La tracotanza della risposta pervenuta dal sottosegretario agli Esteri, Edmondo Cirielli, si riassume in pochi semplici passaggi che rimarcano l’assoluta sudditanza del Governo Meloni alle politiche criminali di Netanyahu e di Trump; le considerazioni nei confronti di Francesca Albanese si commentano da sole.
Per il Governo, il suo comportamento è in antitesi ai principi di “integrità” e “buona fede” e questo la rende responsabile di “intaccare la fiducia nell’intero sistema dell’Onu”.
Cirielli ci tiene a sottolineare che la giurista “non rappresenta, né esprime, le posizioni del governo italiano”. E le sanzioni degli Stati Uniti che l’hanno inserita in una black-list alla pari di un qualsiasi terrorista? Il sottosegretario taglia corto e la definisce “una decisione autonoma statunitense”.
Si prendono quindi le distanze dall’autrice del report “Gaza genocide: a collective crime”, presentato lo scorso ottobre, che ha sortito l’effetto di generare altro odio da parte di Israele nei suoi confronti. “Il governo italiano dissente dalle posizioni espresse in diverse occasioni da Francesca Albanese, sia a titolo personale, sia nelle funzioni di relatrice speciale”, si legge ancora nella risposta. La Farnesina ribadisce quindi che il rapporto “si colloca oltre i limiti del mandato specifico” del relatore speciale. Ma non basta. L’Italia evidenzia “l’assoluta inosservanza da parte della dottoressa Albanese di principi quali integrità, imparzialità e buona fede”, al punto “non solo da compromettere la legittimità dell’incarico”, ma “di intaccare la fiducia nell’intero sistema delle Nazioni Unite”. Secondo il nostro Governo, l’Onu sarebbe quindi screditato a causa della stessa Albanese. Nella vergognosa risposta della Farnesina viene infine volutamente evitato di fornire, con precisione e nel dettaglio, i numeri sugli aiuti umanitari nella Striscia. Il sottosegretario si limita a sciorinare dati, numeri vaghi e varie delibere, senza entrare esaustivamente nel merito della relativa domanda che era stata posta.
E poco importa se Maiorino sottolinea in seguito che Francesca Albanese, in qualità di Relatrice Speciale per l’Onu, gode dell’immunità riconosciuta ai funzionari internazionali per le opinioni espresse nell’esercizio del proprio mandato. Il Governo guarda da tutt’altra parte mentre va a braccetto con il criminale Netanyahu: chiunque osi ostacolare la politica terroristica di Israele diventa quindi un bersaglio da abbattere. In tutto questo delirio, il sonno profondo di Mattarella non fa altro che peggiorare l’isolamento istituzionale verso la giurista, che mai si sarebbe dovuto verificare. Ma la Storia non assolverà i colpevoli del genocidio, i loro complici, e gli ignavi che sono rimasti a guardare.
Le parole della giurista
Ma perché Francesca Albanese fa così tanta paura al punto di essere condannata alla morte civile da quel sistema di potere di cui il nostro Governo è complice?
Per una ragione molto semplice: perché dice la verità basandosi su dati oggettivi. E questo irrita notevolmente quel potere criminale che opera attraverso la menzogna e l’occultamento della verità.
Dopo lo splendido libro
“Quando il mondo dorme”, uscito nel 2025, Francesca Albanese ha pubblicato recentemente quello che lei stessa ha definito “un libro sul risveglio, sulla forza che si ritrova quando non si accetta più di non vedere”. Il titolo di questo libro, fitto di testimonianze di verità, è alquanto esaustivo:
“La luce del risveglio – Dalla Palestina al mondo intero, un manifesto di resistenza e libertà”. 300 pagine di puro amore e sete di giustizia nei confronti del popolo palestinese, ma anche di amore incondizionato nei confronti degli essere umani che sanno farsi fratelli e sorelle nei momenti più terribili della storia di questa umanità, mentre i potenti decidono sulla loro vita o sulla loro morte.
