La teoria Marxista poggia la sua forza sulla scienza... che ne valida la verità, e la rende disponibile al confronto con qualunque altra teoria che ponga se stessa alla prova del rigoroso riscontro scientifico... il collettivo di formazione Marxista Stefano Garroni propone una serie di incontri teorici partendo da punti di vista alternativi e apparentemente lontani che mostrano, invece, punti fortissimi di convergenza...
mercoledì 30 dicembre 2015
"Dialettica riproposta" di Stefano Garroni - A. Ciattini, A. Bellacicco, A. Sobrero, B. Steri, P. Vinci, O. Di Mauro, R. Caputo, L. Climati.
Presentazione del libro di Stefano Garroni "Dialettica riproposta" tenutasi il 20 novembre 2015 presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza" (parte prima).
Parte seconda:
https://www.youtube.com/watch?v=JwrKfmnnBaY
Parte terza:
https://www.youtube.com/watch?v=GpeB3rKlwKc
martedì 29 dicembre 2015
Salario minimo garantito (reddito di cittadinanza)* - Gianfranco Pala
*Da: http://www.gianfrancopala.tk/ (http://www.contraddizione.it/quiproquo.htm)
L’OMBRA DI MARX - estratti da “piccolo dizionario marxista” contro l’uso ideologico delle parole
L’OMBRA DI MARX - estratti da “piccolo dizionario marxista” contro l’uso ideologico delle parole
groucho, moro, chico, harpo, zeppo
“Se
ci vien fatto di dimostrare che la carità legale, applicata secondo questo
principio, può essere utilmente introdotta nelle società moderne, noi avremo
tolto al comunismo i suoi più formidabili argomenti, e segnata la via a
migliorare le sorti delle classi più numerose, senza mettere a repentaglio
l’esistenza stessa dell’ordine sociale”
(Camillo Benso conte di Cavour)
Salario minimo garantito (reddito di cittadinanza)
Il carattere “sociale” e “minimo” del salario non deve
assolutamente essere frainteso. Vi sono difatti molti, oggigiorno, che
sull’onda delle mode riproduttive e fuori mercato, intendono con codesto tipo
di dizioni forme spurie di salario o reddito garantito dallo stato o da
altre istituzioni pubbliche, mediante prestazioni più o meno accessorie
fornite a lavoratori e disoccupati, donne e giovani, cittadini e utenti. Una
tal commistione di categorie, e meglio anzi sarebbe dire una tale lista di
attributi tra loro incongruenti, conduce a un pasticcio di rapporti di
forza, di lotta e di diritti, di assistenzialismo e di elemosina (quel
tipo di confusione concettuale “inetta e barbarica” sulla quale Hegel
ironizzava chiamandola “un ferro di legno”).
L’essere sociale e minimo del salario è invece
unicamente conseguenza dell’essere merce della forza-lavoro
entro il rapporto di capitale posto da questo modo della produzione
sociale. Non vi è spazio né teorico né storico, perciò, per confondere il
carattere sociale del salario con sole sue parti o con differenti forme assistenziali
cui le istituzioni borghesi saltuariamente provvedono per concessioni
parziali, né il suo livello minimo con analoghe forme assistenziali o contrattuali
che dànno veste legale all’ipocrita solidarietà della filantropia borghese.
lunedì 28 dicembre 2015
Retoriche della crisi e stato d'eccezione permanente* - Alessandro Colombo**
*Da: http://www.aldogiannuli.it/
http://www.laboratoriolapsus.it/debito-migrazioni-terrorismo-retoriche-della-crisi/
**Alessandro Colombo, docente di relazioni internazionali dell’Università degli Studi di Milano e autore del volume “Tempi decisivi” (Feltrinelli 2014)
http://www.laboratoriolapsus.it/debito-migrazioni-terrorismo-retoriche-della-crisi/
**Alessandro Colombo, docente di relazioni internazionali dell’Università degli Studi di Milano e autore del volume “Tempi decisivi” (Feltrinelli 2014)
mercoledì 23 dicembre 2015
TTIP E TPPA: ACCERCHIARE LA CINA* - Maurizio Brignoli
Uno scenario importante dello scontro interimperialistico in atto si sta in questo momento giocando nella realizzazione di alcuni grandi trattati sovranazionali in cui la strategia statunitense punta a realizzare l’accerchiamento della Cina, la subordinazione dell’Ue e l’isolamento della Russia, con tutta una serie di conseguenze nel processo di ulteriore subordinazione della classe lavoratrice in tutto il mondo.
L’obiettivo statunitense nella formazione del Ttip e del Ttp è quello di realizzare una concentrazione imperialistica capace di imporre le sue norme a livello mondiale e di accerchiare il principale concorrente cinese.
Accordi di libero scambio, barriere non tariffarie e Isds
Lo scontro interimperialistico fra i principali attori (Usa,
Ue, Cina, Russia) si va sempre più delineando attraverso un processo di
potenziale “concentrazione imperialistica” attorno ad alcune aree
imperialistiche sovranazionali. Scontro a livello transnazionale con un grande
processo di ricollocazione della divisione internazionale del lavoro. Le trattative
relative al Transatlantic trade and investment partnership (Ttip) e
al Trans-Pacific partnership agreement (Tppa) sono espressione
rilevante di questo scontro. Per comprenderne la reale portata e gli obiettivi
questi accordi vanno collocati all’interno della strategia statunitense di
scontro con la Cina.
