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giovedì 30 luglio 2026

La favola tragica del riarmo a costo zero che strozza i conti per un decennio - Emiliano Brancaccio

Da: https://ilmanifesto.it - Emiliano Brancaccio è professore di Economia politica presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II e promotore, con Robert Skidelsky, dell’appello Le condizioni economiche per la pace pubblicato sul Financial Times , Le Monde e Econopoly de Il Sole 24 Ore . - www.emilianobrancaccio.itEmiliano Brancaccio - www.emilianobrancaccio.it - Emiliano Brancaccio - Emiliano Brancaccio

Come in un tetro copione shakespeariano, la corsa al riarmo dell’Italia prosegue inarrestabile. Per bocca del ministro Tajani, il governo abbandona le vecchie ritrosie e dichiara l’adesione al fondo “Safe” con una richiesta di prestito di 14,9 miliardi destinati al riarmo.

È l’ultimo anello di una ferrea catena di eventi passata per l’impegno assunto dalla premier ad Ankara, con Trump e gli alleati Nato: elevare la spesa militare al 5 percento del Pil. L’obiettivo implicherà un enorme carico per il bilancio pubblico. Se dunque i prestiti europei possono alleviare lo sforzo, sarà bene smettere di indugiare e chiederli subito.

Così, dopo Polonia, Cipro, Lituania, Croazia e Grecia, l’Italia si inserisce nel gruppo di testa dei paesi che hanno scelto di indebitarsi con l’Europa per armarsi.

I guerrafondai nostrani festeggiano e ci rassicurano. A loro avviso, il ricorso al prestito “Safe” è estremamente vantaggioso e dimostra pure che non c’è nessuna scelta politica da compiere tra burro e cannoni: per finanziare il riarmo non serviranno nuovi tagli alla sanità, alla scuola o allo stato sociale.

Nel campionario di falsità dei cocchieri della guerra, questa rientra senza dubbio tra le più ardite. La realtà del “Safe”, infatti, è ben più infida di quanto venga in queste ore narrato.

Innanzitutto, esaminiamo i presunti vantaggi del prestito europeo. Il tasso d’interesse che l’Italia pagherà dovrebbe risultare di 40 punti base inferiore alla media degli oneri solitamente pagati sui titoli nazionali, con un risparmio conseguente di circa 60 milioni annui. Ma questo minuscolo sconto cambia solo di una virgola l’aggravio sui conti pubblici. Infatti, per rimborsare il “Safe”, l’Italia dovrà tirar fuori mezzo miliardo all’anno già a partire dal prossimo anno e un miliardo all’anno in futuro, quando bisognerà rimborsare anche il capitale. Tutto si può dire eccetto che le armi saranno gratis.

Quanto alla presunta capacità del finanziamento europeo di evitare che la spesa bellica sia coperta sacrificando altre voci di bilancio, anche qui i conti della vulgata guerrafondaia non tornano. Il prestito “Safe” rappresenta appena il 15 percento dell’impegno preso da Meloni ad accrescere di oltre 100 miliardi la spesa militare entro il 2035. Sommando gli oneri del rimborso, mancano all’appello almeno 90 miliardi all’anno. Dove potranno mai esser trovati, se non da compressioni ulteriori del welfare? Si capisce che l’avvento di un’austerity bellica è tutt’altro che scongiurato.

L’adesione al “Safe” europeo richiederà l’approvazione del parlamento. Lo snodo potrebbe aiutare a capire se l’impulso alla guerra sia in grado di scompaginare le attuali alleanze. In effetti, nella maggioranza, qualcuno già scalpita contro il prestito. Se nel blocco meloniano dovessero contarsi defezioni, è facile prevedere un appello del governo a una «opposizione responsabile». Del resto, tra gli avversari di Meloni, c’è chi non vede l’ora di votare il “Safe”. Non è implausibile che spunti una rinnovata maggioranza pro-riarmo.

All’appuntamento sarà bene giungere con idee chiare. A partire da una constatazione decisiva, finora trascurata nel dibattito prevalente. Il boom della spesa bellica imposto in sede Nato ha ben poco a che fare con gli sbandierati obiettivi di difesa contro potenziali aggressioni esterne.

In larga misura, infatti, risulta associato a impegni militari situati oltre i confini dei paesi membri: dal dominio delle vie commerciali e dei transiti marittimi, all’impossessamento delle fonti di energia del nemico, al controllo finanziario di paesi terzi. Si tratta, in sintesi, di riarmo classicamente “imperiale”.

A questa funesta impostazione il fondo “Safe” europeo aderisce in pieno. Una ragione cristallina per cui va respinto.

lunedì 27 luglio 2026

Brancaccio: “Grazia a Roggero? Sia chiesta anche per Battisti” - Michele Franco

Da: https://contropiano.org - Emiliano Brancaccio è professore di Politica economica presso l'Università del Sannio - Emiliano Brancaccio - www.emilianobrancaccio.it - Emiliano Brancaccio - Emiliano Brancaccio 

Vedi anche: Emiliano Brancaccio, G8 DI GENOVA, MOMENTO PROFETICO DELLA MORTE DELLA DEMOCRAZIA LIBERALE (Video completo del convegno: https://www.radioradicale.it/.../vento-a-25-genova-soffia...)


Meloni, Salvini e Nordio annunciano la richiesta di grazia per Mario Roggero, il gioielliere incarcerato per avere ucciso gli uomini che avevano rapinato il suo negozio. I giudici l’hanno condannato, chiarendo che le modalità dell’omicidio sono del tutto estranee alla legittima difesa.

Ma le destre sostengono le ragioni del condannato con una operazione ideologica che travalica la singola vicenda giudiziaria e allude a una precisa idea di giustizia, classista e dispotica. Abbiamo chiesto un parere a Emiliano Brancaccio, professore di economia politica alla università Federico II di Napoli ed esponente della ricerca marxista contemporanea.

D. Sulla vicenda Roggero, le destre si sono mobilitate. Persino Elon Musk ha dichiarato che bisognerebbe condannare i giudici, non l’imputato. Lei che ne pensa?

Che dobbiamo osservare questi singoli fenomeni come fossero frammenti di una valanga. Da tempo assistiamo a una doppia tendenza, nell’occidente liberaldemocratico e in modo particolare in Italia: le libertà civili e politiche precipitano mentre la tutela del diritto di proprietà si rafforza.

