lunedì 29 giugno 2026

La pericolosità degli Stati Uniti - Alessandro Volpi

Da: Alessandro Volpi - Alessandro Volpi docente di Storia contemporanea, di Storia del movimento operaio e sindacale e di Storia sociale presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. - Alessandro Volpi

Leggi anche: Il debito federale (pubblico) degli Stati Uniti - Alessandro Volpi 

Vedi anche: Quali sono i segreti della finanza? - La lezione di Alessandro Volpi 

La pericolosità degli Stati Uniti sta in alcuni numeri molto esplicitii. Ne ho già scritto ma voglio provare a metterli in fila con chiarezza. 

1) Il debito federale è ormai vicino ai 40 mila miliardi di dollari. Il costo annuo degli interessi è di 1200 miliardi di dollari. I rendimenti dei titoli decennali sono superiori al 4,5. L'assicurazione contro il rischio di insolvenza del debito degli Stati Uniti è la più costosa tra quelle per i debiti dei principali paesi del mondo. I compratori esteri del debito Usa sono scesi al 25% del totale e le aste vedono una domanda non molto più ampia dell'offerta, per cui è fondamentale l'intervento delle banche americane che sono però imbottite di titoli che valgono sempre meno. Oggi il debito pubblico americano è pari al 40% del debito pubblico globale. 

2) Il dollaro ha perso l'11% rispetto ad un paniere di valute globali e continua a registrare una tendenza la ribasso che non è giustificata solo con la volontà dell'amministrazione statunitense di favorire le esportazioni con una moneta debole, ma ha a che fare con una crisi di credibilità internazionale. La percentuale di asset in dollari delle banche centrali del pianeta è crollato a poco più del 50% e nel caso dei fondi sovrani è sceso ulteriormente al 48%. 

3) il disavanzo delle partite correnti ha raggiunto il record di essere pari ai 2/3 del disavanzo globale del pianeta, mentre il disavanzo commerciale, pure essendosi parzialmente ridotto, continua ad essere pari a circa 56 miliardi di dollari a maggio 2026. 

4) La produzione industriale statunitense è ferma a poco più dello 0% e gli Stati Uniti producono il 15% dei beni manifatturieri mondiali contro il 35% della Cina. 

5) L'inflazione a giugno ha superato il 4,2% in costante crescita e il perdurare della crisi di Hormuz la farà crescere ulteriormente. In questo senso sono fallite le speranze di Trump di non importare gli effetti inflazionistici della guerra e dei dazi, facendo immaginare in maniera sempre più concreta la prospettiva di un aumento dei tassi da parte della Fed di Kevin Warsh che genererà un effetto duro sul costo del debito pubblico e privato. Questo farà contrarre i consumi, che negli Stati Uniti avvengono in base al debito e costituiscono un elemento primario nella formazione del Pil, stimato a fine 2026 intorno all'1,5%. 

6) Le borse statunitensi sono in piena bolla finanziaria. Il rapporto Prezzo/Utili stimati a 12 mesi e di 21,5. Questo dato è significativamente superiore alla media storica degli ultimi 25 anni (che si attesta intorno a 17,6x). Indica che il mercato è "caro" e che gli investitori stanno pagando un premio elevato per ogni dollaro di utile atteso. Il mercato infatti sta scontando una crescita degli utili del 12-14% per il resto del 2026. Se la produzione industriale continua a segnare lo 0,1% o se i consumi dovessero flettere a causa dell'inflazione (al 4,2%), le società non riusciranno a soddisfare queste aspettative, innescando una correzione violenta dei prezzi. 

In estrema sintesi, gli Stati Uniti hanno giganteschi debiti, dipendono in maniera determinante dai prestiti fatti dai risparmiatori e dagli investitori mondiali, non possono più stampare nuovi dollari per coprire il debito e producono sempre meno. Per questo il dollaro sta perdendo terreno. A fronte di ciò registrano una gigantesca bolla finanziaria, sganciata dalla realtà e sorretta, di nuovo, dal trasferimento dei risparmi globali verso i titoli Usa in larga misura per la mediazione decisiva dei grandi gestori, a cominciare da BlackRock. Inoltre, e si tratta di un dato decisivo, scontano un'inflazione che riduce il potere d'acquisto di larga parte della popolazione Usa, afflitta dagli alti tassi di interesse imposti proprio dall'inflazione e dal dollaro debole. 

Da tutto ciò deviva la pericolosità dell'ex Impero, che si trova a fare i conti con un vero e proprio cambiamento epocale di ruolo nelle gerarchie mondiali; un cambiamento che la politica e persino la cultura popolare degli Stati Uniti dovrebbero affrontare, dopo aver coltivato per decenni il culto del primato. Mi sembra che sia una situazione davvero difficile, e pericolosa.

domenica 28 giugno 2026

I russi a Kostyantynivka e avanzano verso Kramatorsk e Slovyansk - Gianandrea Gaiani

Da: https://www.analisidifesa.it - Foto TASS e Kommersant - Mappe: ISW, AMK E RVvoenkor - Gianandrea Gaiani. Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa (https://www.analisidifesa.it/). 

Da settimane è in atto una vasta campagna di disinformazione (l’ennesima) condotta dall’Ucraina e sostenuta dalla gran parte di politica e media in Europa, con l’obiettivo di enfatizzare gli attacchi dei droni ucraini contro obiettivi sul territorio russo celando quasi completamente la drammatica situazione creatasi in diverse aree dei 1.300 chilometri di fronte in territorio ucraino e in particolare nella “cintura delle fortezze” tenute dalle truppe di Kiev nella regione di Donetsk.

La situazione più grave per gli ucraini si registra a Kostyantynivka (per i russi Kostantinovka) dove i russi sono penetrati in maggio e che è ormai in buona parte sotto il controllo delle truppe di Mosca al netto di alcune sacche di resistenza ucraina disseminate in diverse zone dell’area urbana e in particolare nel centro-città, ormai completamente circondato dai russi. 

L’importanza cruciale di Kostyantynivka per la stabilità dell’intero fronte di Donetsk appare evidente osservando la mappa: la sua caduta significherebbe l’effettiva apertura di uno spazio operativo diretto per l’avanzata delle Forze Armate russe verso Druzhkivka e Kramatorsk, più a nord. 


La prima cittadina è già oggetto di pesanti bombardamenti con droni, artiglieria e bombe plananti lanciate dagli aerei russi: qui, secondo blogger ucraini, starebbero ripiegando i reparti di Kiev riusciti a ritirarsi dagli ultimi quartieri settentrionali di Kostyantynivka non ancora raggiunti dai russi. Alcune unità ucraine si erano precedentemente e gradualmente ritirate dalle zone centrali della città verso nord-ovest a causa della minaccia di essere accerchiate, ammettono analisti militari ucraini.

Una ritirata “spontanea”, o forse decisa dai comandanti sul terreno per mettere in salvo compagnie e battaglioni ma non certo disposta dal quartier generale poiché, come è già accaduto molte volte in passato, il generale Oleksander Syrsky, alla testa delle forze armate, continua a ostinarsi a non ordinare la ritirata a nessun reparto né alle guarnigioni dell’Esercito Territoriale che presidiano città e villaggi.