Il Ttip ha come obiettivo di realizzare l’unione di due
delle economie più ricche al mondo e delle rispettive aree valutarie, quella
del dollaro e quella, maggiormente in difficoltà, legata all’euro. Le
consultazioni Usa-Ue sono iniziate più di due anni fa, ma lo scontro
interimperialistico all’interno dello stesso Ttip è forte, nonostante gli Usa
abbiano cercato di sfruttare il momento di debolezza dell’Ue per la
realizzazione di un progetto che torna soprattutto a loro vantaggio. Le
trattative sono segrete e condotte dai funzionari della Commissione europea e
da quelli del Ministero del commercio statunitense con le lobby delle grandi
multinazionali.
Gli obiettivi finali del Ttip (e dello speculare Tppa) sono
riassumibili fondamentalmente in tre punti principali:
lunedì 21 dicembre 2015
IL CAPITALE - Stefano Garroni
Confronto tra il testo francese e quello tedesco di Marx.
Perché Marx accusa di cinismo l'economia politica?
L'ambiguità della merce. Valore d'uso e la valutazione del bisogno che scompare.
Il valore di scambio. Lo scambio mercantile e la società capitalistica.
Il processo produttivo che diventa strumento di arricchimento.
Rapporto tra religione e capitalismo.
La trasformazione del sapere: l'idiota specializzato.
sabato 19 dicembre 2015
RIFLESSIONI ANTROPOLOGICHE SULLA VIOLENZA E SULLA GUERRA* - Alessandra Ciattini
La storia umana è un mattatoio
In una celebre pagina Hegel sviluppa una serie di
considerazioni assai amare e tristi sulla vicenda storica umana, anche se poi –
come è noto - riesce a trovare in essa un processo progressivo ed
emancipatorio. Egli sottolinea l'universale transitorietà, che travolge Stati e
individui, per opera della natura e della volontà umana; osserva che quadri
terribili scaturiscono dalla riflessione sulla storia che possono suscitare in
noi un profondo e inconsolabile cordoglio; conclude che, stante tale analisi
complessiva e sconsolata, la storia umana può definirsi un mattatoio “in cui
sono state condotte al sacrificio la fortuna dei popoli, la sapienza degli
Stati, la virtù degli individui” [1]. Questa pagina di Hegel richiama alla
mente un celebre sonetto del Belli, Er caffettiere filosofo,
scritto nel 1833 (siamo, dunque, nella stessa fase storica anche se in un
contesto differente), nel quale il poeta compara tristemente gli uomini ai
chicchi del caffè che vengono inesorabilmente macinati e che, pertanto, sono
tutti destinati trasformarsi in polvere, finendo annientati nella gola della
morte, nonostante essi si spostino ed entrino in conflitto tra loro [2]. Il
caffettiere si trasforma in filosofo perché, prendendo spunto dalla sua
semplice e quotidiana attività, la cui descrizione sembra addirittura evocare
l'aroma del caffè macinato, trova in essa una splendida metafora concreta con
la quale rappresentare la disperante vicenda umana.
FILOSOFIA - Georg Wilhelm Friedrich Hegel
Come c'è stato un periodo dei geni poetici, così attualmente
sembra esserci un periodo dei geni
filosofici. Impastando un po' di carbonio, ossigeno, azoto e idrogeno,
mettendolo in una carta su cui altri hanno scritto "polarità" ecc., e
sparandolo in aria con la coda di legno della vanità che è un razzo, costoro
ritengono di edificare l'empireo.
Secondo la mania moderna, specialmente della pedagogia, non
si deve tanto esser istruiti nel contenuto
della filosofia, quanto imparare a
filosofare senza contenuto. Ciò vuol dire, pressappoco: si deve viaggiare,
viaggiare sempre, senza imparare a conoscere le città, i fiumi, i paesi, gli
uomini ecc. [...]
Quando si impara a conoscere il contenuto della filosofia,
non si impara soltanto il filosofare, ma anche già si filosofa effettivamente.
Anche il fine dello stesso imparare a viaggiare
dovrebbe essere soltanto quello di imparare a conoscere quelle città
ecc., il contenuto [...]. La
filosofia comprende i più alti pensieri
razionali intorno agli oggetti essenziali, comprende l'universale e il vero dei
medesimi; è di grande importanza conoscere questo contenuto, e accogliere nella propria testa questi
pensieri [...]. Il procedere della conoscenza di una filosofia ricca di
contenuto non è altro che l'imparare. La
filosofia deve venire insegnata e imparata come ogni altra scienza.
L'infelice prurito di educare a pensare
da sé e alla produzione autonoma ha
messo in ombra questa verità: come se, quando io imparo ciò che è sostanza,
causa o qualunque altra cosa, non pensassi
io stesso, come se non producessi io
stesso , queste determinazioni del mio pensiero. Se ci si ferma unicamente alla
forma astratta del contenuto filosofico, si ha una (cosiddetta) filosofia intellettualistica.
venerdì 18 dicembre 2015
TRACCIATI DIALETTICI - NOTE DI POLITICA E CULTURA - Stefano Garroni
Raccolgo qui scritti
diversi sia per argomento che per estensione: ciò che li lega - se non sbaglio
- è la continuità di un tipo e di un taglio di ricerca.
Se le cose stanno
effettivamente come dico, ne deriva che anche gli scritti di argomento senza
dubbio politico vanno letti come espressione - e conseguenza - di quel tipo e
taglio di ricerca. In questo senso, il capitolo introduttivo - al di là della
sua evidenza immediata - svolge questa sua funzione anche per le pagine,
ripeto, esplicitamente politiche.
