venerdì 9 gennaio 2026

VENEZUELA laboratorio della DOTTRINA DONROE - M.Arricale, F. Parenti, A. Spinola, F. Dall' Aglio

Da: Clara Statello - 
Vedi anche: LAS VÍCTIMAS DE LOS BOMBARDEOS DEL IMPERIALISMO (https://www.youtube.com/watch?v=8r618f_fwFo

Parte prima:

                                                                           

VENEZUELA laboratorio della DOTTRINA DONROE parte seconda: https://www.youtube.com/watch?v=3eM_MinO5ag 

giovedì 8 gennaio 2026

AGGRESSIONE ISRAELIANA NEL 2026: IL FUTURO DI GAZA E DELLA CISGIORDANIA - Ilan Pappé

Da: La Zona Grigia - Fonte: https://www.aa.com.tr/.../opinion-israeli.../3790065? - Traduzione: La Zona Grigia - Ilan Pappé è docente presso l’Università di Exeter ed è stato senior lecturer di scienze politiche presso l’Università di Haifa. È l’autore de “La Pulizia etnica della Palestina” e “Dieci Miti su Israele”. Pappé è definito come uno dei “nuovi storici” che, dopo la pubblicazione di documenti britannici e israeliani a partire dai primi anni ‘80, hanno riscritto la storia della fondazione di Israele nel 1948. (Ilan Pappé

Vedi anche: “La brutalità di Israele è il segno della sua fine” - Ilan Pappé 

I media e la politica occidentali sono convinti che la cosiddetta guerra nella Striscia di Gaza sia finita. Di conseguenza, la nuova narrazione è che i combattimenti siano terminati grazie alle pressioni dei governi occidentali, che hanno accolto le richieste delle loro società di porre fine alla violenza nella Striscia di Gaza. 

Si tratta di un'idea sbagliata a più livelli, che deve essere affrontata perché continuerà a dominare l'approccio occidentale alla questione palestinese in generale e al futuro della Striscia di Gaza in particolare. 

IL MITO DELLA "GUERRA FINITA" 

Gli ultimi due anni non sono stati una guerra, ma un Genocidio e l'intenzione principale, ovvero quella di ridurre le dimensioni della Striscia di Gaza sia territorialmente che demograficamente, permea le attuali azioni militari incrementali e discrete che hanno già causato la morte di centinaia di palestinesi dalla dichiarazione del cessate il fuoco. Israele ha annesso parte della Striscia, presumibilmente per restituirla nel caso in cui Hamas fosse disarmato, ma allo stesso tempo il Ministro della Difesa Israel Katz ha dichiarato l'intenzione di Israele di costruire insediamenti ebraici e basi militari nella parte settentrionale della Striscia. 

Inoltre, l'opera di ricostruzione e gli aiuti umanitari fondamentali vengono sospesi, presumibilmente perché c'è ancora il corpo di un ostaggio israeliano che non è stato restituito, ma bisogna comprendere, come ha affermato Giora Eiland, ex capo del Consiglio di Sicurezza Nazionale israeliano, che consentire la ricostruzione di Gaza non è nell'interesse di Israele. 

Si tratta di una transizione da un Genocidio Totale a uno incrementale, un metodo che Israele ha già utilizzato negli anni dal 2009 al 2023. C'è la possibilità che il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump richieda una politica israeliana diversa, ma il suo approccio estroso è difficile da sviluppare. L'unico aspetto positivo del suo approccio è la consapevolezza che il coinvolgimento turco nella ricostruzione della Striscia e come parte di una forza internazionale sia l'unica garanzia che, almeno a breve termine, non tutti i piani israeliani saranno attuati. Il ruolo della Turchia è il principale pomo della discordia tra Trump e il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, e resta da vedere come verrà risolto. 

I PIANI A LUNGO TERMINE DI ISRAELE 

mercoledì 7 gennaio 2026

Le tante bugie della guerra - Alessandra Ciattini

Da: https://www.lantidiplomatico.it - Alessandra Ciattini (collettivo di formazione marxista "Stefano Garroni”) ha insegnato Antropologia culturale alla Sapienza, collabora con https://www.unigramsci.it

Vedi anche: IL PUNTO SUL SUICIDIO DELL'UNIONE EUROPEA - Paolo Ferrero, Giacomo Gabellini 


Sommario: Ormai sappiamo che le guerre sono sempre accompagnate da tante bugie come quella della protezione gratuita fornita all’Europa dagli Usa e quella dell’incombente invasione russa. Queste bugie possono anche essere il frutto di una visione disatorta della realtà, ma sicuramente sono funzionali agli obiettivi delle classi dominanti, benchè queste ultime rivaleggino tra loro. Il problema di fondo è comprendere se la visione delirante e opportunistica da cui esse scaturiscono ha una sua propria logica.

Oltre alla menzogna riguardante l’incombente minaccia russa sulla civile Europa, patria dei diritti umani, un’altra plateale bugia è quella secondo cui gli Usa ci avrebbero difesi gratuitamente e generosamente, per cui dovremmo avere verso di loro un’infinita riconoscenza e dovremmo anche deciderci a proteggersi da soli, accettando la seppur dolorosa la perdita dei nostri figli, come ci è stato comunicato qualche tempo fa.

