domenica 11 novembre 2018

Uccellacci e uccellini (1966) - Pier Paolo Pasolini

Da: Film d'essay 97 - http://musicasognata.blogspot.com/



Il film completo: https://www.youtube.com/watch?v=9fDtjZnc3gc



Una presentazione di Salvatore Tinè

Al cinema Iris di Messina, nel quadro di una splendida “Settimana Pasoliniana” presento “Uccellacci e uccellini”. La prima didascalia del film che leggiamo sulla sua prima inquadratura riassume uno dei suoi temi: è una sintesi ironica di una celebre intervista a Mao, ovvero a una delle icone  e a uno dei principali riferimenti ideologici di quel ’68 che esploderà appena due anni dopo Uccellacci e uccellini. Un’intervista riassunta in questi termini: “dove va l’umanità? Boh!”.

Il film ci indica quindi sin dal suo inizio il tema del futuro, ovvero del senso del cammino o della storia dell’umanità. Non a caso la didascalia è sovrapposta all’immagine in campo lungo di una strada sul cui orizzonte scorgiamo appena, piccolissimi, i due protagonisti del film che conosceremo qualche attimo dopo. La strada è appunto la metafora visiva, chapliniana della storia come cammino dell’umanità. Subito dopo conosciamo i due personaggi del film, finalmente inquadrati da vicino: un padre e un figlio, interpretati da Totò e Ninetto Davoli, in realtà interpreti di se stessi, i quali percorrono quella strada di periferia, apparentemente senza un motivo o una precisa direzione: di nuovo un tema che precorre il ’68, quello del conflitto tra le generazioni, tra la vecchia Italia cattolica e contadina, quella appunto dei padri, e la nuova Italia dei giovani, uscita profondamente trasformata dal boom economico e dai radicali processi di modernizzazione che lo hanno accompagnato.

sabato 10 novembre 2018

Epoca, fasi storiche, Capitalismi - Roberto Fineschi

Da: https://marxdialecticalstudies.blogspot.com - http://www.retedeicomunisti.org - Roberto_Fineschi è un filosofo ed economista italiano. 
Leggi anche: Alessandro Mazzone, https://ilcomunista23.blogspot.com/2016/09/modo-di-produzione-capitalistico.html 



Relazione al Forum Nazionale della Rete dei Comunisti, Roma 17/18 dicembre 2016 (Si ringrazia la compagna Rosalba Scinardo Ratto per aver sbobinato la registrazione, sulla cui base questo testo è stato redatto. https://ilcomunista23.blogspot.com/2016/12/epoca-fasi-storiche-capitalismi-forme-e.html) - 


Con questo intervento cercherò, sulla base dei miei studi1, di precisare che cosa significa per Marx "storia" e "fase storica" Quando in altre occasioni ho presentato questo stesso tema, ho spesso preso come punto di riferimento i miei studenti, ai quali chiedo che cosa intendano per storia; loro guardano l'orologio e dicono che, partendo da ieri e andando all'indietro, più o meno tutto è storia, non facendo molte distinzioni in questo lungo lasso di tempo, cioè non riuscendo sostanzialmente ad andare oltre una definizione generica e non strutturata di che cosa storia significhi.



Dialettica di continuità e discontinuità storica

Marx, l'autore del quale mi sono interessato e in base al quale cercherò di argomentare questa tesi, si è impegnato per tutta la vita nel tentativo di elaborare un'idea di storia molto più strutturata e complessa, che tenesse insieme non un generico "prima", rispetto ad un altrettanto generico "presente", ma che dimostrasse come questo "prima” e questo "presente" avessero delle leggi di funzionamento, potessero essere strutturati in periodi. Si trattava di tenere insieme due aspetti, che poi nel dibattito successivo avrebbero prodotto tendenze conflittuali: la continuità e la discontinuità storica. Elaborare una teoria della storia che parlasse della storia degli uomini, per cui si potesse dire che tutto quello che è successo possa essere riferito in qualche modo agli esseri umani che lavorano insieme, ma al tempo stesso come questa non fosse una storia indefinita di uomini, ma si articolasse in periodi con dei punti di rottura, di discontinuità, per cui esse fossero diverse fasi di una stessa cosa.

