziale cambiamento di strategia rispetto al passato. A partire dal 2019, infatti, gli investimenti del gigante asiatico erano progressivamente diminuiti e ora Pechino ha voluto rimpinguarli, pur confermando una contrazione della spesa rispetto al decennio precedente. «Dopo quasi 70 anni di duro lavoro, le relazioni tra Cina e Africa vivono il loro miglior momento storico» ha detto il presidente cinese, sostenendo che la modernizzazione «è un diritto inalienabile di tutti, ma l’approccio dell’Occidente ha inflitto immense sofferenze ai Paesi in via di sviluppo».

«Gli africani dicono che la Cina è dalla parte dell’Africa» ha sottolineato invece Yassine Fall, ministro degli Esteri del Senegal. Una lettura fatta propria dai rappresentanti cinesi che hanno ribadito l’appartenenza del gigante asiatico – ormai grande potenza economica – al sud del mondo, identificandosi con i paesi africani e contrapponendosi agli Stati Uniti, all’Unione Europea e all’occidente in generale, associati al colonialismo e allo sfruttamento. Pechino ha difeso il principio di non interferenza negli affari interni dei paesi del continente ed ha promesso di rappresentare gli interessi africani nelle istituzioni internazionali. 

Pechino mobilita 50 miliardi 

martedì 10 settembre 2024

Persistenze e metamorfosi della questione ebraica. Una rilettura di Abraham Léon - Il Lato Cattivo

Da: https://illatocattivo.blogspot.com - 

Leggi anche: Chiarezza - Shlomo Sand - Shlomo Sand 

LA QUESTIONE EBRAICA - Stefano Garroni 

L'identità politica stato - "Sulla questione ebraica" - Stefano Garroni

Enzo Traverso, "Gaza davanti alla storia" - Marco Revelli

Verità sulla Nakba - Ilan Pappè

“Dal ‘48 Israele vuole disfarsi del popolo palestinese” - RACHIDA EL AZZOUZI intervista ILAN PAPPÉ -

Bauman: "Gaza è diventata un ghetto, Israele con l'apartheid non costruirà mai la pace" - Antonello Guerrera 

LA GUERRA CHE DURA SEI GIORNI E CINQUANT'ANNI - Joseph Halevi 

Chi sono i veri responsabili del caos nel Medio Oriente? - Alessandra Ciattini 

PALESTINA. Economia e occupazione: dal Protocollo di Parigi ad oggi. - Francesca Merz 

Cade la maschera di Israele e anche la nostra - Alberto Negri

Vedi anche: La Nakba - Joseph Halevi 

Il comunismo è e rimane l'unica prospettiva di superamento positivo della società capitalistica. Ma quest'ultima, malgrado le sue traversie, pare divenuta un orizzonte insuperabile, e le forze protese al suo abbattimento sono oggi ridotte alla clandestinità e alla dispersione, se non al disorientamento. L'epoca del movimento operaio tradizionale, delle transizioni socialiste e dei loro programmi si è da tempo conclusa. Il patrimonio delle lotte e delle correnti teoriche del passato richiede un riesame profondo per separare ciò che è vivo da ciò che è morto. Il rapporto intercorrente tra le lotte quotidiane del proletariato, i movimenti interclassisti di massa dell'ultimo decennio e la rottura rivoluzionaria possibile appare più enigmatico che mai. La teoria comunista richiede nuovi sviluppi, per essere restaurata nelle sue funzioni. La necessità di affrontare questi nodi ci interpella in prima persona, come dovrebbe interpellare tutti i sostenitori del «movimento reale che abolisce lo stato di cose presente». I nostri mezzi sono a misura alle nostre forze: modesti. Impossibile in queste condizioni pretendere di essere i fautori unici e infallibili di una rifondazione teorica che arriverà a maturità solo in un futuro non prossimo. Ma è solo iniziando a camminare che si cominciano a tracciare strade percorribili. 


«La presente nota mira a presentare e attualizzare il contenuto dell'opera di Abraham Léon, La concezione materialistica della questione ebraica (scritta nel 1942, pubblicata postuma nel 1946, e meglio nota in Italia con il titolo: Il marxismo e la questione ebraica), in un'ottica non slegata dalla congiuntura internazionale attuale e, più specificatamente, dai rivolgimenti che hanno caratterizzato il contesto mediorientale dopo il 7 ottobre 2023. L'interrogativo soggiacente a cui ci si propone non già di rispondere, ma di fornire un impianto concettuale, concerne nientemeno che la perennità dello Stato di Israele. Con gli occhi incollati alle immagini dei massacri e delle vessazioni inflitte ai palestinesi, rischiamo di non vedere il dispiegarsi di macro-processi al tempo stesso più sotterranei e più potenti. [...] Come comprendere questa radicale incertezza sul futuro dello Stato sedicente ebraico, al di là dei suoi risvolti più effimeri e contingenti? È per provare ad impostare un ragionamento a partire da questa domanda, che ci è parso opportuno tornare all'opera di Abraham Léon, che rimane una delle più limpide e ricche disamine marxiste della questione ebraica.» 

[Il Lato Cattivo]

«Ma in realtà la vita ci mostra a ogni passo, nella natura e nella società, 
che vestigia del passato sopravvivono nel presente».

sabato 20 gennaio 2024

Dopo un decennio il mondo scopre gli Houthi - Enrico Campofreda

Da: https://enricocampofreda.blogspot.com - Enrico Campofreda 

Leggi anche: La guerra di Israele contro Gaza riassume l'intera storia del colonialismo europeo - Hamid Dabashi 