Per esempio, l’indice V-Dem dell’Università di Goteborg ci dice che dall’inizio del secolo l’indice che misura le tutele contro i maltrattamenti compiuti dalle forze dell’ordine è caduto del 10 percento. E negli anni del governo Meloni l’indicatore che misura la tutela delle libertà di riunione e di manifestazione è crollato del 67 percento. I diritti civili e politici, insomma, sono molto meno tutelati rispetto al passato.

Di contro, la Heritage Foundation segnala che nello stesso periodo i dispositivi legali di difesa della proprietà del capitale si sono rafforzati, di oltre 10 punti percentuali. Sono mutamenti di portata storica, eppure per qualcuno ancora non bastano.

In Italia e altrove, le destre intendono accelerare queste due tendenze. E a tale scopo sfruttano ogni occasione, ogni pretesto. Incluso il dramma di Mario Roggero, delle sue vittime e delle rispettive famiglie. Strumentalizzare la tragedia serve a veicolare un preciso messaggio politico: chi difende la proprietà deve godere di impunità. La valanga del diritto deve andare avanti.

D. Meloni e soci preparano le carte per chiedere a Mattarella la grazia a Roggero. Con quali conseguenze?

mercoledì 15 luglio 2026

A CHI CONVIENE CHE NON SI PARLI DI “LOTTA DI CLASSE”? Fra eguali diritti decide la forza. - Lavinia Marchetti

Da: https://laviniamarchetti.substack.com - Lavinia Marchetti - Lavinia MarchettiLavinia Marchetti -  Lavinia Marchetti 

Leggi anche: (Lavinia Marchetti che-cosa-vuole-davvero-il-comunismo

Orientarsi nel labirinto della lotta di classe* - Elena Maria Fabrizio 

La lotta di classe nell’antichità greca e romana*- Geoffrey de Ste. Croix 

Per il comunismo. Il concetto di classe - Roberto Fineschi 

Sulla coscienza di classe nell'attuale fase del capitalismo* - VITTORIO RIESER 

Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850 - Friedrich Engels, Introduzione (1895) 

MARX E LA RIVOLUZIONE DEL 1848 - Irene Viparelli 

La Comune di Parigi e i giudizi dei contemporanei - In appendice l'"indirizzo" di K. Marx sull'epica impresa dei "comunardi" 

CLASSE (lotta di) - Emiliano Brancaccio 

Classe, lotta di classe e prostituzione - Gianfranco Pala

Le classi nel mondo moderno* - Alessandro Mazzone 

Classi e lotta di classe dopo la “crisi del marxismo”?* - Alessandro Mazzone

ESSERE MARXISTA, ESSERE COMUNISTA, ESSERE INTERNAZIONALISTA OGGI - Samir Amin 

IL CAPITALE E’ UN RAPPORTO SOCIALE (MA QUALE?) - Gianfranco La Grassa 

Salario minimo - Gianfranco Pala 

Vitalità della riflessione marxiana e marxista sull’ideologia - Alessandra Ciattini 

LA LOTTA DI CLASSE DOPO LA LOTTA DI CLASSE - Luciano Gallino 

il comunista: Ripensare Marx - Stefano Garroni -


Vi sono parole che non si possono più pronunciare senza provare il tipico senso di disagio dei nostri tempi, quasi avessimo paura di essere considerati anacronistici, o sentirci dare degli “idealisti”, peraltro senza che nessuno abbia la minima “idea” di che cosa significhi idealismo. La volta scorsa abbiamo parlato della parola “comunismo”, stavolta ce n’è un’altra, se possibile ancora più controversa, talmente controversa che non la sento nominare da anni: “lotta di classe”. Non la sento nominare e mai come oggi abbiamo “classi”. L’abbiamo seppellita con solennità alla caduta del Muro, e di nuovo quando ci hanno spiegato che eravamo diventati tutti “ceto medio”, piccoli azionisti di noi stessi, imprenditori della propria biografia. Eppure la parola ritorna, ostinata, come ritornano i morti a cui non è stata data giusta sepoltura. Ritorna nei magazzini della logistica dove il tempo si conta in secondi, si affaccia dagli appartamenti tenuti sfitti in attesa del rendimento, riappare nella cifra oscena per cui dodici uomini valgono, in denaro contante, quanto la metà povera dell’umanità, torna nella costante perdita di diritti, sul lavoro, nelle piazza e inesorabilmente torna quando per salvarci la vita dobbiamo pagare 800 euro per una tac e non li abbiamo. Questa è la “differenza di classe”. Non è niente di complicato.

Il Manifesto del 1848 esordiva appunto con uno spettro, e con una tesi che il tempo non ha smentito, «la storia di ogni società esistita fino a questo momento è storia di lotte di classi». Al di là dello slogan e oltre la sua caricatura, voglio prenderla sul serio questa frase, interrogandomi e interrogandovi, con lentezza, su che cosa significhi davvero lotta di classe, quali siano le classi che si fronteggiano dietro la scenografia dell’uguaglianza formale, e a chi giovi, con esattezza, che di tutto ciò si smetta di parlare. Un lettore, commentando il mio scritto sul comunismo, mi ha obiettato che la lotta di classe andrebbe archiviata perché seminerebbe odio. Anche molti studenti, dopo il mio intervento, mi hanno parlato dei dubbi che li assillavano davanti a questi termini che associano alle rivolte degli anni ‘60/’70 del secolo scorso, o addirittura, qualcuno, allo stalinismo.

CHE COS’È UNA CLASSE?

domenica 12 luglio 2026

Sulla crisi economica del capitalismo - Prabhat Patnaik

Da: https://monthlyreview.org - Prabhat_Patnaik è professore emerito presso il Centro di Studi Economici e Pianificazione dell'Università Jawaharlal Nehru di Nuova Delhi. - Prabhat Patnaik - 

Vedi anche: Presentazione del libro “Il declino dell’impero americano”, con la curatrice prof.ssa Alessandra Ciattini 

La guerra per le risorse energetiche: Petrolio - Domenico Moro

Caso Palantir: l’azienda che potrebbe aiutare i governi ad attuare la sorveglianza di massa - Maria Bosco, Silvia Benevenuta 

La classe transatlantica di Epstein - Prof. Kees v.d. Pijl 

"Siamo già nella Terza Guerra Mondiale" - Jiang Xueqin 

"L'Iran e Gaza sono solo l'inizio" - Chris Hedges

Leggi anche: Marxiana - Stefano Garroni 

Accumulazione per espropriazione. La nuova fase del capitalismo - David Harvey 

"L'ATTACCO ALL'IRAN E' LA NUOVA SCOMMESSA CAPITALISTA DI TRUMP E SOCI" - Umberto De Giovannangeli intervista Emiliano Brancaccio

