Da: https://cavallodifuoco.it - Ascanio Bernardeschi Del Centro Studi nazionale “Domenico Losurdo” e direttore di “Diemmedi”, collabora con UniGramsci (Pisa), La Città futura e Futura Società. (APPROFONDIMENTI TEORICI (UNIGRAMSCI).
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L’attuale fase di transizione dell’economia globale è segnata da un crescente distacco dal dollaro come valuta di riferimento. Un fenomeno che ha radici profonde ma che oggi, complice la politica americana, sembra inesorabile.
Per oltre settant’anni il dollaro ha rappresentato il fulcro dell’economia mondiale. La sua centralità non è stata solo monetaria, ma geopolitica: ha permesso agli Stati Uniti di finanziare deficit enormi, di vivere al di sopra delle proprie capacità produttive e di esercitare un’influenza globale senza precedenti. Oggi, tuttavia, questo sistema mostra crepe profonde. Un numero crescente di paesi sta riducendo l’uso del dollaro nelle transazioni internazionali, nelle riserve valutarie e nei sistemi di pagamento. È il processo di dedollarizzazione, che accompagna e accelera il declino dell’egemonia statunitense e la transizione verso un ordine mondiale multipolare.
Per comprenderne la portata occorre ripercorrere la storia del dominio del dollaro, analizzare le sue basi materiali e spiegare perché oggi tali basi si stanno erodendo.
Da Bretton Woods al signoraggio del dollaro
L’ordine monetario internazionale nato dalla conferenza di Bretton Woods nel 1944 aveva un pilastro fondamentale: il dollaro ancorato all’oro. Gli Stati Uniti garantivano la convertibilità del biglietto verde, 35 dollari per un’oncia di oro, e tutte le valute degli altri stati, devastati dalla guerra e non in grado di assicurare la convertibilità in oro, erano a loro volta ancorate al dollaro. Era un sistema che riconosceva alla superpotenza vincitrice della guerra un ruolo di garante della stabilità monetaria globale.
Con la ricostruzione europea e giapponese, la supremazia industriale statunitense iniziò a ridursi. Il deficit della bilancia dei pagamenti USA crebbe costantemente. Paesi come la Francia di De Gaulle chiesero la conversione dei dollari in oro, riducendo le riserve auree statunitensi da circa 20.000 tonnellate nel 1950 a 8.000 nel 1971 (fonte: US Geological Survey). Quell’ordine crollò il 15 agosto 1971, quando il presidente Nixon sospese unilateralmente la convertibilità. L’economia americana, appesantita dalla guerra del Vietnam e da una crescente inflazione, non poteva più mantenere la promessa della convertibilità. Fu lo “shock Nixon”. Ma, se la causa di questo provvedimento fu una debolezza, le conseguenze furono paradossalmente di rafforzamento del dollaro.
Privato del suo sostegno aureo, il biglietto verde divenne una moneta puramente fiduciaria. Per garantirne la domanda, gli Stati Uniti tesero un filo diretto con l’economia reale: il patto con l’Arabia Saudita del 1973 sanciva la denominazione in dollari di tutte le transazioni petrolifere e il reinvestimento dei petrodollari nei titoli del Tesoro americano. Nasceva il sistema dei petrodollari, che assicurava alla moneta statunitense una domanda strutturale, induceva al suo impiego nelle riserve delle banche centrali e garantiva al sistema USA un formidabile meccanismo di signoraggio.
Il Presidente della Repubblica francese Valéry Giscard d’Estaing ebbe a definire “privilegio esorbitante” il vantaggio per gli Stati Uniti di un simile assetto finanziario. Tale vantaggio consisteva nella possibilità di emettere moneta per acquistare beni dal resto del mondo, che permetteva di vivere al di sopra delle proprie capacità produttive. Allo stesso tempo anche il capitalismo mondiale traeva vantaggio da questo assetto: gli USA, con i loro acquisti assicuravano uno sbocco nel proprio mercato alla sovrapproduzione globale.