“Questi ultimi anni – racconta la giurista – non hanno cambiato il mondo: lo hanno reso visibile per ciò che è. Non ci siamo improvvisamente ritrovati con un Israele impunito, con gli Stati Uniti complici, con un'Europa spesso ipocrita e governi arabi forti a parole e deboli nei fatti. Non ci siamo svegliati di colpo da un sogno di uguaglianza: quel sogno è sempre rimasto al limite un progetto incompiuto. L'idea che a un certo punto fossimo diventati tutti più uguali e più giusti è stata una narrazione rassicurante, una comoda favola alla quale per molto tempo abbiamo scelto di credere. E, in definitiva, un racconto coerente con la postura autocelebrativa che dal secondo dopoguerra in poi si è diffusa soprattutto nell'area sotto l'influenza statunitense”.
L’analisi dell’autrice va quindi a toccare e ad approfondire la questione nodosa del diritto internazionale - nato dagli Stati “ma anche dalle lotte dei popoli e dall'intuizione di figure visionarie nei momenti di crisi - non è mai stato applicato in modo neutrale o universale. È stato violato sistematicamente, soprattutto da chi ne rivendicava la custodia”. Albanese cita a mo’ di esempio il modello del Belgio, dove ancora nel 1958 poteva accadere che persone di colore venissero esposte negli zoo. E cita anche la lunghissima scia di violenze che ha seguito la decolonizzazione africana, o le stesse ingerenze statunitensi in America Latina “trattata per decenni come un ‘orto di casa’, da Cuba al Cile, fino alla ‘cattura’ del presidente venezuelano, da parte degli USA”, il 4 gennaio del 2026. Per non parlare delle “innumerevoli guerre, da Suez, al Vietnam ai bombardamenti NATO su Belgrado, ai genocidi in Bosnia e in Ruanda fino alle aggressioni contro Stati sovrani come Afghanistan, Iraq, Libia e oggi l'Iran e il Libano”. Esempi lampanti di tutte quelle ingerenze realizzate a suon di bombe.
Ecco perchè non siamo davanti a un'eccezione, “ma alla continuità di una storia che noi occidentali abbiamo a lungo chiamato ‘progresso’. Più che un archivio di fratture, la storia è una struttura di permanenze: il potere muta forma, non natura. In tanti oggi proviamo uno shock terribile di fronte alla violenza distruttrice, assurda e impunita, ma ciò succede perché la realtà ci spinge oltre la soglia dell'ignoranza. Con questo passaggio si smette di non vedere. E a quel punto si comincia a voler capire”.
L’Apocalisse
Francesca Albanese spiega quindi la ragione per la quale si riferisce al genocidio in atto in Palestina paragonandolo a una vera e propria “apocalisse”, nel suo senso “più originario: rivelazione, disvelamento”. Perché “quello che Israele sta facendo alla Palestina e la reazione della Palestina stessa non è solo distruzione. È una luce violenta, che costringe a vedere ciò che prima era stato nascosto. E quella luce illumina tanto l'orrore quanto la possibilità di oltrepassarlo, di uscirne trasformati. La Palestina apre uno squarcio tra un prima e un dopo, ma anche fra tre diverse attitudini dello sguardo; quella di chi non vede, di chi vede senza (voler) comprendere, di chi vede e prova a cambiare”.
Nel libro si ripercorrono con dovizia di particolari “le tappe principali attraverso cui, da oltre un secolo, la Palestina incarna la violenza coloniale nella sua forma più pura. Oggi, quella violenza, a lungo negata o mascherata, si espone nella sua grammatica elementare: controllo dei corpi, gerarchia delle vite, normalizzazione dell'eccezione”. L’avvocata sottolinea peraltro che la questione palestinese non è isolata: “risuona con moltissime altre storie di subordinazione, porta alla luce le vulnerabilità strutturali che attraversano la condizione storica delle donne, delle minoranze, dei popoli indigeni. Chi guarda la Palestina comprende qualcosa di essenziale sul modo in cui è costruito il nostro ordine globale”. Perchè è “nel destino dei palestinesi che riecheggia quello di milioni di persone sottomesse, cancellate, marginalizzate, dal cuore dell'Europa alle Americhe all'Africa, dall'Asia all'Oceania: mondi interi smantellati in nome della conquista, o di slogan come ‘progresso’ e ‘civiltà’, usati per dare un nome presentabile alla violenza”.
