mercoledì 22 gennaio 2014

IL CAPITALE, LIBRO I, SEZIONE III, LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE ASSOLUTO, CAPITOLO 8, LA GIORNATA LAVORATIVA. - K. Marx -


AVVERTENZA PER IL LETTORE 

Il testo del I libro del Capitale che viene qui riportato NON È UNA DELLE TRADUZIONI INTEGRALI DEL TESTO ORIGINALE che sono disponibili: esso infatti è una rivisitazione delle traduzioni esistenti (in italiano ed in francese) a cui sono state apportate le seguenti modifiche: 

1   negli esempi numerici, per facilitare la lettura, sono state cambiate le unità di misura e le grandezze; 
2 –  diversi dati richiamati nella forma di testo sono stati trasformati in tabelle ed in grafici; 
3 – in alcuni esempi numerici le cifre decimali indicate sono state limitate a due e nel caso di numeri periodici, ad esempio 1/3 o 2/3, la cifra periodica è stata indicata ponendovi a fianco un apice (). 
Ci rendiamo conto che leggere un testo del Capitale in cui Marx formula esempi in Euro (€) invece che in Lire Sterline (Lst) o scellini potrebbe far sorridere e far pensare ad uno scherzo o ad una manipolazione che ha  travisato il pensiero dell’Autore, avvertiamo invece il lettore che il testo è assolutamente fedele al pensiero originale  e che ci siamo permessi di introdurre alcune “varianti” per consentire a coloro che non hanno dimestichezza con le unità di misura e monetarie inglesi di non bloccarsi di fronte a questa difficoltà e di facilitarne così la lettura o lo studio. In altre parti si è invece mantenuto le unità di misura e monetarie inglesi originali perchè la lettura non creava problemi di comprensione e per ragioni di fedeltà storica. 
Ci facciamo altresì carico dell’osservazione che Engels ha formulato nelle “considerazioni supplementari” poste all’inizio del III Libro,laddove, di fronte alle molteplici interpretazioni del testo che vennero fatte dopo la prima edizione, sostiene: “Nella presente edizione ho cercato innanzitutto di comporre un testo il più possibile autentico, di presentare, nel limite del possibile, i nuovi risultati acquisiti da Marx, usando i termini stessi di Marx, intervenendo unicamente quando era assolutamente necessario, evitando che, anche in quest’ultimo caso, il lettore potesse avere dei dubbi su chi gli parla. Questo sistema è stato criticato; si è pensato che io avrei dovuto trasformare il materiale a mia disposizione in un libro sistematicamente elaborato, en faire un livre, come dicono i francesi, in altre parole sacrificare l’autenticità del testo alla comodità del lettore. Ma non è in questo senso che io avevo interpretato il mio compito. Per una simile rielaborazione mi mancava qualsiasi diritto; un uomo come Marx può pretendere di essere ascoltato per se stesso, di tramandare alla posterità le sue scoperte scientifiche nella piena integrità della sua propria esposizione. Inoltre non avevo nessun desiderio di farlo: il manomettere in questo modo perchè dovevo considerare ciò una manomissione l’eredità di un uomo di statura così superiore, mi sarebbe sembrato una mancanza di lealtà. In terzo luogo sarebbe stato completamente inutile. Per la gente che non può o non vuole leggere, che già per il primo Libro si è data maggior pena a interpretarlo male di quanto non fosse necessario a interpretarlo bene — per questa gente è perfettamente inutile sobbarcarsi a delle fatiche”. 
Marx ed Engels non ce ne vogliano, ma posti di fronte alle molteplici “fughe” dallo studio da parte di persone che non possedevano una cultura accademica, fughe che venivano imputate alla difficoltà presentate dal testo, abbiamo deciso di fare uno “strappo” alle osservazioni di Engels, intervenendo in alcune parti  avendo altresì cura di toccare il testo il meno possibile. Nel fare questo “strappo” eravamo tuttavia confortati dal fatto che, a differenza  della situazione in cui Engels si trovava, oggi chi vuole accedere al testo “originale”, dispone di diverse edizioni in varie lingue.
                                                                                                                                                
IL CAPITALE
LIBRO I
SEZIONE III
LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE ASSOLUTO

CAPITOLO 8

LA GIORNATA LAVORATIVA
1 - I limiti della giornata lavorativa.
Eravamo partiti dal presupposto che la forza-lavoro viene comprata e venduta al suo valore. Il suo valore, come quello di ogni altra merce, è determinato dal tempo di lavoro necessario per la sua produzione. Se dunque la produzione dei mezzi di sostentamento quotidiani medi dell’operaio esige 6 ore, questi deve lavorare in media 6 ore al giorno per produrre quotidianamente la propria forza- lavoro, ossia per riprodurre il valore che ha ottenuto vendendola. Allora la parte necessaria della sua giornata lavorativa ammonta a 6 ore, e quindi, caeteris paribus, è una grandezza data. Ma con ciò non è ancora data la grandezza della giornata lavorativa stessa.
Supponiamo che la linea a ------ b rappresenti la durata o lunghezza del tempo di lavoro necessario, diciamo 6 ore. A seconda che il lavoro viene prolungato oltre a b di una, tre o sei ore ecc. abbiamo le tre differenti linee:
Giornata lavorativa   I: a --------------------- b --- c,
Giornata lavorativa  II: a --------------------- b --------- c,
Giornata lavorativa III: a --------------------- b ------------------- c,
che rappresentano tre differenti giornate lavorative di 7, 9, e 12 ore.
