Ascolta anche: Razzismo e glaciazione demografica di Kikko Schettino - https://grad-news.blogspot.com/2026/05/yesterdays-papers-razzismo-e.html
Dopo i fatti di Modena è riesplosa la discussione sul tema dell'immigrazione. Ho letto sia da esponenti politici che da semplici cittadini che in Italia vi sarebbe un problema di integrazione, dovuta soprattutto alla religione. Faccio fatica tuttavia a capire cosa significhi integrazione. Come si giudica una "buona integrazione"?
L'integrazione è sempre difficile. Genera sempre contraddizioni. Ad ogni modo, sappiamo che a Modena ha agito un italiano di origine marocchina con gravi disturbi, ma anche ammettendo per un attimo che il suo gesto sia invece il frutto di un immigrato "non integrato", il suo gravissimo reato può essere usato come la prova di una situazione drammatica che richiede misure di sicurezza straordinarie?
Dati alla mano il numero dei reati commessi in Italia è fortemente diminuito. A fronte dell'aumento del numero degli immigrati, rispetto a vent'anni fa gli omicidi si sono addirittura dimezzati. Nel 2007 erano 627, mentre nel 2024 sono stati 327, quasi un terzo che in Francia. In compenso è schizzato il numero di reati informatici: colpa degli immigrati?
Una delle repliche alla destra che soffia sul fuoco del razzismo è infatti quella secondo cui il problema è dovuto a un fatto di percezione costruita dai media (Rete4, Lega, Vannacci...). A riprova si portano alcuni dati secondo cui il maggiore tasso di ostilità verso gli immigrati si registra nelle aree del territorio italiano dove in percentuale la loro presenza è molto più bassa.
Non nego che sia così. Occorre però un ulteriore approfondimento. Perché attecchisce il razzismo? Ce la possiamo cavare dicendo che è frutto di ignoranza? Onestamente credo che non sia solo una questione di propaganda, né solo culturale.
Prima ho scelto il dato del 2007 e l'ho fatto per una ragione molto semplice. Rispetto a quell'anno si registra in Italia il progressivo aumento dell'indigenza. A partire da quell'anno, secondo l'Istat, gli italiani sotto la soglia di povertà sono triplicati. Nel 2007 erano circa 1,8 milioni. Nel 2024 sono saliti a circa 5,7 milioni, pari al 9,8% della popolazione.
Sono numeri sconvolgenti. Siamo in un paese in cui un italiano su 10 non ce la fa. A questi si devono aggiungere coloro che vivono in una situazione critica, prossimi a diventare poveri. Se però vogliamo fare una analisi seria dobbiamo anche allargare lo sguardo e considerare la grande percentuale di italiani che ha visto la propria condizione sociale calare nettamente. Il razzismo infatti non è cibo dei poveri, ma è soprattutto di chi teme di diventarlo.
Certo alla sinistra "moderata" dei centri storici, ben rappresentata politicamente, può forse fare antipatia pensare che ci sono italiani carichi di rancore perché hanno visto diminuire il proprio potere d'acquisto, e magari, sì, non avere più la possibilità di fare una vacanza o rimandare l'acquisto della nuova auto. Eviterei però questo genere di ragionamenti moralistici à la Mario Monti: viviamo in una società che ha trasformato il consumo in ragione di vita, come potrebbe andare diversamente? Il problema è che il razzismo nasce soprattutto da queste condizioni sociali, dalla minaccia di diventare poveri. Dal timore di somigliare a loro, agli immigrati, che nella rappresentazione mediatica sono i poveri per eccellenza, i disperati che arrivano coi barconi.
Nelle situazioni di crisi economica e di restrizione delle possibilità, il migrante genera razzismo, insieme a tutte le fantasie connesse, perché è il portatore dello stigma della povertà, perché la sua vicenda interviene sull'inconscio collettivo, sulle paure che individualmente facciamo fatica ad ammettere.
Fermatevi un attimo e provate a pensare quanto è più facile scagliarsi contro gli immigrati che ammettere di essersi impoveriti e trasformare la propria condizione individuale in un fatto pubblico, ovvero in un affare politico. Le stesse preferenze di voto sono spesso determinate dalla volontà di non volersi immischiare con quei partiti che difendono gli interessi dei più deboli proprio per il timore di essere identificati con loro.
La rabbia contro gli immigrati e i partiti razzisti, che, toh!, guarda caso difendono sempre gli interessi del grande capitale, consentono invece di spostare le proprie angosce su un tema a cui invece il discorso mediatico dà rappresentazione. Permettono di votare per un insieme di ideali che offrono un'identità alternativa a quella degli immigrati o che si suppone appartenergli. Poco importa che sia vero o falso, nell'immaginario il migrante è colui che ha abbandonato i propri affetti, ha cambiato paese ed è sceso a compromessi nei lavori più umili per provvedere al proprio sostentamento.
Non voglio dire che questa sia l'unica spiegazione. Così come non voglio negare le difficoltà e lo shock culturale prodotto dall'immigrazione. Siccome sono uomo di sinistra, anzi sono comunista, credo che i problemi sociali siano anche problemi materiali, ritengo che qualsiasi risposta alla propaganda delle destre debba partire dalla questione strutturale, dal crollo dei salari, dal declino industriale (sapete che in Italia sostanzialmente non si producono più auto?), dalla perdita di sovranità energetica (sapete che l'IP è stata appena venduta? E che le due principali raffinerie in Italia sono recentemente andate in mano straniera?), dall'incapacità dei gruppi sociali di influire sulle scelte economiche, dalla mancanza di una riflessione generale sulla povertà degli italiani e sulla perdita di potere d'acquisto dei ceti medi e medio bassi.
Proprio per questo vorrei che per ogni parola spesa contro gli immigrati, si replicasse con una parola sui problemi materiali del paese, sulle questioni concrete.
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