Il suo ragionamento è del tutto inoppugnabile: l'Europa stessa, non solo ha proiettato il colonialismo verso l'esterno, “ma spesso ne è stata il primo laboratorio”. La sua analisi si focalizza quindi sulle monarchie, sulle élite e sulla la Chiesa che “hanno prodotto secoli di violenza interna attraverso l'Inquisizione, le persecuzioni, la soppressione delle differenze. Non si contano le donne - guaritrici, levatrici, custodi di saperi non convenzionali - che sono state perseguitate ed eliminate, erodendo anche un patrimonio di conoscenze antico, legato alla natura e alla vita, assieme a tantissime minoranze etniche e religiose”.
Quello che Israele sta portando avanti in Palestina “non è soltanto la devastazione di un popolo, ma è anche un progetto politico di dominio ed espansione regionale a firma israelo-statunitense. Un progetto che permette di affinare un metodo e le sue tecniche. A Gaza si è sperimentata la guerra come dispositivo di annientamento delle popolazioni civili e, insieme, come misurazione della soglia di tolleranza internazionale: fino a che punto Stati e istituzioni sono disposti ad accettare senza intervenire?”. L’oscena complicità di quegli Stati – tra cui l’Italia – che continuano a sostenere convintamente il genocidio di Netanyahu è la risposta più eloquente alla domanda posta.
Ma come ha già spiegato più volte, questo modello non si esaurisce in Palestina, bensì contribuisce a quella che la giurista definisce “israelizzazione”. “Come Israele, un numero crescente di Stati sta adottando politiche sempre più securitarie e repressive, che normalizzano le restrizioni ai diritti e alle libertà personali: controllo, sorveglianza invasiva, militarizzazione della società in nome di un nemico comune. E intanto alcuni gruppi - migranti, rifugiati - vengono trattati non come persone da proteggere, ma come ingombri da gestire o da rimuovere”.
La speranza
In mezzo a questa terribile “apocalisse” si intravede però “qualcosa che sta accadendo: un risveglio fragile ma diffuso e reale. In questa società globale iperconnessa e attraversata da disuguaglianze economiche e politiche sempre più grandi, sono tantissime le persone che negli ultimi due anni hanno dimostrato di aver interiorizzato il semplice principio che i genocidi non si giustificano, che la guerra si condanna, che il diritto non è opinione ma vincolo”.
Un vero e proprio “risveglio” che diviene una luce in fondo al tunnel e che “attraversa società, generazioni e linguaggi diversi con il comune desiderio di restituire al diritto la sua natura originaria: non ornamento della politica, ma limite del potere”.
Il pensiero della giurista non ammette repliche: “Sia all'interno degli Stati sia a livello globale, non può esserci libertà senza giustizia sociale ed economica, né giustizia senza libertà. Tenerle separate è stato uno degli inganni più efficaci del potere. Allo stesso modo, non può esistere un ordine credibile finché le sue regole si applicano in modo diverso a seconda di chi ne è soggetto. Esiste ancora, di fatto, una gerarchia implicita che decide chi conta e chi può essere sacrificato. Smontarla è la condizione minima per parlare seriamente di diritto internazionale”.
