venerdì 28 marzo 2025

Armi e tecnologie, a chi conviene il genocidio - Alberto Negri

Da: https://ilmanifesto.it - https://www.facebook.com/alberto.negri.9469https://www.facebook.com/Tg2000GuerraePaceAlberto Negri è giornalista professionista dal 1982. Laureato in Scienze Politiche, dal 1981 al 1983 è stato ricercatore all'Ispi di Milano. Storico inviato di guerra per il Sole 24 Ore, ha seguito in prima linea, tra le altre, le guerre nei Balcani, Somalia, Afghanistan e Iraq. 


PROFITTI Boeing, Lockheed Martin e RTX sono tra i principali fornitori di tecnologie militari all’esercito israeliano. Dietro di loro si celano fondi d’investimento internazionali. 

Perché Israele non può fermare le guerre e noi non possiamo fermare il genocidio di Gaza? Perché è parte integrante del complesso militare industriale israelo-americano e anche del nostro, che mascheriamo. Dagli anni ’50 Tel Aviv ha ricevuto dagli Usa oltre 260 miliardi di dollari di aiuti militari. 

Soltanto nell’ultimo anno e mezzo, dall’attacco di Hamas del 7 ottobre, hanno superato i 20 miliardi di dollari. Israele, allo stesso tempo, è all’avanguardia nella ricerca scientifico-tecnologica militare, è uno dei maggiori esportatori di armi e contemporaneamente uno dei maggiori clienti delle americane Boeing, General Dynamics, Lockheed Martin e RTX (Raytheon Technologies). 

Queste società sono tra i principali fornitori di tecnologie militari, come caccia F-35, missili avanzati e sistemi di difesa aerea, utilizzati dall’esercito israeliano. 

Dietro queste aziende si cela una struttura finanziaria globale: i fondi d’investimento internazionali noti come le «Big Three»: Vanguard, BlackRock e State Street. I tre fondi d’investimento sono tra i maggiori azionisti di rilievo delle principali compagnie di armamenti e di molti settori. Vanguard, BlackRock e State Street detengono quote significative in Boeing, Lockheed Martin e RTX, influenzando la gestione e le strategie di queste società. L’aumento delle spese militari e l’acquisto di armamenti da parte di Israele sono strettamente collegati ai profitti di queste aziende. 

Lockheed Martin ha fornito i caccia F-35 a Israele, considerati un pilastro delle sue capacità militari. Gli F-35 il 26 ottobre hanno eliminato in un giorno l’80% delle difese anti-aeree iraniane. 

Boeing è responsabile della vendita di velivoli da combattimento e missili, mentre RTX ha fornito avanzati sistemi missilistici e difese aeree. Ogni vendita non solo rafforza l’apparato bellico israeliano ma genera anche grandi profitti. Le Big Three svolgono un ruolo di primo piano nell’alimentare una rete economica che beneficia direttamente dalle tensioni geopolitiche e militari. 

giovedì 27 marzo 2025

Come ho potuto pensare di essere europeista? - Franco Berardi Bifo

Da: https://comune-info.net - Franco Berardi Bifo è un attivista e saggista italiano. È stato fra i fondatori della rivista “A/traverso” (1975-1981) e di Radio Alice (1976-1978), prima radio libera italiana. 

Credevamo
Credevamo che fosse finito l’orgoglio demente
delle bandiere al vento
Credevamo che fossero passate di moda
quelle parole idiote
che trasformano gli imbecilli in assassini.
Credevamo si fosse esaurita
la passione di distruggere per poi ricostruire,
e la passione di uccidere per non morire.
Credevamo che nie wieder significasse “Mai più”
e non “fino alla prossima volta”.
Credevamo che il genocidio
fosse cosa di un’epoca passata.
Così credevamo, così avevamo capito.
Avevamo capito male, ora lo sappiamo.
Ora la compassione è spazzata via
dal portento mirabile dell’energia.
Che, libera dai vincoli della ragione
si esprimerà di nuovo incontenibile.
Fino all’esaurimento del suo potenziale
che questa volta è destinato a cancellare tutto.
Ritornano di moda
i sentimenti rancidi di appartenenza
a qualche merdosa nazione.
Facciamocene una ragione.
Gli uomini sono così, non c’è alcuna speranza
di cambiarne il modo di funzionamento:
vince chi è più spietato
anche se non è chiaro cos’ha vinto.
Questa volta s’è spento
l’ultimo lume.
Chiediamo scusa
a quelli che non hanno alcuna colpa
di essere capitati in questo inferno.
E lasciamo chi non è ancora nato
nel solo luogo in cui si sta un po’ in pace,
il nulla eterno.


