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venerdì 24 aprile 2026

Quando il pesce grande mangia il pesce piccolo. Su “Libercomunismo” di Emiliano Brancaccio - Emanuele Zinato

Da: https://laletteraturaenoi.it - Emanuele Zinato è un critico letterario, italianista e saggista italiano, professore di letteratura italiana contemporanea all'Università di Padova. È il curatore delle opere di Paolo Volponi per Einaudi. - Emiliano Brancaccio è professore di Economia politica presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II e promotore, con Robert Skidelsky, dell’appello “Le condizioni economiche per la pace” pubblicato sul Financial Times , Le Monde e Econopoly de Il Sole 24 Ore . - Emiliano Brancaccio - www.emilianobrancaccio.it


Vedi anche: sullo scritto di Ernesto Che Guevara "L'uomo e il socialismo a Cuba" - Alessandra Ciattini 


I. La tendenza alla centralizzazione del Capitale

Libercomunismo. Scienza dell’utopia (Feltrinelli, 2026) di Emiliano Brancaccio è un piccolo libro di economia politica, esito di un grande lavoro di ricerca collettiva, che condivide con i lettori una sfida, sconvolgente per almeno tre ragioni: 1) svela scientificamente la gravità della nostra catastrofe; 2) impiega uno stile saggistico, figurale ed efficace, capace di dar conto con chiarezza delle sue acquisizioni; 3) indica il compito, concretamente utopico, che ci sta davanti.

Queste tre ragioni forti del libro sono inattuali nel nostro presente, erede del pensiero debole. Per mezzo secolo l’economia “neoclassica” è stata patrimonio teorico del Capitale e l’intero sistema accademico ha propugnato il dogma delle invalicabili virtù del mercato: impossibile e indesiderabile del resto oltrepassarle, secondo il senso comune, dato il fallimento del “socialismo reale”. Se in questi decenni il capitalismo è stato considerato benefico e insuperabile, e se perfino i centri sociali sono stati intesi come un’intuizione del marketing, il termine comunismo ha potuto di contro diventare il significante di un cadavere, un’attardata, nostalgica e ridicola utopia.

Il primo sintomo che Brancaccio sospettosamente analizza sta sotto gli occhi di tutti: si tratta della “odierna ostinazione a dichiarare morto il comunismo per poi continuamente percuoterlo e ammazzarlo di nuovo” (p. 12). Ci si può chiedere: perché sprecare tanto denaro e tante parole per infamare un defunto inoffensivo? Da Berlusconi a Trump, la retorica politica recente è stata un susseguirsi di ingiurie rivolte ai “comunisti”, perciò il “persistente terrore del potere verso l’ipotetica minaccia comunista esige una spiegazione più scientifica” (p. 14).

domenica 29 marzo 2026

La vittoria presenta il conto alle opposizioni - Emiliano Brancaccio

Da: https://ilmanifesto.it - Emiliano Brancaccio è professore di Economia politica presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II e promotore, con Robert Skidelsky, dell’appello Le condizioni economiche per la pace pubblicato sul Financial Times , Le Monde e Econopoly de Il Sole 24 Ore . - Emiliano Brancaccio - www.emilianobrancaccio.itEmiliano Brancaccio - 


È stato detto che bisogna avere caos dentro per generare una stella danzante. È un’immagine che descrive bene l’Italia di questi giorni. Il tentativo di Meloni e accoliti di assoggettare anche il potere giudiziario al governo è stato affossato dalla vittoria del no al referendum.

Ma come si possa trarre dal magma di opposizioni alla riforma una precisa alternativa politica, resta ancora ostico da decifrare.

Dal caleidoscopio di moventi che hanno decretato la vittoria del No, di sicuro emergono due dati cristallini.

Il primo dato è che specie al centro e al nord il sì ha prevalso nei quartieri ricchi delle città metropolitane. In gran parte, è quel mondo di proprietari e professionisti serventi che hanno fornito l’interpretazione autentica del referendum, sintetizzata nel monito di Giorgia Meloni: «Non disturbare chi vuole fare». Il sì è stato da questi inteso come l’avvio di una nuova stagione, diciamo pure di «liberismo illiberale», in cui i padroni potessero avere mani più libere anche dinanzi alla legge e ai giudici. Ebbene, il progetto di questa «ztl padronale» è uscito severamente sconfitto dal referendum.