Ciò che vorrei non sfuggisse, insomma, è il tentativo di
fondo (qui solo abbozzato): attraverso l'analisi di fenomeni centrali della
nostra cultura attuale, ritrovare le fila di un ragionamento dialettico e
marxista.
Rispetto a questo
obiettivo, le cose che qui presento valgono come primo deposito di un lavoro
più ampio, che sto conducendo.
domenica 13 dicembre 2015
DAL PROGRAMMA MINIMO AL FRONTE ANTICAPITALISTA* - Renato Caputo
*Da: http://www.lacittafutura.it/dibattito/dal-programma-minimo-al-fronte-anticapitalista.html
“La sovranità non può essere rappresentata, per la stessa ragione per cui non può essere alienata; essa consiste essenzialmente nella volontà generale e la volontà non è soggetta a rappresentanza: o è essa stessa o è un’altra, non c’è via di mezzo. I deputati del popolo dunque non sono, né possono essere suoi rappresentanti; essi non sono che suoi commissari, non possono concludere niente definitivamente. Ogni legge che il popolo in persona non abbia ratificata, è nulla: non è assolutamente una legge. Il popolo inglese pensa di essere libero, ma si inganna gravemente; non lo è che durante le elezioni dei membri del parlamento: appena questi sono eletti, esso è schiavo, è un niente. L’uso che esso fa della libertà, nei brevi momenti che ne gode, è tale che merita bene di perderla” (Rousseau, Il contratto sociale).

I comunisti hanno bisogno oggi in Italia di definire
un programma massimo, sulla cui base rifondare un partito comunista all’altezza
delle sfide del XXI secolo, e di un programma minimo a partire dal quale
costruire un fronte unico antiliberista e anticapitalista. Tale fronte deve
essere costruito a partire dai conflitti sociali e non nella prospettiva di
semplice occupazione degli incarichi nelle istituzioni borghesi. Altrimenti i
comunisti non potranno vincere la decisiva lotta con le forze democratiche piccolo-borghesi
con cui dovranno necessariamente fare i conti nel fronte unico.
“La sovranità non può essere rappresentata, per la stessa ragione per cui non può essere alienata; essa consiste essenzialmente nella volontà generale e la volontà non è soggetta a rappresentanza: o è essa stessa o è un’altra, non c’è via di mezzo. I deputati del popolo dunque non sono, né possono essere suoi rappresentanti; essi non sono che suoi commissari, non possono concludere niente definitivamente. Ogni legge che il popolo in persona non abbia ratificata, è nulla: non è assolutamente una legge. Il popolo inglese pensa di essere libero, ma si inganna gravemente; non lo è che durante le elezioni dei membri del parlamento: appena questi sono eletti, esso è schiavo, è un niente. L’uso che esso fa della libertà, nei brevi momenti che ne gode, è tale che merita bene di perderla” (Rousseau, Il contratto sociale).

sabato 12 dicembre 2015
IL CAPITALE: CAPOLAVORO SCONOSCIUTO - a mo’ di allegoria da Balzac - per Marx* - Gianfranco Pala
*Da: http://www.gianfrancopala.tk/
Édouard Frenhofer è il personaggio del pittore
protagonista del racconto filosofico di Honoré de Balzac Le
chef-d’œuvre inconnu [1831]; allievo del pittore fiammingo Jan
Gossært, detto Mabuse (del XV secolo); dice di aver lavorato una
decina di anni a un dipinto (il ritratto vagheggiato della donna desiderata)
che non esita a definire un “capolavoro”, ma che si rifiuta di mostrare,
nascondendolo sotto una coperta. In quel racconto fantastico, a due giovani
pittori realmente esistiti – Frenhofer, vecchio artista creato da Balzac stesso
– narra di codesto Capolavoro sconosciuto: alla sua stesura come
romanzo, fino al 1847, anche Balzac lavorò ossessivamente per sedici anni, come
per quel ritratto affinché rappresentasse la realtà. Così entrambi
– quadro e romanzo – sono diventati presto una leggenda, descrivendo la
costante tensione dell’artista alla ricerca della perfezione nell’aspirazione
a una completa trasposizione del reale: “la missione dell’arte non
è copiare la natura, ma esprimerla!” – spiega Frenhofer\Balzac rivolto ai più
giovani. Ma alla fine quel disvelamento da parte del pittore sembrò rivelare
un quadro del tutto inaspettato; sì che un allievo esclamò: “io qui vedo
soltanto dei colori confusamente ammassati, e delimitati da una moltitudine di
linee bizzarre che formano una muraglia di pittura”: ma un quadro che, poiché
il suo processo di produzione s’identifica con il suo stato compiuto di opera,
rappresenterebbe da solo il quadro assoluto,
Édouard Frenhofer è il personaggio del pittore
protagonista del racconto filosofico di Honoré de Balzac Le
chef-d’œuvre inconnu [1831]; allievo del pittore fiammingo Jan
Gossært, detto Mabuse (del XV secolo); dice di aver lavorato una
decina di anni a un dipinto (il ritratto vagheggiato della donna desiderata)
che non esita a definire un “capolavoro”, ma che si rifiuta di mostrare,
nascondendolo sotto una coperta. In quel racconto fantastico, a due giovani
pittori realmente esistiti – Frenhofer, vecchio artista creato da Balzac stesso
– narra di codesto Capolavoro sconosciuto: alla sua stesura come
romanzo, fino al 1847, anche Balzac lavorò ossessivamente per sedici anni, come
per quel ritratto affinché rappresentasse la realtà. Così entrambi
– quadro e romanzo – sono diventati presto una leggenda, descrivendo la
costante tensione dell’artista alla ricerca della perfezione nell’aspirazione
a una completa trasposizione del reale: “la missione dell’arte non
è copiare la natura, ma esprimerla!” – spiega Frenhofer\Balzac rivolto ai più
giovani. Ma alla fine quel disvelamento da parte del pittore sembrò rivelare
un quadro del tutto inaspettato; sì che un allievo esclamò: “io qui vedo
soltanto dei colori confusamente ammassati, e delimitati da una moltitudine di
linee bizzarre che formano una muraglia di pittura”: ma un quadro che, poiché
il suo processo di produzione s’identifica con il suo stato compiuto di opera,
rappresenterebbe da solo il quadro assoluto, venerdì 11 dicembre 2015
Libertà e schiavitù – Luciano Canfora
"Lungi dall'essere un relitto storico, un fossile,
la schiavitù è la forma attuale di alimento del profitto capitalistico" (L. Canfora)
http://www.asimmetrie.org/opinions/luciano-canfora-liberta-e-schiavitu/
la schiavitù è la forma attuale di alimento del profitto capitalistico" (L. Canfora)
"La storia di
ogni società esistita fino a questo momento, è storia di lotte di classi.