Vedi anche: Il Conflitto in Medio Oriente si è già allargato - Alberto Negri

Ora che la merce internazionale torna a circumnavigare l’Africa come ai tempi della Compagnìa delle Indie, con l’aumento di tempi e costi che incidono sul suo affarismo, certa mediologia a orologeria scopre i ribelli Houthi, i loro attacchi, la conseguente pericolosità e in coda, molto in coda, la guerra che costoro combattono da un decennio contro le truppe governative e contro le petromonarchie più potenti foraggiate dagli Usa, sauditi ed Emirati arabi. Così uno dei conflitti irrisolti nel patchwork della guerra frazionata in Medioriente che ha prodotto 380.000 vittime, soprattutto fra la popolazione civile bombardata dagli F16, come in questi giorni sono colpite dai Tomahawk le piattaforme di lancio Houthi. Si tratta degli attacchi-difensivi (sic) americano e britannico per placare gli assalti alle navi mercantili e l’uso di razzi iraniani e cinesi da parte dei miliziani sciiti che vogliono fermare Israele e i suoi alleati dai massacri di gazesi. E’ un alibi dei guerriglieri sciiti per entrare in scena da protagonisti in un’area di crisi sempre più ampia? Sì. Per quanto questa componente stia praticando la propria guerra, fra il disinteresse del mondo, appunto da un decennio. E’ un impegno di prossimità a favore dell’Iran? Sicuramente. Poiché l’Occidente statunitense ed europeo lo ‘scontro economico’ con Teheran lo attua da tempo usando l’arma dell’embargo che impoverisce i consumatori iraniani ma pure quelli del vecchio continente, cioè tutti noi. Un esempio inconfutabile riguarda il costo del gas, che avremmo potuto e potremmo ricevere dall’Iran a prezzi decisamente inferiori di quelli conosciuti, anche prima della crisi ucraina, col metano russo. E’ la strategia - politica e militare - a influenzare l’economia o è quest’ultima a determinare la geopolitica? Lo sono entrambi, visto che il legame è storicamente strettissimo. Ma in epoca di globalizzazione tutto è diventato accelerato, pericoloso, tragico. E le guerre scatenano mattanze causate dalla deflagrazione delle bombe e dei mercati che colpiscono la popolazione, mentre al solito i ceti dirigenti e finanziari s’ingrassano.   

domenica 14 gennaio 2024

Il Conflitto in Medio Oriente si è già allargato - Alberto Negri

Da: OttolinaTV - Alberto Negri è giornalista professionista dal 1982. Laureato in Scienze Politiche, dal 1981 al 1983 è stato ricercatore all'Ispi di Milano. Storico inviato di guerra per il Sole 24 Ore, ha seguito in prima linea, tra le altre, le guerre nei Balcani, Somalia, Afghanistan e Iraq.

                                                                           

venerdì 22 settembre 2023

Irrilevanza delle Nazioni unite, cambiare o morire. - Alberto Negri

Da: https://www.facebook.com/alberto.negri.9469 - Alberto Negri è giornalista professionista dal 1982. Laureato in Scienze Politiche, dal 1981 al 1983 è stato ricercatore all'Ispi di Milano. Storico inviato di guerra per il Sole 24 Ore, ha seguito in prima linea, tra le altre, le guerre nei Balcani, Somalia, Afghanistan e Iraq.  Tra le sue principali opere: “Il Turbante e la Corona – Iran, trent’anni dopo” (Marco Tropea, 2009) - “Il musulmano errante. Storia degli alauiti e dei misteri del Medio Oriente” (Rosenberg & Sellier, marzo 2017) - “Bazar Mediterraneo” (GOG edizioni, Dicembre 2021)

Lrggi anche: L’Onu oggi serve a qualcosa? - Alessandra Ciattini 

Dal 2030 il mondo sarà meraviglioso secondo l’Agenda Onu - Alessandra Ciattini

Cosa sta succedendo dentro l’ONU?


ASSEMBLEA GENERALE.

Ma l’Onu serve ancora? Disperata la risposta del segretario generale Guterres: «O si avvia una riforma o è la rottura, le istituzioni rischiano di essere parte del problema». 

Irrilevanza dell’Onu e irrilevanza anche di Biden che tenta di corteggiare il Sud globale con appelli che cadono in un vuoto fragoroso. Così i giornali americani, dal New York Times al Wall Street Journal sintetizzano cosa accade all’Assemblea generale delle Nazioni Unite dove le sedie vuote fanno clamore: da Xi Jinping a Putin, da Macron a Sunak, fino al premier indiano Narendra Modi, reduce da un G20 a Nuova Delhi che ha proiettato l’India nel novero delle grandi potenze internazionali. Sono assenti a New York i leader di quattro dei cinque membri del Consiglio di sicurezza, un segnale non confortante in un clima bellico e di tensioni geopolitiche ai massimi livelli dai tempi della guerra fredda. 

Ma l’Onu serve ancora? La risposta dello stesso segretario generale Antonio Guterres è quasi disperata: “o si avvia la riforma delle Nazioni Unite o è la rottura, le istituzioni invece di essere la soluzione rischiano di diventare parte del problema”. Cambiare o scomparire, questo è il messaggio. Da tempo le Nazioni Unite non rispecchiamo più la transizione caotica da un mondo unipolare – dominato da una sola potenza – a uno multipolare con diversi centri di potere. E quando le istituzioni Onu diventano lo specchio della realtà è per squadernare una narrativa assai diversa fa quella del Nord globale. Come sottolinea la rivista francese “Le Grand Continent” negli ultimi trent’anni nelle votazioni all’Assemblea generale soltanto il 14% degli stati ha votato con gli Usa mentre la grande maggioranza dei consensi è stata raccolta da proposte russe e cinesi. 

mercoledì 22 febbraio 2023

ULTIMI 90 SECONDI. La guerra tra Russia e Ucraina verso un'escalation? Esiste un rischio atomico? - Alberto Negri, Paolo Cotta Ramusino

Da:  Casa della Cultura Via Borgogna 3 Milano - Coordina:Ferruccio Capelli -
Paolo_Cotta-Ramusino è Segretario Generale delle Pugwash Conferences on Science and World Affairs dall'agosto 2002. È anche Professore di Fisica Matematica presso l' Università degli Studi di Milano (Italia) e Senior Researcher presso il Istituto Nazionale Italiano di Fisica Nucleare. Cotta-Ramusino è Professore a contratto, Centro di politica internazionale, organizzazione e disarmo, Scuola di studi internazionali, Università Jawaharlal Nehru , Nuova Delhi e Associato al Progetto sulla gestione dell'atomo , Belfer Center for Science and International Affairs ,John F. Kennedy School of Government , Università di Harvard . È membro dell'International Institute for Strategic Studies e della World Academy of Art and Sciences. 
Alberto Negri è giornalista professionista dal 1982. Laureato in Scienze Politiche, dal 1981 al 1983 è stato ricercatore all'Ispi di Milano. Storico inviato di guerra per il Sole 24 Ore, ha seguito in prima linea, tra le altre, le guerre nei Balcani, Somalia, Afghanistan e Iraq. Tra le sue principali opere: “Il Turbante e la Corona – Iran, trent’anni dopo” (Marco Tropea, 2009) - “Il musulmano errante. Storia degli alauiti e dei misteri del Medio Oriente” (Rosenberg & Sellier, marzo 2017) - “Bazar Mediterraneo” (GOG edizioni, Dicembre 2021)
                                                                          

mercoledì 8 febbraio 2023

Le false promesse dell’Occidente e l’assassinio premeditato dell’informazione - Alberto Negri

