lunedì 11 aprile 2022

L’importanza dell’Eurasia - Alessandra Ciattini

Da: https://www.lacittafutura.it - Alessandra Ciattini (collettivo di formazione marxista "Stefano Garroni”) ha insegnato Antropologia culturale alla Sapienza. 



Il conflitto in Ucraina viene da lontano ed è legato alla competizione internazionale per il dominio sull’Eurasia. 


L’idea dell’importanza dell’Eurasia per garantirsi il dominio del mondo risale ai primi del Novecento e in particolare a uno scritto di Halford John Mackinder intitolato The Geographical Pivot of History, pubblicato nel 1904. In questo articolo egli sosteneva che la regione che va dall’Europa centrale alla Siberia rappresentava nelle condizioni politiche del tempo il “cuore geopolitico mondiale”, da lui definito appunto Heartland, e inespugnabile da parte delle potenze talassocratiche come la Gran Bretagna, che al tempo appunto dominava i mari. Il grande geografo e antropologo britannico prefigurava una forte alleanza tra la Germania e la Russia zarista, che però orientavano la loro politica in senso diverso, convinto che chi avesse dominato questa ampia e ricca regione avrebbe esteso il suo controllo anche all’Africa, costituendo l’Eurafrasia, ossia ciò che egli definiva “isola mondiale”. Chi avesse realizzato questo progetto avrebbe messo sotto il suo controllo gran parte delle terre e delle risorse mondiali, garantendosi così un dominio indiscusso sul mondo. A suo parere la classe dirigente britannica, che si era scontrata con i russi nell’Asia centrale nell’Ottocento, doveva prendere in considerazione questo pericolo e cercare di sventarlo.

Come si può capire da quanto esposto, l’analisi di Mackinder aveva un carattere esclusivamente geopolitico e quindi prendeva in considerazione esclusivamente gli Stati come protagonisti della storia e detentori di risorse materiali senza tenere in conto la loro stratificazione di classe e le dinamiche inerenti al sistema capitalistico radicato in questi paesi.

Un interessante articolo di Davide Papini ci aiuta ad approfondire questo non facile aspetto spiegando dettagliatamente l’origine e gli obiettivi dell’atlantismo [1], sorto probabilmente nel 1913, quando fu istituita la Federal Reserve, dominata dai grandi banchieri internazionali.

Nella descrizione di Papini le forze atlantiste, ossia quelle che spinsero gli Stati Uniti a intervenire nella Prima e nella Seconda guerra mondiale per espandersi nell’Eurasia, mettevano insieme “un composito schieramento di élites (dinastie bancarie, magnati industriali, leader politici, personalità culturali), accomunate da ingenti interessi materiali e dalla medesima visione del mondo”. I veri capi di questo gruppo di potere erano i proprietari delle grandi banche d’affari che dominavano la City di Londra e Wall Street a New York. Il loro scopo, purtroppo in gran parte realizzato, era quello di trasformare il mondo in unico mercato globale, dove avrebbe dovuto spadroneggiare un’unica moneta, imponendo quindi il signoraggio del dollaro, che i vari paesi avrebbero dovuto chiedere in prestito per far funzionare le loro economie, indebitandosi a vita. Eventi che sono divenuti sempre più palesi negli ultimi decenni del XX secolo a partire dagli inizi della crisi economica iniziata alla fine dei Trenta anni gloriosi. Le forze atlantiste riunivano le antiche massonerie e le istituzioni mondialiste come, per esempio, il Council on Foreign Relations o il Royal Institute of International Affairs. Tali personaggi si prefiggevano di imporre al cosiddetto blocco occidentale, comprendente anche il Giappone conquistato a suon di bombe atomiche dagli Stati uniti, “il catechismo del nuovo ordine mondiale atlantista, di cui il mercatismo e il cosmopolitismo costituivano gli elementi basilari”. 