Una scelta che prolunga i tempi degli assedi russi ma sacrifica truppe, armi e mezzi svuotando l’esercito ucraino di militari addestrati che avrebbero potuto continuare a combattere difendendo linee più corte e posizioni più arretrate e meno svantaggiose. 

sabato 27 giugno 2026

Caso Palantir: l’azienda che potrebbe aiutare i governi ad attuare la sorveglianza di massa - Maria Bosco, Silvia Benevenuta

Da: Geopop - Maria Bosco Laureata in matematica e ingegneria matematica, dal 2024 è redattrice e volto del portale di divulgazione scientifica Geopop. - Silvia Benevenuta Laureata in Matematica con un dottorato in Bioinformatica. Ha fatto ricerca nel campo dell'intelligenza artificiale e delle sue applicazioni all'ambito biomedico.

Leggi anche: La Repubblica Tecnologica di Palantir ha bisogno del pensiero reazionario per autogiustificarsi - Alessandra Ciattini 

Il feticismo dell'Intelligenza Artificiale - John Bellamy Foster

La Palantir Technologies, azienda statunitense che si occupa di analisi di big data e sviluppo di software AI, sta suscitando polemiche perché "potrebbe aiutare i governi ad operare un controllo di massa". 
Si tratta di una delle imprese tecnologiche più potenti al mondo, ma che il grande pubblico non conosce. Bersaglio di crescenti critiche per la collaborazione con l’ICE americana, Palantir vende ad aziende e governi di molti paesi - Usa e Regno Unito - software in grado di collegare tra loro miliardi di dati diversi - militari, finanziari, personali - con l’intento di individuare in anticipo possibili minacce, come quelle terroristiche. 
In questo video vedremo cos’è Palantir, cosa fa davvero, qual è l’ideologia dei suoi fondatori e che impatto ha su di noi. (Geopop


venerdì 26 giugno 2026

COME SFIORISCE LA DEMOCRAZIA - Luciano Canfora

Da: "Il Corriere della Sera", 21 giugno 2026 - Luciano Canfora, filologo, storico, saggista, professore emerito dell’Università di Bari, membro del Consiglio scientifico dell’Istituto dell’Enciclopedia italiana e direttore della rivista Quaderni di Storia, Dedalo Edizioni. (Luciano Canfora Podcast

Leggi anche: ESPERIENZA E EDUCAZIONE - John Dewey 

L'UNITA DELLA SCIENZA COME PROBLEMA SOCIALE - John Dewey 


I saggi di Marco Revelli (Laterza) e di Bernie Sanders (Chiarelettere) denunciano un'involuzione sempre più allarmante. 

Il crollo drammatico della partecipazione popolare al voto testimonia la gravità della crisi. 

La distruzione dei partiti, attraverso una campagna martellante, ha prodotto conseguenze disastrose. 

Marco Revelli ha in comune con Bernie Sanders la fiducia nella possibilità di rivitalizzare il meccanismo, notoriamente inceppato, della democrazia politica nei Paesi nei quali di essa ancora si discorre (Stati Uniti e parte dell’Europa). 

Revelli lo fa in un libro lucidamente pessimistico tranne che nel capitolo finale ("La democrazia è antiquata", Laterza); Sanders lo propone con slancio giovanile da un capo all’altro del suo recente pamphlet "Contro l’oligarchia" (Chiarelettere). 

Revelli punta su di una opera di rieducazione: «Occorrerà — scrive — una diffusa, impegnativa, paziente opera pedagogica, di pedagogia dal basso, da parte delle élite culturali che vorranno parteciparvi e dai settori di società che se ne sentiranno coinvolti»; obiettivo: «ricostruire un senso condiviso di orgoglio per la propria libertà e di responsabilità per il proprio vivere in comune»; «impresa improba», commenta. 

Sanders è lineare: lo scontro — è questo il succo del libro — è tra popolo e oligarchia, e l’oligarchia — spiega — sono gli ultraricchi. 

Egli è efficace nel descrivere la pessima condizione di vita dei cittadini statunitensi (il 58% ritiene che la vita sia peggiorata rispetto a cinquanta anni fa); ne deduce — con un salto logico — che «il popolo americano vuole un cambiamento reale» e propone un vasto programma di governo, al cuore del quale pone significativamente «dare a tutti una istruzione di qualità». 

Piace ricordare, a questo proposito, che il nesso educazione (permanente)-democrazia, col corollario che al venir meno della prima deperisce la seconda, era un cardine del pensiero politico di un troppo dimenticato pensatore americano: John Dewey (1859-1952). 
Ci riferiamo, in particolare, al suo "Democracy and Education" (1916). 

Il pregio peculiare di entrambi i libri non sta, forse, però tanto nelle proposte — in fondo assodate e comunque di lunga lena — quanto piuttosto nella parte analitica. 

Quella sviluppata da Sanders è un potente affresco, anzi una mappa, dell’attuale oligarchia planetaria. 

giovedì 25 giugno 2026

La maschera razionale della nuova barbarie - Paolo Massucci

Da: https://www.lacittafutura.it - Paolo Massucci, Collettivo di formazione marxista Stefano Garroni. (Paolo Massucci - Paolo Massucci

Nella nostra epoca del tardo capitalismo riemergono, con l’eclissi della prassi e l’apoteosi del profitto privato, inquietanti ideologie irrazionaliste e anti-umaniste.

Nel crepuscolo delle democrazie liberali, dove l’asimmetria tra capitale e lavoro ha raggiunto vette distopiche, l’ideologia dominante smette le vesti rassicuranti del progresso per indossare quelle, apparentemente asettiche, del calcolo statistico. Il presente intervento intende porre l’attenzione su alcuni significativi sviluppi ideologici che accompagnano il processo attuale di concentrazione della ricchezza mai raggiunto nella storia umana, fenomeno questo connesso alla grave crisi della democrazia e delle basi del diritto internazionale, le cui conseguenze sono ormai sotto gli occhi di tutti.

Nassim Nicholas Taleb, saggista, filosofo epistemologo libanese-statunitense, nel suo fortunato saggio Antifragile (Il Saggiatore S.r.l., Milano 2024), si erge a vate dell’efficienza del “sistema", proponendo una visione del mondo che, pur rivendicando una radice ancestrale contro la tecnocrazia, opera una delle più feroci svalutazioni dell’umano mai prodotte dal pensiero contemporaneo.

Ci troviamo di fronte a un bivio epocale: la storia è ancora il terreno della prassi umana o è divenuta un mero processo di ottimizzazione stocastica? 

Il tramonto di Hegel e la negazione dell'etica kantiana

mercoledì 24 giugno 2026

Nato Russa Ucraina nello scenario dell'Eurasia - Marco Pondrelli

Da: la Città Futura - Marco Pondrelli è direttore dell'associazione Marx21 e autore di libri riguardanti l'Eurasia e il conflitto tra Ucraina, Russia e NATO. 