Le due derive che si determinano se non teniamo insieme le due cose sono, da una parte, teorie della storia essenzialiste, cioè teorie della storia in cui sostanzialmente c'è un'essenza umana o in origine, in un tempo non meglio definito, o delle caratteristiche intrinseche dell'uomo, che non cambiano mai e che poi vengono più o meno traviate negli eventi successivi. In questa prospettiva in realtà abbiamo una lunga storia di una non meglio definita alienazione, dalla quale alla fine si può venir fuori ristabilendo quella condizione originaria. È una teoria per cui l'uomo in fondo è sempre se stesso e nel tempo cambia fino ad un certo punto. Cambia nella misura in cui le sue qualità essenziali sono negate, quindi l'obiettivo politico sarà quello di riconciliare essenza ed esistenza.

L'altra deriva è lo "storicismo invertebrato", come lo definiva Luporini negli anni 70, cioè una teoria della storia per cui i vari periodi non "dialogano" tra di sé: ogni epoca ha una sua essenza irriducibile che non comunica con le altre. Il compito della ricerca storica è quindi quello di "rivivere" lo spirito del tempo. Non è però possibile dire che una fase è superiore o inferiore ad un'altra fase, perché l'idea di fondo è che queste fasi tra di sé non comunichino; sono modelli, ciascuno dei quali ha una sua irriducibile, intrinseca natura, che lo rende incomparabile agli altri. La deriva di questo approccio è che non esistono argomenti contro lo schiavismo, contro il nazismo, contro il fascismo, contro niente, perché non c'è un modo razionale argomentativo per dire che i principi fondanti di una certa concezione del mondo sono sbagliati, perché si risponderebbe "e beh quelli sono i miei principi fondanti". Qui, tra l’altro, si vede la deriva potenziale del "ritorno alle radici" di tutte quei movimenti che ancora oggi si appellano all'idea di queste radici fondamentali da sostenere e riproporre come valore regolativo del vivere sociale. Marx, secondo me, cerca di evitare queste due cose e cerca di mettere insieme continuità e discontinuità, cioè una teoria della storia in cui tutte le fasi siano umane e quindi comparabili tra di sé in quanto fasi della stessa cosa, cioè della riproduzione umana, ma allo stesso tempo abbiano delle rotture, ogni periodo abbia una sua specificità che permetta di identificarlo come tale. 

mercoledì 7 novembre 2018

I PRESOCRATICI - Gabriella Giudici

Da: https://gabriellagiudici.it - Gabriella Giudici insegna Filosofia e Scienze umane al Liceo Statale di Scienze umane "A. Pieralli" di Perugia. 




4:17
1. Che cos'è la filosofia?

6:25
2. La natura come problema

3:40
3. I milesi. Talete

6:18
4. I milesi. Anassimandro e Anassimene

6:52
6. Eraclito di Efeso

6:35
7. Parmenide

6:44
8. Anassagora


martedì 6 novembre 2018

I detti dell'imbianchino - Bertolt Brecht

Da: Bertolt Brecht, Me-ti Libro delle svolte, Einaudi, 1965.




 Quando l'imbianchino enunciò il detto "Prima l'utile generale e poi quello particolare", a molti parve dischiudersi una nuova era. Si potrebbe anche dire: proprio ai molti parve dischiudersi una nuova era, poiché la frase venne da essi interpretata come se l'utile generale fosse il benessere dei molti ed esso dovesse ormai venir prima del benessere dei pochi. Così questa frase fece un magnifico effetto. Ci si aspettava generalmente che all'imbianchino non dovesse riuscir molto facile farla rispettare. Invece, come presto si mostrò, non gli riuscì poi tanto difficile.

 Egli infatti non pretese soltanto o soprattutto dai pochi benestanti che essi anteponessero l'utile dei molti al loro proprio, bensì pretese proprio dai molti che tutti loro, che ognuno di essi, anteponesse l'utile generale al proprio utile particolare. L'operaio doveva rinunciare a una mercede sufficiente e costruire strade per la generalità. Il piccolo contadino doveva rinunciare a prezzi buoni per il suo bestiame e fornire alla generalità bestiame a buon mercato ecc. Così la frase faceva già un effetto meno magnifico.

 Si vide che la nazione si trovava in una situazione in cui l'utile reale di qualcuno poteva essere ottenuto solo danneggiando gli altri e questo utile era tanto maggiore quanto più danneggiava gli altri.

 Quanto più grandi erano le fabbriche, tanto più si guadagnava da esse. Tutto questo restò come prima, la magnifica frase non vi cambiò nulla. I molti non avrebbero infatti avuto bisogno di questa magnifica frase, bensì di una trasformazione dei rapporti di proprietà tale da rendere impossibile ai singoli di trarre utile dai molti. Questo sarebbe accaduto se l'imbianchino avesse tolto ai singoli e consegnato ai molti tutti i negozi e le fabbriche e le case d'affitto e i campi da cui si può trarre utile.

