giovedì 28 agosto 2025

Con la camera di Hussam si spegne il giornalismo - Alberto Negri

Da:  https://ilmanifesto.it - Alberto Negri -  Alberto Negri è giornalista professionista dal 1982. Laureato in Scienze Politiche, dal 1981 al 1983 è stato ricercatore all'Ispi di Milano. Storico inviato di guerra per il Sole 24 Ore, ha seguito in prima linea, tra le altre, le guerre nei Balcani, Somalia, Afghanistan e Iraq. 

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RICORDIAMOLI


Uccidono come assassini non come soldati, mentono come i peggiori mafiosi perché sanno di restare impuniti. L’ordine è: spara, spara subito alla telecamera della Reuters. Cadono i primi morti. Poi un silenzio sospeso, sembra irreale.

Arrivano i soccorsi correndo sulle scale dell’ospedale Nasser di Khan Younis. Ecco di nuovo il momento di colpire. Il thank israeliano spara ancora: il bilancio sarà di 20 morti tra cui 5 giornalisti. È la tecnica del «doppio colpo», illegale per le norme internazionali, ma non per Israele. Che adesso si giustifica come un criminale di strada. L’esercito ieri ha affermato che a Gaza la brigata Golani ha colpito la telecamera «ritenendo che fosse stata piazzata lì da Hamas per monitorare i movimenti dei combattenti». 

L’ennesima sanguinosa menzogna di una propaganda senza freni inibitori. Il bersaglio è la camera dell’agenzia britannica Reuters che invia in tutto il mondo in diretta le battaglie e i bombardamenti nella Striscia.

L’inquadratura viene lasciata fissa con piccoli cambi ma deve essere comunque manovrata: a farlo era l’altro giorno Hussam Al Masri, ucciso dall’esplosione. La diretta della Reuters sugli schermi europei si interrompe così all’improvviso. Resta solo un’ultima immagine, la polvere che copre tutto, la fine di Hussam e la morte del giornalismo vero, che dovrebbe spingere, almeno l’Europa ancora libera, a osservare un silenzio stampa per questo che non è un incidente ma un omicidio premeditato.

Questo se non vogliamo, come scriveva ieri Matteo Nucci sul manifesto (distopie-reali-il-racconto-dei-fatti-e-la-narrazione-della-menzogna), che la menzogna ripetuta in maniera ossessiva e dilagante non diventi verità. Le dimensioni del genocidio palestinese, la devastazione di Gaza, la carestia usata come arma di guerra, l’assassinio dei giornalisti e dei testimoni stanno andando oltre ogni limite. E qui c’è ancora chi sostiene che tutto questo è una falsità. E se proprio tutto questo orrore avviene la colpa è di Hamas. Qui c’è gente ancora incline a credere al premier israeliano Netanyahu, inseguito come Putin da un mandato come criminale di guerra della Corte penale internazionale, il quale sostiene che la carestia è una fake news e la maggior parte dei morti sono terroristi.

Persino i servizi israeliani lo smentiscono: l’83% delle vittime a Gaza sono civili. Ma pure di dare consistenza alle sue menzogne Netanyahu, mentre si prepara a occupare Gaza City, non solo bolla come bugiardi tutti – dagli operatori umanitari ai medici, dalle grandi ong ai sopravvissuti – ma cerca di eliminare tutte le fonti con la strage sistematica e voluta dei giornalisti palestinesi. È semplicemente un assassino.

Ma qui il silenzio stampa, l’indignazione, le condanne morali, il riferimento flebile a una giustizia che forse non verrà mai, non bastano. Qui bisogna fare qualche cosa. Applicare sanzioni. L’Unione europea dovrebbe sospendere gli accordi di associazione e di finanziamento di Israele. Magari annullare pure acquisti e vendite di armi e congelare gli insidiosi accordi di sicurezza con il governo di Tel Aviv: è questo che fa dei governanti europei dei complici del massacro di Gaza. Più si va avanti e più si capisce che l’inazione europea con i suoi proclami ipocriti è la maschera di un verità indicibile per molti: Israele fa parte integrante dei nostri apparati di sicurezza, basti pensare che nel 2023 l’Italia ha appaltato a Netanyahu la nostra cybersecurity. Israele sa tutto di noi e noi voltiamo la testa dall’altra parte, siamo persino spinti a dare credito a lui e al suo alleato Trump. Perché l’Unione europea stenta a intervenire? Abbiamo paura. Dal 2022 gli Usa hanno sanzionato 6mila imprese e individui della Russia e neppure vagamente farebbero una ritorsione a Israele: è l’unico stato al mondo che può influire sulla politica a Washington. È possibile che se la Ue o uno stato europeo varasse sanzioni serie a Tel Aviv, gli Stati uniti interverrebbero per fargliela pagare. L’atmosfera pesante che si respira si è capita bene dall’incontro tra Putin e Trump e dalla «non trattativa» sui dazi con gli Usa.

In ballo però non c’è solo la questione palestinese. Lo si capisce bene leggendo il rapporto di Francesca Albanese sull’economia del genocidio, che ha avuto l’ulteriore conferma del quotidiano britannico Guardian. Nella strage di Gaza, forse anche in questa del Nasser, sono coinvolte le grandi multinazionali americane, non solo del settore bellico. Israele si affida a Microsoft e alle sue strutture per archiviare le intercettazioni dei palestinesi nei territori illegalmente occupati. Sorveglianza e intercettazioni tengono un intero popolo sotto controllo: figuriamoci se non sapevano che la telecamera dell’ospedale era della Reuters. Ecco che cosa dovremmo temere e che forse già temono i governi europei: Israele e gli Usa (che detengono la stragrande quota di mercato mondiale della cybersecurity) possono fare di noi quel che vogliono. Il genocidio e gli omicidi di Gaza ci riguardano.

mercoledì 27 agosto 2025

Le conseguenze della scienza: Enrico Fermi, la bomba atomica e il ruolo dei fisici - CARLO ROVELLI

Da: https://www.corriere.it - MATEMATICAFISICAeSCIENZE - Carlo Rovelli, fisico, saggista e divulgatore scientifico è stato docente universitario in Italia, Francia e Usa. 