La linea di prolungamento (b --- c) rappresenta la lunghezza del pluslavoro. Poichè la giornata lavorativa è eguale ad (a ---- b) più (b ----- c), cioè è (a ---------- c), varia con la grandezza variabile (b ----- c). Poichè (a ---- b) è data, il rapporto di (b ----- c) ad (a ---- b) può sempre esser misurato. Nella giornata lavorativa I ammonta ad un sesto, nella giornata lavorativa II ammonta a tre sesti, nella giornata lavorativa III a sei sesti di (a --- b).
Poichè inoltre la proporzione
tempo di pluslavoro : tempo di lavoro necessario
determina il saggio del plusvalore, quest’ultimo è dato da quel rapporto.
In quelle tre diverse giornate lavorative ammonta rispettivamente a 16 e 2/3 per cento, 50% e 100%. Viceversa il saggio del plusvalore, da solo, non ci darà la grandezza della giornata lavorativa.
Per esempio, se esso fosse eguale al 100%, la giornata lavorativa potrebbe essere di 8, 10, 12 ore ecc. Indicherebbe che le due parti della giornata lavorativa, lavoro necessario e pluslavoro, hanno la stessa grandezza, ma non indicherebbe quanto è grande ognuna di quelle parti.
Dunque la giornata lavorativa non è una grandezza costante, ma una grandezza variabile. Certo, una delle sue parti è determinata dal tempo di lavoro richiesto per la continua riproduzione dell’operaio, ma la sua grandezza complessiva cambia con la lunghezza o durata del pluslavoro. La giornata lavorativa è dunque determinabile, ma presa in sè e per sè è indeterminata[35].
Ora, benché la giornata lavorativa non sia una grandezza fissa, ma anzi fluida, tuttavia essa può variare soltanto entro certi limiti. Però il suo limite minimo è indeterminabile. Certo, se poniamo la linea di prolungamento (b --- c), ossia il pluslavoro, come eguale a zero, otteniamo un limite minimo, cioè la parte del giorno che l’operaio deve necessariamente lavorare per la propria conservazione. Ma, sul piano del modo di produzione capitalistico, il lavoro necessario può costituire sempre soltanto una sola parte della giornata lavorativa dell’operaio; quindi la giornata lavorativa non può mai esser ridotta a questo minimo. Invece la giornata lavorativa ha un limite massimo, che non è prolungabile al di là di un certo termine. Questo limite massimo è determinato da due cose. In primo luogo è determinato dal limite fisico della forza-lavoro. Durante il giorno naturale di 24 ore, un uomo può spendere soltanto una quantità determinata di forza vitale; così un cavallo può lavorare solo 8 ore giorno per giorno. Durante una parte del giorno la forza lavorativa deve riposare, dormire, durante un’altra parte l’uomo ha da soddisfare altri bisogni fisici, nutrirsi, pulirsi, vestirsi ecc. Oltre questo limite puramente fisico, il prolungamento della giornata lavorativa urta contro limiti morali. L’operaio ha bisogno di tempo per la soddisfazione di bisogni intellettuali e sociali, la cui estensione e il cui numero sono determinati dallo stato generale della civiltà. La variazione della giornata lavorativa si muove dunque entro limiti fisici e sociali. Ma tanto gli uni che gli altri sono di natura assai elastica e permettono un larghissimo margine di azione. Così troviamo giornate lavorative di otto, dieci, dodici, quattordici, sedici e diciotto ore, quindi di diversissima lunghezza.
Il capitalista ha comperato la forza-lavoro al suo valore del giorno. Gli appartiene il valore d’uso di essa durante una giornata lavorativa. Ha dunque acquisito il diritto di far lavorare l’operaio per sè durante una giornata. Ma, che cos’è una giornata lavorativa?[36]  In ogni caso, è meno di un giorno naturale di vita. Quanto meno? Il capitalista ha la sua opinione su questa ultima Thule che è il limite necessario della giornata lavorativa. Come capitalista, egli è soltanto capitale personificato. La sua anima è l’anima del capitale. Ma il capitale ha un unico istinto vitale, l’istinto cioè di valorizzarsi, di creare plusvalore, di assorbire con la sua parte costante, che sono i mezzi di produzione, la massa di pluslavoro più grande possibile[37]. Il capitale è lavoro morto, che si ravviva, come un vampiro, soltanto succhiando lavoro vivo e più vive quanto più ne succhia. Il tempo durante il quale l’operaio lavora è il tempo durante il quale il capitalista consuma la forza-lavoro che ha comprato[38]. Se l’operaio consuma per se stesso il proprio tempo disponibile, egli deruba il capitalista[39].