 In una nazione che fa questo l'utile del singolo non si trova più in contrasto con l'utile dei molti. Quanto maggiore è allora l'utile del singolo, tanto maggiore è l'utile generale. Ma nella nazione dell'imbianchino continua ad accadere il contrario, nonostante tutte le esortazioni e le magnifiche frasi.

sabato 3 novembre 2018

"Rimbocchiamoci le maniche e ricominciamo dalla battaglia culturale" Vittorio Bonanni intervista Luciano Canfora

Da: http://www.controlacrisi.org/ - https://www.sinistrainrete.info


Classicista di fama internazionale, esponente di spicco della sinistra italiana, già iscritto a Rifondazione comunista e al Pdci, docente presso l’Università di Bari, Luciano Canfora è uno degli intellettuali più prestigiosi e controcorrenti che il panorama italiano può vantare. Quest’anno ha partecipato in qualità di condirettore all’edizione 2014 di FestivalStoria, ospitata presso i locali dell’Università di San Marino, dedicata questa volta al tema “Auri Sacra Fames”. Il denaro, motore della Storia? e che chiude oggi i battenti. A lui abbiamo chiesto di riflettere su questo concetto il quale se per certi versi appare scontato di fatto non trova mai o quasi mai riscontro esplicito nelle discussioni politiche o culturali sia a livello nazionale che internazionale.

Professor Canfora, fermo restando che già sappiamo, come sosteneva Marx, che l’economia è la struttura portante della storia dell’umanità, e con essa il denaro e l’avidità dell’uomo, si può intravedere un’epoca dove però questo aspetto ha prevalso più di altri momenti?
Una storia dell’umanità in sintesi l’ha già raccontata Lucrezio, il poeta latino del tempo di Cicerone e di Cesare, a metà del primo anno Avanti Cristo. Nel quinto libro del “De Rerum Natura”, una pagina formidabile, una specie di storia dell’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, dice che il conflitto e quindi la storia conflittuale dell’umanità, comincia quando fu scoperta la proprietà. “Res reperta”, appunto la proprietà, e “aurunque”, cioè l’oro. Riferimento del valore convenzionale. E forse, anche se non possiamo saperlo con certezza, probabilmente già Epicuro si soffermava molto su questo punto se lo stesso Lucrezio appunto lo ha molto tradotto parafrasandolo e rievocandolo. Io sono convinto che Lucrezio sia stato un pensatore originale e molto importante. Comunque l’intuizione che l’intera vicenda umana sia legata a questo fenomeno e alla dinamica della proprietà e al conflitto che essa determina, diventa lì, nel suo pensiero, molto chiara. Ed è altrettanto chiara e ben presente nella consapevolezza e nella coscienza di tutti gli storici e i pensatori del mondo antico, che sono millenni di storia non certamente un quarto d’ora. Insomma il materialismo storico non ha inventato nulla a riguardo, ha solo preso coscienza di un convincimento radicato nella realtà.
Anche quando si parla della “guerra motore della Storia” siamo sempre dentro il concetto di “scontro per la proprietà”?
Certo. Che sia conflitto imperiale o conflitto civile sempre della stessa cosa si tratta. Ci sono però dei momenti in cui tutto questo passa in secondo piano nelle coscienze delle persone, e questo lo abbiamo visto varie volte riprodursi, a seguito della conflittualità a base religiosa. L’altro malanno dell’umanità sono infatti le religioni, che scatenando i fanatismi contrappositivi, ovvero “quello che penso io è vero, quello che pensi tu è demoniaco”, innescano appunto conflitti spaventosi che possono durare secoli. L’Europa, che è un luogo molto ipocrita, per secoli si è dilaniata per guerre di religione, totalmente sconvolgenti dal punto di vista mentale. Si può ritenere che anche dietro, ma molto mediatamente, questi conflitti allucinanti a base religiosa ci siano motivi di carattere materiale. Di cui gli stessi protagonisti però non sono consapevoli. Sicuramente il petrolio è alla base della guerra lancinante del nuovo califfato contro i paesi vicini, ma i militanti di quella realtà, completamente obnubilati dal punto di vista mentale, credono di lottare per una religione, per una fede. Sono probabilmente molto mediatamente manovrati e quindi la loro posizione appare ancora più tragica in quanto diventano oggetti e non soggetti della storia. Però tendo a pensare che se uno guarda da vicino anche in quel caso al di sotto c’è la “res” come diceva Lucrezio. 

mercoledì 31 ottobre 2018

L'eredità vivente della filosofia di Marx - Stefano Petrucciani

stefano-petrucciani è un filosofo italiano. Professore ordinario di Filosofia Politica presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell‘Università di Roma "La Sapienza".