Su questo tema è intervenuta recentemente la Federcontribuenti, la quale ha calcolato che le basi militari Usa in Italia, integrate con la NATO, costano al contribuente italiano, esattamente al 40% degli italiani che pagano effettivamente le tasse, tra i 100 e i 200 milioni di euro all’anno. Questi costi riguardano la manutenzione, le infrastrutture, i servizi e ovviamente l’acuirsi dei conflitti internazionali produrrebbe un aumento degli stessi stimato tra il 20% e il 30%, che ricadrebbero sul bilancio dello Stato italiano e sui soliti tartassati. Si tenga anche presente che calcolare la cifra esatta di questi gravami è assai complicato, perché negli anni si sono susseguiti accordi secondari, ulteriori stanziamenti, esenzioni. Si aggiunga che i reati commessi dai militari Usa nel corso delle loro attività ufficiali non ricadono sotto la giurisdizione dello Stato italiano; più complesso è il trattamento dei reati comuni.

martedì 6 gennaio 2026

L’arte di non capire la guerra al fine di perpetuarla - EMILIANO BRANCACCIO

 Da: https://ilmanifesto.it/4 Gennaio 2026 - Emiliano Brancaccio è professore di Politica economica presso l'Università del Sannio - Emiliano Brancaccio - www.emilianobrancaccio.it 

Se la guerra non termina ma si spande da un emisfero all’altro del mondo, forse è anche perché non abbiamo ben compreso la sua moderna natura. Dobbiamo allora sforzarci di capire meglio.

A tale scopo, siamo chiamati a giudicare il metodo dell’attuale geopolitica, l’interpretazione oggi prevalente della guerra. Disciplina che sembra affascinare tutti, dagli storici illustri ai comuni cittadini. Moda imperante, co me fu l’interpretazione liberista del mondo negli anni precedenti alle grandi crisi. 

Stando ai suoi stessi apologeti, l’attuale geopolitica sembra una cosa piuttosto vaga. I tautologi la denominano “realismo”. Gli scaltri la definiscono “non scienza”. Gli ingenui la chiamano nientemeno che “buon senso”. Persino i suoi alfieri, insomma, ammettono che una vera epistemologia della geopolitica non esiste. Dobbiamo trarre l’implicazio ne che si tratti di un mero pour parler? Talvolta dotta, talaltra rozza, ma pur sempre chiacchiera? 

Sarà bene iniziare a contemplare questa possibilità. Ma se così fosse, la recita del rosario chiamata geopolitica, pur priva di basi scientifiche, potrebbe nascondere ai suoi stessi adepti uno scopo profondo. Quello di convincere le masse che la storia sia popolata da personaggi illustri, dotati di nomi, cognomi, tenute d’ordinanza e virtù sacre. Condottieri valorosi chiamati a guidare le nazioni verso destini primordiali segnati da catene montuose e sbocchi verso il mare. Magari cinici, come il cosiddetto “realismo” impone. O pazzi che odono voci, come la vulgata insinua. Ma che in ogni caso mandano i popoli in guerra per scopi antichi e nobilitanti. Vale a dire: terra, etnia, sicurezza, gloria. E per tali scopi discettano con preti e militari, non certo con affaristi e speculatori. 

La geopolitica che innalza la guerra al di sopra dello sterco del demonio, questo è il proposito. La geopolitica che dunque si fa ideologia, e in quanto tale pretende di situarsi al di sopra dell’economia politica e della sua critica. Deriva vecchia e funesta. Ma efficace, alla portata di intelligenze bambine. 

Del resto, così grave è il regresso intellettuale che oggi suona troppo difficile persino la lezione materialista di due giovani rivoluzionari di metà Ottocento: «La storia di ogni società finora esistita è storia di lotte di classi». Lotte tra e dentro le classi, che poi esondano in scontri armati. Un approccio che spoglia la “geopolitica” dell’abito borghese e la pone al servizio dell’analisi critica del capitale. Una visione che mostra finalmente la guerra come cosa bassa e sporca, quanto i flussi di denaro dei padroni per i quali masse di giovani innocenti muoiono e ancora morranno. 

Eppure, dinanzi a parole così scientificamente nitide, i geopolitici alla moda ancora si affannano a chiedere: in questo complicato intrico di interessi di classe, che fine hanno fatto i nomi dei condottieri? Dei Luigi Bonaparte? Degli Stalin? Dei Reagan? E degli altri Cesari votati a indicare la via della Russia, dell’America e di tutti quei complicati oggetti chiamati “nazioni”, guarda caso anch’esse rese antropomorfe, come fossero algide donne destinate a nobili missioni? 

Il punto è che gli odierni geopolitici si attardano su questo debole approccio soggettivista poiché sanno davvero poco delle strutture del capitale e dei loro vincoli oggettivi. Ma questa scarsa conoscenza ha portato alcuni di essi a commettere errori madornali, come assecondare la risibile narrazione di Donald Trump quale agente di pace. La verità è che non hanno nemmeno una chiara nozione di quell’indebitamento estero che ha forzato gli Stati Uniti a ritirare le truppe dai lontani teatri di guerra che essi stessi avevano aperto anni fa. Non hanno capito che il debito verso il mondo rende l’America sempre meno capace di dominare il mondo. E quindi la induce a ridefinire il perimetro egemonico, e magari a concentrare la violenza nel “cortile di casa”. 

