martedì 21 maggio 2019

La dialettica marxiana come critica immanente dell’empiria - Stefano Breda

Da: http://www.consecutio.org Stefano Breda, Freie Universität Berlin. 

1. Un campo di tensione teorica

La questione della specificità del metodo dialettico seguito da Marx nella sua critica dell’economia politica rispetto a una dialettica idealista è stata al centro di accesi dibattiti fin dalla prima pubblicazione del primo libro del 
Capitale. L’inconsistenza della celebre metafora del capovolgimento attraverso la quale Marx definiva il rapporto tra il suo metodo dialettico e quello di Hegel è stata convincentemente messa in luce da Althusser (1965, 87 ss.), il quale, però, non ha fornito alcuna vera alternativa complessiva. Indicazioni più concrete si possono trovare in alcune fondamentali intuizioni di Adorno e nella loro elaborazione da parte della Neue Marx-Lektüre, la nuova lettura di Marx sviluppatasi in Germania a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso. Se si seguono tali indicazioni, il rivoluzionamento della dialettica da parte di Marx non consiste in un capovolgimento di soggetto e predicato rispetto alla sua forma hegeliana, bensì nel riconoscimento del fatto che la dialettica tout court non è che l’espressione filosofica di quegli specifici rapporti sociali in cui soggetto e predicato si presentano oggettivamente capovolti: i rapporti capitalistici (cfr. Reichelt 1970, 81)[1]. Se dunque la dialettica, nella sua forma hegeliana, presenta un mondo capovolto, non la si rimette coi piedi per terra rovesciandola in quanto sistema di pensiero, ma svelandone l’oggettivo radicamento nei rapporti capitalistici e criticando un rovesciamento operante in tali rapporti. Da rovesciare, al più, sono allora i rapporti sociali materiali, non la dialettica: essa va piuttosto demisticizzata, de-naturalizzata, individuandone i presupposti storicamente determinati. Molto più appropriata di ogni immagine legata al capovolgimento è dunque un’immagine legata alla delimitazione: «la forma dialettica d’esposizione è corretta solo se conosce i propri limiti» (MEGA II.2, 91)[2], ovvero i punti nei quali la dialettica, da explanans, diviene essa stessa parte dell’explanandum, in quanto prodotto storico bisognoso di una spiegazione altrettanto storica.

Tutto ciò, però, rimane solo un’astratta concezione generale della dialettica finché non si sia data una risposta soddisfacente al problema fondamentale sollevato da Althusser: demisticizzare la dialettica non significa solo pensarla in termini diversi, ma, al contempo, trasformarne i principi operativi. Ora, se la demisticizzazione della dialettica corrisponde ad una sua limitazione, il problema si pone in questi termini: che cosa significa, operativamente, utilizzare la forma dialettica d’esposizione conoscendone i limiti?

Si vuole qui sostenere che per rispondere a tale domanda occorra superare alcuni limiti di fondo delle proposte meta-teoriche della Neue Marx-Lektüre, la cui concezione della dialettica rimane troppo conforme al progetto hegeliano di conoscenza assoluta. Si tratta di lavorare dentro quello che Cesare Luporini (1974, VIII) chiamava il «campo di tensione teorica» generato dall’accostamento dei due poli «dialettica» e «materialismo». Per ottenere le coordinate di questo campo di tensione è utile chiedersi cosa, secondo l’auto-comprensione metodologica di Marx, caratterizzi il suo procedimento come dialettico e che cosa ne marchi la distanza rispetto a un procedimento idealistico. Partendo dal secondo punto, dalle affermazioni di Marx si possono estrapolare le seguenti linee oppositive: 

Tabella 1

Dialettica materialista Dialettica idealista
Sviluppo della «logica peculiare dell’oggetto peculiare» (MEW 1, 296) Applicazione di un «sistema della logica bell’e pronto» (MEW 29, 275) ad un determinato oggetto
Ricostruzione a posteriori di questa logica «costruzione a priori» (MEW 23, 27)
Appropriazione del «concreto come un concreto pensato» (MEW 13, 632) «processo di formazione del concreto stesso» (MEW 13, 632) o sua ricostruzione.


Allo stesso modo si possono identificare i seguenti punti di continuità tra il metodo di Marx e quello di Hegel:

a. «Il concreto è concreto in quanto è la sintesi di molteplici determinazioni, cioè unità del molteplice» (
MEW 13, 632). L’appropriazione del concreto “come concreto pensato” ha dunque, come nel metodo sintetico di Hegel, il compito di «cogliere la molteplicità delle determinazioni nella loro unità» (Hegel 1812-1816b, 511);

b. Svolgere questo compito significa ricondurre le «forme fenomeniche dei rapporti» (che si ritrovano tal quali nel «punto di vista del piccolo-borghese e dell’economista volgare») al loro «nesso interno (
innerer Zusammenhang)» (MEW 31, 313), alla loro intima struttura;

c. Questa appropriazione concettuale del concreto dato è organizzata in modo tale che «nella comprensione positiva dell’esistente» è compresa «allo stesso tempo anche la comprensione della sua negazione» (
MEW 23, 28).

Il passaggio dall’immediatezza delle singole determinazioni alla loro mediatezza reciproca avviene dunque, per Marx, tramite una critica immanente delle categorie dell’economia politica (cfr. Backhaus 1997, 505), ovvero una critica fondata non sulla negazione assoluta di tali categorie, ma sulla loro «negazione determinata» (cfr. Hegel 1812-1816a, 49).

Sulla base di queste coordinate, nei prossimi paragrafi si sosterranno, circa la specificità della dialettica marxiana in quanto dialettica materialista, due tesi (corrispondenti, in particolare, rispettivamente alla terza e alla seconda riga della tabella 1):

    1. Lo sviluppo dialettico, in sé, si svolge interamente sul piano logico;
        2.Lo sviluppo dialettico non è chiuso sul piano logico.

Dalla combinazione di queste caratteristiche segue che:
       1 + 2. Lo sviluppo dialettico non è chiuso su se stesso.

La prima tesi può essere considerata il fulcro della Neue Marx-Lektüre (cfr. Elbe 2010, 88 ss.) L’accettazione di questa tesi implica il rifiuto della concezione logico-storica del metodo fondata da Engels, secondo la quale l’esposizione dialettica sarebbe un’esposizione concettuale dello sviluppo storico, spogliato «della forma storica e delle casualità interferenti» (MEW 13, 475). 

La seconda tesi porta però anche oltre la concezione logico-sistematica del metodo elaborata dalla Neue Marx-Lektüre e implica il rifiuto della cosiddetta «dialettica della cellula germinale» (Keimzellendialektik), secondo la quale Marx avrebbe individuato una categoria iniziale a partire dalla quale sarebbe possibile dedurre la totalità concettuale del modo di produzione capitalistico attraverso la progressiva lavorazione delle contraddizioni immanenti a tale categoria.


