La teoria Marxista poggia la sua forza sulla scienza... che ne valida la verità, e la rende disponibile al confronto con qualunque altra teoria che ponga se stessa alla prova del rigoroso riscontro scientifico... il collettivo di formazione Marxista Stefano Garroni propone una serie di incontri teorici partendo da punti di vista alternativi e apparentemente lontani che mostrano, invece, punti fortissimi di convergenza...
Oggi torniamo a parlare di America Latina, con un occhio particolare dedicato al Venezuela e a Cuba, assieme ad Alessandra Ciattini (docente universitaria di antropologia e analista).Cercheremo di fare il punto su quanto sta accadendo nel continente e sui possibili futuri sviluppi.
Lo scorso 1 luglio, è entrata in vigore nel sostanziale disinteresse mediatico italiano una normativa che, in assenza di esplicita manifestazione di contrarietà da parte dei soggetti interessati, stabilisce l’automatica canalizzazione dei contributi versati dai dipendenti del settore privato verso il fondo pensione di categoria.All’incentivo rappresentato dal meccanismo del silenzio assenso va peraltro a sovrapporsene un altro, costituito dalla deducibilità fino a 5.300 euro e dall’abbassamento – dal 26 al 20% – dell’aliquota sulle plusvalenze.
Le mani di Blackrock, Vanguard e State Street sui contributi degli italiani.
I metalmeccanici, una delle categorie più numerose, fa riferimento al Fondo Cometa, dotato di un proprio Consiglio d’Amministrazione e di un collegio sindacale composti per il 50% da rappresentanti dei sindacati e per il restante 50% da rappresentanti dei datori di lavoro. A sua volta, l’organo direttivo affida l’ammontare dei contributi – tra i 13 e i 14 miliardi di euro – ai grandi gestori internazionali di risparmio come BlackRock, Vanguard e State Street.
Grazie alla nuova legislazione, quasi 75 miliardi di euro di contributi concessi ogni anno in affidamento ai grandi fondi dovrebbero essere sottratti all’Inps per defluire verso i mercati azionari e obbligazionari statunitensi, a beneficio di società che annoverano quegli stessi mega-fondi come principali azionisti di riferimento.
Una risposta a Alessandro Volpi (per amor di contraddittorio...)
Volpi dice cose corrette a proposito dei fondi pensione, ma perché ne parla proprio ora, che si inizia ad applicare la riforma del dicembre 2025 che ha migliorato molto le cose? E perché non dice di questo miglioramento? Ora infatti il lavoratore può scegliere di escludere le Compagnie assicurative (UnipolSai, Generali Assicurazioni), le quali prima, per regolamento COVIP, prendevano in carico obbligatoriamente e in maniera irreversibile almeno il 50% del montante accumulato dal lavoratore per erogare un vitalizio al pensionamento; da calcoli attuariali effettuati e ben verificati e confermati (studiando il contratto con la Compagnia, che sono tenuti a inviare solo a richiesta), ma ovviamente mai divulgati in maniera trasparente ai lavoratori, la Compagnia assicurativa tratteneva quasi un terzo dell'importo del lavoratore (una vergogna!). Ora il lavoratore può scegliere di non far gestire il proprio montante accumulato alla Compagnia Assicurativa e i propri soldi rimangono al Fondo negoziale che è un ente non a fini di lucro e preleva circa 0,2-0,3% massimo ogni anno per le spese di gestione e inoltre gestisce in maniera trasparente.
Certo oggi il lavoratore deve fare determinate scelte ed essere ben informato, altrimenti finisce depredato da Fondi privati e piani pensionistici bancari prima e da Compagnie assicurative dopo.
Che in ogni caso ci troviamo in gestioni patrimoniali basate su strumenti finanziari del capitalismo è indiscutibile, ma dal punto di vista del lavoratore che deve integrare una pensione che sarà il 50% del salario, si tratta di risparmio che deve essere fatto rendere al meglio. D'altronde se uno pensa di mettere da parte soldi per la vecchiaia, che fa? Li mette sotto il materasso con l'inflazione che se li mangia oppure ci compra ETF di azioni mondiali e titoli di Stato che mediamente forniscono una rendita netta positiva? Il capitalismo vorremmo abbatterlo ma il lavoratore deve campare e usa gli stessi strumenti di investimento dei ricchi: azioni e credito.