La conseguenza per l’economia americana (e quella occidentale è ha seguito in seguito le medesime orme) è stata una progressiva deindustrializzazione e finanziarizzazione. Tra gli anni ’80 e 2000, la globalizzazione neoliberista ha spinto le imprese occidentali a delocalizzare la produzione in Asia, soprattutto in Cina. Negli Stati Uniti dal 2000 al 2015 sono scomparsi circa 5 milioni di posti di lavoro industriali (fonte: US Bureau of Labor Statistics); intere regioni del Midwest sono state colpite da disoccupazione strutturale. Anche in Europa le delocalizzazioni produttive verso aree a minor costo del lavoro hanno svuotato i distretti industriali, con pesanti conseguenze sociali in termini di disoccupazione, precarizzazione, impoverimento delle classi lavoratrici, crescita delle disuguaglianze e crisi delle comunità operaie. Anche la mortalità per cause sociali è cresciuta (fonte: Deaths of Despair).
È significativo qiesto dato: se nel dopoguerra il PIL degli USA era circa il 50% di quello mondiale, oggi è ridotto a circa il 15% a parità di potere d’acquisto (PPP) ed è sopravanzato da qiello della Cina.
Mentre perdeva di importanza l’industria domestica, gli Stati Uniti hanno assistito a una crescente finanziarizzazione dell’economia. La fonte principale dei profitti ha cessato di essere il pluslavoro dei peropri lavoratori ma il plusvaooro estretto altrove fagocitto per mezzo dela finanza. Hanno guardato più a questo tipo di ritorno che alla produzione reale non solo il settore finanziario in senso stretto ma anche le strategie delle grandi imprese industriali, dato il classico intreccio indissolubile fra industria e finanza. Il capitalismo americano e occidentale in genere ha virato dalla produzione materiale verso la gestione finanziaria. Il settore finanziario è cresciuto a scapito dell’economia reale fino a rappresentare oltre il 20% del PIL statunitense nel 2020 (fonte: BEA).
La posizione internazionale degli Stati Uniti, grazie alla capacità di alcuni grossi colossi finanziari di attrarre capitali globali e al peso di Wall Street, si è temporaneamente rafforzata. Alla lunga però è cresciuta la dipendenza dall’importazione di beni prodotti altrove. Sembra di rileggere la storia di precedenti egemonie (Venezia, Genova, Spagna, Inghilterra) spentesi con la loro finanziarizzazione. Nel frattempo la ricchezza si è concentrata e la centralizzazione dei capitali ha subìto una poderosa spinta, come ha documentato il team di Emiliano Brancaccio.
Tuttavia un paese si è inserito in questo meccanismo con una strategia opposta.
L’ascesa della Cina e il rovescio della medaglia
La Cina, a seguito di un grande processo di sviluppo e di trasformazioni guidato dal Partito Comunista Cinese, è divenuta il principale beneficiario della globalizzazione e la principale potenza industriale del mondo.
Già alla fine degli anni 70, sotto la presidenza di Deng Xiaoping, aveva proceduto gradualmente, a cominciare dalle “zone economiche speciali” (ZES) ad alcune riforme fondamentali dimostratesi vincenti. Inizialmente il boom delle esportazioni venne favorito dal bassissimo costo della manodopera e da produzioni a scarso contenuto tecnologico ma col tempo quel Paese è giunto a competere con le maggiori potenze economiche occidentali anche sul terreno della qualità e del contenuto tecnologico.
L’apertura ai mercati e ai capitali internazionali è accompagnata da un forte ruolo dello Stato, da una rigorosa ma flessibile pianificazione industriale di lungo periodo (i piani quinquennali), da investimenti massicci nelle infrastrutture, anche funzionali all’integrazione economica con il resto del mondo (si veda ad esempio la Belt and Road Initiative) e nella formazione (ogni anno vengono sfornati circa 5 milioni di ingegneri), dalla proprietà pubblica dei settori strategici, dalla protezione delle industrie nascenti e dall’indirizzamento del risparmio nazionale verso investimenti produttivi da parte del sistema creditizio saldamente in mano pubblica.
Anche le imprese private sono cresciute rapidamente, ma il Partito Comunista Cinese mantiene un ruolo predominante nelle scelte economiche di fondo ed è dotato di strumenti per la loro attuazione.
In tal modo, nel giro di pochi decenni, 800 milioni di cinesi sono fuoriusciti dalla povertà e un terzo della produzione industriale mondiale è made in China. In pochi decenni la “fabbrica del mondo” è divenuta leader in pannelli solari, batterie, acciaio, elettronica, robotica, infrastrutture e recentemente sta competendo anche sul terreno dell’Intelligenza Artificiale. Non c’è dubbio che questo modello sia alternativo a quello liberista in auge in Occidente e sia quindi anche un’indicazione per tanti altri paesi che stanno uscendo dal sottosviluppo.
