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lunedì 16 agosto 2021

Riconoscimento, conflitto, intersoggettività. Attualità di un paradigma filosofico

Da: AccademiaIISF -  https://www.facebook.com/dialettica.filosofia - http://www.dialetticaefilosofia.it

Primo incontro: Paolo Vinci (Sapienza Università di Roma, IISF) Riconoscimento come dialettica fra pensare e agire; 
Mimmo Pesare (Unisalento) Riconoscimento e costituzione dell’io in Jacques Lacan: lo Stadio dello Specchio

                                                                           

Secondo incontro: Carla Maria Fabiani (Dialettica & Filosofia, Lecce) Prima dell’Autocoscienza. Anima e riconoscimento nell’antropologia hegeliana 
Elena Maria Fabrizio (Dialettica & Filosofia, Lecce) Capitalismo e riconoscimento. Una retrospettiva da Adorno a Habermas 
Giorgio J. Mastrobisi (Dialettica & Filosofia, Lecce) La dottrina delle possibilità in Husserl, tra riconoscimento e intersoggettività  
Anita Pierini (Dialettica & Filosofia, Lecce) Lo sguardo degli altri. Riconoscimento e reificazione in Sartre 
Lucrezia Rosano (Dialettica & Filosofia, Lecce) Bildung e Gewissheit nello “Spirito estraniato da sé” della Fenomenologia e nella Montagna magica 

Terzo incontro: Tavola rotonda sul testo di Axel Honneth "Riconoscimento. Storia di un'idea europea

sabato 6 agosto 2022

Democrazia, bonapartismo, populismo - Michele Prospero

Da: Materialismo Storico, n°  1/2022(vol. XII)–E-ISSN 2531-9582 - https://journals.uniurb.it/index.php/materialismostorico - 
Michele Prospero  (Università di Roma “la Sapienza”) è un filosofo italiano. 


C’e un tema molto importante (quello della torsione autoritaria dei regimi politici nelle crisi di sistema) che attraversa la ricerca di Losurdo e costituisce un nucleo analitico rilevante del suo studio: dal libro della Bollati Boringhieri, Democrazia o bonapartismo, ritorna anche nell’opera postuma su La questione comunista, soprattutto nel capitolo riguardante il neopopulismo. 

Nel libro su Democrazia o bonapartismo il merito di Losurdo è quello di intrecciare la storiografia filosofica delle idee con l’analisi delle dinamiche politiche istituzionali. In particolare, Losurdo raccoglie il nucleo analitico più profondo del 18 brumaio di Marx e ne assume le categorie essenziali come fondamento possibile di un’interpretazione dei momenti critici delle democrazie occidentali. L’assunto che Losurdo sviluppa è che il bonapartismo e il populismo costituiscano fenomeni ricorrenti strutturali. Rappresentano cioè l’ombra delle democrazie di massa nelle giunture problematiche. 

Il bonapartismo emerge nell’analisi di Marx proprio a ridosso della grande crisi di modernizzazione degli istituti politici francesi che introdussero il suffragio universale maschile. Il bonapartismo e il populismo, in questo senso, sono fenomeni che riguardano la difficoltà che i ceti politici e sociali dominanti incontrano nel gestire con le risorse procedurali dell’ordinamento i grandi conflitti della modernità. In tal senso il cesarismo con la personalizzazione del potere indica l’ombra che accompagna la democrazia moderna. Losurdo coglie nel 18 brumaio un tentativo nient’affatto occasionale, ma a suo modo sistematico malgrado il taglio polemico, di evidenziare l’intreccio delle molteplici crisi che coinvolsero le istituzioni politiche della seconda repubblica francese. Vi rintraccia cioè un’interpretazione a più strati della crisi di quella esperienza di democrazia che ricomprende istituti, economia, ideologie, relazioni internazionali. Al centro della riflessione di Marx compare l’incastro della crisi economico-finanziaria, che dà un’accelerazione alla dinamica delle psicologie collettive impaurite dinanzi alla perdita di referenti politici, e della crisi istituzionale che esplode nel contrasto presidente/assemblea dovuto all’ambigua ripartizione dei poteri connaturata all’ossatura del semipresidenzialismo. Si tratta di un contrasto che esplode in tempi critici che lasciano lo scioglimento della contraddizione dell’antinomia istituzionale alla risorsa di un colpo di mano. Sull’esito della crisi politica pesò la fragilità politica degli operai, che si fecero sorprendere dagli eventi per l’assenza di capi, di una leadership adeguata, e per l’incapacità di definire le politiche di alleanze indispensabili per gestire una situazione critica di alienazione di massa. 