La questione invece della sanità privata a mio avviso è molto più grave, immorale, inefficiente. Lì i soldi dei lavoratori vengono consegnati, cobtrattualmente e quindi obbligatoriamente a favore di Compagnie assicurative e i propri soldi sono impiegati per dare incentivi a lavoratori e dirigenti dell'assicurazione quando riescono a trovare cavilli per non pagare le cure mediche al lavoratore che le necessita. Invece se un lavoratore compra delle azioni con i proprio risparmio, alimenta il sistema di certo, ma probabilmente lo aiuterà in futuro.
Certo c'è un piano tecnico e contrattuale (che conosco abbastanza) e un piano politico, sul quale noi siamo tutti d'accordo credo. Tuttavia in parte si intrecciano: se si estromette la Compagnia Assicurativa "costosissima" e"inefficente", ritengo sia un bene: non risolve tutto, ci mancherebbe ma è un bene per il lavoratore e per la giustizia sociale.
Nei giorni scorsi, il quotidiano «Kommersant» ha ospitato un editoriale a firma dello specialista in affari militari Andreij Ilnitsky e intitolato L’escalation – la via più breve per la pace.
Nel pezzo, Ilnitsky sostiene che un’escalation graduale e calibrata costituisca la strada più sicura per raggiungere gli obiettivi dell’Operazione Militare Speciale russa e garantire una pace duratura dopo la vittoria. La proposta di Ilnitsky si articola in quattro fasi.
La prima prevede la messa fuori uso di circa 30 infrastrutture critiche che sostengono lo sforzo bellico ucraino, tra cui impianti energetici, porti, snodi ferroviari, centri logistici e stabilimenti metallurgici.
La seconda, la distruzione delle residue strutture del complesso militar-industriale ucraino.
La terza, l’attacco contro le basi Nato nei Paesi baltici.
La quarta, l’attacco diretto sia contro le basi Nato di Rzeszów (Polonia) e Costanza (Romania), sia contro le imprese che producono armi per l’esercito ucraino.
Ilnitsky ritiene che l’attuazione delle prime due fasi – limitata esclusivamente al territorio ucraino – risulterebbe sufficiente a provocare il collasso dello Stato ucraino e bloccare così l’aggressione occidentale.
La linea d’azione di Mosca ricalca le indicazioni di Ilnitsky
Il piano di Ilnitsky sembra aver trovato debita attenzione al Cremlino. Il presidente Putin ha infatti respinto la recente proposta avanzata dal suo omologo ucraino Zelensky di limitare l’Operazione Militare Speciale alle sole regioni di nuova incorporazione, dichiarando che l’obiettivo della Russia non è preservare l’attuale regime di Kiev, ma distruggerlo.
Le dichiarazioni di Putin attestano un netto irrigidimento della posizione russa, riscontrabile in uscite di analogo tenore formulate dal ministro degli Esteri Lavrov e dal consigliere del Cremlino Ushakov.
Francesco Dall'Aglio, medievista, ricercatore presso l'Istituto di Studi Storici al dipartimento di storia medievale della Accademia delle Scienze di Sofia (Bulgaria). Esperto di est Europa e di questioni strategico-militari è gestore del canale Telegram «War Room»
Nella notte tra sabato e domenica, centinaia di droni ucraini sono stati lanciati contro obiettivi in Russia, nel contesto di una delle più grandi operazioni coordinate con droni dall’inizio della guerra.
Nonostante le 556 intercettazioni in ben 14 diversi oblast’ annunciate dal Ministero della Difesa russo, diversi droni ucraini sono riusciti a penetrate le reti di difesa russe provocando incendi presso la raffineria di petrolio di Mosca a Kapotnya, il terminal petrolifero di Solnechnogorsk e il parco tecnologico elettronico Elma a Zelenograd.
L’operazione con i droni ucraini rientra nella strategia di Kiev intesa a sferrare colpi altamente teatrali contro infrastrutture energetiche situate nelle profondità dello spazio territoriale russo, con l’obiettivo di ridurre il volume di entrate a beneficio di Mosca, sabotare la rete logistica e disarticolare le catene di approvvigionamento militari russe.
Nonché a mantenere l’attenzione dell’opinione pubblica occidentale saldamente focalizzata sul conflitto, in una fase in cui diversi alti esponenti europei come il presidente del Consiglio d’Europa Antonio Costa, l’alto Rappresentante per la Politica Estera Kaja Kallas e il premier finlandese Alexander Stubb hanno posto l’accento sulla necessità di avviare seri negoziati con la Russia.
