Da: https://comune-info.net - Riccardo-Taddei ha oltre trent’anni di esperienza professionale nel campo dei diritti. È autore di L’ordine del Caos. Anatomia del conflitto tra Israele e Palestina (Ombre corte) Riccardo Taddei
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C’è un equivoco di fondo che attraversa ancora il dibattito pubblico su Gaza, e vale la pena smontarlo con precisione. La domanda «si tratta di un genocidio oppure no?» viene posta come se si trattasse di una questione tassonomica, quasi un problema di classificazione zoologica, qualcosa che riguarda gli esperti di diritto internazionale e non i comuni mortali. Nel frattempo, mentre accademici, opinionisti e cancellerie si accapigliano sul numero esatto di morti necessari per «qualificare» una catastrofe, Gaza e la Cisgiordania bruciano. Ma il problema, a ben vedere, non è solo la risposta. È la domanda stessa.
La Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 9 dicembre 1948 — un giorno prima della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, non per caso — non nasce come uno strumento punitivo postumo. Non è un codice penale che si attiva quando ormai i morti si contano a centinaia di migliaia. La Convenzione ha una funzione che il suo stesso titolo enuncia chiaramente: prevenzione e repressione. In quest’ordine.
L’articolo I è lapidario: «Le Parti contraenti confermano che il genocidio, sia che venga commesso in tempo di pace sia che venga commesso in tempo di guerra, è un crimine di diritto internazionale che esse si impegnano a prevenire e a punire». Prevenire viene prima. Non è un dettaglio stilistico, è un’architettura giuridica deliberata, costruita sull’esperienza della Shoah, sull’amara consapevolezza che la comunità internazionale aveva avuto tutti gli strumenti per vedere e non aveva voluto agire.
Settantasei anni dopo, lo stesso schema si ripete con geometrica puntualità.
La Corte Internazionale di Giustizia, nel gennaio 2024, ha stabilito nella causa Sudafrica c. Israele che esisteva un rischio «plausibile» di genocidio a Gaza, e ha ordinato misure cautelari. Non ha detto «genocidio accertato» — la procedura giuridica ha i suoi tempi, e la CIG non è un tribunale penale — ma ha detto qualcosa di giuridicamente equivalente, sul piano degli obblighi degli Stati: agite adesso. Le misure cautelari non sono un parere accademico. Sono un ordine vincolante emesso dalla massima autorità giudiziaria internazionale, in attesa del giudizio definitivo.
Come hanno risposto gli Stati occidentali? Con un dibattito semantico.
Germania, Regno Unito, Francia, Italia: nessuno ha sospeso le forniture di armi in modo tempestivo e completo. Alcuni — la Germania e gli Stati Uniti in primis — hanno addirittura accelerato le consegne nei mesi immediatamente successivi al 7 ottobre. Il Parlamento europeo si è spaccato su risoluzioni non vincolanti. I governi hanno continuato a usare la formula rituale del «diritto di Israele a difendersi», come se questa formula esaurisse ogni ragionamento giuridico e morale possibile.
Ma il «diritto alla difesa» — che pure esiste, ed è sancito dall’articolo 51 della Carta ONU — non è certo un assegno in bianco. Il diritto internazionale umanitario, la IV Convenzione di Ginevra, il Protocollo aggiuntivo I: tutta questa architettura normativa pone limiti precisi a come ci si può difendere. La proporzionalità, la distinzione tra combattenti e civili, il divieto di punizione collettiva: non sono principi opzionali, non scattano solo quando fa comodo. E quando uno Stato sistematicamente bombarda ospedali, scuole, campi profughi, interrompe forniture di cibo e acqua a una popolazione di oltre due milioni di persone — come documentato dall’ONU, da Amnesty International, da Human Rights Watch, da B’Tselem (organizzazione israeliana per i diritti umani) — la soglia dell’«operazione militare legittima» è già stata ampiamente e ripetutamente superata.
Senza contare le ormai centinaia di crimini di guerra che si continua a far finta di non vedere, pure sanzionabili.