Leggi anche: Heidegger e la bomba atomica: ovvero la scienza deve pensare - Gianni Vattimo, Massimo Zucchetti 

https://zucchett.wordpress.com/2025/08/06/cronache-della-bomba/

Vedi anche: I rischi inaccettabili di una guerra nucleare - Massimo Zucchetti 

Hiroshima - les images inconnues

Il premio Nobel italiano fu tra le più grandi menti del Novecento, sia in campo teorico sia sperimentale, ma la politica non lo interessava. Ora che il rischio nucleare è così alto, serve un impegno civile degli studiosi.
Lo scorso 5 agosto, alla vigilia dell’ottantesimo anniversario dei bombardamenti atomici sulle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki, il fisico Carlo Rovelli ha inaugurato su Corriere.it la sua serie video in dieci puntate La bomba atomica. La cattiva coscienza della fisica. Riflessioni personali sul nucleare. Titolo del primo episodio, nel quale Rovelli parla dello sviluppo dell’arma nucleare, è: 1934 Enrico Fermi. Sul «Corriere della Sera» del 14 agosto è intervenuta Angela Bracco, presidente della Società italiana di Fisica, sostenendo che la figura di Fermi era stata «screditata». Rovelli ha risposto nella stessa pagina (qui l’intervento di Bracco e la risposta di Rovelli )Il video ha continuato a suscitare dibattito e, nel testo qui sotto, il fisico torna ad approfondire alcune questioni. (https://www.corriere.it)
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Alcune frasi su Enrico Fermi nei video dedicati al rischio nucleare che ho registrato per questo giornale, hanno dato origine a una polemica vivace. Con pieno rispetto per chi ha giudizi diversi dai miei, vorrei chiarire qui la mia opinione sulle questioni sollevate.

martedì 26 agosto 2025

L'intima relazione fra imperialismo e fascismo - Alessandra Ciattini

Da: la Città Futura - https://www.lacittafutura.it - Alessandra Ciattini (collettivo di formazione marxista "Stefano Garroni”) ha insegnato Antropologia culturale alla Sapienza, collabora con https://www.unigramsci.it


Con la professoressa dell'Università popolare Antonio Gramsci cerchiamo di comprendere le connessioni profonde fra il capitalismo sempre più in crisi e i regimi autoritari e antidemocratici. Intervista a cura de La città futura realizzata da Renato Caputo

                                                                           

lunedì 25 agosto 2025

QUANDO SI TRATTA DI PACE, ISRAELE NON PERDE MAI L'OCCASIONE DI PERDERE UN'OCCASIONE - Muhammad Shehada

Da La Zona Grigia - Originale: https://www.newarab.com - Muhammad Shehada è uno scrittore e analista palestinese di Gaza e responsabile degli affari europei presso Euro-Med Human Rights Monitor. Seguitelo su Twitter: @muhammadshehad2 

Leggi anche: I palestinesi non sono responsabili dello stermino degli ebrei. Perché ne pagano la colpa? - Alessandra Ciattini

Per oltre mezzo secolo, il più grande ostacolo alla pace in Medio Oriente non è stata l'assenza di coraggiose aperture palestinesi, ma l' instancabile determinazione israeliana a seppellirle prima che potessero mettere radici.

Di volta in volta, dal riconoscimento senza precedenti di Israele da parte dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) nel 1988 e dalla rinuncia alla lotta armata, ai leader di Hamas che offrono cessate il fuoco decennali, i leader palestinesi hanno messo sul tavolo compromessi storici.

E ripetutamente, Israele ha affrontato questi momenti non a mani aperte, ma con pugni chiusi, sabotaggi politici e omicidi . Lo schema è così coerente, così deliberato, che "perdere un'opportunità di pace" ha cessato di essere un tragico incidente ed è diventato una dottrina calcolata.

Nel 1988, l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) fece a Israele l'offerta più generosa nella storia palestinese. L'OLP accettò lo Stato di Israele, cedette il 78% della Palestina storica a "uno Stato ebraico" , condannò "il terrorismo in tutte le sue forme" e chiese in cambio uno Stato in Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est.

Questo avrebbe dovuto essere lo scenario ideale per Israele: porre fine al conflitto, alla Prima Intifada e al suo isolamento internazionale, e garantire il proprio futuro nella regione. Invece, Tel Aviv è precipitata nel panico più totale.

Il primo ministro Yitzhak Shamir ha immediatamente respinto il gesto dell'OLP, definendolo "folle e pericoloso" e giurando che Israele "non permetterà mai la creazione di uno stato palestinese indipendente nei territori occupati".

Il suo Ministro della Difesa, Yitzhak Rabin, promise di usare "il pugno di ferro" per annientare questa offerta di pace. Il Ministero degli Esteri israeliano attivò una squadra di controllo dei danni per diffamare la proposta dell'OLP. L'unico giornalista israeliano, David Grossman, che osò riferire della decisione dell'OLP fu licenziato dal suo incarico radiofonico e attaccato alla Knesset e su tutti i media israeliani.

Anche il governo israeliano e le organizzazioni filo-israeliane statunitensi hanno criticato gli ebrei americani che hanno incontrato Yasser Arafat per rafforzare il suo gesto di pace. Gli Stati Uniti hanno negato ad Arafat il visto per presentare la sua offerta all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

domenica 24 agosto 2025

Palestina, un popolo che non vuole morire - Edoardo Todaro

Da: https://www.carmillaonline.com - Edoardo Todaro Collabora con "Carmilla on line" e altre riviste. Svolge la propria militanza tra realtà autogestite (CPA) e sindacali (delegato RSU Cobas presso Poste spa). - Edoardo Todaro - 


Alain Gresh, Palestina, un popolo che non vuole morire, Sensibili alle foglie, 2025, pp. 160, € 15

“ Sensibili alle foglie “, ormai da tempo, edita libri molto utili per conoscere e capire quanto avviene in Palestina. Si può tranquillamente andare a ritroso e trovare nel catalogo Bambini in Palestina (1) del 2003 e, da poco Voci da Gaza (2), a proposito di un incontro tenutosi a Milano, al csa Vittoria, con Halima ed Ismail Abusalama; recentemente l’attenzione si è rivolta, pubblicando ben tre libri: Dietro i fronti (3), Sumud, resistere all’oppressione (4) e Il tempo del genocidio (5);  a Samah Jabr, scrittrice ma soprattutto psicoterapeuta che indaga ed analizza le conseguenze psicologiche dell’occupazione sionista, gli effetti che produce e che lascia in chi sopravvive alla furia bestiale e genocida degli occupanti.