Leggi anche: (U.S.)America nell'epoca Tecnetronica*- Zbigniew Brzezinski (1968) 

Brzezinski e la futurologia. (America in the Technetronic Age)* - Alessandra Ciattini 

L’importanza dell’Eurasia - Alessandra Ciattini

Nel video Alessandra Ciattini intervista Marco Pondrelli, direttore dell'associazione Marx21 e autore di libri riguardanti l'Eurasia e il conflitto tra Ucraina, Russia e NATO. Secondo Pondrelli l'opera "La grande scacchiera" di Zbigniew Brzezinski spiega bene le origini del conflitto, giacché in esso l’autore teorizzava la necessità di staccare l'Ucraina dalla Russia per impedire la proiezione russa in Europa. Scopo di questa strategia è quello di bloccare un'eventuale alleanza tra la Russia e l'Europa, in particolare la relazione economica commerciale con la Germania, temuta dalle potenze anglosassoni, Queste ultime vorrebbero impadronirsi delle straordinarie risorse russe in vista di un futuro scontro con la Cina. 

martedì 23 giugno 2026

Qualche riflessone sull'enciclica di Leone XIV Magnifica humanitas - Roberto Fineschi

Da: https://marxdialecticalstudies.blogspot.com - https://www.sinistrainrete.info/politica -  Roberto Fineschi (Roberto_Fineschi) è docente alla Siena School for Liberal Arts. Ha studiato filosofia e teoria economica a Siena, Berlino e Palermo. Fra le sue pubblicazioni: Marx e Hegel (Roma 2006), Un nuovo Marx (Roma 2008) e il profilo introduttivo Marx (Brescia 2021). È membro del comitato scientifico dell’edizione italiana delle Opere complete di Marx ed Engels, dellInternational Symposium on Marxian Theory e della Internationale Gesellschaft Marx-Hegel für dialektisches Denken. (Roberto Fineschi - Marx. Dialectical Studies). - 
Sulla "MAGNIFICA HUMANITAS" di Prevost - Paolo Desogus
Fratelli di tutto il mondo, affratellatevi! Brevi note sul “papa comunista” - Roberto Fineschi


La mia tradizionale passione/perversione per le questioni ecclesiastiche mi ha ovviamente portato a leggere la prima enciclica di Leone XIV, dal titolo Magnifica humanitas, dedicata alla dottrina sociale della chiesa, con particolare attenzione alla questione scottante dell’Intelligenza Artificiale[1].

Disclaimer importante: come sempre queste mie riflessioni non riguardano il vasto mondo cristiano e cattolico nel suo complesso, composto di molte anime e realtà; al solito, mi riferisco alle posizioni ufficiali della gerarchia vaticana che si manifestano attraverso documenti come encicliche, il catechismo, ecc.. E, al solito, non si intende punzecchiare la spiritualità personale di alcuno con commenti arditi, ma solo discutere di questioni teoriche e storiche legate specificamente a quelle posizioni con i loro risvolti politici e sociali.

Il tema preponderante dell’Intelligenza artificiale non è però isolato; il papa riprende molte delle questioni chiave del magistero sociale della chiesa, non a caso inaugurato dal suo omonimo predecessore Leone XIII con la celeberrima Rerum Novarum. Questa è l’occasione per ribadire alcuni dei principi basilari - e per larghi aspetti controversi - di tale magistero.

Pur tra tutti i distinguo possibili, premetto che è da sottolineare la netta presa di posizione contro la guerra e la degradazione della dignità umana nelle dinamiche correnti; nel far questo, quella del papa è voce quasi unica nel panorama internazionale che conta. Ciò va evidenziato e ne va dato merito.

Per quanto riguarda la parte più nettamente dedicata ai problemi legati all’intelligenza artificiale e alla digitalizzazione, l’enciclica ricalca le considerazioni già da tempo diffuse in ambito critico in quanto a possibile manipolazione, intesa non solo come mero condizionamento esterno, ma come creazione disfunzionale della personalità, alla pericolosa eterodirezione e automazione dei processi decisionali in campo economico, sociale, educativo, ecc. In questo non è particolarmente originale per chi abbia un minimo di familiarità con tali argomenti; i moniti vanno comunque per lo più nella direzione giusta. Molto più “leggera” invece la parte propositiva, l’elaborazione di alternative, la proposta di un modello in positivo[2]. Qui, a mio avviso, emergono alcuni aspetti “filosofici” più interessanti, che meritano qualche considerazione aggiuntiva proprio per evitare da una parte l’indifferenza, ma dall’altra i facili entusiasmi, tanto più spontanei quanto più è solitaria la voce di denuncia del papa contro le malefatte del capitale mondiale.

Ritenere infatti che la comune denuncia delle situazioni più esecrabili implichi di per sé la coincidenza di vedute su possibili vie d’uscita o sulle premesse teoriche da cui la critica muove è il facile errore in cui non si deve cadere e in cui invece molti cadono, proprio per il cattolicesimo implicito e mal digerito che alberga in molti (anche rivoluzionari di sinistra). Cercherò dunque di porre l’attenzione sulle premesse in questione e sul loro carattere aporetico, paradossalmente messo in luce nell’enciclica stessa. Aporie tutte implicite nel titolo, la “magnifica umanità”.

Un’ultima premessa. Non prenderò qui in considerazione le questioni più strettamente legate alla dottrina sociale della chiesa, in quanto le ho già discusse varie volte in altre sedi; esse non subiscono alcuna modifica in questa nuova versione[3].

lunedì 22 giugno 2026

Il feticismo dell'Intelligenza Artificiale - John Bellamy Foster

Da: https://www.antropocene.org - Fonte: Monthly Review Vol. 78, n. 01 (01.05.026) - John Bellamy Foster è direttore della Monthly Review. e docente di sociologia presso l’Università dell’Oregon.John Bellamy Foster  - 


In questo articolo John Bellamy Foster affronta questioni radicali in merito all'intelligenza artificiale e al suo ruolo nell'odierna società capitalista. «Le grandi case dell'IA sono divise tra loro, e non possono reggere», scrive Foster, «se l'umanità vuole progredire, le forze e i rapporti di produzione devono essere rivoluzionati insieme… creando un mondo basato sullo sviluppo umano sostenibile». 

Gli Stati Uniti stanno vivendo una nuova era di concentrazione e centralizzazione del capitale finanziario monopolistico, caratterizzata dal boom dell’intelligenza artificiale (IA). Gli economisti di S&P Global stimano che negli Stati Uniti, nella prima metà del 2025, «l’80% dell’aumento della domanda interna privata finale» sia attribuibile alla spesa per «data center e relative spese in conto capitale nel settore high-tech».[1] Questo massiccio investimento nei data center è sostenuto da gigantesche società high-tech, il cui numero si può facilmente contare sulle dita di una mano. Queste società sono comunemente indicate nel settore come “hyperscaler”, termine che indica le mega-società che dominano il cloud computing. In base agli investimenti nei data center all'inizio del 2026, vi figurano Microsoft, Amazon Web Services, Google (Alphabet) e Meta, che costituiscono le «Grandi Case dell'IA».[2] Queste gigantesche entità monopolistiche figurano tutte anche tra le prime sei società statunitensi per capitalizzazione di mercato. (Nvidia, la più grande azienda per capitalizzazione di mercato all’inizio del 2026, non è di per sé leader nel cloud computing, ma detiene invece il monopolio dell’80-90% dei chip GPU per supercomputer.) Secondo Bloomberg, Microsoft, Amazon Web Services, Alphabet/Google e Meta hanno investito complessivamente 150 miliardi di dollari nel 2022 e 360 miliardi di dollari nel 2025, mentre prevedono di spendere 650 miliardi nel 2026. In confronto, «si prevede che le più grandi case automobilistiche con sede negli Stati Uniti, i produttori di macchinari per l'edilizia, delle ferrovie, l'industria della difesa, gli operatori telefonici, e le aziende di servizi di consegna, insieme a ExxonMobil Corp., Intel Corp., Walmart Inc. e le società spin-off di General Electric - 21 aziende in totale - spenderanno complessivamente 180 miliardi di dollari nel 2026».[3] 

