mercoledì 17 maggio 2017

SULLA SINISTRA TEDESCA*- Hans Heinz Holz**

*Da “L’Ernesto”, N. 3 Settembre/Ottobre 2005 
**Hans_Heinz_Holz (26 2 1927 – 11 12-2011), intellettuale tedesco, saggista, fra i massimi pensatori marxisti europei. Professore Emerito di Filosofia presso l’Università di Groningen, Olanda.
Traduzione a cura di Stefano Garroni, primo ricercatore di Filosofia del CNR di Roma, traduttore di gran parte delle opere di H.H. Holz in Italia. 


Il punto di vista critico del filosofo marxista tedesco Hans Heinz Holz, in merito al progetto tedesco “di sinistra” alternativa alla SPD,



La fondazione di un partito di sinistra (Linkspartei), che potesse raggiungere anche il numero di suffragi per essere rappresentato al Bundestag (parlamento federale) ha fatto nascere euforiche aspettative negli ambienti tedeschi, critici del sistema. 

Nel periodo del cancellierato di G. Schroeder, la Spd si era comportata, in politica interna, come esecutrice degli interessi del grande capitale e, in politica estera, come sostenitrice di un attivo imperialismo germanico-europeo. Già da anni, in effetti, la politica socialdemocratica si era andata distinguendo solo per sfumature da quella della Cdu. Contro il ruolo guida degli Usa, i quali nel periodo della “guerra fredda” avevano operato, nell’interesse della borghesia europea, per ricacciare indietro l’Unione Sovietica, dopo il 1990 l’Unione Europea – dominata da Francia e Germania – aveva maturato l’idea di una propria posizione di dominio mondiale: iniziò così la lotta per la conquista del mercato mondiale, in cui dovunque – perfino nel loro “cortile di casa” latino-americano – gli Usa                                                                                                             andavano perdendo terreno. 

Gli Usa reagirono, usando il pretesto della lotta al terrorismo, con una politica mirante all’impossessarsi delle fonti energetiche mediorientali e dell’Asia centrale. La Germania e la Francia, che non possono accettare il monopolio statunitense sulle fonti energetiche – perché significherebbe accettare, anche, la loro riduzione a potenze di secondo rango – si contrapposero all’escalation militaristica. La guerra contro l’Iraq rese chiaro che gli Usa erano pronti a perseguire l’obiettivo della loro egemonia anche ricorrendo a mezzi militari, nel caso anche contro propri alleati. La concorrenza intercapitalistica entrava in contraddizione con il complessivo interesse capitalistico allo sfruttamento. Questa contraddizione, che nasce da una coesistenza solidale ma anche da rivalità inter-monopolistiche, determina oggi – anche se in modo non apparente e complesso – la situazione politica mondiale.

Già a partire dagli anni novanta, esistevano negli Usa e in Europa dei piani diretti non più al solo controllo dei Paesi sfruttati, ma anche all’intimidazione delle grandi potenze imperialistiche loro concorrenti.

Per la Germania, ciò significava una duplice spesa materiale: da un lato, per investimenti nella ricerca e produzione di armamenti; dall’altro, per investimenti volti alla conquista di nuovi mercati, in primo luogo nell’Europa orientale e nel vicino Oriente (la politica verso la Turchia!).

Questa strategia diretta a conquistare le chances di massimo profitto per il capitale, doveva comportare limitazioni agli impegni dello Stato. Venne introdotta una radicale politica di risparmio (politica che non ha ancora raggiunto i suoi massimi livelli), la quale riguardava prima di tutto gli impegni sociali a livello comunale, dei Lander, e federale, particolarmente rispetto all’educazione, alla cultura e alla sanità pubblica.

La socialdemocrazia – che fino ad ora ha potuto contare sulla tradizionale lealtà dei sindacati – è divenuta lo strumento politico appropriato a portare avanti questo nuovo corso di politica interna, così ricca di conflitti, dell’imperialismo tedesco. Su questa linea si è costituita una Grosse Koalition tra Spd e Cdu – il che dimostra quanto i meccanismi del sistema parlamentare funzionino nel senso voluto dagli interessi del grande capitale.

Per anni, sindacalisti e cittadini della sinistra liberale si sono limitati al ruolo di spettatori della revoca dei diritti sociali e della costruzione di un potere autoritario, con indignazione ma senza opporre resistenza. Nel 2005 fece la sua comparsa una sdegnata minoranza, che lasciò il partito socialdemocratico e l’organizzazione dei Verdi, la quale si mosse nella prospettiva di formare un nuovo raggruppamento socialdemocratico di sinistra.

