
La teoria Marxista poggia la sua forza sulla scienza... che ne valida la verità, e la rende disponibile al confronto con qualunque altra teoria che ponga se stessa alla prova del rigoroso riscontro scientifico... il collettivo di formazione Marxista Stefano Garroni propone una serie di incontri teorici partendo da punti di vista alternativi e apparentemente lontani che mostrano, invece, punti fortissimi di convergenza...
lunedì 9 giugno 2014
Materialismo “contra” spiritualismo. - Roberto Finelli

giovedì 29 maggio 2014
Tra Cartesio e Hume (1/2/3) - Stefano Garroni -
Pubblichiamo il testo di Stefano Garroni "Tra Cartesio e Hume" ormai fuori edizione e introvabile in libreria.
Tutti i capitoli: https://ilcomunista23.blogspot.it/2014/05/tra-cartesio-e-hume-stefano-garroni.html
https://ilcomunista23.blogspot.it/2014/07/tra-cartesio-e-hume-8-stefano-garroni.htm
venerdì 23 maggio 2014
Riflessioni senili a ruota libera su crisi del capitalismo e crisi della sinistra - Vittorio Rieser 2012

Negli ultimi decenni, non son mancati nell’Occidente
capitalistico (che, come ho detto, è l’orizzonte, certo limitativo, di queste
note) grandi movimenti di lotta contro l’assetto sociale esistente, che hanno
coinvolto milioni di persone. E’ persino banale ricordarli sommariamente:
- i movimenti
“no-global” (o, per usare un linguaggio politically correct, “altermondialisti”)
- i recenti movimenti degli indignados;
- movimenti ecologisti, anti-nuclearisti, e – con elementi
per certi versi affini – movimenti come
quello no-Tav
Si sente la mancanza di forme di organizzazione politica che colleghino questi movimenti a un orizzonte complessivo e gli diano continuità.
Per ora, l’unica prospettiva che si può approssimativamente
ipotizzare è quella di un processo in cui, a partire dalle esperienze dei
movimenti di lotta, venga costruita una forza politica organizzata, che provi a
tradurre questi movimenti e le loro esperienze di lotta in un progetto
complessivo di trasformazione della società. In più, tutto ciò può aver senso solo
se avviene a un livello internazionale di ampiezza e rilevanza sufficienti
perché un tale progetto possa avere una concreta prospettiva di realizzazione
(ad es. a livello europeo).
Buona fortuna, compagni! http://www.sindacalmente.org/sites/www.sindacalmente.org/files/rieser-riflessioni_senili_sulla_sinistra.pdf
giovedì 22 maggio 2014
Lenin e la Rivoluzione

giovedì 15 maggio 2014
La rivoluzione tedesca - Paul Mattick - Il comunismo anti-bolscevico in Germania, uscito postumo nel 1983 -
Il processo di concentrazione di potere capitalistico e politico impone a ogni movimento di qualche importanza sociale l’obbligo o di distruggere il capitalismo o di porsi coerentemente al suo servizio.
Il vecchio movimento operaio tedesco non poteva optare per la per la seconda alternativa, né voleva né era in grado di realizzare la prima. Esso non agì coerentemente alla sua ideologia originaria né in accordo con i suoi interessi reali e immediati. Per un certo periodo servì da strumento di controllo nelle mani della classe dominante. Perdendo prima la propria indipendenza, doveva ben presto perdere la sua effettiva esistenza.Essenzialmente la storia di questo movimento è la storia del mercato capitalistico considerata da un punto di vista ‘proletario’. Le cosiddette leggi di mercato dovevano essere utilizzate a vantaggio della merce forza lavoro. Le azioni collettive dovevano portare ai più elevati salari possibili. Il ‘potere economico’ conquistato in tal modo doveva essere difeso mediante riforme sociali. Anche i capitalisti accrebbero il controllo organizzato sul mercato. Da entrambi i lati si favorì la riorganizzazione monopolistica della società capitalista sebbene, senza dubbio, dietro le loro attività coscientemente concepite in ultima analisi non vi erano altro che le esigenze di sviluppo del capitale stesso. Le loro politiche e le loro aspirazioni, per quanto fondate su concrete considerazioni di fatti e di necessità particolari, erano tuttora determinate dal carattere feticistico del loro sistema di produzione.
A parte il feticismo della merce, qualunque sia il significato che le leggi di mercato possano assumere rispetto ad arricchimenti o perdite particolari e per quanto possano essere manovrate da questo o quell’altro gruppo di interesse, in nessuna circostanza possono essere utilizzate a vantaggio della classe operaia considerata nel suo complesso. Non è il mercato che controlla gli individui e determina le relazioni sociali prevalenti ma piuttosto il fatto che nella società un gruppo separato possiede o controlla i mezzi di produzione e gli strumenti di repressione.
Per sconfiggere il capitalismo sono necessarie azioni esterne alle relazioni di mercato tra lavoro e capitale, azioni che aboliscono entrambi, il mercato e le relazioni di classe. Limitando le azioni all’interno del perimetro capitalistico il vecchio movimento operaio doveva autodistruggersi o ad essere distrutto dall’esterno. Era destinato o ad essere scisso internamente dalla propria opposizione rivoluzionaria, che avrebbe dato origine a nuove organizzazioni, o condannato ad essere distrutto dalla trasformazione capitalistica di una economia di mercato in una economia di mercato controllata, e dai concomitanti mutamenti politici.
mercoledì 14 maggio 2014
Note su Stato e libertà nel giovane Marx - Aristide Bellacicco

Contro questa classe “viene
esercitata non un ‘ingiustizia particolare bensì l’ingiustizia senz’altro”,
essa è “in contrasto universale contro tutte le premesse del sistema politico”
e non può “ emancipare se stessa
senza…emancipare tutte le
rimanenti sfere della società”. Il proletariato è “la perdita completa
dell’uomo, e può dunque guadagnare nuovamente se stessa attraverso il completo recupero dell’uomo”.
Nel momento in cui scrive questo
articolo per gli “Annali franco-
tedeschi” Marx non ha ancora intrapreso
gli studi di economia cui si dedicherà anima e corpo negli anni successivi: non
ha ancora messo a fuoco sul piano scientifico la struttura antinomica della
società capitalistica né la centralità della contraddizione capitale – lavoro.
In più, è da notare come egli, consapevole della condizione di arretratezza
economica e sociale della Germania dei suoi tempi, parli di “formazione” di una classe:
significa che questa classe ancora non è pienamente sviluppata e che solo il
suo sviluppo porrà le condizioni perché essa possa svolgere il ruolo storico
che Marx le riconosce.
Voglio dire che il problema
centrale, con cui Marx si confronta qui, non è ancora quello del superamento di
un determinato sistema socio-economico fondato sulla separazione del lavoro dai
mezzi di produzione: il tema dell’assoggettamento umano appare, dunque, non come
conseguenza di particolari
rapporti di produzione, bensì nella forma dell’opposizione fra l’uomo e lo
Stato, fra “società civile” e Stato, fra l’“essenza umana” e la sua negazione nello Stato – qualsiasi
Stato.
E’ nozione di tutti come su questi
temi ( il “giovane Marx”, i suoi
rapporti con l’hegelismo, il suo “umanesimo”, la successiva cosiddetta “rottura
epistemologica ecc.) siano state scritte moltissime pagine – è sufficiente
ricordare Althusser.
Ma è fuor di dubbio, a mio avviso,
che in questo breve e difficile testo si possa scorgere un elemento in grado di
illuminare un aspetto del pensiero – o meglio, del modo di pensare – di Marx, che non solo non verrà
meno nell’opera successiva, ma che ne costituirà, sempre, lo sfondo e il
presupposto: mi riferisco all’originaria vocazione etico- morale di Marx, la
stessa che lo avvicina, ma anche lo differenzia, ad altri scrittori socialisti o “comunisti” del suo tempo.
Nel parlare di “vocazione etico- morale “, però, non intendo
indicare qualcosa di assimilabile a un sentimento o a un “astratto furore” –
per dirla col Vittorini di “Conversazione in Sicilia”: c’è sicuramente del
sentimento in Marx, e senz’altro anche del furore e una genuina indignazione, che
spesso si scaricano in ironia e sarcasmo, ma non sono questi i fondamenti della
sua posizione etica.