Un momento importante nella storia dell’atlantismo è costituito dall’istituzione della Federal Reserve (FED) nel 1913, ma che cominciò a essere attiva nel 1916 per far fronte ai momenti di crisi verificatisi negli Stati uniti per tutto l’Ottocento, anche a causa della mancanza di centralizzazione del sistema bancario. Nasce come una struttura privata indipendente dal governo americano, che però avrebbe anche obiettivi pubblici, quali stampare moneta, il controllo dei prezzi e dei tassi di interesse, perseguibili con la collaborazione dei privati. La sua struttura si basa su un’agenzia governativa centrale, nota come il Board of Governors of the Federal Reserve System, situata nel distretto di Washington D.C. e presieduta da 7 governatori nominati dal Presidente degli Stati Uniti, e su 12 Federal Reserve Bank regionali, organizzate come enti di diritto privato; il suo regolamento prevede che azioni e titoli delle FED regionali possono essere detenuti solo da banche americane. La tassa sul reddito è utilizzata per pagare gli interessi a questi banchieri privati che prestano il denaro al governo statunitense.

La sua costituzione fu progettata da un gruppo di politici ed economisti statunitensi riunitisi in segreto nel 1910 sull’isola di Jekyll nello Stato della Georgia con il pretesto di una battuta di caccia alle anatre (così si fa la storia!). I partecipanti a questa strana riunione, resa nota solo alla fine degli anni Trenta, furono Nelson Aldrich, A. Piatt Andrew, Henry Davison, Arthur Shelton, Frank Vanderlip e Paul Warburg, fratello dello storico dell’arte Aby. Per dare un’idea di chi fossero questi personaggi ricordo che, per esempio, Aldrich, arricchitosi con investimenti nel sistema di trasporto, era presidente della Commissione finanze del Senato e era tra quei repubblicani che di fatto decidevano la politica di questa istituzione. In politica estera fu determinante nell’approvazione del Trattato di Parigi che nel 1898 mise fine alla guerra ispano-americana, che fece guadagnare agli Stati Uniti le Filippine e la tutela su Cuba. Sua figlia Abigail sposò il finanziere americano John Davison Rockfeller, figlio del co-fondatore della Standard Oil, gli altri suoi figli e suoi discendenti hanno avuto ruoli importantissimi nella vita economica e sociale statunitense, per esempio, uno di essi divenne presidente della Chase National Bank. Menziono anche Henry Davison, partner di JP Morgan, e A. Piatt Andrew, professore di economia all’Università di Harvard, oltre a Paul Warburg, appartenente a una famiglia ebrea di banchieri stanziata in origine a Venezia, e che dopo essersi stabilito a New York si sposò con Nina J. Loeb, figlia di Solomon Loeb, uno dei fondatori della società di investimento  Kuhn, Loeb & Co. Sostenitore della centralizzazione del sistema bancario statunitense sul modello di quello tedesco, quando morì nel 1932 era a capo di importanti banche e di numerose corporazioni.  

È indispensabile sottolineare che esiste un’altra lettura della tesi di Mackinder, secondo la quale sarebbe invece auspicabile la costituzione di un’Unione Eurasiatica che dovrebbe estendersi da Lisbona a Vladivostok e che per la sua natura e spiritualità si contrapporrebbe all’Occidente, ossia al capitalismo transnazionale avanzato, di cui è sottolineata la decadenza politica e morale. Si tratta di una lettura confusa, basata paradossalmente sulla stessa riflessione occidentale (Mackinder e Spengler) e misticheggiante che mescola motivi tradizionalisti e populisti, contrapponendoli alla spietatezza dell’imperialismo occidentale. Secondo alcuni questa ideologia del “risentimento” ispirerebbe Vladimir Putin, che a mio parere si distingue sì per il suo nazionalismo ma anche per il suo pragmatismo. L’apporto del citato Oswald Spengler deriva dai suoi famosi volumi dedicati al Tramonto dell’Occidente (1918-1922) in cui, riprendendo la teoria dell’eterno ritorno e il rifiuto del progressismo borghese, delinea il declino della “civilizzazione” europea penetrata dal materialismo, dalla massificazione, dall’oblio degli antichi valori. 

Ritornando alle élites atlantiste, in particolare a quelle legate alla City di Londra, vediamo di descriverne la loro conformazione e la loro capacità di intervento nell’economia e politica mondiale. Secondo l’importante libro di Giuseppe Berta (L’ascesa della finanza internazionale, 2013) il capitale dei Rothschild, oggi non più sulla cresta dell’onda [2], era già nel 1875 di 6,5 milioni di sterline, quello dei Raphael di 2,9 milioni, quello dei Baring di 2,2 milioni. La rilevanza degli uomini della City sta nel ruolo da essi giocato nell’economia britannica e internazionale, i quali come finanziatori compravano i titoli del debito pubblico, prestavano denaro per costruire ferrovie e infrastrutture in tutte le regioni del mondo, erano proprietari di miniere in Messico e in Perù, ma allo stesso tempo integrati all’aristocrazia inglese e raffinati collezionisti d’arte. Essi trasformarono la City in una sorta di cassaforte del mondo, dove per esempio ancora si trova l’oro del Venezuela che il governo britannico non intende restituire al suo legittimo proprietario, il popolo di quel paese. E si trovano probabilmente parte delle riserve auree di quei paesi saccheggiati e distrutti negli ultimi decenni. Naturalmente anche questa élite londinese praticava strategie matrimoniali subordinate al consolidamento della sua posizione economica e alle alleanze con partner forti oltre oceano.