Nei secoli piazza del Popolo ne ha viste di tutti i colori. Ma un’adunata di somari come quella che si è assembrata il 15 marzo in risposta al ragliare di Michele Serra non l’aveva vista mai.

mercoledì 26 marzo 2025

LUCIANO CANFORA: "Genocidio"

Da: Literature for Aliens -  Luciano Canfora, filologo, storico, saggista, professore emerito dell’Università di Bari, membro del Consiglio scientifico dell’Istituto dell’Enciclopedia italiana e direttore della rivista Quaderni di Storia, Dedalo Edizioni. (Luciano Canfora Podcast)

Intervistato da Antonio Siena, Luciano Canfora commenta i fatti di Gaza e il genocidio che si perpetra nei confronti dell'etnia palestinese da anni chiarendo quale sia stato il ruolo della Russia nel processo che ha portato alla creazione dello Stato di Israele.

                                                                           

martedì 25 marzo 2025

L'ULTIMO CAPITOLO DEL GENOCIDIO - CHRIS HEDGES

Da:  Cristina Siqueira - Art. originale: https://chrishedges.substack.com - Chris Hedges è un giornalista vincitore del Premio Pulitzer, è stato corrispondente estero per quindici anni per il New York Times, dove ha lavorato come capo dell'Ufficio per il Medio Oriente e dell'Ufficio balcanico per il giornale. In precedenza ha lavorato all'estero per The Dallas Morning News, The Christian Science Monitor e NPR. È il conduttore dello spettacolo RT America nominato agli Emmy Award On Contact.

Leggi anche: IL GENOCIDIO IN STILE OCCIDENTALE - Chris Hedges 


Israele ha iniziato la fase finale del suo Genocidio. I palestinesi saranno costretti a scegliere tra la morte o la deportazione. Non ci sono altre opzioni.

Questo è l'ultimo capitolo del genocidio. È l'ultima, sanguinosa spinta per cacciare i palestinesi da Gaza. Niente cibo. Niente medicine. Niente riparo. Niente acqua pulita. Niente elettricità. Israele sta rapidamente trasformando Gaza in un calderone dantesco di miseria umana dove i palestinesi vengono uccisi a centinaia e presto, di nuovo, a migliaia e decine di migliaia, o saranno costretti ad andarsene per non tornare mai più. 


Il capitolo finale segna la fine delle bugie israeliane. La bugia della soluzione a due stati. La bugia che Israele rispetta le leggi di guerra che proteggono i civili. La bugia che Israele bombarda ospedali scuole solo perché sono usati come aree di sosta da Hamas. La bugia che Hamas usa i civili come scudi umani, mentre Israele costringe sistematicamente i palestinesi prigionieri a entrare in tunnel e edifici potenzialmente esplosivi prima delle truppe israeliane. La bugia che Hamas o la Jihad islamica palestinese (PIJ) sono responsabili (l'accusa è spesso quella di razzi palestinesi erranti) della distruzione di ospedali edifici delle Nazioni Unite vittime palestinesi di massa . La bugia che gli aiuti umanitari a Gaza sono bloccati perché Hamas sta dirottando i camion o contrabbandando armi e materiale bellico. La bugia che i bambini israeliani vengono decapitati o che i palestinesi hanno compiuto stupri di massa di donne israeliane. La bugia che il 75 percento delle decine di migliaia di persone uccise a Gaza erano "terroristi" di Hamas. La bugia secondo cui Hamas, poiché avrebbe riarmato e reclutato nuovi combattenti, sarebbe responsabile della rottura dell'accordo di cessate il fuoco. 