 - "Sul Materialismo storico..."
                                                       - "Sul rapporto struttura / sovrastruttura..."                        
                                                                                                                                - "Sulla Rivoluzione proletaria..." 
                                           

Il dibattito: https://www.youtube.com/watch?v=Jqogx-AXQf4

martedì 30 ottobre 2018

Sul diritto delle nazioni all’autodecisione - Lenin

da Lenin, Opere Scelte, vol. 1, Edizioni in lingue estere, Mosca, 1947, pag 538-583
trascrizione a cura di Valerio e pubblicazione a cura del CCDP per il 94° anniversario della Rivoluzione d'ottobre. - www.resistenze.org - materiali resistenti in linea - iper-classici - 

                                      pubblicato nella rivista Prosvestcenie, n.4-5-6, 1914 

Il paragrafo nove del programma dei marxisti russi, che tratta del diritto delle nazioni all’autodecisione, ha suscitato recentemente (come abbiamo già detto nella «Prosvestcenie»[i]) tutta una crociata da parte degli opportunisti. Tanto il liquidatore russo Semkovski in un giornale liquidatore di Pietroburgo, quanto il bundista Liebmann e il socialnazionalista ucraino Jurkevic hanno attaccato quel paragrafo nei loro giornali, trattandolo col massimo sdegno. Non vi è dubbio che questa «invasione delle dodici lingue» dell’opportunismo contro il nostro programma marxista è strettamente collegata con le odierne oscillazioni nazionaliste in generale. Ecco perchè ci sembra opportuno esaminare particolareggiatamente la questione. Notiamo solo che nessuno degli opportunisti sunnominati si è valso di argomenti nuovi: tutti quanti si sono limitati a ripetere quel che Rosa Luxemburg [ii] aveva scritto nel suo lungo articolo polacco, pubblicato negli anni 1908-1909 ed intitolato «La questione nazionale e l’autonomia». Nella nostra esposizione, dovremo quindi tener conto soprattutto degli argomenti «originali» di quella scrittrice.
 
 
 
1. CHE COSA È IL DIRITTO DELLE NAZIONI ALL’AUTODECISIONE
 
È naturalmente questa la questione che si presenta per prima quando si vuole esaminare con metodo marxista la cosiddetta autodecisione. Che cosa bisogna intendere per autodecisione? Bisogna cercare una risposta nelle definizioni giuridiche tratte da ogni specie di «nozioni generali» di diritto? O bisogna cercarla nello studio storico-economico dei movimenti nazionali? 

Non è affatto strano che i signori Semkovski, Liebmann, Jurkevic non abbiano neppure pensato a porsi tale domanda, si siano limitati a sogghignare sull’«oscurità» del programma marxista, senza neppur sapere, a quanto pare, nella loro semplicità, che la questione dell’autodecisione delle nazioni è trattata non solo nel programma russo del 1903, ma anche nella risoluzione del Congresso Internazionale di Londra del 1896 (ne parleremo particolareggiatamente a suo luogo). È invece molto più strano il fatto che Rosa Luxemburg, la quale molto declama contro quel paragrafo, chiamandolo astratto e metafisico, sia caduta, proprio lei, nel peccato di astrattezza e di metafisica. Proprio Rosa Luxemburg, infatti, si perde costantemente in ragionamenti generici sul diritto di autodecisione (e perfino - cosa del tutto ridicola - in disquisizioni sul come conoscere la volontà della nazione), ma non si pone mai, chiaramente e nettamente, la domanda se la soluzione debba essere cercata nelle definizioni giuridiche o nell’esperienza dei movimenti nazionali del mondo intiero.

domenica 28 ottobre 2018

Questione nazionale e «fronte unico» Zetkin, Radek e la lotta d’egemonia contro il fascismo in Germania - Stefano G. Azzarà