Essendo, almeno fino agli ultimi, anni buona parte di questa produzione destinata all’esportazione, la Cina ha registrato grossi surplus commerciali e accumulato ingenti riserve, contribuendo in tal modo a finanziare il debito USA (oltre 3.200 miliardi di dollari e 1.300 miliardi in titoli del debito pubblico americano nel 2014).
Ma progressivamente, per scelte strategiche, questa anomala simbiosi ha perso di importanza e la Cina, nel tentativo di conquistare autonomia finanziaria e strategica, ha contribuito ad avviare il processo di dedollarizzazione. Infatti la sua posizione di forza di creditore si andava trasformando in un’arma a doppio taglio: le riserve in dollari erano pur sempre un credito verso un paese che si indebitava sempre di più. Per questo la Cina ha gradualmente ridotto le riserve in dollari acquistando oro e valute alternative. Alla fine del 2025, la cifra era scesa al di sotto di 700 miliardi.

Il debito pubblico USA sta viaggiando oltre i 39 trilioni, superati nel m arzo scorso, con un rapporto debito/PIL destinato a raggiungere il 137% entro un decennio. Il costo degli interessi sul debito aveva superato 1.000 miliardi di dollari all’anno già nell’anno fiscale 2024 e ha continuato a salire, superando recentemente la spesa militare. Al debito pubblico si è aggiunto un pauroso deficit della bilancia commerciale con l’estero. Il governo americano ha dovuto ricorrere a una politica monetaria espansiva – il cosiddetto quantitative easing (allentamento quantitativo) – che ha gonfiato il bilancio della Federal Reserve fino a quasi 9 trilioni di dollari. Il risultato? Un’inflazione che ha eroso il valore dei titoli del Tesoro in mano agli investitori esteri.
Il paradosso è quindi che la struttura economica degli USA è fortemente dipendente dall’economia dei paesi competitori che vengono definiti “nemici”.
La risposta di Trump: dazi e guerra commerciale
Donald Trump ha interpretato questa deriva come un’umiliazione. La sua risposta è stata il protezionismo più radicale dalla Grande Depressione: dazi pesanti sulle importazioni, in particolare dalla Cina. L’obiettivo americano è molteplice: da un lato ridurre il deficit commerciale con l’estero e tentare la reindustrializzazione del proprio territorio, con un ruolo di primo piano dell’industria bellica; dall’altro, vietando la vendita alla Cina di alcuni tipi di prodotti, come i cip necessari per l’intelligenza artificiale e altre tecnologie avanzate, impedire che la Cina acquisisca una posizione dominante nei settori industriali del futuro; infine i dazi sono ritenuti utili a “fare cassa” cercando di contenere l’esplosione del debito senza dover ricorrere alla tassazione dei propri cittadini.
Siamo quindi di fronte a una inversione di marcia rispetto al processo di globalizzazione che aveva caratterizzato i decenni precedenti. E forse proprio l’insegnamento cinese ha indotto molti paesi a riconsiderare la necessità dello strumento della politica industriale.
Insomma pare fuori di dubbio che dalla competizione tra due modelli di organizzazione dell’economia mondiale sia emerso quello vincente.
Ma il ritorno trumpiano al protezionismo si inserisce in una strategia più ampia: costringere gli alleati europei a pensare alla propria difesa e a comprare armi, petrolio e gas dagli Stati Uniti e cercare disperatamente di favorire la reindustrializzazione del Paese.
Le stesse guerre in atto costituiscono uno strumento sia geopolitico che economico. Le guerre del Golfo hanno colpito governi considerati troppo vicini alla Cina. La guerra in Ucraina si inserisce in questo disegno come tentativo di recidere i legami energetici tra Europa e Russia, e insieme colpire il principale alleato della Cina. Già la guerra del Golfo del 2003 era stata funzionale a eliminare un governo amico della Cina. Tutte queste guerre e l’allarme costruito sul “pericolo” di aggressioni da parte di Russia e Cina alimentano il complesso militare industriale.
La dedollarizzazione: un processo in accelerazione
Le politiche di Trump hanno contribuito a minare la fiducia nella solidità e credibilità istituzionale degli Stati Uniti. La minaccia ricorrente di usare le sanzioni finanziarie come arma geopolitica – come nel caso del congelamento delle risorse russe nel 2022 – ha convinto molti paesi a cercare alternative. Nel recente passato gli Stati che avevano tentato di abbandonare il dollaro venivano bombardati, devastati e i loro leader uccisi. Oggi la situazione è diversa: la supremazia militare USA è meno schiacciante e i conflitti in corso mostrano che gli Stati Uniti possono essere fronteggiati, anche grazie al ruolo diplomatico e di deterrenza della Cina.
