- Le procedure
democratiche senza fortune livellate sono vuote;
le fortune livellate
senza procedure democratiche sono cieche. -
La teoria Marxista poggia la sua forza sulla scienza... che ne valida la verità, e la rende disponibile al confronto con qualunque altra teoria che ponga se stessa alla prova del rigoroso riscontro scientifico... il collettivo di formazione Marxista Stefano Garroni propone una serie di incontri teorici partendo da punti di vista alternativi e apparentemente lontani che mostrano, invece, punti fortissimi di convergenza...
Rileggere la filosofia politico-giuridica di Hegel alla luce
di una categoria strettamente teoretica e logica, qual è quella del
riconoscimento (die Anerkerkennung), se per un verso significa muovere dal
formalismo della ragione alla concretezza della fattualità, per l’altro
coincide con l’ambizioso tentativo di rintracciare delle «aperture nella
sistemica hegeliana» (p. 19), una sistemica apparentemente chiusa. Chiave di
volta per compiere un simile percorso è la categoria della plebe (die Pöbel), ben distinta da Hegel dalla semplice povertà – ovvero dalla
nullatenenza di beni che accompagna le società precapitalistiche – e intesa
dall’autrice come giuntura strategica delle analisi economico-politiche
hegeliane. Il saggio della Fabiani, articolato in due macrosezioni, dedicate
l’una all’analisi della genesi dello stato nelle lezioni jenesi (1803-1806) e
l’altra all’emersione della specificità della categoria di plebe nella
Filosofia del diritto, propone un’indagine volta all’individuazione di un carattere
intrinsecamente problematico del pensiero hegeliano che, lungi dal poter essere
ridotto a un sistema filosoficamente compiuto e perciò speculativamente
sterile, si rivela quale controverso e complesso snodo aporetico della
modernità. L’insorgenza di una sostanziale dinamicità nel ragionamento politico
hegeliano mostra poi, per contrasto, l’insufficienza di certa lettura marxista
e neomarxista che, attestandosi miopemente sull’immagine inveterata di una
filosofia reazionaria e statalista, non è riuscita a rendere conto della
complessità di un sistema che piuttosto che fuggire le aporie le contempla,
invece, al proprio interno come nodi inestricabili di una realtà
eccedente, ad ogni passo, il formalismo della ragione. Da qui l’originalità della
lettura della Fabiani – seppure in linea con le posizioni di Weil e con il
versante italiano costituito da Salvucci e Valentini – che,
contrariamente a molti eccellenti tentativi, teoreticamente ineccepibili ma
storicamente discutibili, rende ragione del profondo radicamento delle
riflessioni hegeliane nella temperie politico-culturale del suo tempo, una
lettura attuata non tanto forzando arbitrariamente i contenuti, quanto
rivelandone una vitalità interna quasi insospettabile. Al fianco di una
puntuale analisi dei testi, il saggio della Fabiani contiene infine un
interessante compendio dedicato alla disamina delle posizioni critiche (pp.
161-192), un compendio che a mio avviso potrebbe fungere da guida alla lettura
dell’intero volume.

La differenza tra riforma e rivoluzione non è una
questione di programmi. In realtà il riformismo è incapace di ottenere
autonomamente le riforme. In questo testo del 1993, destinato ai quadri
dell’organizzazione Solidarity, Robert Brenner espone le ragioni sociologiche
di questo paradosso, traendone le conseguenze strategiche riguardo al caso
degli Stati Uniti. Il riformismo è l’ideologia spontanea di un determinato ceto
sociale: i funzionari sindacali e i politici socialdemocratici. Brenner
sostiene che la socialdemocrazia è una vera e propria “forma di vita”, la cui
riuscita non dipende dalle sconfitte o dalle vittorie della lotta di classe,
bensì dalle negoziazioni sindacali o dai risultati elettorali. Il compito dei
rivoluzionari non è combattere i “programmi riformisti” quanto opporsi a un
orientamento, interno alle lotte, che rende inevitabile la difesa dell’ordine
stabilito.
Perché presentiamo questi scritti di H. H. Holz –
rispettivamente già pubblicati dalla rivista “Dialektik” 1991 n. 2 e 1992 n.1?
La risposta sta nella paradossale situazione teorica, culturale e politica, in
cui ci tocca attualmente vivere.
La nozione di
feticismo nasce all'interno della riflessione sulla “religiosità primitiva” ma
da questa è trasferita ad altri ambiti culturali. Contiene in sé una
prospettiva critica che consente di scomporre i nostri “feticci” nel sistema di
relazioni che in essi si cristallizzano.
Il Programma minimo indica quali elementi possa contenere
un programma di partito comunista per l’intera classe, reputato e definito
minimo giacché è impensabile raggiungere, al momento, la costruzione della società
comunista (ma nemmeno la transizione a un modo di produzione socialistico),
poiché tutto ciò compete al
1. In nessun Paese europeo quanto in Inghilterra
il senso della gerarchia sociale è presente immediatamente nel medium di
ogni incontro e comunicazione - la lingua. Non solo diversa ricchezza di
sintassi, vocabolario, registri espressivi distinguono i ceti, ma già
la pronuncia di ogni parola e frase (pronuncia, le cui differenze
“verticali”, appunto di appartenenza a strati superiori o inferiori, sono più
importanti di quelle “orizzontali”, di regione). Questo biglietto da visita che
si manifesta col solo aprir bocca, immediatamente, è un tratto tipico, che, nel
centro primo del capitalismo e del maggiore impero moderno (anche se ora
subordinato al cugino-nemico statunitense), si chiama appunto class;
e poiché è evidente e onnipresente, non c’è - di solito - alcun bisogno di
dirlo.