lunedì 24 marzo 2025

Da: "L'Ideologia tedesca" - K. Marx & F. Engels

Da: World Politics Blog - di Giulio Chinappi - https://giuliochinappi.wordpress.com - 

"Le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti; cioè, la classe che è la potenza materiale dominante è in pari tempo la sua potenza spirituale dominante. La classe che dispone dei mezzi della produzione materiale dispone con ciò, in pari tempo, dei mezzi della produzione intellettuale, cosicché ad essa in complesso sono assoggettate le idee di coloro ai quali mancano i mezzi della produzione intellettuale. Le idee dominanti non sono altro che l’espressione ideale dei rapporti materiali dominanti, sono i rapporti materiali dominanti presi come idee: sono dunque l’espressione dei rapporti che appunto fanno di una classe la classe dominante, e dunque sono le idee del suo dominio. Gli individui che compongono la classe dominante posseggono fra l’altro anche la coscienza, e quindi pensano; in quanto dominano come classe e determinano l’intero ambito di un’epoca storica, è evidente che essi lo fanno in tutta la loro estensione, e quindi fra l’altro dominano anche come pensanti, come produttori di idee che regolano la produzione e la distribuzione delle idee del loro tempo; è dunque evidente che le loro idee sono le idee dominanti dell’epoca. Per esempio: in un periodo e in un Paese in cui potere monarchico, aristocrazia e borghesia lottano per il potere, il quale quindi è diviso, appare come idea dominante la dottrina della divisione dei poteri, dottrina che allora viene enunciata come «legge eterna»". 
K. Marx & F. Engels (L'Ideologia tedesca)

domenica 23 marzo 2025

I rischi per Kiev dopo la disfatta a Kursk - Gianandrea Gaiani

Da: https://www.analisidifesa.it - Gianandrea Gaiani Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. 

La disfatta ucraina nella regione russa di Kursk conferma che saranno i russi a dettare le condizioni negli eventuali negoziati che gli staff di Donald Trump e Vladimir Putin stanno mettendo a punto. Considerazione che potrebbe spiegare la riluttanza di Volodymyr Zelensky (e degli europei) ad accettare il “verdetto” del campo di battaglia.

Zelensky e il generale Oleksandr Syrsky (poco amato dai militari che gli attribuiscono troppi “sissignore” al presidente che sono costati il sacrificio inutile di decine di migliaia di militari da Bakhmut a Kursk) escono indeboliti dalla disfatta nel saliente di Kursk che  potrebbe avere un effetto destabilizzante sul morale delle esauste truppe di Kiev.

Dall’agosto scorso gli ucraini hanno impiegato in questa regione una dozzina di brigate equipaggiate dall’Occidente, sacrificando in 8 mesi, secondo stime russe, circa 70 mila uomini tra morti e feriti e 7mila veicoli, artiglierie e altri pezzi di equipaggiamento. Mezzi che i canali Telegram dei blogger militari russi hanno mostrato distrutti, danneggiati o abbandonati in immagini che illustrano questo articolo. 

sabato 22 marzo 2025

Confine orientale e identità: foibe e narrazione - Raoul Pupo

Da: Università di Catania - webtv - Raoul Pupo è uno storico italiano, già professore di Storia contemporanea all'Università di Trieste, tra i massimi conoscitori dell'Esodo giuliano-dalmata e dei massacri delle foibe.
Vedi anche: La narrazione intorno alle foibe. Un'ambigua verità di stato - Angelo d'Orsi 
Alessandra Kersevan su fascismo e foibe (Prima parte: https://www.youtube.com/watch?v=5l59zDt3VmY) - (Seconda parte: https://www.youtube.com/watch?v=5l59zDt3VmY
Leggi anche: “E allora, le foibe?!”  