Da: https://www.geopolisonline.it - Alberto Negri è giornalista professionista dal 1982 è stato ricercatore all'Ispi di Milano. Storico inviato di guerra per il Sole 24 Ore, ha seguito in prima linea, tra le altre, le guerre nei Balcani, Somalia, Afghanistan e Iraq. 


Ho avuto la possibilità di fare qualche domanda ad Alberto Negri, studioso di Medio Oriente, Asia centrale, Africa e Balcani. Negri è ad oggi uno tra i più esperti inviati di guerra italiani, nel corso della sua carriera ha collaborato con i principali canali d’informazione del nostro paese iniziando con il Corriere della Sera e Il Giornale già nei suoi vent’anni. Per citare i suoi contributi più rilevanti, è stato ricercatore ed è tutt’ora un consigliere dell’Ispi, scrive nel Manifesto, è intervenuto su Limes, è stato un inviato di guerra del Sole 24 Ore per trent’anni e ha poi insegnato nel master dello stesso quotidiano. È stato professore alla Luiss, alla Sapienza, a Roma Tre, alla Statale di Milano, a Parma. Io ho tentato di estrapolare qualche insegnamento e consiglio dalla sua esperienza. (CHIARA PRETTO, GEOPOLIS

Lei ha passato un’intera vita a studiare e, spesso, a osservare in prima persona praticamente tutti i conflitti che hanno spostato gli equilibri mondiali negli ultimi quarant’anni. Come inquadrerebbe la situazione mediorientale attuale, alla luce anche di disordini in Iran?

Il mio primo viaggio è stato proprio in Iran nel 1980, avevo ventiquattro anni e si era conclusa da poco la Rivoluzione che trasformò la monarchia nell’attuale repubblica islamica sciita. Nel corso di tutti gli anni in cui ho fatto il giornalista ho visto il Medio Oriente venire colonizzato e poi decolonizzato, degli spostamenti enormi di popolazioni, sostanzialmente una mappa che è cambiata mille volte.

La Siria ne è un esempio lampante: dal 2011 a oggi ha visto lo spostamento di sei milioni di profughi interni e di sette esterni. Lo stesso discorso vale per l’Iraq, a Baghdad oggi ci sono circa 180 chiese vuote. Mosul, dopo il 2014, è stata lasciata sotto il controllo dell’Isis per anni; solo pochi giorni fa mi sono arrivate delle foto che la mostrano ancora in condizioni tremende. Dal terrorismo di Al Qaida alla lotta tra sunniti e sciiti, oggi l’Iraq è un paese devastato, cambiato nel profondo. Pur potendo contare su una produzione di circa quattro milioni di barili di petrolio al giorno, rimane economicamente assai fragile. Si ritrova oggi ad essere stretto fra la Turchia di Erdogan, l’Iran degli ayatollah e la parte curda indipendente. La sua storia è stata raccontata in mille modi diversi e l’unica cosa certa è che l’Occidente non è mai stato in grado di portare ordine e credibilità ai governi a cui li doveva fornire.

sabato 22 ottobre 2022

L'Olocausto "dimenticato" di Salonicco - Alberto Negri

Da Bazar Mediterraneo - https://www.facebook.com/alberto.negri.9469 - Alberto Negri è giornalista professionista dal 1982. Laureato in Scienze Politiche, dal 1981 al 1983 è stato ricercatore all'Ispi di Milano. Storico inviato di guerra per il Sole 24 Ore, ha seguito in prima linea, tra le altre, le guerre nei Balcani, Somalia, Afghanistan e Iraq. Tra le sue principali opere: “Il Turbante e la Corona – Iran, trent’anni dopo” (Marco Tropea, 2009) - “Il musulmano errante. Storia degli alauiti e dei misteri del Medio Oriente” (Rosenberg & Sellier, marzo 2017) - “Bazar Mediterraneo” (GOG edizioni, Dicembre 2021) 

Leggi anche: In viaggio sul Tigri - La scomparsa degli uomini dell'acqua - Alberto Negri

Cade la maschera di Israele e anche la nostra - Alberto Negri

Silenzio su Gaza e su noi stessi - Alberto Negri


Gli ebrei erano quasi la metà della popolazione di Salonicco: dai campi di sterminio ne tornarono poche centinaia e altri scamparono con carte di identità rilasciate dal console italiano. 

La fine di ogni illusione a Salonicco avvenne di colpo, in un calda giornata d’estate. Fu uno shock quando, senza alcun preavviso, l’8 luglio 1942 il comandante della Wermacht ordinò a tutti i maschi ebrei tra i 18 e i 45 anni di venirsi a registrare. “Chiunque appartenga alla razza ebraica è considerato ebreo, indipendentemente dalla religione che professa oggi”. In piazza Eleftheria, piazza della Libertà, vennero radunati tutti gli uomini ebrei della città per portarli nei campi di lavoro forzato. Quello che colpì gli osservatori furono le umiliazioni e le sevizie imposte pubblicamente agli ebrei. 