Dunque il capitalista invoca la legge dello scambio delle merci. Come ogni altro compratore, cerca di spremere dal valore d’uso della sua merce la maggiore utilità possibile. Ma all’improvviso s’alza la voce dell’operaio, che era ammutolita nell’incalzare e nel tumulto del processo di produzione:
La merce che ti ho venduto si distingue dal volgo delle altre merci per il fatto che il suo uso crea valore, e valore maggiore di quanto essa costi. E per questa ragione tu l’hai comprata. Quel che dalla tua parte appare come valorizzazione del capitale, dalla mia parte è dispendio eccedente di forza-lavoro. Tu ed io, sul mercato, conosciamo soltanto una legge, quella dello scambio di merci. E il consumo della merce non appartiene al venditore che la aliena, ma al compratore che l’acquista. A te dunque appartiene l’uso della mia forza-lavoro quotidiana. Ma, col suo prezzo di vendita quotidiano, io debbo, quotidianamente, poterla riprodurre, per poterla tornare a vendere. A parte il logorio naturale per l’età ecc., io debbo essere in grado di lavorare domani nelle stesse condizioni normali di forza, salute e freschezza di oggi. Tu mi predichi continuamente il vangelo della «parsimonia» e della «astinenza». Ebbene: voglio amministrare il mio unico patrimonio, la forza-lavoro, come un ragionevole e parsimonioso economo e voglio astenermi da ogni folle sperpero di essa. Ne voglio render disponibile quotidianamente, mettendolo in moto e convertendolo in lavoro, soltanto quel tanto che è compatibile con la sua durata normale e col suo sano sviluppo. Tu puoi mettere a tua disposizione, in un solo giorno, con uno smoderato prolungamento della giornata lavorativa, una quantità della mia forza-lavoro maggiore di quanta io ne possa ristabilire in tre giorni. Quel che tu guadagni così in lavoro, io lo perdo in sostanza lavorativa. L’uso della mia forza lavorativa e il depredamento di essa sono cose del tutto differenti. Se il periodo medio nel quale un operaio medio può vivere, data una misura ragionevole di lavoro, ammonta a trent’anni, il valore della mia forza-lavoro, che tu mi paghi di giorno in giorno, è  [1 : (365 x 30)] cioè, 1 : 10.950 del suo valore complessivo. Ma se tu la consumi in 10 anni, tu mi paghi quotidianamente 1/10.950 del suo valore complessivo, invece di 1/3.650: cioè mi paghi soltanto un terzo del suo valore giornaliero, e mi rubi quindi quotidianamente due terzi del valore della mia merce. Tu mi paghi la forza-lavoro di un giorno, mentre consumi quella di tre giorni. Questo è contro il nostro contratto e contro la legge dello scambio delle merci. Io esigo quindi una giornata lavorativa di lunghezza normale, e lo esigo senza fare appello al tuo cuore, perchè in questioni di denaro non si tratta più di sentimento. Tu puoi essere un cittadino modello, forse membro della Lega per l’abolizione della crudeltà verso gli animali, per giunta puoi anche essere in odore di santità, ma la cosa che tu rappresenti di fronte a me non ha cuore che le batta in petto. Quel che sembra che vi palpiti, è il battito del mio proprio cuore. Esigo la giornata lavorativa normale, perchè esigo il valore della mia merce, come ogni altro venditore[40].
È evidente: astrazione fatta da limiti del tutto elastici, dalla natura dello scambio delle merci, così com’è, non risulta nessun limite della giornata lavorativa, quindi nessun limite del pluslavoro. Il capitalista, cercando di rendere più lunga possibile la giornata lavorativa e, quando è possibile, cercando di farne di una due, sostiene il suo diritto di compratore. Dall’altra parte, la natura specifica della merce venduta implica un limite del suo consumo da parte del compratore, mentre l’operaio, volendo limitare la giornata lavorativa ad una grandezza normale determinata, sostiene il suo diritto di venditore. Qui ha dunque luogo una antinomia: diritto contro diritto, entrambi consacrati dalla legge dello scambio delle merci.
Fra diritti eguali decide la forza.
Così nella storia della produzione capitalistica la regolazione della giornata lavorativa si presenta come lotta per i limiti della giornata lavorativa — lotta fra il capitalista collettivo, cioè la classe dei capitalisti, e l’operaio collettivo, cioè la classe operaia.
2. LA VORACITÀ DI PLUSLAVORO. FABBRICANTE E BOIARDO.
Il capitale non ha inventato il pluslavoro. Ovunque una parte della società possegga il monopolio dei mezzi di produzione, il lavoratore, libero o schiavo, deve aggiungere al tempo di lavoro necessario al suo sostentamento tempo di lavoro eccedente per produrre i mezzi di sostentamento per il possessore dei mezzi di produzione[41], sia questo proprietario bello e buono, cioè nobile ateniese, teocrate etrusco, civis romanus, barone normanno, negriero americano, boiardo valacco, proprietario agrario moderno, o capitalista[42]. È evidente, tuttavia, che, quando in una formazione sociale economica è preponderante non il valore di scambio, ma il valore d’uso del prodotto, allora il pluslavoro è limitato da una cerchia di bisogni più o meno ampia, ma non sorge dal carattere stesso della produzione nessun bisogno illimitato di pluslavoro. Quindi, nell’antichità, il sovraccarico di lavoro si mostra spaventoso dove si tratta di ottenere il valore di scambio nella sua forma indipendente di moneta, cioè nella produzione di oro e di argento. Qui la forma ufficiale del sovraccarico di lavoro è il lavorare coatti fino a morirne. Basta leggere Diodoro Siculo[43]. Ma nel mondo antico queste sono eccezioni. Però, appena popoli la cui produzione si muove nelle forme inferiori del lavoro degli schiavi, della corvée ecc., vengono attratti in un mercato internazionale dominato dal modo di produzione capitalistico, il quale fa evolvere a interesse preponderante la vendita dei loro prodotti all’estero, allora sull’orrore barbarico della schiavitù, della servitù della gleba ecc. s’innesta l’orrore civilizzato del sovraccarico di lavoro. Perciò, negli Stati meridionali dell’Unione americana, il lavoro dei negri conservò un carattere patriarcale moderato, finchè la produzione fu prevalentemente orientata sui bisogni locali immediati. Ma, nella stessa misura in cui l’esportazione del cotone divenne interesse vitale di quegli Stati, il sovraccarico di lavoro del negro, e qua e là il consumo della sua vita in sette anni di lavoro, divenne fattore d’un sistema calcolato e calcolatore. Non si trattava più di trarre dal negro una certa massa di prodotti utili. Ormai si trattava della produzione del plusvalore stesso. Analogo il processo per la corvée, per esempio nei principati danubiani.
