Il tempo è lo spazio
dello sviluppo umano. Un uomo che non dispone di nessun tempo libero, che per tutta la sua vita, all’infuori delle pause puramente fisiche per dormire e per mangiare e così via, è preso dal suo lavoro per il capitalista, è meno di una bestia da soma. Egli non è che una macchina per la produzione di ricchezza per altri, è fisicamente spezzato e spiritualmente abbrutito. Eppure, tutta la storia dell’industria moderna mostra che il capitale, se non gli vengono posti dei freni, lavora senza scrupoli e senza misericordia per precipitare tutta la classe operaia a questo livello della più profonda degradazione.
Karl Marx, Salario, prezzo e profitto, 1865
1. Introduzione
Tutti ormai parlano di una ‘questione salariale’. I modi,
certo, sono diversi: ma che il il potere
d’acquisto dei lavoratori sia stato compresso, e compresso al punto tale che
una qualche reazione
che contrasti questa deriva economicamente e socialmente pericolosa sia ormai
necessaria, è ormai
senso comune. Si ripete quello che è già avvenuto qualche anno fa con la
denuncia del ‘declino’
italiano. Una denuncia nata, dapprincipio, ‘a sinistra’, che poi diviene
generale, e per ciò stesso ne
viene non poco snaturata.
La destra ha, come sempre, una ricetta elementare: lasciate
ripartire lo sviluppo, magari
grazie alla massima deregolazione del mercato del lavoro, e se possibile grazie
all’abbattimento più
generale possibile delle garanzie. La disuguaglianza che eventualmente si
producesse di
conseguenza verrebbe automaticamente corretta dal meccanismo di mercato, e lo
stesso benessere
reale dei lavoratori ne guadagnerebbe. Il contributo dello Stato a questa
prospettiva sta puramente e
semplicemente nel farsi da parte: magari riducendo le tasse su lavoro e
capitale, visto che proprio
non le si può cancellare.
Se ci muoviamo verso il centrosinistra – tanto più
‘compassionevoli’ siano i neoliberisti,
tanto più orientati alla riregolamentazione e redistribuzione siano i
social-liberisti – i toni cambiano
un po’. Lo sviluppo non basta da sé, né il ‘lasciar fare’ è la panacea
universale. E’ vero, la
globalizzazione e i rischi di derive inflazionistiche (provenienti peraltro
dalle materie prime e dai
beni alimentari) sconsigliano aumenti del salario monetario, che darebbero vita
a una minore
competitività. Gli effetti di miglioramento sul tenore di vita sarebbero presto
azzerati. Ma proprio le
‘liberalizzazioni’, la lotta alle ‘rendite’, ovunque esse si annidino, possono
determinare una
modificazione dei prezzi relativi che valga a calmierare i prezzi dei beni
acquistati dai lavoratori
(aumentando, perciò, il salario reale a parità di salario monetario), e allo
stesso tempo consenta di
ridurre (direttamente o indirettamente) i costi per le imprese. L’equivalente
odierno delle riforme-
grano di Ricardo.

