Una crudeltà che aveva impressionato il console italiano Guelfo Zamboni: “Finora _ scriveva nei suoi rapporti a Roma _ non erano stati emanati chiari ordini antisemiti. Adesso all’improvviso, dopo alcuni segnali premonitori passati quasi inosservati, la questione è stata sollevata in tutta la sua pienezza”. Zamboni non riuscì a evitare la tragedia, però fece quanto si poteva per salvare gli ebrei italiani. Riuscì anche a estendere la cittadinanza italiana provvisoria a 280 ebrei greci. I certificati di nazionalità italiana, con l'aggiunta a mano “provvisorio”, furono concessi a persone che non conoscevano una parola di italiano, ricorrendo allo stratagemma dei lontani parenti. Il loro numero si accrebbe fino a toccare le 350 unità. Zamboni li salvò dalla deportazione. Lasciò Salonicco il 18 giugno 1943 per tornare a Roma. La protezione degli ebrei venne proseguita dal successore Giuseppe Castruccio che organizzò il “treno della salvezza”, il convoglio che trasportò gli ebrei con passaporto italiano ad Atene, situata nella zona d’occupazione italiana. Zamboni rimase un perfetto sconosciuto in patria fino alla soglia dei 95 anni (nel 1992), quando concesse la prima intervista dopo una lettera inviatagli dall'istituto ebraico Yad Vashem. 

Sephiha, capo negli anni Novanta della residua comunità ebraica di Salonicco, mi accolse parlando il judezmo, la lingua ladina conservata per secoli degli ebrei sefarditi della città e mi confermò tutto: “Ecco vede _ disse estraendo un documento dal portafoglio _ questa è la carta di identità italiana che mi ha consentito di fuggire da qui durante i rastrellamenti nazisti”. Sephiha la portava sempre con sé, come un salvacondotto irrinunciabile. Il console italiano continuava a vivere nella memoria degli ebrei sopravvissuti. 

Le proprietà degli ebrei cominciarono a essere espropriate, accompagnate da una campagna di propaganda di agenti collaborazionisti greci e poco tempo dopo, su richiesta della stessa municipalità di Salonicco, cominciò anche la distruzione del cimitero ebraico con 500 operai che distrussero migliaia di tombe, alcune delle quali risalenti al 15° secolo: il cimitero era assai vasto, 35 ettari, e ospitava centinaia di migliaia di tombe. Dopo qualche settimana di sbancamenti la necropoli sembrava fosse stata bombardata o colpita da un’eruzione vulcanica. Dopo la guerra le autorità greche decisero che quella zona era stata definitivamente espropriata e oggi vi sorge il campus dell’università Aristotele. 

Stava cominciando la soluzione finale anche per gli ebrei di Salonicco. Gli italiani se ne accorsero e informarono gli ebrei con cittadinanza italiana che sarebbero stati protetti se fossero state introdotte le politiche razziali tedesche. Le SS protestarono con Roma mentre Adolf Eichmann, responsabile della logistica, mordeva il freno e nel gennaio 1943 inviò due esperti aguzzini tra cui il suo braccio destro Alois Brunner e Dieter Wisliceny per avviare le deportazioni e mandare gli ebrei nelle camere a gas. La faccenda doveva risolversi in due tre-mesi, questo era l’ordine del “contabile” di Hitler che finì poi impiccato in Israele mentre Wisliceny venne giustiziato in Cecoslovacchia nel 1948. Brunner invece camperà a lungo e, come vedremo, la sua sorte sarà assai diversa e per certi versi sorprendente. 

Brunner e Dieter Wisliceny arrivarono il 6 febbraio 1943 e fecero applicare le leggi di Norimberga in tutto il loro rigore, imponendo l'uso della stella gialla e restringendo drasticamente la libertà di circolazione degli ebrei. Questi furono radunati alla fine di febbraio 1943 in tre ghetti, poi trasferiti in un campo di transito nel quartiere del barone Hirsch in prossimità della stazione, dove li attendevano i treni della morte. Per facilitare l’operazione i nazisti si appoggiarono sul rabbino Zwi Koretz (che morì tre mesi dopo la liberazione dei russi di Bergen-Belsen), che pretendeva la totale obbedienza agli ordini dei nazisti, e su una polizia ebraica diretta da Vital Hasson che percorreva a cavallo mulinando il frustino i quartieri ebraici abbandonandosi al saccheggio e ad atti di inaudita violenza contro il resto della comunità. 

Il primo convoglio partì il 15 marzo. Ogni treno trasportava da 1000 a 4000 ebrei, attraversando tutta l’Europa centrale principalmente verso Birkenau, un convoglio partì per Treblinka ed è possibile che siano avvenute deportazioni verso Sobibor, poiché vi si ritrovarono alcuni ebrei di Salonicco. La popolazione ebrea di Salonicco era talmente numerosa che la deportazione si protrasse per alcuni mesi fino al 7 agosto. 

54000 sefarditi di Salonicco furono spediti nei campi sterminio. Circa il 98% della popolazione ebraica della città fu eliminata durante la guerra. 

venerdì 7 ottobre 2022

"Il prezzo del gas è in aumento da marzo 2021" - Giorgio Bianchi intervista Demostenes Floros

Da: Visione TV - 
Giorgio-Bianchi è un fotoreporter che ha girato il mondo, documentando con il suo lavoro storie da Siria, Burkina Faso, Vietnam, Myanmar, Nepal, India e tutta l'Europa, compresa l’Ucraina, che segue fin dal 2013. https://www.facebook.com/giorgio.bianchi.photojournalist - 
Demostenes Floros è un analista geopolitico ed economico. E’ docente a contratto presso il Master in Relazioni Internazionali d’Impresa Italia-Russia, dell’Università di Bologna Alma Mater, oltre ad essere responsabile e docente del IX corso di Geopolitica istituito presso l’Università Aperta di Imola (Bologna). https://www.facebook.com/demostenes.floros.7


                                                                           

giovedì 29 settembre 2022

La guerra del gas è l’antefatto del conflitto ucraìno - Alberto Negri

Da: https://ilmanifesto.it - https://www.facebook.com/alberto.negri.9469 - Alberto Negri è giornalista professionista dal 1982. Laureato in Scienze Politiche, dal 1981 al 1983 è stato ricercatore all'Ispi di Milano. Storico inviato di guerra per il Sole 24 Ore, ha seguito in prima linea, tra le altre, le guerre nei Balcani, Somalia, Afghanistan e Iraq.

