sabato 4 aprile 2026

Financial Times: "Donald Trump dichiara che gli Stati Uniti potrebbero ritirarsi dall'Iran 'che ci sia un accordo o meno'" - Claudileia Lemes Dias

Da: Claudileia Lemes Dias - (Autrice presso L'Asino d'Oro Edizioni) 


Financial Times: "Donald Trump dichiara che gli Stati Uniti potrebbero ritirarsi dall'Iran 'che ci sia un accordo o meno'" 


È una chiara sconfitta, ma nessuno osa nominare con la parola giusta. 

C'è una scena che si ripete nella politica contemporanea. Un leader annuncia una grande offensiva: sanzioni, pressioni, ultimatum e bombe a non finire senza mai dire con precisione dove vuole arrivare. 

Settimane, mesi o anni dopo, la situazione è peggiorata, il caos si è moltiplicato, gli obiettivi (mai dichiarati) non sono stati raggiunti. Eppure nessuno pronuncia la parola "sconfitta". I giornali scrivono di "ritiro", "nuova fase", "ricalibrazione strategica". Il leader passa ad altro e il ciclo ricomincia in qualche altra parte del globo. 

È esattamente quello che sta accadendo con Trump e l'Iran. 

Trump uscì dal JCPOA (l'accordo nucleare siglato da Obama) annunciando una politica di "massima pressione" sull'Iran. Ma massima pressione verso cosa? La risposta non è mai arrivata con chiarezza. A seconda del momento e dell'interlocutore, l'obiettivo sembrava essere il disarmo nucleare, il cambio di regime, un nuovo negoziato, l'indebolimento economico del paese. Uno scivolamento continuo di traguardi, mai scritti nero su bianco, mai misurabili. 

Se non esiste un obiettivo dichiarato, non può esistere un fallimento certificato. La nebbia degli scopi non è un difetto della comunicazione trumpiana: è il suo motore. L'ambiguità è produttiva, è uno strumento di potere. Permette di riscrivere ogni esito come successo, ogni ritirata come scelta, ogni caos come "pressione calcolata". 

Il risultato oggi è sotto gli occhi di tutti: l'Iran potrebbe essere più vicino alla bomba atomica di quanto fosse prima del 2018, la guerra ha devastato la popolazione e portato il caos nella regione senza scalfire il regime, gli Stati Uniti hanno perso credibilità come partner negoziale e l'inflazione sta mangiando gli stipendi dei lavoratori e lavoratrici a livello mondiale. 

Quando Trump oggi parla di "ritirarsi dall'Iran che ci sia un accordo o meno", i grandi giornali riportano la notizia con linguaggio neutro. Nessuno scrive "sconfitta". 

Perché? 

L'ideologia dominante non funziona più come nei manuali marxisti. Non è una falsa coscienza imposta dall'alto, un insieme di bugie che il potere racconta al popolo. Funziona in modo molto più sottile: ci permette di sapere la verità e di non agire su di essa allo stesso tempo. 

Non siamo più nell'epoca della propaganda ingenua. Tutti sanno, in qualche modo, che Trump non ha raggiunto i suoi obiettivi in Iran. I giornalisti lo sanno, gli analisti lo sanno e probabilmente lo sa anche Trump, Netanyahu, Hegseth, Rubio e compagnia bella. Ma il sistema mediatico, politico e comunicativo ha sviluppato un meccanismo per rendere questo sapere innocuo, per neutralizzarlo prima che produca conseguenze. 

Il trucco è non nominarla, la sconfitta, perché ciò che non ha nome non esiste pienamente nella sfera pubblica. 

I media mainstream, volenti o nolenti, diventano complici di questo meccanismo. Riportando acriticamente il linguaggio del potere ("ritiro", "nuova strategia", "whether we have a deal or not") rinunciano alla funzione critica e contribuiscono a mantenere intatta la cortina fumogena. 

Questa costruzione però ha un limite: il REALE. 

Il Reale, negli scritti di Lacan, non è la realtà ordinaria, ma ciò che resiste alla simbolizzazione, ciò che non si lascia addomesticare dal linguaggio. Il Reale è il punto in cui la costruzione ideologica si inceppa, in cui il sintomo emerge nonostante tutti i tentativi di sopprimerlo. 

La domanda non è se la sconfitta verrà riconosciuta: è quale prezzo verrà pagato nel frattempo da chi abita quella regione del mondo, da chi subisce le sanzioni, da quella parte della popolazione iraniana sedotta e abbandonata dagli Stati Uniti, e che ora vede l'aumento della repressione interna sotto le bombe di una guerra senza senso, senza obiettivi. 

Il primo atto di resistenza è nominare le cose con il loro nome. Non per ingenuità, non per moralismo, ma perché il linguaggio preciso è l'unico strumento che abbiamo per rompere la cortina fumogena. 

Dire "sconfitta" non è faziosità, ma onestà intellettuale. È il minimo che il giornalismo dovrebbe fare di fronte a un potere che ha trasformato l'ambiguità in sistema di governo. 

Finché non lo facciamo, la nebbia tiene mentre qualcuno, da qualche parte, continua ad arricchirsi. 

Fonti
1. Financial Times: "Donald Trump says US could withdraw from Iran ‘whether we have a deal or not’" (01/04/2026)
2. The Times: "Trump says US to leave with or without a deal" (01/04/2026)
3. Bloomberg: "Trump Envisions Withdrawal from Iran Within Two to Three Weeks" (31/03/2026)
4. BBC: "Trump says US will leave Iran 'whether we have a deal or not'" (31/03/2026)

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