Il regime sanzionatorio che non c’è
Uno degli strumenti più immediati che il diritto internazionale e la prassi diplomatica mettono a disposizione degli Stati è il regime sanzionatorio. Le sanzioni — economiche, finanziarie, commerciali, diplomatiche — non richiedono una sentenza definitiva della CIG per essere adottate. Richiedono una valutazione politica fondata su evidenze. E le evidenze, in questo caso, sono state prodotte in quantità industriale da ogni organismo internazionale credibile.
L’Unione Europea ha applicato sanzioni alla Russia dopo l’invasione dell’Ucraina nel febbraio 2022 con una velocità e una determinazione che non hanno precedenti nella storia della politica estera europea: venti pacchetti sanzionatori in meno di tre anni, che hanno colpito individui, banche, settori industriali, esportazioni tecnologiche, media, trasporti. Il confronto con la risposta a Gaza non è solo impietoso: è illuminante. Non si tratta di una differenza di grado, ma di natura. La scelta di sanzionare o non sanzionare non dipende dall’entità delle violazioni — i numeri di Gaza sono ordini di grandezza superiori — ma dalla collocazione geopolitica del responsabile e dalla sua utilità strategica per l’Occidente.
L’Accordo di Associazione UE-Israele, in vigore dal 2000, include all’articolo 2 una clausola esplicita: il rispetto dei diritti umani e dei principi democratici costituisce «elemento essenziale» dell’accordo stesso. La violazione di questo elemento dovrebbe, in linea teorica, portare alla sospensione dell’accordo. Nessuno Stato membro ha formalmente attivato questa clausola. Nessuna istituzione europea ha avviato la procedura. L’accordo continua a funzionare, i dazi preferenziali rimangono in vigore, gli scambi commerciali proseguono. Il diritto esiste: semplicemente si sceglie di non applicarlo.
Sul piano degli armamenti, il quadro è altrettanto sconfortante. La Corte d’Appello del Regno Unito, nel settembre 2024, ha dichiarato illegale la vendita di armi a Israele, stabilendo che il governo aveva omesso di valutare adeguatamente il rischio di violazioni del diritto internazionale umanitario. Una decisione storica, raggiunta però attraverso un contenzioso giudiziario durato mesi — non di un riflesso automatico del sistema, come avrebbe dovuto essere.
La Cisgiordania: il crimine parallelo che non fa notizia
Concentrarsi esclusivamente su Gaza rischia di produrre un effetto ottico distorcente: quello di far sembrare la Cisgiordania un territorio separato, relativamente stabile, dove la vita palestinese prosegue in qualche forma di normalità. Non è così. È anzi necessario leggere i due teatri come un unico progetto, perché è così che funziona nella realtà.
Dal 7 ottobre 2023, la Cisgiordania occupata ha vissuto la fase più violenta dalla Seconda Intifada. Le incursioni militari israeliane nelle città di Jenin, Tulkarem e Nablus si sono intensificate fino a diventare operazioni di vera e propria demolizione urbana: bulldozer che abbattono strade, infrastrutture idriche e abitazioni, non come danno collaterale ma come metodo. L’operazione «Iron Wall», lanciata a gennaio 2025 nel campo profughi di Jenin, ha provocato decine di morti, lo sfollamento di migliaia di civili e la distruzione sistematica di edifici residenziali. Le immagini diffuse dalle organizzazioni umanitarie presenti sul territorio sono indistinguibili, esteticamente e nella sostanza, da quelle di Gaza.
A questo si aggiunge la violenza dei coloni, che nel periodo post-7 ottobre ha raggiunto livelli senza precedenti: assalti a villaggi, incendi di abitazioni e campi agricoli, uccisioni di civili palestinesi in presenza — o con la connivenza documentata — delle forze dell’IDF. Il movimento dei coloni non è un fenomeno spontaneo e marginale: è finanziato dallo Stato israeliano, protetto dall’esercito, e rappresentato al più alto livello di governo da ministri come Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, che hanno esplicitamente dichiarato l’obiettivo di rendere la Cisgiordania inabitabile per i palestinesi e di annettere formalmente i territori. Smotrich, ministro delle Finanze con poteri straordinari sull’amministrazione civile della Cisgiordania, ha bloccato i fondi dell’Autorità Palestinese, ostacolato i permessi di costruzione per i palestinesi, e accelerato le autorizzazioni per nuovi insediamenti. Ben-Gvir ha armato le guardie civili dei coloni con armi militari.