 Leggi anche: La battaglia del gas. Con la mossa russa in gioco la nostra sopravvivenza - Alberto Negri 

Le pipeline in Siria e Iraq: il vero motivo strategico della guerra* - Alberto Negri

Vedi anche: GLI USA ERANO OSSESSIONATI DAL NORTH STREAM 2: ADESSO ...È STATO DISTRUTTO! https://www.facebook.com/gianluca.marlettaII/videos/3190784584515607


ALTA TENSIONE. 
Usa e Russia si accusano di avere fatto saltare le pipeline NordStream 1 e 2. 
C’è un’unica certezza: il cordone ombelicale che legava Mosca all’Europa sul gas ora è un relitto


Sotto l’acqua ribollente di metano nel Baltico c’è uno dei motivi dell’escalation della guerra mossa da Putin all’Ucraina e ora al punto di non ritorno. Gli Usa e la Russia si accusano, più o meno a vicenda. 

L’accusa reciproca è di avere fatto saltare le due pipeline del Nord Stream 1 e 2 che collegano la Russia alla Germania. In realtà i due gasdotti (dei quali il secondo non è mai entrato in funzione) erano già da tempo al centro del conflitto. 

C’è un’unica certezza. Sia a Est che a Ovest sanno che niente sarà più come prima: ovvero il cordone ombelicale che legava la Russia all’Europa sul gas è spezzato e ora galleggia in alto mare, forse destinato ad affondare per sempre nella ruggine del tempo, tra i flutti, come un relitto. 

UN ADDIO ANNUNCIATO. 
Il 7 febbraio scorso, poco più di due settimane prima dell’invasione dell’Ucraina, il presidente Biden aveva affermato, in presenza del cancelliere Olaf Scholz in visita nella capitale Usa, che la politica energetica tedesca non veniva più decisa a Berlino ma a Washington: «Se la Russia – disse – dovesse invadere, cioè se carri armati e truppe attraverseranno di nuovo il confine dell’Ucraina, il Nord Stream 2 non esisterebbe più. Vi metteremo fine». Immaginate come avrebbe reagito la Casa Bianca se la Germania avesse minacciato di “mettere fine a una grande pipeline americana in caso di invasione dell’Iraq». 

Il caso Nord Stream 2 è emblematico di come confliggevano gli interessi americani ed europei. Non si trattava soltanto di una questione economica ma strategica. Voluto fortemente dalla ex cancelliera Angela Merkel, il Nord Stream era la vera leva politica ed economica che tratteneva Putin da azioni dissennate come la guerra in Ucraina (c’era ancota l’accordo di Minsk 2). Molti non lo avevano capito perché attribuivano al gas russo una valenza soltanto economica: aveva invece un enorme valore politico per tenere agganciata Mosca all’Europa. 

IL NORD STREAM 2 era stato completato il 6 settembre 2021 per trasportare il gas naturale dai giacimenti russi alla costa tedesca, si estende per 1230 km sotto il Mar Baltico ed è il più lungo gasdotto del mondo. Era stato ideato per potenziare il gas già fornito dalla Russia all’Europa raddoppiando il tracciato del Nord Stream 1 che corre parallelo al nuovo progetto. L’infrastruttura costata 11 miliardi di dollari è di proprietà della russa Gazprom. La società possiede anche il 51% del gasdotto originale Nord Stream. 

PERCHÉ PER MOSCA aveva un valore strategico? Prima della costruzione dei due gasdotti Nord Stream, il gas russo passava via terra, attraverso i territori di Ucraina e Bielorussia. Una volta in funzione il Nord Stream 2 avrebbe consentito a Mosca di trasportare verso la Germania ulteriori 55 miliardi in metri cubi di gas naturale all’anno. 

Il progetto Nord Stream nasce nel 1997, quando la situazione geopolitica di quel periodo già prevedeva che il gasdotto non attraversasse né i paesi baltici né Polonia, Bielorussia e Ucraina. Nazioni escluse da eventuali diritti di transito e che non avrebbero potuto intervenire sul percorso per sospendere la fornitura di gas all’Europa e mettere sotto pressione negoziale la Russia. La posa della prima conduttura Nord Stream venne completata il 4 maggio 2011 e il 6 settembre dello stesso anno entrava in funzione, inaugurato l’8 novembre dello stesso anno dall’allora presidente russo Medvedev, dal primo ministro francese Fillon e dalla cancelliera Angela Merkel. Viene poi costruita una seconda linea del gasdotto Nord Stream che entra in funzione nell’ottobre 2012. E poco dopo si comincia a passare a un ulteriore potenziamento: nasce così il progetto di Nord Stream 2. 

USCITA DI SCENA Angela Merkel, gli Usa hanno avuto campo libero. La guardiana di Putin e del gas non c’era più e gli americani hanno capito che il presidente russo era diventato più pericoloso ma anche più vulnerabile. Per due mesi gli Usa hanno avvertito dell’invasione dell’Ucraina perché sapevano che contestando, come hanno fatto, il Nord Stream 2 si apriva una falla. I gasdotti avevano legato Mosca all’Unione all’europea, la dipendenza dava a Putin un senso di sicurezza, lo strumento per condizionare gli europei e renderli più docili e interessati alle sorti della Russia. 

QUANDO MOSCA ha capito che con Scholz il Nord Stream 2 non sarebbe stato al sicuro ha cominciato le minacce all’Ucraina, che in precedenza russi e tedeschi avevano pagato perché non protestasse troppo per la realizzazione del gasdotto, assai temuto dalla Polonia in quanto visto come uno strumento di espansione dell’influenza Putin. Gli americani per altro avevano già messo alle corde anche Merkel, obbligandola ad acquistare quantitativi di gas liquido americano di cui Berlino, allora, non aveva alcun bisogno. E che ora il segretario di stato Usa Blinken ci offre «per passare l’inverno» e che saremo costretti a pagare caro, posto che i produttori americani ne abbiano abbastanza da venderci. 

L’Unione europea ha commesso due errori. Il primo ridurre frettolosamente la dipendenza dal gas russo (45%) senza avere soluzioni alternative. L’Algeria di gas, da venderci, oltre a quello che già scorre nel Transmed, ne ha poco, meno ancora la Libia destabilizzata, cui ci lega il Greenstream di Gela. 

