sabato 13 giugno 2026

Lo shock di Hormuz e la lezione cinese: come trasformare una crisi energetica in vantaggio competitivo. - Francesco Maringiò

Da: https://www.marx21.it -  Francesco Maringiò, Presidente dell’Associazione italo-cinese per la promozione della Nuova Via della Seta e curatore del libro "La Cina nella Nuova Era, Viaggio nel 19°Congresso del PCC", LA CITTA' SEL SOLE. 

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Che la chiusura dello stretto di Hormuz abbia creato uno shock energetico e geopolitico non è certo una novità. In un mondo contrassegnato da profondi cambiamenti e turbolenze sistemiche, l’ennesimo cigno nero non ha fatto altro che approfondire alcune delle faglie strutturali delle diverse aree del mondo, facendo emergere tutta la fragilità del nostro tempo. Eppure non tutti i paesi hanno reagito allo stesso modo. Un rapporto della Banca del Fucino, pubblicato ad inizio maggio, mostra che il primato cinese nelle nuove energie non risiede nella sola capacità installata, ma nell’integrazione di sicurezza energetica, upgrade industriale e transizione verde in un unico quadro strategico.

Se per paesi dalla forte vocazione manifatturiera come Germania, Italia e Giappone la dipendenza dall’import di gas e petrolio sul totale del fabbisogno energetico pesa in modo significativo (57,12% per il Giappone, 58,10% per la Germania, il 68,06% per l’Italia) per la Cina questa quota è solo del 16,60%. Pechino, inoltre, dispone di riserve strategiche in grado di coprire circa sette mesi di traffico via Hormuz. Queste riserve, unite ad una ridondanza energetica domestica ottenuta col passaggio dal mix fossile-centrico al sistema ibrido ad alto tasso di rinnovabili, mettono la Cina in condizioni di maggiore resilienza e mostrano una strategia articolata anche a chi, in Europa, deve decidere come affrontare la propria vulnerabilità energetica.

Ancora un po’ di dati utili: il 25 maggio l’Amministrazione Nazionale Cinese dell’Energia ha pubblicato i dati statistici rilevando la crescita in un anno del 26,2% di capacità solare installata e del 22% di quella eolica. Entro la fine di quest’anno il solare supererà per la prima volta nella storia la capacità degli impianti a carbone ed il mix eolico-solare raggiungerà la metà dell’intera capacità di generazione elettrica nazionale.

Ma la forza della Cina non sta solo nella potenza degli impianti installati. Un dato sorprendente su tutti: nel 2025 le industrie delle energie pulite hanno trainato oltre il 90% della crescita degli investimenti cinesi, per un valore complessivo di 2.100 miliardi di dollari, l’11,4% dell’intera economia. Il settore è cresciuto tre volte più velocemente del PIL nel suo complesso. Il XV Piano quinquennale fissa come obiettivo vincolante che le fonti non fossili raggiungano il 25% del consumo energetico totale entro il 2030 (ora è il 21,7%): la transizione energetica è entrata nella costituzione economica del paese.

Abbiamo parlato molto di impianti eolici e solari. Ma cosa accade quando il vento non soffia e il sole non c’è? La risposta arriva da Huade, una contea al centro della Mongolia Interna, dove è stato installato un impianto di accumulo energetico ibrido da 100 MW / 400 MWh — elettrochimica e idrogeno in configurazione combinata — per rendere programmabile l’intermittenza dell’eolico e del solare.

In questa configurazione, infatti, le batterie regolano la frequenza a breve termine per compensare sbalzi improvvisi di vento e sole, mentre l’idrogeno immagazzina l’energia in eccesso a lungo termine per coprire i periodi di stasi prolungata. In questo modo la Cina realizza l’architettura necessaria a rendere l’intero sistema stabile.

Lo shock di Hormuz ha fatto da acceleratore anche fuori dalla Cina. Il rapporto della Banca del Fucino lo aveva anticipato: l’industria greentech cinese ha ridotto i costi unitari delle rinnovabili al punto da rendere il solare competitivo con le fonti fossili, trasformando la transizione da scelta virtuosa ad opzione economicamente conveniente. Nel solo mese di marzo 2026 questo si è tradotto in 68 GW di tecnologia solare esportata: il doppio del mese precedente, l’equivalente dell’intera capacità fotovoltaica della Spagna. Dieci gigawatt sono andati verso l’Africa, trentanove verso il resto dell’Asia, di cui 6,6 solo all’India. Per molti paesi in via di sviluppo la crisi ha funzionato da catalizzatore: con i fossili inaccessibili e le tecnologie cinesi a prezzi competitivi, costruire capacità rinnovabile è diventato il percorso più rapido e conveniente.

Questo è il quadro in cui l’Europa è chiamata a collocarsi. Un’analisi dell’IDDRI indica che raggiungere l’obiettivo globale di triplicare la capacità rinnovabile entro il 2030 richiede progetti che mettano insieme la scala industriale cinese, la finanza europea e la domanda di elettrificazione dei mercati emergenti. Non è un’ipotesi accademica: è la struttura che sta già prendendo forma, con o senza l’Europa. La domanda è se il vecchio continente sceglierà di entrarci con un ruolo attivo o se continuerà a rimandare. Con i prezzi dell’energia alle stelle e la dipendenza dai fossili che pesa sull’industria, l’alternativa c’è ed è una sola: costruire quella cooperazione con la Cina e i mercati emergenti che permette di tenere in piedi la manifattura europea e rispettare quegli stessi impegni climatici che l’Europa si è data.

Fonti:

https://bancafucino.it/sites/default/files/2026-05/20260430_Flash-Guerra-Usa-Iran-e-shock-energetico.pdf https://en.cnesa.org/latest-news/tag/Hydrogen+Storage
https://www.scmr.com/article/chinas-growing-impact-on-global-new-energy-vehicle-supply-chains
http://news.cncaa.org/48507.html
https://e360.yale.edu/digest/china-solar-exports-iran-war 

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