Queste dichiarazioni — «ripopolare Gaza», «non esiste un popolo palestinese», «la Cisgiordania è Giudea e Samaria, terra nostra» — sono agli atti. Sono pubbliche. Sono pronunciate da ministri in carica di un governo democraticamente eletto. Nel diritto internazionale del genocidio, l’intent to destroy — l’intenzione di distruggere un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso — è l’elemento più difficile da provare. In questo caso, i responsabili si sono premurati di metterlo per iscritto.
L’UE ha adottato sanzioni individuali contro alcuni coloni estremisti — un gesto simbolico, tardivo, e deliberatamente limitato a una manciata di figure minori, così da non creare un precedente imbarazzante per i ministri che di quegli stessi coloni sono mentori e protettori politici, in definitiva, un gesto che è una summa di ipocrisie.
Nessuna sanzione è stata adottata contro Ben-Gvir o Smotrich. Nessuna misura ha colpito il sistema di finanziamento degli insediamenti. Il messaggio implicito è chiaro: i coloni individuali sono sacrificabili come capri espiatori; la struttura che li produce e li protegge è intoccabile.
Leggere Gaza e Cisgiordania insieme non è un esercizio retorico. È la lettura corretta: un processo di pulizia etnica condotto su due fronti con strumenti parzialmente diversi — la guerra totale in un caso, l’asfissia lenta e la violenza paramilitare nell’altro — ma con un obiettivo unitario. Quello che Ilan Pappé, storico israeliano, ha chiamato decenni fa «pulizia etnica incrementale» ha oggi assunto un’accelerazione che non lascia spazio a interpretazioni alternative in buona fede.
L’Italia e la sua ipocrita coscienza comoda
In questo quadro, l’Italia occupa un posto di particolare rilievo — e di particolare vergogna. Il governo Meloni ha mantenuto fin dall’inizio una postura di sostanziale allineamento con Israele, declinata attraverso la retorica della «solidarietà» dopo il 7 ottobre e cristallizzata in una prudente, costante ambiguità ogni volta che si trattava di prendere posizione sulle operazioni militari a Gaza e in Cisgiordania. Una ambiguità che, traducendosi in inerzia, ha un nome preciso: omissione consapevole.
Sul fronte delle forniture militari, i dati parlano chiaro. Secondo i dati dell’Unità per le Autorizzazioni dei Materiali d’Armamento (UAMA) del Ministero degli Esteri, l’Italia ha autorizzato esportazioni di materiale militare verso Israele anche successivamente all’escalation del conflitto. Alcune di queste licenze sono state sospese solo nell’autunno del 2024, dopo mesi di pressioni parlamentari da parte di opposizione e società civile, e solo per alcune categorie di materiali. Non per iniziativa spontanea del governo, ma sotto la spinta di un’opinione pubblica e di una magistratura che cominciavano a fare sul serio. Il fatto che sia necessario ricorrere ai tribunali per impedire a un governo democratico di armare chi la CIG ha indicato come soggetto a rischio di genocidio la dice lunga sullo stato della nostra democrazia.
Sul piano diplomatico, l’Italia ha votato in modo discontinuo e spesso contraddittorio nelle risoluzioni ONU: astenendosi quando avrebbe dovuto votare a favore, allineandosi con posizioni statunitensi che isolavano Washington e pochi altri nella comunità internazionale. Il riconoscimento dello Stato di Palestina, che nel maggio 2024 Spagna, Irlanda e Norvegia hanno compiuto con un atto politico netto, ha trovato l’Italia immobile. Il governo ha parlato di «condizioni non mature» — una formula vuota che maschera una scelta precisa: non scontentare Washington e Tel Aviv, qualunque cosa accada sul terreno.
