La teoria Marxista poggia la sua forza sulla scienza... che ne valida la verità, e la rende disponibile al confronto con qualunque altra teoria che ponga se stessa alla prova del rigoroso riscontro scientifico... il collettivo di formazione Marxista Stefano Garroni propone una serie di incontri teorici partendo da punti di vista alternativi e apparentemente lontani che mostrano, invece, punti fortissimi di convergenza...
martedì 5 luglio 2016
La Nakba - Joseph Halevi
Leggi anche: https://ilcomunista23.blogspot.it/2014/07/israelepalestina-alle-radici-del.html
http://177ermanno.blogspot.it/2013/07/intervista-dellism-ilan-pappe.html
https://invictapalestina.wordpress.com/2016/07/12/stato-attuale-ed-origine-del-conflitto-tra-israele-e-la-palestina-breve-riassunto-per-le-scuole-medie/
lunedì 4 luglio 2016
Classi e lotta di classe dopo la “crisi del marxismo”?* - Alessandro Mazzone
Da: http://www.proteo.rdbcub.it/ [1]
1. In nessun Paese europeo quanto in Inghilterra
il senso della gerarchia sociale è presente immediatamente nel medium di
ogni incontro e comunicazione - la lingua. Non solo diversa ricchezza di
sintassi, vocabolario, registri espressivi distinguono i ceti, ma già
la pronuncia di ogni parola e frase (pronuncia, le cui differenze
“verticali”, appunto di appartenenza a strati superiori o inferiori, sono più
importanti di quelle “orizzontali”, di regione). Questo biglietto da visita che
si manifesta col solo aprir bocca, immediatamente, è un tratto tipico, che, nel
centro primo del capitalismo e del maggiore impero moderno (anche se ora
subordinato al cugino-nemico statunitense), si chiama appunto class;
e poiché è evidente e onnipresente, non c’è - di solito - alcun bisogno di
dirlo.
1. In nessun Paese europeo quanto in Inghilterra
il senso della gerarchia sociale è presente immediatamente nel medium di
ogni incontro e comunicazione - la lingua. Non solo diversa ricchezza di
sintassi, vocabolario, registri espressivi distinguono i ceti, ma già
la pronuncia di ogni parola e frase (pronuncia, le cui differenze
“verticali”, appunto di appartenenza a strati superiori o inferiori, sono più
importanti di quelle “orizzontali”, di regione). Questo biglietto da visita che
si manifesta col solo aprir bocca, immediatamente, è un tratto tipico, che, nel
centro primo del capitalismo e del maggiore impero moderno (anche se ora
subordinato al cugino-nemico statunitense), si chiama appunto class;
e poiché è evidente e onnipresente, non c’è - di solito - alcun bisogno di
dirlo.
Ma nello stesso tempo, l’uso della parola class, nell’inglese
corrente, ricorda anche che in quel Paese il movimento operaio, pur forte e
glorioso in certe fasi, è rimasto quasi sempre subalterno; e che il concetto e
sentimento dell’autonomia di classe dei lavoratori, morale prima ancora che
politica, è rimasto, colà, marginale. Il senso proprio di “classe”, che appunto
non significa appartenenza a un certo gruppo, categoria, ambiente, ma si
riferisce ai rapporti di produzione e alla forma capitalistica della
riproduzione sociale complessiva [2], non è entrato, là, nel
senso comune. [3] E proprio perciò, che ci siano “classi” - nel
senso di stratificazioni, di un alto e un basso a lor volta graduati, e
di una potenza e miglior qualità inerente all’ “alto” è, invece,
fortissimamente, nel senso comune, (di cui massimo e miglior testimonio è
appunto la lingua). Infatti, “class” tutto significa,
dalla evidente e ammessa superiorità dei ricchi e potenti - la upper
class (noi diciamo talvolta “i padroni”, ma quest’espressione non
riconosce superiorità!), alle classificazioni più o meno fondate di varie
teorie sociologiche, e poi anche giù giù fino a quelle vanità
sciocchistico-pubblicitarie, per cui una certa automobile o un paio di scarpe
esprimerebbe la vostra “classe” (buon pro’ vi faccia...) - E non è un caso,
probabilmente, che sempre l’inglese corrente, solo fra le lingue europee
(dall’italiano al francese al tedesco al russo...) non abbia
due termini per dire “popolo” e, invece “gente”. Tutto quanto è people,
“la gente” “gli individui al plurale” - in buona armonia, a pensarci bene, con
quell’altro aspetto: poiché dove tutto è class, insieme gerarchia,
strato, ceto, stile di vita, come può esserci e agire, ed esser soggetto
politico in opposizione ai suoi dominatori, un’ entità che sia non lower
class, o plebe, ma davvero “popolo”? [4] - Così. anche in questi tratti del linguaggio
si manifesta la egemonia plurisecolare della borghesia inglese [5].
domenica 3 luglio 2016
Critica della retorica democratica - L. Canfora, A. Burgio
"Storia
della democrazia tra la Rivoluzione francese e la fine dell'Unione Sovietica"
Leggi anche: http://www.linkiesta.it/it/article/2016/07/01/luciano-canfora-la-tentazione-dei-liberali-e-togliere-il-voto-alla-gen/31033/
http://ilcomunista23.blogspot.it/2016/05/marx-e-la-rivoluzione-del-1848-irene.html
Leggi anche: http://www.linkiesta.it/it/article/2016/07/01/luciano-canfora-la-tentazione-dei-liberali-e-togliere-il-voto-alla-gen/31033/
http://ilcomunista23.blogspot.it/2016/05/marx-e-la-rivoluzione-del-1848-irene.html
LA FORMA-VALORE - Stefano Garroni
Sul termine Erscheinung: manifestazione fenomenica. Sul
termine Elementarform. La merce: valore e valore d'uso. Valore di scambio e
merce in quanto cosa sociale. Il principio di non contraddizione aristotelico:
perché Marx non viola questo principio? Kant e il problema del rapporto tra
intelletto e tempo. Quando la merce diventa valore di scambio? Sincronia e
diacronia: opposizione o equilibrio frutto di movimento? Kant e il termine
Verstand, e gesund Verstand: differenza tra intelletto e sano intelletto. La
scienza della natura come scienza dell'intelletto: la separazione degli ambiti.