Per i geopolitici à la page, sembra che in fondo il capitalismo non sia mai giunto. Per loro pare tutto un medioevo, sia pure attualizzato. 

Sui giornali e in televisione, è dunque tutto un teatro di commentatori che discettano di guerra e pace senza mai afferrare le loro basi materiali. Ma che proprio per questo, a ben vedere, risultano funzionali a chi la guerra la decide. Possiamo dire, in fin dei conti, che l’odierna geopolitica capitalista è l’arte di non capire la guerra al fine di perpetuarla. In ciò sta il suo inconscio servigio. E la sua estrema miseria. 

In altre fasi si sarebbero organizzati confronti collettivi per distinguere la vana chiacchiera dalla lotta scientifica e politica, per la verità materiale, la giustizia e la pace. Oggi questa comune fatica non esiste. Eppure la scelta è sempre tra genio collettivo e idiozia individuale. Al momento ci tocca l’idiozia, purtroppo. Per costruire la comune intelligenza che demistifichi il domani serviranno cervelli più giovani e attrezzati. Soprattutto, più smaliziati verso l’ideologia capitalista dominante.

lunedì 5 gennaio 2026

USA-VENEZUELA: ATTACCO COLONIALISTA, MA AL BUIO - Pino Arlacchi

Da: Il Fatto Quotidiano (https://www.ilfattoquotidiano.it), 4 gennaio 2026 - Pino Arlacchi -  Pino Arlacchi è un sociologo, politico e Ex vice-segretario dell'Onu. (Pino Arlacchi). 

Leggi anche:  Il narco-Venezuela: la grande bufala - Pino Arlacchi  

Invasione-suicidio: ecco perché Trump fallirà col Venezuela - Pino Arlacchi  

USA E IL BOOMERANG CON IL VENEZUELA - Pino Arlacchi  

"Aqui no se rinde nadie". Tre giorni in Venezuela - Nicolò Monti   

Venezuela, dialettica della transizione*- Geraldina Colotti   

Breve storia degli Stati Uniti e delle loro pretese territoriali - Alessandra Ciattini  

Vedi anche: Dottrina Monroe. L’egemonia statunitense nell’emisfero occidentale - Giacomo Gabellini  

VENEZUELA, LA CAUSA OSCURA... 

https://www.byoblu.com/2026/01/03/trump-ha-tolto-il-petrolio-ai-brics-manlio-dinucci

È difficile, in situazioni come questa, ragionare con la testa e non con altre parti del corpo, come fanno Trump e il codazzo politico-mediatico che approva il suo tentato cambio di regime in Venezuela. Dico “tentato” perché fino ad adesso non ci sono gli elementi essenziali di un colpo di Stato, eccetto il sequestro e il rapimento del presidente di uno Stato sovrano. Avvenuto a quanto sembra grazie a qualche classico tradimento di guardie del corpo, e non come espressione di una rete di congiura e di malcontento interni. 


Un cambio di regime è la sostituzione di un governo con un altro grazie a un piano, che consiste molto spesso nella combinazione di un attacco esterno e una cospirazione intestina, politico e soprattutto militare. Si rovescia un assetto di governo e ci si presenta al popolo come titolari di un potere sovrano alternativo. Ma è proprio questo che finora non è accaduto a Caracas. 

«EBRAICO E DEMOCRATICO»: UN OSSIMORO? - Shlomo Sand

Da Shlomo Sand, L'invenzione del popolo ebraico, 2008 - Lavinia Marchetti - https://laviniamarchetti.altervista.org -  - Lavinia MarchettiLeggi anche: PALESTINA. Economia e occupazione: dal Protocollo di Parigi ad oggi. - Francesca Merz
Chiarezza - Shlomo Sand
Israele/Palestina. Alle radici del conflitto - Joseph Halevi 
PALESTINA. Economia e occupazione: dal Protocollo di Parigi ad oggi. - Francesca Merz

PEZZI DI STORIA IMPRESCINDIBILI.
Shlomo Sand, L'invenzione del popolo ebraico, 2008. 

Tra le conseguenze del processo di liberalizzazione ed etnicizzazione degli anni Ottanta vi fu anche la nascita di un nuovo partito arabo-ebraico, più radicale del partito comunista tradizionale che fino ad allora aveva dato voce alla protesta araba e molto più fermo nell’opposizione alla politica identitaria dello Stato d’Israele. 

Nelle file della Lista progressista per la pace capeggiata da Muhammad Miarri cominciò a profilarsi un nuovo tipo di critica indirizzata alla natura stessa dello Stato israeliano e che proponeva una sua «desionizzazione». Erano solo le prime avvisaglie. La Commissione elettorale della Knesset non ammise il nuovo partito alle elezioni, insieme alla lista di estrema destra di rav Me’ir Kahana, ma una sentenza della Corte suprema, istituzione che stava diventando il baluardo del liberalismo israeliano, annullò la decisione e i due partiti furono accettati. Contrariamente ai movimenti arabo-israeliani che lo avevano preceduto, come al-Ard (La terra) negli anni Sessanta e i Bene ha-kefar (Figli del villaggio) negli anni Settanta, la Lista progressista per la pace, che presentò come secondo candidato il generale in pensione Mati Peled, ottenne due seggi in parlamento. 