C’è poi la dimensione culturale. Il dibattito pubblico italiano su Gaza è stato sistematicamente distorto dalla sovrapposizione concettuale tra critica alle politiche israeliane e antisemitismo, con l’effetto pratico di silenziare voci critiche, screditare giornalisti e accademici, rendere politicamente costoso allinearsi con il diritto internazionale. In Italia questo ha assunto contorni istituzionali con il DDL antisemitismo, che ha tentato di codificare la definizione IHRA — quella che molti giuristi e intellettuali ebrei stessi considerano uno strumento di censura politica più che di tutela delle vittime del razzismo — trasformando di fatto il dissenso in reato d’opinione.
Il tempo come arma
La struttura logica del negazionismo genocidario funziona sempre allo stesso modo: si sposta il piano del discorso. Si chiede la “prova” dell’intento (come se le dichiarazioni pubbliche di ministri in carica non costituissero elementi di prova), si esige la certezza giuridica definitiva prima di agire (come se le misure cautelari della CIG non bastassero), si invoca la complessità del conflitto come escamotage per non fare nulla. Nel frattempo, i morti — almeno settantamila, secondo stime che includono i corpi sotto le macerie e le morti indirette da fame e mancanza di cure, la stragrande maggioranza civili, decine di migliaia di bambini — continuano ad accumularsi.
Qui sta il cuore della questione: gli obblighi della Convenzione del 1948 non attendono la sentenza definitiva. L’articolo VIII prevede che ogni Stato parte possa rivolgersi agli organi competenti delle Nazioni Unite per l’adozione di misure di prevenzione e repressione. L’articolo I impone l’obbligo di prevenire, il che — secondo la stessa CIG nel caso Bosnia c. Serbia del 2007 — significa che gli Stati devono agire appena vengono a conoscenza di un rischio serio, e la loro responsabilità scatta indipendentemente dal fatto che il genocidio si consumi poi effettivamente.
Detto altrimenti: non aspettare che sia troppo tardi non è solo un imperativo morale. È un obbligo giuridico. E violarlo non è una scelta neutrale.
C’è una parola per descrivere questa postura: complicità. Non nel senso vago e sentimentale con cui il termine viene talvolta usato, ma nel senso tecnico-giuridico: fornire assistenza materiale, diplomatica o politica a uno Stato che la massima corte internazionale ha indicato come soggetto a rischio di genocidio è una violazione degli obblighi convenzionali. Non è un’opinione di sinistra. È il parere di Francesca Albanese, Relatrice Speciale dell’ONU, e di decine di giuristi internazionali tra i più autorevoli al mondo.
Il dibattito «genocidio sì, genocidio no» serve a qualcosa di ben preciso: a mantenere aperta la questione classificatoria abbastanza a lungo da rendere irrilevante qualsiasi risposta. Quando — e se — la CIG dovesse pronunciarsi definitivamente, Gaza non esisterà più come l’abbiamo conosciuta, e la Cisgiordania sarà irriconoscibile. L’obiettivo non è trovare la verità giuridica: è guadagnare tempo. Il tempo, in questo conflitto, è un’arma. E chi tace è complice di chi la usa.
Settantasei anni fa, i firmatari della Convenzione giurarono che l’Olocausto non si sarebbe mai più ripetuto. Scrissero «mai più» e intendevano qualcosa. O almeno così ci fu insegnato. Oggi sappiamo — e forse lo sapevano già allora — che «mai più» aveva un asterisco nascosto: mai più a noi. Per gli altri, la Convenzione è un documento da citare nelle commemorazioni e da ignorare nei momenti in cui avrebbe effetto reale.
La domanda giusta non è «è un genocidio?». La domanda giusta è: «cosa stiamo facendo per fermarlo?». E la risposta, al momento — da Bruxelles, da Roma, da Washington — è niente. O peggio che niente.
Continuare a parlare di Palestina, oltre a rappresentare un dovere morale e politico, significa anche non essere complici.
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