Hegel e il dominio del sano intelletto. Della Volpe e l'astrazione determinata.
Merceologia e economia. L'oggettività delle merci. Valore relativo della merce.
L'unità data dall'unione degli opposti. Tempo di lavoro e valore della cosa. Leggi anche: https://ilcomunista23.blogspot.it/2013/09/la-formavalore-capitale-libro-1.html
https://www.facebook.com/notes/ermanno-semprebene/denaro-capitale-plusvalore-ernest-mandel/997311033646495?pnref=story
sabato 2 luglio 2016
Il filosofo della domenica. La vita e il pensiero di Alexandre Kojève - Marco Filoni
Leggi anche: https://www.academia.edu/9890147/Marco_Filoni_il_filosofo_della_domenica_la_vita_e_il_pensiero_di_Alexandre_Koj%C3%A8ve
Ascolta anche: BODEI E FILONI su Alexandre Kojève: un pensatore di confine ( https://www.youtube.com/watch?v=8sFjwDOS5Vk )
Alexandre Kojève (1902-1968), aristocratico russo
rifugiatosi in Francia, entrò nell’amministrazione francese subito dopo la fine
della guerra. Da quel momento dirà di aver tempo per la filosofia soltanto la
domenica. E infatti “il filosofo della domenica” era il nome con il quale lo
scrittore Raymond Queneau era solito chiamarlo, a partire dagli anni Cinquanta.
Kojève passò felicemente gli ultimi vent’anni della sua vita fra l’elite della
diplomazia mondiale e dell’alta finanza. Così la sua fu un’attività filosofica
Ascolta anche: BODEI E FILONI su Alexandre Kojève: un pensatore di confine ( https://www.youtube.com/watch?v=8sFjwDOS5Vk )
Alexandre Kojève (1902-1968), aristocratico russo
rifugiatosi in Francia, entrò nell’amministrazione francese subito dopo la fine
della guerra. Da quel momento dirà di aver tempo per la filosofia soltanto la
domenica. E infatti “il filosofo della domenica” era il nome con il quale lo
scrittore Raymond Queneau era solito chiamarlo, a partire dagli anni Cinquanta.
Kojève passò felicemente gli ultimi vent’anni della sua vita fra l’elite della
diplomazia mondiale e dell’alta finanza. Così la sua fu un’attività filosofica
“semiclandestina”, riservata ai fine settimana, una circostanza che unitamente
al fascino del personaggio ha determinato un singolare destino della ricezione
kojèviana.
Kojève è diventato una sorta di citazione obbligata per gli studi
hegeliani, così come per gli esiti della fenomenologia e dell’esistenzialismo
in Francia. Ma solo diversi anni dopo la sua morte, in seguito alla
pubblicazione di molti suoi testi inediti, vennero alla luce opere con le quali
il dibattito contemporaneo ancora si confronta. Il libro ricostruisce gli ambienti
culturali di provenienza, gli studi, le scelte teoriche fondamentali e la rete
intellettuale entro cui presero forma i primi scritti di Kojève.
Marco Filoni (http://www.ilfattoquotidiano.it/libri/filosofo-della-domenica-vita-pensiero-alexandre-kojeve/)
Ascolta tutto: http://www.radio3.rai.it/dl/portaleRadio/media/ContentItem-6ef7cb0a-6ad6-4187-89e7-5abed26aef3b.html
venerdì 1 luglio 2016
L’imperialismo nel XXI secolo* - John Smith**
**John Smith
insegna politica economica internazionale alla Kingston University di Londra.
Il presente saggio è un estratto dal suo libro Imperialism in the Twenty-First Century, Monthly Review
Press, 2016.
Introduzione
La globalizzazione della produzione e il suo spostamento
verso i paesi a basso reddito costituiscono una delle più significative e
dinamiche trasformazioni dell’era neoliberista. La sua forza trainante
fondamentale consiste in quello che numerosi economisti chiamano “arbitraggio
globale del lavoro”: lo sforzo compiuto dalle imprese in Europa, Nord America e
Giappone al fine di tagliare i costi e aumentare i profitti rimpiazzando il
relativamente ben pagato lavoro domestico con manodopera estera a basso costo,
ciò sia attraverso l’emigrazione della produzione (la cosiddetta
“esternalizzazione”) sia tramite l’emigrazione dei lavoratori. La riduzione dei
dazi e la rimozione delle barriere ai flussi di capitali hanno stimolato la
migrazione della produzione in direzione dei paesi a basso reddito, ma la
militarizzazione delle frontiere e il crescere della xenofobia hanno creato
l’effetto opposto sulla migrazione dei lavoratori provenienti da questi stessi
paesi – non fermandoli del tutto, bensì inibendo il loro flusso e aggravando il
già vulnerabile status di serie B dei migranti.
Di conseguenza, le fabbriche
attraversano liberamente il confine USA-Messico e passano agevolmente i muri
della fortezza Europa, così come le merci in esse prodotte e i
capitalisti che le possiedono, mentre gli esseri umani che vi lavorano
non godono del diritto di passaggio. Si tratta di una parodia di
globalizzazione – un mondo senza frontiere per tutto e tutti a esclusione dei
lavoratori.
I differenziali salariali globali, in larga misura derivanti
dalla soppressione della libertà di movimento del lavoro, forniscono un
riflesso distorto delle differenze globali nel tasso di sfruttamento (in parole
semplici, la differenza tra il valore generato dai lavoratori e ciò che viene
loro pagato). Lo spostamento verso sud della produzione significa che i
profitti delle aziende con sede in Europa, Nord America e Giappone, il valore
di tutte le tipologie di attività finanziarie provenienti da tali profitti, e i
livelli di vita dei cittadini di queste nazioni, sono divenuti fortemente
dipendenti dagli alti tassi di sfruttamento dei lavoratori nelle cosiddette
“nazioni emergenti”. È necessario, dunque, riconoscere nella globalizzazione
neo-liberale una nuova e imperialista fase dello sviluppo capitalistico,
laddove “l’imperialismo” è caratterizzato dalla sua essenza economica: lo
sfruttamento del lavoro vivo del Sud da parte dei capitalisti del Nord.