Piuttosto Marx, a partire dai suoi
primi scritti, si presenta come il più
coerente prosecutore della linea che dall’Illuminismo porta alla
Rivoluzione Francese. Quella linea, cioè,
che riconosce nell’uomo (ma c’era già in Vico) l’unico costruttore della
propria storia e, dunque, anche dello Stato e della società in quanto prodotti
storici. La novità di Marx (ma rintracciabile anche in altri) sta però nel suo
scorgere che lo stesso Stato che nasce dalla Rivoluzione giacobina, lo Stato
ispirato dal “Contratto sociale di Rousseau e portato alle estreme conseguenze
dal Robespierrismo di sinistra e dal radicalismo piccolo- borghese di Saint-
Just, una volta rovesciati i tiranni si rovescia poi a sua volta al punto da
diventare egli stesso un nuovo tiranno. Non per un errore degli uomini: ma per
sua intrinseca natura, per una “legge” storica.
Marx, ovviamente, non nega il
grande progresso costituito dalla Rivoluzione francese, al contrario: egli
contrappone nettamente lo Stato della Convenzione, e in generale gli Sati a
costituzione democratico- rappresentativa, allo Stato prussiano- tedesco“teologico”, autoritario,
censore e semi-feudale.
Ma, per usare un’espressione del
linguaggio comune, quel progresso “non gli basta”. Un altro passo va compiuto
sulla strada della liberazione umana, e questo passo corrisponde al superamento
dello Stato in quanto tale, condizione sine qua non perché l’uomo si ritrovi finalmente padrone
assoluto di se stesso: non solo nei cieli della teoria ma nella concretezza
della sua esistenza effettiva.
Si può parlare di Marx, almeno in
questa fase del suo pensiero, come di
un “anarchico razionale”? Forse a questa
domanda si può rispondere affermativamente a patto di porre l’enfasi sul
termine “razionale”, vale a dire sulla consapevolezza, che in Marx è senz’altro presente, che non si
tratta di distruggere fisicamente un
apparato più o meno oppressivo la cui semplice scomparsa restituirebbe
magicamente agli uomini la completa libertà. Tutt’altro: la libertà umana è
un presupposto, non una conseguenza, del
superamento dello Stato. Infatti, solo attraverso l’esercizio della libertà
questo processo potrà compiersi: ma non della libertà formale, nemmeno di
quella vigente nelle democrazie rappresentative, bensì di quella libertà che Marx vede come propria dell’essenza umana
e che fa degli uomini, in ogni circostanza, dei creatori di se stessi.
Marx, si può dire in anticipo su se
stesso, individua nel proletariato l’iniziatore
e il catalizzatore di questo processo. Lo fa ancora prima di diventare
propriamente “comunista”, il che comunque avverrà da lì a poco. Lo fa perché
crede che l’uomo sia qualcosa per cui valga la pena spendersi: in questo è un grande erede dell’Illuminismo e ancora
in questo sta la sua originaria ispirazione etica.
Risposta a Lenin - Hermann Gorter (1920)

Premessa
Vorrei attirare la vostra attenzione,
compagno Lenin, la vostra e quella del compagno lettore, sul fatto che questo opuscolo è stato
scritto durante la marcia vittoriosa dei russi su Varsavia.
Vorrei anche scusarmi con voi e con il
lettore per le numerose ripetizioni. Poiché la tattica dei "sinistri" è sconosciuta
agli operai di quasi tutti i paesi, non ho potuto evitare le ripetizioni.H. G.
Masse e capi
Caro compagno Lenin ho letto il vostro opuscolo sull'estremismo
nel movimento comunista. Ne ho tratto molti insegnamenti, come da tutte le vostre
opere. Ve ne sono riconoscente, insieme, certamente, a molti altri compagni. Molte tracce e
molti germi di questa malattia infantile che, senza dubbio, si trovavano anche in me, sono stati
scacciati e certamente lo saranno ancor più nel futuro. La stessa cosa può essere affermata per quello
che voi dite sulla confusione che la rivoluzione ha causato in molte teste: si tratta d'un giudizio
giustissimo. Lo so: la rivoluzione è arrivata così improvvisa e così imprevista! La vostra opera sarà per
me un nuovo stimolo a far dipendere sempre e innanzitutto il mio giudizio su tutte le questioni
tattiche, ivi compresa quelle della rivoluzione, soltanto dalla situazione reale, dai rapporti di
forza reali tra le classi, quali si manifesteranno politicamente ed
economicamente.
Dopo avere letto il vostro opuscolo,
ho pensato: tutto questo è giusto. Ma quando, a testa riposata, mi sono
domandato a lungo se ora avrei dovuto smettere di sostenere questa sinistra e di
scrivere articoli per il KAPD e per il partito dell'opposizione in Inghilterra, sono stato costretto a
rispondere negativamente.
Ciò sembra contradditorio. Ma la
contraddizione deriva, compagno, dal fatto che il vostro punto di partenza nell'opuscolo non è giusto.
Avete torto, secondo me, per quanto riguarda il parallelismo tra la rivoluzione nell'Europa
dell'ovest e la rivoluzione russa, per quanto riguarda le condizioni della rivoluzione nell'Europa
dell'ovest, in altri termini per quanto riguarda il rapporto di forza tra le classi; a causa di ciò, voi non
conoscete il terreno di sviluppo della sinistra, dell'opposizione. E quindi l'opuscolo appare corretto se
si adotta il vostro punto di partenza; se lo si respinge (ed è quello che si deve fare), allora
l'intero opuscolo è falso. Poiché tutti i giudizi che voi date, gli uni erronei, gli altri radicalmente falsi,
confluiscono nella condanna del movimento di sinistra, particolarmente in Germania e in
Inghilterra, e poiché io, pur senza essere d'accordo su tutti i punti con questo movimento, come sanno i
suoi capi, resto pienamente deciso a difenderlo, credo di agire nel modo migliore rispondendo al
vostro opuscolo con una difesa della sinistra. Ciò mi darà l'occasione non soltanto di rivelare
il suo terreno di sviluppo, di provare il suo diritto all'esistenza e le sue attuali caratteristiche, qui
nell'Europa dell'Ovest, nella fase attuale, ma anche - e questo è forse anche importante - di combattere
le rappresentazioni capovolte che prevalgono in merito alla rivoluzione europeo-occidentale,
soprattutto in Russia. L'una e l'altra cosa hanno la loro importanza; sia la tattica
europeo-occidentale che quella russa dipendono dalla concezione della rivoluzione nell'Europa occidentale.
Avrei volentieri eseguito questo compito al congresso di Mosca, ma non sono stato in condizioni
di parteciparvi.
venerdì 9 maggio 2014
TEMI WITTGENSTEINIANI - Stefano Garroni
Vedi anche: http://ilcomunista23.blogspot.it/2016/04/zettel-presenta-wittgenstein-e-la.html

“La maggior parte delle filosofie sono tentativi di interpretazione. Quella di Wittgenstein è forse più un sintomo e un simbolo, <un simbolo di un’ epoca di scompiglio>, come ha detto José Ferrater Mora.” (Bouveresse, Wittgenstein, scienze, etica, estetica, Laterza 1982: 12).
1 - Introduzione: Wittgenstein, fondamento e duttilità.

“La maggior parte delle filosofie sono tentativi di interpretazione. Quella di Wittgenstein è forse più un sintomo e un simbolo, <un simbolo di un’ epoca di scompiglio>, come ha detto José Ferrater Mora.” (Bouveresse, Wittgenstein, scienze, etica, estetica, Laterza 1982: 12).
1 - Introduzione: Wittgenstein, fondamento e duttilità.
E’ possibile certo
-come d’altronde è stato fatto in modo ottimo anche recentemente[1]- descrivere
il pensiero di Wittgenstein, rintracciandone il filo rosso, che ne percorre
tutta l’evoluzione e, così, mostrare ‘da dove egli sia partito’ e ‘dove sia
andato a parare’. La stessa differenza tra un ‘primo’ ed un ‘secondo’
Wittgenstein, tra il Wittgenstein del Tractatus
e quello delle Philosophische Untersuchungen o di Über Gewißheit, ad un’analisi più
accurata perde in un certo senso di radicalità, poiché non marginali sono i
momenti di continuità, che finiscono col risultare[2].