Da: http://ojs.uniurb.it/index.php/materialismostorico/index -stefano.azzara Università di Urbino 
Pubblicato su “Materialismo Storico. Rivista di filosofia, storia e scienze umane", n° 2/2017,  licenza Creative Commons BY-NC-ND 4.0 
Leggi anche: Fascismo. Misurare la parola. - Palmiro Togliatti 



1. La questione tedesca nel movimento comunista

Nel movimento operaio internazionale, la questione tedesca e le sue possibili ricadute sulle prospettive generali della rivoluzione socialista in Europa hanno costituito un argomento tradizionalmente assai dibattuto. Come faceva notare Pierre Broué, riportando nelle pagine iniziali della sua celebre opera sulla – mancata – rivoluzione tedesca le ottimistiche previsioni letterarie di Preobrazhenskij e gli auspici politici di Zinovev1, è un dibattito che si è fatto però tanto più necessario e intenso con l’Ottobre e soprattutto negli anni successivi alla conclusione della Prima guerra mondiale, in ragione delle profonde trasformazioni politiche che si erano verificate in Germania dopo la sconfitta e la caduta del Kaiser e nel contesto di un conflitto civile dalle conseguenze imprevedibili. Un conflitto a intensità variabile ma pressoché ininterrotto, le cui incontrollabili esplosioni – ora a destra, ora a sinistra – sembravano certamente porre le basi per la rottura definitiva di quell’ordine borghese del quale la socialdemocrazia, nelle analisi dei bolscevichi, si era fatta garante a Weimar. Ma che rischiavano al tempo stesso di condurre ad un esito decisamente diverso da quello che ancora dopo il Terzo congresso il Comintern riteneva comunque prossimo, come sarebbe in effetti accaduto in Italia con la presa del potere da parte del fascismo nel 1922 2.
In realtà, sappiamo bene che lo sguardo sulla Germania coincide in un certo senso con l’atto di nascita stesso del partito comunista moderno. «I comunisti rivolgono la loro attenzione sopratutto alla Germania», avevano spiegato Marx e Engels sin dal 1848 e in un contesto assai diverso, «perché la Germania è alla vigilia d'una rivoluzione borghese e perché essa compie questo rivolgimento in condizioni di civiltà generale europea più progredite e con un proletariato molto più evoluto che non l'Inghilterra nel Diciassettesimo secolo e la Francia nel Diciottesimo»3. Ragion per cui, concludevano, «la rivoluzione borghese tedesca può essere soltanto l'immediato preludio d'una rivoluzione proletaria» destinata a propagarsi in tutta Europa. E questa impostazione assai ottimistica ritornava ancora nella prefazione alla seconda edizione russa del 1882, sfrondata del precedente meccanicismo ma con parole non dissimili: un’eventuale «rivoluzione russa» sarebbe stata ovviamente importante; ma poiché non era di certo possibile affidare l’affermazione del comunismo alla «comunità rurale», il suo valore sarebbe consistito in primo luogo nel funzionare come «segnale a una rivoluzione operaia in occidente, in modo che entrambe si completino»4. Ancora nel 1892, poi, come sempre Pierre Broué ricorda, il vecchio Engels si aspettava che la Germania fosse «al centro del campo di battaglia nel quale borghesia e proletariato si sarebbero fronteggiati nella lotta finale»5.
Adesso, dopo Versailles, la Germania era ancora il cuore della rivoluzione europea, come i padri fondatori avevano ritenuto? Costituiva cioè quel diaframma geopolitico strategico la cui rottura avrebbe consentito una risoluzione agevole dello scontro tra gli antagonisti di classe su scala continentale e l’insediamento del socialismo in uno dei centri nevralgici più progrediti del mondo capitalistico, spingendo «alla conquista immediata del potere»6 (la «lega Spartaco» occupava non casualmente il primo posto nell’elenco dei convocati presente nella Lettera d’invito per il I congresso dell’Internazionale7)? Oppure la borghesia tedesca, indebolita dai colpi ricevuti ma proprio per questo ancor più inferocita, sarebbe riuscita anche in quel paese a reprimere le forze comuniste e a elaborare, sulla scorta di una guerra totale che aveva cambiato per sempre la natura della sfera politica, un regime capitalistico autoritario di nuovo tipo; un nuovo modello politico che, muovendo dal laboratorio tedesco, si sarebbe diffuso in Europa con una virulenza ancora maggiore rispetto al fascismo italiano? E come assicurare la sopravvivenza della stessa rivoluzione in Russia, se il paese dei soviet fosse rimasto privo di ogni appoggio e dunque isolato e accerchiato nella sua arretratezza atavica e nella sua oggettiva debolezza produttiva e militare?