Nella prima parte verranno esposti i risultati di un’analisi
empirica del trasferimento globale della produzione verso le nazioni a basso
reddito, nonché identificato la sua caratteristica fondamentale: il
super-sfruttamento imperialista (1); la seconda parte cercherà di spiegare tale
fenomeno nei termini della teoria del valore di Marx, innanzitutto
ripercorrendo il dibattito degli anni Sessanta e Settanta tra la teoria della
dipendenza e i suoi critici marxisti “ortodossi”, successivamente riflettendo
sulla teoria dell’imperialismo di Lenin e, per concludere, offrendo una
rilettura critica delCapitale di Marx.
Prima parte: globalizzazione e imperialismo
DIALETTICA E TEMPORALITÀ, l’immagine di Hegel nella Dialettica della natura di Engels* - Vladimiro Giacché
2. Dialettica e temporalità
3. Storia e concetto in Hegel un’alternativa teorica
4. Le ragioni di un equivoco (ipotesi per una ricerca)
5. Conclusioni su Hegel ed Engels
Lo scopo del presente lavoro è quello di seguire i
momenti principali del dialogo che Friedrich Engels intrattiene con Hegel nella
sua Dialettica della natura.. Il rapporto di Engels col pensiero
hegeliano presenta un immediato motivo di interesse: la lettura engelsiana di
Hegel è stata il canale principale della ricezione del pensiero di questo per
buona parte della tradizione marxista (Lenin, Lukács e “diamat”, ma anche
Gramsci e Bloch). Lo Hegel di Engels è il pensatore che ha formulato le “leggi
della dialettica”, ed introdotto in filosofia un modo di pensare dinamico che
si adatta perfettamente agli sviluppi delle scienze naturali e storiche, e può
favorirne ulteriori progressi se consapevolmente adottato dagli scienziati.
Ora, l’immagine della dialettica hegeliana che Engels trasmette ai suoi lettori
ha come ingrediente fondamentale la dimensione della temporalità. È
un’immagine, questa, che ha avuto un’enorme fortuna praticamente sino ai nostri
giorni, e che Engels d’altronde condivide con molti esponenti della cultura
filosofica del secondo Ottocento. Nelle prossime pagine tenterò di dimostrare
che si tratta di un’immagine sostanzialmente falsa, che pone in ombra aspetti
decisivi del pensiero di Hegel.
1. Hegel secondo Engels: le “tre leggi della dialettica”
e la dinamicità delle categorie
giovedì 30 giugno 2016
mercoledì 29 giugno 2016
La merce* - Roberto Fineschi
*Da: http://win.ospiteingrato.org/
L’indistinzione di prodotto e merce, ovvero di produzione in genere e forme storicamente determinate di essa, è uno dei limiti fondamentali dei pensatori che precedono Marx, nonché uno degli assiomi più controversi, ma più o meno indiscussi della dominante ideologia/teoria economica ufficiale.
Il concetto di merce è la chiave della teoria marxiana del
“capitale”. La sua complessa definizione implica una serie di nozioni di
carattere filosofico ed economico che trovano poi pieno sviluppo nello
svolgimento della teoria nella sua interezza. Essa è, infatti, detta “forma
economica cellulare”.
La merce è unità immediata di valore d’uso e valore. Essa è, dunque, da una
parte un oggetto utile, caratteristica che non la distingue dal più generico
“prodotto”, in quanto l’utilità è presupposto comune a qualunque forma del
risultato del processo lavorativo – il prodotto – in qualsiasi forma di
organizzazione della riproduzione umana. Questo è il suo “contenuto materiale”,
condizione necessaria ma non sufficiente alla definizione di merce.L’indistinzione di prodotto e merce, ovvero di produzione in genere e forme storicamente determinate di essa, è uno dei limiti fondamentali dei pensatori che precedono Marx, nonché uno degli assiomi più controversi, ma più o meno indiscussi della dominante ideologia/teoria economica ufficiale.
Torniamo alla merce. Oltre che valore d’uso, essa deve
essere anche valore, ovvero avere “forma sociale” storicamente specifica. Se
pare meno controversa la definizione del valore d’uso, da sempre si discute su
quella di valore. Marx la articola in tre passaggi: sostanza, grandezza e forma
di valore. I primi due punti sono affrontati nel § 1 del I capitolo del I libro
del Capitale, il terzo nel § 3.
Una lunga traduzione interpretativa, che
risale, in parte, allo stesso Engels, ha conferito maggiore importanza al § 1,
dove Marx afferma essere il lavoro astrattamente umano la sostanza del valore
ed il tempo di lavoro socialmente necessario alla produzione di una merce la sua
grandezza di valore. Lavoro astrattamente umano implica che non si tratti di un
genere determinato di lavoro concreto a creare il valore, vale a dire che non
sono la sartoria in quanto sartoria, o la tessitura in quanto tessitura a
farlo; sartoria e tessitura pongono il valore in quanto figure particolari di
lavoro astrattamente umano, di lavoro umano in genere. Sulla base di queste
pagine parrebbe poter emergere una definizione puramente tecnica del valore,
che si ridurrebbe a una certa quantità di “lavoro contenuto” nel prodotto, da
misurarsi attraverso il dispendio di forza-lavoro ovvero il tempo di lavoro.
Questo tipo di lettura era in qualche modo suggerito dal modo in cui Marx
imposta la questione della “trasformazione dei valori in prezzi” nel IX capitolo
(ma non nel X) del III volume. È più o meno questo che si intende comunemente
con “teoria del valore-lavoro”.
martedì 28 giugno 2016
IL CAPITALE, LIBRO I* - Karl Marx
PREFAZIONE ALLA PRIMA EDIZIONE
Quest'opera della quale consegno al pubblico il
primo volume, costituisce il seguito del mio scritto Per la critica
dell'economia politica, pubblicato nel 1859. Il lungo intervallo fra
l'inizio e la continuazione è dovuto a una malattia durata molti anni, che ha
interrotto a più riprese il mio lavoro.