E’ inoltre innegabile
il valore che l’opera di Wittgenstein ha come testimonianza delle problematiche logiche e morali, che
hanno caratterizzato una certa Europa tra le due guerre mondiali: anche ciò
-non è dubbio- milita a favore di una sostanziale continuità della riflessione
wittgensteiniana. Eppure, in questa lettura si nasconde un pericolo.
Esattamente il
pericolo di attribuire a Wittgenstein qualcosa che egli ha sempre respinto
-almeno da un certo momento della sua esistenza- con aspra nettezza: voglio
dire l’intento di elaborare una teoria, -in questo senso, di fare della
filosofia.
martedì 6 maggio 2014
L. WITTGENSTEIN - LA CULTURA MEDIA CONTEMPORANEA - NOTE AL RAMO D'ORO DI FRAZER - Stefano Garroni - 09-01-97
Trascrizione da: https://www.youtube.com/playlist?list=PL0CFFE5BB9B8AC96C (audio)
1/10
[…] questo ci consente di arrivare alla questione delle condizioni di asseribilità e quindi di cogliere un punto fondamentale delle cultura contemporanea, usato dall’ideologia post-moderna in una maniera ovviamente infame, ma che è un problema serio, però, se lo si affronta bene: ed è un problema estremamente importante proprio in una prospettiva dialettica. Ora, immaginiamo una situazione piuttosto stupida. Io dico: “oggi è giovedì”, tu mi correggi e dici “no, guarda, è mercoledì”. E io “ come mercoledì ?” e tu “si, ieri era martedì e dunque…” “ah sì, hai ragione, oggi è mercoledì”.
Questa conversazione banalissima, ha però, da un punto di vista logico, una complicazione molto interessante. Io posso dire “sì, è vero, è mercoledì” oppure “sì hai ragione, è mercoledì” o ancora “sì, è corretto, oggi è mercoledì”. In fin dei conti, quello che voglio dire è che, se vale un certo modo di organizzare la settimana, e se vale un certo vocabolario della lingua italiana, allora si ricava che se ieri era martedì, oggi è certamente mercoledì. In altri termini, invece di dire semplicemente “è vero” io potrei dire a Maurizio “Poste alcune premesse – quel modo di organizzare la settimana, quel certo vocabolario ecc. – tu hai ricavato correttamente che oggi è mercoledì”. Voglio dire che io potrei togliere il termine “è vero” sostituendolo con la frase “è una conclusione rigorosa”: se valgono un certo vocabolario e certe regole, allora “questa conclusione è rigorosa”. Quindi “è vero” è sostituibile con la seconda espressione. Però attenti: quando io dico “è vero” posso intendere questa espressione in altri due sensi. Ad esempio: questo oggetto è rosso. Se è rosso, non è di un colore diverso dal rosso. Voi capite bene che in questo esempio “è vero” significa che “questo oggetto è rosso”. Se la frase è stata pronunciata in una lingua che io conosco, e io ho capito il significato delle parole, allora “questo oggetto è rosso” implica che non è di un colore diverso dal rosso. Cioè io dico “è vero” per intendere che quella proposizione, se ho compreso le parole, è sicuramente accettabile. Vedete bene che questo è un senso di “vero” diverso da quello precedente. Lì significava “è una corretta conclusione del ragionamento”: qui si tratta solamente di accertare se le parole sono state comprese: se le parole sono state comprese, la mia frase è vera.
Quindi “è vero” io posso dirlo sia nel senso che quel certo ragionamento è ben condotto (ho applicato correttamente le regole di un certo gioco), ma posso dirlo anche nel senso che qualcosa è vero in quanto ho capito il significato delle parole. Ma posso intenderlo anche in un altro senso, ad esempio come quando qualcuno dice: la natura è così e così indipendentemente dall’uomo. In questo senso “è vero” significa che c’è una realtà fatta in una certa maniera, e questa maniera prescinde completamente dall’uomo.
Allora, bisogna fare ben attenzione al fatto che, essendo diversi i significati dell’espressione, il problema è sempre quello di riuscire a cogliere che cosa si vuol dire dicendo “è vero”.
Soffermiamoci sul primo senso, dove “è vero” significa sostanzialmente che la conclusione di un ragionamento è corretta, risponde cioè alle regole di costruzione di quel ragionamento.
Adesso, immaginiamo una situazione di cui Wittgenstein si è effettivamente occupato: il matematico Godel dimostrò che qualunque sistema matematico sufficientemente sviluppato in modo rigoroso, produce sempre una proposizione non dimostrabile all’interno di quel sistema.
Ovviamente, fu un evento, perché venne colpita una convinzione millenaria, vale a dire che un esempio di conoscenza rigorosa è appunto la matematica. Qui (secondo Godel) si mostra invece che qualsiasi sistema matematico, se ben condotto fino un certo punto, arriva ad essere contraddittorio.
E Wittgenstein affronta questo problema con un tono molto interessante, che in fin dei conti può essere espresso in questi termini: va bene, si incontra una contraddizione, e allora? Cosa succede in fondo di tanto grave? In altri termini, Wittgenstein dice che bisogna combattere l’angoscia e il discredito superstizioso che i matematici hanno nei confronti del widersprueche.
2/10
Voi capite che questo è un luogo interessante perché, per chi è abituato al ragionamento dialettico, una posizione che afferma decisamente che il principio di non contraddizione non è così importante, e che bisogna anzi distruggere il pregiudizio che lo eleva a norma vincolante, è una cosa interessante. E Wittgenstein fa alcuni esempi. Nella conversazione comune, ad esempio, può avere un fondatissimo motivo rispondere a una domanda “sì e no”: quante volte lo facciamo? Il che è importante perché il discorso sul principio di non contraddizione viene affrontato portando la questione al livello dell’esperienza comune, e trovando nell’esperienza comune la possibilità di luoghi in cui questo principio viene violato. Cioè, voglio dire che questo spostamento dal piano del formalismo logico all’attenzione su come vanno le cose nella vita comune, è un movimento che il pensiero moderno comincia a fare dal seicento e che è una componente fondamentale della prospettiva dialettica.
Ma l’argomento di fondo di Wittgenstein è questo: torniamo al primo senso di “è vero”, cioè “è vero” come “ben ricavato da certe regole”. Allora, dice Wittgenstein, è del tutto possibile che all’interno di un certo sistema, una proposizione sia contraddittoria ma che non lo sia più all’interno di un altro sistema. In altre parole, il fatto che un certo sistema conduca ad una proposizione contraddittoria diventa di fatto uno stimolo ad un’ulteriore elaborazione di un’ulteriore sistema che, superando i limiti del precedente, tolga il carattere contraddittorio di quella proposizione.
Voi ricordate che quando Engels scrive la recensione al primo libro del Capitale di Marx, sottolinea proprio che Marx inizia la sua riflessione mettendo in evidenza i widerspruche della tradizione economica. Cioè il punto di partenza di Marx sono proprio quei widerspruche in cui si imbatte la tradizione economica. Voglio dire che in Engels il ruolo del widerspruche è proprio questo: è una contraddizione non risolvibile all’interno di un sistema; per questo, allora, viene prodotto un nuovo sistema che riesce a togliere il widerspruche. Nell’economia politica il widerspruche fondamentale è questo: le merci si scambiano al loro valore ma mediante lo scambio delle merci si produce profitto: ovviamente non è possibile. Questa contraddizione non è superabile all’interno della circolazione delle merci. E infatti Marx la supera spostando il piano, non parlando più in prima battuta della circolazione, ma passando al piano della produzione e delle relazioni sociali della produzione. E quindi organizzando un modo di vedere i fatti storico-sociali che è fuori dell’ottica del sistema dell’economia politica.
Allora, questo è importante, noi troviamo nel nostro Wittgenstein questo discorso: una proposizione che abbia il carattere di widerspruche ha sempre tale carattere all’interno di un sistema – cioè di un certo linguaggio, di certe regole, di certe procedure. Il fatto che dentro quel sistema sia un widerspruche non impedisce affatto che in un’ulteriore sistema, quella contraddizione venga tolta. Ora, quando noi parliamo, a livello della vita quotidiana, a livello dell’indagine scientifica – quale che sia il livello - parliamo necessariamente servendoci di un certo linguaggio, di certe regole che valgono per quel linguaggio: e quindi è sicuramente sempre vero che, se qualcosa è contraddittorio, è contraddittorio all’interno di un certo sistema linguistico. Voglio dire che affermare che “x è contraddittorio” non significa nulla se non si aggiunge “rispetto a”.