Intendiamoci, sussiste ancora una supremazia USA sul piano militare e finanziario. Ma questa duplice supremazia si va erodendo gradualmente, come mostra l’evidenza degli enormi problemi finanziari e l’andamento deludente delle guerre in essere, direttamente o indirettamente condotte. Senza considerare che la Cina, consapevole che la terza guerra mondiale, da tempo programmata dalla NATO, è già stata innescata, si sta attrezzando meticolosamente per quando essa stessa sarà investita da questo attacco.
L’approccio aggressivo degli USA sta avendo l’effetto opposto a quello desiderato. Per esempio il sequestro delle riserve russe (circa 300 miliardi) e iraniane ha spinto molti paesi a cercare alternative al dollaro.
Assistiamo inoltre a numerosi accordi bilaterali che prevedono scambi in valute locali. Tra questi si segnalano quelli con la Russia, il Brasile, il Pakistan, l’Arabia Saudita e molti paesi africani.
L’esempio più significativo riguarda i rapporti con l’Arabia Saudita: sebbene il commercio petrolifero in yuan proceda con cautela a causa degli ostacoli legati all’utilizzo limitato della valuta cinese nei circuiti internazionali, le crescenti relazioni bilaterali – che vanno oltre il semplice scambio di petrolio – potrebbero nel tempo favorire un maggior uso dello yuan. Se il petrolio non viene più venduto esclusivamente in dollari, il sistema dei petrodollari — pilastro del signoraggio statunitense dal 1974 — potrebbe entrare in crisi.
La Cina ha promosso l’uso della propria moneta attraverso vari mezzi: l’espansione degli accordi commerciali, la creazione di infrastrutture di compensazione e regolamento in yuan e lo sviluppo dei mercati offshore dello yuan. Già prima del secondo mandato di Trump si era iniziato a individuare nuovi sistemi di pagamento.
In sostanza il sequestro di riserve di paesi sovrani, l’uso estensivo delle sanzioni economiche, l’instabilità politica interna agli USA e la crescita esponenziale del suo debito pubblico stanno spingendo ad accelerare la diversificazione dei mezzi di pagamento e della composizione delle riserve.
La Cina si è disfatta gradualmente ma massicciamente delle riserve in dollari e del debito USA, sostituendoli con oro. Nel secondo trimestre del 2025, il valore complessivo delle riserve auree globali ha superato per la prima volta nella storia quello dei titoli del Tesoro statunitense. Entro la fine del 2025, l’oro rappresentava il 27% del totale delle riserve valutarie globali ufficiali, contro il 22% dei titoli del Tesoro USA e il 15% dell’euro. Il prezzo dell’oro ha superato i 4.000 dollari l’oncia nell’ottobre 2025, con un aumento di oltre il 50% dall’inizio dell’anno, riflettendo la ricerca di un bene rifugio non legato a una moneta fiduciaria. Banche centrali di Cina, India e Arabia Saudita hanno accelerato gli acquisti di oro. Nel 2024, la Cina ha aggiunto 44 tonnellate alle sue riserve auree, mentre l’ India ne ha aggiunte 73 e la Polonia 90.