mercoledì 15 luglio 2026

A CHI CONVIENE CHE NON SI PARLI DI “LOTTA DI CLASSE”? Fra eguali diritti decide la forza. - Lavinia Marchetti

Da: https://laviniamarchetti.substack.com - Lavinia Marchetti - Lavinia MarchettiLavinia Marchetti -  Lavinia Marchetti 

Leggi anche: (Lavinia Marchetti che-cosa-vuole-davvero-il-comunismo

Orientarsi nel labirinto della lotta di classe* - Elena Maria Fabrizio 

La lotta di classe nell’antichità greca e romana*- Geoffrey de Ste. Croix 

Per il comunismo. Il concetto di classe - Roberto Fineschi 

Sulla coscienza di classe nell'attuale fase del capitalismo* - VITTORIO RIESER 

Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850 - Friedrich Engels, Introduzione (1895) 

MARX E LA RIVOLUZIONE DEL 1848 - Irene Viparelli 

La Comune di Parigi e i giudizi dei contemporanei - In appendice l'"indirizzo" di K. Marx sull'epica impresa dei "comunardi" 

CLASSE (lotta di) - Emiliano Brancaccio 

Classe, lotta di classe e prostituzione - Gianfranco Pala

Le classi nel mondo moderno* - Alessandro Mazzone 

Classi e lotta di classe dopo la “crisi del marxismo”?* - Alessandro Mazzone

ESSERE MARXISTA, ESSERE COMUNISTA, ESSERE INTERNAZIONALISTA OGGI - Samir Amin 

IL CAPITALE E’ UN RAPPORTO SOCIALE (MA QUALE?) - Gianfranco La Grassa 

Salario minimo - Gianfranco Pala 

Vitalità della riflessione marxiana e marxista sull’ideologia - Alessandra Ciattini 

LA LOTTA DI CLASSE DOPO LA LOTTA DI CLASSE - Luciano Gallino 

il comunista: Ripensare Marx - Stefano Garroni -


Vi sono parole che non si possono più pronunciare senza provare il tipico senso di disagio dei nostri tempi, quasi avessimo paura di essere considerati anacronistici, o sentirci dare degli “idealisti”, peraltro senza che nessuno abbia la minima “idea” di che cosa significhi idealismo. La volta scorsa abbiamo parlato della parola “comunismo”, stavolta ce n’è un’altra, se possibile ancora più controversa, talmente controversa che non la sento nominare da anni: “lotta di classe”. Non la sento nominare e mai come oggi abbiamo “classi”. L’abbiamo seppellita con solennità alla caduta del Muro, e di nuovo quando ci hanno spiegato che eravamo diventati tutti “ceto medio”, piccoli azionisti di noi stessi, imprenditori della propria biografia. Eppure la parola ritorna, ostinata, come ritornano i morti a cui non è stata data giusta sepoltura. Ritorna nei magazzini della logistica dove il tempo si conta in secondi, si affaccia dagli appartamenti tenuti sfitti in attesa del rendimento, riappare nella cifra oscena per cui dodici uomini valgono, in denaro contante, quanto la metà povera dell’umanità, torna nella costante perdita di diritti, sul lavoro, nelle piazza e inesorabilmente torna quando per salvarci la vita dobbiamo pagare 800 euro per una tac e non li abbiamo. Questa è la “differenza di classe”. Non è niente di complicato.