Il contenuto di quello scritto anteriore è riassunto nel primo
capitolo di questo volume; e non solo per mantenere il nesso e per
completezza: l'esposizione è migliorata; ogni volta che è stato possibile,
molti punti, prima semplicemente accennati, ora sono stati ulteriormente
sviluppati mentre, viceversa, cose che là erano state sviluppate per esteso qui
sono solo accennate. Le sezioni sulla storia della teoria del valore e
del denaro sono state ora soppresse del tutto, com'è ovvio; tuttavia
il lettore dello scritto precedente troverà nelle note al primo capitolo nuove
fonti per la storia di quella teoria.
Il detto « ogni inizio è difficile » vale per tutte le
scienze. Perciò la comprensione del primo capitolo e
specialmente della sezione che contiene l'analisi della merce presenterà
maggior difficoltà degli altri. Però ho svolto nella maniera più divulgativa
possibile ciò che riguarda più da vicino l'analisi della sostanza di
valore e della grandezza di valore[1]. La forma
di valore, della quale la forma di denaro è la figura
perfetta, è poverissima di contenuto e semplicissima.
Tuttavia, invano
l'umanità da più di duemila anni ha cercato di scandagliarla a fondo, mentre
d'altra parte l'analisi di forme molto più ricche di contenuto e molto più
complicate è riuscita per lo meno approssimativamente. Perché? Perché il corpo
già formato è più facile da studiare che la cellula del corpo. Inoltre,
all'analisi delle forme economiche non possono servire né il microscopio né i
reagenti chimici: l'uno e gli altri debbono essere sostituiti dalla forza
d'astrazione. Ma per quanto riguarda la società borghese la forma di merce del
prodotto del lavoro, ossia la forma di valore della merce, è proprio la forma
economica corrispondente alla forma di cellula. Alla persona incolta, l'analisi
di tale forma sembra aggirarsi fra pure e semplici sottigliezze: e di fatto si
tratta di sottigliezze, soltanto che si tratta di sottigliezze come quelle
dell'anatomia microscopica.
lunedì 27 giugno 2016
KARL MARX, ZUR KRITIK DER POLITISCHEN ÖKONOMIE* - Stefano Garroni
*Da: http://www.terzapagina.eu/
L’analisi della merce, come lavoro in doppia forma, di valore d’uso – quale risultato di un lavoro reale o di una attività <produttiva> finalizzata – e di valore di scambio, o tempo lavoro o lavoro sociale indifferenziato, è il risultato critico finale della ricerca quasi secolare dell’economia politica classica, che in Inghilterra inizia con W. Petty, in Francia, con Boisguillebert e si chiude, in Inghilterra, con Ricardo, in Francia con Sismondi.
L’analisi della merce, come lavoro in doppia forma, di valore d’uso – quale risultato di un lavoro reale o di una attività <produttiva> finalizzata – e di valore di scambio, o tempo lavoro o lavoro sociale indifferenziato, è il risultato critico finale della ricerca quasi secolare dell’economia politica classica, che in Inghilterra inizia con W. Petty, in Francia, con Boisguillebert e si chiude, in Inghilterra, con Ricardo, in Francia con Sismondi.
Solo apparentemente la pagina di Marx è chiara: che
significa, infatti, lavoro produttivo o finalizzato? Non è questa la caratteristica
di ogni lavoro, che non sia un mero passatempo?
In un senso generalissimo, certamente le cose stanno così, ma appunto alla condizione di attenersi ad un senso generalissimo dei termini, dunque, ad un senso impreciso, vago ed in questo senso estraneo ad un linguaggio, che si voglia almeno comprensibile, se non addirittura scientifico.
In un senso generalissimo, certamente le cose stanno così, ma appunto alla condizione di attenersi ad un senso generalissimo dei termini, dunque, ad un senso impreciso, vago ed in questo senso estraneo ad un linguaggio, che si voglia almeno comprensibile, se non addirittura scientifico.
Ed allora cominciamo a notare che il lavoro, produttore di
valore d’uso, è finalizzato a realizzare una situazione di jouissance o
di Nutznißung, ovvero di piacere, godimento o utilità. Mentre
il lavoro produttore di valore di scambio, sia pure en principe, ha
lo scopo, mediante lo scambio, di realizzare profitto – ed
alla nozione di profitto, si badi, non appartengono di necessità logica né
quella di godimento/jouissance né quella di utilizzabilità
immediata/Nutznißung.
Dunque, la distinzione a cui l’economia politica è
giunta, appunto, è quella tra lavoro come produttore di jouisance o Nutznißung (lavoro
concreto, reale, finalizzato) e lavoro come lavoro sociale
indifferenziato[1], il quale, almeno en principe, è produttore di
profitto (e, ripeto, nel concetto di profitto né è compreso quello di
jouissance, né quello di utilità).Passiamo ora ad un’altra interessante
notazione.
Petty, sottolinea Marx, non si interroga circa la condizionatezza materiale della natura creativa del lavoro, ma lo considera subito nella sua forma sociale generale, in quanto divisione del lavoro ed è da questa concezione che Petty può giungere a scrivere una Aritmetica politica, che è la prima forma in cui l’economia politica si distingue come scienza a se stante.
Petty, sottolinea Marx, non si interroga circa la condizionatezza materiale della natura creativa del lavoro, ma lo considera subito nella sua forma sociale generale, in quanto divisione del lavoro ed è da questa concezione che Petty può giungere a scrivere una Aritmetica politica, che è la prima forma in cui l’economia politica si distingue come scienza a se stante.
domenica 26 giugno 2016
Brexit e fine dell’euro. Il “monito degli economisti” aveva visto giusto* - Riccardo Realfonzo
*Da: http://www.economiaepolitica.it/
Leggi il Monito: http://www.theeconomistswarning.com/2013/09/il-monito-degli-economisti.html
Leggi il Monito: http://www.theeconomistswarning.com/2013/09/il-monito-degli-economisti.html
Già nel giugno 2010, ai primi segni di crisi
dell’eurozona, una
lettera pubblicata daeconomiaepolitica.it e sottoscritta da
trecento economisti italiani e stranieri, lanciò un allarme sul modo in cui
i governi europei reagivano alla crisi e soprattutto sui pericoli insiti nelle
politiche di “austerità” imposte dai Trattati, che avrebbero ulteriormente
depresso l’occupazione e i redditi, rendendo ancora più difficili i rimborsi
dei debiti, pubblici e privati. Ma quell’allarme rimase inascoltato.