Da pochi mesi, Sensibili alle foglie ha aggiunto un ulteriore tassello ai libri già editi sulla Palestina, e di questo non possiamo che ringraziarla per l’opera importante portata avanti, si tratta di: Palestina, un popolo che non vuole morire (6) di Alain Gresh. Gresh è stato caporedattore di Le Monde diplomatique, ed è un profondo conoscitore del Medio Oriente, lo potremmo inserire tranquillamente all’interno di quella categoria rappresentata da quei giornalisti che un tempo si dedicavano anima e corpo all’inchiesta sul campo.

Comunque sarebbe sufficiente il sottotitolo (Un popolo che non vuole morire) per inserire questo libro tra le bibliografie da suggerire a chi è in cerca di un qualcosa che possa aiutare a capire cosa succede in Palestina, e perché succede. Gresh espone, in queste pagine, perché Netanyahu, e con lui il sionismo di cui è portavoce, non ha raggiunto gli obiettivi prefissati, nonostante si muova con una logica di annientamento metodico, sradicamento della cultura della Palestina compreso; l’importanza, decisiva anzi fondamentale, degli “aiuti” militari che gli USA danno ad israele, che non si sa bene perché ha “il diritto a difendersi”; la fame come arma di guerra, questione ormai, purtroppo, all’ordine del giorno; la violazione del diritto internazionale; Gaza come Dresda; i paralleli con quanto avvenne in Algeria e la controinsurrezione dell’occupazione francese, in Viet Nam e cosa significa oggi essere dalla parte dei palestinesi , come negli anni ’60 essere con i vietnamiti o negli anni ’80 con i neri del SudAfrica, oggi la Palestina rappresenta il simbolo di una decolonizzazione mancata; e la resistenza, non viene certamente elusa, anzi Gresh mette in evidenza che è proprio la resistenza a rimettere al centro della politica internazionale “l’emergenza Palestina”, Palestina che è e deve essere un problema politico prima che umanitario.

sabato 23 agosto 2025

Il più grande nemico dell’umanità: l’imperialismo straccione europeo - Paolo Ferrero, Alessandro Volpi

Da: dignità TV - Paolo Ferrero è un politico italiano, Ministro della solidarietà sociale del Governo Prodi II dal 17 maggio 2006 all'8 maggio 2008. È stato segretario di Rifondazione Comunista dal 27 luglio 2008 al 2 aprile 2017 - Alessandro Volpi docente di Storia contemporanea, di Storia del movimento operaio e sindacale e di Storia sociale presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. 

                                                                           

venerdì 22 agosto 2025

Se Hannah Arendt vivesse oggi, definirebbe il genocidio di Israele a Gaza per quello che è: "Un male radicale" - Jennifer Loewenstein

Da: https://www.newarab.com - La Zona Grigia - Jennifer Loewenstein è un'attivista per i diritti umani e giornalista freelance. In precedenza (ora in pensione) è stata Direttrice associata di Studi mediorientali e docente senior presso l'Università del Wisconsin-Madison. Seguila su X: @JenniferLoewe10 


Sebbene Arendt sia nota soprattutto per la sua teoria della “banalità del male”, non c’è nulla di banale nel lanciare missili contro bambini in coda per l’acqua o famiglie in cerca di razioni di cibo, scrive Jennifer Loewenstein




Due ore prima dell'alba di un giorno d'agosto, la temperatura a Gaza supera già i 30 gradi e l'umidità è all'88%. Prima di sera, sotto un sole implacabile, la temperatura sarà vicina ai 40 gradi.

Ma due ore prima che inizi il conteggio giornaliero dei morti, c'è ancora tempo per svegliarsi con la bocca secca e il corpo asciutto per il sudore; tempo per notare la fame lancinante che caratterizza i giorni e le notti di un tumulto senza fine.
Presto la “Gaza Humanitarian Foundation” inizierà a contrattare con gli affamati: farina per un proiettile, olio da cucina per il sangue, fagioli secchi per la testa e il cuore.

Questa settimana, il bilancio delle vittime della fame infantile a Gaza ha raggiunto quota 100. Il mondo si sta rimpicciolendo.

Circa l'86,1% di Gaza è stato inghiottito da carri armati, bulldozer, veicoli trasporto truppe blindati, i mostri di un esercito moderno, gli animali domestici sputafuoco di Israele, che macinano, sibilano e sputano verso il mare.

giovedì 21 agosto 2025

Marx incostituzionale - Nicolò Monti

 Da: https://www.facebook.com - Nicolò Monti - Nicolò Monti già segretario nazionale della Federazione Giovanile Comunista Italiana (FGCI). 


Sembrava una vittoria storica quella del “Forum serale Marxista per la politica e la cultura”, abbreviato Masch, nei confronti dell’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, ma le motivazioni della sentenza del Tribunale di Amburgo hanno spazzato via il già molto cauto ottimismo. L’8 Marzo scorso l’associazione, che aveva citato in giudizio lo Stato per essere stata classificata come associazione di “estrema sinistra”, togliendole lo status di organizzazione no profit, ha ottenuto la riabilitazione e il proprio status. In un clima così fortemente anticomunista, questa sembrava davvero una bella notizia per le associazioni e le organizzazioni marxiste tedesche. 

Come sappiamo però, ogni tribunale che emette una sentenza ne pubblica dopo un certo lasso di tempo le motivazioni per la quali è stata emessa. Il 6 Agosto sono arrivate e non suonano affatto come una vittoria politica, anzi. Per il Tribunale infatti l’unico motivo che ha portato a dar ragione a Marsch è stato che i membri non avevano un "atteggiamento attivo e combattivo" tale da essere pericoloso per la Costituzione. Insomma, per i giudici i militanti di Masch sono “poco attivi” per poter essere considerati una minaccia, per il momento. Oltre ciò, che già di suo farebbe sorridere se non fossero così maledettamente seri, le motivazioni arrivano al nocciolo della questione. 