Il secondo dato è la massa inedita di giovani, elettori ed elettrici, pervase dal timore di separarsi dalla costituzione delle origini e dalla voglia di dare concreta attuazione alla carta. Soprattutto, sconvolti dal genocidio di Gaza e disgustati dall’ignavia compiacente del governo in carica, i giovani del no hanno rivendicato l’urgenza di rivitalizzare i principi costituzionali. A partire dal ripudio della guerra, invocato come bussola operativa della politica estera.

mercoledì 11 marzo 2026

Yesterday's Papers: Il punto di vista della Cina sulla crisi globale - Kikko Schettino

Da: https://grad-news.blogspot.com/2026/03/yesterdays-papers-il-punto-di-vista.html?m=1 - Francesco Schettino: https://www.facebook.com

Leggi anche: "L'ATTACCO ALL'IRAN E' LA NUOVA SCOMMESSA CAPITALISTA DI TRUMP E SOCI" - Umberto De Giovannangeli intervista Emiliano Brancaccio 

Come la Cina interpreta la crisi globale, dal venezuela all'aggressione all'Iran - (Da: herta manenti)  
La discussione si basa principalmente su un rapporto di ricerca pubblicato su 《现代国际关系》 (Contemporary International Relations), la rivista dei China Institutes of Contemporary International Relations (CICIR), uno dei think tank strategici più influenti della Cina che fornisce analisi ai decisori politici di Pechino. La rivista, pubblicata dal CICIR, è una delle principali sedi di analisi di politica internazionale in Cina e ospita studi su politica globale, economia e sicurezza internazionale. 
Piuttosto che interpretare gli eventi recenti in Iran e Venezuela come crisi isolate, vale la pena di esplorare come gli studiosi cinesi li inquadrino come parte di una trasformazione più ampia dell’ordine globale, plasmata dalla sicurezza energetica, dal potere finanziario e dalla competizione geopolitica. 
Il video riflette inoltre sulla posizione dell’Europa all’interno di questo sistema in evoluzione ed esamina come la cultura strategica cinese — spesso caratterizzata da pragmatismo di lungo periodo e pazienza strategica — affronti le crisi internazionali in modo diverso rispetto alle dottrine militari occidentali. 
Questa prospettiva può risultare particolarmente rilevante per chi è interessato alla geopolitica multipolare e alle trasformazioni delle relazioni tra Cina, Medio Oriente, America Latina e Sud globale. 


...e un altro punto di vista che però forse ci dice la stessa cosa ma da una angolazione diversa... 
"DIETRO LA GUERRA USA IN IRAN GRANDI POTERI FINANZIARI E AFFARICOLOSSALI" | Prof. Alessandro Volpi (Da: Radio Radio TV): 

In un panorama economico globale segnato da crescenti tensioni geopolitiche e instabilità finanziaria, gli Stati Uniti affrontano una delle sfide più ardue della loro storia recente. Con un debito pubblico che ha sfiorato i 38,86 trilioni di dollari a marzo 2026, secondo i dati del Tesoro americano, il Paese si trova a gestire un fardello che assorbe risorse enormi, con pagamenti netti di interessi proiettati oltre il trilione di dollari quest'anno dal Congressional Budget Office. I rendimenti sui titoli del Tesoro a 10 anni, intorno al 4,13%, rendono il finanziamento sempre più oneroso, mentre circa un terzo del debito pubblico detenuto dal pubblico – pari a oltre 10 trilioni – maturerà nei prossimi 12-14 mesi, richiedendo un rifinanziamento a tassi più elevati. 
In questo contesto, l'analisi del professor Alessandro Volpi, docente di storia contemporanea all'Università di Pisa, offre una prospettiva incisiva. 

martedì 10 marzo 2026

"L'ATTACCO ALL'IRAN E' LA NUOVA SCOMMESSA CAPITALISTA DI TRUMP E SOCI" - Umberto De Giovannangeli intervista Emiliano Brancaccio

Da: https://www.unita.it - Umberto-De-Giovannangeli Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente. Umberto De Giovannangeli - Emiliano Brancaccio è professore di Economia politica presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II e promotore, con Robert Skidelsky, dell’appello “Le condizioni economiche per la pace” pubblicato sul Financial Times , Le Monde e Econopoly de Il Sole 24 Ore . - Emiliano Brancaccio - www.emilianobrancaccio.it

Vedi anche:  Da Trump agli Eurobond: la catastrofe capitalista è inevitabile? - Emiliano Brancaccio 

Leggi anche: A PROPOSITO DI "LIBERCOMUNISMO" DI EMILIANO BRANCACCIO - Domenico Suppa


«Pensare che Usa e Israele bombardano per liberare è infantile. Il vagheggiato rischio di una atomica di Teheran ricorda la fialetta “fake” di Colin Powell. Ridimensionare l’Iran significa mettere in sicurezza la zona per promuovere gli affari degli americani e dei loro alleati, a dispetto della Cina. Ma potrebbe andar male...»

"..Stati Uniti e Israele sono soci in affari di dittature persino più oppressive della teocrazia Iraniana. Sarebbero disposti a mettere al vertice del paese un altro grande Ayatollah, anche più feroce verso le libertà, purché favorisca gli affari con loro..