E allora, dice Wittgenstein, il fatto che una certa proposizione (diciamo “b”) sia, all’interno di un sistema “S”, contraddittoria che cosa significa? Significa che indica il limite oltre il quale quel sistema non può andare. E’ come se fosse un cartello indicatore che dice: se tu lavori all’interno di questo sistema non ti spingere più in là. Ovviamente, se il widerspruche ha questo senso, allora si comprende perché può essere la molla dell’elaborazione di un nuovo sistema – per uscire cioè dai limiti di quel certo sistema ed elaborarne un altro. Qui abbiamo uno spaccato di storia della scienza.
Ma abbiamo anche un’altra affermazione molto importante in Wittgenstein. Poniamo una proposizione “r”che non sia contraddittoria: anche questa sarà non contraddittoria all’interno di un sistema. Quindi non ha nessun senso dire: “r” [in assoluto] non è contraddittoria: non è contraddittoria all’interno di un sistema dato [ma non in assoluto]. Se si è capito questo, allora si capisce perché, quando si valuta una proposizione oppure una teoria, sembra del tutto ovvio che il problema sia quello di valutare la verità della proposizione o della teoria. Ma questo è un errore, perché la proposizione o la teoria sono all’interno di un sistema. Allora il problema autentico è quello di valutare se all’interno di quel sistema, quella proposizione – o quel complesso di proposizioni che è una teoria – è asseribile: se è corretto, cioè, stante un certo sistema, un certo linguaggio e certe regole, arrivare ad enunciare quella proposizione. Quindi non c’è più il problema della verità di qualcosa, ma c’è il problema dell’asseribilità di qualcosa.
Ovviamente, mi rendo conto che tutto questo è abbastanza “tosto” : lasciamo un momento da parte e passiamo all’altro tema. L’altro tema è quello del seguire una regola. Voi ricordate che l’altra volta si faceva questo esempio: immaginiamo uno psicologo che mette davanti al paziente delle macchie e gli domanda “cosa sono?” e il paziente risponde “questo è un cavallo” e ne indica la coda, la testa ecc. Questa è una metafora per dire che il rapporto uomo – realtà è il rapporto con una macchia confusa a cui si cerca di dare una forma, un senso a posteriori. Si cerca di fare questo avendo dei modelli di fondo: ad esempio, i principi logici. Sulla base di questo modello di fondo allora la macchia assume un volto, è descrivibile: torniamo di nuovo alle condizioni di asseribilità.
3/10
Se io dico “questo è un cavallo”, quello che sto dicendo è : organizzando questa materia sulla base di quella forma di fondo che uso, questo è un cavallo. Quindi, all’interno di queste condizioni questo è un cavallo. Non sto dicendo semplicemente “questo è un cavallo”, cioè “questo è vero”: sto dicendo che, dentro una certa struttura dell’esperienza, che è quella che è anche perché uso certe forme di base, questo è un cavallo. Ma allora è vero che queste forme di base – Wittgenstein usa due espressioni: o form oppure bild, che significa immagine – sono quelle che mi consentono di dare un ordine interno all’esperienza, mi consentono di dire “questa macchia è un cavallo” e quindi di valutarla ecc. E ogni ragionamento e ogni giudizio che io pronuncerò sarà sulla base di questo bild fondamentale. Domanda: è possibile parlare del bild ? Ovviamente non è possibile, perché è la condizione del parlare e del ragionare. Se quella è la condizione del ragionare, io non potrò descrivere il bild : perché – come dire? – è l’atmosfera stessa che mi consente di vivere ( di parlare, valutare, ragionare ecc.). Quindi il bild è non dicibile.
Se consentite questa proposizione assurda: se noi andassimo a i testi di Hegel noi troveremmo certamente qualcosa che, curiosamente, è stato rimproverato a Hegel: è cioè, le famose forme del’esperienza che lui descrive (ad es. la famosa triade tesi – antitesi – sintesi) non sono spiegate: ci sono, vengono usate per spiegare l’esperienza. Sono ricavate l’una dall’altra ma non c’è una giustificazione di quel modo di procedere dell’esperienza. Appunto perché delle forme di base non si parla: si mostrano. Ad esempio, mettiamo che qualcuno mi chieda: “qual è la tipica faccia cinese”? Io gli do una serie di fotografie di uomini cinesi, gliele mostro e dico “ecco qual è la tipica faccia cinese”. Non c’è una fotografia che mostri la tipica faccia cinese. Tu guarda i cinesi: da questo guardare tu ricavi il senso di un bild di fondo. Ovviamente questa è una metafora per dire che quel bild di fondo che è la condizione del ragionamento non è oggetto del ragionamento: è, invece, la condizione del ragionamento. E, in linea di principio, quello schema di fondo potrebbe anche essere diverso. Questa è una radice fondamentale dell’antidogmatismo: cioè, il rendersi conto che qualunque argomentazione, per quanto organizzata sistematicamente, rimanda poi ad alcuni presupposti che, in linea di principio, potrebbero cambiare. Come voi sapete, da parte di compagni spesso si dice: “certo, il marxismo va sviluppato ma mantenendo fermi i principi”. Questo è ridicolo. Infatti, cosa sono i principi? Sono indicabili? Se tu mi dici “questo è il principio” dai una formulazione al principio: ma perché non un’altra? Cioè, ogni formulazione che dai del principio è un’interpretazione del principio. Quindi, in realtà tu non puoi mai separare il principio dalla sua interpretazione. Allora il problema non è quello di salvare i principi riempendoli di contenuti nuovi: perché il principio sta nei contenuti che ci metti dentro. Cioè, si tratta di fare, molto modestamente, la prosecuzione dell’analisi e della ricerca, della pratica ecc., senza fissare prima dei paletti che non hanno nessun senso perché sono, inevitabilmente, un’interpretazione.
Bene, noi invece comprendiamo perfettamente che quest’impronta fondamentale, che è la condizione stessa del ragionamento, in linea di principio potrebbe cambiare.
Questa conversazione banalissima, ha però, da un punto di vista logico, una complicazione molto interessante. Io posso dire “sì, è vero, è mercoledì” oppure “sì hai ragione, è mercoledì” o ancora “sì, è corretto, oggi è mercoledì”. In fin dei conti, quello che voglio dire è che, se vale un certo modo di organizzare la settimana, e se vale un certo vocabolario della lingua italiana, allora si ricava che se ieri era martedì, oggi è certamente mercoledì. In altri termini, invece di dire semplicemente “è vero” io potrei dire a Maurizio “Poste alcune premesse – quel modo di organizzare la settimana, quel certo vocabolario ecc. – tu hai ricavato correttamente che oggi è mercoledì”. Voglio dire che io potrei togliere il termine “è vero” sostituendolo con la frase “è una conclusione rigorosa”: se valgono un certo vocabolario e certe regole, allora “questa conclusione è rigorosa”. Quindi “è vero” è sostituibile con la seconda espressione. Però attenti: quando io dico “è vero” posso intendere questa espressione in altri due sensi. Ad esempio: questo oggetto è rosso. Se è rosso, non è di un colore diverso dal rosso. Voi capite bene che in questo esempio “è vero” significa che “questo oggetto è rosso”. Se la frase è stata pronunciata in una lingua che io conosco, e io ho capito il significato delle parole, allora “questo oggetto è rosso” implica che non è di un colore diverso dal rosso. Cioè io dico “è vero” per intendere che quella proposizione, se ho compreso le parole, è sicuramente accettabile. Vedete bene che questo è un senso di “vero” diverso da quello precedente. Lì significava “è una corretta conclusione del ragionamento”: qui si tratta solamente di accertare se le parole sono state comprese: se le parole sono state comprese, la mia frase è vera.
Quindi “è vero” io posso dirlo sia nel senso che quel certo ragionamento è ben condotto (ho applicato correttamente le regole di un certo gioco), ma posso dirlo anche nel senso che qualcosa è vero in quanto ho capito il significato delle parole. Ma posso intenderlo anche in un altro senso, ad esempio come quando qualcuno dice: la natura è così e così indipendentemente dall’uomo. In questo senso “è vero” significa che c’è una realtà fatta in una certa maniera, e questa maniera prescinde completamente dall’uomo.
Allora, bisogna fare ben attenzione al fatto che, essendo diversi i significati dell’espressione, il problema è sempre quello di riuscire a cogliere che cosa si vuol dire dicendo “è vero”.