Prima di fare la disamina delle stesse però è necessario spiegare cosa sia Masch. L’organizzazione nasce nel 1981 ad Amburgo affiliata al DKP, Partito Comunista Tedesco, che nell’allora Germania Ovest era messo al bando e vittima di persecuzioni. Lo scopo di Masch è la formazione marxista tramite conferenze, corsi e lezioni e riprende le caratteristiche delle scuole operaie nate nel 1925 in Germania. La loro importanza negli anni 20 e 30 era tale che tra insegnanti e partecipanti ai corsi vi si poteva leggere nomi del calibro di Bertolt Brecht. Oggi continua la sua opera di formazione politica e culturale marxista, ma con una ampia autonomia dal DKP. 

mercoledì 20 agosto 2025

I palestinesi non sono responsabili dello stermino degli ebrei. Perché ne pagano la colpa? - Alessandra Ciattini

Da: https://futurasocieta.org - Alessandra Ciattini (collettivo di formazione marxista "Stefano Garroni”) ha insegnato Antropologia culturale alla Sapienza, collabora con https://www.unigramsci.it

Certamente i palestinesi non sono responsabili dello sterminio degli ebrei e, pertanto, non può essere invocato contro di loro. D’altra parte, stiamo assistendo ogni giorno al massacro dei palestinesi, ridotti ormai a dei cadaveri viventi, i cui figli malnutriti se non moriranno non si riprenderanno mai. Eppure, si insiste nel negare la parola genocidio, nonostante le esplicite dichiarazioni dei leader israeliani che intendono fare di Gaza tabula rasa. Per un paradosso storico gli stessi poteri che non mossero un dito per salvare gli ebrei dai campi di sterminio, cui sfuggirono pochi fortunati, stanno ora collaborando con Israele nel massacro dei palestinesi.

Molto rumore e scandalo suscitarono, vari anni fa, le dichiarazioni rilasciate in differenti occasioni dall’allora presidente dell’Iran, Mahmud Ahmadinejad, in particolare quando, invitato a tenere una conferenza alla Columbia University di New York nel 2007, affermò che a suo parere si dovrebbe ancora indagare sull’olocausto degli ebrei avvenuto durante la Seconda Guerra mondiale. Traggo questa informazione da un articolo di Shlomo Shamir pubblicato da Haretz il 25 settembre 2007. Naturalmente, questa sua affermazione suscitò molte proteste negative tra i presenti e il preside dell’università, Lee Bollinger, intervenne definendo il presidente un “dittatore meschino e crudele”. A quella considerazione Ahmadinejad avrebbe aggiunto, che lo Stato sionista (avrebbe sempre usato questa espressione) ha sempre utilizzato le sofferenze subite per giustificare le sofferenze inflitte ai palestinesi, chiedendosi perché questi ultimi debbono pagare il prezzo di un crimine che non hanno commesso né potevano commettere?

Mi rendo conto che si tratta di un argomento molto delicato e complesso e che certo nessuno può negare l’olocausto che, tuttavia, come sappiamo, non riguardò solo gli ebrei, ma anche altri gruppi etnici (rom, slavi etc.), invalidi, dissidenti politici, etc. D’altra parte, scorrendo anche la stampa dell’epoca, non è facile stabilire cosa intendesse dire effettivamente Mahmoud Ahmadinejad in tutte quelle occasioni in cui fu invitato a parlare in Occidente. Bisognerebbe avere la versione originale dei suoi discorsi, i cui contenuti sono stati, probabilmente, manipolati da chi li riportava allo scopo di demonizzare l’Iran. Comunque, alla Columbia University alla domanda se auspicava la distruzione di Israele rispose: “Siamo amici del popolo ebraico, ci sono molti ebrei in Iran, che vivono in pace e sicurezza”, ribadendo che l’Iran ha solo l’intenzione di difendersi e non di aggredire. Aggiunse poi che, a suo parere, il conflitto israelo-palestinese potrebbe essere risolto solo consentendo al “popolo della Palestina” – ebrei, musulmani e cristiani – di decidere il proprio destino, probabilmente riferendosi a un ipotetico referendum che avrebbe dovuto essere celebrato dopo la famosa risoluzione dell’Assemblea delle Nazioni Unite del 29 novembre 1947, numero 181. Come è noto, essa prevedeva l’assegnazione del 56,47 % del territorio a 500.000 ebrei e 325.000 arabi (poi divenuti arabi israeliani), il 43,53 % del territorio a 807.000 arabi e a 10.000 ebrei e lo status internazionale di Gerusalemme. Come sappiamo, ottenuta con minacce e pressioni sui membri dell’Assemblea, essa non fu mai pienamente attuata e di fatto dette il via alla costituzione del solo Stato di Israele che, in base alla sua legge nazionale, è definito lo Stato-nazione degli ebrei, escludendo così dalla nuova comunità e dai diritti elementari i non ebrei, in un certo senso dando ragione al presidente dell’Iran che lo definì appunto Stato sionista.

martedì 19 agosto 2025

La seconda decolonizzazione - Vincenzo Costa

Da: Il Contesto | Analisi economica e geopolitica -  Vincenzo Costa è professore ordinario alla Facoltà di Filosofia dell'Università Vita-Salute San Raffaele, dove insegna Fenomenologia (triennale) e Fenomenologia dell'esperienza (biennio magistrale) (Vincenzo Costa