Il confronto fra la voracità di pluslavoro nei principati danubiani e la stessa voracità nelle fabbriche inglesi offre un interesse particolare, perchè il pluslavoro ha nella corvée una forma indipendente, percepibile immediatamente.
Poniamo che la giornata lavorativa consti di 6 ore di lavoro necessario e 6 ore di pluslavoro. In questo caso il lavoratore libero fornisce al capitalista 6 per 6, cioè 36 ore di pluslavoro alla settimana. È la stessa cosa che se lavorasse 3 giorni alla settimana per sè, e 3 giorni gratis per il capitalista. Ma ciò non è visibile. Pluslavoro e lavoro necessario sfumano uno nell’altro. Per esempio, posso esprimere lo stesso rapporto dicendo che il lavoratore lavora 30 secondi al minuto per sè e 30 secondi per il capitalista ecc. Per la corvée è differente. Il lavoro necessario, che per esempio il contadino valacco compie per il proprio sostentamento, è separato nello spazio dal suo pluslavoro per il boiardo. Il contadino compie il primo nel proprio campo, il secondo nel fondo padronale. Quindi tutt’e due le parti del tempo di lavoro esistono l’una accanto all’altra, in modo indipendente. Nella forma della corvée, il pluslavoro è separato nettamente dal lavoro necessario. Questa differente forma di presentazione non cambia nulla, manifestamente, nel rapporto quantitativo di pluslavoro e di lavoro necessario. Tre giorni di plusvalore alla settimana rimangono tre giorni di un lavoro che non rappresenta nessun equivalente per il lavoratore, si chiami esso corvée o lavoro salariato. Tuttavia nel capitalista la voracità di pluslavoro si presenta nell’impulso a uno smodato prolungamento della giornata lavorativa, mentre nel boiardo, più semplicemente, si presenta come caccia diretta a giornate di corvée[44].
Nei principati danubiani la corvée era connessa a rendite in natura e ad altri accessori della servitù della gleba, ma costituiva il tributo decisivo alla classe dominante. In tali condizioni, di rado la corvée derivava dalla servitù della gleba, ma, viceversa, la servitù della gleba derivava dalla corvée44a. È il caso delle province rumene. Il loro modo di produzione originario era fondato sulla proprietà comune, ma non sulla proprietà comune in forma slava o addirittura indiana. Una parte dei terreni veniva coltivata in forma indipendente dai membri della comunità, come libera proprietà privata; un’altra parte — l’ager publicus — veniva lavorata dagli stessi membri in comune. I prodotti di questo lavoro comune servivano in parte come fondo di riserva per cattivi raccolti e per altre eventualità, in parte come tesoro pubblico per coprire i costi della guerra, della religione, e altre spese della comunità. Nel corso del tempo dignitari militari ed ecclesiastici usurparono tanto la proprietà comune che i servizi che per essa si solevano fare. Il lavoro dei contadini liberi sulla terra della propria comunità, si trasformò in corvée per i ladri della terra della comunità. Così, si svilupparono contemporaneamente anche rapporti di servitù, ma di fatto e non di diritto, finchè la Russia, liberatrice del mondo, elevò la servitù della gleba a legge, con il pretesto di abolirla. Il codice della corvée, proclamato dal generale russo Kisselev nel 1831, era stato dettato, naturalmente, dagli stessi boiardi. Così la Russia, con un colpo solo, conquistò i magnati dei principati danubiani e i battimani dei cretini liberali di tutta Europa.
A norma del Règlement organique — come si chiama quel codice della corvée, — ogni contadino valacco, oltre una gran quantità di versamenti in natura, tutti specificati nei particolari, deve al cosiddetto proprietario fondiario:
1. dodici giornate lavorative in genere;
2. una giornata di lavoro dei campi;
3. una giornata di trasporto di legname.