Il secondo errore è stato mettere in crisi economie e governi, per cui sarà più difficile assegnare eventuali risorse all’Ucraina. Come si capisce bene in questa guerra, partita anche dal gas, a perderci saremo in molti. 

martedì 6 settembre 2022

Speculatori e guerrafondai. Così restiamo prigionieri sul gas - Emiliano Brancaccio

Da: https://www.lanotiziagiornale.it - Emiliano Brancaccio è docente di Politica economica all’Università degli Studi del Sannio di Benevento.

Leggi anche: Oltre l’Ucraina, le segrete cause materiali della guerra - Emiliano Brancaccio 

La battaglia del gas. Con la mossa russa in gioco la nostra sopravvivenza - Alberto Negri 




L’aumento del prezzo del gas? Brancaccio: “La causa principale può essere sintetizzata così: gli speculatori scommettono sui guerrafondai” 


L’aumento del prezzo del gas? “La causa principale può essere sintetizzata così: gli speculatori stanno scommettendo sui guerrafondai”. È chiaro sul punto Emiliano Brancaccio, docente di politica economica presso l’Università del Sannio e protagonista di dibattiti con alcuni tra i massimi esponenti della teoria e della politica economica internazionale, tra cui Mario Monti, Olivier Blanchard, Daron Acemoglu.

“I professionisti della finanza – continua il professore ed intellettuale ora in libreria con “Democrazia sotto assedio (Piemme) – giocano sulla previsione che i venti di guerra non si placheranno, e che il conflitto con la Russia sia destinato a durare. L’idea prevalente è che i paesi europei della NATO sono pronti a sostenere i costi della transizione necessaria per fare a meno dell’energia russa in tempi relativamente brevi”.

Cosa comporta tutto questo? 

Questa politica europea, così avventurista e forzata, suscita forti aspettative di aumento dei prezzi dell’energia e quindi crea enormi occasioni di guadagno speculativo: i professionisti sui mercati si fanno prestare denaro, comprano gas, attendono che il prezzo salga, lo rivendono, restituiscono i prestiti e si tengono i guadagni netti. Il risultato è che il prezzo esplode, a livelli anche superiori rispetto a quelli causati dalla sola guerra.

Il governo Draghi spinge per un tetto europeo al prezzo del gas. Per quale motivo non si riesce ad attuare? 

mercoledì 17 agosto 2022

Edward Said ha letto nella Storia il futuro della Palestina - Eliana Riva

 Da: https://pagineesteri.it - Eliana Riva Editrice, storica, giornalista, libraia

Edward Said (1º novembre 1935 – New York, 25 settembre 2003) è stato uno scrittore e docente statunitense, di padre americano di origini palestinesi e di madre palestinese, entrambi cristiani protestanti; ed egli stesso palestinese di nascita, vissuto tra la Palestina mandataria e l'Egitto fino ai 15 anni di età. Fu anglista, docente di inglese e letteratura comparata alla Columbia University, teorico letterario, critico e polemista, particolarmente noto per la sua critica del concetto di Orientalismo. Fu, tra gli altri, influenzato dalle letture di Antonio Gramsci, Frantz Fanon, Aimé Césaire, Michel Foucault e Theodor W. Adorno.

Leggi anche: PALESTINA. Economia e occupazione: dal Protocollo di Parigi ad oggi. - Francesca Merz
Chiarezza - Shlomo Sand
Israele/Palestina. Alle radici del conflitto - Joseph Halevi
Antisemitismo e antisionismo sono collegati tra loro? - Alessandra Ciattini
https://invictapalestina.wordpress.com/2016/07/12/stato-attuale-ed-origine-del-conflitto-tra-israele-e-la-palestina-breve-riassunto-per-le-scuole-medie/
Quattro ore a Chatila - Jean Genet 
Cade la maschera di Israele e anche la nostra - Alberto Negri
Bauman: "Gaza è diventata un ghetto, Israele con l'apartheid non costruirà mai la pace" - Antonello Guerrera
Vedi anche: La Nakba - Joseph Halevi


Pagine Esteri, 26 luglio 2021 –
 “L’unica decisione che sarà necessario prendere per quanto riguarda la conoscenza della Storia è se dovremo insegnarla dall’indietro in avanti o da avanti all’indietro (Tertuliano Màximo Afonso). 



Si potrebbe cominciare raccontando del caprone e dell’acro di Weizmann oppure dell’ultima escalation militare, quella dello scorso maggio, tra Israele e Hamas; si potrebbe partire da Sheikh Jarrah o dall’occupazione israeliana del 1967. È complicato individuare un altro storico, scrittore, intellettuale che sia tanto legato al suo tempo e al suo luogo pur riuscendo ad attraversarli, superarli e ritornarvi.

Nel 1996 Edward Said scriveva, in uno dei suoi interventi meno pessimisti sul futuro, che “La scommessa stava nel trovare un modo pacifico di coesistere non come ebrei, musulmani e cristiani ma come cittadini a pari diritto in una stessa terra”.

All’inizio di luglio la Corte Suprema israeliana ha decretato la legittimità della cosiddetta Legge fondamentale o legge Stato-Nazione, che la Knesset aveva approvato nel 2018. Ha rigettato le obiezioni di chi riteneva che questa legge non fosse democratica e rispettosa delle minoranze. La legge Stato-Nazione è il provvedimento che sistema giuridicamente e rende legale la definizione di Israele come Stato della nazione Ebraica. Lo stato degli ebrei.

In Israele circa il 21% della popolazione è composta da arabi, dai palestinesi. La legge Stato-Nazione dichiara che “l’adempimento del diritto all’autodeterminazione nazionale nello stato di Israele è unico per gli Ebrei” e fa esplicito riferimento alla Terra d’Israele quale patria storica degli ebrei. La Terra d’Israele così intesa è la Palestina storica, tutta la regione, quindi che comprende ora Israele e i Territori Palestinesi Occupati. E la norma vi promuove lo sviluppo dell’insediamento ebraico.

Cosa significa tutto questo? 

domenica 26 giugno 2022

Le prime (amare) indicazioni dalla guerra in Ucraina - Gianandrea Gaiani

 Da: https://www.analisidifesa.it - Gianandrea Gaiani Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa.