venerdì 26 ottobre 2018

Oltre il testo - Carlo Sini

Da: InSchibbolethTV - Carlo_Sini- è un filosofo italiano.- CarloSiniNoema 




                                                                                                                                   Ludwig Wittgenstein, Note sul "Ramo d'oro" di Frazer

RISVOLTO
Queste Note sul “Ramo d’oro” di Frazer sono una fra le più singolari delle molte sorprese che ha offerto in questi anni, e continuerà a offrire, la pubblicazione degli inediti di Wittgenstein. In queste rapide e densissime pagine, che raccolgono una serie di postille alla grande opera di Frazer, attraverso la quale la cultura occidentale aveva preso ufficialmente atto del mondo religioso dei ‘primitivi’, Wittgenstein ha dato il suo unico contributo ‘esplicito’ all’antropologia – e anche in questo caso è riuscito a creare quel ribaltamento delle prospettive che il suo pensiero ha portato dovunque si sia mosso. Innanzitutto abbozzando una ‘antropologia dell’antropologo’ – fondata su questo assioma: «Frazer è molto più selvaggio della maggioranza dei suoi selvaggi» – davvero sbalorditiva, se si pensa che le prime di queste pagine sono del 1931, mentre le ‘scienze umane’ hanno cominciato a porsi quel problema, peraltro in modo piuttosto goffo, solo in questi ultimi anni. Inoltre, Wittgenstein ci propone qui certe letture di fatti religiosi ‘primitivi’ che non solo mostrano come Frazer spesso desse, di quegli stessi fatti, una banale razionalizzazione ‘vittoriana’, ma in certo modo li toccano al cuore, con quella capacità di percepire e definire le esperienze più complesse e inafferrabili di cui Wittgenstein dà prova in tutta la sua opera, tanto che appare più che giustificata l’indagine condotta da Jaques Bouveresse nel saggio qui pubblicato in appendice, che tende a ritrovare, soprattutto negli scritti della ‘seconda fase’ di Wittgenstein, un vero tesoro ancora da scoprire di osservazioni antropologiche.

giovedì 25 ottobre 2018

"Gli imbrogli del post - modernismo" - Stefano Garroni

Da: mirkobe79 - Stefano_Garroni è stato un filosofo italiano. 
Il video che viene qui proposto è una risposta a questa intervista di Diego Fusaro: https://www.youtube.com/watch?v=EV_P_eybAe4&list=PLo-vwNjnLdbYeKAXeEYoXqFW5S7KNk0sY&index=9)

"...dobbiamo sempre ricordare che la politica è l'arte del possibile. Cioè non ha nessun senso lanciare la parola d'ordine dell'internazionale se non esiste nel mondo obiettivamente qualcosa che spinge al superamento dei confini nazionali. E il capitalismo ha anche questo ruolo di favorire, di mettere in luce, questa spinta verso l'internazionalismo, il superamento delle nazioni. Ovviamente con tutte le contraddizioni, perché poi non esiste una mondializzazione capitalistica -mondializzazione non è lo stesso di globalizzazione. In realtà l'internazionalismo del padrone ha dato luogo a regioni economiche diverse, e anche conflittuali -basti pensare alla faccenda dollaro euro per esempio-. Se si vuole fare politica realmente bisogna avere un fondamento alla radice di tutto [...] bisogna che la parola d'ordine che io lancio, il movimento che metto in piedi, abbia un riferimento obiettivo, abbia una radice nel movimento obiettivo delle cose. Ora il movimento obiettivo delle cose è verso un'economia che supera il confine nazionale."
                                                                               

    Gli imbrogli del post-modernismo, Stefano Garroni (22/01/2014) (a cura di Adriana Garroni)

Con questo breve intervento mi propongo di rispondere ad alcune delle tesi formulate dal professore americano R. Inglehart nel suo libro La società post-moderna (pubbl. it. 1998) e dal giovane filosofo italiano Diego Fusaro in una recente intervista. A mio parere, sia questo libro sia le idee di Fusaro -seppur a diverso livello e a diversa dignità culturale- sono due campioni del carattere fondamentalmente anticomunista e antimarxista della cultura post-moderna.