2. Sulla prima tesi: logico e storico

Conformemente alla prima riga della 
tabella 1, in Marx lo sviluppo dialettico non può che essere lo sviluppo dialettico di un “oggetto peculiare”: il concetto di «capitale». Lo sviluppo dialettico del concetto di «capitale» ha il compito di cogliere concettualmente (begreifen) il «modo di produzione specificamente capitalistico» (MEW 23, 533, 652, 653, 657) nella sua specificità. Svolgere questo compito non significa giungere ad una comprensione adeguata delle singole società capitalistiche storicamente e geograficamente determinate (cfr. Fineschi 2003, 10), ma neanche della formazione sociale capitalistica nel suo complesso, significa solo portare alla luce la struttura economica di questa formazione sociale, il suo modo specifico di erogazione e socializzazione del lavoro. L’oggetto dell’esposizione marxiana, espresso nel concetto di «capitale», è dunque un oggetto logico, che non può esistere come tale nella temporalità storica. Oggetto di una indagine storica possono essere solo le diverse modalità con le quali il modo di produzione capitalistico si è affermato e sviluppato nelle diverse società: una storia dei “capitalismi”. Inoltre, perché lo sviluppo dialettico non si risolva in una petitio principii, la delimitazione del suo oggetto (la sua storicizzazione) non può avvenire a priori, tramite un confronto storico con altri modi di produzione. In tal caso, infatti, si porrebbe arbitrariamente come premessa ciò che si tratta invece di individuare, ovvero la specificità del modo di produzione capitalistico. La delimitazione dell’oggetto dello sviluppo dev’essere quindi un risultato dello sviluppo stesso.

Sviluppo dialettico e indagine storica hanno dunque oggetti differenti, e porre correttamente l’oggetto della seconda è possibile solo in seguito al primo (cfr. MEGA II.1, 369, 42; si veda anche Luporini 1974, 385-387).

Tuttavia, uno sviluppo implica in ogni caso un qualche tipo di temporalità. Nei Grundrisse, infatti, Marx si riferisce all’oggetto della sua esposizione anche con l’espressione «storia contemporanea (kontemporäre Geschichte)» (MEGA II.1, 368) del capitale, opponendo quest’ultima alla storia della costituzione del capitale e identificandola invece con il «sistema effettuale del modo di produzione dominato [dal capitale]». È chiaro dal contesto del passaggio, dedicato alla distinzione tra presupposti storici e presupposti logici del capitale, che Marx con «storia contemporanea» non si riferisce alla storia recente del capitale, interpretazione che porterebbe a leggere la critica dell’economia come uno studio di fase[3]. Una banale riflessione sull’etimologia dell’aggettivo kontemporär – dal latino cum-tempus, corrispondente letteralmente al greco syn-chrònos – ci suggerisce il significato da dare all’espressione: essa non si riferisce ad un «modo della storicità», come afferma invece Wolfgang Fritz Haug (2003, 386), sostenitore di una lettura storicizzante del Capitale, bensì ad un modo della temporalità, ovvero la sincronia. La parola «storia» esprime qui una maniera peculiare di trattare questo modo della temporalità: scrivere la storia di una sincronia significa svolgere tale sincronia come uno sviluppo, schiudere la temporalità interna di un oggetto logico. Questo è esattamente il significato dell’espressione «sviluppo dialettico».

Lo sviluppo dialettico del concetto di «capitale» è dunque il dispiegamento della sua temporalità logica (cfr. Fineschi 2008, 148). Tale dispiegamento assume la forma di una successione di transizioni categoriali. Queste non corrispondono ad eventi che siano avvenuti o che possano avvenire nel corso del divenire storico dei rapporti capitalistici, bensì a nessi logici costantemente presupposti dall’esistenza stessa di quei rapporti. L’unica storia oggetto dello sviluppo dialettico è quella che «va in scena ogni giorno identica davanti ai nostri occhi» (MEW 23, 161), non una storia fatta di eventi unici successivi, quindi, ma un insieme di elementi che si riproduce sempre secondo lo stesso ordine strutturato.

Leggere lo sviluppo delle categorie economiche nel Capitale come se corrispondesse ad uno sviluppo nella temporalità storica è, afferma esplicitamente Marx, non solo sbagliato, ma «infattibile» (MEGAII.1, 42), perché «la più semplice categoria economica […] non può mai esistere che come relazione astratta, unilaterale, di un intero concreto e vivente già dato». (MEGA II.1, 36-37). Le categorie che si susseguono nel Capitale esprimono allora momenti astratti di un intero assunto come dato. Il loro carattere astratto deriva dal fatto che esse sono sì forme di espressione di quell’intero, ma possono esprimerlo sempre solo in maniera unilaterale. L’intero va invece considerato come concreto in quanto esprime tali momenti coappartenentesi nella loro unità. Nel corso dello sviluppo il concetto di «capitale» deve esprimere proprio quegli specifici nessi tra le diverse forme fenomeniche dei rapporti capitalistici senza i quali nessuna di queste forme fenomeniche potrebbe darsi; in breve, deve esprimere la struttura dei rapporti capitalistici. Si tratta di un concetto dialettico nella misura in cui possiede una temporalità interna nello svolgersi della quale categorie economiche diverse tra loro si rivelano progressivamente essere suoi momenti astratti.

Un primo limite del metodo dialettico consiste dunque nel fatto che la validità della dialettica dev’essere limitata al piano logico. Lo sviluppo dialettico può definirsi materialista solo se, in quanto dialettico, è inteso a scoprire l’intima struttura, e quindi la specificità, di un oggetto di ricerca preso come divenuto, e non a spiegare il divenire storico di tale oggetto. Trasferire il carattere logicamente necessario dello sviluppo categoriale sul piano dello sviluppo storico conduce inevitabilmente a filosofie della storia di stampo determinista. Un metodo dialettico che si voglia distinguere da un’idealizzazione della storia può fornire una chiave per la comprensione del divenire storico solo in quanto permette di identificare i presupposti logici per l’esistenza del divenuto, e consente quindi, in un secondo momento che già si situa al di là del metodo dialettico in sé, di identificare anche quali passaggi dello sviluppo storico sono stati quelli decisivi affinché esso risultasse in ciò in cui è di fatto risultato. Spiegare come e perché quei passaggi storici siano avvenuti rimane con ciò un compito aperto, da risolversi non con gli strumenti della dialettica, ma con quelli della storiografia (cfr. MEGA II.1, 369).


