Da: https://www.marxismo-oggi.it - Gabriele Repaci Studioso del mondo islamico e del Vicino Oriente. Laureato in Filosofia presso l'Università degli Studi di Milano, ha intrapreso una carriera che coniuga ricerca accademica e attività giornalistica. - Gabriele Repaci - https://t.me/mediorienteedintorni -
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Introduzione
Il Grande Balzo in avanti (1958–1961) occupa un posto centrale nella storiografia sulla Cina contemporanea ed è generalmente ricordato come uno dei più gravi disastri umani del XX secolo. La maggior parte degli studi, soprattutto in ambito occidentale, ne sottolinea il carattere catastrofico, mettendo in evidenza la carestia di massa, il crollo della produzione agricola e le decine di milioni di vittime. In questa prospettiva, il Grande Balzo viene spesso interpretato come il risultato di una combinazione di utopismo ideologico, incompetenza amministrativa e autoritarismo politico, fino a essere descritto, in alcune ricostruzioni divulgative, come un episodio di violenza storicamente “inutile”.
Senza negare in alcun modo la dimensione tragica dell’evento né il suo costo umano, questo saggio propone una rilettura revisionista del Grande Balzo in avanti, fondata su un’analisi dei vincoli materiali, demografici e geopolitici entro cui la dirigenza cinese si trovò ad agire alla fine degli anni Cinquanta. L’obiettivo non è quello di assolvere le responsabilità politiche del gruppo dirigente, né di relativizzare la sofferenza delle vittime, ma di interrogarsi sulla razionalità storica interna del progetto e sul margine effettivo di alternative strutturalmente praticabili.
Il presupposto di questa analisi è che la valutazione storica di eventi di portata sistemica non possa limitarsi a un giudizio retrospettivo fondato esclusivamente sull’esito catastrofico, ma debba considerare anche la posta in gioco percepita dagli attori storici e il campo delle possibilità concretamente disponibile in un dato contesto. Nel caso della Cina della fine degli anni Cinquanta, tale contesto era caratterizzato da una combinazione di arretratezza economica estrema, pressione demografica, isolamento internazionale, scarsità di capitale e tecnologia, nonché da una memoria storica ancora viva di invasioni, guerre civili e dipendenza esterna.
In questa cornice, il Grande Balzo può essere interpretato non semplicemente come un esperimento economico fallito, ma come una forma di “guerra economica” condotta dallo Stato contro il sottosviluppo, concepita come minaccia esistenziale alla sopravvivenza e all’autonomia del paese. Mao Zedong e i vertici del Partito comunista cinese operarono all’interno di una logica statuale che privilegiava la rapidità della trasformazione strutturale rispetto alla riduzione del rischio a breve termine, accettando consapevolmente un elevato livello di costo umano come prezzo di una possibile accelerazione storica.