Soffermiamoci sul primo senso, dove “è vero” significa sostanzialmente che la conclusione di un ragionamento è corretta, risponde cioè alle regole di costruzione di quel ragionamento.
Adesso, immaginiamo una situazione di cui Wittgenstein si è effettivamente occupato: il matematico Godel dimostrò che qualunque sistema matematico sufficientemente sviluppato in modo rigoroso, produce sempre una proposizione non dimostrabile all’interno di quel sistema.
Ovviamente, fu un evento, perché venne colpita una convinzione millenaria, vale a dire che un esempio di conoscenza rigorosa è appunto la matematica. Qui (secondo Godel) si mostra invece che qualsiasi sistema matematico, se ben condotto fino un certo punto, arriva ad essere contraddittorio.
E Wittgenstein affronta questo problema con un tono molto interessante, che in fin dei conti può essere espresso in questi termini: va bene, si incontra una contraddizione, e allora? Cosa succede in fondo di tanto grave? In altri termini, Wittgenstein dice che bisogna combattere l’angoscia e il discredito superstizioso che i matematici hanno nei confronti del widersprueche.
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Voi capite che questo è un luogo interessante perché, per chi è abituato al ragionamento dialettico, una posizione che afferma decisamente che il principio di non contraddizione non è così importante, e che bisogna anzi distruggere il pregiudizio che lo eleva a norma vincolante, è una cosa interessante. E Wittgenstein fa alcuni esempi. Nella conversazione comune, ad esempio, può avere un fondatissimo motivo rispondere a una domanda “sì e no”: quante volte lo facciamo? Il che è importante perché il discorso sul principio di non contraddizione viene affrontato portando la questione al livello dell’esperienza comune, e trovando nell’esperienza comune la possibilità di luoghi in cui questo principio viene violato. Cioè, voglio dire che questo spostamento dal piano del formalismo logico all’attenzione su come vanno le cose nella vita comune, è un movimento che il pensiero moderno comincia a fare dal seicento e che è una componente fondamentale della prospettiva dialettica.
Ma l’argomento di fondo di Wittgenstein è questo: torniamo al primo senso di “è vero”, cioè “è vero” come “ben ricavato da certe regole”. Allora, dice Wittgenstein, è del tutto possibile che all’interno di un certo sistema, una proposizione sia contraddittoria ma che non lo sia più all’interno di un altro sistema. In altre parole, il fatto che un certo sistema conduca ad una proposizione contraddittoria diventa di fatto uno stimolo ad un’ulteriore elaborazione di un’ulteriore sistema che, superando i limiti del precedente, tolga il carattere contraddittorio di quella proposizione.
Voi ricordate che quando Engels scrive la recensione al primo libro del Capitale di Marx, sottolinea proprio che Marx inizia la sua riflessione mettendo in evidenza i widerspruche della tradizione economica. Cioè il punto di partenza di Marx sono proprio quei widerspruche in cui si imbatte la tradizione economica. Voglio dire che in Engels il ruolo del widerspruche è proprio questo: è una contraddizione non risolvibile all’interno di un sistema; per questo, allora, viene prodotto un nuovo sistema che riesce a togliere il widerspruche. Nell’economia politica il widerspruche fondamentale è questo: le merci si scambiano al loro valore ma mediante lo scambio delle merci si produce profitto: ovviamente non è possibile. Questa contraddizione non è superabile all’interno della circolazione delle merci. E infatti Marx la supera spostando il piano, non parlando più in prima battuta della circolazione, ma passando al piano della produzione e delle relazioni sociali della produzione. E quindi organizzando un modo di vedere i fatti storico-sociali che è fuori dell’ottica del sistema dell’economia politica.
Allora, questo è importante, noi troviamo nel nostro Wittgenstein questo discorso: una proposizione che abbia il carattere di widerspruche ha sempre tale carattere all’interno di un sistema – cioè di un certo linguaggio, di certe regole, di certe procedure. Il fatto che dentro quel sistema sia un widerspruche non impedisce affatto che in un’ulteriore sistema, quella contraddizione venga tolta. Ora, quando noi parliamo, a livello della vita quotidiana, a livello dell’indagine scientifica – quale che sia il livello - parliamo necessariamente servendoci di un certo linguaggio, di certe regole che valgono per quel linguaggio: e quindi è sicuramente sempre vero che, se qualcosa è contraddittorio, è contraddittorio all’interno di un certo sistema linguistico. Voglio dire che affermare che “x è contraddittorio” non significa nulla se non si aggiunge “rispetto a”.
E allora, dice Wittgenstein, il fatto che una certa proposizione (diciamo “b”) sia, all’interno di un sistema “S”, contraddittoria che cosa significa? Significa che indica il limite oltre il quale quel sistema non può andare. E’ come se fosse un cartello indicatore che dice: se tu lavori all’interno di questo sistema non ti spingere più in là. Ovviamente, se il widerspruche ha questo senso, allora si comprende perché può essere la molla dell’elaborazione di un nuovo sistema – per uscire cioè dai limiti di quel certo sistema ed elaborarne un altro. Qui abbiamo uno spaccato di storia della scienza.
Ma abbiamo anche un’altra affermazione molto importante in Wittgenstein. Poniamo una proposizione “r”che non sia contraddittoria: anche questa sarà non contraddittoria all’interno di un sistema. Quindi non ha nessun senso dire: “r” [in assoluto] non è contraddittoria: non è contraddittoria all’interno di un sistema dato [ma non in assoluto]. Se si è capito questo, allora si capisce perché, quando si valuta una proposizione oppure una teoria, sembra del tutto ovvio che il problema sia quello di valutare la verità della proposizione o della teoria. Ma questo è un errore, perché la proposizione o la teoria sono all’interno di un sistema. Allora il problema autentico è quello di valutare se all’interno di quel sistema, quella proposizione – o quel complesso di proposizioni che è una teoria – è asseribile: se è corretto, cioè, stante un certo sistema, un certo linguaggio e certe regole, arrivare ad enunciare quella proposizione. Quindi non c’è più il problema della verità di qualcosa, ma c’è il problema dell’asseribilità di qualcosa.
Ovviamente, mi rendo conto che tutto questo è abbastanza “tosto” : lasciamo un momento da parte e passiamo all’altro tema. L’altro tema è quello del seguire una regola. Voi ricordate che l’altra volta si faceva questo esempio: immaginiamo uno psicologo che mette davanti al paziente delle macchie e gli domanda “cosa sono?” e il paziente risponde “questo è un cavallo” e ne indica la coda, la testa ecc. Questa è una metafora per dire che il rapporto uomo – realtà è il rapporto con una macchia confusa a cui si cerca di dare una forma, un senso a posteriori. Si cerca di fare questo avendo dei modelli di fondo: ad esempio, i principi logici. Sulla base di questo modello di fondo allora la macchia assume un volto, è descrivibile: torniamo di nuovo alle condizioni di asseribilità.
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Se io dico “questo è un cavallo”, quello che sto dicendo è : organizzando questa materia sulla base di quella forma di fondo che uso, questo è un cavallo. Quindi, all’interno di queste condizioni questo è un cavallo. Non sto dicendo semplicemente “questo è un cavallo”, cioè “questo è vero”: sto dicendo che, dentro una certa struttura dell’esperienza, che è quella che è anche perché uso certe forme di base, questo è un cavallo. Ma allora è vero che queste forme di base – Wittgenstein usa due espressioni: o form oppure bild, che significa immagine – sono quelle che mi consentono di dare un ordine interno all’esperienza, mi consentono di dire “questa macchia è un cavallo” e quindi di valutarla ecc. E ogni ragionamento e ogni giudizio che io pronuncerò sarà sulla base di questo bild fondamentale. Domanda: è possibile parlare del bild ? Ovviamente non è possibile, perché è la condizione del parlare e del ragionare. Se quella è la condizione del ragionare, io non potrò descrivere il bild : perché – come dire? – è l’atmosfera stessa che mi consente di vivere ( di parlare, valutare, ragionare ecc.). Quindi il bild è non dicibile.