3. Dalla prima alla seconda tesi: logico e dialettico

Se il compito dell’esposizione (
Darstellung) dialettica è definito come sopra, è chiaro che essa non può essere una mera presentazione dei risultati della ricerca (Forschung). L’esposizione va piuttosto intesa come un nuovo lavoro sul materiale proveniente dalla ricerca, dal quale devono emergere informazioni di nuovo tipo su questo materiale, non accessibili prima dell’esposizione. In altre parole, scopo dell’esposizione non è semplicemente esprimere la “logica peculiare dell’oggetto peculiare”, ma anche scoprire tale logica. La tesi sul carattere logico dell’oggetto dell’esposizione ha però spesso portato a un malinteso: definire il metodo seguito da Marx come «metodo logico» o «logico-sistematico» (si vedano, ad esempio, Reichelt 1970, 126; Schmidt 1971, 74; Elbe 2010, 67 e Wolf 2008, 10 ss.). Ma che l’oggetto dell’esposizione sia un oggetto logico non significa che il metodo vada definito alla stessa maniera. L’unico motivo per cui risulta naturale definire il metodo d’esposizione come logico è che logico – anziché storico – è l’ordine in cui le categorie vengono esposte. Ma definire il metodo dell’esposizione sulla base dell’ordine in cui le categorie vengono esposte equivale ad affermare che la logica peculiare dell’oggetto peculiare è già determinata prima dell’esposizione, e che si tratta solo di seguire il criterio fornito da tale logica senza smarrire il filo rosso che lega già in partenza le varie categorie tra loro. La definizione del metodo dovrebbe infatti fare riferimento a come vada scoperta questa “logica della cosa stessa”. L’aggettivo più calzante rimane in questo senso l’aggettivo «dialettico». Non si tratta di una questione meramente definitoria, perché non distinguere dialetticità del metodo e logicità dell’oggetto porta facilmente a interpretare lo sviluppo dialettico del concetto di «capitale» come un «circolo avvitato su se stesso» (Hegel 1812-1816b, 571), alla maniera della conoscenza assoluta hegeliana; questo è proprio ciò che è spesso avvenuto nell’ambito della Neue Marx-Lektüre, la cui concezione logico-sistematica del metodo implica una «dialettica della cellula germinale» per cui la logica interna del concetto di «capitale» sarebbe da determinarsi seguendo questa logica stessa nel suo proprio sviluppo. Il concreto, ovvero la molteplicità delle determinazioni nella loro unità, sarebbe allora già contenuto in nuce nella categoria iniziale in quanto determinazione astratta, e sarebbe da disvelare seguendo appunto lo sviluppo logico proprio di questa categoria. Lo sviluppo dialettico diventerebbe insomma l’auto-sviluppo della logica del concetto di «capitale». Ma un tale auto-sviluppo presuppone l’identità di soggetto, oggetto e metodo dello sviluppo, quale si realizza nel «concetto» hegeliano. Identificare oggetto (logico) e metodo (dialettico) dell’esposizione di Marx significa dunque far valere anche per essa l’identità di soggetto e oggetto e interpretarla dunque nei termini della conoscenza assoluta hegeliana, auto-conoscersi dell’oggetto di conoscenza, conoscenza priva di presupposti in quanto in grado di trascendere il proprio carattere posto e farsi conoscenza a priori. Una simile interpretazione contraddice la seconda tesi qui avanzata sul carattere materialistico dell’esposizione di Marx.


4. Sulla seconda tesi: logico ed empirico

La seconda tesi può essere considerata una clausola restrittiva della prima: sebbene lo sviluppo dialettico del concetto di «capitale» si svolga interamente sul piano logico, esso non è chiuso sulla logicità, non è quindi chiuso su se stesso.

Notoriamente l’esposizione di Marx non comincia con un concetto, ma con un determinato risultato dello sviluppo storico presentato «nella forma in cui si manifesta» (MEW 19, 369): la merce in quanto forma in cui la «ricchezza delle società nelle quali domina il modo di produzione capitalistico si manifesta […]» (MEW 23, 49; cors. agg.). La categoria iniziale di Marx ha dunque il carattere di una categoria empirica, a posteriori. Ciò non va però inteso in senso positivistico, perché tale categoria non è posta né come «concetto» né come descrizione positiva di un fenomeno. Piuttosto, essa corrisponde alla forma in cui un fenomeno sociale viene percepito dai soggetti che ne fanno esperienza. L’empiria con cui Marx comincia il proprio lavoro sono dunque i rapporti economici così come essi si manifestano agli occhi dei soggetti coinvolti e dei teorici di tali rapporti. Le categorie dell’economia politica rappresentano quindi, per Marx, l’auto-comprensione delle società borghesi. La chiave che mette in moto lo sviluppo dialettico marxiano è la problematizzazione dell’esperienza empirica espressa dalle categorie economiche (cfr. Establet e Macherey 1965, 65), ovvero la domanda «com’è possibile quest’esperienza? A quali condizioni il fenomeno economico può manifestarsi così come si manifesta?».

Il punto è che, una volta posto un determinato dato esperienziale come categoria iniziale, dalla sua problematizzazione non può generarsi l’intera catena delle transizioni categoriali come uno sviluppo logico assoluto, ovvero indipendente da ulteriori presupposti storico-empirici, così che sarebbe in grado di trascendere il proprio carattere a posteriori giungendo alla fine del processo a porre come risultato del suo movimento autonomo lo stesso dato empirico da cui aveva preso le mosse. Una simile trasformazione di un processo conoscitivo a posteriori in uno sviluppo categoriale a priori presupporrebbe, di nuovo, l’identità di soggetto e oggetto dello sviluppo[4]. Al contrario, il carattere materialistico dello sviluppo dialettico marxiano risiede nel fatto che non solo il cominciamento del movimento dialettico, ma ognuno dei suoi passaggi fondamentali è caratterizzato da una assimilazione e trasformazione di dati storico-empirici, senza la quale lo sviluppo dialettico delle categorie non potrebbe avanzare[5]. Il processo conoscitivo non trascende dunque mai il suo carattere a posteriori, anzi: col procedere dello sviluppo dialettico l’esposizione si carica di sempre nuovi presupposti empirici.