domenica 21 giugno 2026

Sulla ipocrisia delle élite accademiche che si “oppongono” a Netanyahu… -

Da: https://pungolorosso.com - https://www.facebook.com - Yitzhak Laor è un poeta, scrittore e giornalista israeliano.

Leggi anche: Il sionismo ideologia razzista di un movimento coloniale - Ilan Pappé 

La sparizione della Palestina: cos’è la pulizia etnica in Cisgiordania - Roberta De Monticelli 

EDWARD SAID “LA QUESTIONE PALESTINESE” - Lavinia Marchetti 

Silenzio su Gaza e su noi stessi - Alberto Negri

Chiarezza - Shlomo Sand

Israele/Palestina. Alle radici del conflitto - Joseph Halevi 



Nella foto (1903)
Una donna bengalese che porta un mercante britannico sulle sue spalle… 

Una compagna che ci è cara per la sua totale dedizione alla lotta di liberazione del popolo palestinese e che stimiamo per la sua competenza in questa materia, ci consiglia di rilanciare questo lungo post comparso sulla pagina facebook di R. Rinaldi. Lo ha scritto Yitzhak Laor, ed in effetti merita leggerlo anche per chi, come noi, denuncia incessantemente, senza concessione alcuna, il colonialismo occidentale (a cominciare da quello italiano di ieri e di oggi) e quello sionista, che ne è una filiazione. Vi imbatterete ancora una volta, tra l’altro, nella ripugnante figura del socialdemocratico Tony Blair. (Red. pungolorosso

https://www.facebook.com/share/p/18LFc5TaE7/ 

Questo lungo post dello scrittore israeliano Yitzhak Laor è impegnativo, ma va assolutamente letto.

È un piccolo trattato sociologico sulla quintessenza coloniale dell’ Occidente e sull’ipocrisia che permea la società israeliana, proprio a partire da quelle che sono ritenute le elites migliori: le elites accademiche oppositrici di Netanyahu.

Scrive Laor: (Traduzione R. Rinaldi)
 
" TONY BLAIR , JERRY SEINFELD E L' UNIVERSITÀ DI HAIFA"
(una lista per chi ha fame di sapere) 

sabato 20 giugno 2026

Parlamento UE, via libera a Trump per rovesciare Cuba: “la crisi è solo colpa del regime” - Dario Lucisano

Da: https://www.lindipendente.online - Dario Lucisano Laureato con lode in Scienze Filosofiche presso l’Università di Milano, collabora come redattore per L’Indipendente. 

Leggi anche: https://giuliochinappi.com/2026/06/18/i-diritti-umani-a-cuba-sono-soffocati-dal-bloqueo 

https://contropiano.org/news/internazionale-news/2026/06/19/cuba-socialista-risponde-allassedio-con-una-moderna-pianificazione-

«L’emergenza umanitaria non è il prodotto di alcun embargo esterno, ma la diretta conseguenza del modello e dei fallimenti del regime stesso». Recita così un passaggio delle premesse della dura mozione su Cuba approvata ieri, 18 giugno, dal Parlamento Europeo. La mozione chiede il rilascio dei detenuti politici nel Paese caraibico e l’attuazione di riforme economiche per aprire Cuba ai mercati. Nel testo, il Parlamento avanza una lettura della crisi umanitaria interna al Paese, addossando l’intera responsabilità alla repressione del governo verso i cittadini e alla gestione della politica interna, discolpando al contempo gli Stati Uniti e il loro embargo contro l’isola, che dura ormai da oltre sei decenni. Nel contesto attuale, la mozione fornisce un tacito appoggio alle possibili operazioni militari degli Stati Uniti sull’isola, specie davanti alle continue dichiarazioni di Washington, che da tempo minaccia un intervento armato contro Cuba.

La mozione del Parlamento Europeo è stata approvata ieri con 283 voti favorevoli, 199 contrari e 85 astensioni. In sede di votazione, i parlamentari italiani di PD, M5S e AVS hanno quasi tutti votato contro, eccezion fatta per l’ex sindaco di Roma Ignazio Marino (Verdi). Ad astenersi anche i parlamentari della Lega, mentre quelli di Fratelli d’Italia, Forza Italia e Vannacci hanno votato a favore; a livello europeo, la mozione ha ricevuto l’appoggio pressoché incondizionato del PPE (i popolari di centrodesra, il partito di FI), ed è passata grazie al largo sostegno di ECR (i conservatori, partito di Meloni) e Renew Europe (centristi di area macroniana, in Italia rappresentati dalla sola Pina Picierno, ex membro di spicco del PD); Patrioti per l’Europa (il partito della Lega) si è in larga parte astenuto, così come Europa delle Nazioni Sovrane (il gruppo di Vannacci).

La mozione chiede a Cuba «l’immediato e incondizionato rilascio di tutti i prigionieri politici e di tutte le persone arbitrariamente detenute per aver esercitato i propri diritti fondamentali», esorta l’isola ad attuare riforme per liberalizzare il mercato e minaccia il ritiro dal PDCA, l’accordo di dialogo politico tra UE e Cuba. Nel testo, i parlamentari lanciano dure critiche a La Havana: secondo l’Eurocamera, Cuba è un Paese pressoché «fallito» a causa delle politiche socialiste implementate nel corso degli ultimi decenni, che tutto quello che avrebbero portato sarebbe fame, malattie, povertà e mancato rispetto dei diritti umani. Ecco perché Cuba deve aprire i mercati e orientare il Paese verso una «transizione democratica».

Il linguaggio che gli eurodeputati riservano a Cuba è degno di quello destinato ai peggiori regimi dittatoriali. L’UE contesta aspramente la repressione interna al Paese e attribuisce alle autorità cubane l’intera responsabilità della crisi che sta vivendo l’isola. In sei pagine di mozione, l’embargo statunitense viene menzionato in un solo passaggio e con un fine ben preciso: per discolpare gli Stati Uniti. Eppure, le stesse Nazioni Unite, che l’UE cita per parlare della repressione interna a Cuba, hanno affermato a più riprese che a determinare la crisi economica del Paese è proprio l’embargo. Dopo tutto, il blocco del commercio globale con Cuba imposto da Washington va avanti ormai da oltre 60 anni; a gennaio, dopo il rapimento del presidente venezuelano Maduro, gli USA hanno ulteriormente inasprito la stretta attorno al Paese, imponendo un embargo totale sulle importazioni di carburante dell’isola, fondamentale per fare funzionare proprio quelle cucine e quegli ospedali che, secondo l’UE, non funzionerebbero per colpa dell’amministrazione cubana.