E bisogna altresì riconoscere un altro dato oggettivo, e cioè che nessuna libertà è reale se può essere tolta a una parte dell'umanità nel nome degli interessi di un'altra. “Le restrizioni crescenti allo spazio del dissenso – sottolinea –, la repressione dei movimenti contro il genocidio, la criminalizzazione della solidarietà ne sono un sintomo evidente. Questa repressione, come la progressiva erosione delle libertà individuali nelle nostre società, è connessa alla crescente concentrazione del potere economico e politico”. E non si tratta assolutamente di una coincidenza, perchè quando “la ricchezza si accumula in pochissime mani - e negli ultimi trent'anni lo ha fatto a una velocità senza precedenti - le politiche pubbliche smettono di riflettere i bisogni della maggioranza e cominciano a riflettere quelli delle élite. È anche alla luce di questo che va letta la repressione delle proteste antigenocidio e il continuo appoggio a Israele da parte di gran parte dei governi occidentali, in netto contrasto con l'opinione dei propri cittadini”.
Per Francesca Albanese questa traiettoria “non è naturale né inevitabile”. Ma è invece “storica, quindi modificabile”. Ed è esattamente per questo motivo che “serve una presa di posizione morale, una correzione etica e politica del corso della storia”. E di fronte a tutto questo la risposta “non può essere frammentaria. Deve articolarsi in linee di azione convergenti: pressione sulle istituzioni affinché il diritto internazionale non resti lettera morta; interventi dentro e fuori le strutture politiche per trasformare il linguaggio del potere dall'interno e dall'esterno; responsabilizzazione economica dei soggetti coinvolti nelle catene materiali del conflitto dalla grande alla media e piccola impresa e di chi vi lavora; battaglia per la verità nello spazio informativo; e infine costruzione di una società civile capace di unirsi oltre le proprie divisioni e visioni”. E la protezione di chi difende i diritti umani “non è un dettaglio, ma una condizione necessaria”.
Il potere visto da un’altra prospettiva
Nel suo libro, la giurista spiega che si può imparare a vedere il potere come “qualcosa che si crea e si esercita insieme. Non dominio, ma possibilità. Non potere su, ma potere di: di vedere, di scegliere, di trasformare. Un'energia che non appartiene a pochi, ma anzi esiste solo quando è condivisa. Un potere che si fa forza generatrice”. Praticamente l'opposto di quello che oggi è: “dominante, patriarcale, proprietario, rapace, accumulatore, suprematista”, che “si manifesta nella forma di élite capaci di controllare capitali, armamenti e algoritmi, collocandosi al di sopra delle regole che pretendono di imporre agli altri. E sotto, il resto del mondo: spesso ridotto a consumatore-spettatore disciplinato, intrattenuto e amministrato, tra dispositivi digitali e consumo incessante, dentro quella sequenza anonima che si riassume perfettamente nel produci-consuma-crepa del turbocapitalismo dei nostri tempi che distrugge l'ambiente e ci avvelena mentre ci sfama e ci disseta. Il nostro tristissimo Truman Show”.
I verbi del libro
È la stessa Albanese a ricordare che da quelle sue riflessioni “sono nati i verbi di questo libro. Sognare, criticare, emanciparsi, resistere, nutrire, piangere, curare, danzare, ritornare: non gesti isolati, ma forme di una stessa pratica collettiva”.
“Sognare – sottolinea con forza – è resistenza. Significa immaginare tra le rovine e oltre le rovine. È vedere ciò che non c'è ancora e, proprio per questo, renderlo possibile. Se non sappiamo immaginare la liberazione degli altri, tradiamo una parte di noi, la nostra appartenenza alla famiglia umana”.