Nel novembre 2013 il Financial Times pubblicò
il “monito
degli economisti”, con il quale insieme ad alcuni celebri studiosi di tutto
il mondo sostenevamo che in assenza di una svolta espansiva e di uno sforzo
concertato per la ricomposizione dei crescenti squilibri macroeconomici,
l’Unione Europea non avrebbe potuto reggere, e la stessa esperienza della
moneta unica si sarebbe esaurita. Il “monito” sottolineava il “carattere
asimmetrico” della crisi, evidenziava i processi di divergenza impetuosi tra
Paesi che traevano vantaggio dal quadro di regole europee (Germania in testa) e
paesi che invece ne subivano le conseguenze. Il “monito” puntava il dito anche
contro “le politiche deflattive praticate in Germania e altrove per accrescere
l’avanzo commerciale, che hanno contribuito per anni all’accumulo di enormi
squilibri nei rapporti di debito e credito tra i paesi”.
mercoledì 22 giugno 2016
«Una teoria generale del conflitto sociale». Lotte di classe, marxismo e relazioni internazionali.* - Matteo Gargani intervista Domenico Losurdo
*Da: http://www.filosofia-italiana.net/
Premessa
Rivolgeremo qui alcune domande a Domenico Losurdo,
professore emerito presso l’Università degli Studi di Urbino, a partire dalle
sue due più recenti pubblicazioni La lotta di classe. Una storia politica e
filosofica, Laterza, Roma–Bari 2013 (abbreviato “LC” e seguito dal numero di
pagina dopo la virgola) e La sinistra assente. Crisi, società dello spettacolo,
guerra, Carocci, Roma 2014 (abbreviato “SA” e seguito dal numero di pagina dopo
la virgola).
Intervista
Gargani:
Nel marxismo italiano,
dal secondo dopoguerra, si possono – con le dovute cautele storiografiche –
rintracciare tre filoni fondamentali. Il primo è quello storicista, ossia il
canone interpretativo del PCI, impostato nelle sue linee essenziali da
Togliatti e ispirato a una lettura di Gramsci quale culmine di un’ideale linea
De Sanctis-Labriola-Croce. Il secondo è quello operaista, la cui simbolica data
d’inizio può esser fatta risalire alla fondazione nel 1961 della rivista
«Quaderni Rossi» e che ha annoverato tra le sue fila personalità differenti per
formazione e provenienza politica come Tronti, Panzieri, Asor Rosa, Negri e
Cacciari. Il terzo è quello del cosiddetto “dellavolpismo” che, attraverso
soprattutto la produzione di della Volpe e Colletti, ha cercato di dare una
lettura in chiave scientifica della Critica dell’economia politica di Marx,
marginalizzandone la produzione giovanile e accentuandone allo stesso tempo la
distanza da Hegel. In che modo ha letto Marx negli anni della sua formazione?
Come colloca la sua interpretazione di Marx rispetto a questi tre filoni?
Losurdo:
Non metterei sullo
stesso piano i tre filoni. Il richiamo a Labriola e ancor prima al Risorgimento
non impedisce a Togliatti di mettere l’accento sulla questione coloniale
(ignorata da Labriola, che celebra l’espansione italiana in Libia) e di
denunciare (con Lenin) la «barbara discriminazione tra le creature umane»,
propria del capitalismo e dello stesso liberalismo. Prendendo le mosse dal
Risorgimento e dalle sue correnti più radicali, Togliatti per un verso respinge
la visione cara a Gobetti per il cui il fascismo sarebbe «l’autobiografia di
una nazione», per un altro verso critica la tesi di Croce, secondo cui
l’avvento della dittatura fascista farebbe pensare a un’improvvisa e
inspiegabile esplosione di barbarie e di follia, sarebbe da paragonare
all’«invasione degli Hyksos».
martedì 21 giugno 2016
Dialoghi di profughi XVII.* - Bertolt Brecht
*Da: https://www.facebook.com/notes/maurizio-bosco/dialoghi-di-profughi-xvii-bertolt-brecht/10151316552073348?pnref=story
Cos'è "Dialoghi di Profughi": http://www.controappuntoblog.org/2013/10/18/quando-si-parla-di-umorismo-io-penso-sempre-al-filosofo-hegel-fluchtlingsgesprache-dialoghi-di-profughi-brecht-bertolt/
ZIFFEL DICHIARA LA SUA AVVERSIONE A TUTTE LE VIRTU’. - LA
CONCLUSIONE DI KALLE. – UN VAGO ACCENNO DI BRINDISI.
Cos'è "Dialoghi di Profughi": http://www.controappuntoblog.org/2013/10/18/quando-si-parla-di-umorismo-io-penso-sempre-al-filosofo-hegel-fluchtlingsgesprache-dialoghi-di-profughi-brecht-bertolt/
Verso l’autunno, con pioggia e freddo. La dolce Francia era
prostrata. I popoli si nascondevano sotto terra. Ziffel sedeva al ristorante
della stazione di H., staccando un tagliando dalla sua tessera del pane.
ZIFFEL Kalle, Kalle, che
dobbiamo fare noi, poveri uomini? Dappertutto si pretende superumanità: dove
possiamo più andare? Non solo un popolo o due stanno vivendo una Grande Epoca,
ma questa avanza irresistibile per tutti i popoli, e nessuno le può sfuggire.
Ad alcuni farebbe comodo di non dover passare attraverso la Grande Epoca, e che
ci passassero solo gli altri: e invece niente, se lo devono togliere dalla
testa. In tutto il continente aumentano le azioni eroiche; le imprese dell’uomo
comune diventano sempre più gigantesche; ogni giorno s’inventa una nuova virtù.
