martedì 20 gennaio 2026

Dei principii del leninismo. La questione nazionale - G. STALIN (aprile 1924)

Da: G. Stalin, Questioni del leninismo, Edizioni in lingue estere, Mosca, 1946 - 


 La questione nazionale 

Di questo tema tratterò due questioni principali: 

a) l’impostazione del problema; 

b) il movimento di liberazione dei popoli oppressi e la rivoluzione proletaria. 

1) Impostazione del problema. Nel corso degli ultimi due decenni, la questione nazionale ha subìto una serie di modificazioni della più grande importanza. La questione nazionale nel periodo della II Internazionale e la questione nazionale nel periodo del leninismo sono ben lontane dall’essere la stessa cosa. Esse differiscono profondamente l’una dall’altra, non solo per l’ampiezza, ma anche per il loro carattere intrinseco. 

Prima, la questione nazionale si riduceva di solito a un gruppo ristretto di problemi che riguardavano, per lo più, le nazioni «civili». Irlandesi, ungheresi, polacchi, finlandesi, serbi e alcune altre nazionalità dell’Europa: questo era il gruppo di popoli, privati dell’eguaglianza di diritti, delle cui sorti s’interessavano gli eroi della II Internazionale. Decine e centinaia di milioni di uomini appartenenti ai popoli dell’Asia e dell’Africa, che subivano il giogo nazionale nelle sue forme più brutali e più feroci, di solito non venivano presi in considerazione. Non ci si decideva a mettere sullo stesso piano bianchi e negri, «civili» e «non civili». Due o tre risoluzioni agrodolci e vuote, che si sforzavano con cura di eludere il problema della liberazione delle colonie, ecco tutto quello di cui potevano vantarsi gli uomini della II Internazionale. Oggi, questa doppiezza e queste mezze misure, nella questione nazionale, si debbono considerare come liquidate. Il leninismo ha smascherato questa disparità scandalosa; ha abbattuto la barriera che separava bianchi e negri, europei e asiatici, schiavi dell’imperialismo «civili» e «non civili», collegando, in questo modo, il problema nazionale al problema delle colonie. Così la questione nazionale si è trasformata, da questione particolare interna di uno stato singolo, in questione generale e internazionale, è diventata il problema mondiale della liberazione dal giogo dell’imperialismo dei popoli oppressi dei paesi dipendenti e delle colonie. 

Prima, il principio dell’autodecisione delle nazioni di solito veniva interpretato in modo erroneo, venendo ridotto non di rado al diritto delle nazioni all’autonomia. Alcuni capi della II Internazionale erano persino giunti a trasformare il diritto all’autodecisione nel diritto all’autonomia culturale, cioè nel diritto delle nazioni oppresse di avere le loro proprie istituzioni culturali, lasciando tutto il potere politico nelle mani della nazione dominante. Questo fatto aveva come conseguenza che l’idea dell’autodecisione correva il rischio di cambiarsi da strumento di lotta contro le annessioni in un mezzo per giustificare le annessioni. Oggi, questa confusione si deve considerare come superata. 

lunedì 19 gennaio 2026

Russofobie - Angelo D'Orsi

Da: L'Interferenza giornale online - https://www.linterferenza.info - Angelo d'Orsi, Professore ordinario di Storia del pensiero politico all’Università di Torino (Angelo D'Orsi). 

Danilo Ruggieri (redazione) intervista il prof. Angelo D'Orsi, 
con la partecipazione di Fabrizio Marchi (direttore de L'Interferenza).

                                                                           

domenica 18 gennaio 2026

LA DEBOLE ARMADA: L'INGANNO DI TRUMP - Pino Arlacchi

Da: https://www.ilfattoquotidiano.it. 15 gennaio 2026 - Pino Arlacchi è un sociologo, politico e Ex vice-segretario dell'Onu. (Pino Arlacchi - Pino Arlacchi). 

Dietro le prove muscolari non c’è un potere sicuro di sé (che non avrebbe bisogno di minacciare): s’intravede l’angoscia di una forza perduta, il rancore sconfinato di un infausto tramonto 

Quasi tutti, a destra come a sinistra, pensano che dietro le sparate di Trump contro mezzo mondo ci sia una macchina militare invincibile, impareggiabile e senza precedenti nella storia del pianeta. 

Essa conferisce al presidente americano una pretesa di potenza pressoché illimitata. Trump può violare impunemente diritti, valori e interessi di popoli e nazioni in base al principio atavico che è la forza più bruta, la violenza delle armi, che dà ordine al mondo. A discapito delle risorse a disposizione delle vittime, che possono contare solo sull’energia immateriale generata dal senso, anch’esso atavico ma perdente, della giustizia. 

Questa è la visione della potenza americana oggi prevalente. Una visione sbagliata e fuorviante. E ciò per due ragioni. Perché è il frutto di una mistificazione ben costruita, e perché è la realtà dei fatti a dimostrare l’esatto opposto. Le menzogne e le violenze di Trump non sono il frutto di una forza militare soverchiante ma, al contrario, derivano da una debolezza profonda, rimasta nascosta per mezzo secolo dopo essere venuta alla luce con la sconfitta del Vietnam. 

sabato 17 gennaio 2026

Confessioni di una Femminista Iraniana: “ecco perchè oggi difendo la sovranità dell’Iran” - Minoo Mirshahvalad

Da: OttolinaTV - 
Ascolta anche: IRAN, contraddizioni interne ed ingerenze esterne di Michela Arricale (https://grad-news.blogspot.com/2026/01/yesterdays-papers-iran-contraddizioni.)