Il Manifesto del 1848 esordiva appunto con uno spettro, e con una tesi che il tempo non ha smentito, «la storia di ogni società esistita fino a questo momento è storia di lotte di classi». Al di là dello slogan e oltre la sua caricatura, voglio prenderla sul serio questa frase, interrogandomi e interrogandovi, con lentezza, su che cosa significhi davvero lotta di classe, quali siano le classi che si fronteggiano dietro la scenografia dell’uguaglianza formale, e a chi giovi, con esattezza, che di tutto ciò si smetta di parlare. Un lettore, commentando il mio scritto sul comunismo, mi ha obiettato che la lotta di classe andrebbe archiviata perché seminerebbe odio. Anche molti studenti, dopo il mio intervento, mi hanno parlato dei dubbi che li assillavano davanti a questi termini che associano alle rivolte degli anni ‘60/’70 del secolo scorso, o addirittura, qualcuno, allo stalinismo.

CHE COS’È UNA CLASSE?

venerdì 27 marzo 2015

Orientarsi nel labirinto della lotta di classe* - Elena Maria Fabrizio

*A proposito del libro di Domenico Losurdo, La lotta di classe. Una storia politica e filosofica.




La lotta di classe allora è solo il genus, la categoria generale del conflitto sociale che proviene dai rapporti capitalistici di produzione e dalla conseguente divisione del lavoro; essa investe ogni società e tutta la società nel senso, esplicitato dal Manifesto, che tutte le lotte della storia sono lotte tra classi sociali. La pluralità invocata non rinvia però alla mera successione storica, nella quale si ripeterebbe lo stesso schema polarizzante e meccanico tra classi dominanti e classi oppresse con il conseguente auspicato rovesciamento, ma significa che le lotte assumono species, cioè forme diverse e spesso contraddittorie (lotte del proletariato nelle metropoli, lotte anticoloniali o di liberazione nazionale, lotte contro la schiavitù domestica), impegnando nello scontro i soggetti sociali che auspicano l’emancipazione e quelli che al contrario intendono bloccarla.

Ciò che le unisce nel genus è il tentativo di scardinare la divisione del lavoro vigente tra le nazioni, nella nazione, nella famiglia e i relativi rapporti di coercizione servili imposti dai borghesi ai proletari, da un popolo a un altro popolo, dall’uomo alla donna.

martedì 11 agosto 2026

Alla ricerca di una «governamentalità di sinistra»: gli ultimi dieci anni di Michel Foucault - Daniel Zamora

Da: Materialismo Storico, n° 2/2017 (vol. III), traduzione dall’inglese di Elena Maria Fabrizio. -Daniel Zamora è professore di sociologia all'Université Libre de Bruxelles (ULB). Si occupa di storia delle politiche sociali, di disuguaglianza e di storia intellettuale moderna. È coautore, insieme a Michael C. Behrent, del volume Foucault and Neoliberalism (Polity, 2015). I suoi scritti sono apparsi su testate come Le Monde Diplomatique , Jacobin , Los Angeles Review of Books e Dissent

Nel film del 1977 Le fond de l’air est rouge (https://ok.ru/video/7812214688286), il regista francese Chris Marker rifletteva sulle lotte politiche e sociali che si erano svolte in Francia tra il 1967 e il 1977 e, più in generale, sulle speranze di un’intera generazione all’indomani del Maggio 1968. Quel decennio aveva trasformato nel profondo le nostre società e aveva ridefinito la natura stessa della sinistra. Il film di Marker era in questo senso anche un tentativo di comprendere la nascita della Nuova Sinistra francese e come questa avesse ripensato il modo di concepire la politica e la contestazione.