La nuova Knesset reagì a questo modesto successo approvando nel 1985, con una maggioranza schiacciante e senza opposizione, un nuovo emendamento alla Legge fondamentale del Parlamento. Il comma 7a stabiliva per la prima volta in modo esplicito che non sarebbe stata autorizzata a partecipare alle elezioni per il parlamento israeliano alcuna lista che includesse nel programma uno dei seguenti obiettivi: «1. negare l’esistenza dello Stato d’Israele come Stato del popolo ebraico; 2. negare la natura democratica dello Stato; 3. incitare al razzismo». Malgrado la nuova legge, la Lista progressista per la pace non fu bloccata, ancora una volta in virtù dell’intervento della Corte suprema. 

In seguito comparvero altri partiti arabi i quali, pur muovendosi con cautela per non entrare esplicitamente in polemica con la legge, non smisero tuttavia di mettere pubblicamente in discussione la natura dello Stato. Una intera generazione di intellettuali palestinesi, troppo giovani per aver vissuto la Nakba e il regime militare e che si erano integrati nella cultura israeliana affiancandola a quella araba di partenza, cominciò a esprimere con crescente fermezza la propria insoddisfazione per la situazione politica: lo Stato in cui gli arabo-israeliani erano nati, di cui costituivano un quinto della popolazione e di cui erano formalmente cittadini a tutti gli effetti, sosteneva apertamente di non essere loro, ma di appartenere a un altro popolo che continuava in gran parte a vivere all’estero. 

domenica 4 gennaio 2026

Chi e cosa c’è dietro il piano statunitense per l’Ucraina - Jacques Baud

Da: Il Contesto | Analisi economica e geopolitica - Jacques Baud, saggista ed ex colonnello dell’intelligence svizzera specializzato in questioni russe ed europee, con impieghi presso la Nato e le Nazioni Unite.


Durante la conferenza stampa tenutasi a margine della sua visita diplomatica in Kirghizistan in occasione del vertice dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettivo, il presidente Putin è tornato sul piano in 28 punti predisposto dall’amministrazione Trump. Putin si è anche espresso in merito alle accuse mosse di recente contro Steve Witkoff, inviato speciale dell’amministrazione Trump. Nei giorni scorsi, «Bloomberg» ha pubblicato la trascrizione di una presunta telefonata confidenziale di cinque minuti intercorsa tra lo stesso Witkoff e il consigliere diplomatico del Cremlino Jurj Ushakov. Dalla trascrizione emerge che Witkoff avrebbe fornito al proprio interlocutore russo indicazioni in merito alla postura da adottare nei confronti del presidente Trump, e perfino riguardo al tipo di proposta diplomatica da predisporre. Secondo Putin, «coloro che attaccano Witkoff hanno una posizione di ostilità nei confronti del piano di pace di Trump, e vorrebbero continuare a rubare denaro di concerto con l’attuale governo di Kiev, combattendo fino all’ultimo uomo. In ogni caso, noi siamo pronti». Parliamo di tutto questo assieme a Jacques Baud, saggista ed ex colonnello dell’intelligence svizzera specializzato in questioni russe ed europee, con impieghi presso la Nato e le Nazioni Unite. 

Parte prima: 

                                                                          

Parte seconda: 
L’Occidente crede alla propria propaganda - Jacques Baud 


SITO, MAILING LIST, CANALI E PAGINE 

sabato 3 gennaio 2026

Caso Hannoun, la lunga mano di Israele sull’ordinanza del Tribunale di Genova - Lorenzo Poli

Da: https://www.pressenza.com - Lorenzo Poli 

Leggi anche: Gaza: come l’ingresso umanitario è diventato un affare miliardario - Eliana Riva

(Foto di Mohammed Hannoun - manifestazione pro-Pal) 

Il Caso Hannoun e le accuse a suo carico, e ad altri attivisti, stanno mettendo in scena uno spettacolo dell’assurdo. Persone che fino all’altro giorno sono state punto di riferimento democratico in Italia delle associazioni palestinesi, legalmente riconosciute, di punto in bianco sono state definite dalla magistratura e dai media come “terroriste”, con tanto di teorema giudiziario sui presunti finanziamenti ad Hamas (senza prove). Il tutto espresso con una certezza disarmante, ma senza prove.

Ma di questo non dobbiamo troppo preoccuparci: Nelson Mandela fu sempre considerato un pericoloso comunista dagli USA – che sostennero per decenni il regime dell’apartheid bianca in Sudafrica insieme ad altri Paesi occidentali – e fu arrestato nel 1960 grazie a una soffiata della CIA e soltanto il 1 luglio 2008 il presidente degli Stati Uniti George Bush firmò il provvedimento che lo cancellava dalla lista nera dei “terroristi”. Avete letto bene: fino al 2008 – 18 anni dopo la liberazione dal carcere, anni dopo la fine della sua presidenza sudafricana – fino all’età di 90 anni, gli Stati Uniti d’America hanno mantenuto il Premio Nobel per la Pace Mandela nell’elenco dei “terroristi”.