La piega ormai difficilmente reversibile presa dal conflitto russo-ucraino, l’ascesa inarrestabile della Cina, la deriva di Israele, la comprovata capacità dell’Iran di reggere l’urto militare israelo-statunitense, il declino politico, economico e sociale degli Stati Uniti rappresentano soltanto alcuni degli innumerevoli fattori di crisi che stanno scandendo la fase terminale dell’egemonia globale statunitense. Al pari di ogni passaggio d’epoca registrato nel passato, l’attuale processo di transizione si caratterizza per un elevato coefficiente di conflittualità internazionale che rischia costantemente di far scivolare i molteplici confronti tra attori di grande e media stazza sul piano inclinato dello scontro totale, con esiti potenzialmente catastrofici per tutti. Ma è davvero impossibile sfuggire alla logica deterministica del gioco a somma zero che innerva il concetto di “trappola di Tucidide” coniato dal politologo statunitense Graham Allison? Cerchiamo di comprenderlo assieme a Vincenzo Costa, saggista e professore ordinario di fenomenologia e fenomenologia dell’esperienza presso la Facoltà di Filosofia dell’Università San Raffaele di Milano. 
(Giacomo Gabellini,16 ago 2025
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Verso la guerra
Comunque vada oggi inizia il processo di disgregazione sia della NATO sia della UE.
Se i leaders europei si allineano ammettono di parlare a vanvera e la loro irrilevanza.
Se non si allineano Trump lascerà a loro il compito di portare la Russia "alla resa", come dice la Picierno e suggerisce anche Provenzano. E buona fortuna.
A quel punto alcuni leaders e alcuni paesi (i volenterosi) sono di fatto in guerra con la Russia. Gli usa inizieranno a ritirare le loro truppe dall'Europa.
La Meloni dovrà scegliere tra questi leaders e Trump. Credo si sgancerà dai volenterosi. Gli USA non lasceranno il territorio italiano e manterranno le loro basi in Italia. Gli serve per il mediterraneo. L'Italia non sarà toccata dalla guerra.
A Spagnoli, slovacchi e ungheresi di fare una guerra non importa davvero. A quel punto la UE e la nato di fatto non esistono più. Al massimo rimangono carrozzoni vuoti.
A quel punto, dato che gli ucraini (quelli reali) non vogliono e non possono più combattere, gli europei volenterosi dovranno combattere, senza il sostegno americano e pagando per le armi che questi forniranno.
Tutti gli amici che si sono ubriacati di retorica saranno accontentati.
Perché parlano di "pace giusta" intendendo che la Russia si arrenda dopo centinaia di migliaia di morti. Se fossero meno ipocriti parlerebbero chiaro: la loro pace giusta e' la guerra.
Se l'Europa vuole la guerra, ed è chiaro che vuole solo quello (la kallas è stata chiarissima), avrà la guerra.     (Vincenzo Costa  18/08/2025)

                                                                          

lunedì 18 agosto 2025

COS’È LA NAKBA? - Lavinia Marchetti

Da: Lavinia Marchetti - Lavinia Marchetti - https://laviniamarchetti.altervista.org -

Vedi anche: La Nakba - Joseph Halevi  

Guerra in Medio Oriente, la 'catastrofe' palestinese. Una nuova Nakba? 

Leggi anche: Verità sulla Nakba - Ilan Pappè

“Dal ‘48 Israele vuole disfarsi del popolo palestinese” - RACHIDA EL AZZOUZI intervista ILAN PAPPÉ  

Chi sono i veri responsabili del caos nel Medio Oriente? - Alessandra Ciattini  

I COLONI ISRAELIANI: DALLE RADICI DEL SIONISMO ALLA REALTÀ CONTEMPORANEA - Lavinia Marchetti  

La nascita dello Stato d'ISRAELE  

Edward Said ha letto nella Storia il futuro della Palestina - Eliana Riva  

Cade la maschera di Israele e anche la nostra - Alberto Negri  

LA GUERRA CHE DURA SEI GIORNI E CINQUANT'ANNI - Joseph Halevi  

PALESTINA. Economia e occupazione: dal Protocollo di Parigi ad oggi. - Francesca Merz 

https://invictapalestina.wordpress.com/2016/07/12/stato-attuale-ed-origine-del-conflitto-tra-israele-e-la-palestina-breve-riassunto-per-le-scuole-medie  

«La Nakba ha colpito anche gli ebrei» - Ariella Aïsha Azoulay, Linda Xheza

Purtroppo i testi usciti di recente, i bignami alla Travaglio, che hanno provato a descrivere anche la Nakba, sono insufficienti, spesso fuorvianti e comunque, spesso, partono da un'irrimediabile punto di vista coloniale sul mondo. Leggendo vari libri sull'argomento, ho comparativamente, copicchiando su quelli più autorevoli, fatto una sintesi. Lunghissima per Facebook, però per chi ha voglia di leggerselo con calma, è qui. Ho letto molto sull'argomento. Peraltro ho due testi, in pdf, piuttosto grandi di formato (quindi non so se riesco a mandarveli su messenger, se avete suggerimenti li accetto volentieri), non facilmente reperibili a mio avviso fondamentali. Chi me ne farà richiesta posso inviarli (se troviamo il modo). Sono: Before their Diaspora A Photographic History of the Palestinians 1876-1948 (Walid Khalidi). E poi un testo monumentale di 1.200 pagine che ho letto a sprazzi: All That Remains The Palestinian Villages Occupied and Depopulated by Israel in 1948 (Walid Khalidi). Il primo è 50mb, il secondo 112mb. 

VENIAMO ALLA STORIA DELLA NAKBA 

Nakba (in arabo “catastrofe”) è il termine con cui i palestinesi indicano la tragedia del 1948: la distruzione della loro società in Palestina e la trasformazione in profughi di gran parte della popolazione araba locale. In seguito alla guerra arabo-israeliana del 1948 e alla fondazione dello Stato di Israele, circa 700–800 mila palestinesi (oltre metà degli arabi di Palestina) furono costretti ad abbandonare le proprie case, spesso con la forza o sotto il terrore di massacri. Nell’arco di pochi mesi, 531 villaggi palestinesi vennero distrutti e almeno 11 quartieri urbani svuotati dei loro abitanti. Questo processo, pianificato dai comandanti sionisti a marzo 1948 e attuato sistematicamente durante la guerra, ha tutti i caratteri di una pulizia etnica deliberata. La Nakba segnò una frattura epocale nella storia mediorientale: non solo un immane sconvolgimento demografico e territoriale, ma anche un trauma politico e culturale dalle conseguenze durature per il popolo palestinese. 

LE ORIGINI DEL 1948: CONTESTO E CAUSE DELLA NAKBA 

domenica 17 agosto 2025

PUTIN TRIONFA in Alaska: Trump scarica all'UE la SCONFITTA in Ucraina - Clara Statello intervista Paolo Di Mizio e Gianandrea Gaiani

Da: OttolinaTV - Paolo Di Mizio è un giornalista e scrittore italiano. È stato per 20 anni giornalista al TG5 - Gianandrea Gaiani. Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. - Clara Statello, laureata in Economia Politica, ha lavorato come corrispondente e autrice per Sputnik Italia, occupandosi principalmente di Sicilia, Mezzogiorno, Mediterraneo, lavoro, mafia, antimafia e militarizzazione del territorio. Appassionata di politica internazionale, collabora con L'Antidiplomatico, Pressenza e Marx21.