Se anche le femministe iraniane si ribellano all'ipocrisia della sinistra imperiale e difendono  
Intervista a Minoo Mirshahvalad, da portavoce del movimento dei diritti civili alla difesa dell'Iran contro l'aggressione di impero e sionismo 

                                                                            

Altra testimonianza: da Clara Statello 
Le Donne Iraniane SBURGIARDANO la propaganda USA per il REGIME CHANGE a Teheran - Hanieh Tarkian
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Un'altra ancora: da https://www.lafionda.org 
Iran: dieci giorni dentro un Paese sotto assedio -  Elena Basile
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La donna iraniana - Roberta Rivolta

venerdì 16 gennaio 2026

Come si abbattono i regimi - Giulietto Chiesa (19/02/2012)

Da: https://www.antimafiaduemila.com - Tratto da: megachip.info - Giulietto Chiesa (Acqui Terme, 4 settembre 1940 – Roma, 26 aprile 2020) è stato un giornalista e politico italiano. (Giulietto Chiesa - Giulietto Chiesa). 

Vedi anche: Giulietto Chiesa 

Foto: https://ilmanifesto.it 

Raramente scrivo recensioni. In genere, quando non sono costretto a farlo da ragioni di convenienza, o per soddisfare le pretese di autori molto insistenti, scrivo di libri che mi piacciono, o che intendo proporre ad altri lettori perchè li ritengo utili, o perchè offrono angoli visuali originali.

In questo caso il libro in questione non mi è piaciuto per niente. Anzi l’ho trovato irritante. Il suo autore è sostanzialmente un poveraccio (intellettualmente parlando s’intende), che esce come un pulcino inzuppato di ideologia – intesa come falsa coscienza – dalla lavatrice del pensiero unico. Un esegeta, dunque, della Matrix in cui ha vissuto, del tutto incapace di vedere i suoi confini. Una specie di protagonista da “Truman show”, ma privato di ogni possibilità di redenzione.

Perchè ne scrivo, dunque? Perchè – come avrebbe detto Leonardo Sciascia – il contesto che rappresenta è straordinariamente interessante, ricco di informazioni su come si pensa, cosa si pensa, come si agisce nei centri della sovversione, quei posti dove vengono elaborate le vere strategie e tattiche rivoluzionarie dei tempi moderni. Tempi in cui, per essere precisi, le rivoluzioni le fa il Potere, non i rivoluzionari d’un tempo, non i mitici anarchici, non i popoli, non i partiti, non i soviet, o comunque si siano chiamati in passato, fino al secolo XX incluso.

E qui è subito opportuna una serie di notazioni non a margine. Forse utile per quei lettori che ancora pensano, appunto, con le categorie dei tempi andati; di quelli che, non essendosi aggiornati, non avendo fatto alcuno sforzo per capire quali cambiamenti sono intervenuti nei rapporti di forza, nelle dinamiche economiche e sociali, nei sistemi di informazione e comunicazione, nelle tecnologie della manipolazione, continuano ad applicare le teorie rivoluzionarie dell’epoca delle lotte di classe così come fu descritta, e creata, a partire dalla rivoluzione francese. 

Ma queste note a margine, che sono la ragione vera per cui scrivo queste righe, potrebbero forse servire anche per coloro che rivoluzionari non sono, e non intendono essere, ma che semplicemente non hanno mai provato a cimentarsi intellettualmente con il problema del Potere. E, essendo totalmente impreparati a farlo, non sono capaci di capire come il Potere agisce per mantenere se stesso. Con quale ferocia, un Potere – ferocia tanto più grande quanto più grande è questo potere – usa gli strumenti dei quali dispone. Il Potere non è mai “dilettante”. E’ un mestiere. E agisce sempre per la vita o per la morte.

giovedì 15 gennaio 2026

L'Occidente - Alessandra Ciattini

Da: capibara.media - Alessandra Ciattini (collettivo di formazione marxista "Stefano Garroni”) ha insegnato Antropologia culturale alla Sapienza, collabora con https://www.unigramsci.it



Come è noto il libro di Edward W. Said Orientalismo (1991 ha ottenuto uno straordinario successo ed è stato considerato una svolta nello studio del civiltà cosiddette “altre”. Sicuramente si tratta di un scritto assai utile e interessante, ma dal punto di vista medotologico si fonda su un principio assai antico già impiegato in varie occasioni (si pensi alle Lettere persiane del marchese Montesquieu 1721, che usa la visione orientale per criticare l’occidente e viceversa), ossia sul concetto psicoanalitico di proiezione. La psicoanalisi lo definisce così “meccanismo psichico di difesa in base al quale il soggetto attribuisce agli altri le sue parti negative, per liberarsene”. E in effetti la costruzione dell’Oriente è stata impiegata dal cosiddetto Occidente per trasferire tutti i suoi aspetti negativi al di fuori di sé, quali l’arretratezza, l’ignoranza, la povertà, di cui certo non era esente, giungendo a elaborare un’immagine idilliaca di se stesso quale civiltà progressiva, avanzata, superiore. Operazione che è stata fatta con tutti i popoli del mondo nel momento in cui entravano in contatto con i futuri colonizzatori.

Anche da queste poche parole introduttive risulta chiaro che, se la costruzione politico-culturale dell’Oriente non corrisponde alla realtà effettiva di quest’ultimo, ma costituisce solo un’immagine utile a chi la costruisce, anche l’immagine che per opposizione il soggetto elabora di se stesso e della civiltà cui appartiene deve necessariamente possedere un carattere artificiale e funzionale alle diverse circostanze storiche. Varie opere hanno affrontato questa tematica, come per esempio Occidentalism. Images of the West, di J. G. Carrier (1995), in cui si descrivono sia le autorappresentazioni occidentali, a livello culto e a livello popolare, sia le rappresentazioni che dell’Occidente ha elaborato chi vi vive e chi è venuto a contatto con esso. Brevemente ci limiteremo ad esaminare le più diffuse tra le prime, in auge in questi tempi bui e gravidi di conflitti.

mercoledì 14 gennaio 2026

I VOLENTEROSI SERVI DI TRUMP: PAROLE, PAROLE, PAROLE... - Paolo Ferrero, Francesco Dall'Aglio

