lunedì 24 agosto 2026

Luciano Canfora. Comunismo, un’altra storia - Danilo Ruggieri

Da: https://www.linterferenza.info - Danilo Ruggeri Studioso di Storia contemporanea e di Teoria politica, con particolare riferimento al movimento socialista del Novecento, ha pubblicato su «Critica marxista» e ha collaborato alla stesura del libro collettaneo Il nostro Gramsci (2011). È membro della International Gramsci Society. - Luciano Canfora, filologo, storico, saggista, professore emerito dell’Università di Bari, membro del Consiglio scientifico dell’Istituto dell’Enciclopedia italiana e direttore della rivista Quaderni di Storia, Dedalo Edizioni. (Luciano Canfora Podcast)

Vedi anche: La storia è sempre contemporanea - Luciano Canfora 

La Rivoluzione Russa - Luciano Canfora 

Il mestiere dello storico*- Luciano Canfora

Leggi anche: A che serve la storia?*- Luciano Canfora 

Perché l’Occidente odia la Russia - Luciano Canfora


Quando esce un nuovo libro di Luciano Canfora, sono uno di quelli che corre a leggere il suo lavoro e parto pregiudizialmente ben predisposto verso l’ultimo grande esponente di una prestigiosa scuola storica e filologica che ha avuto nel secolo scorso una lunga tradizione. In questo caso la sua ultima fatica, “Comunismo, un’altra storia”, edito da Feltrinelli qualche mese fa, è di particolare interesse per il taglio che l’autore dà a un tema così aperto, controverso e necessario, come quando si discute del socialismo-comunismo ottocentesco-novecentesco. Come spesso capita, il professore affronta momenti o grandi temi trattando nodi specifici della storia.

Esamina, scompone, dettaglia alcuni eventi, passaggi e attori innestandoli nel quadro storico, nel contesto, come diremmo oggi, risalendo con dovizia filologica e spesso ridando vita a fenomeni processuali ormai estinti. La sua ricostruzione materiale prima che materialista del processo storico, delle sue contraddizioni, delle sue discontinuità, delle sue deficienze è un esercizio utile per analizzare correttamente la storia del presente.

Come diceva Croce, che spesso Canfora cita nelle sue conferenze, la storia è sempre storia contemporanea, intendendo che interrogarsi sul passato ha sempre una contestualità attinente al presente. La grande questione del comunismo e della società socialista, nonostante sia stata demonizzata e zombizzata dal discorso pubblico nell’Occidente collettivo, rimane un nodo storico epocale da cui non si può sfuggire. A maggior ragione oggi, che la storia ha ripreso a correre dopo la sbornia narcotizzante della fine della storia promossa dallo storytelling atlantico post ’89. Il libro di Canfora si inserisce, non a caso, nel contesto della guerra mondiale a pezzi, nella crisi/tramonto dell’Occidente e nell’affacciarsi di un multipolarismo del sud globale che segna, forse, un cambio di direzione epocale alla traiettoria del mondo.

Nell’incipit il professore esprime in poche righe una riflessione che spiega il senso profondo del libro: “Si può fare una storia de comunismo a partire dall’antichità seguendo il filo del tempo, lungo i millenni. Questa storia è stata già scritta e non è il nostro argomento. Vogliamo parlare del comunismo come movimento politico venuto a esistenza dopo il definitivo tramonto dell’ancien régime. E’ una storia proteiforme che prosegue. E proseguirà, mutati i nomi e i miti di riferimento, fino alla sconfitta, eventuale, del suprematismo “occidentale” rispetto ai miliardi di uomini che si sono “alzati in piedi” e che il cuore ricco del pianeta stenta ormai a dominare”.

Due elementi sono degni di nota: il primo è che il comunismo è un movimento reale segnato dalla necessità secolare dell’eguaglianza e della giustizia sociale che attraversa in forme diverse epoche storiche, che si presenta e si presenterà con necessarie modalità multiformi e anche spurie, che non sarà riproduzione di epoche passate, ma che si alimenterà della relazione interagente con la cassetta degli attrezzi della tradizione, dell’esperienza e del bilancio, con le nuove forme della dialettica e della lotta di classe che vede nel conflitto classi dominanti-classi subalterne il suo paradigma ontologico.

Il secondo elemento degno di nota è che nel termine sconfitta eventuale del suprematismo occidentale, inteso come costrutto materiale ideologico dell’imperialismo razzista e coloniale dell’Occidente messo in opera dall’inizio della età moderna, non è detto che se ne esca con una certezza positivista del sol dell’avvenire; al contrario, sarà un cammino tortuoso, denso di tragedie e di colpi di coda da cui non va espunta drammaticamente neanche un possibile esito esiziale per l’umanità stessa. Il secolo in corso presenta molti inediti scenari, sfide che ci obbligano a ricercare, sperimentare strade e forse soluzioni inedite dentro una crisi generale del mondo da cui proveniamo. Compito essenziale è quindi aggiornare le categorie, compito facile a dirsi. Il limite profondo dell’estinto-residuale marxismo occidentale è quello di separare la teoria dalla prassi, ripetere in maniera, a volte ossessiva, mantra ideologici che sono figli di una storia almeno nella sua forma organizzativa chiusa e non ripetibile. Non è un caso infatti che Canfora scelga in particolare due argomenti: la storia della pubblicazione e della ricezione del Manifesto del partito comunista e il tema dell’accerchiamento bolscevico e della guerra civile dei bianchi finanziata dalle potenze di allora, Francia e Inghilterra, nel periodo 1918-1920. Sono eventi lontani che sono tenuti insieme da un filo conduttore, un movimento che nasce e si aggiorna nel corso degli eventi, nel fuoco della storia, ampliando e correggendo una visione lineare ed evoluzionistica che pur tanto è stata presente nella prima fase della nascita del movimento socialista e di cui la socialdemocrazia tedesca dell’ultimo Engels e Kautsky sono stati a loro modo gli interpreti indiscussi fino allo scoppio della grande mattanza imperialista della prima guerra mondiale. Il professore, nell’esame della nascita e delle traversie del testo fondativo del socialismo scientifico, non si sottrae da un’opera di ricostruzione storica del testo, attento alla decostruzione di narrazioni mitizzanti accumulatesi nella stessa tradizione marxista, che nulla tolgono alla profondità e all’influenza che il testo ha avuto nella storia socialista e umana in generale, ne evidenzia alcuni limiti, la frettolosa e superata stesura, in parte scavalcata dagli eventi straordinari del ’48 parigino nella sua prima esplosione del febbraio e il suo utilizzo in funzione di una sperata rivoluzione in Germania, cosa che fu esperita dagli autori e da molti comunisti tedeschi della Lega dei Giusti, diventata lega dei Comunisti, che tornarono in patria al fine di agire per la democratizzazione repubblicana della Germania.