Il fatto che l’esposizione si sviluppi interamente al livello della temporalità logica del suo oggetto non significa dunque che la dimensione storica venga espulsa dal metodo di Marx. Ad essere espulsa è solo la temporalità storica. La dimensione storica entra invece costantemente nell’esposizione sotto forma di empiria, cioè sotto forma di risultati dello sviluppo storico presi nelle loro forme fenomeniche. Solo in questo modo l’esposizione marxiana può raggiungere i propri scopi scientifici. Infatti, l’esigenza di oltrepassare il punto di vista empirista e l’impossibilità di uno sviluppo categoriale indipendente dall’empiria originano entrambe dal nuovo tipo di problema che si trova ad affrontare Marx e che informa lo specifico terreno epistemologico della critica dell’economia politica: non basta, per cogliere i rapporti capitalistici nella loro intima struttura, emanciparsi dall’ideologia soggettivamente intesa e osservare il mondo empirico «per come esso si offre a chiunque vi si approcci senza fantasticherie idealistiche preconcette» (MEW 21, 292; cors. agg.)[6], perché il contenuto ideologico delle categorie dell’economia politica origina esso stesso dall’oggettività sociale dei rapporti capitalistici. A questo si riferisce Marx con l’espressione «mistificazione reale» (MEGA II.2, 128). Nelle loro forme fenomeniche i rapporti definiti dalle categorie di «valore», «denaro», «merce», «lavoro» e «capitale» non si manifestano nei loro nessi reciproci, al contrario: così come oggettivamente si manifestano essi non si presentano neanche come rapporti, ma piuttosto come “cose”. Ciò che è falso nelle categorie dell’economia politica è dunque esso stesso parte della verità dei rapporti capitalistici. Marx, quindi, non può semplicemente mettere da parte gli errori dell’economia politica e rivolgersi direttamente ai puri “fatti”, perché la verità dei rapporti capitalistici si comprende solo comprendendo la falsità delle categorie dell’economia politica e, ad un tempo, il radicamento effettuale, oggettivo, di tale falsità. Ecco perché esposizione del modo di produzione capitalistico e critica dell’economia politica sono in Marx inscindibilmente legate. Se questo è il problema che deve affrontare Marx, il rifiuto dell’empirismo e l’adozione di un procedimento dialettico è scelta obbligata. D’altro canto, però, attraverso l’esposizione dialettica Marx deve ricondurre le categorie dell’economia politica prese come «forme di pensiero socialmente valide, dunque oggettive» a quelle specifiche «forme della vita umana» (MEW 23, 90) sulla base delle quali è stato possibile lo sviluppo post festum di quelle forme oggettive di pensiero; deve cioè individuare i presupposti concreti e storicamente determinati di quelle forme oggettive di pensiero che di quei presupposti storicamente determinati non recano in sé alcuna traccia, presentandosi invece come universali. È solo in questo modo che Marx può storicizzare le categorie dell’economia politica in maniera immanente. La domanda fondamentale che deve guidare l’esposizione di Marx è dunque: quali risultati dello sviluppo storico presuppone l’esistenza empirica delle forme oggettive di pensiero corrispondenti alle categorie dell’economia politica? A tale domanda non potrebbe rispondere uno sviluppo logico chiuso su se stesso, il cui andamento sia indipendente dal dato esperienziale. Da un lato, infatti, le categorie che vanno progressivamente poste come determinazioni del concetto di «capitale» devono essere forme di pensiero oggettive, rilevabili come risultati dello sviluppo storico; dall’altro lato queste categorie vanno sviluppate riconducendo ognuna di esse ai propri presupposti storicamente determinati, anch’essi dunque dati empirici risultato dello sviluppo storico. Se l’intero sviluppo categoriale fosse contenuto in nuce già nella categoria iniziale, ciò significherebbe che i rapporti capitalistici nella loro intima struttura sarebbero già riflessi in questa prima forma di pensiero; solo, vi sarebbero riflessi in maniera inconscia e inespressa, e andrebbero portati a espressione sviluppando le contraddizioni immanenti a tale categoria. Ma questa «dialettica della cellula germinale» nega esattamente il problema che rende necessario un procedimento dialettico: il fatto che i rapporti capitalistici, per come si manifestano oggettivamente, dunque in primis per come si manifestano nelle categorie dell’economia politica, non sono i rapporti nella loro intima struttura. Per coglierne l’intima struttura occorre andare oltre le categorie che esprimono tali rapporti e identificare i loro presupposti storicamente determinati.

Il raggiungimento degli scopi della critica dell’economia politica implica dunque il ricorso effettivo ad una ricerca empirica che, in sé, non ha nulla a che fare con lo sviluppo dialettico. Ricerca ed esposizione vanno dunque considerate come due momenti epistemologicamente e metodologicamente ben distinti, non tuttavia contrapposti cronologicamente, in quanto i risultati della ricerca devono entrare costantemente nell’esposizione come elementi estranei ad essa, che essa non potrebbe produrre da sé, per diventarne poi parte integrante. Ecco, dunque, un secondo limite del metodo dialettico in Marx: il carattere dialettico del metodo dev’essere limitato al modo d’esposizione.


5. Una ricostruzione a posteriori dei presupposti del dato

Occorre ora definire un principio interpretativo unitario che permetta di leggere l’esposizione di Marx in maniera tale che essa soddisfi entrambe le condizioni suddette. In tal senso si propone qui di leggere l’esposizione dialettica del modo di produzione capitalistico come una 
ricostruzione a posteriori dei presupposti del dato. Tale formulazione si riferisce sia al rapporto tra l’esposizione dialettica nel suo complesso e il suo intero oggetto di sviluppo, sia al modo in cui avvengono i singoli passaggi concettuali dello sviluppo: da un lato, lo sviluppo dialettico del concetto di «capitale», nel suo complesso, ricostruisce l’insieme delle condizioni d’esistenza dei rapporti specificamente capitalistici. Dall’altro lato, tale sviluppo consiste in una catena di transizioni categoriali nella quale ogni categoria esprime le condizioni d’esistenza dei rapporti espressi dalle categorie precedenti.