Dall’Iran, al Bahrein, al Libano, alla Turchia, fino a Cipro. La guerra si spande e investe ormai anche i confini dell’Unione europea. A una settimana dall’inizio dell’attacco Israelo-Americano all’Iran, resta incerta la strategia di Trump e dei suoi alleati. Ne discutiamo con Emiliano Brancaccio, docente di economia politica all’Università Federico II, autore del recente volume ‘Libercomunismo’, che dedica ampio spazio alle cause capitalistiche degli attuali conflitti militari. 

D: Professor Brancaccio, nel suo ultimo libro lei ha sostenuto che la politica estera degli Stati Uniti è destinata ad assumere caratteri compulsivi, come “scatti nervosi di una mostruosa tigre ferita, chiusa nella sua stessa gabbia”. E ha previsto che da declamata isolazionista, l’America di Trump si sarebbe presto rimessa a tracciare i perimetri dell’impero col sangue. I fatti di questi giorni confermano la sua previsione? 

R: Direi di sì. E smentiscono gli illusi che speravano in un “Trump pacifista”, che avrebbe rispettato l’impegno con gli elettori “maga” ad abbandonare i teatri di guerra internazionali. Come tutte le crisi dei grandi imperi, la crisi egemonica dell’America indebitata non sfocerà in un placido e silenzioso ritiro del gigante in declino. Sarà un processo caotico, conflittuale, doloroso per il mondo intero. 

mercoledì 25 febbraio 2026

Da Trump agli Eurobond: la catastrofe capitalista è inevitabile? - Emiliano Brancaccio

Da: Il Fatto Quotidiano -  Emiliano Brancaccio è professore di Economia politica presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II e promotore, con Robert Skidelsky, dell’appello Le condizioni economiche per la pace pubblicato sul Financial Times , Le Monde e Econopoly de Il Sole 24 Ore . - Emiliano Brancaccio - www.emilianobrancaccio.it -

Leggi anche: L’arte di non capire la guerra al fine di perpetuarla - EMILIANO BRANCACCIO  
A PROPOSITO DI "LIBERCOMUNISMO" DI EMILIANO BRANCACCIO - Domenico Suppa 
Vedi anche: "LIBERCOMUNISMO" SU RAI NEWS 24 - https://www.youtube.com/watch?v=r6ozl3C0Ho8 

L'intervita di Franz Baraggino a Emiliano Brancaccio: 

martedì 10 febbraio 2026

A PROPOSITO DI "LIBERCOMUNISMO" DI EMILIANO BRANCACCIO - Domenico Suppa

Da: l'Unità (https://www.unita.it) -  Emiliano Brancaccio è professore di Politica economica presso l'Università del Sannio - www.emilianobrancaccio.it - Emiliano Brancaccio -Domenico Suppa Professore di Economia Politica presso l'Università Giustino Fortunato di Benevento. 


Il compito intellettuale che si è dato Emiliano Brancaccio in questi anni è alto: innovare il metodo scientifico di Marx e misurare la sua forza attraverso dibattiti coi massimi esponenti della teoria e della politica economica mondiale. Capi economisti del FMI, premi Nobel, primi ministri, banchieri centrali. Un bagaglio dialettico per molti versi unico nella vita di un singolo studioso. 

Summa di queste esperienze è l'ultimo libro di Brancaccio, intitolato “Libercomunismo. Scienza dell'utopia” (Feltrinelli, p. 176, euro 12,35, in libreria dal 10 febbraio). Testo scorrevole e avvincente, scritto per essere apprezzato a più livelli, dal grande pubblico come dagli addetti ai lavori. Per gli esigenti, una densa appendice illumina la metodologia dell’opera. Per i militanti, gli “appunti per un manifesto” in coda al volume offrono provocatori aforismi per l’azione. 

Il testo riabilita lo scopo più ambizioso del Marx scienziato: disvelare le “tendenze” della società capitalistica, con il loro portato di catastrofi e sovversioni. L’obiettivo metodologico è esplicito: chiudere la stagione del “post-moderno” inaugurata da Jean François Lyotard, con il suo carico di pregiudizi verso lo studio del “movimento storico”. 

A tale scopo, il volume rielabora un tema centrale nelle ricerche di Brancaccio: la centralizzazione del capitale “nelle mani di pochi barbari”, una “tendenza” del capitalismo teorizzata da Marx e oggi comprovata dai dati. Il libro mostra in che modo il processo di centralizzazione si instilli, come un veleno, in ogni aspetto della contemporaneità. Nello sfruttamento del lavoro e della natura, nella subordinazione della scienza alla logica del profitto, nello sviluppo di una ottundente psicologia di massa, nel conflitto tra capitali che sfocia nella guerra militare tra i popoli. 

E in un orizzonte funesto, che l’autore chiama “oltrefascismo”. Definizione apertamente contrapposta a quella di “fascismo eterno” suggerita da Umberto Eco. Mentre Eco scagionava la democrazia liberale, Brancaccio la considera sia responsabile che vittima della tendenza catastrofica in atto. 