Da: dignità TV - Paolo Ferrero è un politico italiano, Ministro della solidarietà sociale del Governo Prodi II dal 17 maggio 2006 all'8 maggio 2008. È stato segretario di Rifondazione Comunista dal 27 luglio 2008 al 2 aprile 2017 - Francesco Dall'Aglio, Medievista, saggista, ricercatore presso l’Istituto di Studi Storici al Dipartimento di Storia Medievale dell’Accademia delle Scienze di Sofia e gestore del canale Telegram «War Room». È coautore del volume, scritto assieme a Carlo Ziviello, Oppenheimer, Putin e altre storie sulla bomba (Ad Est dell’Equatore, 2023). - Francesco Dall'Aglio -

                                                                           

Il mistero del potere - Giorgio Agamben

Da: https://www.quodlibet.it - Giorgio Agamben è un filosofo italiano. Ha scritto diverse opere che spaziano dall'estetica alla filosofia politica, dalla linguistica alla storia dei concetti, proponendo interpretazioni originali di categorie come forma di vita, homo sacer, stato di eccezione e biopolitica. La sua opera è studiata in tutto il mondo. Gorgio Agamben - Giorgio Agamben

Leggi anche: REQUIEM PER L’OCCIDENTE - Giorgio Agamben


È possibile leggere la seconda lettera di Paolo ai Tessalonicesi come una profezia che concerne la situazione attuale dell’Occidente. L’apostolo evoca qui «un mistero dell’anomia», dell’«assenza di legge», che è in atto, ma che non giungerà a compimento con la seconda venuta di Gesù Cristo, se prima non apparirà «l’uomo dell’anomia (ho anthropos tes anomias), il figlio della distruzione, colui che si contrappone e s’innalza sopra ogni essere che viene detto Dio o è oggetto di culto, fino a sedere nel tempio di Dio, mostrandosi come Dio». Vi è, però, un potere che trattiene questa rivelazione (Paolo lo chiama semplicemente senza meglio definirlo «ciò che trattiene – cathechon»). Occorre perciò che questo potere sia tolto di mezzo, perché solo allora «sarà rivelato l’empio (anomo, lett. “il senza legge”), che il signore Gesù eliminerà col soffio della sua bocca e renderà inoperante con l’apparire della sua venuta». 

La tradizione teologico-politica ha identificato questo «potere che trattiene» con l’impero Romano (così in Girolamo e, più tardi, in Carl Schmitt) o con la stessa Chiesa (in Ticonio e Agostino). È evidente, in ogni caso, che il potere che trattiene si identifica con le istituzioni che reggono e governano le società umane. Per questo la loro eliminazione coincide con l’avvento dell’anomos, di un «senza legge» che prende il posto di Dio e «con segni e falsi prodigi» conduce alla perdizione «coloro che hanno rinunciato all’amore per la verità». 

È possibile vedere nel mistero dell’anomia non tanto un arcano sovratemporale, il cui unico senso è di porre fine alla storia, quanto piuttosto un dramma storico (mysterion in greco significa «azione drammatica»), che corrisponde perfettamente a quello che stiamo oggi vivendo. 

Le istituzioni dominanti sembrano aver smarrito il loro senso e si stanno letteralmente togliendo di mezzo, lasciando il posto a un’anomia, a un’assenza di legge che si pretende per così dire legale, ma che ha di fatto abdicato a ogni legittimità. Lo Stato (il principio che trattiene) e il «senza legge» sono in realtà le due facce di uno stesso mistero: il mistero del potere. Come oggi gli Stati Uniti mostrano senza alcun scrupolo, l«uomo dell’anomia», il «senza legge» designa la figura del potere statale che, lasciando cadere i principi costituzionali e etici che tradizionalmente lo limitavano e, con essi, «l’amore per la verità», si affida ai «segni e ai falsi prodigi» delle armi e della tecnologia. È questa confusione di anarchia e di legalità in uno stato di eccezione divenuto permanente che dobbiamo smascherare e rendere in ogni ambito inoperante. 

martedì 13 gennaio 2026

Schiavi. E mercanti di schiavi - Paola Caridi

Da: https://www.invisiblearabs.com - Paola Caridi, scrittrice e giornalista. Da oltre 20 anni si occupa di Medio Oriente e Nord Africa. - https://www.invisiblearabs.com (Paola Caridi) - 

Leggi anche: Razzismo e capitalismo crepuscolare - Roberto Fineschi 

Persona, Razzismo, Neo-schiavismo: tendenze del capitalismo crepuscolare. - Roberto Fineschi 

“RAZZISMO E CULTURA” - Frantz Fanon

IL PAESE DELLE LIBERTÀ: stermini, repressione e lager nella storia degli Usa. - Maurizio Brignoli

La schiavitù, radici antiche di un male moderno - Francesco Gamba 



È il petrolio, bellezza, e non ci puoi far niente. È davvero così? Oppure il petrolio è solo la parte per il tutto, la metonìmia per la rappresentazione del nuovo tipo di potere che si espande a livello globale? In sintesi, è proprio il petrolio venezuelano l’obiettivo dell’operazione da gangster di Trump, oppure è l’idea di un mondo che potremmo definire suddiviso tra schiavi e proprietari di schiavi?