A partire dal 24 luglio 2026, diverse delle principali banche cinesi, tra cui la Industrial and Commercial Bank of China (ICBC), hanno sospeso i servizi di compravendita di oro ‘di carta’ (cioè contratti finanziari che le banche offrivano ai propri clienti, come i futures legati allo Shanghai Gold Exchange). Si tratta di strumenti che circolano a prescindere dai reali cambi di mano dell’oro reale e che negli ultimi tempi hanno subito quotazioni altalenanti a causa del loro carattere speculativo. La misura mira a proteggere i piccoli investitori dalla volatilità estrema. Tuttavia, l’operazione ha un chiaro significato strategico nel più ampio processo di dedollarizzazione. Limitando la speculazione sui derivati dell’oro, la Cina cerca di ridurre l’influenza dei mercati occidentali, dove l’offerta di oro ‘di carta’ è considerata virtualmente infinita e spesso utilizzata per deprimere il prezzo del metallo fisico. L’obiettivo è spostare il centro della formazione del prezzo globale verso i mercati asiatici, ancorati alla domanda e all’offerta di oro reale, come già avviene allo Shanghai Gold Exchange. Questo provvedimento si inserisce nella strategia più ampia che, come abbiamo visto, vede la Cina ridurre progressivamente la propria esposizione ai titoli del Tesoro statunitense e accumulare invece oro reale, diversificando le proprie riserve e promuovendo l’uso di valute alternative al dollaro negli scambi internazionali. L’impatto sulla dedollarizzazione è potenzialmente significativo: indebolendo il meccanismo di formazione del prezzo basato sulla carta, si mette in discussione uno dei pilastri del sistema dollarocentrico, spingendo il mondo verso un sistema monetario sempre più multipolare, in cui l’oro fisico torna ad assumere il ruolo di ancora di valore indipendente dalle valute emesse dagli stati. Con ciò il valore delle riserve in oro acquista una maggiore stabilità, un vantaggio non solo per la Cina ma anche per quei paesi che, nel loro percorso di dedollarizzazione, scelgono di fare affidamento sul metallo prezioso come riserva di valore alternativa al dollaro.

Gli accordi bilaterali e il ruolo dei BRICS+
La Repubblica Popolare Cinese, pur evitando di entrare nei conflitti in corso, ha rafforzato le proprie capacità militari, ha svolto un ruolo diplomatico attivo (accordo Arabia Saudita–Iran del 2023) e offre protezione economica e politica ai partner.
Negli ultimi anni la dedollarizzazione ha ricevuto un impulso decisivo dall’azione coordinata dei Brics+, l’insieme dei paesi che comprende Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica e i nuovi membri entrati nel 2024: Arabia Saudita, Iran, Emirati Arabi Uniti, Egitto ed Etiopia. Si tratta di un blocco che rappresenta:
– oltre il 45% della popolazione mondiale;
– circa il 36% del PIL globale a parità di potere d’acquisto;
– una quota crescente della produzione energetica, agricola e industriale mondiale.
Questa massa critica permette ai Brics+ di mettere in discussione il monopolio del dollaro in modo coordinato e credibile.
L’ingresso di Arabia Saudita, Iran ed Emirati Arabi Uniti ha un significato strategico: una parte crescente del petrolio e del gas mondiale può essere scambiata in valute diverse dal dollaro.
La Cina ha già acquistato partite di petrolio saudita e russo in yuan, e diversi paesi africani e asiatici stanno seguendo la stessa strada.
Il ruolo dei BRICS+ nel processo di dedollarizzazione è centrale. Il gruppo sta costruendo sistematicamente infrastrutture di pagamento alternative che aggirano completamente l’intermediazione del dollaro. Il sistema CIPS (Cross-Border Interbank Payment System), lanciato dalla Cina nel 2015 come alternativa a SWIFT, ha circa 2.000 partecipanti e nel 2023 ha elaborato più di 6,6 milioni di transazioni per un valore di 123 trilioni di yuan, in crescita del 30% rispetto all’anno precedente. Russia e Cina hanno accelerato il loro distacco finanziario dai sistemi occidentali, arrivando a condurre il 92% del commercio bilaterale in yuan e rubli nel 2024¹.
Anche l’India ha sviluppato il proprio sistema di pagamento UPI (Unified Payments Interface), che si è espanso oltre i confini nazionali attraverso accordi con Francia, Emirati Arabi Uniti e Singapore. La piattaforma mBridge, inizialmente sviluppata con la Banca dei Regolamenti Internazionali e ora operativa in autonomia, ha elaborato pagamenti per 387,2 miliardi di yuan, corrospondneti a 55 miliardi di dollari, con il 95% delle transazioni denominate in yuan digitale. L’Arabia Saudita ha aderito al progetto mBridge nel 2025, sperimentando il regolamento diretto in riyal e yuan per le transazioni energetiche, bypassando i tradizionali canali in dollari.
Da anni si discute della possibilità di creare una moneta di compensazione per gli scambi intra-Brics, un sistema di riserve condivise e un indice di riferimento basato su un paniere di valute e materie prime. Non si tratterebbe di una moneta unica come nel caso dell’euro, ma di uno strumento tecnico che ridurrebbe ulteriormente il ruolo del dollaro.