La pericolosità degli Stati Uniti - Alessandro Volpi 

Il debito federale (pubblico) degli Stati Uniti - Alessandro Volpi

La maschera razionale della nuova barbarie - Paolo Massucci 

COME MAI LE GUERRE OCCIDENTALI SONO AUTOLESIONISTE E INVECE DI FARCI RICCHISSIMI CI STANNO BUTTANDO NELLA MISERIA? - David Colantoni


La crisi strutturale del capitalismo attuale presenta almeno due importanti aspetti economici. Il primo è la stagnazione generale e l'aumento della disoccupazione con cui il capitalismo mondiale, nella sua fase neoliberista, si è confrontato. In molti casi, come negli Stati Uniti, l'aumento della disoccupazione è mascherato da una riduzione del tasso di partecipazione al mercato del lavoro, ma la sua realtà è innegabile. La stagnazione era già evidente prima della pandemia: il tasso di crescita decennale dell'economia mondiale nel decennio 2010-2019 è stato inferiore a quello di qualsiasi altro decennio precedente, a partire dalla Seconda Guerra Mondiale. 

Quota crescente di eccedenze e sovrapproduzione ex ante

La ragione di questa stagnazione risiede nella natura stessa del capitalismo neoliberista, che ha visto un massiccio aumento della disuguaglianza di reddito e ricchezza all'interno di ciascun paese. Poiché il capitale, compresa la finanza, gode di una mobilità globale più o meno libera sotto il regime neoliberista, mentre i lavoratori rimangono confinati nei rispettivi paesi (tranne quando specificamente autorizzati a migrare), i lavoratori dei paesi avanzati competono di fatto con i lavoratori a basso salario del Sud del mondo, verso i quali il capitale può sempre essere delocalizzato. Di conseguenza, i lavoratori dei paesi avanzati non registrano quasi alcun aumento dei loro salari reali, nemmeno in termini assoluti: infatti, Joseph Stiglitz ha stimato che il salario reale medio di un lavoratore americano di sesso maschile nel 2011 fosse leggermente inferiore a quello del 1968. 1

Allo stesso tempo, nonostante qualsiasi delocalizzazione delle attività dal Nord al Sud, le ingenti riserve di lavoro del Sud – eredità del suo passato coloniale – non si esauriscono. Al contrario, aumentano in rapporto alla forza lavoro, grazie al sostanziale incremento della produttività del lavoro che si verifica ovunque a seguito dell'adozione di un cambiamento tecnologico più rapido, quest'ultimo conseguenza dell'intensificarsi della concorrenza nel mercato mondiale sotto l'assetto neoliberista. La persistenza delle riserve di lavoro in termini relativi implica che i salari reali nel Sud del mondo rimangono più o meno legati al livello di sussistenza.

Pertanto, sia al Nord che al Sud il vettore dei salari reali aumenta a malapena, anche se la produttività del lavoro cresce rapidamente, determinando un aumento della quota di surplus economico nella produzione mondiale e anche all'interno dei singoli paesi. 2 Poiché in media una quota maggiore del reddito viene consumata dai lavoratori rispetto a coloro che vivono del surplus economico, un aumento della quota di surplus economico ha l'effetto di contenere la domanda di consumo e quindi la domanda aggregata rispetto alla produzione realizzabile. Ciò a sua volta genera una tendenza ex ante alla sovrapproduzione, di cui la stagnazione e l'aumento della disoccupazione effettivamente osservati sono manifestazioni. 3

sabato 4 luglio 2026

Si può essere comunisti e liberali? - Michele Santoro presenta Emiliano Brancaccio

Da: Michele Santoro presenta - Michele_Santoro è un giornalista, conduttore televisivo, autore televisivo, produttore televisivo e politico italiano - Emiliano Brancaccio è professore di Economia politica presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II e promotore, con Robert Skidelsky, dell’appello Le condizioni economiche per la pace pubblicato sul Financial Times , Le Monde e Econopoly de Il Sole 24 Ore . - www.emilianobrancaccio.it - - Emiliano Brancaccio - www.emilianobrancaccio.it - Emiliano Brancaccio - Emiliano Brancaccio

Leggi anche: Proseguono le discussioni su 'Libercomunismo' di Emiliano Brancaccio 

INTERVISTA A EMILIANO BRANCACCIO: "NON FERMATE I FLUSSI DI PERSONE. FERMATE I FLUSSI DI CAPITALI" - Emiliano Brancaccio

Vedi anche: Una discussione con Lucio Caracciolo intorno al volume "Libercomunismo" di Emiliano Brancaccio.

Da Trump agli Eurobond: la catastrofe capitalista è inevitabile? - Emiliano Brancaccio 


Emiliano Brancaccio, autore di "Libercomunismo. Scienza dell'utopia" edizione Feltrinelli, dialoga con 
Michele Santoro sulla possibilità di unire pianificazione collettiva e libertà individuale per costruire un mondo nuovo. 


mercoledì 10 giugno 2026

Proseguono le discussioni su 'Libercomunismo' di Emiliano Brancaccio -

Da: Emiliano Brancaccio - Emiliano Brancaccio è professore di Politica economica presso l'Università del Sannio - Emiliano Brancaccio - www.emilianobrancaccio.it - Emiliano Brancaccio - Emiliano Brancaccio

(Qui il link a tutte le recensioni e ai dibattiti su 'Libercomunismo' - https://www.emilianobrancaccio.it/2026/01/20/libercomunismo-scienza-dellutopia

Proseguono le discussioni su 'Libercomunismo'. Rilievi preziosi di Filippo Barbera, critica costruttiva di Nicolò Bellanca, grande la confusione epistemologica sotto il cielo del sovranista Alessandro Visalli, che prova a tirare Losurdo dalla sua parte. La situazione è eccellente.

"...In questa prospettiva, la leva patrimoniale di Staglianò resta giusta ma non esaurisce il problema. Per Brancaccio, infatti, il punto non è solo redistribuire ex post una ricchezza mal distribuita, quanto impedire ex ante che la concentrazione del capitale svuoti progressivamente la democrazia, trasformi la libertà economica di pochi nella riduzione delle libertà di tutti e renda lo stato sempre più permeabile agli interessi dominanti. Non si può difendere la libertà senza mettere in discussione la concentrazione del potere economico [...] 
Brancaccio accenna a un’interessantissima proposta relativa a un tipo di pianificazione, non sul modello sovietico, ma basata su incontri contingenti tra elementi eterogenei che, quando si stabilizzano in una configurazione nuova, producono qualcosa di “necessario a posteriori” che non era scritto da nessuna parte prima che accadesse. Il piano diventa così una sorta di architettura istituzionale sperimentalista, che lascia spazio all’emergere dell’imprevisto invece di soffocarlo sotto procedure standardizzate. 
Florio, dal canto suo e in modo analogo a Brancaccio, insiste sui rapporti tra stato e intelligenza sociale diffusa, senza però tematizzare che la trasformazione in decisione istituzionale richiede di affrontare l’intermediazione politica e il conflitto organizzato..."
(Filippo Barbera su Libercomunismo, l'Indice). 