Il petrolio è importante, eccome se lo è. Basti guardare a due tra gli ultimi paesi bombardati dall’attuale amministrazione statunitense, la Nigeria e il Venezuela, appunto. La Nigeria è il più grande produttore di petrolio in Africa, e il paese che più ha subìto la presenza delle società petrolifere, da quelle statunitensi alle europee, Eni compresa. È sempre importante ricordare il prezzo altissimo che la Nigeria ha pagato in termini umani, sociali, ambientali, simboleggiato dall’uccisione di Ken Saro Wiwa e degli altri otto attivisti, e dalle sofferenze del popolo Ogoni nel delta del Niger. E il Venezuela? È il paese al mondo con la maggiore quantità di riserve petrolifere. Guida una classifica, quella delle riserve a livello globale nel 2024, che, a oggi, sembra un trattato di relazioni internazionali. Non di geopolitica, per favore. Di relazioni internazionali, e in particolare di politica estera statunitense. Ecco la classifica. Venezuela al primo posto, seguito da Arabia Saudita, Iran, Iraq, Emirati Arabi, Kuwait, Russia, Libia. Al nono posto, appunto, gli Stati Uniti, che con i paesi che la precedono hanno, a seconda dei regimi e delle intese, rapporti tesi, tesissimi, buoni. Rapporti comunque di forza, in cui gli strumenti possono anche essere i ricatti e l’occupazione militare.

E allora, perché andare oltre il petrolio, se già l’oro nero fornisce una chiave di lettura semplice ed efficace? Perché bisogna andare al cuore delle questioni. Il petrolio è l’espressione di un capitalismo arrivato alla sua massima espansione, e dunque alla soglia di frattura. Gira virale sui social una frase attribuita a Josh Zepess (ho provato a cercare il testo originale, senza successo): “il capitalismo ha bisogno dell’imperialismo all’estero, del fascismo a casa, e della democrazia di fronte alle telecamere”. Non ci sarebbe neanche bisogno di spiegarla, perché contiene molto, di quello che sta succedendo, in questo tempo che non inizia il 7 ottobre 2023 (Gaza), e neanche il 24 febbraio 2022 (Ucraina), ma che trova in queste due date quelle faglie che ci fanno riconoscere punti importanti, e forse punti di non ritorno in questo inizio di storia del terzo millennio.

lunedì 12 gennaio 2026

Perche’ votare no nel referendum giustizia serve a tutti i cittadini - Giovanni Cannella

Da: rivista Critica del Diritto.it - Giovanni Cannella ha svolto le funzioni di giudice del lavoro per quarant'anni, in pretura, in tribunale e in corte d'appello, negli ultimi anni come presidente di sezione della Corte d'appello di Roma. 

Leggi anche: Referendum di giugno: un voto necessario per la democrazia - Giovanni Cannella 


Il referendum sul disegno di legge costituzionale sulla giustizia riguarda la giustizia nel suo insieme e non, o non solo, come appare nei media, la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri.

La vittoria del SI avrebbe effetti dirompenti sull’intera giustizia, non solo penale ma anche civile, e il referendum riguarda quindi i diritti di tutti i cittadini, che non dovrebbero fare l’errore di sottovalutarlo, pensando che non si raggiungerà il quorum, perché in questo caso non occorre alcun quorum (si vince con un voto in più, a prescindere dal numero dei votanti).

Anche perché il referendum non coinvolge solo la giustizia, ma la democrazia nel suo complesso, che rischia di essere notevolmente indebolita se vincessero i SI.

Ma andiamo con ordine.

Cosa non c’è

Nel disegno di legge costituzionale non c’è una riforma della giustizia diretta a rendere i processi più veloci, a rendere più facile l’accesso alla giustizia, a tutelare meglio i diritti dei cittadini. Lo riconoscono gli stessi fautori della riforma. Nessun intervento sul numero dei magistrati, del personale, dei locali, delle strutture, dell’organizzazione degli uffici giudiziari, rivolto a migliorare tempi, efficienza e qualità dei procedimenti. Anzi, come vedremo, il nuovo sistema costituzionale creerebbe problemi organizzativi non indifferenti.

Non c’è neppure, se non marginalmente, la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, nonostante quello che si dice. Perché la separazione c’è già oggi anche a seguito della riforma Cartabia del 2022, che consente il passaggio una sola volta e solo cambiando Regione. Quindi passare da una carriera all’altra è difficilissimo, tanto che negli ultimi 5 anni la percentuale media dei passaggi è stata pari allo 0,31% (cfr. il parere del Csm sul disegno di legge costituzionale).

Se lo scopo della riforma fosse stato una separazione delle carriere ancora più netta, la maggioranza avrebbe potuto provvedere con legge ordinaria (vietando, ad esempio, del tutto i passaggi di carriera) senza scomodare la Costituzione. Se non l’ha fatto, significa che non è la separazione delle carriere lo scopo di questa riforma.

Certo la previsione di due Consigli superiori della magistratura separati per Pm e giudici renderebbe la separazione più netta. Ma davvero la netta separazione delle carriere è utile ai diritti dei cittadini?

domenica 11 gennaio 2026

Venezuela: lo “stato di shock esterno” tra casematte e sovranità – Geraldina Colotti

Da: https://effimera.org - Geraldina Colotti è nata a Ventimiglia, ha vissuto a lungo a Parigi, oggi vive e lavora a Roma. Dopo aver trascorso molti anni in carcere per la sua militanza nelle Brigate Rosse, è giornalista, esperta di America Latina. Dirige l'edizione italiana del mensile di politica internazionale Le Monde diplomatique. Geraldina Colotti - 

Vedi anche: LAS VÍCTIMAS DE LOS BOMBARDEOS DEL IMPERIALISMO (https://www.youtube.com/watch?v=8r618f_fwFo)

Leggi anche: Venezuela, dialettica della transizione*- Geraldina Colotti  

Hugo Chávez, così è cominciata - Alessandra Ciattini  

Il socialismo nel XXI secolo nello scenario del tentato golpe contro il Venezuela - Alessandra Ciattini

USA-VENEZUELA: ATTACCO COLONIALISTA, MA AL BUIO - Pino Arlacchi 

L’attacco sferrato dagli Stati Uniti contro il Venezuela, il 3 gennaio 2026, culminato nel sequestro di Nicolás Maduro e della deputata Cilia Flores, sua moglie, ha proiettato la rivoluzione bolivariana al centro della scena mondiale. Un’aggressione che, oltre alla capitale Caracas, ha colpito gli stati di Miranda, Aragua e La Guaira, ha provocato un centinaio di vittime fra militari e civili (fra cui 32 cubani e cubane), e ha distrutto varie infrastrutture e case. Il luogo dove si trovavano Maduro e Flores, il Fuerte Tiuna, un complesso civico-militare simile a un piccolo distretto urbano, che copre un’area di circa 15 chilometri quadrati, ospita infatti anche numerosi edifici di case popolari, del programma Gran Misión Vivienda Venezuela.

