giovedì 9 aprile 2026

Sulla situazione attuale - Alessandro Volpi

Da: Alessandro Volpi - Alessandro Volpi docente di Storia contemporanea, di Storia del movimento operaio e sindacale e di Storia sociale presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. - Alessandro Volpi
Vedi anche: Quali sono i segreti della finanza? - La lezione di Alessandro Volpi


Alcune prime considerazioni sulla situazione attuale. 

1) Trump ha clamorosamente perso. Ha scatenato una guerra, insieme al governo israeliano, per tentare di porre argine ad una crisi verticale degli Stati Uniti: un debito federale quasi insostenibile e con sempre meno compratori esteri, un debito privato colossale, un dollaro debole e soggetto ad una brusca perdita di centralità, una perdurante deindustrializzazione, una bilancia commerciale pesantemente negativa, una posizione finanziaria netta da fallimento. A tutto ciò Trump ha provato a rispondere con dazi e con una guerra imperialistica per garantirsi il monopolio dei combustibili fossili e ha fallito miseramente. Ora deve uscire, rapidamente, da una guerra che gli costa 10 miliardi di dollari al giorno e che non può più permettersi, pressato anche dalla base Maga e da una parte dei suoi elettori costretti a pagare la benzina oltre 4 dollari il gallone e a reggere l'impatto dell'inflazione. Soprattutto nei centri rurali, poi si fanno sentire aumento dei prezzi dei fertilizzanti e una concorrenza internazionale che i dazi non riescono a fermare. Le stesse aziende americane sono stanche di pagare la metà dei dazi incassati dal governo federale, mentre i singoli Stati dell'Unione non sopportano le ingerenze del potere centrale. La fine di Trump è davvero vicina. 

2) Hanno perso il trumpismo e i suoi adulatori. E' evidente che la guerra in Iran ha scatenato un'ondata recessiva con cui stanno già facendo i conti paesi, a cominciare da quelli come l'Italia, il cui governo aveva idolatrato la "nuova visione" del mondo di Trump, aggressiva, intollerante, repressiva ma espressione di un "nazionalismo occidentale" vincente, per usare le parole di Giorgia Meloni: una visione che sta frantumandosi di fronte alla complessità della realtà. 

3) Ha vinto l'Iran che ha dimostrato di saper resistere ad una massiccia offensiva condotta senza alcun rispetto delle regole internazionali da Stati Uniti e Israele: il governo iraniano ha scelto la strategia di allargare la guerra ai paesi vicini del Golfo per metterli di fronte alla pericolosità di Trump e di Israele. In tal senso le guardie rivoluzionarie hanno generato danni profondi al processo di "dubaizzazione" in corso, togliendo ai governi del Golfo ogni sicurezza, dal petrolio alla possibile turistizzazione, alla capacità miracolistica dello Sport Washing: un incendio enorme che costringerà le petromonarchie a rivedere le proprie relazioni con gli Stati Uniti, sia in termini economici e finanziari - riducendo l'esposizione in dollari e in debito Usa - sia in quelli militari. La riapertura di Hormuz sotto controllo iraniano è, in tale ottica, una vittoria enorme con conseguenze gigantesche sul piano globale: per passare da quello stretto, dove transita il 25% del gas e del petrolio mondiale, oltre ad una enorme quantità di altre merci, bisogna trattare con gli ayatollah. 

4) Ha vinto la Cina che ha dimostrato di saper sostenere l'Iran e, soprattutto, di essere l'unica vera realtà planetaria in grado di avere una vera politica estera e di essere affidabile negli scambi: ciò significa una ulteriore accelerazione della depolarizzazione, una crescente egemonia nel Sud est asiatico, in Africa e nel Golfo. 

5) Hanno vinto i grandi fondi finanziari Usa, BlackRock in primis. La politica di Trump è sempre stata una spina nel fianco delle Big Three: la scelta di una classe dirigente di finanzieri d'assalto come Scott Bessent e Howard Lutnick, messi a dirigere ministeri decisivi, il peso enorme di Jared Kushner e Steve Witkoff, le ingerenze di Peter Thiel e di Larry Ellison, la sbornia trumpiana per le criptovalute, la messa in discussione delle grandi società tecnologiche, a cominciare dai dazi ad Nvidia, a vantaggio dei fondi hedge. Tutto questo non è piaciuto a Larry Fink e Jamie Dimon, che hanno dovuto fare i conti anche con la necessità di comprare il debito americano sotto prezzo, per evitare il fallimento degli Stati Uniti. La guerra in Iran, però, non era tollerabile neppure per loro: metteva a rischio il sistema globale dei risparmi da cui i fondi traggono la loro linfa, indeboliva ulteriormente il dollaro in cui sono denominati i loro asset e rischiava di scatenare guerre commerciali insostenibili come quelle con la Cina. Dunque hanno fatto di tutto per staccare la spina al presidente che ora ha ceduto dimostrando chi sono i veri padroni del mondo, almeno di quello a stelle e strisce. Certo, ora anche per i grandi fondi si apre una fase nuova e sconosciuta perché la loro Casa madre, il primato degli Stati Uniti, non esiste più e ciò li obbligherà ad adattarsi ad un nuovo assetto multipolare, verso il quale del resto, a partire da Rearm Europe, si erano già mossi. 

Due ultime, brevissime, notazioni. La posizione di Israele è quella di uno Stato che non può vivere senza guerra, sia sul piano politico e ideologico sia sul piano economico. La seconda riguarda l'Unione europea ed è molto semplice: non pervenuta, un insieme di voci stonate che pensano come realtà sempre e comunque subordinate e si raccontano a voce alta per darsi un tono.

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