Piano epistemologico e piano politico si fondono quindi nella ricerca di uno sbocco alternativo alla barbarie della centralizzazione “oltrefascista”. E’ l’idea che la libera espressione dell'individualità sociale si manifesterà solo nella repressione della libertà del capitale centralizzato. Il “libercomunismo” viene cioè inteso come integrazione di pianificazione collettiva e libertà individuale, secondo una formula inedita che si misura criticamente con le discussioni precedenti, da Galvano Della Volpe a Norberto Bobbio. 

La base scientifica del libro conferisce forza a una polemica che non risparmia nessuna dottrina alla moda. Ne escono male Bernard Henry Levy e i bellicisti liberali, con le loro giustificazioni “etiche” di guerre che sono in realtà dettate da interessi capitalistici. 

Ma la polemica è corrosiva anche verso Ernesto Laclau e i teorici del populismo, interpretato dall’autore senza mezzi termini: un “retrivo capitalismo”. 

Agli stessi movimenti di emancipazione contro il maschilismo, il razzismo, le discriminazioni sessuali e “l'offesa alle diversità di corpi e pensieri”, l’autore pone un problema: restare nell’angusto orizzonte liberale significa assecondare la “tendenza” all’oltrefascismo. Significa morire. 

“Libercomunismo” è un’opera che, prima di creare il nuovo, offre solide ragioni per distruggere le vecchie mode di pensiero. Anche per questo è un libro destinato a suscitare dibattito.

martedì 6 gennaio 2026

L’arte di non capire la guerra al fine di perpetuarla - EMILIANO BRANCACCIO

 Da: https://ilmanifesto.it/4 Gennaio 2026 - Emiliano Brancaccio è professore di Politica economica presso l'Università del Sannio - Emiliano Brancaccio - www.emilianobrancaccio.it 

Se la guerra non termina ma si spande da un emisfero all’altro del mondo, forse è anche perché non abbiamo ben compreso la sua moderna natura. Dobbiamo allora sforzarci di capire meglio.

A tale scopo, siamo chiamati a giudicare il metodo dell’attuale geopolitica, l’interpretazione oggi prevalente della guerra. Disciplina che sembra affascinare tutti, dagli storici illustri ai comuni cittadini. Moda imperante, co me fu l’interpretazione liberista del mondo negli anni precedenti alle grandi crisi. 

Stando ai suoi stessi apologeti, l’attuale geopolitica sembra una cosa piuttosto vaga. I tautologi la denominano “realismo”. Gli scaltri la definiscono “non scienza”. Gli ingenui la chiamano nientemeno che “buon senso”. Persino i suoi alfieri, insomma, ammettono che una vera epistemologia della geopolitica non esiste. Dobbiamo trarre l’implicazio ne che si tratti di un mero pour parler? Talvolta dotta, talaltra rozza, ma pur sempre chiacchiera? 

Sarà bene iniziare a contemplare questa possibilità. Ma se così fosse, la recita del rosario chiamata geopolitica, pur priva di basi scientifiche, potrebbe nascondere ai suoi stessi adepti uno scopo profondo. Quello di convincere le masse che la storia sia popolata da personaggi illustri, dotati di nomi, cognomi, tenute d’ordinanza e virtù sacre. Condottieri valorosi chiamati a guidare le nazioni verso destini primordiali segnati da catene montuose e sbocchi verso il mare. Magari cinici, come il cosiddetto “realismo” impone. O pazzi che odono voci, come la vulgata insinua. Ma che in ogni caso mandano i popoli in guerra per scopi antichi e nobilitanti. Vale a dire: terra, etnia, sicurezza, gloria. E per tali scopi discettano con preti e militari, non certo con affaristi e speculatori. 

La geopolitica che innalza la guerra al di sopra dello sterco del demonio, questo è il proposito. La geopolitica che dunque si fa ideologia, e in quanto tale pretende di situarsi al di sopra dell’economia politica e della sua critica. Deriva vecchia e funesta. Ma efficace, alla portata di intelligenze bambine. 

Del resto, così grave è il regresso intellettuale che oggi suona troppo difficile persino la lezione materialista di due giovani rivoluzionari di metà Ottocento: «La storia di ogni società finora esistita è storia di lotte di classi». Lotte tra e dentro le classi, che poi esondano in scontri armati. Un approccio che spoglia la “geopolitica” dell’abito borghese e la pone al servizio dell’analisi critica del capitale. Una visione che mostra finalmente la guerra come cosa bassa e sporca, quanto i flussi di denaro dei padroni per i quali masse di giovani innocenti muoiono e ancora morranno. 