Secondo quanto sostenuto nei paragrafi precedenti, infatti, l’esposizione dialettica del modo di produzione capitalistico ha il compito di ricostruire quello specifico modo di erogazione e socializzazione del lavoro che deve stare alla base delle società borghesi affinché i rapporti sociali capitalistici possano manifestarsi così come di fatto si manifestano. Ciò significa non solo che il modo di manifestazione dei rapporti capitalistici viene assunto come dato nell’esposizione, e, dunque, che lo sviluppo nel suo complesso avviene a posteriori, ma anche che questo carattere a posteriori non viene trasceso in nessuna fase dello sviluppo dialettico, in quanto ogni categoria che si presenta nel corso dello sviluppo è assunta come oggettiva forma fenomenica data dei rapporti capitalistici. In altre parole, ogni categoria corrisponde ad un contenuto esperienziale trovato da Marx «alla superficie del mondo borghese» (MEGA II.1, 174) ed espresso nelle teorie degli economisti. Il compito che lo sviluppo categoriale di Marx deve assolvere non è dunque quello di dedurre una categoria dall’altra, bensì quello di stabilire rapporti di implicazione tra le categorie, ovvero tra i contenuti esperienziali in esse espressi. Nella transizione da una categoria all’altra il contenuto della seconda non viene dedotto dalla prima, bensì viene trovato anch’esso “alla superficie del mondo borghese”, ma viene dimostrato essere condizione logicamente necessaria perché il contenuto della prima categoria si manifesti così come si manifesta in quella categoria. Se si intende con “empiria” non solo i dati empirici immediati, ma anche le forme oggettive di pensiero cristallizzate nelle categorie dell’economia politica, si può allora parlare dello sviluppo dialettico come di una critica immanente dell’empiria. Critica dell’empiria, perché nega l’immediatezza dei diversi rapporti oggetto delle categorie dell’economia politica («scambio universale di merci, «valore», «circolazione monetaria», «lavoro», «capitale», «credito» ecc.) ovvero nega il modo in cui tali rapporti si manifestano oggettivamente nell’empiria. Critica immanente dell’empiria, perché il modo in cui i rapporti borghesi si manifestano empiricamente è criticato attraverso l’identificazione di nessi logicamente necessari tra diversi contenuti esperienziali, che risultano così essere forme fenomeniche di un intero; l’immediatezza di un dato contenuto posto empiricamente è dunque negata sempre mostrando un altro contenuto posto empiricamente come sua condizione d’esistenza. È in questo modo che Marx svela, tra diversi fenomeni, quei nessi specifici senza i quali nessuno di quei fenomeni potrebbe darsi: svela dunque il loro costituire manifestazioni parziali, unilaterali, di un complesso strutturato.

Questo schema interpretativo fornisce una risposta all’annosa questione circa i criteri sulla base dei quali va selezionato il materiale empirico da includere nell’esposizione del modo di produzione capitalistico (cfr. Luporini 1974, 166 ss.). Per esporre il modo di produzione specificamente capitalistico, infatti, Marx deve delineare, di tale modo di produzione, esclusivamente la struttura invariante, implicata logicamente dal modo in cui i rapporti capitalistici si manifestano in qualsiasi società borghese. Per questo l’esposizione dialettica nel suo complesso deve essere ristretta alle sole condizioni d’esistenza dei rapporti capitalistici. Il rispetto di questa esigenza è garantito dal modo in cui, secondo lo schema interpretativo descritto, i contenuti fenomenici entrano nello sviluppo dialettico: un determinato dato empirico – ad esempio l’acquistabilità della forza-lavoro nel mercato delle merci o la presenza di una circolazione monetaria – risulta essere parte della struttura del modo di produzione capitalistico nella misura in cui la sua esistenza risulta essere condizione necessaria per l’esistenza dei rapporti precedentemente esposti. Altri dati altrettanto empiricamente riscontrabili – ad esempio la preponderanza del lavoro di fabbrica o la presenza o meno di un sistema aureo – vanno invece considerati come figure storiche delle forme strutturali (cfr. Fineschi 2008, 154), e non possono dunque avere un ruolo specifico nell’esposizione dialettica. Quali risultati della ricerca debbano essere integrati nell’esposizione, e quale ruolo vi debbano giocare, si decide dunque nel corso dell’esposizione stessa. Ciò non significa però che l’esposizione segua un proprio corso logico indipendente dalla ricerca; in primo luogo, perché il nesso logico tra due categorie non potrebbe essere stabilito se il nesso tra i rapporti espressi da tali categorie non fosse già un risultato fattuale dello sviluppo storico; in secondo luogo – e questo è il punto fondamentale – perché il movimento dialettico da una categoria all’altra non potrebbe avvenire senza un ricorso effettivo a dati di fatto che non potrebbero essere in alcun modo dedotti dalla prima categoria. Lo sviluppo immanente della prima categoria, di per sé, porta solo al riconoscimento della non-autosufficienza logica della stessa, ma gli elementi necessari al superamento di tale categoria non sono contenuti in essa e non possono, dunque, essere sviluppati logicamente da essa (per alcuni esempi si veda Wolf 2006).


6. Per una lettura materialista dell’analisi della forma-valore

Il vero banco di prova delle tesi meta-teoriche fin qui espresse è, chiaramente, il terreno teorico. Dovendo scegliere un singolo esempio per mettere in luce la rilevanza teorica del principio interpretativo proposto, è opportuno fare riferimento all’analisi della forma-valore svolta da Marx nella terza parte del primo capitolo del 
Capitale (cfr. MEW 23, 62 ss.), in quanto essa costituisce il terreno principale sul quale la Neue Marx-Lektüre ha sviluppato la propria concezione metodologica.

Secondo lo schema interpretativo presentato, l’analisi della forma-valore ha il compito di identificare le condizioni necessarie affinché il lavoro astrattamente umano possa fungere da sostanza di valore (il che, a sua volta, era stato dimostrato essere una condizione necessaria alla scambiabilità universale delle merci) [cfr. MEW 23, 56 ss.]. In effetti, ciò che Marx dimostra, sviluppando la forma-valore dalla sua forma semplice (o casuale) alla sua forma universale, o forma di prezzo, è che la scambiabilità universale delle merci presuppone la circolazione monetaria. Su questa dimostrazione vanno fatte due osservazioni: (1) Marx non deduce l’esistenza della «circolazione monetaria» dalla categoria della «circolazione universale delle merci», né deduce la seconda dalla prima. Nemmeno può dirsi che egli deduca entrambe le categorie da un terzo fattore, ad esempio dal concetto di «valore». Circolazione universale delle merci e circolazione monetaria sono assunte da Marx come contenuti esperienziali, entrambi ben presenti nelle teorie dell’economia politica. Ciò che è assente (quando non esplicitamente negato) nelle teorie degli economisti classici, perché non manifesto nei fenomeni corrispondenti, è il legame intrinseco tra circolazione universale delle merci e circolazione monetaria. Questo legame è ciò che Marx deve ricostruire sul piano logico e ciò che di fatto si limita a ricavare dallo sviluppo categoriale. (2) Mentre lo sviluppo categoriale conduce dal valore al denaro, il suo contenuto esplicativo muove a ritroso, dal denaro al valore.

Da una lettura dell’analisi della forma-valore come ricostruzione a posteriori dei presupposti del dato segue dunque una interpretazione della teoria del valore di Marx come teoria monetaria del valore. Si tratta di una linea interpretativa che nel marxismo occidentale è stata inaugurata da Hans Georg Backhaus[7], uno degli autori-simbolo della Neue Marx-Lektüre. Secondo tale linea interpretativa la teoria del valore di Marx va distinta nettamente dalla dottrina del valore-lavoro nella sua forma ricardiana, che è stata invece il modello secondo il quale la teoria del valore marxiana è stata universalmente interpretata fino agli anni Sessanta del Novecento e secondo il quale viene tuttora interpretata da sostenitori della concezione logico-storica della dialettica come W. F. Haug. Proprio prendendo ad esempio gli approcci di Haug e di Backhaus si vuole qui però mostrare come sia la concezione logico-storica sia quella logico-sistematica del metodo dialettico portino ad una lettura idealistica dell’analisi della forma-valore, in quanto trascurano rispettivamente il primo e il secondo dei limiti identificati nei paragrafi precedenti.