Se consentite questa proposizione assurda: se noi andassimo a i testi di Hegel noi troveremmo certamente qualcosa che, curiosamente, è stato rimproverato a Hegel: è cioè, le famose forme del’esperienza che lui descrive (ad es. la famosa triade tesi – antitesi – sintesi) non sono spiegate: ci sono, vengono usate per spiegare l’esperienza. Sono ricavate l’una dall’altra ma non c’è una giustificazione di quel modo di procedere dell’esperienza. Appunto perché delle forme di base non si parla: si mostrano. Ad esempio, mettiamo che qualcuno mi chieda: “qual è la tipica faccia cinese”? Io gli do una serie di fotografie di uomini cinesi, gliele mostro e dico “ecco qual è la tipica faccia cinese”. Non c’è una fotografia che mostri la tipica faccia cinese. Tu guarda i cinesi: da questo guardare tu ricavi il senso di un bild di fondo. Ovviamente questa è una metafora per dire che quel bild di fondo che è la condizione del ragionamento non è oggetto del ragionamento: è, invece, la condizione del ragionamento. E, in linea di principio, quello schema di fondo potrebbe anche essere diverso. Questa è una radice fondamentale dell’antidogmatismo: cioè, il rendersi conto che qualunque argomentazione, per quanto organizzata sistematicamente, rimanda poi ad alcuni presupposti che, in linea di principio, potrebbero cambiare. Come voi sapete, da parte di compagni spesso si dice: “certo, il marxismo va sviluppato ma mantenendo fermi i principi”. Questo è ridicolo. Infatti, cosa sono i principi? Sono indicabili? Se tu mi dici “questo è il principio” dai una formulazione al principio: ma perché non un’altra? Cioè, ogni formulazione che dai del principio è un’interpretazione del principio. Quindi, in realtà tu non puoi mai separare il principio dalla sua interpretazione. Allora il problema non è quello di salvare i principi riempendoli di contenuti nuovi: perché il principio sta nei contenuti che ci metti dentro. Cioè, si tratta di fare, molto modestamente, la prosecuzione dell’analisi e della ricerca, della pratica ecc., senza fissare prima dei paletti che non hanno nessun senso perché sono, inevitabilmente, un’interpretazione.
Bene, noi invece comprendiamo perfettamente che quest’impronta fondamentale, che è la condizione stessa del ragionamento, in linea di principio potrebbe cambiare.
C’è un’altra pagina molto interessante in cui si immagina che ci sia una persona che voglia mettere in serie i numeri razionali. Come si fa? Ma come per gli altri numeri (quelli interi, quelli irrazionali ecc.) Ma, dice Wittgenstein: un momento, qui è cambiato l’oggetto. Qui si tratta non dei numeri naturali né dei numeri irrazionali, si tratta dei numeri razionali. E io non capisco cosa vuol dire mettere in serie questi numeri determinati. In altre parole: se c’è un concetto generale di “serie” che io ho ricavato per astrazione da tante cose che ho ordinato in serie, chi me lo dice che poi quel concetto è applicabile ad un oggetto diverso? Appunto, è il discorso sui principi. E cioè non è vero che il principio – per es. il concetto di messa in serie - è qualcosa che , quali che siano gli oggetti, io applico ad essi; per es.: devo mettere in serie quei cavalli, quei numeri irrazionali, le note musicali ecc., allora, quello è il modello di messa in serie, quindi lo prendo e lo applico a cose diverse. No!. In realtà la messa in serie ha da essere in relazione con le cose che vengono messe in serie, e quindi in qualche modo è sempre una partita aperta: quale forma esattamente il mettere in serie avrà in quel contesto preciso. E questo significa anche un’altra cosa: quando io applico una regola (può essere una regola morale o scientifica ecc.) certamente la applico in situazioni che sono diverse. E quindi questa applicazione non può non tener conto della diversità delle situazioni. L’applicazione della regola in quel contesto lì è oggetto di interpretazione: come si applica la regola in questo contesto? E non basta dire: in un altro contesto l’abbiamo applicata così, perché si trattava appunto di un altro contesto.
Questo vale, ad esempio, anche per la linea politica di un partito. Se il modo di applicare la regola – il “mettere in serie” ad es. - è cosa diversa in contesti diversi, cambia in situazioni diverse, allora anche l’applicazione della linea politica cambia in situazioni diverse.
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E allora che cosa propriamente vuol dire “applicare la linea”? Ma ogni volta che la si applica, in realtà la si interpreta, la si muta. Per cui se io faccio un congresso, stabilisco la linea e poi delego ad altri il compito di applicarla, in realtà li delego anche a fare la linea, perché la linea non sta nella formulazione astratta, ma sta nell’applicazione reale, perché quest’applicazione reale la muta. Ci sono sempre delle scelte da fare. E allora quando io ho delegato altri ad applicare la linea, vuol dire che io ho rinunciato a stabilire qual è la linea. E allora, ovviamente, un partito burocratizzato non ha attività nelle sezioni. Per forza, perché è nell’applicazione concreta che la linea veramente vive.
Quindi si potrebbe dire questo: esiste un senso per cui quella regola di fondo, quel bild , cioè la condizione stessa per poter vivere, operare, ragionare ecc. non è una cosa di cui si possa ragionare, perché ragionare significa applicarla.
Qui si potrebbe fare un’analogia interessante. C’è un paragrafo dell’Enciclopedia di Hegel in cui Hegel critica Kant, perché Kant avrebbe preteso di stabilire quali sono le condizioni del conoscere prima di applicarsi nella conoscenza. In sostanza, Kant direbbe: “prima di cominciare a studiare qualche cosa, stabiliamo quali sono le condizioni per conoscerla” (sono le forme a-priori dell’intelletto ecc.). Ed Hegel gli dice che questo non ha senso, perché stabilire le condizioni formali del conoscere significa “conoscere il conoscere”; cioè, non è possibile parlare di queste condizioni formali, si tratta bensì di applicarle. Vale a dire, mettiti a conoscere e vediamo allora che cosa significa conoscere. Appunto, le regole di fondo non si dicono, si mostrano. Questo da un lato. Dall’altro lato, le regole si interpretano, cioè si devono adeguare alle situazioni, e quindi si modificano. Ed è un po’ come la faccenda della tipica faccia cinese e della regola di fondo: mostrando le diverse fotografie di uomini cinesi è come se io mostrassi varie applicazioni della regola. E poiché di questa regola non si può parlare – allo stesso modo in cui non è possibile mostrare la “tipica” faccia cinese – allora come si mostra la regola? Applicandola, mostrandone le varie applicazioni cos’ come si possono mostrare le varie fotografie. E allora voi capite che qui il ritmo del pensiero è un ritmo continuo: non ci sono, qui, principi che “chiudano”. I principi io li vedo attraverso le applicazioni. Dal punto di vista nostro questo è importante, perché quello che dice “questi sono i principi del marxismo” sta imbrogliando. I principi del marxismo stanno nella loro applicazione, stanno nel fare il marxismo.
Al contrario, chi vuole ad ogni costo mantenere fermi i principi, non può fare a meno di avere un papa, una religione: come quando si diceva “il segretario generale del partito è il più grande marxista”.
I principi non sono indicabili: bisogna invece indicare il ritmo continuo del pensiero, il suo dinamismo, ecco perché non sono indicabili i principi, perché bisogna indicare invece questo ritmo continuo del movimento. [...]
E allora che cosa propriamente vuol dire “applicare la linea”? Ma ogni volta che la si applica, in realtà la si interpreta, la si muta. Per cui se io faccio un congresso, stabilisco la linea e poi delego ad altri il compito di applicarla, in realtà li delego anche a fare la linea, perché la linea non sta nella formulazione astratta, ma sta nell’applicazione reale, perché quest’applicazione reale la muta. Ci sono sempre delle scelte da fare. E allora quando io ho delegato altri ad applicare la linea, vuol dire che io ho rinunciato a stabilire qual è la linea. E allora, ovviamente, un partito burocratizzato non ha attività nelle sezioni. Per forza, perché è nell’applicazione concreta che la linea veramente vive.
Quindi si potrebbe dire questo: esiste un senso per cui quella regola di fondo, quel bild , cioè la condizione stessa per poter vivere, operare, ragionare ecc. non è una cosa di cui si possa ragionare, perché ragionare significa applicarla.