Nella sua intervista Diego Fusaro sostiene che Marx si sarebbe sbagliato nel lanciare la parola d’ordine dell’internazionalismo proletario, in quanto l'unico internazionalismo esistente ed operante nella storia è quello del capitale: sbandierare tale parola d'ordine coinciderebbe, paradossalmente, con l'esaltazione della mondializzazione del capitalismo. A dimostrazione di ciò, secondo il giovane filosofo, ci sarebbero gli errori che Marx avrebbe commesso nella previsione dello sviluppo economico del capitalismo.

Secondo Fusaro, si deve sostenere il ritorno ad una dimensione nazionale, che avrebbe maggiore vitalità democratica della dimensione sovranazionale. La comunità nazionale garantirebbe maggiormente la democrazia, perché consentirebbe al cittadino di avere un peso effettivo nelle scelte politiche del proprio paese. Invece, se il potere si centralizza sul piano internazionale il singolo cittadino è assolutamente schiacciato da tale Moloch.

martedì 23 ottobre 2018

La manovra del Governo danneggia il Mezzogiorno - Guglielmo Forges Davanzati

Tramite Riccardo Bellofiore  da: https://www.quotidianodipuglia.it, 21 ottobre 2018, - guglielmo-forges-davanzati, Università del Salento, è un economista italiano.


Il documento di Economia e Finanza ha, per così dire, ingannato numerosi commentatori, convinti che si tratti di una svolta radicale della politica economica italiana e convinti che finalmente ci siamo lasciati alle spalle le politiche di austerità.

Si tratta di un inganno dal momento che, come verrà mostrato, questa manovra – sebbene basata su un aumento del rapporto deficit/Pil – non contribuisce alla ripresa della crescita. Ed è un’illusione ottica pensare che qualunque politica fiscale espansiva generi crescita, nel breve come nel lungo periodo. La manovra del Governo, poi, si configura come un insieme di interventi che rischia di accentuare le divergenze regionali.

Per le seguenti ragioni:

1) La flat tax – ancora in fase di definitiva elaborazione - è un’imposta regressiva, che, cioè, fa pagare più tasse, in termini relativi, ai percettori di redditi bassi rispetto ai percettori di redditi alti. Poiché questi ultimi si trovano prevalentemente al Nord, l’effetto macroeconomico non può non essere maggiore detassazione al Nord rispetto alle aree deboli del Paese.

2) Il reddito di cittadinanza, nella sua ultima formulazione e dunque con il vincolo della spesa per prodotti italiani, va nella direzione di incentivare i consumi per beni prodotti al Nord e, al tempo stesso, di disincentivare le innovazioni da parte delle imprese lì localizzate. L’appello all’italianità, in questo caso, dato il dualismo che caratterizza storicamente l’economia italiana, si traduce di fatto in un appello a comprare beni prodotti nelle regioni più ricche del Paese. 
Molto è stato detto sui centri per l’impiego. Anche in questo caso, va rimarcata una significativa disparità, nel loro funzionamento, fra Sud e Nord del Paese, con prevedibili effetti di segno negativo sulla loro capacità, nelle regioni meridionali, di funzionare in modo efficace.

3) La “pace fiscale” – ovvero, chiamata per quello che è, il condono per gli evasori – al netto delle discutibili implicazioni etiche e anche economiche (di norma, i condoni creano l’aspettativa di ulteriori condoni, accrescendo, non diminuendo, l’evasione), riguarda ovviamente i percettori di redditi variabili, dunque non i dipendenti pubblici e, più in generale, non i percettori di redditi tassati “alla fonte”. 
Anche in questo caso, il dualismo dell’economia italiana conta. La “pace fiscale” non può che tradursi, nei fatti, in un sostegno al reddito delle partite IVA e delle piccole imprese del Nord. 

lunedì 22 ottobre 2018

Le ultime vicende dal Nicaragua - Alessandra Ciattini 





Da: https://www.lacittafutura.it -
Alessandra Ciattini insegna Antropologia culturale alla Sapienza. 


Il Nicaragua tra passato e presente, tra progressismo e liberismo in un mondo multipolare. 