Il contenuto politicamente orientato della mozione arriva in un momento storico particolarmente delicato per l’isola, non solo per la crisi umanitaria tuttora in corso, ma anche per le continue minacce di Trump. Sin dall’indomani del rapimento di Maduro, il presidente degli Stati Uniti ha iniziato ad affermare che Cuba sarebbe stata «la prossima della lista», anche a costo di intervenire militarmente; nei mesi Washington ha dispiegato navi da guerra attorno all’isola e fabbricato prove su un presunto riarmo di Cuba, in quelle che paiono azioni orientate proprio a spianare il terreno per un eventuale intervento militare. A fine febbraio è arrivata la guerra contro Teheran e Trump ha archiviato la questione de La Avana, pur sempre sottolineando che «dopo l’Iran prenderò Cuba». Una risoluzione dai toni tanto aggressivi che non affronta le responsabilità degli Stati Uniti nella crisi in corso a Cuba e che, anzi, discolpa Washington e critica aspramente le politiche del Paese caraibico non fa che alimentare la narrazione per cui a Cuba – tutto sommato – non sarebbe male una operazione di cambio regime. L’UE sembra insomma stare fornendo un semaforo verde agli USA nel caso in cui questi volessero prendere l’isola con la forza.

venerdì 19 giugno 2026

Oltre il giudizio morale: una rilettura strutturale del “Grande balzo in avanti” - Gabriele Repaci

Da: https://www.marxismo-oggi.it - Gabriele Repaci Studioso del mondo islamico e del Vicino Oriente. Laureato in Filosofia presso l'Università degli Studi di Milano, ha intrapreso una carriera che coniuga ricerca accademica e attività giornalistica. - Gabriele Repaci - https://t.me/mediorienteedintorni -
Leggi anche: Il futuro di Gaza compromesso da una devastazione senza precedenti - Gabriele Repaci 


Introduzione

Il Grande Balzo in avanti (1958–1961) occupa un posto centrale nella storiografia sulla Cina contemporanea ed è generalmente ricordato come uno dei più gravi disastri umani del XX secolo. La maggior parte degli studi, soprattutto in ambito occidentale, ne sottolinea il carattere catastrofico, mettendo in evidenza la carestia di massa, il crollo della produzione agricola e le decine di milioni di vittime. In questa prospettiva, il Grande Balzo viene spesso interpretato come il risultato di una combinazione di utopismo ideologico, incompetenza amministrativa e autoritarismo politico, fino a essere descritto, in alcune ricostruzioni divulgative, come un episodio di violenza storicamente “inutile”.

Senza negare in alcun modo la dimensione tragica dell’evento né il suo costo umano, questo saggio propone una rilettura revisionista del Grande Balzo in avanti, fondata su un’analisi dei vincoli materiali, demografici e geopolitici entro cui la dirigenza cinese si trovò ad agire alla fine degli anni Cinquanta. L’obiettivo non è quello di assolvere le responsabilità politiche del gruppo dirigente, né di relativizzare la sofferenza delle vittime, ma di interrogarsi sulla razionalità storica interna del progetto e sul margine effettivo di alternative strutturalmente praticabili.

Il presupposto di questa analisi è che la valutazione storica di eventi di portata sistemica non possa limitarsi a un giudizio retrospettivo fondato esclusivamente sull’esito catastrofico, ma debba considerare anche la posta in gioco percepita dagli attori storici e il campo delle possibilità concretamente disponibile in un dato contesto. Nel caso della Cina della fine degli anni Cinquanta, tale contesto era caratterizzato da una combinazione di arretratezza economica estrema, pressione demografica, isolamento internazionale, scarsità di capitale e tecnologia, nonché da una memoria storica ancora viva di invasioni, guerre civili e dipendenza esterna.

In questa cornice, il Grande Balzo può essere interpretato non semplicemente come un esperimento economico fallito, ma come una forma di “guerra economica” condotta dallo Stato contro il sottosviluppo, concepita come minaccia esistenziale alla sopravvivenza e all’autonomia del paese. Mao Zedong e i vertici del Partito comunista cinese operarono all’interno di una logica statuale che privilegiava la rapidità della trasformazione strutturale rispetto alla riduzione del rischio a breve termine, accettando consapevolmente un elevato livello di costo umano come prezzo di una possibile accelerazione storica.

giovedì 18 giugno 2026

Intelligence USA conferma: i biolaboratori esistono e sono pericolosi - Fabrizio Verde

Da: https://www.lantidiplomatico.it - Fabrizio Verde Direttore de l'AntiDiplomatico. Napoletano classe '80. Giornalista di stretta osservanza maradoniana. 

Vedi anche: Alerta de material peligroso en el Pentágono: https://twitter.com/i/status/2065173383327719691



I documenti desecretati dall'intelligence guidata da Tulsi Gabbard confermano: oltre 120 strutture in 30 paesi, patogeni letali e un sistema che ha cercato di nascondere tutto

Video: https://x.com/DNIGabbard/status/2065440568423944607/video/1 


Per anni chiunque abbia provato a sollevare il velo sui laboratori biologici statunitensi sparsi per il mondo (prevalentemente in territori eurasiatici) è stato sistematicamente deriso, etichettato come complottista filo-russo, talvolta addirittura accusato di tradimento. Ma adesso qualcosa è inevitabilmente cambiato. Perché a parlare non è stato un giornalista scomodo o un attivista paranoico. A parlare è stata la direttrice dell’Intelligence Nazionale statunitense, Tulsi Gabbard.

E quello che ha rivelato fa veramente impressione.

mercoledì 17 giugno 2026

martedì 16 giugno 2026

La guerra per le risorse energetiche: Petrolio - Domenico Moro

Da: la Città Futura - https://giuliochinappi.com - Domenico Moro è ricercatore presso l’Istat, dove si occupa di indagini economiche strutturali sulle imprese. Ha lavorato nel settore commerciale di uno dei maggiori gruppi multinazionali mondiali ed è stato consulente della Commissione Difesa della Camera dei deputati. 

Vedi anche: Yesterday's Papers: Il punto di vista della Cina sulla crisi globale - Kikko Schettino 

Leggi anche: Il debito federale (pubblico) degli Stati Uniti - Alessandro Volpi 


Nel video viene intervistato Domenico Moro ricercatoree dell'ISTAT, che recentemente ha scritto un interessante saggio sul ruolo giocato dalle risorse energetiche, in particolare dal petrolio, nelle guerre del passato e in quelle attuali 

(https://www.marxismo-oggi.it/saggi-e-contributi/saggi/801-il-rapporto-tra-petrolio-guerra-e-imperialismo-ieri-e-oggi)

Senza risorse egergetiche nessuna potenza può mantenere il suo dominio. 

lunedì 15 giugno 2026

L’inaccettabile “normalità” della minaccia di guerra atomica - Sergio Cararo

Da: https://contropiano.org -  Sergio Cararo, Rete dei Comunisti, Direttore di CONTROPIANO. 