Liberi e schiavi,
patrizi e plebei, baroni e servi della gleba, membri delle corporazioni e
garzoni, in breve, oppressori e oppressi, furono continuamente in reciproco
contrasto, e condussero una lotta ininterrotta, ora latente ora aperta; lotta
che ogni volta è finita o con una trasformazione rivoluzionaria di tutta la
società o con la comune rovina delle classi in lotta..." (Marx-
Engels, Il Manifesto del Partito
Comunista)
http://www.asimmetrie.org/opinions/luciano-canfora-liberta-e-schiavitu/
giovedì 10 dicembre 2015
Comunisti, oggi. Il Partito e la sua visione del mondo. - Hans Heinz Holz.
Prefazione
di Stefano Garroni.
Già a partire dal 1968, chi avesse detto <sono
comunista>, avrebbe detto qualcosa dal significato non chiaro, ma sì
equivoco.
Voglio dire, restando nel confine di casa nostra, che
il dichiarante avrebbe potuto essere, indifferentemente, un militante di Potere
operaio o del Pc d’I, della Quarta Internazionale o di Lotta continua e così
via; avrebbe potuto essere, dunque, portatore di analisi, lotte e prospettive
sensibilmente diverse tra di loro ed anche opposte, per certi versi.
Gli anni successivi, fino a giungere allo sciagurato 1989 e
seguenti, non hanno certo semplificato la situazione, al contrario: oggi più
che mai dire <sono comunista> risulta dare un’informazione pressocché
incomprensibile.
Un merito del libro di Holz è invertire questa tendenza e
dare, invece, un preciso contributo al restituire un senso determinato al
nostro asserto, <sono comunista>.
A tutta prima, l’operazione di Holz sembra un esempio del
classico ‘uovo di Colombo’: comunista, egli dice, è chi si riconosce nell’intera storia
del movimento comunista, appunto.
Sembra posizione troppo ovvia e facile; sennonché, una
caratteristica molto diffusa tra coloro che, oggi, si definiscono comunisti, è
assumere la posizione di chi dice, invece, <fin qui sì, in seguito no>.
Il <fin qui> può variare: può essere la morte di Lenin
o quella di Stalin, può essere il periodo brezhneviano o quello di Gorbaciov,
non importa; ciò che resta è il criterio: la distinzione fra una storia buona ed
una cattiva, un momento dell’ ortodossia ed uno dell’eterodossia,
uno della ‘fedeltà’ ed un altro della ‘caduta’. Ciò che resta, dunque, è una
concezione astratta, ideologica (rigorosamente, moralistica) della storia,
invece che intendere quest’ultima come la scena -l’unica scena-, in cui la
realtà si compie, attraverso le “torsioni e tensioni”, che fanno tutt’uno con l’essenza
stessa di ciò che veramente esiste.
Al fondo di questi due atteggiamenti c’è un’opposizione
fondamentale: l’uno, infatti, è un atteggiamento unilaterale, dunque, dogmatico;
l’altro è critico, dunque, dialettico.
La mossa di Holz, allora, implicita il recupero, la franca
riproposizione addirittura di una precisa prospettiva teorica:
quella della dialettica che, dalla filosofia
classica tedesca (Leibniz, Kant, Hegel) giunge a Marx ed a Lenin.
mercoledì 9 dicembre 2015
Problemi dell’umanesimo oggi - Stefano Garroni
Dati i problemi, in cui oggi viviamo e che, ancor più, nelle
crisi che si annunciano per il futuro, è senza dubbio necessario ridiscutere
quale oggi, possa essere il significato di umanesimo.
E’ in questo modo che F.Hinkelammert inizia il suo saggio (Marxismus,
Humanismus, Religion), nel fascicolo 4 –2010 di Marxistische Blãtter, la
rivista teorica della DKP o Partito comunista tedesco.