Si è trattato di un attacco asimmetrico di proporzioni gigantesche, in cui sono state impiegate contemporaneamente 150 aeronavi, che ha scatenato una impressionante potenzia di fuoco e una vera e propria tempesta magnetica, mediante l’impiego di una tecnologia di ultimissima generazione, definita “impressionante” dagli esperti. Una gigantesca operazione di polizia globale che ha infranto tutti i codici del diritto.

Nonostante la situazione eccezionale, il paese non è però in stato d’assedio. Non c’è l’État de siège, non ci sono i carri armati per le strade, non ci sono stati saccheggi e rivolte, la vita produttiva è ripresa a un ritmo quasi normale.  Il decreto che ha istituito lo “stato di shock esterno”, dichiarato in base alla Costituzione, è la legalizzazione della resistenza.

Si basa sulla dottrina della Guerra popolare prolungata. Autorizza la mobilitazione delle milizie bolivariane e il coordinamento diretto con le comunas, territori di autogoverno in cui si esercita il potere popolare diretto, e quello dei “corpi combattenti” che agiscono all’interno delle fabbriche con le milizie operaie.

sabato 10 gennaio 2026

“Il Venezuela? Trump ha creato una bolla finanziaria di cui aveva un disperato bisogno”. Ecco chi ha già guadagnato con la mossa del tycoon - Franz Baraggino intervista Alessandro Volpi

Da: Il Fatto Quotidiano - https://www.lantidiplomatico.it - Alessandro Volpi docente di Storia contemporanea, di Storia del movimento operaio e sindacale e di Storia sociale presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. - Alessandro Volpi 


"La mossa degli Usa non è un'opzione di potenza, ma la scelta obbligata di un Paese con un dollaro debole e una finanza che regge solo grazie a continue iniezioni di fiducia". L'analisi di Alessandro Volpi
(Franz Baraggino)

Dietro l’intervento muscolare degli Stati Uniti c’è un Paese alle prese con un debito fuori controllo, un dollaro indebolito e una finanza che regge solo grazie a continue iniezioni di fiducia. È in questo spazio di fragilità che diventa centrale il Venezuela: non tanto per la sua economia — che secondo molti analisti avrà per ora un impatto globale irrilevante sul prezzo del petrolio — quanto come leva finanziaria e geopolitica. Elon Musk si è già mosso e così hanno fatto i mercati: le major petrolifere americane hanno registrato rialzi netti. “Una valanga di soldi di cui gli Stati Uniti hanno un disperato bisogno”, ragiona Alessandro Volpi, docente di Storia contemporanea all’Università di Pisa e autore di La guerra della finanza. Trump e la fine del capitalismo globale (Laterza, 2025). Che al Fatto spiega il filo che lega la mossa in Venezuela al circolo vizioso tra bolla finanziaria, grandi fondi d’investimento e debito pubblico statunitense.

Professor Volpi, in Venezuela Trump sta mostrando i muscoli, ma lei parla di una dimostrazione di debolezza. Perché? 

Le condizioni oggettive dell’economia americana oggi sono tutt’altro che solide: il gigantesco debito federale sfiora i 38 mila miliardi di dollari, gli interessi costano quasi 1.200 miliardi di dollari l’anno, il dollaro è debole e l’inflazione non consente di ridurre i tassi. A queste condizioni, la reindustrializzazione promessa da Trump appare estremamente complicata. Si aggiunga un disavanzo commerciale che non si riesce a ridurre in modo significativo. Né con i dazi, né con la spinta dell’intelligenza artificiale. Anzi, in questo quadro il timore di una bolla finanziaria è piuttosto fondato se consideriamo che oggi il gigante dell’hardware per l’IA, l’americana Nvidia, vale 5.000 miliardi di dollari. E’ di fronte a una situazione così complessa che gli Stati Uniti imboccano ora una strategia che è anche pericolosa. 

venerdì 9 gennaio 2026

VENEZUELA laboratorio della DOTTRINA DONROE - M.Arricale, F. Parenti, A. Spinola, F. Dall'Aglio

Da: Clara Statello - 
Vedi anche: LAS VÍCTIMAS DE LOS BOMBARDEOS DEL IMPERIALISMO (https://www.youtube.com/watch?v=8r618f_fwFo

Parte prima:

                                                                           

VENEZUELA laboratorio della DOTTRINA DONROE parte seconda: https://www.youtube.com/watch?v=3eM_MinO5ag 

giovedì 8 gennaio 2026

AGGRESSIONE ISRAELIANA NEL 2026: IL FUTURO DI GAZA E DELLA CISGIORDANIA - Ilan Pappé

Da: La Zona Grigia - Fonte: https://www.aa.com.tr/.../opinion-israeli.../3790065? - Traduzione: La Zona Grigia - Ilan Pappé è docente presso l’Università di Exeter ed è stato senior lecturer di scienze politiche presso l’Università di Haifa. È l’autore de “La Pulizia etnica della Palestina” e “Dieci Miti su Israele”. Pappé è definito come uno dei “nuovi storici” che, dopo la pubblicazione di documenti britannici e israeliani a partire dai primi anni ‘80, hanno riscritto la storia della fondazione di Israele nel 1948. (Ilan Pappé

Vedi anche: “La brutalità di Israele è il segno della sua fine” - Ilan Pappé 

I media e la politica occidentali sono convinti che la cosiddetta guerra nella Striscia di Gaza sia finita. Di conseguenza, la nuova narrazione è che i combattimenti siano terminati grazie alle pressioni dei governi occidentali, che hanno accolto le richieste delle loro società di porre fine alla violenza nella Striscia di Gaza. 