Qui si potrebbe fare un’analogia interessante. C’è un paragrafo dell’Enciclopedia di Hegel in cui Hegel critica Kant, perché Kant avrebbe preteso di stabilire quali sono le condizioni del conoscere prima di applicarsi nella conoscenza. In sostanza, Kant direbbe: “prima di cominciare a studiare qualche cosa, stabiliamo quali sono le condizioni per conoscerla” (sono le forme a-priori dell’intelletto ecc.). Ed Hegel gli dice che questo non ha senso, perché stabilire le condizioni formali del conoscere significa “conoscere il conoscere”; cioè, non è possibile parlare di queste condizioni formali, si tratta bensì di applicarle. Vale a dire, mettiti a conoscere e vediamo allora che cosa significa conoscere. Appunto, le regole di fondo non si dicono, si mostrano. Questo da un lato. Dall’altro lato, le regole si interpretano, cioè si devono adeguare alle situazioni, e quindi si modificano. Ed è un po’ come la faccenda della tipica faccia cinese e della regola di fondo: mostrando le diverse fotografie di uomini cinesi è come se io mostrassi varie applicazioni della regola. E poiché di questa regola non si può parlare – allo stesso modo in cui non è possibile mostrare la “tipica” faccia cinese – allora come si mostra la regola? Applicandola, mostrandone le varie applicazioni cos’ come si possono mostrare le varie fotografie. E allora voi capite che qui il ritmo del pensiero è un ritmo continuo: non ci sono, qui, principi che “chiudano”. I principi io li vedo attraverso le applicazioni. Dal punto di vista nostro questo è importante, perché quello che dice “questi sono i principi del marxismo” sta imbrogliando. I principi del marxismo stanno nella loro applicazione, stanno nel fare il marxismo.
Al contrario, chi vuole ad ogni costo mantenere fermi i principi, non può fare a meno di avere un papa, una religione: come quando si diceva “il segretario generale del partito è il più grande marxista”.
I principi non sono indicabili: bisogna invece indicare il ritmo continuo del pensiero, il suo dinamismo, ecco perché non sono indicabili i principi, perché bisogna indicare invece questo ritmo continuo del movimento. [...]
lunedì 5 maggio 2014
Vita di Marx - Franz Mehring -

Ma non per questo io voglio nascondere che non mi sentivo
per nulla chiamato a preferenza di altri ad abbracciare tutto l'immenso campo
del sapere che Marx ha dominato. Già per il compito di dare nella ristretta
cornice del mio studio una immagine chiara e trasparente del secondo e del
terzo volume del Capitale, mi sono rivolto all'aiuto dell'amica Rosa Luxemburg.
I lettori le saranno grati, così come le sono grato io, per aver corrisposto
così prontamente al mio desiderio; la parte terza del capitolo dodicesimo è
stata redatta da lei. È una grande gioia per me inserire in questo mio scritto
le preziose pagine dovute alla sua penna, così come è per me una gioia non
minore l'avere avuto dalla nostra comune amica Clara Zetkin-Zundel il consenso
a lasciare che la mia navicella prendesse il mare sotto la sua bandiera.
L'amicizia di queste donne è stata per me di inestimabile conforto in questo
tempo tra le cui tempeste molti di questi campioni «tutti d'un pezzo » del
socialismo sono stati spazzati via come foglie secche dal vento d'autunno.
Franz Mehring - Steglitz-Berlin, marzo 1918-
Vita di Marx
A Clara Zetkin-Zundel erede dello spirito marxista
lunedì 28 aprile 2014
Marx - Antonio Gargano -
"Venne infine un tempo in cui tutto ciò che gli uomini avevano considerato come inalienabile divenne oggetto di scambio, di traffico, e poteva essere alienato; il tempo in cui quelle stesse cose che fino allora erano state comunicate ma mai barattate, donate ma mai vendute, acquisite ma mai acquistate – virtù, amore, opinione, scienza, coscienza, ecc. – tutto divenne commercio. È il tempo della corruzione generale, della venalità universale, o, per parlare in termini di economia politica, il tempo in cui ogni realtà, morale e fisica, divenuta valore venale, viene portata al mercato per essere apprezzata al suo giusto valore". ("Miseria della filosofia")
martedì 22 aprile 2014
LAVORO PRODUTTIVO E/O IMPRODUTTIVO, IN KARL MARX*- Stefano Garroni -
Un motivo fondamentale della ricostruzione marxiana del modo capitalistico di produzione:
la produzione di MW (Mehrwert = plusvalore) è il risultato non già dell’opera del singolo lavoratore, sì piuttosto del lavoro complessivo, che si realizza mediante la cooperazione di lavoratori, dalla funzioni e dalle qualifiche diverse, ma tutti collaboranti ad un unico risultato: la produzione di una quantità di valore, superiore a quella del capitale investito (variabile plus costante). Qui può inserirsi opportunamente una nota a proposito del significato del termine tedesco Arbeiter. Sta di fatto che questo termine traduce sia ciò che noi diciamo lavoratore, sia ciò che diciamo operaio ed è vero che varie voci si son levate contro la tradizionale traduzione di Arbeiter –e quindi di Arbeitrsbewegung e di Arbeiterklasse- con <operaio> e non con il più generico <lavoratore> (donde poi, rispettivamente <movimento dei lavoratori> e <classe lavoratrice>). Naturalmente, ciò che importa non è, prima di tutto, quale termine si usi per tradurre Arbeiter (anche se la cosa non è affatto priva di importanza, data la carica di significato che, storicamente, si è accumulata sul termine <operaio>, anche per distinguere il comunista dal socialdemocratico); ciò che veramente conta è mettere in evidenza quale sia il significato, che Marx vuole trasmetterci con quel termine tedesco. Ed allora la questione non è più oziosamente filologica, ma acquista un autentico peso reale. A questo punto, scopriamo che per tradurre correttamente Arbeiter dobbiamo aver presente Das Kapital e le migliaia di pagine, che Marx scrisse su questo argomento, ma che gli editori (Engels, Kautsky, Bernstein) non ritennero di dover inserire nei tre libri canonici.
Da tale lettura ricaviamo che:
1) Arbeiter è quel lavoratore, che vende –per un certo tempo e per una certa cifra variabile (salario =Lohnarbeit)- la propria forza lavoro, producendo, invece, lavoro;
2) che dal passaggio da forza-lavoro a lavoro c’è un aumento di valore, che non vien pagato, ma che qualifica il soggetto che compie quel passaggio come lavoratore produttivo;
3) l’Arbeiter è subito parte di un lavoratore collettivo, il che comporta che vengano moltiplicati gli effetti della erogazione della singola forza lavoro: dunque, l’Arbeiter, in quanto individuo determinato, vale, all’interno del modo capitalistico di produzione, come momento particolare dell’Arbeiter come lavoratore collettivo.
4) La moltiplicazione degli effetti prodotti dall’uso della singola forza lavoro non deriva, solo, dal fatto che il soggetto reale è non il singolo, ma il lavoratore collettivo; quella moltiplicazione, infatti, è determinata, anche, dall’organizzazione del lavoro e dall’uso di tecnologie sempre più avanzate –il che significa dal crescente uso della scienza a scopi produttivi.
Se precisiamo tutto ciò, comprendiamo bene che l’Arbeiter non è un qualunque lavoratore, ma sì un lavoratore che ha certe caratteristiche storiche ben determinate. In una parola è il moderno salariato, è il lavoratore dell’epoca delle rivoluzioni tecnico-scientifiche. Insomma è l’operaio moderno, con tutto il ventaglio di qualifiche possibili, a cui Marx fa cenno.
sabato 19 aprile 2014
venerdì 18 aprile 2014
SULLA DIALETTICA - Stefano Garroni -
INTERVISTA A STEFANO GARRONI SULLA DIALETTICA
L’altra premessa necessaria è questa:
noi cominciamo a parlare della logica dialettica, Ora, il termine “logica
dialettica” può indurre in qualche equivoco. Ad esempio si può avere
l’impressione che dire “logica dialettica” significa dire qualcosa che
appartiene allo stesso ambito della logica simbolica, della logica formale,
della logica matematica ecc. E invece no, si tratta di campi diversi, di
finalità diverse. Voglio dire questo: se nella logica formale moderna il
problema è quello di stabilire regole del corretto ragionare e la verifica
della correttezza logico-formale di un’argomentazione o di un’inferenza - di un argomento, cioè, che sia stato ricavato
da precedenti proposizioni – quando invece dice “logica dialettica” si intende
qualcosa di profondamente diverso.