Nella nostra storia moderna, il momento culminante dal punto
di vista dell’ umanesimo porta il nome dalla Rivoluzione francese, la quale tuttavia si svolse entro
un limite di fondo: essa nacque e si stabilizzò, di fatto, quando il mercato
mondiale si era ormai costituito come
mercato capitalistico.
E questo è il motivo, per cui l’umanesimo della Rivoluzione
francese è ancora essenzialmente ridotto ad un umanesimo dell’uomo astratto, il
quale si identifica con il proprietario privato. Ma questa stessa Rivoluzione
francese, che pur sbocca in una pura ristrutturazione borghese della società,,
nello stesso tempo fonda le categorie, partendo dalle quali diviene possibile
fondare un nuovo umanesimo.
Data la sua identificazione di uomo con il proprietario
privato, la Rivoluzione francese può continuare a basarsi su una situazione di
estremo sfruttamento e sulla costrizione al lavoro nella forma della schiavitù
di massa.
Dall’altro lato, nella Rivoluzione vennero espresse le
categorie politico-giuridiche della cittadinanza.
Son queste categorie, che divennero una base della moderna
democrazia, sebbene ancora limitata agli uomini bianchi e proprietari.
Poggiandosi sulla categoria della cittadinanza e della sue estensione continua
si andrà provocando un movimento per i diritti dell’uomo, che definisce le
lotte future per l’emancipazione. L’uomo come cittadino – dunque, non
è necessariamente un borghese-: ecco da cosa nascerà un
concetto di cittadinanza, che supera i limiti sociali della borghesia.
In primo luogo si tratta qui dell’emancipazione degli
schiavi, delle donne e della classe operaia. Si può simbolizzare la profondità
del conflitto mediante tre morti importanti: la morte di Olimpia de Gouges, che
rappresenta il diritto delle donne a divenire cittadine e che fu
ghigliottinata. Analogamente morì ghigliottinato Babeuf, che rappresenta il
diritto d’associazione dei lavoratori. Toussaint-Louverture, il liberatore degli
schiavi ad Haiti, fu arrestato ed ucciso, sotto l’imperatore Napoleone.
lunedì 7 dicembre 2015
Presentazione di "DIALETTICA RIPROPOSTA", Stefano Garroni, LA CITTA' DEL SOLE. - Alessandra Ciattini, Catania 2 dic. 2015*
*Libreria CATANIALIBRI, Piazza G. Verga 2 (Presso la libreria sarà possibile l'acquisto del testo)
Vorrei premettere che probabilmente costituisce per me una
azzardo partecipare alle presentazione di un libro filosofico dedicato alla
dialettica, al discusso e complicato rapporto Marx / Hegel, giacché non sono
una studiosa di filosofia, anche se mi sono occupata della riflessione
filosofica sulla religione, non sono nemmeno una lettrice sistematica di Marx e
di Hegel. Mi sono sempre occupata di religiosità popolare, anche se non credo
esista una disciplina come l'antropologia religiosa nettamente scissa dalla
filosofia, dalla psicologia, dalla sociologia. Nonostante questa
considerazione, darò il mio contributo, non entrando negli specifici contenuti
del libro che oggi presentiamo, ma indicando una serie di temi sviluppati dal
suo autore che ho recepito e che costituiscono per me un punto di riferimento.
Siamo qui per ricordare uno studioso, ormai scomparso da più
di un anno, il cui contributo intellettuale ci fa comprendere meglio e ha reso
vivi alcuni nodi centrali della riflessione filosofica moderna; tale apporto ha
avuto l'obiettivo di ricostruire una fondamentale tradizione di pensiero e, in
subordine, quello di cogliere, grazie agli strumenti da essa forniti, le
dinamiche di funzionamento e di cambiamento del mondo in cui viviamo.
In questo piccolo libro, intitolato Dialettica riproposta,
sono raccolti alcuni scritti, cui Stefano Garroni anche se con fatica, per la
sua malattia, stava lavorando e che aveva affidato a Sergio Manes in vista di
una loro possibile pubblicazione. Su sollecitazione di Manes ho rivisto il
testo limitandomi a correggere i refusi e a eliminare le ripetizioni, convinta
il suo contenuto avrebbe potuto suscitare interesse e anche dare impulso ad una
discussione in particolare tra coloro che sono stati più vicini a Stefano e che
hanno condiviso la sua passione per la “battaglia delle idee”, che ahimè
nell'università attuale, ridimensionata e mortificata dalle varie controriforme
susseguitesi negli ultimi decenni, è ormai pressoché assopita.
A questa osservazione aggiungerei che, come accade sempre
nel caso di autori non omologati al pensiero dominante, che conforma anche il
nostro senso comune, l'opera di Stefano è conosciuta solo all'interno di una
certa nicchia di studiosi e di militanti, che manifestano nella curiosità
intellettuale il loro malessere e la loro insoddisfazione verso il mondo
attuale, e che si sentono sollecitati a ricercare ad esso alternative, sia pure
fondate sulle condizioni esistenti.
sabato 5 dicembre 2015
Hegel e la dialettica - Remo Bodei
Remo Bodei (Cagliari, 3 agosto 1938 – Pisa, 7 novembre 2019) è stato un filosofo e accademico italiano.