Si tratta di un'idea sbagliata a più livelli, che deve essere affrontata perché continuerà a dominare l'approccio occidentale alla questione palestinese in generale e al futuro della Striscia di Gaza in particolare. 

IL MITO DELLA "GUERRA FINITA" 

Gli ultimi due anni non sono stati una guerra, ma un Genocidio e l'intenzione principale, ovvero quella di ridurre le dimensioni della Striscia di Gaza sia territorialmente che demograficamente, permea le attuali azioni militari incrementali e discrete che hanno già causato la morte di centinaia di palestinesi dalla dichiarazione del cessate il fuoco. Israele ha annesso parte della Striscia, presumibilmente per restituirla nel caso in cui Hamas fosse disarmato, ma allo stesso tempo il Ministro della Difesa Israel Katz ha dichiarato l'intenzione di Israele di costruire insediamenti ebraici e basi militari nella parte settentrionale della Striscia. 

Inoltre, l'opera di ricostruzione e gli aiuti umanitari fondamentali vengono sospesi, presumibilmente perché c'è ancora il corpo di un ostaggio israeliano che non è stato restituito, ma bisogna comprendere, come ha affermato Giora Eiland, ex capo del Consiglio di Sicurezza Nazionale israeliano, che consentire la ricostruzione di Gaza non è nell'interesse di Israele. 

Si tratta di una transizione da un Genocidio Totale a uno incrementale, un metodo che Israele ha già utilizzato negli anni dal 2009 al 2023. C'è la possibilità che il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump richieda una politica israeliana diversa, ma il suo approccio estroso è difficile da sviluppare. L'unico aspetto positivo del suo approccio è la consapevolezza che il coinvolgimento turco nella ricostruzione della Striscia e come parte di una forza internazionale sia l'unica garanzia che, almeno a breve termine, non tutti i piani israeliani saranno attuati. Il ruolo della Turchia è il principale pomo della discordia tra Trump e il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, e resta da vedere come verrà risolto. 

I PIANI A LUNGO TERMINE DI ISRAELE 

mercoledì 7 gennaio 2026

Le tante bugie della guerra - Alessandra Ciattini

Da: https://www.lantidiplomatico.it - Alessandra Ciattini (collettivo di formazione marxista "Stefano Garroni”) ha insegnato Antropologia culturale alla Sapienza, collabora con https://www.unigramsci.it

Vedi anche: IL PUNTO SUL SUICIDIO DELL'UNIONE EUROPEA - Paolo Ferrero, Giacomo Gabellini 


Sommario: Ormai sappiamo che le guerre sono sempre accompagnate da tante bugie come quella della protezione gratuita fornita all’Europa dagli Usa e quella dell’incombente invasione russa. Queste bugie possono anche essere il frutto di una visione disatorta della realtà, ma sicuramente sono funzionali agli obiettivi delle classi dominanti, benchè queste ultime rivaleggino tra loro. Il problema di fondo è comprendere se la visione delirante e opportunistica da cui esse scaturiscono ha una sua propria logica.

Oltre alla menzogna riguardante l’incombente minaccia russa sulla civile Europa, patria dei diritti umani, un’altra plateale bugia è quella secondo cui gli Usa ci avrebbero difesi gratuitamente e generosamente, per cui dovremmo avere verso di loro un’infinita riconoscenza e dovremmo anche deciderci a proteggersi da soli, accettando la seppur dolorosa la perdita dei nostri figli, come ci è stato comunicato qualche tempo fa.

Su questo tema è intervenuta recentemente la Federcontribuenti, la quale ha calcolato che le basi militari Usa in Italia, integrate con la NATO, costano al contribuente italiano, esattamente al 40% degli italiani che pagano effettivamente le tasse, tra i 100 e i 200 milioni di euro all’anno. Questi costi riguardano la manutenzione, le infrastrutture, i servizi e ovviamente l’acuirsi dei conflitti internazionali produrrebbe un aumento degli stessi stimato tra il 20% e il 30%, che ricadrebbero sul bilancio dello Stato italiano e sui soliti tartassati. Si tenga anche presente che calcolare la cifra esatta di questi gravami è assai complicato, perché negli anni si sono susseguiti accordi secondari, ulteriori stanziamenti, esenzioni. Si aggiunga che i reati commessi dai militari Usa nel corso delle loro attività ufficiali non ricadono sotto la giurisdizione dello Stato italiano; più complesso è il trattamento dei reati comuni.

martedì 6 gennaio 2026

L’arte di non capire la guerra al fine di perpetuarla - EMILIANO BRANCACCIO

 Da: https://ilmanifesto.it/4 Gennaio 2026 - Emiliano Brancaccio è professore di Politica economica presso l'Università del Sannio - Emiliano Brancaccio - www.emilianobrancaccio.it 

Se la guerra non termina ma si spande da un emisfero all’altro del mondo, forse è anche perché non abbiamo ben compreso la sua moderna natura. Dobbiamo allora sforzarci di capire meglio.

A tale scopo, siamo chiamati a giudicare il metodo dell’attuale geopolitica, l’interpretazione oggi prevalente della guerra. Disciplina che sembra affascinare tutti, dagli storici illustri ai comuni cittadini. Moda imperante, co me fu l’interpretazione liberista del mondo negli anni precedenti alle grandi crisi. 

Stando ai suoi stessi apologeti, l’attuale geopolitica sembra una cosa piuttosto vaga. I tautologi la denominano “realismo”. Gli scaltri la definiscono “non scienza”. Gli ingenui la chiamano nientemeno che “buon senso”. Persino i suoi alfieri, insomma, ammettono che una vera epistemologia della geopolitica non esiste. Dobbiamo trarre l’implicazio ne che si tratti di un mero pour parler? Talvolta dotta, talaltra rozza, ma pur sempre chiacchiera? 