Eppure, dinanzi a parole così scientificamente nitide, i geopolitici alla moda ancora si affannano a chiedere: in questo complicato intrico di interessi di classe, che fine hanno fatto i nomi dei condottieri? Dei Luigi Bonaparte? Degli Stalin? Dei Reagan? E degli altri Cesari votati a indicare la via della Russia, dell’America e di tutti quei complicati oggetti chiamati “nazioni”, guarda caso anch’esse rese antropomorfe, come fossero algide donne destinate a nobili missioni? 

Il punto è che gli odierni geopolitici si attardano su questo debole approccio soggettivista poiché sanno davvero poco delle strutture del capitale e dei loro vincoli oggettivi. Ma questa scarsa conoscenza ha portato alcuni di essi a commettere errori madornali, come assecondare la risibile narrazione di Donald Trump quale agente di pace. La verità è che non hanno nemmeno una chiara nozione di quell’indebitamento estero che ha forzato gli Stati Uniti a ritirare le truppe dai lontani teatri di guerra che essi stessi avevano aperto anni fa. Non hanno capito che il debito verso il mondo rende l’America sempre meno capace di dominare il mondo. E quindi la induce a ridefinire il perimetro egemonico, e magari a concentrare la violenza nel “cortile di casa”. 

Per i geopolitici à la page, sembra che in fondo il capitalismo non sia mai giunto. Per loro pare tutto un medioevo, sia pure attualizzato. 

Sui giornali e in televisione, è dunque tutto un teatro di commentatori che discettano di guerra e pace senza mai afferrare le loro basi materiali. Ma che proprio per questo, a ben vedere, risultano funzionali a chi la guerra la decide. Possiamo dire, in fin dei conti, che l’odierna geopolitica capitalista è l’arte di non capire la guerra al fine di perpetuarla. In ciò sta il suo inconscio servigio. E la sua estrema miseria. 

In altre fasi si sarebbero organizzati confronti collettivi per distinguere la vana chiacchiera dalla lotta scientifica e politica, per la verità materiale, la giustizia e la pace. Oggi questa comune fatica non esiste. Eppure la scelta è sempre tra genio collettivo e idiozia individuale. Al momento ci tocca l’idiozia, purtroppo. Per costruire la comune intelligenza che demistifichi il domani serviranno cervelli più giovani e attrezzati. Soprattutto, più smaliziati verso l’ideologia capitalista dominante.

sabato 19 luglio 2025

Chi ha bisogno di Marx nel 2025? - Yanis Varoufakis

Da: The Guardian, luglio 2025 (Per il sito del Guardian, clicca qui) - https://www.yanisvaroufakis.eu - 

Yanis Varoufakis è un economista, accademico e politico greco naturalizzato australiano. - 

Vedi anche: Varoufakis e Sachs a Confronto su Guerra, Clima e Futuro Globale 

IL CASO VAROUFAKIS - Emiliano Brancaccio

Per liberarci dai nostri signori tecnofeudali, dobbiamo pensare come Karl Marx. Le corporazioni ci deprederebbero di risorse, ma possiamo riprendere il controllo.

Una giovane donna che ho incontrato di recente ha osservato che non era tanto la pura malvagità a spingerla a infuriarsi, quanto piuttosto persone, o istituzioni, capaci di fare del bene che invece danneggiavano l'umanità. Le sue riflessioni mi hanno fatto pensare a Karl Marx, la cui critica al capitalismo era proprio questa: non tanto per il fatto che fosse sfruttatore, quanto per il fatto che ci disumanizzasse e ci alienasse, pur essendo una forza così progressista.

I sistemi sociali precedenti potrebbero essere stati più oppressivi o sfruttatori del capitalismo. Tuttavia, solo sotto il capitalismo gli esseri umani sono stati così completamente alienati dai nostri prodotti e dall'ambiente, così separati dal nostro lavoro, così privati anche di un minimo di controllo su ciò che pensiamo e facciamo. Il capitalismo, soprattutto dopo essere entrato nella sua fase tecnofeudale , ci ha trasformati tutti in una qualche versione di Calibano o Shylock: monadi in un arcipelago di sé isolati la cui qualità della vita è inversamente proporzionale all'abbondanza di aggeggi prodotti dai nostri moderni macchinari.

I giovani lo percepiscono. Ma la reazione contro i migranti, le politiche identitarie, per non parlare della distorsione algoritmica delle loro voci, li paralizzano. Ma qui rientra Marx con consigli su come superare questa paralisi – buoni consigli che giacciono sepolti sotto le sabbie del tempo.

venerdì 11 luglio 2025

IL CASO VAROUFAKIS - Emiliano Brancaccio

Da: Emiliano Brancaccio - https://www.facebook.com/emiliano.brancaccio.3 - Emiliano Brancaccio è professore di Politica economica presso l'Università del Sannio - Emiliano Brancaccio - www.emilianobrancaccio.it

“[..] Quando Varoufakis sostenne che non avrebbe applicato l’articolo 65 del trattato per non far sentire i risparmiatori greci ‘di serie B’ rispetto ai risparmiatori europei, commise un errore. Un errore di posizionamento nella linea di demarcazione di classe. [..]” 