Un lavoro decisamente ben fatto e importante. Da vedere sicuramente... (il collettivo)
Da: GalileiLiceo - Remo
Bodei racconta Hegel e la dialettica: domenica 29 novembre 2015
LA FASE SUPERIORE DELL’IMPERIALISMO* - Maurizio Brignoli
Le mutazioni
strutturali che caratterizzano il passaggio dalla fase multinazionale a quella
transnazionale dell’imperialismo, insieme all’ultima crisi di sovrapproduzione,
hanno comportato una modificazione dei processi produttivi volta a scardinare
la resistenza di classe, la trasformazione dello stato nazionale e la sua
subordinazione agli organi sovranazionali del capitale transnazionale e un
riacutizzarsi dello scontro interimperialistico.
Dalla fase
multinazionale a quella transnazionale
Il passaggio all’attuale fase transnazionale
dell’imperialismo, che incomincia agli inizi degli anni ‘70 con l’esplosione
dell’ultima crisi di sovrapproduzione, è caratterizzata da importanti
trasformazioni strutturali rispetto a quella precedente. La fase multinazionale
(1945-1971) si distingue per la realizzazione di forme di integrazione
sovranazionale del capitale monopolistico finanziario (Fmi, Bm, Gatt), capaci
di garantire stabilità nella lotta fra i concorrenti e di subordinare le istituzionali
nazionali rendendo il capitale finanziario autonomo dalle economie nazionali.
Direzione e proprietà del capitale multinazionale sono in una nazione, ma gli
investimenti sono fatti in molti paesi differenti. Il capitale statunitense
impone la sua forza sul mercato mondiale grazie agli investimenti diretti
all’estero (ide) delle sue multinazionali e domina, attraverso i suddetti
organismi sovranazionali, la comunità finanziaria internazionale, mentre la
ricostruzione post-bellica gli garantisce un’egemonia sul mercato mondiale.
La forma multinazionale permette al capitale produttivo,
attraverso anche un controllo finanziario centralizzato, di superare i limiti
del mercato nazionale tramite un’integrazione delle fasi produttive, di
circolazione e di realizzazione del plusvalore; è così possibile una
localizzazione più adeguata degli impianti e il superamento della
frammentazione della produzione mondiale. La ristrutturazione del sistema
capitalistico basata su un’integrazione del mercato mondiale, determina il
grande sviluppo dell’economia mondiale (fra il 1948 e il 1971 la produzione
annua mondiale mantiene una crescita media del 5,6%), siamo in quella che Eric
Hobsbawm chiama “età dell’oro” del capitalismo. Grazie a questa fase espansiva
di accumulazione del capitale è possibile realizzare, tramite i sistemi di
welfare state, una strategia che punta a integrare il proletariato cercando di
favorire un compromesso fra le classi. Le conquiste ottenute dal proletariato
sono frutto di un rapporto dialettico fra le lotte condotte nei centri
dell’imperialismo negli anni ‘60 e ‘70 e la favorevole fase di espansione del
modo di produzione capitalistico. Quando il ciclo accumulativo verrà meno lo
“stato sociale” inizierà a essere smantellato.
sabato 28 novembre 2015
L’Italia prima e dopo l’euro* - Augusto Graziani
*Da: https://www.facebook.com/Economisti-di-classe-Riccardo-Bellofiore-Giovanna-Vertova-148198901904582/?fref=ts
Vedi anche: http://www.criticamente.com/economia/economia_politica/Graziani_Augusto_-_Cambiare_tutto_per_non_cambiare_niente.htm
Vedi anche: http://www.criticamente.com/economia/economia_politica/Graziani_Augusto_-_Cambiare_tutto_per_non_cambiare_niente.htm
LA MONETA AL GOVERNO
Augusto Graziani , la rivista del manifesto, n. 30, luglio-agosto 2002
Augusto Graziani , la rivista del manifesto, n. 30, luglio-agosto 2002
Allorché si prospettava l’adozione dell’euro come moneta unica, gli esperti concordavano nel prevedere per la nuova valuta il destino di una valuta forte. Nel loro insieme, i paesi ammessi a far parte dell’Unione monetaria (undici, in seguito divenuti dodici) formavano un mercato finanziario maggiore di quello statunitense; per di più,alcune delle valute che venivano fuse nell’euro potevano vantare una tradizione consolidata di stabilità e solidità, mentre la struttura industriale che stava alle spalle della nuova moneta era fra le più avanzate del mondo. Tutte queste previsioni erano destinate a risultare fallaci. A partire dal 1° gennaio 1999 e fino ad oggi (giugno 2002) la moneta europea, nonostante la recente ripresa, si è svalutata di circa il 20 % rispetto al dollaro e di oltre il 10% rispetto allo yen giapponese (lo stesso yen si è svalutato del 10% sul dollaro).
Per l’Italia, l’adozione di una moneta comune, unita all’andamento declinante del corso dell’euro rispetto alle altre grandi valute mondiali, ha significato l’abbandono di quello che era stato in passato un carattere tipico della politica valutaria italiana. In anni precedenti, quando l’Italia poteva condurre una politica valutaria indipendente, le autorità monetarie (Banca d’Italia e Tesoro) avevano sempre tentato di realizzare una sorta di linea differenziata. Da un lato veniva perseguito, se non un lieve apprezzamento della lira, almeno un tasso di cambio stabile rispetto al dollaro; questa linea aveva lo scopo di evitare l’aumento dei prezzi in lire delle importazioni quotate in dollari (anzitutto il petrolio, ma anche macchinari ad alta tecnologia, brevetti, apparecchi elettronici). Dall’altro, veniva vista con favore una lieve svalutazione della lira rispetto al marco tedesco, in quanto poteva incoraggiare le esportazioni verso i mercati europei.
mercoledì 25 novembre 2015
IL TERRORE - Giorgio Langella
... E allora ricordiamo, in questi giorni così pieni di paura e
indignazione per il terrore scatenato a Parigi e non solo, che migliaia di
persone sono morte a causa di condizioni di lavoro colpevolmente insicure. È
successo e succede qui, nel nostro paese, nella nostra civile Italia.