Per procurarsi un sacco di farina ci vuole ora l’energia con cui prima si
sarebbe potuto dissodare il suolo d’un intera provincia. Per appurare se
bisogna fuggire già oggi o se si potrà fuggire solo domani, è necessaria
l’intelligenza con cui ancora un paio di decenni fa si sarebbe potuta creare
un’opera immortale. Per scendere in strada ci vuole la forza di un eroe
omerico, e l’ascetismo d’un Budda per essere semplicemente tollerati. Solo
possedendo lo spirito d’umanità di San Francesco ci si può trattenere dal
compiere un delitto. Il mondo diventa una dimora d’eroi, e noi allora dove
andiamo? Per un po’ di tempo sembrò che il mondo potesse diventare abitabile:
l’umanità respirava di sollievo. La vita era diventata più facile. Erano
arrivati il telaio meccanico, la macchina a vapore, l’automobile, l’aeroplano,
la chirurgia, l’elettricità, la radio, il piramidone, e l’uomo poteva essere
più pigro, più vile, più sensibile al dolore, più amante dei piaceri, in breve:
più felice. Tutte quelle macchine servivano a far si che ognuno potesse far tutto.
Si contava infatti su gente comune, di media grandezza. Che ne è stato di
questa promettente evoluzione? Il mondo è nuovamente pieno delle più vane e
folli pretese ed esigenze. Noi abbiamo bisogno di un mondo in cui si possa
vivere con un minimo di intelligenza, di coraggio, amor patrio, senso
dell’onore, senso della giustizia, ecc., e invece cosa abbiamo? Glielo dico
chiaro e tondo: sono stufo di dover essere virtuoso perché niente funziona a
dovere; di essere disposto a tutte le rinunce perché regna una penuria non
necessaria; diligente come un’ape perché manca l’organizzazione; coraggioso
perché il mio regime mi coinvolge in guerre. Kalle, uomo, amico, io sono stufo
di tutte le virtù e mi rifiuto di diventare un eroe.
Perché il DiEM 2025 di Varoufakis sta combattendo la lotta sbagliata* - Will Denayer
*Da: contropiano.org/
Leggi anche: https://alganews.wordpress.com/2016/06/26/leditoriale-la-meravigliosa-vendetta-di-varoufakis/
http://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/e-la-rivolta-dei-deboli-anche-litalia-al-collasso/
http://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/e-la-rivolta-dei-deboli-anche-litalia-al-collasso/
1) Limitare
ulteriormente la democrazia allo scopo di ridurre al minimo i costi delle
transazioni internazionali senza tenere in considerazione la sferzata sociale
ed economica che l’economia globale di quando in quando produce
2) Limitare la
globalizzazione per ricostruire in patria una legittimità democratica
3) Globalizzare la
democrazia a scapito delle democrazie nazionali
IL “TRILEMMA” DI RODRIK: non è possibile avere contemporaneamente
iperglobalizzazione, democrazia e autodeterminazione nazionale.
Riportiamo qui la
traduzione di un articolo di Will Denayer, originariamente pubblicato su
Flassbeck Economic International. È un contributo interessante nel dibattito
all’interno della sinistra euro-critica che mette bene in luce le irrisolvibili
criticità del fronte che continua a sostenere la necessità di una maggiore
integrazione in senso democratico della UE e quindi la possibilità di una
riforma progressista di questo polo geo-politico-economico.
Entrando più a fondo nel campo della rottura della UE, Denayer pone degli attenti punti di analisi nella discussione tra chi insiste sulla priorità dell’uscita nazionale e chi invece predica un’utopistica “rivoluzione continentale”, mostrando come una così netta distinzione fra queste due prospettive manchi del senso di realtà di cui la lotta contro la UE necessita: la dimensione nazionale è ancora prevalente come contesto per l’organizzazione della lotta di classe e come base dell’affermazione di una alternativa politica, perché lo Stato è ancora il soggetto della sovranità e quindi della possibile rottura; ma senza un punto di vista e un piano di alleanze e di lavoro internazionale – nel caso specifico lavorando sull’anello debole, sul possibile punto di rottura, che nella Ue corrisponde alla faglia tra paesi dominanti e Piigs che lo stesso processo di integrazione e gerarchizzazione continentale ha generato – la rottura con l’Ue si ridurrebbe nella migliore delle ipotesi a un salto nel buio alla mercé della speculazione, dei mercati, degli apparati coercitivi dell’istituzione europea, nella peggiore in un ritorno a un nazionalismo che non può che essere, nel contesto attuale e dati gli attuali rapporti di forza, xenofobo, isolazionista e contrario agli interessi delle classi popolari. (Contropiano)
Entrando più a fondo nel campo della rottura della UE, Denayer pone degli attenti punti di analisi nella discussione tra chi insiste sulla priorità dell’uscita nazionale e chi invece predica un’utopistica “rivoluzione continentale”, mostrando come una così netta distinzione fra queste due prospettive manchi del senso di realtà di cui la lotta contro la UE necessita: la dimensione nazionale è ancora prevalente come contesto per l’organizzazione della lotta di classe e come base dell’affermazione di una alternativa politica, perché lo Stato è ancora il soggetto della sovranità e quindi della possibile rottura; ma senza un punto di vista e un piano di alleanze e di lavoro internazionale – nel caso specifico lavorando sull’anello debole, sul possibile punto di rottura, che nella Ue corrisponde alla faglia tra paesi dominanti e Piigs che lo stesso processo di integrazione e gerarchizzazione continentale ha generato – la rottura con l’Ue si ridurrebbe nella migliore delle ipotesi a un salto nel buio alla mercé della speculazione, dei mercati, degli apparati coercitivi dell’istituzione europea, nella peggiore in un ritorno a un nazionalismo che non può che essere, nel contesto attuale e dati gli attuali rapporti di forza, xenofobo, isolazionista e contrario agli interessi delle classi popolari. (Contropiano)
- Varoufakis
Questo testo si occupa di strategia, ma la strategia non può
essere considerata separatamente dalle persone e dalle loro storie e azioni.