Da: ilcontesto.net - Giacomo Gabellini è un giovane ricercatore indipendente. - Maurizio Boni nato a Vicenza nel 1960, è stato il vice comandante dell'Allied Rapid Reaction Corps (ARRC) di Innsworth (Regno Unito), capo di stato maggiore del NATO Rapid Reaction Corps Italy (NRDC-ITA) di Solbiate Olona (Varese), nonché capo reparto pianificazione e politica militare dell'Allied Joint Force Command Lisbon (JFCLB) a Oeiras (Portogallo). [...]
Mosca ha accusato Lituania, Lettonia ed Estonia di collaborazionismo con l’Ucraina rispetto agli attacchi con droni che le forze armate di Kiev hanno condotto contro i terminali petroliferi russi sul Mar Baltico. Più specificamente, l’idea fattasi strada in seno alla classe dirigente del Cremlino è che questi Paesi stiano mettendo il proprio spazio aereo a disposizione dell’esercito ucraino.
La portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova ha dichiarato che gli Stati baltici «hanno ricevuto un avvertimento appropriato», e aggiunto che «se i regimi di questi Paesi hanno abbastanza buon senso, ascolteranno. In caso contrario, dovranno affrontare una risposta».
Il Ministero della Difesa russo, invece, ha pubblicato un rapporto in cui elencano decine di strutture chiave situate all’interno dei Paesi occidentali, che secondo Mosca starebbero fabbricando droni e altri armamenti per conto dell’Ucraina.
Nel comunicato ufficiale si afferma che «consideriamo questa decisione come un passo deliberato che porterà a una forte intensificazione della tendenza politico-militare in tutto il continente europeo e alla graduale trasformazione di questi Paesi in retrovie strategiche dell’Ucraina»
L’elenco completo delle aziende e dei loro indirizzi è stato poi pubblicato dal Ministero della Difesa russo, cosa che lascia chiaramente presagire l’intenzione di Mosca di adottare una qualche contromisura.
Secondo il vicepresidente del Consiglio di Sicurezza russo Dmitrij Medvedev, «la dichiarazione del Ministero della Difesa russo va presa alla lettera: l’elenco degli stabilimenti europei che producono droni e altre attrezzature è un elenco di potenziali obiettivi per le forze armate russe. Quando gli attacchi diventeranno realtà dipenderà da cosa accadrà in seguito. Dormite sonni tranquilli, partner europei!».
Il rinnovato attivismo europeo si colloca in una congiuntura particolarmente critica, che vede l’amministrazione Trump ventilare la possibilità di punire alcuni Stati europei per la loro mancanza di sostegno alla guerra contro l’Iran sottraendo gradualmente l’ombrello di sicurezza statunitense.
Stando a quanto riportato dal «Wall Street Journal», «la proposta comporterebbe il ritiro delle truppe statunitensi dai paesi membri dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico ritenuti poco collaborativi nei confronti dello sforzo bellico contro l’Iran e il loro dispiegamento in paesi più favorevoli alla campagna militare statunitense.
La proposta sarebbe ben lontana dalle recenti minacce del presidente Trump di ritirare completamente gli Stati Uniti dall’alleanza, cosa che per legge non può fare senza l’approvazione del Congresso». Ne parliamo assieme a Maurizio Boni, generale di corpo d’armata, giornalista, saggista e collaboratore di «Analisi Difesa» e de «Il Fatto Quotidiano». (ilcontesto.net)
Francesco Dall'Aglio, medievista, ricercatore presso l'Istituto di Studi Storici al dipartimento di storia medievale della Accademia delle Scienze di Sofia (Bulgaria). Esperto di est Europa e di questioni strategico-militari è gestore del canale Telegram «War Room»
A pochi giorni di distanza dall’allucinante conferenza stampa tenuta dal segretario alla Guerra Pete Hegseth alla presenza di un imbarazzato Don Caine, capo degli Stati Maggiori Riuniti delle forze armate statunitensi, il «Washington Post» pubblica un’inchiesta in cui si sostiene cha la Russia stia fornendo all’Iran informazioni di intelligence utili a bersagliare le forze statunitensi.
Basandosi su ben tre fonti interne ai servizi di sicurezza statunitensi, il «Washington Post» scrive che «dall’inizio della guerra, la Russia ha comunicato all’Iran le posizioni delle risorse militari statunitensi, tra cui navi da guerra e aerei».