Tutto sommato, 14 giornate all’anno. Tuttavia, con profonda conoscenza dell’economia politica, la giornata lavorativa non viene intesa nel suo senso ordinario, ma si intende la giornata lavorativa necessaria a fornire un prodotto medio giornaliero; però il prodotto medio giornaliero è determinato astutamente in modo che neppure un ciclope ne verrebbe a capo in ventiquattro ore. Lo stesso Règlement dichiara, negli asciutti termini della genuina ironia russa, che per 12 giornate lavorative si deve intendere il prodotto del lavoro manuale di 36 giorni, che per una giornata di lavoro dei campi si devono intendere 3 giorni e per una giornata di trasporto di legname altri 3 giorni. In tutto, 42 giorni di corvée. Ma a tutto questo si deve aggiungere la cosiddetta Jobagie, prestazioni di servizio che spettano al padrone del fondo per bisogni straordinari della produzione. Ogni villaggio deve provvedere ogni anno un determinato contingente per la Jobagie, in rapporto alla entità della sua popolazione. Questa corvée supplementare viene calcolata in 14 giorni per ogni contadino valacco. Così la corvée prescritta ammonta a 56 giorni all’anno. Ma, dato il cattivo clima, l’anno agricolo conta in Valacchia soltanto 210 giorni, dei quali vengono meno 40 per le domeniche e le feste, 30 di media per il cattivo tempo, in somma, 70 giorni. Rimangono 140 giorni. Il rapporto fra la corvée e il lavoro necessario, 56/84, cioè il 66 e due terzi per cento, indica un saggio di plusvalore molto inferiore di quello che regola il lavoro della mano d’opera agricola o di fabbrica inglese. Però questa è soltanto la corvée prescritta per legge. E il Règlement organique ha saputo render facile l’evasione delle proprie norme, con spirito ancor più « liberale » della legislazione inglese sulle fabbriche. Dopo avere fatto 56 di 12 giorni, il lavoro nominale di ognuno dei 56 giorni di corvée viene a sua volta determinato in modo che occorra necessariamente un supplemento di lavoro nei giorni successivi. Per esempio in una giornata dev’essere sarchiato un appezzamento di terreno che richiede per questa operazione per lo meno il doppio, specialmente nelle piantagioni di granturco. Per alcuni singoli lavori agricoli, il lavoro giornaliero legale è interpretabile in modo da far cominciare la giornata nel mese di maggio e da farla finire nel mese di ottobre. Per la Moldavia le disposizioni sono anche più dure. Un boiardo esclamò nell’ebbrezza della vittoria: «Le dodici giornate annuali di corvée del Règlement organique ammontano a 365 giorni all’anno!»[45].
Il Règlement organique dei principati danubiani era una espressione positiva di quella voracità di pluslavoro che è legalizzata in ogni paragrafo di esso; i Factory Acts inglesi sono espressioni negative della stessa voracità. Queste leggi frenano l’istinto del capitale a smungere smodatamente la forza-lavoro; esse lo frenano mediante la limitazione coatta della giornata lavorativa in nome dello Stato e, invero, da parte di uno Stato dominato da capitalisti e proprietari terrieri. Fatta astrazione da un movimento operaio che cresce sempre più minaccioso di giorno in giorno, la limitazione del lavoro nelle fabbriche è stata dettata dalla stessa necessità che ha sparso il guano sui campi d’Inghilterra. La stessa cieca brama di rapina che aveva esaurito la terra, in questo caso, aveva colpito alla radice, nel primo caso, l’energia vitale della nazione. Qui epidemie periodiche parlavano lo stesso chiaro linguaggio della diminuzione dell’altezza dei soldati in Germania e in Francia[46].
Il Factory Act del 1850, ora (1867) vigente, permette 10 ore per la giornata settimanale media, cioè 12 ore per i primi 5 giorni feriali, dalle 6 di mattina alle 6 di sera, detratte però mezz’ora per la colazione e un’ora per il pasto di mezzogiorno, cosicchè rimangono 10 ore e mezza lavorative, e 8 ore il sabato, dalle 6 di mattina alle 2 del pomeriggio, detratta mezz’ora per la colazione. Rimangono 60 ore lavorative, 10 e mezzo per ognuno dei primi 5 giorni feriali, 7 e mezzo per l’ultimo[47]. Sono nominati speciali custodi della legge, gli ispettori di fabbrica, direttamente sottoposti al ministero dell’interno, le cui relazioni vengono pubblicate ogni semestre in nome del parlamento. Queste relazioni forniscono dunque una statistica regolare e ufficiale della voracità di pluslavoro del capitalista.
Ascoltiamo per un momento gli ispettori di fabbrica[48].
« Il fabbricante fraudolento comincia il lavoro un quarto d’ora (a volte più, a volte meno) prima delle sei antimeridiane e lo finisce un quarto d’ora (a volte più, a volte meno) dopo le sei pomeridiane. Toglie cinque minuti al principio e alla fine della mezz’ora nominalmente concessa per la colazione, dieci minuti al principio e alla fine dell’ora nominalmente concessa per il pasto meridiano. Di sabato lavora un quarto d’ora, a volte più, a volte meno, dopo le due pomeridiane.
Così il suo guadagno ammonta:
Prima delle sei antimeridiane
a 15 minuti
Dopo le sei pomeridiane
a 15 minuti
Per il periodo della colazione
a 10 minuti
Per il periodo del pasto meridiano
a 20 minuti
Totale
60 minuti
Totale in 5 giorni
300 minuti
al sabato
Prima delle sei antimeridiane
a 15 minuti
Per il periodo della colazione
a 10 minuti
Dopo le due pomeridiane
a 15 minuti
Totale settimanale
340 minuti
Ossia 5 ore e 40 minuti alla settimana, il che, moltiplicato per 50 settimane lavorative (detratte due settimane di vacanze e interruzioni occasionali), è eguale a 27 giornate lavorative»[49].