“[..] Per quelle che sono le testimonianze di Varoufakis e per quelle che sono le memorie di Tspiras, era difficile trovare anche nella Russia e nella Cina dei possibili interlocutori esteri in caso di uscita dal sistema dell’Unione monetaria europea. Tuttavia, io credo vi fossero le condizioni per muoversi nella direzione dell’applicazione dell’articolo 65. Si sarebbe lanciato un diverso segnale al movimento internazionale di classe. Diverso dal messaggio che purtroppo abbiamo ereditato da quella tragedia: la messa in ginocchio dei rivoltosi, in Grecia e in tutta Europa [..]”. 

NEL DECENNALE DELLA TRAGEDIA GRECA 

Nel decennale della tragedia greca, troppe parole al vento di chi poco sapeva allora e meno ricorda oggi. Qui una retrospettiva per più di un verso ancora valida. Con un’aggiunta. Nello scontro tra i mega-blocchi, all'epoca ancora latente, la crisi greca avrebbe potuto rivelarsi fattore sia di accelerazione sia di reinterpretazione. In un’ottica internazionale di classe, oggi più che mai assente, oggi più che mai necessaria. (E. Brancaccio)

                                                                            

domenica 25 maggio 2025

Siamo nel nostro “momento Lenin”? - Emiliano Brancaccio

Da: https://www.rosalux.de - Emiliano Brancaccio è professore di Economia politica presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II e promotore, con Robert Skidelsky, dell’appello “Le condizioni economiche per la pace” pubblicato sul Financial Times , Le Monde e Econopoly de Il Sole 24 Ore . - Emiliano Brancaccio - www.emilianobrancaccio.it - 


Una statua di Lenin a Osh, Kirghizistan.CC BY-SA 4.0 , Foto: Wikimedia Commons / Adam Harangozó


L'istante, il "momento" decisivo: il concetto è diffuso tra gli scienziati di ogni tipo. In fisica, Galileo chiamava "momento" la diminuzione della gravità di un corpo che poggia su un piano inclinato. In economia, si parla di "momento di Minsky", dal nome del teorico Hyman Minsky, per descrivere il momento in cui una bolla speculativa sui mercati finanziari raggiunge la sua massima estensione prima di scoppiare. In tutti questi casi è implicito un cambiamento di scenario: il "momento" come punto di svolta nelle "leggi del moto" di un sistema.

Applicando questa idea all'indagine dei processi storici, sembra lecito azzardare che il tumulto globale che osserviamo oggi possa essere definito qualcosa di simile a un "momento Lenin". Il riferimento, tuttavia, non è a Vladimir Lenin, il rivoluzionario bolscevico in sé, quanto piuttosto a Vladimir Lenin, l'infaticabile studioso che, allo scoppio della Prima guerra mondiale, scrisse il suo famoso saggio su " Imperialismo: fase suprema del capitalismo" , un testo che continua a rivelarsi estremamente utile per comprendere le tendenze storiche ancora oggi.

L'Imperialismo di Lenin è un'opera più sottovalutata dagli economisti volgari che sopravvalutata dai comunisti ortodossi. Non può certo essere definita "scientifica" in senso moderno: la falsificazione popperiana – o qualsiasi altra modalità di verifica empirica – è resa impraticabile dal tenore narrativo dell'opera. La sua lettura, tuttavia, offre una cornucopia di intuizioni altamente originali, da cui molteplici generazioni di studiosi, marxisti e non, hanno tratto spunto per ricerche pionieristiche. [1]

L'intuizione leniniana che meglio ha resistito alla prova del tempo è il nesso tra l'intreccio dei rapporti internazionali di credito e debito, i correlati processi di centralizzazione del capitale in blocchi monopolistici contrapposti e la conseguente mutagenesi della lotta economica in un vero e proprio conflitto militare. Il "momento Lenin", potremmo dire, è proprio quel punto di svolta angoscioso degli eventi: l'ora del terrore collettivo in cui l'intreccio della competizione capitalista trabocca nello scontro armato. In questo senso, la guerra in Ucraina e le sue conseguenze, che saranno molto lunghe e tortuose, possono essere considerate il "momento Lenin" di questa nuova era di disordine mondiale. 

domenica 16 marzo 2025

Dazi, capitali e cannoni, protezionismo imperiale - Emiliano Brancaccio

Da: https://ilmanifesto.it - Emiliano Brancaccio è professore di Politica economica presso l'Università del Sannio - Emiliano Brancacciowww.emilianobrancaccio.it 

Vedi anche: Le condizioni economiche per la pace - Emiliano Brancaccio  

Guerra capitalista e condizioni economiche per la pace - Emiliano Brancaccio

Leggi anche: CLASSE (lotta di) - Emiliano Brancaccio 


«C’è un aggressore e c’è un aggredito». Lo slogan più martellante degli ultimi anni vive una seconda giovinezza. Applicato fino a ieri al solo tema della guerra, oggi viene riciclato nel campo delle politiche commerciali. L’odierno aggressore è infatti Trump, che si è messo a brandire l’arma dei dazi anche contro l’Unione europea. Che provocata reagisce, approvando uguali e contrarie misure protezioniste a danno di una lunga lista di prodotti made in Usa.