Il ministro della Difesa Crosetto e quello degli Esteri Tajani sono intervenuti davanti alle Commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato. Ma nella relazione di Crosetto, relativamente alla guerra in corso in Ucraina, c’è stato un passaggio che deve far scorrere un brivido lungo la schiena di chiunque lo abbia potuto ascoltare: “Sta tornando attuale la minaccia atomica che avevamo relegato ai libri di storia”.

Da quanto ci risulta, sembra che nessuno dei parlamentari delle Commissioni presenti – di maggioranza o di opposizione – abbia sentito l’esigenza di chiedere qualche chiarimento in merito.

L’affermazione è stata fatta quasi con non chalance all’interno di una relazione che faceva il quadro del conflitto in corso e indicava gli impegni militari dell’Italia sui vari teatri di crisi, ma è evidente che non possa essere liquidata come un dettaglio tecnico di un quadro generale.

Parlando della guerra in Ucraina, Crosetto l’ha definita come “un conflitto che da oltre quattro anni dal suo inizio continua a registrare livelli di violenza che l’Europa non conosceva dalla fine della Seconda guerra mondiale. E le ricadute sono molteplici, in particolare quelle finanziarie”.

“Un giorno l’Europa dovrà confrontarsi con gli effetti della guerra: finanziari, energetici, con il grande numero di ex combattenti da reintegrare, con la ricostruzione dell’Ucraina, Paese resiliente ma provato, e della stessa Russia” ha affermato il ministro della Difesa.

domenica 14 giugno 2026

ISRAELE È UN ESPERIMENTO COLONIALE FALLITO. UN ESPERIMENTO DA CHIUDERE. - Lavinia Marchetti

Da: https://laviniamarchetti.altervista.org - - Lavinia Marchetti - Lavinia Marchetti -

Leggi anche: «EBRAICO E DEMOCRATICO»: UN OSSIMORO? - Shlomo Sand 
“Solo la pressione della società civile può fermare il genocidio” - Andrea Umbrello intervista Michael Lynk 


ISRAELE È UN ESPERIMENTO COLONIALE FALLITO. UN ESPERIMENTO DA CHIUDERE. 
Settantotto anni di dati attendono un verbale che l'Occidente non vuole firmare. 


Quando un esperimento fallisce, la scienza impone il dovere di sospendere il protocollo e di esaminare i risultati. Nessun laboratorio serio insisterebbe per settantotto anni su un’ipotesi che i dati smentiscono con tale abbondanza. Eppure l’Occidente continua ad armare e ad assolvere Israele, l’ultimo dei suoi esperimenti coloniali e il più costoso, in denaro e in vite umane, un accanimento terapeutico che può solo finire peggio. L’esperimento è fallito, lo vediamo tutti. Resterebbe da redigere il resoconto.

Che si trattasse di un’impresa coloniale lo sapevano per primi i fondatori, i quali parlavano la lingua del loro tempo senza alcun imbarazzo. Herzl, nel 1896, prometteva alle potenze europee “un avamposto di civiltà contro la barbarie”, e nel 1902 scriveva a Cecil Rhodes, il colonizzatore della Rhodesia, invitandolo a riconoscere nel progetto sionista “qualcosa di coloniale”. Jabotinsky, nel 1923, ammise con una franchezza che oggi nessun portavoce si concederebbe, come la colonizzazione potesse procedere soltanto dietro un “muro di ferro” di baionette, poiché sapeva bene storicamente, che nessuna popolazione indigena ha mai acconsentito di buon grado alla propria sostituzione etnica. La dichiarazione Balfour, nel 1917, fu l’atto con cui un impero dispose di una terra altrui in favore di un movimento nato in Europa, riservando agli abitanti, allora il novanta per cento della popolazione, la qualifica sprezzante di “comunità non ebraiche esistenti”. Il vocabolario dell’esperimento era completo prima ancora che l’esperimento cominciasse.

sabato 13 giugno 2026

Lo shock di Hormuz e la lezione cinese: come trasformare una crisi energetica in vantaggio competitivo. - Francesco Maringiò

Da: https://www.marx21.it -  Francesco Maringiò, Presidente dell’Associazione italo-cinese per la promozione della Nuova Via della Seta e curatore del libro "La Cina nella Nuova Era, Viaggio nel 19°Congresso del PCC", LA CITTA' SEL SOLE. 

Leggi anche: PERCHÉ LA CINA E IL GRANDE SUD CI STANNO SALVANDO DA UNA CRISI MONDIALE - Pino Arlacchi

Ascolta anche: https://grad-news.blogspot.com/2026/06/yesterdays-papersil-caso-del-costo.html?m=1 

Che la chiusura dello stretto di Hormuz abbia creato uno shock energetico e geopolitico non è certo una novità. In un mondo contrassegnato da profondi cambiamenti e turbolenze sistemiche, l’ennesimo cigno nero non ha fatto altro che approfondire alcune delle faglie strutturali delle diverse aree del mondo, facendo emergere tutta la fragilità del nostro tempo. Eppure non tutti i paesi hanno reagito allo stesso modo. Un rapporto della Banca del Fucino, pubblicato ad inizio maggio, mostra che il primato cinese nelle nuove energie non risiede nella sola capacità installata, ma nell’integrazione di sicurezza energetica, upgrade industriale e transizione verde in un unico quadro strategico.

Se per paesi dalla forte vocazione manifatturiera come Germania, Italia e Giappone la dipendenza dall’import di gas e petrolio sul totale del fabbisogno energetico pesa in modo significativo (57,12% per il Giappone, 58,10% per la Germania, il 68,06% per l’Italia) per la Cina questa quota è solo del 16,60%. Pechino, inoltre, dispone di riserve strategiche in grado di coprire circa sette mesi di traffico via Hormuz. Queste riserve, unite ad una ridondanza energetica domestica ottenuta col passaggio dal mix fossile-centrico al sistema ibrido ad alto tasso di rinnovabili, mettono la Cina in condizioni di maggiore resilienza e mostrano una strategia articolata anche a chi, in Europa, deve decidere come affrontare la propria vulnerabilità energetica.

PERCHÉ LA CINA E IL GRANDE SUD CI STANNO SALVANDO DA UNA CRISI MONDIALE - Pino Arlacchi

Da: Pino Arlacchi | 9 giugno 2026 - Pino Arlacchi è un sociologo, politico e Ex vice-segretario dell'Onu. (Pino Arlacchi)

Ascolta anche: https://grad-news.blogspot.com/2026/06/yesterdays-papersil-caso-del-costo.html?m=1

Leggi anche: “I tre segreti della civiltà cinese: meritocrazia, pace e socialismo” - Pino Arlacchi 



Avvistato dalle fonti più autorevoli, il fantasma di un greggio a 150 dollari al barile si aggira nei corridoi delle borse occidentali. Se i modelli predittivi delle maggiori compagnie petrolifere e delle banche di investimento dovessero materializzarsi, lo shock energetico indotto dal blocco prolungato dello Stretto di Hormuz – in cui transita ogni giorno circa un quinto del fabbisogno mondiale di petrolio – rischierebbe di infliggere il colpo di grazia a un’economia atlantica già strutturalmente fragile. 