Questo episodio è emblematico di come le definizioni politiche di “terrorismo” possano essere soggettive e influenzate dagli interessi geopolitici del momento, trasformando un liberatore in un “terrorista” secondo la prospettiva di alcune nazioni.

venerdì 2 gennaio 2026

Gaza: come l’ingresso umanitario è diventato un affare miliardario - Eliana Riva

Da: https://pagineesteri.it - Eliana Riva Storica, giornalista, editrice, caporedattrice Pagine Esteri. (Eliana Riva


A Gaza l’aiuto non arriva come un flusso umanitario ma come una catena commerciale a pagamento, spezzata in passaggi sempre più minuti. L’ultima torsione è anche la più rivelatrice: le merci non “valgono” più per camion, ma per porzione, per unità, per bancale. Non perché qualcuno abbia scoperto d’un tratto l’efficienza del pallet, ma perché frammentare significa moltiplicare i punti di prelievo: più intermediazioni, più tariffe, più occasioni per trasformare la scarsità in margine. È l’esito di un sistema descritto con precisione dall’inchiesta “Kings of famine” di Mada Masr, basata su rivelazioni, interviste, database della Camera di commercio del Governatorato di Gaza e su documenti israeliani e palestinesi: in due anni, i fondi legati al “coordinamento delle merci” avrebbero superato 1 miliardo di dollari. Non stiamo parlando del valore dei beni, degli investimenti per l’acquisto né del costo dei mezzi e del carburante per il trasporto ma esclusivamente della tassazione, spesso in regime di monopolio, sull’entrata nella Striscia.

Il meccanismo si basa su un semplice presupposto: Israele controlla confini e valichi, decide cosa entra e cosa resta fuori, e in che modo. Su quel controllo, che non è mai neutro, si è costruita una rendita. Essenzialmente, due linee di profitto parallele: quella che Mada Masr chiama “linea egiziana”, con al centro l’imprenditore del Sinai Ibrahim al-Argany, e la “linea israeliana”, che passa dai valichi sotto controllo di Tel Aviv e da una rete di società autorizzate e operatori logistici palestinesi attivi nelle aree di passaggio. Entrambe, però, restano “sotto completo controllo israeliano”, perché l’ultima parola su permessi, ispezioni, transiti e divieti rimane a chi presidia i varchi e le liste di autorizzazione.

Per ricostruire come si è arrivati qui conviene seguire l’ordine dei fatti, perché per ogni fase della guerra c’è stato un cambio di regola, a cui il mercato si è adattato trovando nuove vie di profitto. 

giovedì 1 gennaio 2026

IL PUNTO SUL SUICIDIO DELL'UNIONE EUROPEA - Paolo Ferrero, Giacomo Gabellini

Da: dignità TV - Paolo Ferrero è un politico italiano. È stato segretario di Rifondazione Comunista dal 27 luglio 2008 al 2 aprile 2017 (Paolo Ferrero) - Giacomo Gabellini è un giovane ricercatore indipendente. (Il Contesto) -

                                                                             

... E Buon 2026 a Tutti!     (Il Collettivo) 

mercoledì 31 dicembre 2025

Europa - Massimo Bontempelli

Da: https://www.badiale-tringali.it - (da “Diciamoci la verità”, edizioni CRT, Pistoia 2001, pagg.31-33) -
Massimo Bontempelli (Pisa, 26 gennaio 1946 – Pisa, 31 luglio 2011) è stato uno storico e filosofo italiano.


L'Europa è presentata dai mezzi di comunicazione di massa e dal dibattito politico come un problema, in quanto è fatta apparire un luogo ideale di razionalità ed efficienza in cui il nostro paese dovrebbe inserirsi per diventare migliore, ad a cui tuttavia sembra permanentemente inadeguato. Basti pensare al lungo tormentone di alcuni anni fa riguardo alla possibilità o meno dell'economia e della finanza italiane di conformarsi ai parametri per l'adozione della moneta comune. Sembrò allora che il raggiungimento dei cosiddetti parametri di Maastricht costituisse la prova decisiva per il nostro popolo, ed ancora oggi lo schieramento di centro-sinistra si fa supremo vanto di aver conseguito quel risultato. Tuttavia l'ammissione del nostro paese al club della moneta unica europea è sempre presentata, oltre che come premio per l'opera di risanamento finanziario compiuta negli anni Novanta, anche come situazione che esige da esso ulteriori, continue innovazioni, affinché i suoi difetti strutturali non lo escludano poi per altri versi da un legame definitivo con la realtà transalpina. Rimanere fuori dell'Europa è, nel linguaggio cosiddetto politicamente corretto, sinonimo di declassamento, quando non addirittura di degradazione: senza l'aggancio all'Europa, si dice, l'Italia scivolerebbe inesorabilmente nel mondo maghrebino, si arabizzerebbe, diventerebbe sempre meno efficiente, razionale, moderna.