A prima vista sembra una classica reazione da manuale. Persino Adam Smith, precursore della dottrina del libero scambio, ammetteva la rappresaglia protezionista contro provvedimenti restrittivi stranieri. 

Smith però si premurava di aggiungere che la risposta dell’aggredito dovesse puntare alla «rimozione dei dazi o delle proibizioni che l’hanno originata». La contemplava cioè quale arma tattica, per indurre l’aggressore a ravvedersi e a ripristinare i liberi commerci. Gli sherpa dell’Ue insistono a dire che questo è esattamente l’obiettivo della reazione protezionista europea: metter paura a Trump, per indurlo a più miti consigli. La speranza è che il nuovo presidente americano torni al vecchio friend shoring: imporre dazi a tutti, tranne agli amici europei.

Ma nelle stanze del potere gli scettici ormai sgomitano. Mario Draghi è tra questi. A suo avviso, l’Ue deve elevare barriere commerciali e finanziarie non come tattica contingente ma come strategia di lungo periodo. Il motivo è che l’onda protezionista che viene dall’atlantico non è il capriccio di un altro pazzo al potere ma è la conseguenza di gravi problemi strutturali dell’economia americana, di competitività e di debito verso l’estero. Per questa ragione, la guerra economica mondiale è destinata a durare e si annuncia come una lotta di tutti contro tutti. In un tale scenario, l’Europa aggredita deve imparare a diventare potenza aggressiva, attraverso i dazi e non solo.

Ecco perché ormai lo slogan dell’aggressore e dell’aggredito suona male anche in tema di guerra. Con l’attacco all’Ucraina, la Russia si è macchiata dell’onta di avere inaugurato un’epoca di nuovi e ancor più intensi massacri globali: negare questa evidenza vorrebbe dire passare dalla padella dei pugilatori a pagamento atlantisti alla brace delle majorettes putiniane. Ma l’idea che von der Leyen e i suoi intendano riarmare l’Europa per difendersi da una possibile invasione russa è l’ennesima semplificazione di comodo.

La vera spiegazione del riarmo europeo è un’altra. Per lungo tempo i paesi Ue hanno agito da vassalli dell’impero americano. Dove l’America muoveva le truppe, lì si creavano occasioni di profitto per aziende statunitensi in primo luogo, ma subito dopo anche per imprese britanniche, francesi, tedesche, italiane. Dall’Est Europa, all’Africa, al Medio oriente, così l’imperialismo atlantico ha agito per decenni. Ma nel momento in cui la crisi del debito forza l’impero americano a ridimensionare l’area d’influenza e a caricare di dazi anche i vassalli, il problema delle diplomazie europee diventa uno solo: progettare un imperialismo autonomo, in grado di accompagnare la proiezione del capitalismo europeo verso l’esterno con una potenza militare autonoma. Ancora una volta, Draghi riconosce il punto. Macron, Merz e Meloni non lo ammettono apertamente, ma l’obiettivo è quello.

Vista sotto questa angolazione, la difesa dell’Ucraina diventa un tipico caso di scuola per il progetto imperialista europeo. Non si tratta di proteggere i confini dell’Unione da una futura invasione cosacca. Piuttosto, si tratta di riannodare con la forza i fili dell’accordo di «associazione Ue-Ucraina» iniziato nel lontano 2008. Una lunga serie di intese con un già implicito profilo imperiale, che mirava a estromettere le aziende russe dagli affari nell’area e da cui tutti i guai sono iniziati. Naturalmente, ciò che vale per il fronte insanguinato dell’Ucraina vale anche per tutte le altre linee di confine: i più grandi profitti saranno preda di chi saprà scortare i capitali con le truppe e i cannoni.