Il libro di Berta, come del resto i romanzi di Charles Dickens, ci descrivono in maniera vivace la città di Londra, in cui convivevano la classe ricca, che conduceva una vita pienamente soddisfacente, e i miseri abitatori degli slums in condizioni degradate dal punto di vista sociale e morale (non credo che la situazione sia molto cambiata). Ossia, i due lati della stessa medaglia, perché è la concentrazione della ricchezza in poche mani a generare l’impoverimento e l’umiliazione delle masse.

Un esempio illuminante della capacità di dirigere la politica internazionale, secondo i dettami della fase imperialistica avviatasi alla fine dell’Ottocento, è dato da questo significativo episodio, nel quale le navi da guerra dell’Impero britannico, di quello tedesco e del Regno d’Italia bloccarono tra la fine del 1902 e l’inizio del 1903 le coste e i porti venezuelani. Lo scopo di questa minacciosa spedizione era quello di costringere il governo di quel paese a pagare immediatamente i debiti contratti con i finanzieri europei. Cosa che i venezuelani dovettero fare impegnando il ricavato delle tasse doganali. Si tenga anche presente che queste élites finanziarie hanno prestato denaro ai vari contendenti nelle due guerre mondiali.

L’idea della conquista di quella che abbiamo chiamato Eurasia torna nel sostegno dato agli Stati Uniti alla Germania e nella creazione dell’Unione Europea non come un deterrente alle guerre inter-imperialistiche continentali [3], ma come baluardo contro l’Unione Sovietica, che dopo la straordinaria vittoria di Stalingrado era giunta sino a Berlino, liberando i prigionieri dei campi di concentramento. Per le élites statunitensi è dirimente controllare l’altamente industrializzata e popolata Europa occidentale e far rientrare gradualmente nella sua sfera di influenza i paesi dell’Europa centrale e orientale, che avevano fatto da barriera protettiva a possibili attacchi alla Russia. Questa ipotesi, fu fatta addirittura negli anni Cinquanta, da un diplomatico francese, Armand Bérard, il quale sottolineò: “i collaboratori del cancelliere (Adenauer) sono convinti che il giorno in cui gli americani saranno in grado di mettere in campo una forza superiore, l’Unione Sovietica accetterà un nuovo accordo, in base al quale abbandonerà i territori dell’Europa centrale e orientale che attualmente domina”. Tali parole sono riportate in un articolo della storica francese Annie Lacroix Riz dedicato al mito della liberazione americana dell’Europa e mettono in evidenza come il sogno dell’estensione a est da parte americana fosse sempre presente.

Nel periodo della cosiddetta Guerra fredda la politica degli Stati Uniti fu orientata dalla dottrina del contenimento dell’Unione Sovietica, ispirata dal diplomatico e politico George F. Kennan, il quale al contempo suggeriva anche un possibile collasso del grande paese. Ma, quando nel 1997, dopo la dissoluzione della potenza socialista e nonostante le assicurazioni date ai sovietici, la Nato cominciò a espandersi a estKennan pubblicò un articolo, in cui scriveva: “Si può prevedere che una simile decisione (l’espansione della Nato) potrebbe infiammare le tendenze nazionaliste, anti-occidentali e militariste nell’opinione pubblica russa, avere un effetto avverso sullo sviluppo della democrazia russa, ripristinare l’atmosfera della Guerra Fredda nelle relazioni Est-Ovest e spingere la politica estera russa in direzioni a noi decisamente sgradite”. Purtroppo queste parole caddero nel vuoto e la Russia non fu ammessa nel clan “democratico”, nonostante Putin avesse domandato a Clinton cosa pensava di un possibile ingresso del suo paese nella Nato. 