Syriza è sempre stato un intricato conglomerato di gruppi di molte provenienze
politiche, ma da quando è salito al potere nel gennaio 2015, fino alla sua
capitolazione sette mesi più tardi, le due maggiori fazioni hanno combattuto
una lotta feroce. Da una parte c’era una sinistra eterogenea, che voleva
mantenere le promesse elettorali (il programma di Salonicco): non ci sarebbe
più stata l’austerità, la Grecia avrebbe negoziato un taglio del debito e, se
la Troika avesse spinto il paese oltre il limite, il gruppo avrebbe sostenuto
l’uscita dall’eurozona. Anche la leadership del partito, d’altro canto,
voleva porre fine all’austerità. Ma in nessun caso era disposta ad uscire
dall’eurozona.
domenica 19 giugno 2016
Identità e dialettica - Stefano Garroni (2006)
E’ possibile
ascoltare le registrazioni audio degli incontri in collaborazione con Stefano
Garroni andando su questo canale di Youtube:
http://www.youtube.com/user/mirkobe79
Se lo esaminiamo nella sua relazione con il processo di lavoro –sottolinea Marx- [1] il prodotto ne è il risultato, in quanto è processo di lavoro cristallizzato, i cui diversi fattori convergono in un oggetto stabile (ruhender); insomma, il prodotto coincide con l’intrecciarsi di un’attività soggettiva e di un contenuto materiale.
E’ proprio su questo intrecciarsi, che è opportuno richiamare l’attenzione, in quanto, con tutta evidenza, Marx dimostra di muoversi in una prospettiva teorica, che tende a considerare la rigida contrapposizione/opposizione tra soggettivo e oggettivo, come un ostacolo da superare, anche nel senso che solo ‘togliendolo’ quell’ostacolo, si potrà riuscire a comprende l’effettiva dinamica del fenomeno in esame. [2]
In questo
senso appare chiaro quanto possa essere inopportuna, rispetto a Marx, la
qualifica di ‘materialista’, dacché se ne potrebbe legittimamente ricavare che
proprio Marx, da un lato, accetti la rigida contrapposizione tra soggettivo ed
oggettivo, tra spirito e materia e, dall’altro, che lo stesso Marx scelga di
privilegiare l’uno dei due opposti, smentendo in questo modo ciò che
caratterizza, invece, un approccio dialettico, vale a dire la
comprensione/superamento di ciò, che immediatamente si contrappone.
Marx
continua osservando che il risultato del processo di lavoro è un valore d’uso,
del quale vale questa descrizione: la materia [3], su cui il lavoro [4] si è
esercitato, ha ricevuto la forma, le proprietà determinate alla cui costruzione
(Herstellung) era finalizzato -in quanto suo scopo trainante- l’intero processo
di lavoro.
Le proprietà in questione vengono determinate, appunto, dallo stesso modo di lavoro; il prodotto è il risultato di un precedente processo di lavoro, che è la storia della sua genesi. [5]
Le proprietà in questione vengono determinate, appunto, dallo stesso modo di lavoro; il prodotto è il risultato di un precedente processo di lavoro, che è la storia della sua genesi. [5]
IL FATTORE RELIGIOSO NELL'ATTUALE CONGIUNTURA LATINOAMERICANA* - Alessandra Ciattini
Mi pare che pochi sappiano, almeno in Italia se non in
Europa, che Eduard Cunha[1], presidente della Camera dei Deputati
brasiliana che ha diretto il procedimento per giungere alla destituzione di Dilma
Roussef, appartiene ad una chiesa pentecostale. Egli ha agito di concerto
con altri deputati, di orientamento conservatore e reazionario (circa 70), che esplicitano
chiaramente la loro fede religiosa e che, partecipando alla procedura
di impeachment, hanno dedicato il loro voto a Dio.
A mio parere, questo fatto merita un qualche approfondimento
per far sì che anche il comune lettore sia informato delle trasformazioni
religiose che hanno investito negli ultimi decenni l'America Latina, su
cui dibattono quasi esclusivamente gli specialisti o che sono denunciate con
preoccupazione dalla Chiesa cattolica, perché da queste risulta
fortemente danneggiata, essendo ridimensionato il suo ruolo egemonico tra le
masse popolari. Considero tale riflessione quanto mai opportuna per delineare
in maniera complessiva la strategia imperialista elaborata dagli Stati
Uniti, che – dopo le sfiancanti e non popolari guerre in Afganistan e Iraq
– sono tornati a guardare alla regione, che hanno sempre considerato parte
integrante della loro sfera d'influenza. E ciò non solo per la grande quantità
di risorse diversificate che essa contiene, ma anche perché rappresenta da
sempre un mercato vicino e conveniente per la produzione
statunitense. Ma ovviamente la possibilità di mantenere sotto controllo
entrambe queste due dimensioni deve essere supportata da un intenso lavoro
ideologico, volto a diffondere i “valori americani”, di cui si fa
portavoce Obama e che sono incentrati essenzialmente sull'individualismo,
sulconsumismo, sul raggiungimento del successo.
sabato 18 giugno 2016
"Totalitarismo", triste storia di un non-concetto* - Vladimiro Giacché
Da: http://www.contraddizione.it/(n.112) https://rivistacontraddizione.wordpress.com/ www.resistenze.org
Leggi anche: http://ilcomunista23.blogspot.it/2015/09/sintesi-della-dialettica.html
Vedi anche: http://177ermanno.blogspot.it/2013/10/totalitarismo-origine-e-storia-domenico.html
Vedi anche: http://177ermanno.blogspot.it/2013/10/totalitarismo-origine-e-storia-domenico.html
Come le guerre di Bush, anche il lessico ideologico
contemporaneo è animato dalla lotta tra il Bene e il Male. Una lotta sanguinosa
che vede contrapposti ai nostri alleati, "Mercato",
"Democrazia" e "Sicurezza", due nemici mortali: "Terrorismo"
e "Totalitarismo" - tra loro complici, e sempre meno distinguibili
l'uno dall'altro. Come è logico, l'esecrazione generale circonda questi due
tristi figuri. L'appellativo di "Totalitario", in particolare, è
decisamente tra gli insulti più in voga. Di "atteggiamento
totalitario" è stato recentemente accusato il ministro brasiliano per la
cultura Gilberto Gil da Caetano Veloso, nel corso di una polemica sulla
distribuzione di fondi pubblici. "Tipica di uno stato totalitario" è
secondo Vittorio Feltri la (sacrosanta) decisione del Prc di espellere un
consigliere comunale che prima ha difeso il diritto di Di Canio di fare il
saluto fascista, poi lo ha imitato a beneficio del fotografo di un giornale
locale. E "totalitario" è ovviamente anche ogni oppositore di
Berlusconi che venga sorpreso a pronunciare con tono di rimprovero le tre
parole "conflitto di interessi".Si tratta di usi grotteschi del termine, ma a loro modo significativi.