Il colpo di forza politico, operato da Schroeder, di anticipare le elezioni federali, costrinse questo gruppo all’alleanza elettorale con la Pds, attraverso la costruzione – in vista appunto della battaglia elettorale – di un nuovo partito (la Linkspartei), le cui componenti però non costituiscono assolutamente un tutto omogeneo.

Gli interessi dei tedeschi dell’est e dell’ovest non sono assolutamente gli stessi – come dimostra con chiarezza la differenza nella ripartizione del reddito nazionale: ad esempio, il valore medio del reddito per abitante, nei Lander tedesco-occidentali, sta fra i 23.000 e i 30.000 euro l’anno, mentre nei Lander della Germania orientale si colloca tra i 17.000 e i 18.000 euro. La percentuale di disoccupazione nella Germania orientale sta tra il 17 e il 20%, mentre in quella occidentale oscilla tra il 6 e il 10%. I motivi, di cui si nutre l’opposizione ai partiti esistenti, hanno fonti diverse nelle due parti della Germania.

Significa questo che il nuovo partito si fregia solamente dell’appellativo “di sinistra”? Il nome del partito non sta ad indicare nessun contenuto programmatico, ma solo un tipo di collocazione nello spettro degli orientamenti politici: destra e sinistra sono classificazioni entro la cornice parlamentare; nella prima forma che il Parlamento assunse, in Inghilterra, Tories, (ovvero i conservatori) e Whigs (ovvero i liberali) erano rispettivamente la destra e la sinistra del Parlamento, per la collocazione che avevano rispetto alla Presidenza del Parlamento stesso. I primi erano per il mantenimento dei valori e delle condizioni esistenti, gli altri, invece, erano orientati ad introdurre cambiamenti e riforme; entrambi, nelle circostanze determinate, prendevano decisioni pratiche rispetto agli interessi degli strati sociali, da loro rappresentati. E lo stesso avviene ancor oggi.
La Cdu si richiama si ai valori del sistema sociale cristiano, tuttavia opera nell’interesse del capitale; ed un politico scaltro, come Heiner Geissler, quando non ha più un ruolo pubblico, mostra un’inquieta meraviglia se fa esperienza della contraddizione tra ideologia e prassi.
Destra e sinistra è una differenziazione che sta ad indicare due frazioni, interne ad uno stesso sistema di potere, caratterizzato da contraddizioni e compromessi – e con ragione in Inghilterra il partito, che non sta al governo, viene chiamato “l’opposizione di sua maestà”: all’interno del sistema di potere, le due frazioni si ricompongono in unità ad opera del Trono.

Più tardi si aggiunsero i rappresentanti dei partiti della classe lavoratrice, che andava crescendo e sviluppandosi: in Inghilterra il Labour Party, sul Continente i Socialdemocratici. Gruppi sociali tra loro in concorrenza si organizzarono in partiti diversi. Coloro i quali si orientavano con maggior decisione verso cambiamenti e riforme, si collocarono nel lato sinistro del Parlamento.

La funzione delle due diverse collocazioni, di render chiara la differenza tra funzione governativa e di opposizione, tese a sfumarsi; i concetti assunsero una colorazione “filosofica” (weltanschauliche Farbung), nel senso che “sinistra” assunse il significato della direzione verso cui il cuore batte e “destra”, invece, il luogo in cui si colloca il giusto ordine. Ma va detto che questo spostamento di significato è ingannevole: nei fatti, restano i segni dell’unità dell’ordinamento parlamentare, il cui scopo è appianare i conflitti entro i margini del sistema.

I cadetti erano la destra, i menscevichi erano la sinistra, ma i bolscevichi si collocavano fuori di questo schema. Sinistro in quanto di sinistra non è un luogo logico, ma solo un luogo appartenente alla realpolitik. Da questo punto di vista, la “sinistra” è parte funzionale della stabilizzazione del sistema.

Quanto detto basta a comprendere il ruolo della Linkspartei in Germania e della cosiddetta Sinistra europea nell’Unione europea. La “sinistra” occupa un posto nel sistema, che i socialdemocratici non hanno mai occupato: il posto di chi auspica un capitalismo “dal volto umano”, ovvero di chi sogna la possibilità di varianti “sociali” della politica di aggressione verso l’esterno ed, all’interno, di sfruttamento.