È sempre molto difficile esprimersi sulla politica di un paese lontano, che inevitabilmente conosciamo di seconda mano e che per più ha portato avanti per decenni una politica sociale progressista e antimperialista, per liberarsi dal giogo degli Stati Uniti, i quali – come è ampiamente documentato – hanno finanziato, tramite la CIA vendendo le armi all’Iran [1], l’attività controrivoluzionaria dei contras contro il movimento sandinista, che nel 1979 aveva scalzato il dittatore Anastasio Somoza. 

domenica 21 ottobre 2018

"Il pensiero di Marx come ontologia dell’essere sociale – rileggendo Lukàcs" - Paolo Vinci (2/3)

Da: AccademiaIISF - http://www.iisfscuoladiroma.it  
Paolo Vinci è docente di Filosofia pratica presso la Facoltà di Filosofia dell’Università “La Sapienza” di Roma. - http://www.rivistapolemos.it 
Leggi anche: Riflessioni 16... - Stefano Garroni (https://ilcomunista23.blogspot.com/2018/10/riflessioni-16-stefano-garroni.html) 

I° Incontro: "Il pensiero di Marx come ontologia dell’essere sociale" – rileggendo Lukàcs - Paolo Vinci (1/3)

II° Incontro:
                    

III° Incontro: "Il pensiero di Marx come ontologia dell’essere sociale – rileggendo Lukàcs" - Paolo Vinci (3/3) 

sabato 20 ottobre 2018

Il socialismo e la guerra - Vladimir Lenin (1915)

Da: https://www.marxists.org - L'opuscolo Il socialismo e la guerra fu scritto nel luglio-agosto 1915 - Trascritta per Internet dalla redazione "Che fare", Aprile 2000


Indice del testo:

Prefazione alla seconda edizione
    I. I principi del socialismo e la guerra del 1914-15
    II. Le classi e i partiti in Russia
    III. La ricostituzione dell'Internazionale
    IV. La storia della scissione e la situazione attuale della socialdemocrazia in Russia 


    Appendice I. La guerra e la socialdemocrazia russa
    Appendice II. La conferenza delle sezioni estere del Partito operaio socialdemocratico russo
 Appendici:
    I. La guerra e la Socialdemocrazia Russa
    II. Conferenza delle sezioni all'estero del POSDR 


Il socialsciovinismo è il pieno sviluppo dell'opportunismo


In tutto il periodo della II Internazionale si è svolta ovunque, in seno ai partiti socialdemocratici, una lotta fra l'ala rivoluzionaria e l'ala opportunista. In diversi paesi è avvenuta una scissione di questo genere (Inghilterra, Italia, Olanda, Bulgaria). Nessun marxista ha mai dubitato del fatto che l'opportunismo esprime la politica borghese nel movimento operaio, esprime gli interessi della piccola borghesia e l'unione di un'infima parte di operai imborghesiti con la propria borghesia, contro gli interessi della massa dei proletari, della massa degli oppressi.

Le condizioni obiettive della fine del secolo XIX hanno particolarmente rafforzato l'opportunismo trasformando l'utilizzazione della legalità borghese in un atteggiamento servile dinanzi ad essa, creando un piccolo strato di burocrazia e di aristocrazia della classe operaia, attirando nelle file dei partiti socialdemocratici molti "compagni di strada" piccolo-borghesi.

La guerra ha accelerato questo sviluppo, trasformando l'opportunismo in socialsciovinismo, rendendo palese l'unione segreta degli opportunisti con la borghesia. Nel tempo stesso, le autorità militari hanno proclamato dovunque lo stato d'assedio, mettendo il bavaglio alla massa operaia, i cui vecchi capi sono quasi tutti passati alla borghesia. La base economica dell'opportunismo e del socialsciovinismo è identica: gli interessi di un gruppo piccolissimo di operai privilegiati e di piccoli borghesi che difendono la propria situazione privilegiata, il proprio "diritto" alle briciole dei profitti ottenuti dalla "loro" borghesia nazionale col depredamento di altre nazioni, con i vantaggi della posizione di grande potenza, ecc.

Il contenuto ideologico e politico dell'opportunismo e del socialsciovinismo è identico: la collaborazione delle classi invece della lotta di classe, la rinuncia ai mezzi rivoluzionari di lotta, l'aiuto al "proprio" governo nelle situazioni difficili, invece di utilizzare le sue difficoltà nell'interesse della rivoluzione. Se consideriamo tutti i paesi europei nel loro complesso, se rivolgiamo l'attenzione non a singole persone (fossero anche le più autorevoli), risulterà che proprio la corrente opportunista è divenuta il sostegno principale del socialsciovinismo, mentre dal campo dei rivoluzionari si leva, quasi dovunque, una protesta più o meno conseguente contro di esso. E se si considera, per esempio, il raggruppamento delle tendenze al Congresso internazionale socialista di Stoccarda del 1907, vediamo che il marxismo internazionale era contro l'imperialismo, mentre l'opportunismo internazionale già allora era in suo favore.