"...Occorre superare l’arroccamento del “politicamente corretto” e le posture identitarie che lo contraddistinguono. Ma il populismo non è la soluzione. Infatti, per oltre un decennio il cosiddetto “momento populista” è stato al centro della fase di superamento-estenuazione della “revoca”. Brancaccio, ed anche io, lo ritiene un’occasione persa. Ma divergiamo sulla prognosi. O, in altro modo, su quali “rami secchi” tagliare. Uno di questi rami permane in Libercomunismo, è la natura ‘cristologica’ del proletariato [...] 
Come accade nei molti casi stigmatizzati da Losurdo nel suo ultimo libro, Il marxismo occidentale, del quale Brancaccio è un coerente esponente, riconnettendosi alla sua radice utopica, finisce per considerare ogni distruzione reale come passo necessario verso il progresso..." 
(Alessandro Visalli, Intorno a Emiliano Brancaccio e il “Libercomunismo”, l'Interferenza). 

"...Brancaccio costringe il lettore progressista a uscire da due consolazioni. La prima è liberale: il capitalismo sarebbe compatibile con la democrazia, salvo eccessi da correggere. La seconda è moralistica: la guerra nascerebbe soprattutto da cattivi governanti, ideologie aggressive, autocrazie arretrate. Contro entrambe, egli argomenta che il capitale lasciato alla sua libertà non produce la libertà di tutti. Produce centralizzazione. E quando la centralizzazione incontra confini geopolitici in mutamento, debiti, crediti, risorse strategiche, può produrre guerra. Ma proprio perché questa diagnosi è forte, va interrogata nel suo punto più ambizioso. La centralizzazione del capitale basta a spiegare la chiusura del mondo contemporaneo? O occorre guardare anche a un secondo movimento?..." 
(Nicolò Bellanca su Libercomunismo, Micromega) 

(Qui il link a tutte le recensioni e ai dibattiti su 'Libercomunismo' - https://www.emilianobrancaccio.it/2026/01/20/libercomunismo-scienza-dellutopia)

martedì 19 maggio 2026

sabato 16 maggio 2026

L’economia globale di due superpotenze separate in casa - Emiliano Brancaccio

Da: https://ilmanifesto.it - www.emilianobrancaccio.it - Emiliano Brancaccio è professore di Politica economica presso l'Università del Sannio - Emiliano BrancaccioEmiliano Brancaccio - Emiliano Brancaccio - 


“Stesso letto, sogni diversi”. Il malizioso proverbio cinese sintetizza bene i rapporti sino-americani alla vigilia del vertice di Pechino tra Xi e Trump.

Stati Uniti e Cina sono coppia di antica data. Condividono le stesse lenzuola dai tempi del Permanent Normal Trade Relations Act approvato dal Congresso Usa nel 2000, premessa per l’adesione del gigante cinese al Wto. Nella semplificazione sovranista, furono i democratici di Clinton a gettare l’America tra le braccia dell’economia cinese in ascesa. Non andò così. Quella decisione fu presa col consenso bipartisan dei repubblicani.

Del resto, erano gli anni gloriosi del dominio americano sul mondo. Gli Stati Uniti scrivevano le regole del capitalismo globale e gli altri si adeguavano.

Infilare la Cina nella mondializzazione washingtoniana era considerato il coronamento finale di tutto il progetto. Nella sconfinata fabbrica cinese, fatta di 700 milioni di zelanti e frugali lavoratori, Wall Street vide l’occasione di uno spettacolare gioco speculativo intercontinentale, tuttora operativo.

Per un quarto di secolo, da un lato la Cina ha concesso all’America ingenti prestiti a tassi d’interesse risibili, dall’altro lato le aziende americane hanno estratto immani profitti dalle partecipate cinesi. Con un risultato paradossale: tra dare bassi interessi e avere alti dividendi, l’indebitato capitalismo americano ha guadagnato dalle nozze coi cinesi fino a 100 miliardi all’anno di redditi netti.

Un matrimonio asimmetrico, spinato per Pechino e ovattato per Washington.

venerdì 24 aprile 2026

Quando il pesce grande mangia il pesce piccolo. Su “Libercomunismo” di Emiliano Brancaccio - Emanuele Zinato

Da: https://laletteraturaenoi.it - Emanuele Zinato è un critico letterario, italianista e saggista italiano, professore di letteratura italiana contemporanea all'Università di Padova. È il curatore delle opere di Paolo Volponi per Einaudi. - Emiliano Brancaccio è professore di Economia politica presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II e promotore, con Robert Skidelsky, dell’appello “Le condizioni economiche per la pace” pubblicato sul Financial Times , Le Monde e Econopoly de Il Sole 24 Ore . - Emiliano Brancaccio - www.emilianobrancaccio.it


Vedi anche: sullo scritto di Ernesto Che Guevara "L'uomo e il socialismo a Cuba" - Alessandra Ciattini 


I. La tendenza alla centralizzazione del Capitale

Libercomunismo. Scienza dell’utopia (Feltrinelli, 2026) di Emiliano Brancaccio è un piccolo libro di economia politica, esito di un grande lavoro di ricerca collettiva, che condivide con i lettori una sfida, sconvolgente per almeno tre ragioni: 1) svela scientificamente la gravità della nostra catastrofe; 2) impiega uno stile saggistico, figurale ed efficace, capace di dar conto con chiarezza delle sue acquisizioni; 3) indica il compito, concretamente utopico, che ci sta davanti.

Queste tre ragioni forti del libro sono inattuali nel nostro presente, erede del pensiero debole. Per mezzo secolo l’economia “neoclassica” è stata patrimonio teorico del Capitale e l’intero sistema accademico ha propugnato il dogma delle invalicabili virtù del mercato: impossibile e indesiderabile del resto oltrepassarle, secondo il senso comune, dato il fallimento del “socialismo reale”. Se in questi decenni il capitalismo è stato considerato benefico e insuperabile, e se perfino i centri sociali sono stati intesi come un’intuizione del marketing, il termine comunismo ha potuto di contro diventare il significante di un cadavere, un’attardata, nostalgica e ridicola utopia.