"Il Giorno del ricordo viene usato in tanti modi e può venire usato in senso puramente strumentale: è stato usato e continuerà a venire usato da parte di componenti politiche di estrema destra. Già dagli anni Novanta era partita una campagna dall’allora partito di Alleanza Nazionale per l’istituzione di vie e piazze ai “martiri delle foibe”. Era un’operazione politica di matrice neofascista. 
Ma il Giorno del ricordo si presta sia per riconciliare la memoria degli esuli e delle vittime delle foibe sia per riscoprire tutta la storia del confine orientale, che è una storia abbastanza complessa, perché oltre le foibe e l’esodo c’è anche tutto quello che è successo prima. Va sempre tenuta presente una cosa: il giorno del ricordo cade il 10 febbraio del 1947, che è la data della firma del trattato di pace che segna la perdita della Venezia Giulia per l’Italia. Quel trattato di pace riguarda la guerra iniziata dall’Italia col fascismo, che è entrata in guerra per sua scelta a fianco della Germania, quindi ha invaso e distrutto la Jugoslavia annettendola parzialmente. L’inizio della catastrofe, quindi, è l’attacco dell’Italia nella Seconda Guerra Mondiale con la responsabilità del fascismo." (Raoul Pupo, foibe-giorno-del-ricordo-fascisti-comunisti)

                                                                         

venerdì 21 marzo 2025

Gaza. Israele scatena l’inferno promesso - Eliana Riva

 Da: https://pagineesteri.it - L’articolo è stato pubblicato in origine sul quotidiano Il Manifesto.Eliana Riva Storica, giornalista, editrice, caporedattrice Pagine Esteri. (https://www.facebook.com/eliana.riva1)


https://www.facebook.com/reel/1579114242786131

Gli aerei da guerra israeliani hanno bombardato Gaza da nord a sud. Jabalia, Beit Hanoun, Gaza City, Nuseirat, Deir el-Balah, Khan Younis e Rafah. Anche l’area di al-Mawasi, designata zona umanitaria dalla stessa Tel Aviv. Sono state colpite scuole-rifugio, tende per sfollati, le case danneggiate dentro cui si riparavano intere famiglie. Momen Qoreiqeh, un sopravvissuto, ha raccontato ai giornalisti di Al Jazeera di essere riuscito a recuperare 26 cadaveri, tutti membri della sua famiglia, ammazzati insieme mentre dormivano. «Massacri di civili» li ha definiti Medici senza frontiere (Msf), che ha contato decine di morti e feriti nelle cliniche che gestisce. Nell’ospedale Nasser di Khan Younis l’unità di terapia intensiva pediatrica si era già riempita ieri mattina. Il direttore dell’Al-Shifa ha dichiarato che ogni minuto un ferito muore a causa della mancanza di risorse mediche. Medicine, attrezzature, personale: le strutture sanitarie dove vengono portati i feriti sono le stesse ridotte al collasso da quindici mesi di bombardamenti, dall’assedio dei militari israeliani, dal nuovo blocco di carburante e di aiuti. Due mesi di cessate il fuoco non sono certo bastati a recuperare la piena funzionalità.

giovedì 20 marzo 2025

L'inizio della lotta di classe - "Frasi di Marx"

 Da: https://www.lantidiplomatico.it -  

"Frasi di Marx"

Con questo primo video cominciamo la collaborazione con il canale argentino Frases de Marx dedicato alla presentazione dei punti nodali dell’opera di questo seminale, controverso, amato e odiato pensatore, cui solo in youtube sono dedicati migliaia di canali. In questo specifico caso viene analizzato il significato di alcune celebri frasi di Karl Marx comunemente associate all’interpretazione del capitalismo del XIX secolo, ma che – come si vedrà – costituiscono la chiave per comprendere anche le dinamiche socio-economiche dell’oggi.
Questa rubrica, nella versione italiana, è curata da Alessandra Ciattini, docente dell’università popolare A. Gramsci e membro del Centro studi D. Losurdo. (https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-linizio_della_lotta_di_classe__frasi_di_marx_1/59732_59733/)