«Se si prolunga la giornata lavorativa di cinque minuti quotidiani oltre la durata normale, si hanno due giorni e mezzo di produzione all’anno»[50]. «Un’ora addizionale quotidiana, ottenuta raspando ora qui ora là un trattino di tempo, fa diventare tredici i dodici mesi dell’anno»[51].
Le crisi, durante le quali viene interrotta la produzione e si lavora solo a « tempo ridotto », cioè solo per alcuni giorni alla settimana, non cambiano naturalmente per nulla l’impulso al prolungamento della giornata lavorativa. Quanto meno affari si fanno, tanto maggiore dev’essere il guadagno nell’affare che si fa. Meno tempo si può lavorare, più grande è la parte del tempo di lavoro che si deve dare al pluslavoro. Gli ispettori di fabbrica riferiscono come segue sul periodo della crisi dal 1857 al 1858:
«Si può ritenere illogico che abbia luogo un qualsiasi sovraccarico di lavoro in un momento nel quale il commercio va così male; ma proprio questa cattiva situazione sprona gente senza scrupoli a trasgressioni; costoro si assicurano così un profitto straordinario... ».
«Proprio nello stesso periodo », dice Leonard Horner, « nel quale 122 fabbriche del mio distretto sono state del tutto abbandonate, altre 143 sono ferme e tutte le altre lavorano a tempo ridotto, il sovraccarico di lavoro viene continuato oltre il tempo stabilito dalla legge»[52]. «Benché», dice il signor Howell, « nel maggior numero delle fabbriche si lavori soltanto per metà del tempo, in conseguenza del cattivo stato degli affari, io continuo a ricevere, come prima, lo stesso numero di lagnanze, che agli operai vengono strappati (snatched) mezz’ora o tre quarti d’ora ogni giorno, mediante la decurtazione delle pause loro garantite dalla legge per i pasti e per il riposo»[53].
Lo stesso fenomeno si ripete su scala minore durante la terribile crisi del cotone del 1861-1865[54].
«Quando sorprendiamo operai al lavoro durante le ore dei pasti o in altre ore illegali, si avanza il pretesto che gli operai non vogliono affatto lasciare la fabbrica, che occorre addirittura costringerli a interrompere il loro lavoro » (pulizia delle macchine ecc.), « specialmente il sabato pomeriggio. Ma, se le « braccia » rimangono nella fabbrica dopo che le macchine sono ferme, questo avviene soltanto perchè non è stato loro concesso nessun periodo di tempo per tali lavori durante le ore lavorative stabilite dalla legge, dalle sei di mattina alle sei di sera»[55].
«Il profitto straordinario, ottenibile mediante sovraccarico di lavoro oltre il tempo legale, sembra essere per molti fabbricanti una tentazione troppo grande perchè le si possa resistere. Essi speculano sulla probabilità di non essere scoperti e calcolano che, anche nel caso che siano scoperti, la esiguità delle pene pecuniarie e delle spese di giudizio garantisce loro pur sempre un bilancio attivo... »[56]. « Dove il tempo addizionale viene ottenuto mediante la moltiplicazione di piccoli furti(« a multiplication of small thefts ») durante la giornata, per gli ispettori ci sono difficoltà quasi insuperabili nello stabilire le prove della trasgressione»[57]. Questi «piccoli furti » del capitale sul tempo dei pasti e sul tempo di riposo dell’operaio vengono designati dagli ispettori di fabbrica anche come « petty pilfering of minutes.»[58], sgraffignare i minuti, « snatching a few minutes », rubare pochi minuti[59] o, come lo chiamano tecnicamente gli operai, «nibbling and cribbling at meal times»[60].
È evidente che in questa atmosfera la formazione del plusvalore mediante il pluslavoro non è un segreto. Un rispettabilissimo padrone di fabbrica mi disse: «Se lei mi permette di far lavorare soltanto dieci minuti quotidiani di tempo supplementare, mette mille sterline al l’anno nelle mie tasche »[61]. « Atomi di tempo sono gli elementi dei guadagno» [62].
Da questo punto di vista non c’è niente di più caratteristico della designazione degli operai che lavorano per tutto il tempo come «full timers », e di fanciulli sotto i tredici anni, che possono lavorare solo sei ore, come « half timers »[63]. L’operaio qui non è altro che tempo di lavoro personificato. Tutte le differenze individuali si risolvono in quella di «operai a tempo intero» e «operai a tempo dimezzato».
3. BRANCHE DELL’INDUSTRIA INGLESE SENZA LIMITE LEGALE ALLO SFRUTTAMENTO.
L’impulso al prolungamento della giornata lavorativa, la fame di pluslavoro da lupi mannari, è stata finora studiata in un settore nel quale mostruosi eccessi, non sorpassati — così dice un economista borghese inglese neppure dalle crudeltà degli spagnoli contro i pellirosse d’America[64], hanno finito col far mettere il capitale alla catena della regolamentazione legale. Ma diamo uno sguardo ad alcune branche di produzione, dove lo sfruttamento della forza- lavoro è ancor oggi libero da vincoli, o era tale fino a ieri.