Gli analisti raggiunti dal «Washington Post» hanno affermato che «la condivisione di informazioni di intelligence si adatterebbe allo schema degli attacchi dell’Iran contro le forze statunitensi, comprese le infrastrutture di comando e controllo, i radar e le strutture temporanee».
L’Iran sta «realizzando rilevamenti molto precisi sui radar di allerta precoce o sui radar over-the-horizon. Lo stanno facendo in modo molto mirato, puntando al comando e controllo», ha affermato Dara Massicot, esperta di esercito russo presso il Carnegie Endowment for International Peace.
L’Iran dispone di una manciata di satelliti di livello militare, cosa che renderebbe le immagini fornite dalle capacità spaziali molto più avanzate della Russia estremamente preziose, soprattutto perché il Cremlino ha perfezionato il proprio targeting dopo anni di guerra in Ucraina, ha affermato Massicot.
Nicole Grajewski, che studia la cooperazione dell’Iran con la Russia presso il Belfer Center della Harvard Kennedy School, ha affermato sempre al «Washington Post» che gli attacchi di rappresaglia iraniani sono stati caratterizzati da un elevato livello di sofisticatezza, sia per quanto riguarda gli obiettivi presi di mira da Teheran, sia per la sua capacità di sopraffare le difese degli Stati Uniti e degli alleati.
Il «Washington Post» scrive anche che gli Usa stanno esaurendo i missili
Sommario: Ormai sappiamo che le guerre sono sempre accompagnate da tante bugie come quella della protezione gratuita fornita all’Europa dagli Usa e quella dell’incombente invasione russa. Queste bugie possono anche essere il frutto di una visione disatorta della realtà, ma sicuramente sono funzionali agli obiettivi delle classi dominanti, benchè queste ultime rivaleggino tra loro. Il problema di fondo è comprendere se la visione delirante e opportunistica da cui esse scaturiscono ha una sua propria logica.
Oltre alla menzogna riguardante l’incombente minaccia russa sulla civile Europa, patria dei diritti umani, un’altra plateale bugia è quella secondo cui gli Usa ci avrebbero difesi gratuitamente e generosamente, per cui dovremmo avere verso di loro un’infinita riconoscenza e dovremmo anche deciderci a proteggersi da soli, accettando la seppur dolorosa la perdita dei nostri figli, come ci è stato comunicato qualche tempo fa.
Su questo tema è intervenuta recentemente la Federcontribuenti, la quale ha calcolato che le basi militari Usa in Italia, integrate con la NATO, costano al contribuente italiano, esattamente al 40% degli italiani che pagano effettivamente le tasse, tra i 100 e i 200 milioni di euro all’anno. Questi costi riguardano la manutenzione, le infrastrutture, i servizi e ovviamente l’acuirsi dei conflitti internazionali produrrebbe un aumento degli stessi stimato tra il 20% e il 30%, che ricadrebbero sul bilancio dello Stato italiano e sui soliti tartassati. Si tenga anche presente che calcolare la cifra esatta di questi gravami è assai complicato, perché negli anni si sono susseguiti accordi secondari, ulteriori stanziamenti, esenzioni. Si aggiunga che i reati commessi dai militari Usa nel corso delle loro attività ufficiali non ricadono sotto la giurisdizione dello Stato italiano; più complesso è il trattamento dei reati comuni.
È difficile, in situazioni come questa, ragionare con la testa e non con altre parti del corpo, come fanno Trump e il codazzo politico-mediatico che approva il suo tentato cambio di regime in Venezuela. Dico “tentato” perché fino ad adesso non ci sono gli elementi essenziali di un colpo di Stato, eccetto il sequestro e il rapimento del presidente di uno Stato sovrano. Avvenuto a quanto sembra grazie a qualche classico tradimento di guardie del corpo, e non come espressione di una rete di congiura e di malcontento interni.
Un cambio di regime è la sostituzione di un governo con un altro grazie a un piano, che consiste molto spesso nella combinazione di un attacco esterno e una cospirazione intestina, politico e soprattutto militare. Si rovescia un assetto di governo e ci si presenta al popolo come titolari di un potere sovrano alternativo. Ma è proprio questo che finora non è accaduto a Caracas.
