domenica 19 marzo 2017

Sul CAPITALE: Storia e Logica*- Stefano Garroni

*Riproduzione di alcuni passaggi tratti dalla discussione del 11/03/99: Sul Capitale - Storia e Logica https://www.facebook.com/groups/
Qui l'audio dell'incontro:   https://www.youtube.com/playlist?list=PL88CA5CCDE4BD1EAC


[...] La prova induttiva, in definitiva, è questa: il mondo, il mondano, cioè la dimensione dell’esistente, è la dimensione del finito, del particolare; di ciò che per esistere ha bisogno di altro. E’ il mondo degli effetti che hanno bisogno delle cause, ma a loro volta le cause sono effetti di altre cause, quindi ogni esistente rinvia ad altro per giustificare la propria esistenza. In questo continuo rinvio del contingente a una causa che lo spiega, la quale causa a sua volta diventa però un contingente che è effetto di un’altra causa ecc., ; in questo continuo rinvio non si raggiunge mai una stabilità, non si raggiunge mai una ragione dell’esistenza di questo contingente: donde la necessità di postulare una ragione fuori del mondo del contingente, che sia la ragione di tutto il mondo contingente.

[...] E’ molto importante il fatto che quando Hegel affronta questo tipo di prova dell’esistenza di dio, mette in evidenza che accettando queste prove, e quindi accettando quel ragionamento per cui il contingente trova nel necessario la propria causa, si dimostra anche il contrario, e cioè che è proprio il contingente che pone il necessario. Cioè che così come è vero che il particolare, il finito, il contingente, ha bisogno del necessario per esistere, il necessario intanto esiste in quanto è necessario del contingente.

E’ del tutto chiaro che se esiste una legge che vieti qualcosa, esisterà la violazione di quella legge: in quanto la gente ruba c’è una legge che dice “Non rubare”, e quindi la legge del non rubare, intanto può esistere in quanto esiste il contrario del non rubare, cioè il fatto del rubare. Questa legge, intanto può esistere in quanto esiste il contrario di se stessa, cioè la sua violazione, e quindi il mondo della legge, della regola, del diritto, implica l’esistenza del mondo del delitto.

[...] No, no, no, noi diamo per scontato che sia vero. Ma capisci che cosa mostruosa è dire che un evento storico, è quello che è per ragioni logiche? E’ cosa mostruosa perché tu hai fatto della logica, delle leggi logiche, la legge della storia. Il che è la follia più totale. Basta assistere a una seduta del nostro parlamento per vedere che la politica con la logica non ha nulla a che vedere. Spiegare la storia, la politica, l’economia, con le leggi logiche, è il massimo dell’aberrazione nel senso che tu inventi un mondo di sogni. Sembrerebbe allora che nella storia il miglior politico sia il miglior logico matematico, perché è quello che sa fare meglio i conti logici, ed è quindi il miglior politico, e invece non è vero nulla.

E' interessante che Marx molte volte, quando deve spiegare il suo discorso, ricorre proprio a quello schemino che dicevo. Per esempio c’è uno scritto sulla forma di valore, che è tutto costruito in questa maniera: tanto di X è uguale a tanto di Y, perché valgono tutti 10 lire.

[...] Ora, è importante che Marx quando deve spiegare il suo punto di vista, spesso ricorre a esemplificazioni che hanno questa caratteristica, creando qualche problema, perché contemporaneamente, Marx produce anche un altro modo di spiegazione, e cioè: nella realtà dello scambio, succede che io vado al mercato con la mia merce, cercando di ricavare il più possibile, ma anche tu fai la stessa cosa, anche lei fa la stessa cosa ecc.; attraverso questo gioco ad incastro e di tentativi di fregarci reciprocamente. Cosa dice Marx? Dice che in realtà si va imponendo una tendenza, e cioè la tendenza a scambiare il prodotto sulla base del suo valore. A questo punto vedi che la forma dell’argomentazione è completamente diversa, qui la logica non c’entra più, qui si sta dicendo: c’è una situazione di scontro di interessi, ogni interesse è avverso all’interesse altrui, ma attraverso proprio questo scontro di interessi, e quindi di questo tentativo di fregatura reciproca, si impone una legge obiettiva, quella che tende a far scambiare i prodotti sulla base del valore. Qui non c’entra più la logica.

[...] Allora si comprende che quando tu fai della legge logica, la spiegazione del movimento storico reale, stai cercando di spiegare quello che tu vuoi dire in modo più semplice possibile. Quando vai veramente al succo della faccenda, cosa fai? Fai una cosa che è maledettamente dialettica, e cioè spieghi l’evento storico attraverso l’evento storico. Lo scambio delle merci al mercato è l’incontro-scontro di interessi contrapposti, questa è la realtà del mercato. Questa è la realtà della storia, questo è quello che di fatto avviene nella storia, ma attraverso questa realtà di fatto, storicamente accertabile, attraverso questo si va imponendo una regola. E’ chiaro?

Questo è il senso della totalità dialettica. Per questo è importante capire che la totalità dialettica, viene fuori come espressione di una drammaticità di opposizioni. Qui tu hai un’esemplificazione della totalità dialettica, cioè questo tendenziale scambio sulla base del valore, che equilibra le varie differenze e squilibri, è appunto quella totalità che si va affermando attraverso lo scontro degli interessi, non per calcolo logico, non per automatismo logico, ma proprio attraverso il meccanismo dello scontro.