Un altro capitolo del complesso problema dell’Eurasia, sempre sullo sfondo della politica statunitense, è costituito dall’importantissima opera di Henry Kissinger il quale, approfittando dei dissidi tra Unione Sovietica e Cina, riuscì nel 1971 a ristabilire i legami tra quest’ultima e gli Stati Uniti, impedendo che lo spazio euroasiatico si saldasse in funzione antiamericana. Come è noto, infatti, nel 1972 il presidente Richard Nixon si recò in Cina, intessendo relazioni oggi inimmaginabili, dato che quest’ultima, diventata una grande potenza economica capace di penetrare in tutti i continenti, e la Russia, riemersa dalla disgregazione dell’Unione Sovietica, hanno bisogno l’una dell’altra per contrastare l’arroganza statunitense. Ricordo che nel 2014 è stata fondata l’Unione Euroasiatica che mette insieme Russia, Bielorussia, Kazakistan, Armenia, Kirghizistan e ha stretto rapporti commerciali con la Cina, il Vietnam, l’Iran, Singapore, la Serbia.

E arriviamo ora a Zbigniew Brzezinski (v. La grande scacchiera, 1997), consigliere del presidente Carter e progettatore della strategia statunitense, sostenuta dal Vaticano, volta a far crollare il cosiddetto socialismo reale e liberare così lo spazio euroasiatico da un dominio ritenuto inaccettabile. Debilitata dalla corsa agli armamenti, dall’appoggio al governo socialista afgano e da laceranti contraddizioni interne, l’Unione Sovietica si dissolse e con essa il Patto di Varsavia, i cui paesi su suggerimento del politologo polacco furono inglobati nell’Ue e quasi tutti nella Nato, nonostante l’avvertimento di Kennan. 

Sempre secondo questa stessa strategia, che avrebbe dovuto assicurare agli Stati Uniti un’imperitura supremazia, la Polonia, collocata tra Germania e Russia, paese cattolico e fortemente antirusso, è stata ampiamente finanziata e armata, divenendo il cane da guardia della Nato, tanto che in questi giorni si è dichiarata disponibile ad accogliere armi nucleari. Secondo Brzezinski era importante includere anche l’Ucraina nella Nato, per respingere sempre più la Russia fuori dall’Europa, e nello stesso tempo alimentare il radicalismo religioso islamico e l’instabilità politica nell’Asia Centrale (v. i recenti fatti del Kazakistan). Purtroppo, tuttavia, il grande stratega non aveva previsto che questa politica di potenza si sarebbe rovesciata contro i suoi stessi agenti, giacché la reale “comunità internazionale”, non più fiduciosa nelle potenze che stracciano i trattati e confiscano i beni altrui depositati nelle loro banche, si sta unificando in nuove alleanze economiche, politiche e militari, che stanno incrinando il dominio degli yankee e dei loro subordinati seguaci. Senza contare poi i costi umani e politici di questa strategia, che rischia di condurci a una guerra globale. 

Che il vero obiettivo del contendere sulla pelle del popolo ucraino e sulla nostra sia proprio l’Eurasia, ossia le relazioni tra l’Europa e l’Asia, è dimostrato da una recente intervista rilasciata da Dimitry Peskov, portavoce del Cremlino, nella quale egli auspica che gli europei si riprendano presto dalla sbornia presa con il bourbon americano e comincino a preoccuparsi effettivamente del continente in cui coabitano con i russi, ossia l’Eurasia. Ci sembra una proposta accettabile ma ovviamente solo nella prospettiva della costruzione di un sistema di relazioni che sia vantaggioso non per le élites (come nel caso della Ue e dell’atlantismo), ma per le masse dei lavoratori che popolano questo esteso continente, ricco di storia e di risorse.

 

Note:

[1] Atlantismo deriva da Oceano Atlantico, ossia l’Oceano che divide le potenze (Stati Uniti e Europa Occidentale) accomunate degli ideali liberali, dall’anticomunismo e dalla volontà di estendere al mondo intero i loro modelli economici e politici.

[2] Famiglia ebraica di origine tedesca che sin dalla fine del Settecento si trasformò nella principale prestatrice dei paesi, espandendosi nei principali paesi europei e extraeuropei. Tra l’altro i Rothschild erano i banchieri ufficiali del Brasile, di cui dal 1855 hanno finanziato la modernizzazione.

[3] Questa è la ragione che sta alla base dell’origine della Ue secondo i suoi fautori.

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