Una “sinistra”, che considera propria funzione principale svolgere il ruolo dell’opposizione parlamentare, non è altro se non uno strumento propagandistico di pacificazione, che dà l’illusione di poter curare una malattia, che di fatto diviene sempre più grave.

Naturalmente è del tutto significativo il fatto di costruire una piattaforma parlamentare, da cui si possano ricavare alternative alla società capitalistica. Ora non si dovrebbe dare l’illusione che la presenza in Parlamento possa essere anch’essa, una via per il cambiamento politico del sistema. Nelle società borghesi, i Parlamenti sono loro organi, non il terreno di scontri rivoluzionari.

Gli architetti e i capitani della Linkspartei non hanno compreso l’impossibilità di togliere le deficienze del sistema capitalistico restando all’interno del sistema, dato che queste deficienze sono inseparabili dalle leggi di autoconservazione dello stesso sistema.

Chi accetta l’accumulazione del capitale quale forza trainante la vita sociale, non può impedire il verificarsi della disuguaglianza, dello sfruttamento, dell’impoverimento e dell’oppressione.

Al posto del capitalismo, deve comparire un altro ordinamento economico, che sia in grado di utilizzare in maniera sensata la ricchezza sociale. La Spd ha tolto il socialismo dal suo programma e si mantiene nei limiti dell’ideologia della giustizia sociale, dei diritti umani, della libertà, che resta priva di una concezione dell’ordinamento politico-economico della società.

Certamente comunisti e riformatori sociali d’ispirazione cristiana possono riconoscersi, entrambi, in certe finalità etiche; ma gli strumenti e gli obiettivi per la realizzazione di quelle finalità richiedono concrete strategie politiche.

I problemi della proprietà degli strumenti di produzione e del potere politico nello Stato non si pongono più sul piano puramente etico, ma su quello dei rapporti di forza tra le classi, senonchè la Linkspartei non pone più tale problema, dato che lo dissolve in una critica del tutto nebulosa del neoliberalismo.

Un partito, che voglia contrapporsi al monopolio del potere della classe dominante, ha bisogno di disegnare il profilo di un nuovo mondo, che sia capace di portare le masse alla mobilitazione. Il titolo della rivista teorica della Spd è un promettente Utopia creativa; il fatto, però, è che nella politica del partito non si coglie né una visione utopistica, né una creatività innovativa. Al contrario, l’attività del partito si svolge lungo i binari abituali, fino al prender parte a coalizioni di governo, nelle quali esso è costretto ad assumersi la responsabilità di atteggiamenti politici, che pure, precedentemente, aveva criticato.

Il contenuto emozionale, che è legato al termine di sinistra (là dove conduce il cuore), si risolve nel marchio di un partito d’opposizione interno al sistema.

Gregor Gysi ha detto che sinistra è un nome “bello e ricco di pretese”. Ma, si potrebbe dire con Goethe, il nome è, di per sé, qualcosa di insignificante.

Ciò che Gysi intende con sinistra è ancora meno chiaro che in Oskar Lafontaine, il quale con questo termine pensa ad un tipo di politica economica neo-keynesiana. Ciò che effettivamente era la socialdemocrazia, prima della questione dei crediti di guerra del 1914, realmente appartiene ad un secolo fa ed è per questo che trova spazio una sinistra della sinistra, i comunisti, cosa che Lenin, Liebnecht e la Luxemburg non persero mai di vista: sinistra della sinistra che è formata da coloro i quali non si lasciano incantare dal termine sinistra.

Nel 1963 si trovarono insieme, per iniziativa dello scrittore e redattore radiofonico tedesco-occidentale Horst Kruger, dodici autori, i quali risposero alla domanda che cos’è oggi la “sinistra”? Tra questi, il liberale Ralf Dahrendorf (nobilitato in Gran Bretagna con l’appellativo di sir) dichiarò che quel nome - sinistra – era ormai inattuale (unzeitgemass) per il fatto di essere tradizionalmente connesso alla questione sociale, la quale nella Germania Federale era ormai un fenomeno marginale, dunque riduceva il suo significato alle questioni “dei profughi e del loro inserimento, della riqualificazione di coloro i quali avevano perso il lavoro a causa dello sviluppo tecnologico e dell’impegno a favore degli anziani e della loro solitudine”.