Ricordiamo i morti a causa dell’amianto, quelli della Breda, dell’Eternit.
Ricordiamo cosa è successo alla ThyssenKrupp di Torino, all’ILVA di Taranto,
alla ex Tricom di Tezze sul Brenta. Ricordiamo cosa è successo alla
Marlane-Marzotto di Praia a Mare.
Sono centinaia, migliaia di vite spezzate in nome del
profitto personale di qualcuno. Centinaia, migliaia di morti senza colpevoli
perché i responsabili sono gli stessi che controllano il potere e difficilmente
vengono condannati da qualche tribunale. Tutti assolti perché il reato è
prescritto, o perché non sussiste. O perché è considerato meno importante la
vita di un lavoratore rispetto al guadagno che si può ottenere dalla mancanza
di sicurezza nei luoghi di lavoro. Non è
logico né civile andare al lavoro e non tornare a casa o tornarci con qualche
malattia che ci ucciderà. È una vera e propria guerra non meno oscena di quella
scatenata dai “signori del terrore”.
Cosa si può fare? Resistere e lottare per affermare il
proprio inalienabile diritto a un lavoro sicuro e garantito. E non dimenticare
…
… per non dimenticare si riporta la testimonianza (sotto
forma di intervista) di un operaio della Marlane-Marzotto che spiega le
condizioni alle quali erano costretti i lavoratori (rif. “Marlane: La fabbrica
dei veleni” di Francesco Cirillo e Luigi Pacchiano – ed. Coessenza)
Mi chiamo Depalma Francesco ed ho lavorato alla Marlane di
Praia a Mare dal 1964 al 1990.
Domanda: Con che mansione?
Risposta: Operaio specializzato in tintoria.
D.: Vi ricordate cosa facevate di specifico?
R.: La tintura delle presse la miscelazione delle lane
terital. Si facevano delle buche grosse vicino al capannone e si mettevano
dentro il rimanente del rifiuto del colore.
D.: Cioè voi pigliavate i coloranti che non erano più
servibili e li portavate fuori?
R.: Si c’erano delle buche grandissime.
D.: E chi le faceva queste buche?
R.: La direzione le faceva fare agli addetti ai lavori e
quando erano piene queste buche si ricoprivano.
D.: E voi facevate questo lavoro?
R.: Si ma non tutte le volte …si coprivano almeno un paio di
volte al mese.
D.: Insomma prendevate i coloranti della fabbrica e li
mettevate nei bidoni?
R.: Si poi li sotterravamo dalla parte del mare.
D.: Sempre nel terreno della Marlane?
R.: Si, vicino agli alberi.
D.: Ma chi vi comandava per questo lavoro?
R.: Carlo Lomonaco e Cristallino per la tintoria mentre per
il finissaggio Nicodemo e Tripano.
D.: Lomonaco e Cristallino vi chiamavano e vi dicevano
prendete questi rifiuti e seppellitevi
R.: Si.
D.: Ma non vi rendevate conto che era una cosa illegale?
R.: Si ma non potevi dire non lo voglio fare, se non lo
facevi tu lo faceva un altro, in quelle condizioni dovevi farlo per forza.
D.: E lo facevate di giorno o di notte?
R.: Sempre di sabato mattina o di sera quando la fabbrica
era chiusa e nessuno lavorava.
D.: Con voi c’erano altri operai?
R.: La maggior parte delle volte lo facevo io e Ruggeri di
Praia a Mare.
D.: E quando facevate questo lavoro avevate delle mascherine
di protezione, dei guanti, non pensavate che era pericoloso quel materiale?
R.: No andavo come sono adesso, non ci davano né guanti né
protezioni.
D.: Quindi prendevate tutto con le mani?
R.: Si con le mani nude.
D.: E vi ricordate per quanto tempo avete fatto questo
lavoro?
R.: L’ho fatto fino a 15 giorni prima di licenziarmi.
D.: Vi ricordate per quante volte lo avete fatto? 10-15
volte? più o meno?
R.: Parecchie volte, si faceva quasi tutti i sabato.
D.: E si facevano sempre buche nuove o si usavano sempre le
stesse?
R.: Le ruspe scavavano fino a 3-4 metri di profondità.
D.: Quindi tutta l’area della Marlane è piena di rifiuti
tossici?
R.: Si tutta la parte a mare è piena di rifiuti tossici.
D.: Parliamo della zona vicino al depuratore.
R.: Si in quella zona. Io ho anche pulito il depuratore.
Quando si riempiva di melma io ripulivo tutta la vasca e buttavo i rifiuti
sotto un pergolato di uva.
D.: Quando il depuratore era pieno scaricava a mare?
R.: Dopo che lo avevamo pulito scaricavano a mare, ma
l’acqua era sporca lo stesso color terra e finiva a mare.
D.: Poi vi siete ammalato e continuavate ad andare lo stesso
al lavoro?
R.: Si anche da ammalato andavo a lavorare.
D.: Quali erano le condizioni di lavoro all’interno della
fabbrica?
R.: Le condizioni erano che dall’inizio c’erano fumi e
nebbia che non si vedeva ad un metro di distanza, agli inizi degli anni 70.