L'Europa, insomma, appare un problema perché appare il metro che misura la nostra civiltà, e perché su quel metro sembriamo non avere mai la misura giusta. Ma l'Europa appare un problema anche in un altro senso, perché si presenta sempre diversa da quello che è ritenuto debba essere in quanto Europa, e cioè una nuova grande nazione che ha superato tutti i vecchi nazionalismi con i loro rovinosi conflitti, e una potenza politica capace di svolgere un ruolo su scala mondiale. Si lamenta, allora, che i vari paesi europei non riescano a mettere da parte i loro contrapposti egoismi da cui sono divisi, che non siano in grado di concertare una politica estera comune, che non sappiano svolgere un ruolo autonomo sulla scena mondiale, e che l'Europa non sia un'Europa politica, ma un'Europa della banche.

martedì 30 dicembre 2025

Marx America First - Frasi di Marx n.9.


Il capitale non ha una patria e si dirige dove trova il massimo rendimento. Gli Stati Uniti confermano questa tesi con la loro svolta protezionistica: quando non si riesce più a dominare i mercati mondiali con il "libero scambio", si adotta il nazionalismo economico come ultima risorsa. 
In questo video, spiego perché il protezionismo americano è la pubblica confessione del suo declino imperiale, come Wall Street abbia distrutto la propria industria con quattro decenni di finanziarizzazione e perché le promesse di "reindustrializzazione" siano materialmente impossibili da realizzare. 
Perché l'Inghilterra predicava il libero scambio nel XIX secolo, ma adottava preferenze imperialistiche di fronte alla concorrenza? Come sono passati gli Stati Uniti dall'inondare il mondo con i loro prodotti alla chiusura delle frontiere, quando la Cina li ha superati settore per settore? Perché i lavoratori che hanno votato Trump, credendo di poter recuperare posti di lavoro ben pagati nell'industria, dovrebbero solo assumere atteggiamenti patriottici, mentre il capitale continua a fluire dove produce i maggiori profitti? 
Ve lo spiegherò attraverso la mia analisi storica, mostrando come il fascismo svolga la sua funzione classica: incanalare la legittima rabbia degli sfruttati verso capri espiatori accuratamente selezionati (es. i migranti), lasciando completamente intatto il sistema che in realtà causa la loro miseria. 
Il nazionalismo borghese è la forma che assume il dominio capitalistico quando la democrazia formale non riesce più a contenere le sue contraddizioni esplosive, dimenticando che l’estensione planetaria del capitalismo nella fase attuale non può riprodursi se gli vengono imposti dei limiti. In questo contesto è anche inimmaginabile l’ipotesi di una svolta autarchica in paesi che non hanno le risorse necessarie alla riproduzione dei loro sistemi economici (Europa), o non hanno materie prime indispensabili come il petrolio pesante del Venezuela o della Russia (Usa). L’illusione è che con atti di forza, del tutto illegittimi, si possano raggiungere i propri obiettivi in un mondo in cui il predominio euroatlantico si trova in una grandissima crisi. 
Ma il capitalismo non può abbandonare la sua legge morale (“produrre il massimo possibile di plusvalore”, Marx, Capitolo IV inedito) basata sulla più spietata concorrenza, quando solo la cooperazione potrebbe farci superare l’attuale crisi sistemica. 
Alessandra Ciattini
                                                                            

Bibliografia 
Marx K., Il Capitale, Libro I, capitolo VI inedito, Firenze 1969.

lunedì 29 dicembre 2025

USA E IL BOOMERANG CON IL VENEZUELA - Pino Arlacchi

Da: Pino Arlacchi - Originale: ilfattoquotidiano.it | 27 dicembre 2025 - Pino Arlacchi è un sociologo, politico e Ex vice-segretario dell'Onu. (Pino Arlacchi). 

Leggi anche: Invasione-suicidio: ecco perché Trump fallirà col Venezuela - Pino Arlacchi 


L'ILLUSIONE MILITARE OCCIDENTALE 

Nei confronti di Maduro l’America e i suoi alleati stanno ripetendo la stessa prova di imbecillità e paranoia messa in atto con la Russia, che doveva finire in ginocchio per le sanzioni.


Mi trovavo a Caracas due mesi fa, ospite di un Forum internazionale. Trump tuonava da tempo minacce d’invasione e guerra. 

Una formazione navale Usa si trovava a circa 700 km a Nord della capitale. Ma la città e il Paese apparivano immersi in una calma surreale. Niente coprifuoco né proclamazione d’emergenza nazionale, zero panico di massa. Piazze e strade illuminate. Nessuna fuga dai centri urbani né assalto a supermercati e distributori di benzina. Incoscienza latina? Testa sotto la sabbia? Strategia governativa di rassicurazione e minimizzazione del pericolo? Quest’ultimo punto veniva smentito dalla presenza, nella piazza antistante l’evento cui partecipavo, di un meeting della milizia popolare nazionale, una forza passata da 5 a 7 milioni di unità dopo l’intensificazione degli attacchi Usa. Ma anche qui niente discorsi accesi. La sindaca di Caracas e il ministro della difesa, all’ingresso della sala del Convegno, conversavano pacatamente con gli ospiti accrescendo il mio senso di sconcerto. Solo dopo il mio ritorno, ripensando il tutto alla luce di quanto ho scritto sulla guerra che non ci sarà tra Cina e Usa, ho elaborato una risposta compiuta. 