“Criticare è discernimento”, continua a spiegare. Perchè significa “separare la verità dalla menzogna e rifiutare la neutralità come alibi. È informarsi, scegliere, esporsi. È fare pressione sui propri rappresentanti politici, rifiutare la complicità quotidiana del consumo e rifiutarsi di lavorare a progetti che includono enti coinvolti in crimini contro l'umanità”. Criticare rappresenta quindi la necessità di “continuare a mettersi in discussione, leggere, informarsi, creare comunità dove il dubbio e l'incertezza non siano stigmatizzati ma accolti”. E significa anche “capire che, nel momento più esposto del genocidio - e nonostante le proteste di massa - in molti Paesi qualcosa si è già rotto. Si propongono leggi che in nome della lotta all'antisemitismo rendono illegale criticare uno Stato accusato di genocidio. Si licenziano, si silenziano, si arrestano parlamentari, giornalisti, accademici, con l'accusa di apologia del terrorismo. Si sanzionano gli esperti che chiedono giustizia invece di chi quella giustizia la calpesta”. Quando tutto questo accade contemporaneamente, Albanese ricorda che a quel punto “la democrazia si è già incrinata”.
“Emanciparsi – evidenzia successivamente – significa spogliare il patriarcato - e per estensione il colonialismo - delle sue maschere. Decolonizzare il pensiero. Imparare a vedere ciò che ci è stato insegnato a non vedere, e farlo insieme”.
Resistere, agire, boicottare
“Resistere – scrive Albanese – non significa solo opporsi, ma non transigere sul considerare libertà, verità e giustizia valori universali, non negoziabili. È anche agire: nelle scelte economiche, nel lavoro, nello spazio pubblico. È interrogare le infrastrutture invisibili del presente: aziende, fondi pensione, banche, università, istituzioni che partecipano direttamente o indirettamente a economie di guerra, sorveglianza e occupazione. E quando possibile, scegliere di sottrarsi. È il boicottaggio come atto di coerenza e come forma di costruzione alternativa”. Ed è affrontando questo aspetto così determinante come il boicottaggio, che tornano in mente le parole di Francesca Albanese, impreziosite da affetto e nostalgia, nei confronti della sua amica
Ingrid Jaradat (deceduta nel 2023), nota attivista e soprattutto co-fondatrice del movimento globale per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) contro Israele.
Mentre approfondisce il senso profondo di quel verbo così sublime: “resistere”, la giurista spiega inoltre che quell’azione indomita significa anche “attraversare le piazze, bloccare i nodi della circolazione, interrompere la normalità della macchina quando la normalità diventa complicità. È moltiplicare i legami: portare qualcuno con sé, ogni volta. Non per ‘fare numero’ ma per conoscersi e riconoscersi in una lotta condivisa”.
Nutrire, curare, danzare e ritornare
La relatrice speciale delle Nazioni Unite chiarisce in seguito che “nutrire” significa “costruire relazioni e solidarietà concreta, a partire dalla cura per se stessi. È ricordare che non esiste separazione stabile tra corpo e mondo, perché il cibo, la cura, la parola, la comunità sono la sostanza stessa del vivere. Nutrirsi è un'esperienza collettiva, questo lo sa bene il Mediterraneo, che lo insegna da millenni ai suoi figli. Il nutrimento più prezioso – la spiritualità, la condivisione – non si compra, e non si consuma da soli”.
Per la giurista, piangere oggi significa “allargare il raggio della bussola del lutto per servire un ideale di uguaglianza più profondo: quello che riconosce che ogni vita ha lo stesso valore e perciò lo stesso diritto di essere pianta”.
Ed è successivamente il verbo “curare” quello che Albanese associa “all’attenzione al trauma”, spiegando un concetto alquanto profondo sul senso stesso di “curare”, e cioè: “impedire che la ferita si mascheri e si espanda. È intervenire dove il potere si ritrae, sotto forma di aiuto e protezione. È diventare, quando serve, anticorpo collettivo”.
“Danzare è coordinamento – spiega –. È politica del corpo. Come nella dabke, nessun gesto è isolato: ogni passo esiste perché l'altro lo sostiene. E così nella lotta: lavoratori, studenti, insegnanti, artisti, ciascuno per la propria parte, tutti necessari. Non si può avere pace senza giustizia, né giustizia senza verità e autodeterminazione. Possiamo scegliere se restare fiammelle nel vento o diventare fuoco”.