Il primo sintomo che Brancaccio sospettosamente analizza sta sotto gli occhi di tutti: si tratta della “odierna ostinazione a dichiarare morto il comunismo per poi continuamente percuoterlo e ammazzarlo di nuovo” (p. 12). Ci si può chiedere: perché sprecare tanto denaro e tante parole per infamare un defunto inoffensivo? Da Berlusconi a Trump, la retorica politica recente è stata un susseguirsi di ingiurie rivolte ai “comunisti”, perciò il “persistente terrore del potere verso l’ipotetica minaccia comunista esige una spiegazione più scientifica” (p. 14).

domenica 29 marzo 2026

La vittoria presenta il conto alle opposizioni - Emiliano Brancaccio

Da: https://ilmanifesto.it - Emiliano Brancaccio è professore di Economia politica presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II e promotore, con Robert Skidelsky, dell’appello Le condizioni economiche per la pace pubblicato sul Financial Times , Le Monde e Econopoly de Il Sole 24 Ore . - Emiliano Brancaccio - www.emilianobrancaccio.itEmiliano Brancaccio - 


È stato detto che bisogna avere caos dentro per generare una stella danzante. È un’immagine che descrive bene l’Italia di questi giorni. Il tentativo di Meloni e accoliti di assoggettare anche il potere giudiziario al governo è stato affossato dalla vittoria del no al referendum.

Ma come si possa trarre dal magma di opposizioni alla riforma una precisa alternativa politica, resta ancora ostico da decifrare.

Dal caleidoscopio di moventi che hanno decretato la vittoria del No, di sicuro emergono due dati cristallini.

Il primo dato è che specie al centro e al nord il sì ha prevalso nei quartieri ricchi delle città metropolitane. In gran parte, è quel mondo di proprietari e professionisti serventi che hanno fornito l’interpretazione autentica del referendum, sintetizzata nel monito di Giorgia Meloni: «Non disturbare chi vuole fare». Il sì è stato da questi inteso come l’avvio di una nuova stagione, diciamo pure di «liberismo illiberale», in cui i padroni potessero avere mani più libere anche dinanzi alla legge e ai giudici. Ebbene, il progetto di questa «ztl padronale» è uscito severamente sconfitto dal referendum.

Il secondo dato è la massa inedita di giovani, elettori ed elettrici, pervase dal timore di separarsi dalla costituzione delle origini e dalla voglia di dare concreta attuazione alla carta. Soprattutto, sconvolti dal genocidio di Gaza e disgustati dall’ignavia compiacente del governo in carica, i giovani del no hanno rivendicato l’urgenza di rivitalizzare i principi costituzionali. A partire dal ripudio della guerra, invocato come bussola operativa della politica estera.

mercoledì 11 marzo 2026

Yesterday's Papers: Il punto di vista della Cina sulla crisi globale - Kikko Schettino

Da: https://grad-news.blogspot.com/2026/03/yesterdays-papers-il-punto-di-vista.html?m=1 - Francesco Schettino: https://www.facebook.com

Leggi anche: "L'ATTACCO ALL'IRAN E' LA NUOVA SCOMMESSA CAPITALISTA DI TRUMP E SOCI" - Umberto De Giovannangeli intervista Emiliano Brancaccio 

Come la Cina interpreta la crisi globale, dal venezuela all'aggressione all'Iran - (Da: herta manenti)  
La discussione si basa principalmente su un rapporto di ricerca pubblicato su 《现代国际关系》 (Contemporary International Relations), la rivista dei China Institutes of Contemporary International Relations (CICIR), uno dei think tank strategici più influenti della Cina che fornisce analisi ai decisori politici di Pechino. La rivista, pubblicata dal CICIR, è una delle principali sedi di analisi di politica internazionale in Cina e ospita studi su politica globale, economia e sicurezza internazionale. 
Piuttosto che interpretare gli eventi recenti in Iran e Venezuela come crisi isolate, vale la pena di esplorare come gli studiosi cinesi li inquadrino come parte di una trasformazione più ampia dell’ordine globale, plasmata dalla sicurezza energetica, dal potere finanziario e dalla competizione geopolitica. 
Il video riflette inoltre sulla posizione dell’Europa all’interno di questo sistema in evoluzione ed esamina come la cultura strategica cinese — spesso caratterizzata da pragmatismo di lungo periodo e pazienza strategica — affronti le crisi internazionali in modo diverso rispetto alle dottrine militari occidentali. 
Questa prospettiva può risultare particolarmente rilevante per chi è interessato alla geopolitica multipolare e alle trasformazioni delle relazioni tra Cina, Medio Oriente, America Latina e Sud globale. 


...e un altro punto di vista che però forse ci dice la stessa cosa ma da una angolazione diversa... 
"DIETRO LA GUERRA USA IN IRAN GRANDI POTERI FINANZIARI E AFFARICOLOSSALI" | Prof. Alessandro Volpi (Da: Radio Radio TV): 

In un panorama economico globale segnato da crescenti tensioni geopolitiche e instabilità finanziaria, gli Stati Uniti affrontano una delle sfide più ardue della loro storia recente. Con un debito pubblico che ha sfiorato i 38,86 trilioni di dollari a marzo 2026, secondo i dati del Tesoro americano, il Paese si trova a gestire un fardello che assorbe risorse enormi, con pagamenti netti di interessi proiettati oltre il trilione di dollari quest'anno dal Congressional Budget Office. I rendimenti sui titoli del Tesoro a 10 anni, intorno al 4,13%, rendono il finanziamento sempre più oneroso, mentre circa un terzo del debito pubblico detenuto dal pubblico – pari a oltre 10 trilioni – maturerà nei prossimi 12-14 mesi, richiedendo un rifinanziamento a tassi più elevati. 
In questo contesto, l'analisi del professor Alessandro Volpi, docente di storia contemporanea all'Università di Pisa, offre una prospettiva incisiva. 

martedì 10 marzo 2026

"L'ATTACCO ALL'IRAN E' LA NUOVA SCOMMESSA CAPITALISTA DI TRUMP E SOCI" - Umberto De Giovannangeli intervista Emiliano Brancaccio

Da: https://www.unita.it - Umberto-De-Giovannangeli Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente. Umberto De Giovannangeli - Emiliano Brancaccio è professore di Economia politica presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II e promotore, con Robert Skidelsky, dell’appello “Le condizioni economiche per la pace” pubblicato sul Financial Times , Le Monde e Econopoly de Il Sole 24 Ore . - Emiliano Brancaccio - www.emilianobrancaccio.it

Vedi anche:  Da Trump agli Eurobond: la catastrofe capitalista è inevitabile? - Emiliano Brancaccio 

Leggi anche: A PROPOSITO DI "LIBERCOMUNISMO" DI EMILIANO BRANCACCIO - Domenico Suppa


«Pensare che Usa e Israele bombardano per liberare è infantile. Il vagheggiato rischio di una atomica di Teheran ricorda la fialetta “fake” di Colin Powell. Ridimensionare l’Iran significa mettere in sicurezza la zona per promuovere gli affari degli americani e dei loro alleati, a dispetto della Cina. Ma potrebbe andar male...»