«Il signor Broughton, magistrato di contea, dichiarò, come presidente di una riunione tenuta nel palazzo comunale di Nottingham il 14 gennaio 1860, che fra la parte della popolazione della città occupata nella fabbricazione di merletti dominava un livello di sofferenze e privazioni sconosciuto al resto del mondo civile... Alle due, alle tre, alle quattro del mattino, fanciulli di nove o dieci anni vengono strappati ai loro sporchi letti e costretti a lavorare fino alle dieci, undici, dodici di notte, per un guadagno di pura sussistenza; le loro membra si consumano, la loro figura si rattrappisce, i tratti del volto si ottundono e la loro umanità s’irrigidisce completamente in un torpore di pietra, orrido solo a vedersi. Non siamo sorpresi che il signor Mailet ed altri fabbricanti s’alzassero a protestare contro ogni discussione... Il sistema, come l’ha descritto il Rev. Montagu Valpy, è un sistema di schiavitù illimitata, schiavitù socialmente, fisicamente, moralmente, intellettualmente parlando... Che cosa si deve pensare di una città, che tiene una pubblica riunione per preparare una petizione affinchè il tempo di lavoro degli uomini sia limitato a diciotto ore quotidiane ?... Noi declamiamo contro i piantatori della Virginia e della Carolina. Ma il loro mercato dei negri, con tutti gli orrori della frusta e del traffico di carne umana, è proprio più detestabile di questa macellazione lenta di esseri umani, che ha luogo allo scopo di fabbricare veli e collarini a vantaggio di capitalisti?»[65].
L’industria ceramica (pottery) dello Staffordshire è stata oggetto di tre inchieste parlamentari durante gli ultimi ventidue anni. I risultati sono raccolti nella relazione del signor Scriven del 1841 per i « Children’s Employment Commissioners », nella relazione del dottor Greenhow del 1860, pubblicata su ordine dell’ufficiale medico del Consiglio Privato (Public Health, 3rd Report, I, 102-113), e infine nella relazione del signor Longe del 1863, nel First Report of the Child ren’s Ernployment Commission del 13 giugno 1863. Per il mio tema è sufficiente trarre dalle relazioni del 1860 e del 1863 alcune deposizioni degli stessi fanciulli sfruttati. Dai fanciulli ci si può fare un’idea degli adulti, in specie delle ragazze e donne, e in un ramo d’industria accanto al quale la filatura del cotone e simili sembra un’occupazione assai piacevole e sana.[66]
William Wood, di nove anni, « aveva sette anni e dieci mesi quando cominciò a lavorare ». Fin da principio egli « ran moulds» (portava gli articoli modellati nell’essiccatoio, riportando indietro gli stampi vuoti). Tutti i giorni della settimana viene alle sei di mattina e smette alle nove circa di sera. « Lavoro fino alle nove di sera ogni giorno della settimana. Così ho fatto per esempio le ultime sette o otto settimane ». Dunque quindici ore di lavoro per un bambino di sette anni! J. Murray, ragazzo dodicenne, depone: «i run moulds and turn jigger» (porto stampi e giro la ruota). Vengo alle sei, spesso alle quattro del mattino. La notte scorsa ho lavorato tutta la notte fino a stamattina alle otto. Non sono andato a letto dall’altra notte in poi. Oltre a me anche altri otto o nove ragazzi hanno lavorato per tutta la notte scorsa. Stamattina sono tornati tutti meno uno. Ricevo tre scellini e sei pence (un tallero e cinque grossi) alla settimana. Se lavoro per tutta la notte, non ricevo niente in più. Nell’ultima settimana ho lavorato per due notti intere ». Fernyhough, ragazzo decenne: « Non sempre ho tutta un’ora per il pasto di mezzogiorno; spesso mezz’ora soltanto; ogni giovedì, venerdì e sabato»[67].
Il dott. Greenhow dichiara che la durata media della vita nei distretti ceramieri di Stoke-upon-Trent e di Wolstanton è straordinariamente breve. Benchè nel distretto di Stoke soltanto il 36,6 per cento della popolazione maschile sopra i venti anni e a Wolstanton solo il 30,4 per cento sia occupato nelle fabbriche di stoviglie, più della metà dei casi di morte fra gli uomini di quell’età, nel primo distretto, circa due quinti nel secondo, risulta da malattie polmonari fra i vasai. Il dott.Boothroyd, medico praticante a Hanley, depone: « Ogni generazione successiva di vasai è più nana e più debole della precedente ». Altrettanto un altro medico, il sig. McBean:
«Da quando iniziai la mia pratica fra i vasai, venticinque anni fa, la marcata degenerazione di questa classe si è progressivamente mostrata in una diminuzione di statura e di peso». Queste deposizioni sono tratte dalla relazione del dott. Greenhow del 1860[68].
Quanto segue si trova nella relazione dei commissari del 1863.