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 Il ritorno della guerra, quella “vera”, convenzionale, brutale e ad alta intensità sta determinando reazioni e riflessioni in Europa oltre a decisioni politiche e finanziarie di rilievo come l’adesione ormai diffusa presso molte nazioni (Italia inclusa) all’obiettivo di portare le spese militari al 2 per cento del PIL, addirittura al 3 per cento nel caso della Polonia che ha varato un massiccio riarmo, o come il fondo speciale per Difesa tedesco da 100 miliardi di euro.

“L’Europa si sente vulnerabile non solo per il fatto che i missili russi potrebbero colpirla ma anche perché, facendo un inventario delle capacità disponibili in termini di dotazioni i singoli Paesi si sono resi conto di non essere in grado di affrontare questo scenario”,  ha affermato Emanuele Serafini, direttore per l’Europa Occidentale e Nato di Lockheed Martin nel corso del convegno “Industria della Difesa, scenari e prospettive nella crisi post Ucraina”, organizzato al palazzo dell’Esercito, a Roma l’8 giugno.

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Una definizione che ben fotografa la drammatica realtà emersa dalle prime indicazioni fornite dal conflitto in Ucraina.

Difficile prevedere quando e con quali esiti potrà avere termine la guerra che prese il via nel 2014 nella regione orientale del Donbass ma ha subito una rapida escalation dal 24 febbraio scorso con l’intervento militare russo e il coinvolgimento indiretto degli stati membri della NATO quali fornitori di massicci aiuti militari e programmi di addestramento alle truppe di Kiev.

Dopo quasi 4 mesi di combattimenti ad alta intensità è forse presto per parlare di “lezioni” ma è certo possibile tracciare alcune indicazioni che questo conflitto fornisce all’Occidente e alle nazioni europee, determinate non solo dagli sviluppi bellici sul campo di battaglia ma anche dalla natura di questa guerra.

sabato 21 maggio 2022

Sanzionati e sanzionatori - Alessandra Ciattini

Da: https://www.lacittafutura.it - Alessandra Ciattini (collettivo di formazione marxista "Stefano Garroni”) ha insegnato Antropologia culturale alla Sapienza. 

Leggi anche: Le sanzioni logorano soprattutto chi le impone - Guglielmo Forges Davanzati 

Sachs: «Il grande errore degli Stati Uniti è credere che la Nato sconfiggerà la Russia» - Federico Fubini 

La conflittualità valutaria e l’enigma del gas valutato in rubli - Francesco Schettino 

La battaglia del gas. Con la mossa russa in gioco la nostra sopravvivenza - Alberto Negri 

COME DISTRUGGERE UN PAESE: IL NOSTRO - Vincenzo Costa 

Vedi anche: Geopolitica. Gli USA perderanno anche la leadership energetica - Demostenes Floros


L’UE e gli Stati Uniti, re delle sanzioni, hanno preso misure controproducenti per loro e non solo?



L’impiego delle sanzioni per colpire i propri nemici è una pratica antica, che può avere esiti imprevisti. Ricordo per esempio il Blocco continentale, cui aderirono la Russia e l’Austria, deciso nel 1806 a Berlino da Napoleone Bonaparte, con il quale proibiva l’approdo ai porti dei paesi occupati dai francesi alle navi britanniche in analogia al trattamento che ricevevano le imbarcazioni francesi quando si avvicinavano alle coste d'oltreManica. Dopo che la sua flotta congiunta a quella spagnola era stata sconfitta nella celebre battaglia di Trafalgar, nei pressi di Cadice, nel 1805 l’imperatore dei francesi ritenne che quello fosse l’unico mezzo per piegare i suoi più pericolosi nemici; mezzo che d’altra parte, anche se non sempre rispettato, avvantaggiò la Francia, consentendole di esportare i suoi prodotti in tutta Europa.

Anche l’Italia fu sanzionata dalla Società delle Nazioni in occasione della sua espansione coloniale in Etiopia nel 1935 e le fu proibito di importare armi, materiale militare etc., ma poté continuare a ricevere rifornimenti energetici.

Oggi, dal punto di vista del Diritto internazionale, le sanzioni debbono avere come unico obiettivo quello di far cessare “una condotta illecita” e non possono avere una funzione afflittiva e punitiva. Esse non possono comportare l’uso della forza, che può essere deciso solo dal Consiglio di sicurezza delle NU, evento assai improbabile dato il diritto di veto delle grandi potenze. Ne consegue che gli Stati possono applicare “contromisure a fini di autotutela”, ma queste debbono essere rispettose dei diritti umani e non contraddire altre norme sancite dal Diritto internazionale. È cosa dubbia se il diritto di autotutela sia riservato anche agli Stati diversi dallo Stato leso, per colpire chi avrebbe violato gli obblighi procedenti dal Diritto internazionale e che stabiliscono sostegni di tipo solidaristico. E ciò mette in questione la decisione del cosiddetto Occidente di sostenere l’Ucraina.

mercoledì 18 maggio 2022

Geopolitica. Gli USA perderanno anche la leadership energetica - Demostenes Floros

Da: Il Vaso di Pandora - Demostenes Floros è un analista geopolitico ed economico. E’ docente a contratto presso il Master in Relazioni Internazionali d’Impresa Italia-Russia, dell’Università di Bologna Alma Mater, oltre ad essere responsabile e docente del IX corso di Geopolitica istituito presso l’Università Aperta di Imola (Bologna). 

Vedi anche: Il Patto Sino Russo: un nuovo bipolarismo? - Aldo Giannuli 


                                                                           

sabato 2 aprile 2022

La battaglia del gas. Con la mossa russa in gioco la nostra sopravvivenza - Alberto Negri

Da: https://ilmanifesto.it - https://www.facebook.com/alberto.negri.9469 - Alberto Negri è giornalista professionista dal 1982. Laureato in Scienze Politiche, dal 1981 al 1983 è stato ricercatore all'Ispi di Milano. Storico inviato di guerra per il Sole 24 Ore, ha seguito in prima linea, tra le altre, le guerre nei Balcani, Somalia, Afghanistan e Iraq.