PRIMO VIDEO : L'INIZIO DELLA LOTTA DI CLASSE 

mercoledì 19 marzo 2025

La Prefazione alla "Fenomenologia dello spirito" di Hegel - Stefania Achella

Da: AccademiaIISF - Stefania Achella è ricercatrice di Filosofia morale presso l’Università degli Studi Gabriele d’Annunzio di Chieti-Pescara. Studiosa della filosofia tedesca, in particolare del pensiero di Hegel e di Jaspers, dei quali ha tradotto alcune opere, è co-curatrice dell’edizione italiana delle Lezioni di filosofia della religione di Hegel (3 voll., 2003-2011). A Hegel ha dedicato due monografie sul rapporto tra religione e filosofia e diversi articoli (tra i più recenti: Hegel Political Theologian? e L’ontologia vivente di Hegel). Negli ultimi anni si è dedicata alla ricezione italiana del pensiero hegeliano, in particolare nella filosofia di Bertrando Spaventa (Spaventa lettore di Hegel, 2017). Coordinatrice del laboratorio di Migration Studies istituito presso l’Università di Chieti-Pescara, lavora attualmente sui concetti di vita e di corporeità nella filosofia classica tedesca.

La Prefazione alla Fenomenologia dello spirito, scritta nel 1807, è uno dei più ardui e affascinanti testi filosofici. In esso Hegel si sofferma sul concetto di filosofia e sulla possibilità, offerta a tutti dalla maturità dell'epoca, di accedere al sapere assoluto ossia alla scienza. Il laboratorio ne propone una lettura strettamente aderente al suo sviluppo argomentativo.

Prima parte:

                                                                           


lunedì 17 marzo 2025

Perché la classe è importante - Greg Godels

 Da: www.resistenze.org - Art. originale: Greg Godels | zzs-blg.blogspot.com


Dopo le ultime elezioni, i funzionari del Partito Democratico erano perplessi dal fatto che gli elettori, solitamente molto attenti all'economia, non fossero riusciti a mostrare la dovuta considerazione per il miracolo economico di Biden. Hanno citato i miliardi di denaro federale che fluivano verso la crescita economica; hanno ripetuto cifre di crescita aggregate più solide rispetto ad altre economie avanzate; hanno mostrato che la spesa dei consumatori continuava a mostrare un vigore sorprendente; hanno notato che i redditi aggregati crescevano più velocemente dell'inflazione; e ci hanno ricordato i marcatori spesso menzionati di aumento del mercato azionario e dei valori immobiliari.

Sconcertati dagli elettori che hanno evitato la Bidenomics e si sono lamentati dell'economia, gli esperti del Partito Democratico sono convinti che gli elettori siano semplicemente ignoranti dei fatti.

Oggi, forse più che mai, il mancato riconoscimento delle divisioni di classe sociale produce giudizi mal informati e arroganti come quelli di spicco nei circoli del Partito Democratico. Mentre i numeri aggregati possono raccontare una storia, non riescono a raccontare la storia del benessere economico delle classi e degli strati che compongono l'aggregato, persino il segmento di gran lunga più ampio di tale aggregato. Potrebbe essere che la vittoria economica di Biden sia stata una vittoria per i più ricchi, i più generosamente compensati tra la popolazione statunitense, mentre ha lasciato la maggior parte dei cittadini (e degli elettori) statunitensi nello specchietto retrovisore?

La risposta è un inequivocabile "sì".