La concezione metodologica di Haug è incompatibile con la prima tesi qui presentata, secondo la quale lo sviluppo dialettico ha per oggetto esclusivo la temporalità logica del concetto di «capitale». Per Haug (2001, 261) l’analisi delle forme in Marx segue un «metodo genetico-ricostruttivo», volto appunto alla comprensione dell’elemento genetico, ovvero l’elemento «storico compreso in maniera modellizzante, per così dire ‘in coltura pura’ da laboratorio» (Haug 2003, 384). L’analisi della forma-valore sarebbe allora il modello concettuale della genesi storica del denaro e condurrebbe, quindi, da date premesse alle necessarie conseguenze. Per Haug l’analisi della forma-valore non fonda dunque una teoria monetaria del valore, bensì una teoria «forma-valoriale» del denaro, una «wertformanalytische Geldtheorie» (Haug 2007, 562), ovvero una teoria che spiega la mediazione monetaria dello scambio dei prodotti con la forma-valore degli stessi. Se si assume fino in fondo tale teoria occorre concludere che i soggetti dello scambio possono far ricorso alla mediazione del denaro perché scambiano prodotti che sono oggetti di valore, in quanto prodotti di lavoro astratto e dunque, fin dal principio, commensurabili e interscambiabili. Una teoria monetaria del valore afferma l’esatto opposto, ovvero che il lavoro astratto può essere sostanza di valore – e i prodotti del lavoro, di conseguenza, essere scambiati come merci – solo se i soggetti dello scambio fanno ricorso alla mediazione del denaro. Ecco dunque la differenza fondamentale tra i due approcci: per una teoria monetaria del valore la forma-valore dei prodotti del lavoro dipende (non solo, ma non da ultimo) da un modo particolare di scambiare i prodotti, e, più precisamente, da quel modo in cui i prodotti vengono di fatto scambiati nelle società borghesi empiricamente osservabili. Per una teoria forma-valoriale del denaro, al contrario, il modo in cui i prodotti del lavoro vengono di fatto scambiati dipende dal fatto che i prodotti di lavoro sono in quanto tali oggetti di valore, dal che occorre dedurre che il lavoro umano avrebbe la naturale proprietà di essere sostanza di valore. Una simile visione, che spiega la forma sociale data dei prodotti, e dunque i rapporti sociali dati, sulla base di proprietà dei prodotti, sarebbe classificata da Marx come una visione feticistica, il che non significa altro che una visione ingabbiata nell’oggettivo carattere di feticcio delle merci, incapace cioè di andare oltre il modo in cui i prodotti del lavoro si presentano oggettivamente all’osservazione empirica. Una teoria forma-valoriale del denaro fa quindi l’esatto contrario di ciò che si propone Marx: prendere la forma in cui i prodotti del lavoro si manifestano nelle società borghesi – la forma-merce –, mostrare che tale forma fenomenica implica la forma-valore, e individuare i presupposti storicamente determinati di tale forma fenomenica. La forma-valore è insomma per Marx l’explanandum, non l’explanans. Questo capovolgimento dei propositi scientifici di Marx è però perfettamente coerente con una concezione metodologica per la quale l’esposizione dialettica dovrebbe fornire un modello concettuale dello sviluppo storico e, quindi, dei fatti empirici; una tale modellizzazione concettuale non potrebbe, infatti, che basarsi su una teoria del valore posta aprioristicamente come principio-guida dell’esposizione, invece che come suo risultato.