Nella logica del secolo passato, un simile scenario assumerebbe un solo significato: una recessione globale profonda, immediata e inevitabile. Ma la logica del XXI secolo è cambiata. Se la fiammata energetica non si tradurrà nel collasso economico del pianeta, non sarà per merito delle manovre della Federal Reserve o di tardivi accordi diplomatici in Medioriente. Sarà perché, per la prima volta nella storia contemporanea, esiste un subsistema economico alternativo e parallelo a quello occidentale, dominato dall’economia reale e dallo Stato regista dello sviluppo (il cosiddetto Developmental State). 

Questo insieme è guidato dall'asse tra la Cina e il Grande Sud, ed è capace di agire da possente ammortizzatore universale. 

Non è facile comprendere questa svolta epocale, e se sono in grado di delinearne caratteri e dinamiche lo devo al fatto di non essere accecato dall’illusione eurocentrica e atlantista che affligge l’intera narrativa sulla crisi attuale che prevale in Occidente. 

venerdì 12 giugno 2026

La classe transatlantica di Epstein - Prof. Kees v.d. Pijl

Da: Neutrality Studies Italian - Kees van der Pijl è uno scienziato politico olandese , specializzato in relazioni internazionali , economia politica e studio delle teorie del complotto. È stato professore emerito all'Università del Sussex fino al 2019, quando ha lasciato l'incarico perché gli era stato chiesto di ritrattare alcune dichiarazioni controverse sugli attacchi dell'11 settembre 2001. - Kees van der Pijl su Academia.edu: https://independent.academia.edu/Kees...

Se ti sembra che i paesi occidentali siano governati da un gruppo di élite globaliste del WEF che hanno più cose in comune tra loro che con la grande maggioranza delle persone nei loro paesi, è perché in effetti è così. Il fenomeno si chiama “formazione di classe” ed è una forza sociologica.

Oggi parlo con il dottor Kees van der Pijl, professore emerito di relazioni internazionali a Sussex e uno dei massimi esperti mondiali di formazione di classe. Discutiamo anche di marxismo, finanza, tecnologia, intelligence, sionismo e del passaggio dagli stati nazionali alle reti di potere transnazionali.

Parliamo del declino dell’Europa, della guerra, dei BRICS, del collasso sociale, dei valori collettivi, della migrazione e dei limiti della resistenza contro un ordine violento guidato dall’Occidente. 

giovedì 11 giugno 2026

UCRAINA, PACE APPESA A UN FILO: ALL’OMBRA NUCLEARE RUSSA KIEV RESTA SENZA PATRIOT - MIRKO MUSSETTI

Da: ilSussidiario TV - ilsussidiario.net - Mirko Mussetti Analista di geopolitica e geostrategia, collabora con Limes, rivista italiana di geopolitica. 

Vedi anche: GERMANIA SPACCATA, NATO AL RIARMO E TRUMP SCARICA KIEV: INCUBO DI GUERRA PERMANENTE - MIRKO MUSSETTI

Su IlSussidiario.tv, Mirko Mussetti, analista di geopolitica e geostrategia per Limes – Rivista Italiana di Geopolitica, analizza la guerra in Ucraina dopo oltre quattro anni di conflitto. Secondo Mussetti, la pace potrebbe essere "un pizzico più vicina" grazie alla lettera aperta di Zelensky a Putin, in cui Kiev lascia intendere la disponibilità a partire dalla linea del fronte e a considerare concessioni territoriali de facto, ma non de jure. Il nodo resta il cessate il fuoco: Mosca teme che una pausa serva a riarmare l'Ucraina. 

Sul piano nucleare, Mussetti avverte che la deterrenza è stata sottovalutata: la Russia usa il richiamo all'arma atomica per richiedere rispetto strategico e difendere la Bielorussia, considerata area vitale. Quanto agli Stati Uniti, l'analista sostiene che l'Ucraina "non è più una priorità" per Washington, assorbita da altre crisi, mentre Zelensky cerca sostegno da leader europei politicamente deboli. Centrale anche il problema dei Patriot e della dipendenza militare e finanziaria di Kiev dall'Occidente. 

mercoledì 10 giugno 2026

Proseguono le discussioni su 'Libercomunismo' di Emiliano Brancaccio -

Da: Emiliano Brancaccio - Emiliano Brancaccio è professore di Politica economica presso l'Università del Sannio - Emiliano Brancaccio - www.emilianobrancaccio.it - Emiliano Brancaccio - Emiliano Brancaccio

(Qui il link a tutte le recensioni e ai dibattiti su 'Libercomunismo' - https://www.emilianobrancaccio.it/2026/01/20/libercomunismo-scienza-dellutopia

Proseguono le discussioni su 'Libercomunismo'. Rilievi preziosi di Filippo Barbera, critica costruttiva di Nicolò Bellanca, grande la confusione epistemologica sotto il cielo del sovranista Alessandro Visalli, che prova a tirare Losurdo dalla sua parte. La situazione è eccellente.

"...In questa prospettiva, la leva patrimoniale di Staglianò resta giusta ma non esaurisce il problema. Per Brancaccio, infatti, il punto non è solo redistribuire ex post una ricchezza mal distribuita, quanto impedire ex ante che la concentrazione del capitale svuoti progressivamente la democrazia, trasformi la libertà economica di pochi nella riduzione delle libertà di tutti e renda lo stato sempre più permeabile agli interessi dominanti. Non si può difendere la libertà senza mettere in discussione la concentrazione del potere economico [...] 
Brancaccio accenna a un’interessantissima proposta relativa a un tipo di pianificazione, non sul modello sovietico, ma basata su incontri contingenti tra elementi eterogenei che, quando si stabilizzano in una configurazione nuova, producono qualcosa di “necessario a posteriori” che non era scritto da nessuna parte prima che accadesse. Il piano diventa così una sorta di architettura istituzionale sperimentalista, che lascia spazio all’emergere dell’imprevisto invece di soffocarlo sotto procedure standardizzate. 
Florio, dal canto suo e in modo analogo a Brancaccio, insiste sui rapporti tra stato e intelligenza sociale diffusa, senza però tematizzare che la trasformazione in decisione istituzionale richiede di affrontare l’intermediazione politica e il conflitto organizzato..."
(Filippo Barbera su Libercomunismo, l'Indice). 

"...Occorre superare l’arroccamento del “politicamente corretto” e le posture identitarie che lo contraddistinguono. Ma il populismo non è la soluzione. Infatti, per oltre un decennio il cosiddetto “momento populista” è stato al centro della fase di superamento-estenuazione della “revoca”. Brancaccio, ed anche io, lo ritiene un’occasione persa. Ma divergiamo sulla prognosi. O, in altro modo, su quali “rami secchi” tagliare. Uno di questi rami permane in Libercomunismo, è la natura ‘cristologica’ del proletariato [...] 
Come accade nei molti casi stigmatizzati da Losurdo nel suo ultimo libro, Il marxismo occidentale, del quale Brancaccio è un coerente esponente, riconnettendosi alla sua radice utopica, finisce per considerare ogni distruzione reale come passo necessario verso il progresso..." 
(Alessandro Visalli, Intorno a Emiliano Brancaccio e il “Libercomunismo”, l'Interferenza). 