E la risposta non arriva da un think tank di sinistra, ma dai dati della Federal Reserve tramite Moody's Analytics e riassunti nel The Wall Street Journal

Come riportato dal WSJ , il 10% dei "redditi" più alti, ovvero le famiglie che dichiarano un reddito di $ 250.000 o più, sono responsabili del 49,7% della spesa dei consumatori. In altre parole, quasi la metà di tutta la spesa dei consumatori è rappresentata da coloro che rientrano nel 10% più alto di tutti coloro che dichiarano i propri redditi. Questa è la quota più grande per questo segmento d'élite da quando la Federal Reserve ha iniziato a monitorare nel 1989. In soli tre decenni, la quota del 10% più alto è aumentata da oltre un terzo a quasi la metà di tutta la spesa dei consumatori. 

domenica 16 marzo 2025

Dazi, capitali e cannoni, protezionismo imperiale - Emiliano Brancaccio

Da: https://ilmanifesto.it - Emiliano Brancaccio è professore di Politica economica presso l'Università del Sannio - Emiliano Brancacciowww.emilianobrancaccio.it 

Vedi anche: Le condizioni economiche per la pace - Emiliano Brancaccio  

Guerra capitalista e condizioni economiche per la pace - Emiliano Brancaccio

Leggi anche: CLASSE (lotta di) - Emiliano Brancaccio 


«C’è un aggressore e c’è un aggredito». Lo slogan più martellante degli ultimi anni vive una seconda giovinezza. Applicato fino a ieri al solo tema della guerra, oggi viene riciclato nel campo delle politiche commerciali. L’odierno aggressore è infatti Trump, che si è messo a brandire l’arma dei dazi anche contro l’Unione europea. Che provocata reagisce, approvando uguali e contrarie misure protezioniste a danno di una lunga lista di prodotti made in Usa.

A prima vista sembra una classica reazione da manuale. Persino Adam Smith, precursore della dottrina del libero scambio, ammetteva la rappresaglia protezionista contro provvedimenti restrittivi stranieri. 

Smith però si premurava di aggiungere che la risposta dell’aggredito dovesse puntare alla «rimozione dei dazi o delle proibizioni che l’hanno originata». La contemplava cioè quale arma tattica, per indurre l’aggressore a ravvedersi e a ripristinare i liberi commerci. Gli sherpa dell’Ue insistono a dire che questo è esattamente l’obiettivo della reazione protezionista europea: metter paura a Trump, per indurlo a più miti consigli. La speranza è che il nuovo presidente americano torni al vecchio friend shoring: imporre dazi a tutti, tranne agli amici europei.

Ma nelle stanze del potere gli scettici ormai sgomitano. Mario Draghi è tra questi. A suo avviso, l’Ue deve elevare barriere commerciali e finanziarie non come tattica contingente ma come strategia di lungo periodo. Il motivo è che l’onda protezionista che viene dall’atlantico non è il capriccio di un altro pazzo al potere ma è la conseguenza di gravi problemi strutturali dell’economia americana, di competitività e di debito verso l’estero. Per questa ragione, la guerra economica mondiale è destinata a durare e si annuncia come una lotta di tutti contro tutti. In un tale scenario, l’Europa aggredita deve imparare a diventare potenza aggressiva, attraverso i dazi e non solo.

Ecco perché ormai lo slogan dell’aggressore e dell’aggredito suona male anche in tema di guerra. Con l’attacco all’Ucraina, la Russia si è macchiata dell’onta di avere inaugurato un’epoca di nuovi e ancor più intensi massacri globali: negare questa evidenza vorrebbe dire passare dalla padella dei pugilatori a pagamento atlantisti alla brace delle majorettes putiniane. Ma l’idea che von der Leyen e i suoi intendano riarmare l’Europa per difendersi da una possibile invasione russa è l’ennesima semplificazione di comodo.

La vera spiegazione del riarmo europeo è un’altra. Per lungo tempo i paesi Ue hanno agito da vassalli dell’impero americano. Dove l’America muoveva le truppe, lì si creavano occasioni di profitto per aziende statunitensi in primo luogo, ma subito dopo anche per imprese britanniche, francesi, tedesche, italiane. Dall’Est Europa, all’Africa, al Medio oriente, così l’imperialismo atlantico ha agito per decenni. Ma nel momento in cui la crisi del debito forza l’impero americano a ridimensionare l’area d’influenza e a caricare di dazi anche i vassalli, il problema delle diplomazie europee diventa uno solo: progettare un imperialismo autonomo, in grado di accompagnare la proiezione del capitalismo europeo verso l’esterno con una potenza militare autonoma. Ancora una volta, Draghi riconosce il punto. Macron, Merz e Meloni non lo ammettono apertamente, ma l’obiettivo è quello.