Intervento: Quindi non è assoluto, è in funzione del tempo e delle circostanze viarie.

Stefano Garroni: Ovviamente! E questo è fondamentale, perché un altro equivoco su cui insiste molto Rubin, è appunto la faccenda del valore-lavoro. Anche qua, se noi facciamo lo schemino puramente logico, la cosa sembra quasi plausibile però diventa totalmente incomprensibile.
Cioè lo schemino puramente logico è questo: io faccio il calzolaio, lui fa il barbiere, lei fa un altro mestiere: ognuno di noi ha un lavoro diverso. Quando andiamo al mercato, non possiamo scambiare i nostri lavori diversi perché sono incommensurabili. Come si fa a comparare il lavoro del barbiere e il lavoro del macellaio? E’ necessario un terzo, e ritorna il discorso A=B a C ecc., e questo terzo è il lavoro astratto. Prescindiamo dalle varie differenze particolari, concrete dei singoli lavori e abbiamo il lavoro astratto.

Ma lavoro astratto che vuol dire? Se io prescindo dalle differenze storiche, concrete, delle abilità, ecc., che vuol dire?

Intervento: Devi ricorrere al terzo!

Stefano Garroni: Certo, ma da che è dato questo terzo? E qui viene fuori un grande problema. Questo terzo sembrerebbe essere unicamente la capacità fisica di erogare sforzo. Allora succede che ci sarebbe un lavoro astratto, cioè il lavoro come mèra capacità di produrre sforzo, che sarebbe esistito sempre in tutte le fasi della storia ovviamente, perché in tutte le fasi della storia gli uomini hanno avuto quest’astratta disponibilità, capacità, di lavorare. Allora verrebbe fuori che questa legge del valore, sarebbe valida in ogni epoca della storia, verrebbe fuori il paradosso per cui la legge chiave del sistema capitalistico sarebbe la legge della storia in generale., il che è assolutamente contraddittorio.

Allora è necessario fare quell’altra operazione che diceva lui, e su cui Rubin insiste: il lavoro astratto non è questa mèra capacità fisica di faticare, ma il lavoro astratto è il risultato della trasformazione del lavoro qualitativamente diverso – quello del macellaio, del barbiere, ecc. -, in quantità misurabile. E questo è possibile in quanto tu hai avuto una scienza matematizzata, la produzione di strumenti che consentono di misurare le esperienze, per esempio vai dall’ottico e ti misura la vista. Cioè, mano a mano che tu riesci ad acquisire strumentazione tecnica e conoscenza scientifica che ti permettono questa matematizzazione dell’esperienza, allora puoi produrre il lavoro astratto, perché il lavoro astratto è appunto il lavoro ridotto in quantità misurabile, così come tutte le sensazioni sono scientificamente traducibili in processi misurabili.

[...] Il calzolaio di Atene sapeva esattamente che cosa caspita significava costruire delle scarpe, non so, a Cipro. La tecnica produttiva era quella, il giro del mercato era quello, le materie prime disponibili erano quelle, allora non ci voleva molta esperienza per capire che se io, ateniese, ho fatto un paio di scarpe ci ho messo dieci giorni, e quindi voglio dieci dracme; se tu calzolaio di Cipro mi dici: “ah per queste scarpe mi devi dare 30 dracme perché sono 30 giorni di lavoro”, dico: “No, mi stai imbrogliando”. So perfettamente che è così. Ma quando il mercato tu l’allarghi, e diventa un mercato mondiale, questa calcolabilità del lavoro necessario, è possibile solo sulla base dell’alta tecnologia, cioè di quel processo di trasformazione delle differenze empiriche in differenze quantitative, cioè il lavoro astratto. Ma allora il lavoro astratto diventa qualche cosa di organico allo sviluppo della società moderna, non solo del modo di produzione, ma della sua scienza, della tecnologia disponibile, dell’organizzazione sociale, cioè della possibilità di spostare merci, per esempio, quindi le strade, i mezzi di comunicazione ecc., tutto questo complesso rende possibile l’individuazione del lavoro astratto come metro di misura.

[...] Ed è importante che per esempio, buona parte della riflessione sul calcolo della probabilità in epoca moderna, nasce in ambiente economico, ma appunto si tratta di produzione di schemi logicamente importanti, che poi caso mai hanno applicazione in ambito di ricerca fisica. La politica economica, invece, tiene conto di altri fattori: le condizioni obiettive del mondo, ma lo scontro di interesse anche, che ovviamente nella modulistica economica scompaiono. Per cui è una cosa bellissima e importantissima, ma sul piano logico.

[...] Il socialismo si fa nell’alto sviluppo, cioè ha bisogno di quello sviluppo delle forze produttive, di quella matematizzzione, di tutte quelle condizioni che consentano per esempio di liberare l’uomo dal lavoro manuale, perché è una balla che il lavoro manuale sia una cosa nobile. Non è nobile. Il lavoro manuale lo possono fare pure le bestie, pure le macchine, e allora non è nobile. Però l’uomo può essere liberato dal lavoro manuale se ci sono le macchine. Le macchine vuol dire la scienza, la matematizzazione dell’esperienza, ecc. ecc. Su questa base tu puoi costruire la riappropriazione sociale, perché quello è l’obiettivo.

     

Nessun commento:

Posta un commento