Sarà bene iniziare a contemplare questa possibilità. Ma se così fosse, la recita del rosario chiamata geopolitica, pur priva di basi scientifiche, potrebbe nascondere ai suoi stessi adepti uno scopo profondo. Quello di convincere le masse che la storia sia popolata da personaggi illustri, dotati di nomi, cognomi, tenute d’ordinanza e virtù sacre. Condottieri valorosi chiamati a guidare le nazioni verso destini primordiali segnati da catene montuose e sbocchi verso il mare. Magari cinici, come il cosiddetto “realismo” impone. O pazzi che odono voci, come la vulgata insinua. Ma che in ogni caso mandano i popoli in guerra per scopi antichi e nobilitanti. Vale a dire: terra, etnia, sicurezza, gloria. E per tali scopi discettano con preti e militari, non certo con affaristi e speculatori. 

La geopolitica che innalza la guerra al di sopra dello sterco del demonio, questo è il proposito. La geopolitica che dunque si fa ideologia, e in quanto tale pretende di situarsi al di sopra dell’economia politica e della sua critica. Deriva vecchia e funesta. Ma efficace, alla portata di intelligenze bambine. 

Del resto, così grave è il regresso intellettuale che oggi suona troppo difficile persino la lezione materialista di due giovani rivoluzionari di metà Ottocento: «La storia di ogni società finora esistita è storia di lotte di classi». Lotte tra e dentro le classi, che poi esondano in scontri armati. Un approccio che spoglia la “geopolitica” dell’abito borghese e la pone al servizio dell’analisi critica del capitale. Una visione che mostra finalmente la guerra come cosa bassa e sporca, quanto i flussi di denaro dei padroni per i quali masse di giovani innocenti muoiono e ancora morranno. 

Eppure, dinanzi a parole così scientificamente nitide, i geopolitici alla moda ancora si affannano a chiedere: in questo complicato intrico di interessi di classe, che fine hanno fatto i nomi dei condottieri? Dei Luigi Bonaparte? Degli Stalin? Dei Reagan? E degli altri Cesari votati a indicare la via della Russia, dell’America e di tutti quei complicati oggetti chiamati “nazioni”, guarda caso anch’esse rese antropomorfe, come fossero algide donne destinate a nobili missioni? 

Il punto è che gli odierni geopolitici si attardano su questo debole approccio soggettivista poiché sanno davvero poco delle strutture del capitale e dei loro vincoli oggettivi. Ma questa scarsa conoscenza ha portato alcuni di essi a commettere errori madornali, come assecondare la risibile narrazione di Donald Trump quale agente di pace. La verità è che non hanno nemmeno una chiara nozione di quell’indebitamento estero che ha forzato gli Stati Uniti a ritirare le truppe dai lontani teatri di guerra che essi stessi avevano aperto anni fa. Non hanno capito che il debito verso il mondo rende l’America sempre meno capace di dominare il mondo. E quindi la induce a ridefinire il perimetro egemonico, e magari a concentrare la violenza nel “cortile di casa”. 

Per i geopolitici à la page, sembra che in fondo il capitalismo non sia mai giunto. Per loro pare tutto un medioevo, sia pure attualizzato. 

Sui giornali e in televisione, è dunque tutto un teatro di commentatori che discettano di guerra e pace senza mai afferrare le loro basi materiali. Ma che proprio per questo, a ben vedere, risultano funzionali a chi la guerra la decide. Possiamo dire, in fin dei conti, che l’odierna geopolitica capitalista è l’arte di non capire la guerra al fine di perpetuarla. In ciò sta il suo inconscio servigio. E la sua estrema miseria. 

In altre fasi si sarebbero organizzati confronti collettivi per distinguere la vana chiacchiera dalla lotta scientifica e politica, per la verità materiale, la giustizia e la pace. Oggi questa comune fatica non esiste. Eppure la scelta è sempre tra genio collettivo e idiozia individuale. Al momento ci tocca l’idiozia, purtroppo. Per costruire la comune intelligenza che demistifichi il domani serviranno cervelli più giovani e attrezzati. Soprattutto, più smaliziati verso l’ideologia capitalista dominante.

lunedì 5 gennaio 2026

USA-VENEZUELA: ATTACCO COLONIALISTA, MA AL BUIO - Pino Arlacchi

Da: Il Fatto Quotidiano (https://www.ilfattoquotidiano.it), 4 gennaio 2026 - Pino Arlacchi -  Pino Arlacchi è un sociologo, politico e Ex vice-segretario dell'Onu. (Pino Arlacchi). 

Leggi anche:  Il narco-Venezuela: la grande bufala - Pino Arlacchi  

Invasione-suicidio: ecco perché Trump fallirà col Venezuela - Pino Arlacchi  

USA E IL BOOMERANG CON IL VENEZUELA - Pino Arlacchi  

"Aqui no se rinde nadie". Tre giorni in Venezuela - Nicolò Monti   

Venezuela, dialettica della transizione*- Geraldina Colotti   

Breve storia degli Stati Uniti e delle loro pretese territoriali - Alessandra Ciattini  

Vedi anche: Dottrina Monroe. L’egemonia statunitense nell’emisfero occidentale - Giacomo Gabellini  

VENEZUELA, LA CAUSA OSCURA... 

https://www.byoblu.com/2026/01/03/trump-ha-tolto-il-petrolio-ai-brics-manlio-dinucci

È difficile, in situazioni come questa, ragionare con la testa e non con altre parti del corpo, come fanno Trump e il codazzo politico-mediatico che approva il suo tentato cambio di regime in Venezuela. Dico “tentato” perché fino ad adesso non ci sono gli elementi essenziali di un colpo di Stato, eccetto il sequestro e il rapimento del presidente di uno Stato sovrano. Avvenuto a quanto sembra grazie a qualche classico tradimento di guardie del corpo, e non come espressione di una rete di congiura e di malcontento interni. 