Vista sotto questa angolazione, la difesa dell’Ucraina diventa un tipico caso di scuola per il progetto imperialista europeo. Non si tratta di proteggere i confini dell’Unione da una futura invasione cosacca. Piuttosto, si tratta di riannodare con la forza i fili dell’accordo di «associazione Ue-Ucraina» iniziato nel lontano 2008. Una lunga serie di intese con un già implicito profilo imperiale, che mirava a estromettere le aziende russe dagli affari nell’area e da cui tutti i guai sono iniziati. Naturalmente, ciò che vale per il fronte insanguinato dell’Ucraina vale anche per tutte le altre linee di confine: i più grandi profitti saranno preda di chi saprà scortare i capitali con le truppe e i cannoni.

Il «momento» del nuovo imperialismo è dunque giunto. Occorre proteggere l’esportazione di capitali europei con milizie europee. Con buona pace delle bandiere blu e oro che verranno agitate in piazza, questo è lo scopo ultimo di ReArm Europe.

sabato 15 marzo 2025

A chi esita - Bertolt Brecht

Da: Bertolt BrechtPoesie (Einaudi, 2014), a cura di G. D. Bonino. - 

Dici:

per noi va male. Il buio
cresce. Le forze scemano.
Dopo che si è lavorato tanti anni
noi siamo ora in una condizione
più difficile di quando
si era appena cominciato.

E il nemico ci sta innanzi
più potente che mai.
Sembra gli siano cresciute le forze. Ha preso
una apparenza invincibile.
E noi abbiamo commesso degli errori,
non si può negarlo.
Siamo sempre di meno. Le nostre
parole d’ordine sono confuse. Una parte
delle nostre parole
le ha stravolte il nemico fino a renderle
irriconoscibili.

Che cosa è errato ora, falso, di quel che abbiamo detto?
Qualcosa o tutto? Su chi
contiamo ancora? Siamo dei sopravvissuti, respinti
via dalla corrente? Resteremo indietro, senza
comprendere più nessuno e da nessuno compresi?

O contare sulla buona sorte?

Questo tu chiedi. Non aspettarti
nessuna risposta
oltre la tua. 


« On croit mourir pour la patrie on meurt pour des industriels » - Anatole France

Da: L'Humanité, 18 luglio 1922. ( pag. 2 - 10 ). - Anatole France Scrittore, biografo, giornalista e critico letterario francese (1844–1924). Pseudonimo: Anatole France, Anatolis Fransas. 



Cher citoyen Cachin,

Je vous prie de signaler à vos lecteurs le récent livre de Michel Corday, les Hauts Fourneaux[1], qu’il importe de connaître.

On y trouvera sur les origines de la conduite de la guerre des idées que vous partagerez et qu’on connaît encore trop mal en France ; on y verra notamment (ce dont nous avions déjà tous deux quelque soupçon) que la guerre mondiale fut essentiellement l’œuvre des hommes d’argent, que ce sont les hauts industriels des différents États de l’Europe qui, tout d’abord, la voulurent, la rendirent nécessaire, la firent, la prolongèrent. Ils en firent leur état, mirent en jeu leur fortune, en tirèrent d’immenses bénéfices et s’y livrèrent avec tant d’ardeur, qu’ils ruinèrent l’Europe, se ruinèrent eux-mêmes et disloquèrent le monde.