Il punto di partenza è il punto-nave della portaerei Gerald Ford, meraviglia tecnologica ed estetica che viene alla grande in tv, ma è in realtà una bara galleggiante, un potenziale rottame che deve stare ad almeno 700 km dalla costa per non essere colata a picco da missili e droni venezuelani. Come tutte le altre navi della vulnerabile Armada. Se la supremazia militare Usa fosse quella di un tempo, le navi si troverebbero a 7 e non a 700 km di distanza dalla costa. Stazionerebbero nelle acque di Trinidad, isola quasi attaccata al Venezuela, e il cui governo ha dato pieno accesso alla flotta Usa. Starebbero lì a fare il tiro a segno contro città, porti, centrali elettriche, raffinerie. Avrebbero concluso in poche settimane la missione, eliminato Maduro e il chavismo, installato la Machado di turno e preso possesso dell’agognato petrolio. Le forze armate si sarebbero divise, e la popolazione riversata nelle piazze celebrando la fine della feroce tirannia. Ma è wishful thinking occidentale, un esercizio d’imbecillità e paranoia simile a quello che aveva visto la Russia in ginocchio sotto le sanzioni, Putin malato e fuori gioco, Ucraina e Ue trionfanti sotto la spinta di una furia popolare antirussa, guidata da una leadership euroamericana rispettata e ammirata ovunque. Beh, abbiamo visto com’è andata qui, e siamo all’inizio di come andrà in Venezuela. 

domenica 28 dicembre 2025

Per il Socialismo - Alessandra Ciattini

Da: https://volerelaluna.it - https://giuliochinappi.com - Alessandra Ciattini (collettivo di formazione marxista "Stefano Garroni”) ha insegnato Antropologia culturale alla Sapienza, collabora con https://www.unigramsci.it


"Marx e Engels scrivevano nel Manifesto che la lotta fra le classi può esitare, nel caso che nessuna di esse riesca a prevalere, nella distruzione delle classi stesse e della società nel suo complesso. A me sembra che oggi ci si trovi in una condizione di questo genere. Una grande ricchezza teorica ed etica occupa gli scaffali delle biblioteche: una terribile povertà, e non solo materiale, imperversa in un mondo paradossalmente oppresso da un ' ipertrofia finanziaria mai vista in precedenza. La "legge del valore" sembra infine ridursi alla feroce sentenza che l'uomo non vale nulla e il denaro tutto. E mi tornano in mente i versi di una vecchia canzone di De Gregori (Titanic): "Il capitano disse al mozzo di bordo/ "Giovanotto, io non vedo niente/ c'è solo un po' di nebbia che annuncia il sole/ andiamo avanti tranquillamente". Invece c'era l'iceberg... (A. Bellacicco, per il collettivo)

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Mi pare opportuno iniziare questo intervento sulla necessità di tornare a parlare di socialismo con una definizione di quest’ultimo. Infatti, regna molta confusione attorno a noi, che viviamo in un mondo situato sotto un cielo oscuro illuminato solo dai terribili lampi lanciati dagli strumenti bellici più avanzati e più distruttivi. In primo luogo, per affrontare questo difficile tema, occorre prendere atto, benché le attuali classi dirigenti delle società a capitalismo avanzato (il cosiddetto Occidente, che non coincide con l’Occidente geografico) si rifiutino di farlo, che quest’ultimo, passato negli ultimi decenni attraverso varie fasi, è tragicamente fallito, almeno per la maggioranza della popolazione mondiale, mostrando oggi tutta la sua irrazionalità, brutalità e spietatezza. Soprattutto non si sono realizzate le sue esagerate promesse di benessere e prosperità per tutti, dell’abbattimento dei sistemi autoritari, della diffusione della cosiddetta democrazia, di un futuro di pace etc.; promesse che sostanzialmente si fondavano sulla balzana teoria dello sgocciolamento: la ricchezza prodotta dalle “libere imprese” e incamerata dai proprietari dei mezzi di produzione sarebbe scivolata verso il basso, sollevando dalla miseria coloro che stavano alla base della piramide sociale. Come sappiamo, invece, i poveri si sono ulteriormente impoveriti e i ricchi si sono arricchiti in modo osceno. 

Per noi, che non abbiamo creduto alla democrazia formale (Canfora parla giustamente di sistemi rappresentativi e non democratici), né al ruolo salvifico della Ue, né alla fine della guerra fredda dopo “l’apertura del muro di Berlino”, ciò non costituisce una grande scoperta. E non perché siamo più intelligenti degli altri, ma perché sappiamo – grazie a chi ha studiato questi temi – che il capitalismo è un sistema insaziabile volto sempre alla massimizzazione dei profitti, senza nessuna preoccupazione per le esigenze della popolazione mondiale, anzi spesso in contrasto con queste ultime. Tuttavia, questo processo, descritto talvolta come un fluido che scorre, incontra ostacoli e deve superare stridenti contraddizioni, per David Harvey addirittura diciassette. Per questa ragione il capitalismo tenta sempre di rimodellarsi per sopravvivere, ma prima o poi è costretto a fare i conti con gli impedimenti incontrati, benché possa anche salvarsi in extremis.

sabato 27 dicembre 2025

L’allarme di Orban: l’Unione Europea ci porta alla guerra - Gianandrea Gaiani

Da: Il Contesto | Analisi economica e geopolitica -  Gianandrea Gaiani. Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa (https://www.analisidifesa.it/). 