Mentre i leader dei Paesi NATO guardano attoniti con gli occhi sgranati, il presidente russo Putin ottiene ciò che vuole: dei negoziati senza precondizioni mentre l'operazione militare speciale prosegue, finalizzati non ad un cessate il fuoco ma ad un ACCORDO GLOBALE DI PACE. Uno schiaffo a Zelensky, Macron, Merz, Starmer e von der Leyen, un'umiliazione per il cosiddetto gruppo dei volenterosi. 
Non è chiaro ciò che ha ottenuto Trump, visto che i colloqui si sono svolti a porte chiuse, si sono conclusi senza un accordo o una dichiarazione congiunta, in conferenza stampa i giornalisti non hanno potuto rivolgere domande. Il presidente Trump, con il vertice in Alaska, ha però ottenuto due immediati risultati geopolitici: 
1. i Paesi dell'UE sono stati esclusi dalla partita in quanto giocatori attivi e relegati ai margini dello scenario geopolitico dell'Artico; 
2. inizia un nuovo corso tra Stati Uniti e Federazione Russa, mentre i leader dei Paesi Nato sono rimasti con il cerino in mano per quanto riguarda la guerra in Ucraina.

                                                                           

sabato 16 agosto 2025

"E vergognatevi molto, se potete." - Rossella Ahmad

Da Rossella Ahmad - Anas al-Sharif è stato un giornalista e videomaker palestinese, principale corrispondente di Al Jazeera in prima linea principalmente dal nord della Striscia di Gaza. - 

Vedi anche: ANAS AL SHARIF. LA MACCHINA DEL FANGO (https://www.youtube.com/watch?v=BoO9PTH4SZI)


"Questa è la mia volontà e il mio messaggio finale. Se queste parole vi giungono, sappiate che Israele è riuscito a uccidermi e a mettere a tacere la mia voce. Innanzitutto, la pace sia su di voi e la misericordia e le benedizioni di Allah.
Allah sa che ho dedicato ogni sforzo e tutte le mie forze per essere un sostegno e una voce per il mio popolo, fin da quando ho aperto gli occhi alla vita nei vicoli e nelle strade del campo profughi di Jabalia. Speravo che Allah prolungasse la mia vita così da poter tornare con la mia famiglia e i miei cari nella nostra città natale, Asqalan (Al-Majdal), occupata. Ma la volontà di Allah è venuta prima, e il Suo decreto è definitivo. Ho vissuto il dolore in ogni suo dettaglio, ho assaporato la sofferenza e la perdita molte volte, eppure non ho mai esitato a trasmettere la verità così com'è, senza distorsioni o falsificazioni, affinché Allah possa testimoniare contro coloro che sono rimasti in silenzio, coloro che hanno accettato la nostra uccisione, coloro che ci hanno soffocato il respiro e i cui cuori sono rimasti insensibili ai resti sparsi dei nostri bambini e delle nostre donne, senza fare nulla per fermare il massacro che il nostro popolo ha affrontato per più di un anno e mezzo." 

Anas al-Sharif     
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Anas era un palestinese di Asqalan, che la nomenclatura falsa e bugiarda del colonialismo oggi identifica con il nome di Ashkelon.
Città cananea facente parte della pentapoli filistea, vanta una storia che risale al III millennio avanti Cristo. Cinquemila anni ininterrotti di storia.
Un'epopea infinita. 
I testi ci dicono che fu conquistata dall'esercito di Omar il Giusto nel 638 d.C, poi dai Crociati e poi da Saladino. Nel 1596 era la sesta città della Palestina, con una popolazione di 27.953 abitanti.
A ridosso della Nakba, negli anni '20 del secolo scorso, la città palestinese era nota per la sua industria tessile, forte di 500 telai su 6.226 abitanti (6.166 musulmani e 41 cristiani). 
A partire dal novembre del 1948, quasi tutti gli abitanti di Asqalan furono deportati con la forza, sotto la minaccia delle armi. I camion militari sionisti prelevarono i palestinesi dalle loro case e li trasferirono a Gaza dopo la notifica di un ordine di espulsione emanato dai colonialisti David Grün, polacco di Plonsk, e Moshe Dayan, ucraino. 
Tra questi, anche la famiglia di Anas. 
A pochi fu concesso di restare, rinchiusi in un'area confinata e circondata da filo spinato, che divenne comunemente nota come "ghetto". 
Io invito sempre gli zelanti propalatori di una storia inventata a tavolino a ricercare personalmente notizie ogniqualvolta si imbattano in un nome ebraico. La storia parla, e racconta la verità di ciò che avvenne. 
Un furto con scasso. Una vicenda che mette i brividi. 
Agosto 2025, 674 esimo giorno di genocidio a Gaza. Gli stessi colonizzatori che in quel crudo inverno del 1950 ne avevano deportato la famiglia, hanno ucciso ieri un altro dei figli di Asqalan. Voce senza paura del suo popolo, silenziata a Gaza 
Il testamento che lascia è il testamento di ogni palestinese. Potrebbe essere stato scritto da ogni nativo della terra che va dal fiume al mare.
L'ho letto mille volte. L'ho sentito dalle voci di tutti i palestinesi che ho incontrato. Persino dalle voci dei bambini. 
Torneremo. 
Io sono di Yafa. Io sono di Lydda. Io sono di Akka. Io sono di al-Quds. Io sono di Bir Saba. 
Siamo la Palestina, e se non vi piace bevete dalla rabbia l'acqua del mare, come scrisse il poeta. 

Stendo un velo di compatimento sulle anime perse del giornalettismo italico, che hanno guadagnato il loro pezzo di pane quotidiano discettando di resistenza/terrorismo a proposito di Anas, nel tentativo di etichettare in questi termini barbari un'Idea, che è parte del genoma palestinese. L'idea della resistenza e del ritorno, che nutre una generazione dopo l'altra. 
Questi megafoni di ogni potere non hanno ancora compreso cosa significhi essere palestinesi ed il genere di Altissimo Vivere che essi intendono perseguire. Non da ieri, non da oggi. Da sempre. Fino a che non otterranno giustizia. 