A differenza dei paesi che in passato tentarono di sottrarsi al dollaro — spesso colpiti da guerre, destabilizzazioni o sanzioni — i Brics+ dispongono oggi di capacità militari rilevanti (Cina e Russia principalmente), di un peso economico globale, di reti diplomatiche estese e di autonomia energetica e alimentare.
Questo rende la dedollarizzazione politicamente sostenibile, perché gli Stati Uniti non possono più esercitare la stessa pressione militare e finanziaria che avevano negli anni ’90 o nei primi anni 2000.
Ma la dedollarizzazione è anche un pezzo della transizione verso un ordine mondiale pluripolare, fatto anche di diversi regimi monetari. Perciò il ruolo dei BRICS+ non è solo economico ma anche politico.
Conclusioni
Molti paesi ormai vogliono ridurre la dipendenza da un sistema finanziario controllato dagli Stati Uniti. Gli scambi tra paesi emergenti crescono più rapidamente di quelli con l’Occidente, rendendo meno necessario il dollaro come intermediario. Il dominio del dollaro, pur ancora significativo, si sta gradualmente esaurendo. La sua quota nelle riserve valutarie globali è scesa dal 73% del 2001 a circa il 54%, mentre nel 2025 cresce la quota delle valute BRICS+.
La dedollarizzazione non è un evento improvviso, ma un processo storico che accompagna e favorisce il declino dell’egemonia statunitense. Il dollaro resta dominante, ma la sua centralità si riduce. La Cina e altri paesi costruiscono un ordine multipolare dove il dollaro non è più l’unica moneta di riferimento. Il declino dell’egemonia statunitense è lento ma strutturale, e la dedollarizzazione ne è insieme causa e conseguenza.
L’aggressività dell’amministrazione Trump rischia di accelerare la diversificazione delle valute del commercio globale, spingendo verso un ordine finanziario mondiale più frammentato, meno prevedibile, ma anche più equo. La Cina, all’interno dei BRICS+, persegue un approccio pragmatico alla cooperazione, più che allo scontro, cercando di costruire un quadro di sviluppo reciproco (“win-win cooperation). Il risultato potrebbe essere un mondo in cui nessuna valuta avrà più il ruolo egemonico del dollaro o l’affermazione di una valuta sovranazionale. Tuttavia, se il terreno sarà quello dello scontro, anche armato, non è da escludere che all’egemonia del dollaro subentri un’altra moneta e quella cinese è certamente la candidata numero 1.
I comunisti occidentali, pur nella loro debolezza e frammentazione, sono quindi di fronte a una grande opportunità: rispondere alla fatiscenza delle società in cui operano con una proposta in grado di rilanciare il progresso economico e sociale, quella di aderire ai BRICS+, una realtà che opera per il multilateralismo, la cooperazione internazionale basata sul dialogo e sul rilancio dell’ONU.
Certamente il multilateralismo è cosa diversa dal socialismo ma può favorirlo a partire dall’uscita da un sistema che va erodendo la democrazia, da un’Unione Europea che ha messo al bando le politiche di salvaguardia sociale già nei propri atti costituivi e di una NATO che, se mai fosse stata uno strumento difensivo, si pone oggi esplicitamente come strumento di aggressione ai popoli che vogliono essere padroni del loro destino. Il socialismo non può essere costruito se non si parte dall’antimperialismo e dalla solidarietà internazionale fra lavoratori.Ti è piaciuto questo articolo?
Note/Riferimenti
Fondo Monetario Internazionale, COFER Database e World Economic Outlook
World Bank, World Development Indicators
Banca Popolare Cinese, Annual Report
Banca d’Italia / BCE, The international role of the euro
Banca dei Regolamenti Internazionali, Annual Report
U.S. Department of the Treasury, Major Foreign Holders of Treasury Securities e dati mensili sul debito federale-
UNIDO, Industrial Statistics Database
UNCTAD, Trade and Development Report.
World Gold Council, Gold Demand Trends.
Congressional Budget Office, The Budget and Economic Outlook
Arrighi, Adam Smith a Pechino, Feltrinelli
Chomsky, Who Rules the World?, Penguin Books
Eichengreen, Globalizing Capital. A History of the International Monetary System, Princeton University Press.
B. Eichengreen, Exorbitant Privilege, Oxford University Press.
D. Rodrik, The Globalization Paradox, Oxford University Press.
E. Brancaccio, R. Giammetti, S.Lucarelli, La guerra capitalista. Competizione, centralizzazione, nuovo conflitto imperialista, Mimesi
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