Ma ad una interpretazione similmente feticistica arrivano anche letture dell’analisi della forma-valore conformi alla prima ma non alla seconda delle tesi qui presentate. È questo il caso di Backhaus. Considerato il padre della scuola “logicista”, Backhaus rifiuta ovviamente la concezione logico-storica del metodo marxiano e quindi la lettura lineare dell’analisi della forma-valore propria dell’interpretazione di Haug. Poiché però trascura il carattere a posteriori dei singoli passaggi concettuali dell’esposizione, commette l’errore opposto: pensa l’esposizione dialettica come uno sviluppo logico che dovrebbe procedere con necessità logica assoluta, attraverso passaggi categoriali non condizionati da presupposti empirici. Backhaus confonde così uno sviluppo categoriale che riguarda la temporalità logica del concetto di «capitale», consistente nel disvelamento di nessi logicamente necessari tra categorie che però non sono esse stesse dedotte per via logica, con uno sviluppo logico delle categorie, ovvero con la deduzione per via logica di una categoria dall’altra. Tale quid pro quo si ritrova in molti sostenitori della concezione logico-sistematica del metodo marxiano. Secondo gli autori di Krise und Kapitalismus bei Marx, ad esempio, lo sviluppo dialettico avrebbe il compito di portare alla luce l’essenza dei rapporti capitalistici e di «dimostrare che l’essenza è l’organizzatrice dei fenomeni, che è in essi contenuta e che li determina» (Bader et al. 1975, 73), fornendo così la «spiegazione della necessità dell’esistente». Per assolvere ad un tale compito, tuttavia, lo sviluppo dialettico dovrebbe essere come una macchina che, una volta messa in moto, è poi in grado di svolgere il proprio lavoro senza ulteriore intervento esterno – dovrebbe essere, letteralmente, uno sviluppo autonomo, cioè unicamente determinato dalle proprie stesse regole di movimento; tale movimento dovrebbe dunque essere, di nuovo in senso letterale, assoluto, libero da ogni condizionamento esterno. L’esposizione di Marx dovrebbe avere allora uno svolgimento assolutamente necessario. Proprio come in Hegel essa dovrebbe essere in grado, secondo gli autori citati, di «compiersi con moto implacabile, puro, senza introdurre nulla dall’esterno» (Hegel 1812-1816a, 49; cit. in Bader et al. 1975, 95). È proprio su tale interpretazione del procedere dialettico che si basa la tesi di Backhaus secondo la quale nel passaggio tra la seconda e la terza parte del primo capitolo del Capitale  lo sviluppo dialettico presenterebbe una frattura, a causa della quale, per Backhaus, «la ‘deduzione’ del valore non è proprio più concepibile come movimento dialettico» (Backhaus 1969, 130). Per esprimere questa diagnosi Backhaus si basa sulla definizione marxiana del «valore di scambio» come forma fenomenica (Erscheinungsform) del valore, deducendone che il valore sarebbe l’essenza del valore di scambio. La frattura nello sviluppo dialettico consisterebbe nel fatto che la «mediazione di sostanza e forma di valore» non si presenta come «transizione necessaria» (Backhaus 1969, 131). Marx non ha infatti risposto alla domanda che Backhaus reputa decisiva: «Come avviene che il valore si trasforma in valore di scambio e in prezzo? Perché e in che modo il valore si è sublimato (aufgehoben) nel valore di scambio e nel prezzo come modi del suo ‘essere altro da sé’?» (Backhaus 1969, 130 ss.). Secondo Backhaus, quindi, per procedere in modo rigorosamente dialettico Marx avrebbe dovuto dimostrare che l’essenza «valore» deve assumere necessariamente la forma fenomenica «valore di scambio» e fornire una spiegazione causale di tale necessità. Ma secondo il principio interpretativo qui proposto Marx può benissimo non rispondere alla domanda di Backhaus, anzi: deve non farlo. Dopo aver mostrato che, affinché i prodotti del lavoro possano avere un prezzo, lavori qualitativamente eterogenei devono essere messi in relazione tra loro come diverse quantità di lavoro umano indifferenziato, cioè dopo aver dimostrato che il valore è una condizione necessaria per l’esistenza del valore di scambio, la quale è assunta come un fatto empirico, non deve poi dedurre nuovamente questo fatto empirico dal concetto di «valore». Può invece proseguire, senz’altra mediazione, la problematizzazione di questo stesso fatto empirico, passando dall’analisi della sostanza a quella della forma di valore, per mostrare a qualicondizioni lo scambio può realizzare una relazione di valore universale tra i prodotti. In nessun modo Marx deve spiegare perché la sostanza di valore assuma la forma di valore. Se questa forma non fosse constatabile come fatto empirico, infatti, il lavoro astrattamente umano non sarebbe sostanza di valore, anzi: non esisterebbe alcun lavoro astrattamente umano. Dalla prospettiva di una dialettica materialista non ha dunque alcun senso aspettarsi una transizione logicamente necessaria in avanti, dalla sostanza di valore alla forma di valore. Si tratta piuttosto di riconoscere il valore di scambio (che si manifesta empiricamente come proprietà dei singoli prodotti) come forma di valore (cioè la forma di una relazione tra merci come oggetti sociali) e, a ritroso, ricondurre la sostanza di valore alla forma di valore. Nel corso dell’analisi della forma-valore Marx dimostra infatti: (a) che il valore di scambio non può essere una proprietà di una singola merce e che può invece «manifestarsi [come proprietà delle singole merci; SB] solo nel rapporto sociale tra merce e merce» (MEW 23, 62; si veda anche MEW 19, 358 e MEGA II.6, 29 ss.); (b) che questo rapporto sociale presuppone la circolazione del denaro. Il corso ulteriore dell’esposizione proseguirà poi la ricostruzione dei presupposti, definendo dapprima il denaro presupposto dalla circolazione universale delle merci quale denaro specificamente capitalistico e portando poi oltre la sfera della circolazione, giungendo progressivamente a dimostrare come la forma-merce, quale forma universale e caratteristica in cui si manifesta il prodotto del lavoro, presupponga un complesso strutturato di rapporti di produzione e di circolazione: il modo di produzione specificamente capitalistico.

Se Marx avesse dedotto logicamente la forma-valore dalla sostanza di valore, come pretende Backhaus, sarebbe egli stesso caduto nel feticismo delle merci. Non è un caso che Backhaus, nel formulare la domanda per lui fondamentale, tenda a ricadere nella concezione logico-storica della dialettica, come se lo sviluppo categoriale corrispondesse ad uno sviluppo nella temporalità storica: «Perché e in che modo il valore si è sublimato nel valore di scambio e nel prezzo […]?»[8]. Questo lapsus è indicativo del fatto che la concezione logico-sistematica, nella misura in cui assume una chiusura dell’esposizione sul piano logico, finisce inevitabilmente per entrare in contraddizione anche con la tesi della logicità dell’oggetto, riproponendo gli stessi problemi già visti nel caso della lettura logico-storica. Per rispondere alla domanda di Backhaus e spiegare causalmente una «transizione necessaria» dalla sostanza di valore alla forma di valore, Marx avrebbe infatti dovuto assumere come variabile indipendente, e come explanans, la proprietà del lavoro di essere sostanza di valore, e dedurre da tale proprietà del lavoro la necessità dei rapporti dati. Una tale deduzione sarebbe però l’esatto contrario di ciò che Marx intende dimostrare con la sua critica del feticismo, ovvero che la proprietà del lavoro di essere sostanza di valore dipende da rapporti di scambio storicamente determinati e storicamente datisi, non viceversa. Su questo Marx è piuttosto esplicito:

Gli uomini non rapportano tra loro i prodotti del loro lavoro come valori perché considerano questi oggetti come involucri meramente materiali di lavoro omogeneamente umano. Al contrario: in quanto nello scambio equiparano i loro prodotti eterogenei come valori, equiparano i loro diversi lavori come lavoro umano. Non lo sanno, ma lo fanno. (MEW23, 88)

In questo passo Marx afferma esattamente che il movimento esplicativo non procede parallelamente all’esposizione, dalla sostanza alla forma di valore, ma a ritroso, dalla forma alla sostanza. Sebbene altre affermazioni, alle quali Backhaus può legittimamente richiamarsi, vadano in direzione differente (cfr. MEW 23, 53 e 109), è questo procedimento di fondazione a ritroso che Marx sembra avere effettivamente seguito. Backhaus è insoddisfatto di tale procedimento perché pretende da un’esposizione dialettica che il movimento esplicativo sia valido in entrambe le direzioni: il primo capitolo del Capitale dovrebbe fondare, per lui, sia una teoria monetaria del valore sia una teoria forma-valoriale del denaro. Ma se avesse dimostrato una simile dialettica assoluta tra sostanza e forma di valore Marx avrebbe postulato una necessità altrettanto assoluta dei rapporti di scambio capitalistici (avrebbe, in effetti, spiegato «la necessità dell’esistente»)[9]. Tali aspettative idealistiche si basano sulla concezione dello sviluppo dialettico come sistema logico chiuso su se stesso, che dovrebbe quindi trascendere il carattere a posteriori dei propri presupposti. Per Backhaus il metodo dialettico «non si può limitare a ricondurre la forma fenomenica all’essenza: deve anche mostrare perché l’essenza assume proprio questa o quella forma fenomenica» (Backhaus 1969, 132; cors. agg.). Ma, ammesso e non concesso che il lavoro astratto possa essere considerato come l’essenza dei prezzi delle merci, non è possibile dimostrare attraverso un metodo dialettico materialista perché quest’essenza si sia concretizzata proprio nel modo in cui si è storicamente concretizzata. Una simile spiegazione causale richiederebbe un metodo storico. In questo caso, però, la dimostrazione non potrebbe esibire quella «necessità interna» (Backhaus 1969, 130) di cui Backhaus è alla ricerca. Ma vi è di più: in questo caso l’esistenza dell’“essenza” – il lavoro astratto come sostanza di valore – si spiega solo col manifestarsi di “proprio quella forma fenomenica” – il valore di scambio –, ovvero col fatto che la forma merce si è storicamente affermata quale forma universale e caratteristica dei prodotti del lavoro. Poiché Backhaus rimane fedele alla concezione causale della coppia concettuale «essenza/fenomeno», esige la spiegazione inversa, esige cioè che un determinato fenomeno empiricamente osservabile venga spiegato dal suo essere la forma fenomenica di una essenza nascosta che può manifestarsi solo in quello e non in altro modo.