Écoutez Corday, sur le sujet qu’il traite avec toute la force de sa conviction et toute la puissance de son talent. — « Ces hommes-là, ils ressemblent à leurs hauts fourneaux, à ces tours féodales dressées face à face le long des frontières, et dont il faut sans cesse, le jour, la nuit, emplir les entrailles dévorantes de minerai, de charbon, afin que ruisselle au bas la coulée du métal. Eux aussi, leur insatiable appétit exige qu’on jette au feu, sans relâche, dans la paix, dans la guerre, et toutes les richesses du sol, et tous les fruits du travail, et les hommes, oui, les hommes mêmes, par troupeaux, par armées, tous précipités pêle-mêle dans la fournaise béante, afin que s’amassent à leurs pieds les lingots, encore plus de lingots, toujours plus de lingots… Oui, voilà bien leur emblème, leurs armes parlantes, à leur image. Ce sont eux les vrais hauts fourneaux ! » (page 163).

Ainsi, ceux qui moururent dans cette guerre ne surent pas pourquoi ils mouraient. Il en est de même dans toutes les guerres. Mais non pas au même degré. Ceux qui tombèrent à Jemmapes ne se trompaient pas à ce point sur la cause à laquelle ils se dévouaient. Cette fois, l’ignorance des victimes est tragique. On croit mourir pour la patrie ; on meurt pour des industriels.

Ces maîtres de l’heure possédaient les trois choses nécessaires aux grandes entreprises modernes : des usines, des banques, des journaux. Michel Corday nous montre comment ils usèrent de ces trois machines à broyer le monde. Il me donna, notamment, l’explication d’un phénomène qui m’avait surpris non par lui-même, mais par son excessive intensité, et dont l’histoire ne m’avait pas fourni un semblable exemple : c’est comment la haine d’un peuple, de tout un peuple, s’étendit en France avec une violence inouïe et hors de toute proportion avec les haines soulevées dans ce même pays par les guerres de la Révolution et de l’Empire. Je ne parle pas des guerres de l’ancien régime qui ne faisaient pas haïr aux français les peuples ennemis. Ce fut cette fois, chez nous, une haine qui ne s’éteignit pas avec la paix, nous fit oublier nos propres intérêts et perdre tout sens des réalités, sans même que nous sentions cette passion qui nous possédait, sinon parfois pour la trouver trop faible.

Michel Corday montre très bien que cette haine a été forgée par les grands journaux, qui restent coupables, encore à cette heure, d’un état d’esprit qui conduit la France, avec l’Europe entière, à sa ruine totale. « L’esprit de vengeance et de haine, dit Michel Corday, est entretenu par les journaux. Et cette orthodoxie farouche ne tolère pas la dissidence ni même la tiédeur. Hors d’elle, tout est défaillance ou félonie. Ne pas la servir c’est la trahir. »

Vers la fin de la guerre, je m’étonnais devant quelques personnes de cette haine d’un peuple entier comme d’une nouveauté que l’on trouvait naturelle et à laquelle je ne m’habituais pas. Une dame de beaucoup d’intelligence et dont les mœurs étaient douces assura que si c’était une nouveauté, cette nouveauté était fort heureuse. « C’est, dit-elle, un signe de progrès et la preuve que notre morale s’est perfectionnée avec les siècles : la haine est une vertu ; c’est peut-être la plus noble des vertus. »

Je lui demandais timidement comment il est possible de haïr tout un peuple :

— Pensez, madame, un peuple entier c’est grand… Quoi ? Un peuple composé de millions d’individus, différents les uns des autres, dont aucun ne ressemble aux autres, dont un nombre infiniment petit a seul voulu la guerre, dont un nombre moindre encore en est responsable, et dont la masse innocente en a souffert mort et passion. Haïr un peuple, mais c’est haïr les contraires, le bien et le mal, la beauté et la laideur. »

Quelle étrange manie ! Je ne sais pas trop si nous commençons à en guérir. Je l’espère. Il le faut. Le livre de Michel Corday vient à temps pour nous inspirer des idées salutaires. Puisse-t-il être entendu ! L’Europe n’est pas faite d’États isolés, indépendants les uns des autres. Elle forme un tout harmonieux. En détruire une partie, c’est offenser les autres.

Notre salut c’est d’être bons Européens. Hors de là, tout est ruine et misère.

Salut et fraternité,

Anatole FRANCE.
  1.  Texte disponible sur Wikisource : Les Hauts Fourneaux.