Ed è quel verbo sognato da tutti i profughi palestinesi, e da tutti coloro che sono stati scacciati dalle loro terre: “Ritornare”. Ritornare è essenzialmente “memoria che non si lascia cancellare. È un moto fisico e intimo insieme: una cura delle ferite del passato, il modo in cui un popolo preserva le proprie radici quando qualcuno ha cercato di estirparle. È anche la prova concreta che l'ingiustizia si può riparare non creandone altre, ma restituendo a ciascuno ciò che per diritto gli appartiene.
Ritornare è andare, vedere, attraversare i luoghi. Sentire ciò che nessun racconto può sostituire”. Con infinita profondità d’animo, Francesca Albanese spiega quindi che “non c'è modo più pieno per capire la Palestina che viverla: sentire lo sguardo costante delle colonie in collina, l'aria soffocante vicino ai checkpoint o sotto il muro. Ma anche il profumo degli ulivi e del timo, il fruscio delle palme al vento, le storie che ti attraversano la pelle per restarci per sempre”.
Dobbiamo svegliarci
Con parole che salgono dal cuore, Albanese restituisce l’immagine della Palestina che è “una ferita. Un portale sospeso. Una volta che si vede, non si può più non vedere. È qui che inizia il costo dell'emancipazione: la fine dell'indifferenza”.
L’imperativo che prende corpo mentre si arriva alla conclusione del libro, si alza potente come una musica popolare palestinese suonata da un Oud: “Dobbiamo svegliarci e saltare fuori dal letto prima che la casa vada in fiamme”. Perchè “intontiti come siamo dal consumo, dall'ultima moda, dai trend, rischiamo di dimenticare che i diritti non sono un dato immutabile né semplici parole da recitare nelle aule, ma conquiste strappate da donne e uomini come noi”. Conquiste spesso pagate con la vita di chi ci ha creduto in quegli ideali, vere e proprie vittorie “che hanno inciso la storia, che sono state scolpite nei trattati internazionali e che oggi costituiscono le nostre reti di protezione. Sono principi per cui vale la pena lottare. Sono il risultato di lotte avvenute prima di noi, e di responsabilità che partono a cominciare da noi”. E quei principi non possono esistere da soli: “esistono se vengono esercitati. Non sono un telecomando da usare quando serve e poi riporre. Sono uno scudo e, insieme, una spada che funzionano solo nelle mani di chi ne riconosce la vitalità: allora sì, riescono a sostenere una resistenza che non può essere locale di fronte a un torto e globale di fronte a un altro, ma ci chiama a un'unione altrettanto globale”.
Camminare nella tempesta
La riflessione finale su quello che appare come un ampio sudario che avvolge la Palestina, ma anche l’umanità intera, si snoda attraverso un profondo ragionamento. Che inevitabilmente viene rivolto a chi saprà andare oltre le menzogne spudorate del mainstream sul genocidio, in atto a Gaza e sostanzialmente in tutta la Cisgiordania. “L'umanità vive oggi un passaggio che somiglia a un travaglio – ribadisce con vigore Francesca Albanese –. Un tempo intermedio in cui la Palestina, in un inizio di secolo che appare tragico e rivelatore, ci ha offerto una luce che non è più possibile spegnere. Il dolore in questo frangente storico non è un accidente, ma la condizione stessa del divenire. Dobbiamo respirare attraverso il dolore, come in un parto: resistere non per restare nella sofferenza, ma per attraversarla e così, lentamente, far emergere insieme una forma nuova. La luce accecante diventa il nuovo che ci accoglie”.
“Non so se ce la faremo – conclude senza alcuna ipocrisia –. Ma quello che possiamo fare è andare avanti, resistere all'idea che l'ingiustizia sia ineluttabile, con la tenacia di chi cammina nella tempesta stringendo una creatura tra le braccia e avanzando anche mentre il vento toglie il respiro e la strada sembra sparire. Non per eroismo. Ma perché ci sono cose che, se le lasci cadere, non le ritrovi più”.
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