In conclusione, se il metodo dialettico marxiano viene interpretato come una critica immanente dell’empiria occorre respingere l’idea diffusa che lo smascheramento marxiano delle concezioni ideologiche borghesi si basi sul disvelamento di rapporti essenziali celati dietro ai rapporti manifesti – o, con le parole di Luporini (1974, 238), sulla «scoperta […] dei ‘moti reali’ dietro i ‘moti apparenti’» –, ad esempio il lavoro astrattamente umano dietro ai prezzi monetari, la circolazione del capitale dietro la circolazione universale delle merci, o il rapporto asimmetrico capitalista-lavoratore dietro al rapporto simmetrico tra possessori di merci. A rigore, tutti questi fenomeni, processi e rapporti costituiscono forme fenomeniche dei rapporti capitalistici; forme fenomeniche che Marx assume come tali, come forme empiricamente date. Nessuna delle categorie dello sviluppo dialettico (non tra le più sviluppate, e tanto meno tra quelle iniziali) esprime in sé una verità nascosta dietro alle proprie forme fenomeniche. Ciò che nessuna forma fenomenica dei rapporti capitalistici manifesta di per sé, e, in tal senso, ciò che ognuna di esse nasconde, sono i nessi strutturali che la legano necessariamente alle altre. Questo tessuto di nessi è ciò che più si avvicina all’idea di “essenza” dei rapporti capitalistici, in quanto si distingue da ognuna delle forme fenomeniche degli stessi. L’essenza della quale Marx è alla ricerca non consiste dunque in un singolo elemento al quale andrebbe ricondotta la totalità delle forme fenomeniche, bensì risulta dal coappartenersi delle forme fenomeniche, dal loro costituire un intero strutturato.

 
Note

[1] Si fa qui specialmente riferimento al capovolgimento risultante dal fatto che i rapporti sociali capitalistici, pur essendo prodotti e riprodotti costantemente dall’agire soggettivo, retroagiscono su di esso, predeterminandone le forme. A questa autonomizzazione effettuale dei rapporti sociali nei confronti dei soggetti che li producono si riferiva Adorno con l’appropriata espressione «oggettività sociale» (Adorno 1969, 84).
[2] Tutte le traduzioni sono a cura di chi scrive.
[3] Il termine tedesco per «storia contemporanea» come branca delle discipline storiche sarebbe «Zeitgeschichte», o «zeitgenössische Geschichte», ma il concetto stesso non si era ancora stabilmente affermato all’epoca di Marx.
[4] In Hegel è solo in quanto è «il puro concetto che ha se stesso come oggetto» che esso è in grado di «superare la propria posizione di contenuto e oggetto» (Hegel 1812-1816b, 572).
[5] Così, ad esempio, il passaggio dalla sfera della circolazione semplice a quella del capitale non potrebbe avvenire senza introdurre nell’esposizione, dall’esterno, il lavoro salariato, l’acquistabilità della forza-lavoro come merce (cfr. Wolf 2006).
[6] Questa concezione positivista del materialismo in Engels ha evidentemente giocato un ruolo fondamentale nella sua interpretazione dell’esposizione di Marx come rispecchiamento concettuale del divenire storico.
[7] Un precursore di tale linea interpretativa è stato l’economista sovietico Isaak Rubin.
[8] Vedi sopra (cors. agg.).
[9] Vedi sopra.
Bibliografia

Scritti di Marx ed Engels (tavola delle abbreviazioni): 

MEGA II.1 Marx, K., Ökonomische Manuskripte 1857–1858, in Marx-Engels-Gesamtausgabe2, sez. II, vol. 1, Berlin: Dietz Verlag 1976.
MEGA II.2 Marx, K., Zur Kritik der politischen Ökonomie. Urtext, in Marx-Engels-Gesamtausgabe2, sez. II, vol. 2, Berlin: Dietz Verlag 1980.
MEGA II.6 Marx, K., Ergänzungen und Veränderungen zum ersten Band des „Kapitals“ (Dezember 1871 – Januar 1872), in Marx-Engels-Gesamtausgabe2, sez. II, vol. 6, Berlin: Dietz Verlag 1987.
MEW 1 Marx, K., Zur Kritik der Hegelschen Rechtsphilosophie, in Marx-Engels-Werke, vol. 1, Berlin: Dietz Verlag 1976.
MEW 13 Marx, K., Einleitung zur Kritik der Politischen Ökonomie, in Marx-Engels-Werke, vol. 13, Berlin: Dietz Verlag 1961.
Engels, F., Karl Marx, „Zur Kritik der Politischen Ökonomie“, in Marx-Engels-Werke, vol. 13, Berlin: Dietz Verlag 1961.
MEW 19 Marx, K., Randglossen zu Adolph Wagners „Lehrbuch der politischen Ökonomie“, in Marx-Engels-Werke, vol. 19, Berlin: Dietz Verlag 1962.
MEW 21 Engels, F., Ludwig Feuerbach und der Ausgang der klassischen deutschen Philosophie, in Marx-Engels-Werke, vol. 21, Berlin: Dietz Verlag 1962.
MEW 23 Marx, K., Das Kapital. Kritik der politischen Ökonomie. Erster Band, in Marx-Engels-Werke, vol. 23, Berlin: Dietz Verlag 1974.
MEW 29 Marx, K. und Engels, F., Briefe. Januar 1856 – Dezember 1859, in Marx-Engels-Werke, vol. 29, Berlin: Dietz Verlag 1963.
MEW 31 Marx, Karl und Engels, F., Briefe. Oktober 1864 – Dezember 1867, in Marx-Engels-Werke, vol. 31, Dietz Verlag, Berlin 1965.




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