Durante la conferenza stampa tenutasi a margine della sua visita diplomatica in Kirghizistan in occasione del vertice dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettivo, il presidente Putin è tornato sul piano in 28 punti predisposto dall’amministrazione Trump. Putin si è anche espresso in merito alle accuse mosse di recente contro Steve Witkoff, inviato speciale dell’amministrazione Trump. Nei giorni scorsi, «Bloomberg» ha pubblicato la trascrizione di una presunta telefonata confidenziale di cinque minuti intercorsa tra lo stesso Witkoff e il consigliere diplomatico del Cremlino Jurj Ushakov. Dalla trascrizione emerge che Witkoff avrebbe fornito al proprio interlocutore russo indicazioni in merito alla postura da adottare nei confronti del presidente Trump, e perfino riguardo al tipo di proposta diplomatica da predisporre. Secondo Putin, «coloro che attaccano Witkoff hanno una posizione di ostilità nei confronti del piano di pace di Trump, e vorrebbero continuare a rubare denaro di concerto con l’attuale governo di Kiev, combattendo fino all’ultimo uomo. In ogni caso, noi siamo pronti». Parliamo di tutto questo assieme a Jacques Baud, saggista ed ex colonnello dell’intelligence svizzera specializzato in questioni russe ed europee, con impieghi presso la Nato e le Nazioni Unite.
Parte prima:
Parte seconda:
L’Occidente crede alla propria propaganda - Jacques Baud
Da: https://contropiano.org - Massimo Zucchetti è professore ordinario dal 2000 presso il Politecnico di Torino, Dipartimento di Energia. Attualmente è docente di Radiation Protection, Tecnologie Nucleari, Storia dell’energia, Centrali nucleari. - https://zucchett.wordpress.com -
La dottrina Monroe è uno dei testi di riferimento della politica estera americana: in quasi duecento anni di vita è stata spesso invocata a sostegno delle guerre e dei trattati, delle azioni e delle omissioni, delle promesse e delle minacce che hanno propiziato l’ascesa degli Stati Uniti da fragile repubblica a potenza regionale e, infine, a superpotenza mondiale.
Occorre partire da lì per capire le trasformazioni del rapporto tra gli Stati Uniti e il mondo, lungo quasi due secoli di storia.
I principi enunciati da James Monroe nel 1823 (la divisione del mondo in due sfere contrapposte, il veto a interferenze e tentativi di colonizzazione europea nel Nuovo Mondo, l’impegno americano a evitare analoghe interferenze nel Vecchio Continente) si sono dimostrati molto longevi soprattutto per il loro contributo alla definizione dell’identità nazionale e, conseguentemente, della definizione dell’interesse nazionale degli Stati Uniti.
Da: Il Contesto | Analisi economica e geopolitica - Gianandrea Gaiani. Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa.
Le forze armate russe continuano a registrare progressi particolarmente significativi, soprattutto nei settori di Pokrovsk, Kupyansk, Siversk e Kostyantynivka, mentre il Kiel Institute documenta una caduta verticale della capacità degli sponsor occidentali dell’Ucraina di rifornire adeguatamente Kiev di materiale militare. La penuria di armi e munizioni va peraltro a combinarsi con un netto calo dell’efficacia dei sistemi di difesa aerea Patriot, con conseguente aumento della distruttività degli attacchi missilistici russi e incremento delle vittime tra le fila ucraine. «Dalle mie fonti risulta che il rapporto di perdite tra ucraini e russi è di 36 a 1. Sono le perdite ucraine ad essere vicine a un milione […]. La guerra d’attrito attuata fin dall’inizio dai russi è stata un successo, sono gli ucraini ad essere sull’orlo del disastro», ha dichiarato ai microfoni di «Sky News Australia» l’ex consigliere Dipartimento di Stato statunitense James Carden. La piega assai difficilmente reversibile presa dal conflitto rafforza la posizione negoziale della Russia, che l’amministrazione Trump ha recentemente bersagliato con sanzioni dirette contro le compagnie petrolifere russe Rosneft e Lukoil. Sullo sfondo, le forze missilistiche russe testano con successo il Burevestnik, missile da crociera a propulsione nucleare. «Si tratta di un’arma unica che nessun altro al mondo possiede», ha affermato il presidente Putin in tenuta mimetica durante un incontro con i vertici delle forze armate. Ne parliamo assieme a Gianandrea Gaiani, giornalista, saggista e direttore della rivista «Analisi Difesa».