Fate pace con questa idea, se ci riuscite. 
E vergognatevi molto, se potete. 


venerdì 15 agosto 2025

“𝗖𝗼𝗻𝗳𝗲𝘀𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗶 𝘂𝗻 𝘁𝗲𝗿𝗿𝗼𝗿𝗶𝘀𝘁𝗮" - Mahmoud Darwish

Mahmoud Darwish è stato un poeta, scrittore e giornalista palestinese. È autore di circa venti raccolte di poesie, pubblicate a partire dal 1964, e sette opere in prosa, di argomento narrativo o saggistico. È considerato tra i maggiori poeti in lingua araba. 


Hanno occupato il mio paese,

hanno espulso il mio popolo

hanno annullato la mia identità.

E mi hanno chiamato terrorista.

Hanno confiscato le mie proprietà,

hanno sradicato i miei raccolti,

hanno demolito la mia casa.

E mi hanno dato del terrorista.

Hanno legiferato leggi fasciste,

hanno istituito l’apartheid.

Hanno distrutto, diviso, umiliato.

E mi hanno chiamato terrorista.

Hanno ucciso le mie gioie,

hanno rapito le mie speranze,

hanno ammanettato i miei sogni.

E quando ho rifiutato tutte le barbarie

e ho deciso di difendermi, loro… hanno ucciso un terrorista!. 


Maḥmūd Darwīsh, poeta palestinese 


giovedì 14 agosto 2025

Il volto mostruoso dell’Occidente - Andrea Zhok

Da: Il Contesto | Analisi economica e geopolitica - https://www.ilcontesto.net - Andrea Zhok, è professore di Filosofia morale presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università degli Studi di Milano e Master of Philosophy dell’Università di Essex.


                                                                           

mercoledì 13 agosto 2025

Da Yeltsin a Putin. Decadenza, umiliazione e riscatto: il lento ritorno all’identità - Laura Salmon, Pietro Angelini

Da: Tracce Di Classe - Laura Salmon (https://rubrica.unige.it/personale/VUZBWVpt) è professore ordinario di Lingua e Letteratura Russa all’Università di Genova e, nel corso della propria carriera, ha tradotto alcuni dei più importanti capolavori della letteratura russa. - Pietro Angelini (https://www.sandrotetieditore.it), laureato in Storia orientale all’Università di Bologna, scrittore, traduttore, documentarista, consulente aziendale internazionale, da oltre trent’anni si occupa di Russia, Cina e Tibet.

Un dialogo intenso con Pietro Angelini e Laura Salmon sulla Russia post-sovietica: il trauma collettivo degli anni ’90, la lenta ricostruzione identitaria, l’impatto della russofobia e il nuovo ruolo di Mosca nello scenario mondiale.

                                                                        

martedì 12 agosto 2025

Un omaggio a tutti coloro che hanno lottato per un mondo migliore e sono morti giovani - Vijay Prashad

Da: https://contropiano.org - https://poterealpopolo.org - Traduzione della trentaduesima newsletter (2025) di Tricontinental: Institute for Social Research. - Vijay Prashad è uno storico e giornalista indiano. È autore di quaranta libri, tra cui Washington Bullets , Red Star Over the Third World, The Darker Nations: A People's History of the Third World, The Poorer Nations: A Possible History of the Global South e The Withdrawal: Iraq, Libya, Afghanistan, and the Fragility of US Power, scritto con Noam Chomsky. Vijay è direttore esecutivo di Tricontinental: Institute for Social Research, corrispondente capo di Globetrotter e caporedattore di LeftWord Books (Nuova Delhi) . È apparso anche nei film Shadow World (2016) e Two Meetings (2017). 

Leggi anche: “RAZZISMO E CULTURA” - Frantz Fanon

L’indipendenza nazionale, unica via d’uscita possibile - Frantz Fanon  

Colonialismo, neocolonialismo e balcanizzazione: tre epoche di una dominazione* - Saïd Bouamama 


Sebbene siano morti giovani, rivoluzionari come Frantz Fanon e Patrice Lumumba hanno dato un contributo inestimabile alle lotte anticoloniali e di liberazione nazionale. 


Cari amici,
Saluti dalla scrivania del
Tricontinental: Institute for Social Research

A luglio, pochi giorni dopo il centenario della nascita di Frantz Fanon, ho pranzato con sua figlia, Mireille Fanon Mendès-France. Quando parlando ho detto che Fanon era morto così giovane, a trentanove anni, Mireille mi ha subito corretto: “No, trentasei”. Anche solo tre anni in più sarebbero stati un dono – per lui, perché avrebbe potuto portare a termine altri lavori e trascorrere più tempo con la sua famiglia; e per noi, perché avremmo potuto leggere il libro che sarebbe seguito a I dannati della terra, magari un’opera su come costruire un progetto nazionale che non cade nella trappola del nazionalismo miope. Ma non è stato così.

Pensando alla mia conversazione con Mireille e all’eredità lasciata da suo padre, ho chiesto al team di Tricontinental: Institute for Social Research di aiutarmi a stilare un elenco di leader rivoluzionari e intellettuali morti prima dei quarant’anni. I nomi sono venuti fuori uno dopo l’altro e, prima che me ne rendessi conto, avevo davanti a me diverse pagine, un memoriale digitale di persone assassinate per le loro idee, un elenco che andava da Josina Machel (25 anni) del Mozambico a Che Guevara (39 anni) di Cuba. Ero tentato di pubblicare una versione breve dell’elenco in questa newsletter, ma ho deciso di non farlo. Come si può abbreviare un elenco già inadeguato, visto che così tante persone, leader e intellettuali in così tanti posti del mondo sono stati assassinati dalle immense strutture di repressione create dal sistema imperialista?

lunedì 11 agosto 2025

I COLONI ISRAELIANI: DALLE RADICI DEL SIONISMO ALLA REALTÀ CONTEMPORANEA - Lavinia Marchetti

Da: Lavinia Marchetti - Lavinia Marchetti 

Leggi anche: IL VELO E LA BOMBA - Lavinia Marchetti  

“Dal ‘48 Israele vuole disfarsi del popolo palestinese” - RACHIDA EL AZZOUZI intervista ILAN PAPPÉ -  

PALESTINA. Economia e occupazione: dal Protocollo di Parigi ad oggi. - Francesca Merz  