Mentre i negoziati tra Russia, Ucraina, Stati Uniti e Unione Europea si trascinano faticosamente, a Mosca, un ordigno esplosivo collocato sotto il telaio di un’automobile ha assassinato il generale Fanil Sarvarov, a capo del Dipartimento di Addestramento Operativo dello Stato Maggiore russo. La portavoce del comitato investigativo russo Svetlata Petrenko ha ipotizzato fin da subito il coinvolgimento dei servizi di sicurezza ucraini nell’attentato, specialmente alla luce dei numerosi precedenti – dalla giornalista Darya Dugina al generale Igor Kirillov. Parallelamente, il Consiglio d’Europa ha stabilito che il finanziamento dell’Ucraina verrà espletato attraverso l’erogazione di un prestito a tasso zero a favore di Kiev garantito dal bilancio europeo. L’intesa, raggiunta con l’astensione di Slovacchia e Ungheria che non parteciperanno allo sforzo al pari della Repubblica Ceca (che ha votato però a favore), sancisce la marginalizzazione della linea oltranzista sposata dai vertici della Commissione Europea (Ursula Von der Leyen e Kaja Kallas) e dal cancelliere Friedrich Merz che puntava al reimpiego dei fondi russi congelati a favore dell’Ucraina. Secondo la premier Giorgia Meloni, il verdetto sfornato dal Consiglio d’Europa indica che «ha prevalso il buon senso». Per il primo ministro magiaro Viktor Orban, invece, l’intesa sul credito da 90 miliardi di euro, a cui l’Ungheria non parteciperà al pari di Slovacchia e Repubblica Ceca, rappresenta un passo avanti verso il baratro. Il leader ungherese sottolinea che «il rimborso non è legato alla crescita economica o alla stabilizzazione, ma alla vittoria militare. Per recuperare questo denaro, la Russia dovrebbe essere sconfitta». Questa «non è la logica della pace, ma quella della guerra. Un prestito di guerra rende inevitabilmente i suoi finanziatori interessati alla continuazione e all’escalation del conflitto, perché una sconfitta significherebbe anche una perdita finanziaria. La logica bellica di Bruxelles si sta quindi intensificando. Non sta rallentando, ma si sta istituzionalizzando. Il rischio oggi è maggiore che mai, perché la continuazione della guerra è ora associata a un interesse finanziario». Ne parliamo assieme a Gianandrea Gaiani, giornalista, saggista e direttore della rivista «Analisi Difesa».

                                                                           

venerdì 26 dicembre 2025

Rebranding del genocidio - Chris Hedges

Da: https://www.lantidiplomatico.it - Originale: https://scheerpost.com -  Chris Hedges è un giornalista vincitore del Premio Pulitzer, è stato corrispondente estero per quindici anni per il New York Times, dove ha lavorato come capo dell'Ufficio per il Medio Oriente e dell'Ufficio balcanico per il giornale. - 


Non vedo il male, non sento il male, non parlo del male — di Mr. Fish 

In primo luogo, Israele aveva il diritto di difendersi. Poi è diventata una guerra, anche se, secondo  i dati dell'intelligence militare israeliana , l'83% delle vittime erano civili. I 2,3 milioni di palestinesi di Gaza,  che vivono sotto un blocco  aereo, terrestre e marittimo israeliano  , non hanno esercito, aviazione, unità meccanizzate, carri armati, marina, missili, artiglieria pesante, flotte di droni killer, sistemi di tracciamento sofisticati per mappare tutti i movimenti, né un alleato come gli Stati Uniti, che hanno  fornito  a Israele almeno 21,7 miliardi di dollari in aiuti militari dal 7 ottobre 2023.

Ora è un "cessate il fuoco". Solo che, come al solito, Israele ha rispettato solo la prima delle 20 clausole. Ha  liberato  circa 2.000 prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane – 1.700 dei quali detenuti dopo il 7 ottobre –  e  circa 300 corpi di palestinesi, in cambio della restituzione dei 20 prigionieri israeliani rimasti.

Israele ha  violato  ogni altra condizione. Ha gettato l'accordo – mediato dall'amministrazione Trump senza la partecipazione palestinese – nel fuoco insieme a tutti gli altri  accordi  e patti di pace riguardanti i palestinesi. La violazione estesa e palese da parte di Israele degli accordi internazionali e del diritto internazionale – Israele e i suoi alleati si rifiutano di rispettare  tre serie  di  ordinanze giuridicamente  vincolanti   della Corte Internazionale di Giustizia (CIG) e due  pareri consultivi della CIG , nonché la  Convenzione sul Genocidio  e  il diritto internazionale umanitario  – presagisce un mondo in cui la legge è ciò che i paesi militarmente più avanzati affermano che sia. 

Il  finto piano di pace  – il "Piano globale del presidente Donald J. Trump per porre fine al conflitto di Gaza" – in un clamoroso tradimento del popolo palestinese, è stato  approvato  dalla maggior parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite a novembre, con  l'astensione di Cina  e  Russia  . Gli stati membri si sono lavati le mani di Gaza e hanno voltato le spalle al genocidio.