Lo scorso 5 settembre, «Politico» ha scritto che la bozza della National Defense Strategy per il 2025 attribuisce la priorità alla tutela degli interessi statunitensi nell’emisfero occidentale rispetto alla gestione della “minaccia cinese”. Lo avrebbero confidato alla nota rivista ben tre funzionari dotati di accesso al documento, giunto sulla scrivania del segretario alla Difesa Pete Hegseth alla fine di agosto. Qualora trovassero conferma, le indiscrezioni riportate da «Politico» delineerebbero un radicale cambiamento di rotta rispetto alle traiettorie strategiche seguite dagli Stati Uniti nell’ultimo quindicennio, sotto governi sia democratici che repubblicani. Compreso quello guidato dallo stesso Trump tra il 2017 e il 2021, la cui National Defense Strategy collocava la deterrenza contro la Cina in cima alla scala delle priorità del Pentagono. La realizzazione del mutamento d’approccio previsto dal documento menzionato da «Politico» susciterebbe allo stesso tempo reazioni scomposte in seno alle compagini neocon e sinofobiche incistate in entrambi i partiti. Anche i rapporti con gli alleati/sottoposti ne risulterebbero profondamente alterati. «I tradizionali impegni assunti dagli Stati Uniti vengono ora messi in discussione», avrebbe riferito una delle tre fonti interpellate da «Politico». Le dichiarazioni pubbliche e le misure prese concretamente dall’amministrazione Trump risultano coerenti con il riorientamento strategico descritto all’interno del documento, a partire dalle rivendicazioni su Groenlandia e Panama; dalle ambizioni annessioniste nei confronti del Canada; dalla mobilitazione della Guardia Nazionale a sostegno delle forze dell’ordine a Washington e Los Angeles; dalla militarizzazione del confine con il Messico; dallo schieramento di navi da guerra e caccia F-35 nei Caraibi e al largo delle coste venezuelane con lo scopo ufficiale di combattere il narcotraffico; dal taglio dei fondi previsti dal programma di sostegno militare ai Paesi baltici. Elbridge Colby, coautore della National Defense Strategy per il 2018 e principale artefice della bozza descritta da «Politico», sembra aver abbandonato il suo tradizionale approccio anti-cinese per approdare alle posizioni sposate dal vicepresidente Jd Vance, che intende svincolare gli Stati Uniti dagli impegni esteri. (Giacomo Gabellini)
Da: Il Contesto | Analisi economica e geopolitica - Roberto Buffagni Ha insegnato Storia dell'Arte presso l'Università di Parma, studioso di questioni geostrategichee collaboratore del sito «L’Italia e il Mondo» (italiaeilmondo.com). Ha pubblicato saggi sul teatro, sul cinema (vincendo anche il Premio Adelio Ferrero per la critica cinematografica) e sulla letteratura. L'ultimo libro è: La supercazzola. Istruzioni per l'Ugo. (Mondadori).
Lo scorso 5 settembre, «Politico» ha scritto che la bozza della National Defense Strategy per il 2025 attribuisce la priorità alla tutela degli interessi statunitensi nell’emisfero occidentale rispetto alla gestione della “minaccia cinese”. Lo avrebbero confidato alla nota rivista ben tre funzionari dotati di accesso al documento, giunto sulla scrivania del segretario alla Difesa Pete Hegseth alla fine di agosto. Qualora trovassero conferma, le indiscrezioni riportate da «Politico» delineerebbero un radicale cambiamento di rotta rispetto alle traiettorie strategiche seguite dagli Stati Uniti nell’ultimo quindicennio, sotto governi sia democratici che repubblicani. Compreso quello guidato dallo stesso Trump tra il 2017 e il 2021, la cui National Defense Strategy collocava la deterrenza contro la Cina in cima alla scala delle priorità del Pentagono. La realizzazione del mutamento d’approccio previsto dal documento menzionato da «Politico» susciterebbe allo stesso tempo reazioni scomposte in seno alle compagini neocon e sinofobiche incistate in entrambi i partiti. Anche i rapporti con gli alleati/sottoposti ne risulterebbero profondamente alterati. «I tradizionali impegni assunti dagli Stati Uniti vengono ora messi in discussione», avrebbe riferito una delle tre fonti interpellate da «Politico». Le dichiarazioni pubbliche e le misure prese concretamente dall’amministrazione Trump risultano coerenti con il riorientamento strategico descritto all’interno del documento. Ne parliamo assieme a Roberto Buffagni, scrittore, autore di testi teatrali, studioso di questioni geostrategiche e collaboratore del sito «L’Italia e il Mondo». (Giacomo Gabellini)