"..Stati Uniti e Israele sono soci in affari di dittature persino più oppressive della teocrazia Iraniana. Sarebbero disposti a mettere al vertice del paese un altro grande Ayatollah, anche più feroce verso le libertà, purché favorisca gli affari con loro..


Dall’Iran, al Bahrein, al Libano, alla Turchia, fino a Cipro. La guerra si spande e investe ormai anche i confini dell’Unione europea. A una settimana dall’inizio dell’attacco Israelo-Americano all’Iran, resta incerta la strategia di Trump e dei suoi alleati. Ne discutiamo con Emiliano Brancaccio, docente di economia politica all’Università Federico II, autore del recente volume ‘Libercomunismo’, che dedica ampio spazio alle cause capitalistiche degli attuali conflitti militari. 

D: Professor Brancaccio, nel suo ultimo libro lei ha sostenuto che la politica estera degli Stati Uniti è destinata ad assumere caratteri compulsivi, come “scatti nervosi di una mostruosa tigre ferita, chiusa nella sua stessa gabbia”. E ha previsto che da declamata isolazionista, l’America di Trump si sarebbe presto rimessa a tracciare i perimetri dell’impero col sangue. I fatti di questi giorni confermano la sua previsione? 

R: Direi di sì. E smentiscono gli illusi che speravano in un “Trump pacifista”, che avrebbe rispettato l’impegno con gli elettori “maga” ad abbandonare i teatri di guerra internazionali. Come tutte le crisi dei grandi imperi, la crisi egemonica dell’America indebitata non sfocerà in un placido e silenzioso ritiro del gigante in declino. Sarà un processo caotico, conflittuale, doloroso per il mondo intero. 

mercoledì 25 febbraio 2026

Da Trump agli Eurobond: la catastrofe capitalista è inevitabile? - Emiliano Brancaccio

Da: Il Fatto Quotidiano -  Emiliano Brancaccio è professore di Economia politica presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II e promotore, con Robert Skidelsky, dell’appello Le condizioni economiche per la pace pubblicato sul Financial Times , Le Monde e Econopoly de Il Sole 24 Ore . - Emiliano Brancaccio - www.emilianobrancaccio.it -

Leggi anche: L’arte di non capire la guerra al fine di perpetuarla - EMILIANO BRANCACCIO  
A PROPOSITO DI "LIBERCOMUNISMO" DI EMILIANO BRANCACCIO - Domenico Suppa 
Vedi anche: "LIBERCOMUNISMO" SU RAI NEWS 24 - https://www.youtube.com/watch?v=r6ozl3C0Ho8 

L'intervita di Franz Baraggino a Emiliano Brancaccio: 

martedì 10 febbraio 2026

A PROPOSITO DI "LIBERCOMUNISMO" DI EMILIANO BRANCACCIO - Domenico Suppa

Da: l'Unità (https://www.unita.it) -  Emiliano Brancaccio è professore di Politica economica presso l'Università del Sannio - www.emilianobrancaccio.it - Emiliano Brancaccio -Domenico Suppa Professore di Economia Politica presso l'Università Giustino Fortunato di Benevento. 


Il compito intellettuale che si è dato Emiliano Brancaccio in questi anni è alto: innovare il metodo scientifico di Marx e misurare la sua forza attraverso dibattiti coi massimi esponenti della teoria e della politica economica mondiale. Capi economisti del FMI, premi Nobel, primi ministri, banchieri centrali. Un bagaglio dialettico per molti versi unico nella vita di un singolo studioso. 

Summa di queste esperienze è l'ultimo libro di Brancaccio, intitolato “Libercomunismo. Scienza dell'utopia” (Feltrinelli, p. 176, euro 12,35, in libreria dal 10 febbraio). Testo scorrevole e avvincente, scritto per essere apprezzato a più livelli, dal grande pubblico come dagli addetti ai lavori. Per gli esigenti, una densa appendice illumina la metodologia dell’opera. Per i militanti, gli “appunti per un manifesto” in coda al volume offrono provocatori aforismi per l’azione. 

Il testo riabilita lo scopo più ambizioso del Marx scienziato: disvelare le “tendenze” della società capitalistica, con il loro portato di catastrofi e sovversioni. L’obiettivo metodologico è esplicito: chiudere la stagione del “post-moderno” inaugurata da Jean François Lyotard, con il suo carico di pregiudizi verso lo studio del “movimento storico”. 

A tale scopo, il volume rielabora un tema centrale nelle ricerche di Brancaccio: la centralizzazione del capitale “nelle mani di pochi barbari”, una “tendenza” del capitalismo teorizzata da Marx e oggi comprovata dai dati. Il libro mostra in che modo il processo di centralizzazione si instilli, come un veleno, in ogni aspetto della contemporaneità. Nello sfruttamento del lavoro e della natura, nella subordinazione della scienza alla logica del profitto, nello sviluppo di una ottundente psicologia di massa, nel conflitto tra capitali che sfocia nella guerra militare tra i popoli. 

E in un orizzonte funesto, che l’autore chiama “oltrefascismo”. Definizione apertamente contrapposta a quella di “fascismo eterno” suggerita da Umberto Eco. Mentre Eco scagionava la democrazia liberale, Brancaccio la considera sia responsabile che vittima della tendenza catastrofica in atto. 

Piano epistemologico e piano politico si fondono quindi nella ricerca di uno sbocco alternativo alla barbarie della centralizzazione “oltrefascista”. E’ l’idea che la libera espressione dell'individualità sociale si manifesterà solo nella repressione della libertà del capitale centralizzato. Il “libercomunismo” viene cioè inteso come integrazione di pianificazione collettiva e libertà individuale, secondo una formula inedita che si misura criticamente con le discussioni precedenti, da Galvano Della Volpe a Norberto Bobbio. 

La base scientifica del libro conferisce forza a una polemica che non risparmia nessuna dottrina alla moda. Ne escono male Bernard Henry Levy e i bellicisti liberali, con le loro giustificazioni “etiche” di guerre che sono in realtà dettate da interessi capitalistici. 