Si intende cioè lo studio delle regole
di cambiamento, di mutamento, di sviluppo, di una situazione data. Come Marx diceva, il concetto è la linea di
sviluppo della cose stessa: cioè il concetto non è altro che il mettere in
evidenza le leggi di movimento di un contesto determinato.giovedì 17 aprile 2014
FORMALISMO E CRITICA MARXISTA (G. LUKÀCS, A. SCHAFF, H.H. HOLZ). - Stefano Garroni -
"Cosa possiamo ricavare dal rapido profilo, che abbiamo
tracciato? Varie considerazioni, che tuttavia non consentono di valutarlo come
qualcosa di definitivo, di conclusivo –al contrario, codesto profilo non può
essere giudicato, se non come il semplice inizio (parziale) di una riflessione,
che è tutta da svolgere. Quell’importante pensatore che certamente Lukàcs fu,
non è stato solo oggetto di censure e pressioni, che ne hanno ostacolato le
possibilità di espressione; né tanto meno è stato, solo, una sorta di ‘fiore
all’occhiello’ della cultura marxista in epoca staliniana. Perché in effetti
Lukàcs è stato, anche, oggetto di confronti critici, nello stesso campo
marxista, di notevole qualità teorica e, dunque, certamente attuali (dacché
<attuale> in ambito scientifico e filosofico non è ciò di cui si parla
con insistenza e larghezza in un momento dato, piuttosto lo è ciò che si
colloca a livelli teorici profondi e, quindi, in una certa misura, che si
sottrae alla rapidamente consumatesi ‘attualità’, nell’accezione comune del
termine).
Se la riflessione lukàcciana ha dato luogo a confronti critici di
grande qualità culturale, ciò significa che l’opera del filosofo ungherese ha
svolto un’effettiva funzione di stimolo, di creazione, di sviluppo del
pensiero, che nasce da Marx. Si noti il
modo assai più articolato, in cui Holz –a differenza di Lukàcs- motiva il
rapporto tra neopositivismo e tecniche organizzative (e, dunque, di
sfruttamento) della moderna industria: non è il neopositivismo, in quanto tale,
a riflettere sul piano teorico le esigenze e lo sviluppo della moderna
organizzazione capitalistica del lavoro, piuttosto il neopositivismo può
svolgere questo ruolo, per il fatto di inserirsi nella situazione culturale ed
etico-politica, che Holz ha già descritto.
Ma tutto questo non impedisce, è
chiaro, che la stessa elaborazione lukàcciana possa rivelarsi più densa di
contraddizioni e limiti, di quanto molti marxisti non siano ancora disposti a
riconoscere. Un punto che, a mio parere, dobbiamo certamente accogliere da
Lukàcs è la convinzione che la questione del rapporto tra filosofia e scienza
sia intimamente legata a ciò che si intende per <dialettica> e, dunque, a
come si risolve la questione non solo del rapporto di Marx ad Hegel, ma anche
quello dell’interpretazione di Hegel e del peso che la filosofia classica
tedesca in generale ha sulla formazione del pensiero di Marx. Ovviamente ciò
non significa che Marx appartenga alla tradizione culturale europeo-occidentale
in un senso limitativo dell’universalità del suo pensiero.
Ma significa, forse,
che trapiantare la lezione di Marx in un terreno diverso da quello
profondamente segnato dalla filosofia classica tedesca (si ricordi che Marx
sosteneva perfino –e forse con ragione- che Proudhon non era in grado di capire
la dialettica, perché non conosceva la lingua tedesca), implicita che, nello
stesso tempo questo terreno venga trasformato, nel senso di renderlo meno
sostanzialmente estraneo al quadro europeo occidentale (non solo in senso
culturale, ma anche economico e sociale). Non approfondisco la questione,
perché essa meriterebbe una trattazione specifica e non marginale, come ora sto
facendo, anche per evitare che il lettore cada in equivoci interpretativi.
Tornando a Lukàcs ed ai suoi critici, un punto voglio ancora una volta
sottolineare: c’è dello schematismo, della meccanicità nel modo di concepire la
dialettica, particolarmente nel Lukàcs maturo e, forse, ‘metafisico’ in un
senso pre-critico. Ed è questo –mi pare- il punto su cui si son concentrate le
riserve e le osservazioni di altri marxisti, come Adam Schaff e H.H. Holz, le
cui pagine mostrano un’ ‘attualtà’ (ma nel senso, che ho prima chiarito) di
grande interesse, nella prospettiva di uno sviluppo effettivo dell’eredità di
Marx e per rendere sensato qualunque discorso sul rapporto tra filosofia
(marxista) e scienze." (S. Garroni)
Leggi tutto: http://www.metabasis.it/articoli/2/2_Garroni.pdf
mercoledì 16 aprile 2014
Rivoluzione e vita quotidiana - L. D. TROTSKIJ -
Nota introduttiva Il libro che presentiamo comprende una serie di articoli di Lev Trotskij pubblicati dalla «Pravda» nel 1923. Gli articoli erano stati elaborati da Trotskij sulla base di discussioni tenute con propagandisti comunisti nel corso di riunioni organizzate a Mosca. Questi articoli, assieme al XXI volume della Edizione Russa delle Opere complete di Trotskij, costituiscono il contributo più importante del rivoluzionario russo alla discussione sui problemi della cultura nel periodo di transizione.
Gli articoli che presentiamo
sono stati pubblicati nel 1924 in una edizione inglese dal titolo Problems
of Life che ha avuto un notevole successo. Ci limitiamo a segnalare che
Wilhelm Reich ha citato questi scritti di Trotskij nel suo volume La
rivoluzione sessuale2 e che Bernard Shaw ha scritto al riguardo: «Ieri, mentre ero in viaggio per Northampton, ho letto
i discorsi dei nostri grandi dirigenti di partito e an-che un libretto in
edizione economica scritto da Trotskij su Problems of Life. «Se si amano
espressioni di semplice grossolana crudeltà, allora è difficile considerare
qualche cosa oltre i discorsi di Birkenhead, Lloyd George e Churchill. Se invece si preferisce buon
senso, grande franchezza e capacità mentale raffinata, allora si legge sempre
Trotskij. Passare dalla campagna presidenziale nel vostro paese e dalle nostre
elezioni politiche,3 alla visione che ci offre Trotskij è come spostarsi
da un pianeta all'altro»4. Agli articoli
della «Pravda» abbiamo aggiunto tre articoli: I compiti dell'educazione
co-munista e La trasformazione della morale, tratti dal bollettino
in lingua inglese «Inpre-corr », edito a cura dell'Internazionale Comunista, e Cultura
e Socialismo, dal «Novij Mir » del gennaio 1927.
martedì 15 aprile 2014
Stefano
Se c'era un rammarico, un cruccio, di cui Stefano avrebbe voluto liberarsi, e del quale ha tentato invano di liberarsi era il fatto di non essere riuscito, secondo lui, a operare all'interno di una organizzazione che gli permettesse di dare altro corpo e altro vigore al suo lavoro di intellettuale politico, al suo compito di formare ed aiutare giovani compagni a crescere teoricamente per quelle che lui definiva imprescindibili conoscenze necessarie a chi si propone di rivoluzionare il mondo. Naturalmente non era così, nel senso che molti sono stati nel tempo i compagni, capaci, che hanno tratto vantaggio nel seguire i suoi corsi, che si sono confrontati con lui, che hanno aperto gli occhi ad una realtà che solo apparentemente sembrava chiara, e il suo lavoro è stato sempre più che generoso di riscontri positivi. Però forse aveva ragione quando lamentava come il danno più grave l'abbandono del lavoro teorico che riscontrava nelle organizzazioni comuniste. Tutte. Fosse stato per lui al primo posto avrebbe messo il lavoro teorico, lo studio, e poi certo, il lavoro pratico politico. Tutto il contrario di quello che accade oggi. E, a nostro parere, aveva ragione.
Prendiamo, tramite un compagno che ha seguito e partecipato in questi ultimi tempi al lavoro del collettivo di cui Stefano era il pilastro portante, questi versi di B. Brecht che sono stati scritti per uomini come Lui, perché con Stefano noi perdiamo non solo un amico, di più un compagno, ma soprattutto, perdiamo un'arma potente per battere il nostro nemico:
'Ci sono uomini che lottano un giorno e sono bravi, altri che lottano un anno e sono più bravi, ci sono quelli che lottano più anni e sono ancora più bravi, però ci sono quelli che lottano tutta la vita: essi sono gli indispensabili'.
Ciao Stefano!
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