venerdì 3 marzo 2017

ILLUSIONI DEL POSTMODERNISMO*- Stefano Garroni

 *Brevi passaggi dall’intervento nell’Incontro-Convegno tenutosi alla Sapienza di Roma il 18/03/99 su LE ILLUSIONI DEL POSTMODERNISMO di T. EAGLETON – A.Ciattini, A.Simonicca, A.Colajanni, N.Gasbarro, S.Garroni.   https://www.facebook.com/groups/276130642477707/?fref=ts  
        
 [...]C'è una sola illusione: quella di esistere. Il post-modernismo non esiste.

 [...]Immaginate un grande pittore che faccia un quadro, dopo un po' di anni questo quadro viene stampato, riprodotto e venduto al supermercato. Questo momento è il post-modernismo.

 [...]Colajanni descrive certe vicende delle università. Ma collega Colajanni questo è proprio l'emarginazione, la marginalità! Ha ragione Eagleton, non è che io non sono marginale perché manovro i dollari, è che la cultura è stata resa marginale da un sistema di potere che è sempre di più concentrato in poche mani che sono volgarmente le multinazionali che hanno i soldi da dare ai professori universitari, e questi fanno i giochetti tra di loro, ma non hanno più nessun peso effettivo.  

 Questo è il punto reale. Si scopre una certa marginalità nel post-modernismo? ma certo, ma si tratta di quegli strati piccolo o medio borghesi che hanno creduto alla possibilità di un nuovo grande New Deal, di un nuovo grande momento del capitalismo che assicurasse a tutti, cioè a loro, ricchezza, benessere, libertà, potere: non è successo. Non è successo. Recentemente è uscito un articolo di una studiosa americana, negli Stati Uniti, in cui giustamente si sottolinea che al di là dell'asprezza degli scontri nel ‘68, negli Stati Uniti in particolare, gli obiettivi di lotta erano quelli di un capitalismo democratico. Un largo strato di intellettuali ha creduto di poter accedere finalmente al potere. Non ce l’ha fatta. Il grande crollo è questo, la grande disillusione di non potere avere spazio nella società dei padroni. E non ce l'hanno infatti.

 [...]Noi abbiamo, con una profondità notevolissima, con una ricchezza di temi enorme, con un'attualità formidabile - questa si attuale, penso a Kierkegaard, penso Nietzsche, per esempio, altro che Vattimo questa roba qua -, abbiamo una tematizzazione profondissima, ricca, densa, di tutti i problemi che noi stiamo vivendo. Però noi li stiamo vivendo a livello del supermercato, della riproduzione di supermercato. Lì venivano vissuti in maniera molto seria, molto profonda.

 [...]Nel ‘68, i colleghi lo ricorderanno, era un luogo comune la critica al soggetto cartesiano, perché è un soggetto autoritario, unilaterale, e implica la dittatura della ragione. Questo significa non aver letto minimamente, per esempio, il discorso sul metodo. Dove la dimensione è completamente un'altra. Non aver riflettuto su che cosa vuol dire l'arbitrarismo teologico di Cartesio. Cartesio in definitiva dice: “A noi è sicuramente evidente che uno più uno fa due, non c'è dubbio. Perché è evidente? Perché così Dio ha voluto. Ma avrebbe potuto volere altrimenti”. Il che vuol dire costruire il mondo su una situazione di arbitrio. Con buona pace della dittatura della ragione, dell'unilaterale ragione che tutto soffoca. Non è vero! 

 Tutto il pensiero moderno nasce con il senso fortissimo del dramma, dell'ambiguità. Giustamente Colajanni ricordava quel libro che mette in questione non la post-modernità, ma la modernità. Ha ragione. In che senso? ovviamente, nel senso che la post-modernità, le fesserie che l'industria culturale ci ammannisce, sulla base di Vattimo e di tanti altri imbroglioni del genere (non esiste). Per esempio se noi andiamo effettivamente a studiare le cose, ma dove sta questa cattiva ragione che tutto imprigiona? Sta in Diderot? In Hume? In Locke? Dove sta? Tutta la cultura moderna è piena del senso del dramma, dell'ambiguità, della complessità. Pensate a Kant. Là dove la ragione è un progetto, è un qualcosa da costruire, è un impegno morale. Se la ragione è un impegno morale vuol dire che non è nei fatti. È un impresa in cui io mi butto e devo rischiare: vinco, perdo, non so.

 [...] Alt! il post-modernismo è una falsificazione totale. Certo se noi andiamo alle cose serie, per esempio andiamo a Nietzsche, per esempio andiamo a Kierkegaard, per esempio andiamo a Schopenhauer, cogliamo qualche cosa di molto importante, che sono quelle ambiguità, quelle contraddizioni grandi che si nascondono nella società moderna. Anche i suoi momenti più grandi di conquista di libertà: la democrazia, il parlamentarismo. Beh, le analisi di Nietzsche, di Schopenhauer, sono formidabili. C'è un anticipo netto del dramma del totalitarismo della società democratica, dell'appiattimento della personalità che la società democratica comporta. Uno dei cui effetti è il post-modernismo. Solo in un uomo diventato misero, piatto, il post-modernismo può valere come atteggiamento culturale. Badate, voglio dire esattamente questo: ha senso leggere Kierkegaard, ha senso leggere Nietzsche, ha senso leggere Schopenhauer. Io non condivido le loro posizioni, ma qui imparo. Non ha senso leggere Derrida, Vattimo e quest'altra roba qua. Non ha nessun senso, non imparo, non capisco meglio il mondo, non acquisto una nuova problematicità. Qui ha ragione Eagleton ed è molto bella la descrizione che faceva Colajanni, perché ha perfettamente ragione. 

 Quante cose sono accennate, per esempio in questo libro è nettamente presente Wittgenstein. È nettamente presente un certo modo di leggere Hegel, Kant, mediato dalla tradizione empiristica che è di grandissimo interesse. Proprio contro quella compresenza della falsa sinistra, o della sinistra chiusa nel dogma. È presente Wittgenstein in Eagleton. Io non sono antropologo quindi non so fare il paragone che faceva Colajanni, ma certo che questa enfasi sull’ “immaginiamo”, io la leggo come un diretto chiamare in causa Wittgenstein appunto, ed è - mi soffermo su questo per un motivo, non sto facendo arena accademica -, wittegensteiniano il fatto anche che questo sottolineare i momenti immaginativi “immaginiamo che …”, non ha nulla a che fare con il post-moderno. Questo “immaginiamo che …”, serve poi a tornare nella realtà per capirla meglio, e Wittgenstein lo sottolinea molte volte. I giochi linguistici che io immagino, invento, hanno la funzione di farmi capire meglio il gioco linguistico reale, della lingua che effettivamente parliamo. Questo non è post-moderno. Questo è un uso dell'immaginazione per allargare gli strumenti di cui posso disporre per capire ciò che c'è. [...] 

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