Ma la polemica è corrosiva anche verso Ernesto Laclau e i teorici del populismo, interpretato dall’autore senza mezzi termini: un “retrivo capitalismo”. 

Agli stessi movimenti di emancipazione contro il maschilismo, il razzismo, le discriminazioni sessuali e “l'offesa alle diversità di corpi e pensieri”, l’autore pone un problema: restare nell’angusto orizzonte liberale significa assecondare la “tendenza” all’oltrefascismo. Significa morire. 

“Libercomunismo” è un’opera che, prima di creare il nuovo, offre solide ragioni per distruggere le vecchie mode di pensiero. Anche per questo è un libro destinato a suscitare dibattito.

martedì 6 gennaio 2026

L’arte di non capire la guerra al fine di perpetuarla - EMILIANO BRANCACCIO

 Da: https://ilmanifesto.it/4 Gennaio 2026 - Emiliano Brancaccio è professore di Politica economica presso l'Università del Sannio - Emiliano Brancaccio - www.emilianobrancaccio.it 

Se la guerra non termina ma si spande da un emisfero all’altro del mondo, forse è anche perché non abbiamo ben compreso la sua moderna natura. Dobbiamo allora sforzarci di capire meglio.

A tale scopo, siamo chiamati a giudicare il metodo dell’attuale geopolitica, l’interpretazione oggi prevalente della guerra. Disciplina che sembra affascinare tutti, dagli storici illustri ai comuni cittadini. Moda imperante, co me fu l’interpretazione liberista del mondo negli anni precedenti alle grandi crisi. 

Stando ai suoi stessi apologeti, l’attuale geopolitica sembra una cosa piuttosto vaga. I tautologi la denominano “realismo”. Gli scaltri la definiscono “non scienza”. Gli ingenui la chiamano nientemeno che “buon senso”. Persino i suoi alfieri, insomma, ammettono che una vera epistemologia della geopolitica non esiste. Dobbiamo trarre l’implicazio ne che si tratti di un mero pour parler? Talvolta dotta, talaltra rozza, ma pur sempre chiacchiera? 

Sarà bene iniziare a contemplare questa possibilità. Ma se così fosse, la recita del rosario chiamata geopolitica, pur priva di basi scientifiche, potrebbe nascondere ai suoi stessi adepti uno scopo profondo. Quello di convincere le masse che la storia sia popolata da personaggi illustri, dotati di nomi, cognomi, tenute d’ordinanza e virtù sacre. Condottieri valorosi chiamati a guidare le nazioni verso destini primordiali segnati da catene montuose e sbocchi verso il mare. Magari cinici, come il cosiddetto “realismo” impone. O pazzi che odono voci, come la vulgata insinua. Ma che in ogni caso mandano i popoli in guerra per scopi antichi e nobilitanti. Vale a dire: terra, etnia, sicurezza, gloria. E per tali scopi discettano con preti e militari, non certo con affaristi e speculatori. 

La geopolitica che innalza la guerra al di sopra dello sterco del demonio, questo è il proposito. La geopolitica che dunque si fa ideologia, e in quanto tale pretende di situarsi al di sopra dell’economia politica e della sua critica. Deriva vecchia e funesta. Ma efficace, alla portata di intelligenze bambine. 

Del resto, così grave è il regresso intellettuale che oggi suona troppo difficile persino la lezione materialista di due giovani rivoluzionari di metà Ottocento: «La storia di ogni società finora esistita è storia di lotte di classi». Lotte tra e dentro le classi, che poi esondano in scontri armati. Un approccio che spoglia la “geopolitica” dell’abito borghese e la pone al servizio dell’analisi critica del capitale. Una visione che mostra finalmente la guerra come cosa bassa e sporca, quanto i flussi di denaro dei padroni per i quali masse di giovani innocenti muoiono e ancora morranno. 

Eppure, dinanzi a parole così scientificamente nitide, i geopolitici alla moda ancora si affannano a chiedere: in questo complicato intrico di interessi di classe, che fine hanno fatto i nomi dei condottieri? Dei Luigi Bonaparte? Degli Stalin? Dei Reagan? E degli altri Cesari votati a indicare la via della Russia, dell’America e di tutti quei complicati oggetti chiamati “nazioni”, guarda caso anch’esse rese antropomorfe, come fossero algide donne destinate a nobili missioni? 

Il punto è che gli odierni geopolitici si attardano su questo debole approccio soggettivista poiché sanno davvero poco delle strutture del capitale e dei loro vincoli oggettivi. Ma questa scarsa conoscenza ha portato alcuni di essi a commettere errori madornali, come assecondare la risibile narrazione di Donald Trump quale agente di pace. La verità è che non hanno nemmeno una chiara nozione di quell’indebitamento estero che ha forzato gli Stati Uniti a ritirare le truppe dai lontani teatri di guerra che essi stessi avevano aperto anni fa. Non hanno capito che il debito verso il mondo rende l’America sempre meno capace di dominare il mondo. E quindi la induce a ridefinire il perimetro egemonico, e magari a concentrare la violenza nel “cortile di casa”. 

Per i geopolitici à la page, sembra che in fondo il capitalismo non sia mai giunto. Per loro pare tutto un medioevo, sia pure attualizzato. 

Sui giornali e in televisione, è dunque tutto un teatro di commentatori che discettano di guerra e pace senza mai afferrare le loro basi materiali. Ma che proprio per questo, a ben vedere, risultano funzionali a chi la guerra la decide. Possiamo dire, in fin dei conti, che l’odierna geopolitica capitalista è l’arte di non capire la guerra al fine di perpetuarla. In ciò sta il suo inconscio servigio. E la sua estrema miseria. 

In altre fasi si sarebbero organizzati confronti collettivi per distinguere la vana chiacchiera dalla lotta scientifica e politica, per la verità materiale, la giustizia e la pace. Oggi questa comune fatica non esiste. Eppure la scelta è sempre tra genio collettivo e idiozia individuale. Al momento ci tocca l’idiozia, purtroppo. Per costruire la comune intelligenza che demistifichi il domani serviranno cervelli più giovani e attrezzati. Soprattutto, più smaliziati verso l’ideologia capitalista dominante.

sabato 19 luglio 2025

Chi ha bisogno di Marx nel 2025? - Yanis Varoufakis

Da: The Guardian, luglio 2025 (Per il sito del Guardian, clicca qui) - https://www.yanisvaroufakis.eu - 

Yanis Varoufakis è un economista, accademico e politico greco naturalizzato australiano. - 

Vedi anche: Varoufakis e Sachs a Confronto su Guerra, Clima e Futuro Globale 

IL CASO VAROUFAKIS - Emiliano Brancaccio

Per liberarci dai nostri signori tecnofeudali, dobbiamo pensare come Karl Marx. Le corporazioni ci deprederebbero di risorse, ma possiamo riprendere il controllo.