Un cambio di regime è la sostituzione di un governo con un altro grazie a un piano, che consiste molto spesso nella combinazione di un attacco esterno e una cospirazione intestina, politico e soprattutto militare. Si rovescia un assetto di governo e ci si presenta al popolo come titolari di un potere sovrano alternativo. Ma è proprio questo che finora non è accaduto a Caracas. 

«EBRAICO E DEMOCRATICO»: UN OSSIMORO? - Shlomo Sand

Da Shlomo Sand, L'invenzione del popolo ebraico, 2008 - Lavinia Marchetti - https://laviniamarchetti.altervista.org -  - Lavinia MarchettiLeggi anche: PALESTINA. Economia e occupazione: dal Protocollo di Parigi ad oggi. - Francesca Merz
Chiarezza - Shlomo Sand
Israele/Palestina. Alle radici del conflitto - Joseph Halevi 
PALESTINA. Economia e occupazione: dal Protocollo di Parigi ad oggi. - Francesca Merz

PEZZI DI STORIA IMPRESCINDIBILI.
Shlomo Sand, L'invenzione del popolo ebraico, 2008. 

Tra le conseguenze del processo di liberalizzazione ed etnicizzazione degli anni Ottanta vi fu anche la nascita di un nuovo partito arabo-ebraico, più radicale del partito comunista tradizionale che fino ad allora aveva dato voce alla protesta araba e molto più fermo nell’opposizione alla politica identitaria dello Stato d’Israele. 

Nelle file della Lista progressista per la pace capeggiata da Muhammad Miarri cominciò a profilarsi un nuovo tipo di critica indirizzata alla natura stessa dello Stato israeliano e che proponeva una sua «desionizzazione». Erano solo le prime avvisaglie. La Commissione elettorale della Knesset non ammise il nuovo partito alle elezioni, insieme alla lista di estrema destra di rav Me’ir Kahana, ma una sentenza della Corte suprema, istituzione che stava diventando il baluardo del liberalismo israeliano, annullò la decisione e i due partiti furono accettati. Contrariamente ai movimenti arabo-israeliani che lo avevano preceduto, come al-Ard (La terra) negli anni Sessanta e i Bene ha-kefar (Figli del villaggio) negli anni Settanta, la Lista progressista per la pace, che presentò come secondo candidato il generale in pensione Mati Peled, ottenne due seggi in parlamento. 

La nuova Knesset reagì a questo modesto successo approvando nel 1985, con una maggioranza schiacciante e senza opposizione, un nuovo emendamento alla Legge fondamentale del Parlamento. Il comma 7a stabiliva per la prima volta in modo esplicito che non sarebbe stata autorizzata a partecipare alle elezioni per il parlamento israeliano alcuna lista che includesse nel programma uno dei seguenti obiettivi: «1. negare l’esistenza dello Stato d’Israele come Stato del popolo ebraico; 2. negare la natura democratica dello Stato; 3. incitare al razzismo». Malgrado la nuova legge, la Lista progressista per la pace non fu bloccata, ancora una volta in virtù dell’intervento della Corte suprema. 

In seguito comparvero altri partiti arabi i quali, pur muovendosi con cautela per non entrare esplicitamente in polemica con la legge, non smisero tuttavia di mettere pubblicamente in discussione la natura dello Stato. Una intera generazione di intellettuali palestinesi, troppo giovani per aver vissuto la Nakba e il regime militare e che si erano integrati nella cultura israeliana affiancandola a quella araba di partenza, cominciò a esprimere con crescente fermezza la propria insoddisfazione per la situazione politica: lo Stato in cui gli arabo-israeliani erano nati, di cui costituivano un quinto della popolazione e di cui erano formalmente cittadini a tutti gli effetti, sosteneva apertamente di non essere loro, ma di appartenere a un altro popolo che continuava in gran parte a vivere all’estero. 

domenica 4 gennaio 2026

Chi e cosa c’è dietro il piano statunitense per l’Ucraina - Jacques Baud

Da: Il Contesto | Analisi economica e geopolitica - Jacques Baud, saggista ed ex colonnello dell’intelligence svizzera specializzato in questioni russe ed europee, con impieghi presso la Nato e le Nazioni Unite.


Durante la conferenza stampa tenutasi a margine della sua visita diplomatica in Kirghizistan in occasione del vertice dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettivo, il presidente Putin è tornato sul piano in 28 punti predisposto dall’amministrazione Trump. Putin si è anche espresso in merito alle accuse mosse di recente contro Steve Witkoff, inviato speciale dell’amministrazione Trump. Nei giorni scorsi, «Bloomberg» ha pubblicato la trascrizione di una presunta telefonata confidenziale di cinque minuti intercorsa tra lo stesso Witkoff e il consigliere diplomatico del Cremlino Jurj Ushakov. Dalla trascrizione emerge che Witkoff avrebbe fornito al proprio interlocutore russo indicazioni in merito alla postura da adottare nei confronti del presidente Trump, e perfino riguardo al tipo di proposta diplomatica da predisporre. Secondo Putin, «coloro che attaccano Witkoff hanno una posizione di ostilità nei confronti del piano di pace di Trump, e vorrebbero continuare a rubare denaro di concerto con l’attuale governo di Kiev, combattendo fino all’ultimo uomo. In ogni caso, noi siamo pronti». Parliamo di tutto questo assieme a Jacques Baud, saggista ed ex colonnello dell’intelligence svizzera specializzato in questioni russe ed europee, con impieghi presso la Nato e le Nazioni Unite. 

Parte prima: 

                                                                          

Parte seconda: 
L’Occidente crede alla propria propaganda - Jacques Baud 


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