Oggi, con una media del 12% di disoccupazione a livello federale, con il taglio delle pensioni e con il prolungamento dei tempi di lavoro, questa maniera liberale di vedere il mondo non è più tanto cinica, quanto piuttosto comica.

Wolfgang Abendroth assunse una posizione del tutto contraria: di sinistra sono coloro i quali vogliono portare i rapporti di produzione al livello dello sviluppo delle forze produttive. “Per la prima volta nella storia dell’uomo (si dà) la possibilità che la società garantisca la libertà dal bisogno e dalla privazione,… a patto che l’orientamento a favorire il profitto privato dei proprietari di capitale venga abbandonato in nome di una redditività economica, orientata al benessere comune”.
Ciò è vero anche oggi. Ma dove troviamo noi negli attuali partiti di sinistra – tedeschi o europei che siano – anche solo un accenno a tutto questo?

Sara Wagenknecht, che certamente è una critica della politica di resa all’esistente (Anpassung) della Pds, ne ha difeso l’esistenza: “la Pds è l’unica forza politica, che viene dalla Ddr e che sopravvive nello spettro dei partiti della Germania federale. Per quanto veementemente i rappresentanti della Pds neghino questa eredità e tradizione, il partito in quanto tale, nonostante tutto, ha rappresentato per lunghi anni una reale alternativa anticapitalistica” (Junge Welt, n.161-2005). Che la dirigenza della Pds si sottragga a ciò è una faccia della medaglia, ma l’altra faccia è che per i suoi militanti e i suoi stessi elettori il partito ha questa funzione simbolica: questo è un aspetto della realtà tedesca, che i conquistatori occidentali della Ddr intendono assolutamente rimuovere. Quanto a Lothar Bisky – il cui atteggiamento politico è socialdemocratico e disponibile ai compromessi – a cui per tre volte è stata negata la vicepresidenza del Parlamento federale, va detto che tale rifiuto non era diretto all’uomo o al dirigente politico ma, piuttosto, era volto a dimostrare che la possibilità di integrarsi nel sistema restava vietata agli esponenti di un partito – la Pds – che era legato al ricordo della Ddr; e questa maggioranza doveva far capire ad una dirigenza di partito, disposta alla cooperazione anche a costo di auto-distruggersi, che da essa ci si attendeva una capitolazione incondizionata. Già nel 2002, André Brie aveva indicato come obiettivo finale, per la Pds, “di governare questo paese insieme alla Spd”. E per Gregor Gysi era necessaria “solo per un certo periodo, l’esistenza di una forza a sinistra della Spd” (Stern, n.1-2005).

No, la Linkspartei non è la sinistra tedesca, se con il termine sinistra si intende una forza politica orientata al mutamento del sistema.

La Linkspartei è uno strumento per raccogliere l’insoddisfazione, che è in continua crescita, nei confronti delle condizioni politiche e sociali; è il canale istituzionale, nel quale indirizzare l’irrequietezza dei movimenti sociali; la Linkspartei serve come freno delle attività extraparlamentari, quando la classe dirigente sa molto bene che i cambiamenti del potere politico non avvengono in Parlamento, ma nelle piazze.

In tempi di congiuntura favorevole e come segno del sistema di concorrenza con il socialismo in sviluppo, in Europa occidentale il capitale poteva e doveva assicurarsi condizioni sociali che riuscissero a nascondere le contraddizioni di classe. Nel periodo del “miracolo economico” tedesco, il problema del potere e della proprietà non si presentavano più alla luce del sole e la strategia riformistica sembrava trovare un riscontro nella realtà.

Con il capovolgimento politico mondiale del 1990 tutto divenne improvvisamente diverso. Il capitalismo si mostrò di nuovo in tutto il suo spietato disprezzo per l’umanità. Nel 1963, nel già citato volume collettaneo Cos’è oggi la sinistra? scrissi dell’ “occultata lotta di classe”: “occupazione del potere politico da appartenenti alla classe dominante, privilegi culturali, giustizia di classe, manipolazione delle coscienze, snaturamento della sfera privata sono tutti indizi di quale sia la forma di dominio nella società di classe”. Oggi bisognerebbe parlare, anche, della crescente distruzione ambientale. Se allora il dominio di classe si diffondeva mediante la crescita generalizzata del benessere, oggi, invece, quel dominio si esercita di nuovo senza nessuna copertura o mascheramento e gli interessi delle masse non possono esser difesi da una Linkspartei, perché pretendono invece la ripresa della lotta di classe. 


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