La definizione di antisemitismo dell’IHRA - Ugo Giannangeli  

Israele/Palestina. Alle radici del conflitto - Joseph Halevi  

Le cose che ho imparato che non si possono chiedere a Israele. - Louise Adler

Vedi anche: La nascita dello Stato d'ISRAELE  

La politica israeliana tra occupazione e massacro - Gideon Levy  

Brevissima storia del conflitto tra Israele e Palestina - ILAN PAPPÉ 


Una breve sintesi del fenomeno dei coloni israeliani. Ovviamente è lungo per facebook e breve per un manuale. Viene dai miei appunti e credo possa essere utile per un approccio minimo del fenomeno. Ci sono cose che mancano e cose più sviluppate, non vuole essere il "bignami" di un libro di testo, ma un elenco di fatti che io ho ritenuto fondamentali per comprendere il fenomeno.
 (Lavinia Marchetti)


1. Origini storiche e identità  

Il termine coloni (mitnahalim, in ebraico moderno) designa oggi i cittadini israeliani residenti in insediamenti civili costruiti nei territori occupati da Israele dopo la guerra del giugno 1967, con particolare concentrazione in Cisgiordania, Gerusalemme Est e, fino al ritiro del 2005, nella Striscia di Gaza. La genealogia di questo fenomeno non si esaurisce nella contemporaneità: le sue radici affondano nelle prime migrazioni organizzate del sionismo politico, a cavallo fra XIX e XX secolo. Con la Prima Aliyah (1882-1903) giunsero in Palestina, allora provincia dell’Impero ottomano, gruppi di ebrei ashkenaziti provenienti in gran parte dall’Impero russo e dall’Europa orientale. Essi fondarono i primi moshavim e kibbutzim, insediamenti agricoli collettivi o cooperativi concepiti come avamposti strategici per l’affermazione di una presenza stabile. 

Ilan Pappé sottolinea:
“Fin dalle prime ondate, l’obiettivo era quello di creare una presenza ebraica esclusiva su porzioni di territorio, in modo da stabilire un controllo demografico che avrebbe reso irreversibile la colonizzazione” (Dieci miti su Israele, p. 45). 

Questi insediamenti iniziali erano sostenuti da una complessa rete filantropica ebraica, che includeva famiglie come i Rothschild, e da strumenti politici e finanziari come il Fondo Nazionale Ebraico (1901) e, dal 1920, l’Agenzia Ebraica. Le acquisizioni di terre avvenivano spesso da proprietari assenti, con il conseguente sfratto immediato di comunità contadine palestinesi. Benny Morris osserva:
“Le terre acquistate diventavano per statuto proprietà inalienabile del popolo ebraico, e nessun arabo vi poteva vivere o lavorare” (Vittime, p. 62). 

domenica 10 agosto 2025

Die Wende - Nicolò Monti

Da: Nicolò Monti (https://www.facebook.com/nico12.666) - Nicolò Monti già segretario nazionale della Federazione Giovanile Comunista Italiana (FGCI).

Leggi anche: La rivincita del capitale: 40 anni di RDT, 25 anni dopo - Vladimiro Giacché 


In pochi, soprattutto oggi, si renderanno conto di avere con molta probabilità un pezzo di DDR nelle proprie case. Forse in quelle dei propri genitori o nonni. Se si cerca bene negli, armadi, negli scatoloni impolverati che non si aprono da decenni, oppure in bella vista e anche utilizzati nella vita di tutti i giorni, un oggetto che in angolo nascosto porta la scritta “made in East Germany”. I miei genitori ad esempio hanno una macchina fotografica Praktica, prodotta proprio nella DDR. Ha 35 anni e ancora funziona perfettamente. Oltre la martellante propaganda anticomunista esiste una verità storica per la quale la DDR era un paese moderno che esportava i propri beni in occidente e con un importante successo. 

Eppure una delle formule più utilizzate tra il 1989 e il 1991 per giustificare agli occhi dell’opinione pubblica della DDR l’annessione alla Germania Ovest è stata questa: “la DDR era in bancarotta”. Una frase lapidaria, senza possibilità di rettifica. Un mantra che colpiva le teste dei cittadini come un martello sull’incudine. Alla fine è diventata verità ufficiale. Era davvero così? No. Partiamo dalle elezioni della Volkskammer del 1990, le prime “libere” della DDR. La CDU prende il 40% dei voti, a seguite l’SPD e terzo il PDS, il partito nato dallo scioglimento del SED che ne raccoglieva l’eredità politica e aveva al suo interno molti dei dirigenti e dei militanti che guidavano il governo della DDR. 

Quasi due milioni di voti prese il PDS, un partito che voleva far evolvere il socialismo tedesco, non cancellarlo e buttarlo via. Ad Ovest erano sicuri che non avesse alcuna possibilità di avere nemmeno un briciolo di consenso, eppure elesse ben 66 deputati. Fu una grande sorpresa, per l’ovest. L’altra grande sorpresa fu il risultato a dir poco catastrofico degli “eroi della libertà” del 1989, i campioni della (cosiddetta) rivoluzione pacifica, che sprofondarono nell'insignificanza assoluta nelle elezioni del 18 marzo 1990. I gruppi per i diritti civili della DDR "Nuovo Forum " , "Iniziativa per la Pace e i Diritti Umani" e "Democrazia Ora" ottennero insieme solo il 2,9% dei voti in queste elezioni. Eppure erano stati coccolati da tutto l’occidente fino a spellarsi le mani dagli applausi. 

sabato 9 agosto 2025

ACCORDI FUFFA: la DEINDUSTRIALIZZAZIONE USA è IRREVERSIBILE - Joseph Halevi

Da: OttolinaTV - Joseph Halevi, Universita' di Sydney in Australia da cui si e' pensionato nel 2016. 

A pagare i 300 miliardi e passa che gli USA dovrebbero incassare grazie ai dazi saranno principalmente aziende e consumatori USA.
Le centinaia di miliardi di investimenti promessi, sono destinati a finire nel mare magnum dei circuiti finanziari.
E tutto quello che abbiamo promesso di acquistare in termini di gas e armi, gli USA in realtà in buona parte non sono in grado di produrlo, 40 anni di finanziarizzazione hanno ridotto al lumicino il ruolo degli USA nelle catene del valore globale. Per invertire la rotta, servirebbe una rivoluzione, in grado di detronizzare l’aristocrazia finanziaria che ha occupato tutti i posti di comando, e che impone una insostenibile rendita monopolistica a tutta l’economia.
Alla fine invece, per non disturbare nessuno, ci si è limitati ad aumentare un po’ la tassa imperiale.