lunedì 15 ottobre 2018

La dignità e l’orgoglio che ci fanno dire siamo tutti bastardi - Franco Cardini

Da; http://materialismostorico.blogspot.com - Franco Cardini è uno storico, saggista e blogger italiano, specializzato nello studio del Medioevo.


Blut und Boden, “Sangue” e “Suolo”. Una coppia che il Romanticismo tedesco è riuscito a rendere fatidica e della quale il nazionalsocialismo si è appropriato imponendone un’accezione allarmante. Ma a ben guardare si tratta di qualcosa di molto simile a un sistema di coordinate cartesiane entro il quale si può racchiudere la storia del genere umano. Da una parte la discendenza biologica dalla quale si esce e che si concretizza in termini genealogici; dall’altra il luogo nel quale si nasce e che può essere legato a ciascuno di noi secondo la familiarità che le passate generazioni gli riconoscevano. Delle due parole-chiave che a quei due termini archetipici si riferiscono, la “nazione” tende a privilegiare il carattere familiare e tribale della nostra origine, la nascita appunto; mentre la patria si rifà più propriamente alla terra dei padri, che noi sentiamo nostra in quanto fu anzitutto loro.

Roma, fedele alla mitica consegna del suo fondatore, fondò le basi del suo cammino imperiale e universalistico sulla solida, concreta base del diritto di ogni membro della sua civitas, l’insieme dei cives, a condividere gli stessi diritti e le stesse prerogative. L’affermazione civis Romanus sum, che risuona con la medesima solennità proferita dall’oratore Cicerone e dal tessitore Saulo, ebreo di Tarso, ha il medesimo significato: e traccia una barriera invisibile ma rigorosa tra chi è civis Romanus e chi non lo è: chi è peregrinus, straniero, e come tale certo anche hospes, che però può diventare facilmente un hostis, un nemico. Ma, espandendosi rapidamente tra VIII e I secolo a.C, Roma apprese una lezione sconvolgente: più la sua potenza si allargava, più diminuiva la coesione interna dei suoi abitanti mentre attorno a lei si moltiplicavano peregrini, hospites/ hostes, barbari.

Il diritto di cittadinanza romana, che poteva esser concesso a intere comunità e a singole persone, divenne un vero e proprio motore di aggregazione, producendo fedeltà e lealismo. Poiché, con la ridefinizione imperiale dello Stato, la concessione del diritto di cittadinanza era stata riconosciuta una prerogativa dell’imperatore, essa si trasformò in un motore della rivoluzionaria concezione secondo la quale l’Urbs si riconosceva e s’identificava con l’Orbis: essere romano acquisiva un significato universale, quanto meno entro i confini dell’impero ai quali si attribuiva una potenzialità di espansione illimitata.

Con la Constitutio Antoniniana del 212, l’imperatore Caracalla compì il definitivo passo sulla via di questa dilatazione del diritto di cittadinanza fino allo svuotamento del suo contenuto di status privilegiato e alla sua coincidenza con una pienezza di prerogative giuridiche di tipo universalistico. Tutto ciò, comunque, includeva un problema ulteriore. L’impero aveva già cominciato a entrare in una crisi complessa, un dato qualificante della quale era quello demografico con i conseguenti immediati macrofenomeni dello spopolamento delle campagne, della flessione della produzione, dell’aumento dell’insicurezza. Il collegare saldamente e strettamente la condizione dei singoli alla stabilità dello stato apparve come un provvedimento quanto mai lungimirante.

La frammentazione e la confusione tecnosociologica ed etnoculturale di oggi richiede una ridefinizione in termini di nuova coscienza identitaria. È una sfida alla quale rispondere con coraggio. Alla pressione di genti che in numero sempre più consistente giungono da paesi che lo sviluppo postcoloniale ha messo in crisi e si vanno insediando in paesi a loro volta compromessi dall’arresto o dall’involuzione dello sviluppo demografico, non si può rispondere se non con una scelta forte, esemplare, in grado d’infondere speranza e fiducia: fare del paese nel quale si nasce, anche se i nostri genitori sono venuti da lontano, la propria patria. Che non equivale affatto a un ricominciare da zero né un imporre una cultura estranea ma, al contrario, ad accettare un’eredità consolidata e prestigiosa fatta di lingua, d’istituzioni, di tradizioni, di valori. Tanto meglio poi se i nuovi cittadini sapranno immettere nella loro nuova patria anche il contributo delle tradizioni che i loro padri e le loro madri avranno loro tramandato. Dallo ius soli potrà nascere una società futura differenziata, non livellata: le differenze sono valori, ed è necessario affrontarle forti di una cultura dell’et- et, non dell’aut- aut.

Una futura società di bastardi? Ebbene, sì: e dobbiamo dirlo con dignità e con orgoglio. Siamo tutti bastardi. Lo siamo sempre stati. Le società pure sono frutto di lontane mitologie illuministiche e romantiche del tutto prive di concreta verifica storica. Proprio l’impero romano, che ai suoi massimi livelli almeno dal II secolo d.C. ha espresso imperatori iberici, illirici, arabi, siriaci e perfino berberi (e più tardi, in età bizantina, macedoni e anatolici) è prova di tutto questo. L’Italia, come terra avanzata nel Mediterraneo e protesa a sud, è obiettivamente in prima linea. Se riesce a rovesciare la situazione che si sta prospettando e da futura cavia imporsi come futura protagonista, avrà vinto la sua battaglia per la sopravvivenza e per la civiltà. E dato un esempio di lungimiranza ai governi europei, che stanno dimostrando di averne bisogno. 
21 7 2017 

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