Leggi anche: Il nuovo, pericoloso, «arco della crisi» - Alberto Negri 

Le pipeline in Siria e Iraq: il vero motivo strategico della guerra* - Alberto Negri

Tra l’Ucraina e il Kazakistan: ipotesi di una guerra nel cuore dell’Europa? - Alessandra Ciattini 


Con la mossa russa in gioco la nostra sopravvivenza 

Il gas non è solo energia, è strategia, politica e diplomazia. È anche, nell’immediato, pura sopravvivenza della nostra economia. La guerra parallela a quella sul terreno. Ce ne accorgeremo sempre di più ora che la battaglia sul gas russo entra nel vivo mentre si interrompe la fornitura (fonte Reuters) del gasdotto Yamal (uno dei tre diretti in Europa), con un’allerta preventivo di Germania e Austria e il Cremlino che ha dilazionato, per ora, i pagamenti delle sue materie prime in rubli. 

Putin avanza e arretra nella campagna militare ma anche sul fronte del gas per testare la dipendenza degli europei. Le prospettive per europei e italiani sono comunque poco rassicuranti. Non è possibile sostituire dall’oggi al domani il gas russo che copre in totale il 38% di tutto l’import (circa 28-29 miliardi di metri cubi su 76 complessivi di consumi annuali). Secondo alcune stime (Nomisma Energia) - malgrado le contromosse e un po’ di gas liquido Usa - potrebbe mancare all’appello, già durante l’estate, una quota compresa tra 10 e 12 miliardi di metri cubi. Nel prossimo inverno, una volta bruciate le riserve, si profila il razionamento.

Si capisce bene, con queste cifre, quanto sia stata importante la telefonata di ieri tra Draghi e Putin. Strategica per noi ma anche per Mosca. 

Da quando Putin ha invaso l’Ucraina, l’Europa ha speso più di 17 miliardi di euro per acquistare gas, petrolio e carbone dalla Russia. La Germania e l’Italia sono particolarmente dipendenti dal gas russo e nel 2021 hanno speso rispettivamente 14 e 10 miliardi di euro. 

La battaglia del gas da noi si svolge su due fronti. Uno, in Ucraina, una tragedia, sotto gli occhi di tutti, cominciata, in maniera prima sotterranea poi sempre più aperta, lungo i tracciati dei gasdotti e accompagnata dall’espansione della Nato a Est. 
Un altro, in Libia - teatro che nessuno vuole nominare - ha un aspetto quasi da commedia, con una tragedia, reale, che si vuole tenere nascosta. 

Il lato libico della commedia è soprattutto italiano. Draghi ha incontrato alla Nato Erdogan e non è uscita una parola sulla Libia, dove si contendono il potere due premier Daibaba e Bashaga.
Nessuno osa neppure domandare: cosa succede in Libia? Come se questo non fosse il Paese del gasdotto Greenstream e dei pozzi dell’Eni. Eppure la Libia - dove i profughi della diaspora africana sono scomparsi dai media pur continuando a subire inaudite violenze nella più totale impunità - sarebbe la nostra pompa di benzina e di energia sotto casa. Il condizionale è d’obbligo: il Greenstream, in funzione dal 2004, ha una portata di 30 miliardi di metri cubi se messo a regime ma oggi ha un ruolo quasi insignificante nei nostri rifornimenti. 

Della Libia si preferisce non parlare perché è stata persa due volte dai nostri strateghi. Una nel 2011 con i raid decisi da Francia, Gran Bretagna e Usa, cui l’Italia si è unita sotto bandiera della Nato. La seconda nel 2019 quando - con Tripoli sotto assedio di Haftar - la difesa del governo Sarraj, che ci aveva chiesto un modesto aiuto, è stata lasciata alla Turchia di Erdogan. Così nessuno ha più investito in Libia che ha molte più riserve di gas dell’Algeria, tanto per fare un esempio. 

L’altro fronte del gas è la scoperta dell’acqua calda. Ci voleva una guerra per sapere che l’Europa dipendeva da Mosca? La scelerata iniziativa di Putin ha sconvolto l’Ucraina ma ha messo al tappeto anche l’Europa che prende dalla Russia il 40-50% del suo gas. Ora sono gli Stati Uniti che ci venderanno il gas con prezzi superiori a quelli russi in media del 20%. 

Il caso Nord Stream 2 è emblematico di come confliggono interessi americani ed europei. Non si tratta soltanto di una questione economica ma strategica. Voluto fortemente dalla ex cancelliera Angela Merkel, il Nord Stream 2 era la vera leva politica ed economica che tratteneva Putin da azioni dissennate come la guerra. Molti non lo avevano capito perché attribuivano al gas russo una valenza soltanto economica: aveva invece un enorme valore politico per tenere agganciata Mosca all’Europa. 

Uscita di scena Merkel, gli Usa hanno avuto campo libero. La guardiana di Putin e del gas non c’era più e gli americani hanno capito che il presidente russo era diventato più pericoloso ma anche più vulnerabile. Per due mesi gli Usa hanno avvertito dell’invasione dell’Ucraina perché sapevano che contestando, come hanno fatto, il Nord Stream 2 si apriva una falla nel cuore del continente. I gasdotti sono stati il cordone ombelicale che ha legato Mosca all’Europa, la nostra dipendenza dava a Putin un senso di sicurezza, lo strumento per condizionare gli europei e renderli più flessibili e interessati alle sorti della Russia. 

Quando Mosca ha capito che con il debole cancelliere Scholz il Nord Stream 2 non sarebbe stato al sicuro ha cominciato le minacce all’Ucraina che in precedenza russi e tedeschi avevano pagato perché non protestasse troppo per la realizzazione del gasdotto, assai temuto dalla Polonia in quanto visto come uno strumento di espansione dell’influenza Putin. 
Gli americani per altro avevano già messo alle corde anche Merkel, obbligandola ad acquistare persino gas liquido americano di cui Berlino allora non aveva alcun bisogno, visto che non ha neppure rigassificatori. 

E così con la guerra si è alla resa dei conti. L’Europa dovrà pagare di più la quota Nato, comprando ovviamente più armi e aerei da caccia Usa, e anche più gas americano. Tutto a beneficio delle corporation e del complesso militar-industriale. È la ricetta di Biden, tentato di prolungare un conflitto che logora Putin e riempie le casse americane. Un mondo perfetto per “esportare” ancora una volta la democrazia.