Ancora più significativo è l'uso del termine da parte dell'ex direttore della Cia James Woolsey: il quale ha recentemente affermato che "una stessa guerra" contrappone oggi gli Usa a "tre movimenti totalitari, un po' come avveniva nel secondo conflitto mondiale". I tre "movimenti totalitari" sarebbero rappresentati dal baathismo (sunniti iracheni e Siria), dagli "sciti islamisti jihadisti" (appoggiati dall'Iran e legati agli hezbollah libanesi) e dagli "islamisti jihadisti di matrice sunnita" (ossia "i gruppi terroristici come al Qaida") [intervista a Borsa & Finanza, 5.11.2005]. Un dubbio sorge spontaneo: che cosa diavolo hanno in comune oggi un nazionalista arabo laico, un fondamentalista islamico sciita e uno sunnita?
Praticamente nulla. Eccetto una cosa: il fatto di opporsi agli Stati Uniti.
"Totalitario", insomma, è chi si oppone all'Occidente, e più precisamente agli Usa.
Niente di nuovo, in verità: le cose stanno così da più di 50 anni. La fortuna del concetto di "totalitarismo" nasce infatti nell'immediato dopoguerra, e si spiega con la necessità politica di accomunare i regimi comunisti, che rappresentavano adesso il nuovo Nemico dell'Occidente, al regime nazista appena sconfitto. A posteriori, non possiamo che constatare il pieno successo di questa operazione. Che però ha conosciuto diverse fasi.
venerdì 17 giugno 2016
L'A.B.C. del Comunismo* - Bucharin-Preobrazenskij (1919)
*Da: https://www.marxists.org/italiano/bucharin/index.htm
Introduzione:
Il nostro programma
Il nostro programma
1. Che cosa è un programma?
Ogni partito persegue determinati obiettivi, sia esso un
partito di latifondisti o capitalisti che di operai o contadini. Ogni partito
deve avere i suoi obiettivi, altrimenti esso perde il carattere di partito. Se
è un partito che rappresenta gli interessi dei latifondisti, esso perseguirà gli
obiettivi dei latifondisti: in quale modo si possa mantenere il possesso della
terra, tener soggetti i contadini, vendere il grano a prezzi più alti, ottenere
prezzi d’affitto superiori, e procurarsi operai agricoli a buon mercato. Un
partito di capitalisti, di industriali, avrà ugualmente i suoi propri
obiettivi: ottenere mano d’opera a buon mercato, tenere in freno gli operai
industriali, cercare nuove clientele alle quali si possa vendere le merci ad
alti prezzi, realizzare alti guadagni e a tal fine aumentare le ore di lavoro,
e soprattutto creare una situazione che tolga agli operai ogni velleità di
aspirare ad un ordinamento sociale nuovo: gli operai debbono vivere nella
convinzione che padroni ve ne sono sempre stati e ve ne saranno anche nell’avvenire.
Questi gli obiettivi degli industriali. S’intende che gli operai e contadini
hanno obiettivi ben diversi, essendo ben diversi i loro interessi.
Un vecchio
proverbio russo dice: "Ciò che è salutare per il russo, è mortale per il
tedesco". Sarebbe più appropriata la seguente variante: "Ciò che è
salutare per l’operaio, è mortale per il latifondista e per il
capitalista". Ciò significa che il lavoratore ha uno scopo, il capitalista
un altro, il latifondista un altro. Ma non tutti i proprietari si occupano con
assiduità ed accortezza dei loro interessi, e più di uno vive nell’ozio e nei
bagordi non curandosi nemmeno di ciò che gli presenta l’amministratore. Ma vi
sono anche molti operai e contadini che vivono in questa noncuranza ed apatia.
Essi ti dicono: "In un modo o nell’altro si camperà la vita, che m’importa
il resto? così hanno vissuto i nostri antenati e così vivremo anche noi".
Questa gente s’infischia di tutto e non comprende nemmeno i suoi propri
interessi. Coloro invece che pensano al modo migliore di far valere i propri
interessi si organizzano in un partito. Al partito non appartiene
quindi l’intera classe, ma soltanto la sua parte migliore, la parte più
energica, ed essa guida tutto il rimanente. Al partito dei lavoratori (il
partito dei comunisti bolscevichi) aderiscono i migliori operai e contadini. Al
partito deilatifondisti e capitalisti ("Cadetti",
"Partito
della libertà popolare") aderiscono i più energici latifondisti e
capitalisti ed i loro servitori: avvocati, professori, ufficiali, generali,
ecc.
Ogni partito abbraccia quindi la parte più cosciente di quella classe i
cui interessi esso rappresenta. Perciò un latifondista o capitalista
organizzato in un partito combatterà i suoi contadini od operai con maggiore
efficacia di uno non organizzato. Nello stesso modo un operaio organizzato
lotterà contro il capitalista o latifondista con maggiore successo di uno non
organizzato; e ciò perché egli si è reso conscio degli interessi e delle
finalità della classe operaia, e conosce i metodi più efficaci e più rapidi per
conseguirli.
L’insieme degli obiettivi, cui un partito aspira nella difesa degli
interessi della propria classe, forma il programma di questo partito. Nel
programma sono formulate le aspirazioni di una data classe. Il programma del
partito comunista contiene quindi le aspirazioni degli operai e dei contadini
poveri. Il programma è la cosa più importante per ogni partito. Dal programma
si può sempre giudicare di chi un dato partito rappresenti gli interessi.
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