Degno di nota anche il richiamo di Canfora alla grandezza e alla non minore rilevanza della tradizione socialista francese, figlia legittima della parte più avanzata della Grande Rivoluzione. Mi riferisco, in particolare, alla centralità politica e organizzativa di un personaggio, sempre messo ai margini e relegato alla categoria minore di un avventurista e utopista, come Auguste Blanqui. Fa bene l’autore a rimettere Blanqui al suo posto di diritto come esponente centrale della storia del socialismo francese e della prima ondata rivoluzionaria che culmina nelle vicende della Comune di Parigi. Fa bene a considerare la vulgata marxista dell’epoca troppo prevenuta verso questa tradizione di rivoluzionari che qualche segno lasceranno anche nella tradizione bolscevica e nella visione organica maturata con il leninismo. Il suo nome, passato alla storia come “l’enferme” per aver trascorso quasi metà dei suoi anni nelle carceri e nelle colonie penali francesi, è stato troppo spesso ridotto a sinonimo di avventuriero, putschista, barricadiero, ma le sue tracce hanno lasciato alcuni segni anche nella svolta del primo bolscevismo. In particolare nella visione e nella pratica consolidata dal suo stesso esempio, di rivoluzionario di professione dedito costantemente alla costruzione di minoranze politiche organizzate disposte anche alla lotta armata per prendere il potere, lontano senza alcun dubbio dal prototipo di dirigente secondointernazionalista che trova il suo tipo nei dirigenti del Partito socialdemocratico tedesco August Bebel e Wilhelm Liebknecht. Lungi da me operare una contrapposizione post eventum sulle vicende del socialismo ottocentesco. Semplicemente Blanqui è l’ultima erede e prosecutore della tradizione rivoluzionaria della prima grande ondata rivoluzionaria che con la Comune Giacobina arriva fino alla Comune del 1871. Questo socialismo è sicuramente non marxista, ciò non di meno svolse una funzione decisiva e preziosa nella costruzione del socialismo marxista e il primo grande esperimento socialista della storia, la Comune di Parigi, ne fu il prodotto più evidente e prezioso.

Non è un caso che nel libro sia stata data una notevole rilevanza al tema dell’accerchiamento bolscevico e dell’assedio delle potenze occidentali alla neonata Russia bolscevica e all’episodio della fallita trattativa tra alcuni emissari americani e il governo bolscevico nella primavera del 1919. In questo senso è istruttivo, anche per il grande pubblico, riandare a queste vicende che ci ricordano l’antica tendenza delle potenze occidentali, in primis l’Inghilterra, di combattere con ogni mezzo la Russia sovietica fin dal suo emergere e che questa propensione imperialista sia continuata con la Germania nazista nella seconda guerra mondiale, per proseguire oggi contro la Federazione Russa non più sovietica. Alcuni tratti generali e strutturali non sono cambiati nella sostanza. Fa bene il nostro, che certo non può essere tacciato di antipatia verso il movimento socialista, a evidenziare, segnalare la discontinuità del leninismo verso la tradizione socialista e socialdemocratica europea. Perchè questo è un fatto decisivo per spiegare il bolscevismo. Non si intende con questo termine la cesura o l’antagonismo irriducibile con il socialismo del partito socialdemocratico tedesco.

Fino al drammatico fallimento della seconda Internazionale nel 1914 sui crediti di guerra, la natura della relazione tra il bolscevismo leninista e la socialdemocrazia europea era contrassegnata da un rapporto di riconoscimento teorico della tradizione marx-engelsiana ma anche di marginalità e di estraneità subìta dai russi rispetto ai partiti fratelli, in particolare tedeschi e francesi. Ciò era anche frutto, ma non solo, inevitabilmente, di contesti sociali e politici radicalmente differenti. La visione del partito, la sistematizzazione teorica della categoria dell’imperialismo inteso come stadio di evoluzione necessario del modo di produzione capitalista, la lotta per il potere, anche armata, condotta dai bolscevichi ne segnalano elementi di salto teorico decisivi. La guerra mondiale e la non improvvisata rivoluzione d’Ottobre del 1917 e il ruolo decisivo del movimento bolscevico nel dare sostegno e forza ai popoli delle colonie e delle semicolonie segnano il punto di non ritorno. Ora i marxisti devono sempre concentrarsi sull’essenza viva delle contraddizioni che è sempre varia e molteplice. Non si difende il marxismo con la lettura dogmatica di esso, non c’è nulla di intoccabile nel nostro modo di relazionarci con la dura realtà materiale e con le sfide che ci attendono. Una piccola lezione viene in tal senso da questo libro.

Nessun commento:

Posta un commento