D.: Questa nebbia da dove proveniva?
R.: Dal fumo delle caldaie dove si tingevano le stoffe.
D.: C’era un ambiente unico o c’erano divisori?
R.: No era tutto unico.
D.: Vi ricordate di altri operai che stavano con voi e che
sono morti?
R.: Erano operai che stavano vicino a me, Tonino Maffei,
Vittorio Oliva, Vincenzo Lamboglia, erano amici con i quali ci davamo il
cambio.
D.: Non avete mai pensato che quell’aria fosse velenosa?
R.: Si, pensavamo che a lungo andare poteva far male, ma
pensavamo anche al vivere oggi, alla pagnotta.
D.: E voi dicevate al medico di queste condizioni di lavoro?
R.: E quando c’è stato il medico? chi l’ha mai visto, non ho
mai fatto una radiografia, 26 anni esatti ho lavorato e mai visto un medico, si
tirava avanti così.
D.: Avete mai pensato ad una protesta, c’erano dei
sindacalisti in fabbrica?
R.: Si, io ero iscritto alla CGIL, tutti promettevano e
nessuno faceva niente. C’erano la CGIL e la CISL, tutti promettevano
miglioramenti economici e di lavoro quando c’erano le votazioni e poi facevano
poco e niente.
D.: Voi che tipo di lavoro facevate?
R.: Io lavoravo alla lisciatrice, una macchina 16 metri
lunga.
D.: Usavate coloranti?
R.: Al tops ed alle pezze si usavano coloranti per tingere.
D.: Avevate mascherine, tute, qualche protezione?
R.: No niente, a fine turno di lavoro ci davano una busta di
latte, poi abbiamo saputo che ci faceva più male che bene, ci procurava
parecchie sofferenze allo stomaco.
D.: Ma questi coloranti li preparavate voi?
R.: Si, preparavamo i coloranti per la stampa, a parte
quelli della lisciatrice che li preparava un magazziniere, per la stampa li
dovevo preparare io.
D.: E come avveniva questa preparazione?
R.: Si preparavano duecento litri di acqua, si prendeva il
colore e si scioglievano piano piano.
D.: E come lo facevate a mano?
R.: Si prendeva un bastone e un bidone di ferro a volte
anche di plastica, quando si era sciolto bene il prodotto si portava il bidone
vicino alla macchina e si versava un secchietto alla volta e piano piano si
stendeva sulla fibra da tingere.
D.: E neanche per questo lavoro usavate misure di sicurezza?
R.: Solo le mani usavamo.
D.: pensavate che con quella busta di latte risolvevate
tutto?
R.: Si pensava di risolvere i guai che avevamo dentro ed
invece con il passare degli anni i guai sono venuti fuori tutti in una volta e
chi più chi meno tutti quanti abbiamo avuto qualcosa.
D.: Sapevate questi coloranti da cosa erano composti?
R.: Non l’ho sentito, erano tutti sigillati, mi ricordo per
esempio gli acidi che si usavano per la lana.
D.: Su questi fusti che voi pigliavate non c’erano scritte
che dicevano pericolo, dei simboli con il teschio di morte?
R.: Queste cose non esistevano proprio, quando i fusti
arrivavano al magazzino, il magazziniere le strappava, scompariva vano.
D.: E voi sapevate che in questi fusti c’erano questi veleni
e che quindi facevano male?
R.: Lo sapevamo noi e lo sapevano anche i dirigenti degli
uffici che erano velenosi, ma purtroppo come ho detto prima quando si va a
lavorare bisogna subire il bello ed il cattivo tempo.
D.: Ma Lomonaco non era l’esperto chimico?
R.: Si era il capo della tintoria, doveva sapere ma non si
metteva contro la direzione. Cristallino faceva gli acquisti dei coloranti e
quindi sapeva se erano nocivi o no.
D.: E Lomonaco non vi vedeva come facevate questi coloranti?
R.: Certo veniva nel corridoio e guardava il nostro lavoro,
si avvicinava un secondo e se ne andava.
D.: A seguito delle denunce che ci sono state siete state
ascoltato da qualche autorità?
R.: Si è venuto un maresciallo dei carabinieri e mi ha
chiesto come si lavorava i pericoli che c’erano.
D.: E questo maresciallo è stato mandato dalla Procura di
Paola?
R.: Non lo so, non me lo ha detto. Ma ad un certo punto
quando parlavo del mio lavoro mi ha detto di non continuare più altrimenti
avrebbe indagato anche me.
Francesco Depalma è deceduto pochi mesi dopo questa
intervista. La sua testimonianza filmata non è stata ammessa al processo di primo grado che ha
visto assolti tutti gli imputati. è la giustizia di “lorsignori”.
domenica 22 novembre 2015
SOCIALISMO O BARBARIE FONDAMENTALISTA?* - Renato Caputo
Piaccia o meno la crisi strutturale del modo di produzione
capitalista impone scelte radicali. Spazi per soluzioni riformiste e keynesiane
non ce ne sono, al di là della riproduzione di un’aristocrazia operaia con i
sovraprofitti garantiti dalla politica imperialista. La caduta tendenziale del
tasso di profitto rende inoltre sempre più acuta la crisi di sovrapproduzione.
Se non si sarà in grado di superare la crisi con un modo di produzione più
razionale, l’alternativa rischia di essere la barbarie ben rappresentata dalla
diabolica spirale xenofobia-fondamentalismo.
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