Una giovane donna che ho incontrato di recente ha osservato che non era tanto la pura malvagità a spingerla a infuriarsi, quanto piuttosto persone, o istituzioni, capaci di fare del bene che invece danneggiavano l'umanità. Le sue riflessioni mi hanno fatto pensare a Karl Marx, la cui critica al capitalismo era proprio questa: non tanto per il fatto che fosse sfruttatore, quanto per il fatto che ci disumanizzasse e ci alienasse, pur essendo una forza così progressista.

I sistemi sociali precedenti potrebbero essere stati più oppressivi o sfruttatori del capitalismo. Tuttavia, solo sotto il capitalismo gli esseri umani sono stati così completamente alienati dai nostri prodotti e dall'ambiente, così separati dal nostro lavoro, così privati anche di un minimo di controllo su ciò che pensiamo e facciamo. Il capitalismo, soprattutto dopo essere entrato nella sua fase tecnofeudale , ci ha trasformati tutti in una qualche versione di Calibano o Shylock: monadi in un arcipelago di sé isolati la cui qualità della vita è inversamente proporzionale all'abbondanza di aggeggi prodotti dai nostri moderni macchinari.

I giovani lo percepiscono. Ma la reazione contro i migranti, le politiche identitarie, per non parlare della distorsione algoritmica delle loro voci, li paralizzano. Ma qui rientra Marx con consigli su come superare questa paralisi – buoni consigli che giacciono sepolti sotto le sabbie del tempo.

venerdì 11 luglio 2025

IL CASO VAROUFAKIS - Emiliano Brancaccio

Da: Emiliano Brancaccio - https://www.facebook.com/emiliano.brancaccio.3 - Emiliano Brancaccio è professore di Politica economica presso l'Università del Sannio - Emiliano Brancaccio - www.emilianobrancaccio.it

“[..] Quando Varoufakis sostenne che non avrebbe applicato l’articolo 65 del trattato per non far sentire i risparmiatori greci ‘di serie B’ rispetto ai risparmiatori europei, commise un errore. Un errore di posizionamento nella linea di demarcazione di classe. [..]” 

“[..] Per quelle che sono le testimonianze di Varoufakis e per quelle che sono le memorie di Tspiras, era difficile trovare anche nella Russia e nella Cina dei possibili interlocutori esteri in caso di uscita dal sistema dell’Unione monetaria europea. Tuttavia, io credo vi fossero le condizioni per muoversi nella direzione dell’applicazione dell’articolo 65. Si sarebbe lanciato un diverso segnale al movimento internazionale di classe. Diverso dal messaggio che purtroppo abbiamo ereditato da quella tragedia: la messa in ginocchio dei rivoltosi, in Grecia e in tutta Europa [..]”. 

NEL DECENNALE DELLA TRAGEDIA GRECA 

Nel decennale della tragedia greca, troppe parole al vento di chi poco sapeva allora e meno ricorda oggi. Qui una retrospettiva per più di un verso ancora valida. Con un’aggiunta. Nello scontro tra i mega-blocchi, all'epoca ancora latente, la crisi greca avrebbe potuto rivelarsi fattore sia di accelerazione sia di reinterpretazione. In un’ottica internazionale di classe, oggi più che mai assente, oggi più che mai necessaria. (E. Brancaccio)

                                                                            

domenica 25 maggio 2025

Siamo nel nostro “momento Lenin”? - Emiliano Brancaccio

Da: https://www.rosalux.de - Emiliano Brancaccio è professore di Economia politica presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II e promotore, con Robert Skidelsky, dell’appello “Le condizioni economiche per la pace” pubblicato sul Financial Times , Le Monde e Econopoly de Il Sole 24 Ore . - Emiliano Brancaccio - www.emilianobrancaccio.it - 


Una statua di Lenin a Osh, Kirghizistan.CC BY-SA 4.0 , Foto: Wikimedia Commons / Adam Harangozó


L'istante, il "momento" decisivo: il concetto è diffuso tra gli scienziati di ogni tipo. In fisica, Galileo chiamava "momento" la diminuzione della gravità di un corpo che poggia su un piano inclinato. In economia, si parla di "momento di Minsky", dal nome del teorico Hyman Minsky, per descrivere il momento in cui una bolla speculativa sui mercati finanziari raggiunge la sua massima estensione prima di scoppiare. In tutti questi casi è implicito un cambiamento di scenario: il "momento" come punto di svolta nelle "leggi del moto" di un sistema.

Applicando questa idea all'indagine dei processi storici, sembra lecito azzardare che il tumulto globale che osserviamo oggi possa essere definito qualcosa di simile a un "momento Lenin". Il riferimento, tuttavia, non è a Vladimir Lenin, il rivoluzionario bolscevico in sé, quanto piuttosto a Vladimir Lenin, l'infaticabile studioso che, allo scoppio della Prima guerra mondiale, scrisse il suo famoso saggio su " Imperialismo: fase suprema del capitalismo" , un testo che continua a rivelarsi estremamente utile per comprendere le tendenze storiche ancora oggi.

L'Imperialismo di Lenin è un'opera più sottovalutata dagli economisti volgari che sopravvalutata dai comunisti ortodossi. Non può certo essere definita "scientifica" in senso moderno: la falsificazione popperiana – o qualsiasi altra modalità di verifica empirica – è resa impraticabile dal tenore narrativo dell'opera. La sua lettura, tuttavia, offre una cornucopia di intuizioni altamente originali, da cui molteplici generazioni di studiosi, marxisti e non, hanno tratto spunto per ricerche pionieristiche. [1]

L'intuizione leniniana che meglio ha resistito alla prova del tempo è il nesso tra l'intreccio dei rapporti internazionali di credito e debito, i correlati processi di centralizzazione del capitale in blocchi monopolistici contrapposti e la conseguente mutagenesi della lotta economica in un vero e proprio conflitto militare. Il "momento Lenin", potremmo dire, è proprio quel punto di svolta angoscioso degli eventi: l'ora del terrore collettivo in cui l'intreccio della competizione capitalista trabocca nello scontro armato. In questo senso, la guerra in Ucraina e le sue conseguenze, che saranno molto lunghe e tortuose, possono essere considerate il "momento Lenin" di questa nuova era di disordine mondiale.