"...Brancaccio costringe il lettore progressista a uscire da due consolazioni. La prima è liberale: il capitalismo sarebbe compatibile con la democrazia, salvo eccessi da correggere. La seconda è moralistica: la guerra nascerebbe soprattutto da cattivi governanti, ideologie aggressive, autocrazie arretrate. Contro entrambe, egli argomenta che il capitale lasciato alla sua libertà non produce la libertà di tutti. Produce centralizzazione. E quando la centralizzazione incontra confini geopolitici in mutamento, debiti, crediti, risorse strategiche, può produrre guerra. Ma proprio perché questa diagnosi è forte, va interrogata nel suo punto più ambizioso. La centralizzazione del capitale basta a spiegare la chiusura del mondo contemporaneo? O occorre guardare anche a un secondo movimento?..." 
(Nicolò Bellanca su Libercomunismo, Micromega) 

(Qui il link a tutte le recensioni e ai dibattiti su 'Libercomunismo' - https://www.emilianobrancaccio.it/2026/01/20/libercomunismo-scienza-dellutopia)

martedì 9 giugno 2026

"QUELLA PARATA E' CONTRO LA REPUBBLICA" - Lelio Basso

 Da: Giovanni Tranchida Editore - Lelio Basso è stato un avvocato, giornalista, antifascista, politico e politologo italiano. [Tutti gli scritti di Lelio Basso li trovate su http://www.leliobasso.it (fondazione basso )].

Leggi anche: Socialismo e rivoluzione nella concezione di Rosa Luxemburg - Lelio Basso 

Introduzione a "Scritti politici di Rosa Luxemburg". La Rivoluzione - Lelio Basso 

https://comune-info.net/se-persino-le-armi-sono-sostenibili - Paolo Cacciari 02 Giugno 2026


Questa è la lettera che Lelio Basso - uno dei padri della Costituzione italiana- scrisse all’allora ministro della Difesa Arnaldo Forlani che decise di sospendere la parata militare del 2 giugno 1976 dopo il terremoto che sconvolse il Friuli. 


'Sono personalmente grato al ministro Forlani per avere deciso la sospensione della parata militare del 2 giugno, e naturalmente mi auguro che la sospensione diventi una soppressione. 

Non avevo mai capito, infatti, perché si dovesse celebrare la festa nazionale del 2 giugno con una parata militare. Che lo si facesse per la festa nazionale del 4 novembre aveva ancora un senso: il 4 novembre era la data di una battaglia che aveva chiuso vittoriosamente la prima guerra mondiale. 

Ma il 2 giugno fu una vittoria politica, la vittoria della coscienza civile e democratica del popolo sulle forze monarchiche e sui loro alleati: il clericalismo, il fascismo, la classe privilegiata. Perché avrebbe dovuto il popolo riconoscersi in quella sfilata di uomini armati e di mezzi militari che non avevano nulla di popolare e costituivano anzi un corpo separato, in netta contrapposizione con lo spirito della democrazia? 

C’era in quella parata una sopravvivenza del passato, il segno di una classe dirigente che aveva accettato a malincuore il responso popolare del 2 giugno e cercava di nasconderne il significato di rottura con il passato, cercava anzi di ristabilire a tutti i costi la continuità con questo passato. 

Certo, non si era potuto dopo il 2 giugno riprendere la marcia reale come inno nazionale, ma si era comunque cercato nel passato l’inno nazionale di una repubblica che avrebbe dovuto essere tutta tesa verso l’avvenire, avrebbe dovuto essere l’annuncio di un nuovo giorno, di una nuova era della storia nazionale. Io non ho naturalmente nulla contro l’inno di Mameli, che esalta i sentimenti patriottici del Risorgimento, ma mi si riconoscerà che, essendo nato un secolo prima, in circostanze del tutto diverse, non aveva e non poteva avere nulla che esprimesse lo spirito di profondo rinnovamento democratico che animava il popolo italiano e che aveva dato vita alla Repubblica. 

La Costituzione repubblicana, figlia precisamente del 2 giugno, aveva scritto nell’articolo primo che l’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro. 

lunedì 8 giugno 2026

Migranti e insicurezza: una verità capovolta. Sui quattro giovani braccianti arsi vivi ad Amendolara - Marco Antonio Pirrone

Da: https://www.pressenza.com - Marco A.Pirrone è ricercatore di sociologia generale presso il Dipartimento “culture e società” dell'Università degli studi di Palermo. Marco Antonio Pirrone -

Vedi anche: Migranti: il nuovo mercato degli schiavi? - Alessandra Ciattini, Marco Antonio Pirrone


Da oltre trent’anni la retorica pubblica italiana ed europea reitera ossessivamente la stessa equazione: migranti/insicurezza (Mannoia e Pirrone, 2018). È una delle narrazioni più efficaci della destra contemporanea, nazionale, europea ed internazionale; tanto efficace da essere divenuta senso comune, attraversando sempre più spesso anche settori che formalmente si dichiarano democratici o progressisti. Ed è anche per questo che il concetto di remigrazione — presentato come rimpatrio volontario degli stranieri immigrati, ma di fatto deportazione forzata e selettiva, fino a comprendere i cittadini di origine straniera ritenuti non assimilabili — sta guadagnando legittimità.

Eppure, osservando la realtà empirica anziché le rappresentazioni ideologiche, scopriamo qualcosa di sorprendente: la relazione tra migrazioni e insicurezza esiste davvero, ma nel verso opposto rispetto a quello propagandato.

Il problema non è la sicurezza minacciata dai migranti. Il problema è la sicurezza negata ai migranti, in termini di diritti e anche di sicurezza sul lavoro.

Quello che è avvenuto ad Amendolara (Cosenza) il 1° giugno 2026, dove quattro giovani braccianti agricoli – tre afghani e un pakistano, tra i 19 e i 29 anni – sono stati arsi vivi all’interno di un minivan – tra i più gravi degli ultimi anni in Italia – ne è dimostrazione concreta.

Per comprendere questa inversione di prospettiva, e non dimenticare le linee di continuità tra migrazioni e sfruttamento del lavoro, può essere utile tornare a una vicenda spartiacque nella storia italiana delle migrazioni. Nella notte tra il 24 e il 25 agosto 1989, Jerry Essan Masslo, rifugiato sudafricano fuggito dall’apartheid, venne assassinato durante una rapina nelle campagne di Villa Literno, dove lavorava come bracciante stagionale, e dove era leader della protesta contro lo sfruttamento dei migranti da parte dei caporali legati ai clan camorristici. La sua morte suscitò una vasta mobilitazione, rendendo visibili le condizioni di sfruttamento di migliaia di lavoratori migranti. L’Italia “scoprì” allora, ironicamente e tragicamente, l’immigrazione, ma insieme riscoprì pratiche antiche come il caporalato, già radicate nella propria storia agricola e meridionale, e le applicò ai nuovi soggetti migranti, svelando così la continuità dello sfruttamento capitalistico del lavoro, migrante o autoctono che fosse.