Marker riteneva che, più che riprodurre le classiche opposizioni del dopoguerra, il Maggio ‘68 avesse trasformato integralmente i termini in cui pensiamo la politica. Come si dice nel film, «c’era lo sbarramento della polizia, che era simbolo di ordine, e il servizio di sicurezza del sindacato, che era un altro simbolo d’ordine. In mezzo c’era uno spazio da occupare. Ciò comportava un nuovo genere di lotta». La creazione di questo nuovo «spazio» tra due tipi di «ordini» è probabilmente uno degli sviluppi più importanti della politica francese dal 1945 in avanti. Il primo ordine era ovviamente il potere gollista, con la sua idea di Stato e cultura repressivi. Ma anche il secondo veniva visto sempre più come un ostacolo a un’autentica trasformazione sociale e questo altro ordine era adesso individuato nella sinistra del dopoguerra, con la sua concezione altrettanto Stato-centrica della politica e della trasformazione. Dopo il ‘68, l’opposizione comunista, i sindacati e più tardi l’Union de la gauche cominceranno perciò ad essere considerati da numerosi intellettuali come non meno problematici del potere gollista. Questo e quelli funzionavano all’interno della medesima logica e non proponevano che la sostituzione di alcuni padroni con altri padroni (cosa guadagneremmo sostituendo «la volontà arbitraria dei datori di lavoro con la volontà arbitraria della burocrazia?»3, chiedeva il pensatore marxista ecologista André Gorz).

L’idea della centralità dello Stato è ciò che Pierre Rosanvallon e Patrick Viveret avrebbero chiamato «cultura politica dominante». Questa cultura politica, che andava «dalla sinistra alla destra» e che considerava lo Stato «allo stesso tempo come oggetto della lotta e spazio della trasformazione sociale»4, era stata dalla fine della guerra il paradigma generale di ogni discussione politica. Metterla in discussione, per poi rimodellare da cima a fondo la nostra comprensione della politica e della sinistra, è anche il tema centrale della riflessione di Michel Foucault nei suoi ultimi dieci anni.

Come ha spiegato Claude Mauriac nel 1978, «Foucault rinfaccerà ad un certo punto alla propria generazione di essersi dimostrata incapace di oltrepassare il marxismo e rimpiazzarlo, dando all’umanità una nuova speranza»5, e comincerà ad interessarsi al neoliberalismo come ad uno strumento che avrebbe potuto aiutarci a inventare una “governamentalità di sinistra”, ovvero a ripensare i fondamenti concettuali della sinistra stessa. In questo senso, lungi dall’essere un precursore del neoliberalismo, Foucault lo ha però massicciamente utilizzato per tentare di suscitare un nuovo tipo di politica. Per comprendere gli ultimi dieci anni della sua riflessione è quindi essenziale inscriverne l’opera nell’ambito di una critica generale della sinistra del dopoguerra ma anche in quello dell’elaborazione intellettuale di una cultura politica interamente nuova. Una cultura che cercherà di liberarsi da una concezione obsoleta della sinistra e della trasformazione sociale proprio mediante l’assorbimento di alcune idee-chiave del pensiero neoliberale.

martedì 13 dicembre 2016

Populismo*- Elena Maria Fabrizio



Populismo di secondo grado e manipolazione dell’esito referendario

Tra i sintomi che affliggono le democrazie occidentali, la manipolazione dell’opinione pubblica e la manipolazione del voto sono i più noti. E non c’è consultazione politica e referendaria, con o senza quorum, che non confermi questo trend. Così, puntualmente, nell’ultima consultazione la tutela della Costituzione e il conseguente rigetto di una riforma irresponsabile che non ci avrebbe protetto da maggioranze retrograde, populiste e autoritarie, viene surclassato da altri dati, dotati di scarsa oggettività e più semplicistici. Non solo i cittadini avrebbero innanzi tutto votato per dire Sì o No al Presidente del Consiglio Renzi e al suo governo, ma con questa scelta, più che esprimersi sulla sua politica e le sue leggi, si sarebbero di fatto espressi sull’alternativa Renzi o il populismo, che è ovviamente sempre quello degli altri, Salvini e Grillo in primis. Sembra quasi superfluo evidenziare che la carente analiticità di questa lettura eleva il populismo a giudizio di secondo grado cui scadono nell’analisi del voto, ma già prima nei modi e nei toni della campagna referendaria, quegli stessi sostenitori che hanno eretto il Pd a partito antipopulista per eccellenza; il quale non cede alla tentazione di dividere ancora una volta l’elettorato nel popolo che interpreta correttamente i propri valori (cambiamento, bellezza, sogno, futuro) dal popolo che al contrario ne sarebbe incapace. 

La comunicazione sistematicamente distorta dell’ideologia dominante