Il «momento» del nuovo imperialismo è dunque giunto. Occorre proteggere l’esportazione di capitali europei con milizie europee. Con buona pace delle bandiere blu e oro che verranno agitate in piazza, questo è lo scopo ultimo di ReArm Europe.

giovedì 14 novembre 2024

Le condizioni economiche per la pace - Emiliano Brancaccio

Da: AccademiaIISF - Emiliano Brancaccio è professore di Politica economica presso l'Università del Sannio - www.emilianobrancaccio.it 


- Saluti istituzionali Tomaso Montanari Rettore della Università per stranieri di Siena, Presidente onorario IISF
- Introduzione Geminello Preterossi Università degli studi di Salerno, Direttore di studi IISF

- Ignazio Visco sul libro di Emiliano Brancaccio Le condizioni economiche per la pace
- Modera Paola Nania GR1 Radio Uno RAI

giovedì 7 marzo 2024

La porta delle lacrime, le risa del capitale e l'inflazione. Riflessioni amare sulla crisi del Mar Rosso - Andrea Pannone

 Da: https://www.machina-deriveapprodi.com - Andrea Pannone, economista esperto nell'analisi dei processi di innovazione tecnologica e dei suoi riflessi a livello microeconomico e macroeconomico. Attualmente è ricercatore senior alla Fondazione Ugo Bordoni, ente in cui lavora dal 1993. Si è laureato con lode in Scienze Statistiche ed Economiche all’Università di Roma La Sapienza presso cui ha conseguito anche il Dottorato in Scienze Economiche. È stato docente di economia politica e di economia dei nuovi media in diversi master organizzati in Università pubbliche e private. È autore di pubblicazioni nazionali e internazionali. Ha pubblicato per DeriveApprodi «Che cos'è la guerra? La logica dei conflitti capitalistici tra XX e XXI secolo».

crisi del Mar Rosso

Nel testo odierno, Andrea Pannone riflette sulle conseguenze economiche del conflitto in Medio Oriente e delle azioni del gruppo yemenita Houthi.

È un testo molto utile perché spiega i maggiori beneficiari delle tensioni belliche, gli interessi materiali sul campo e dunque le contraddizioni tra gli attori della guerra.



La guerra nello stretto e le conseguenze sul commercio mondiale

 Come ci ricorda il National Geographic Magazine, Bab el-Mandeb, in arabo la Porta delle lacrime, è una piccola strozzatura geografica nel Mar Rosso che ha un'influenza enorme sull’economia mondiale: è un punto chiave per il controllo di quasi tutte le spedizioni tra l'Oceano Indiano e il Mar Mediterraneo attraverso il Canale di Suez[1]. Da lì, come ormai noto, passa quasi il 15% del commercio marittimo globale, compreso l’8% del commercio mondiale di cereali, il 12% del petrolio commercializzato via mare e l’8% del commercio totale di gas naturale liquefatto.

Da circa due mesi alcune navi che transitano in quel tratto sono prese di mira dai droni e dai missili del movimento yemenita Houthi, da anni sostenuto dall’Iran. Alcune navi, non tutte però. Solo le navi mercantili che navigano al largo delle coste dello Yemen e che hanno collegamenti con Israele. Gli stessi Houthi presentano gli attacchi come una risposta alla mancata condanna da parte dell’occidente al massacro che il governo di Netanyahu sta compiendo a Gaza. In realtà, si potrebbe a buon diritto sostenere (come fa ad esempio Emiliano Brancaccio nell’articolo Lo stretto necessario, il Manifesto, 23 gennaio 2024) che le azioni degli Houthi, sicuramente ben note a Teheran, vadano a vantaggio di un progetto antitetico a quello dell’Occidente che mira a contrastare, anche con l’imposizione di barriere commerciali e finanziarie, la crescente sfida dei competitor cinesi e russi al dominio economico degli Stati Uniti e al loro storico ruolo guida delle relazioni geopolitiche. Qualunque sia la loro effettiva motivazione, gli scontri armati hanno avuto come conseguenza l’aumento delle tensioni belliche in Medio Oriente e l'arrivo di navi da guerra di diversi paesi occidentali (in particolare statunitensi e britanniche, ma anche le navi italiane dovrebbero rivestire un ruolo) allo scopo di pattugliare l'area, mentre molte compagnie internazionali di shipping (ad esempio Maersk Line, Hapag Lloyd e Mediterranean Shipping Company)  stanno decidendo di tornare a percorrere come in passato la rotta più lunga e più costosa per raggiungere il Mediterraneo: quella che obbliga alla circumnavigazione dell'Africa. Difficile prevedere in prospettiva l’esito di questo nuovo scenario di guerra. Questo scritto si prefigge, coerentemente all’approccio già seguito in Pannone 2023(a) e 2023(b), di focalizzare l’attenzione non già sulle finalità  geopolitiche degli Stati o dei gruppi armati coinvolti nel gioco delle parti, quanto sugli interessi materiali dei gruppi economico-finanziari che possono trarre maggiore beneficio da un’escalation controllata del conflitto in Medio Oriente – di cui la guerra con gli Houthi è solo l’ultimo atto – e che oggi hanno il potere di plasmare le politiche dei governi e il destino dei popoli.


I maggiori beneficiari delle nuove tensioni belliche