Il dott. J. T. Arledge, primario dell’ospedale del North Staffordshire, dice: «Come classe, i vasai, uomini e donne, costituiscono una popolazione degenerata, fisicamente e moralmente. Di regola sono piccoli e mal cresciuti, mal fatti e spesso deformi di petto. Invecchiano prematuramente e vivono poco tempo; sono flemmatici e anemici; rivelano la loro debolezza di costituzione con ostinati attacchi di dispepsia, di malattie del fegato e dei reni e di reumatismo. Sono soggetti soprattutto a malattie di petto: polmonite, tisi, bronchite e asma. Una forma d’asma è ad essi peculiare ed è conosciuta come asma dei vasai o tisi dei vasai. La scrofolosi, che attacca le glandole, le ossa o altre parti del corpo, è malattia di più di due terzi dei vasai. Che la degenerazione (degenerescence) della popolazione di questo distretto non sia ancor maggiore, si deve soltanto al reclutamento dai circostanti distretti agricoli e allo scambio di matrimoni con razze più sane ». Il sig. Charles Pearson, già house surgeon dello stesso ospedale, scrive fra l’altro in una lettera al commissario Longe:
«Posso parlare soltanto in base a osservazioni personali e non a statistiche, ma non esito ad assicurare che la mia indignazione tornava sempre a sollevarsi, alla vista di quei poveri fanciulli la cui salute veniva sacrificata in omaggio all’avidità dei loro genitori e dei loro datori di lavoro ». Enumera le cause delle malattie dei vasai, e conclude la serie con quella culminante: «long hours» («lunghe ore lavorative»). La relazione della commissione spera che « una manifattura che ha una posizione così preminente agli occhi del mondo non sarà più soggetta all’accusa infamante che il suo grande successo sia accompagnato da degenerazione fisica, molteplici e diffuse sofferenze corporali e morte precoce della popolazione operaia col cui lavoro e con la cui abilità sono stati raggiunti così grandi risultati[69]. Quel che vale per le industrie ceramiche in Inghilterra, vale anche per quelle della Scozia[70].
La manifattura dei fiammiferi data dal 1833, dalla scoperta del modo di fissare il fosforo sull’accenditoio. Si è sviluppata in Inghilterra dal 1845 in poi, rapidamente, e si è estesa, partendo specialmente dalle parti di Londra a densa popolazione, anche a Manchester, Birmingham, Liverpool, Bristol, Norwich, Newcastle, Glasgow; con essa s’è diffuso il trisma, che un medico di Vienna scoperse già nel 1845 esser la malattia peculiare dei lavoranti in fiammiferi. Metà degli operai di questa manifattura sono bambini sotto i tredici anni e adolescenti di meno di diciotto anni. Essa ha così cattiva fama, per la sua insalubrità e per la repugnanza che desta, che soltanto la parte più decaduta della classe operaia, vedove semiaffamate ecc., le cede i figli, « fanciulli stracciati, semiaffamati, del tutto trascurati e non educati»[71]. Dei testimoni esaminati dal commissario White (1863), duecentosettanta erano sotto i diciotto anni, quaranta sotto i dieci anni, dieci avevano solo otto, cinque avevano solo sei anni. Giornata lavorativa che andava dalle dodici alle quattordici, alle quindici ore; lavoro notturno; pasti irregolari, per lo più presi negli stessi locali di lavoro, che sono appestati dal fosforo. Dante avrebbe trovato che questa manifattura supera le sue più crudeli fantasie infernali.
Nella fabbricazione di carta da parati, i generi più grossolani vengono stampati a macchina, i generi più fini a mano (block printing). I mesi di affari più intensi sono fra i primi di ottobre e la fine di aprile. Durante tale periodo questo lavoro dura spesso, e quasi senza interruzione, dalle sei di mattina alle dieci di sera, e anche più avanti nella notte.
J. Leach depone: «L’inverno passato (1862), su diciannove ragazze sei mancarono insieme dal lavoro, per malattie derivate da sovraccarico di lavoro. Per tenerle sveglie, devo urlare ». W. Duffy: « Spesso i bambini non potevano tenere gli occhi aperti per la stanchezza; ma spesso nemmeno noi possiamo tenere gli occhi aperti». J. Lightbourne: «Ho tredici anni... L’inverno scorso abbiamo lavorato fino alle nove di sera, e l’inverno precedente fino alle dieci. L’inverno scorso piangevo quasi tutte le sere dal dolore delle piaghe ai piedi».
G. Apsden: « Quando questo ragazzo aveva sette anni, avevo preso l’abitudine di portarlo attraverso la neve sulle spalle, andando e venendo dalla fabbrica, e lui soleva lavorare sedici ore... Spesso mi inginocchiavo per dargli da mangiare mentre stava alla macchina, perchè non doveva nè lasciarla, nè fermarla ». Smith, il socio direttore di una fabbrica di Manchester: «Noi» (vuol dire: le sue “braccia” che lavorano per “noi“ « lavoriamo senza interruzioni per i pasti, cosicchè il lavoro giornaliero di dieci ore e mezza è finito alle quattro e mezza pomeridiane, e dopo è tutto tempo extra»[72]. (Ma questo signor Smith non si prende nessun pasto durante dieci ore e mezza ?).    «Noi» (sempre Smith) «raramente cessiamo il lavoro prima delle sei di sera » (intende dire, cessiamo il consumo delle “nostre” macchine di forza-lavoro), «cosicchè noi» (iterum Crispinus)  «lavoriamo di fatto per un tempo extra durante tutto l’anno... I fanciulli e gli adulti)» (centocinquantadue bambini e adolescenti sotto i diciotto anni, centoquaranta adulti) « hanno lavorato, tanto gli uni che gli altri, in media, durante gli ultimi diciotto mesi, al minimo sette giornate e cinque ore alla settimana, cioè settantotto ore e mezza alla settimana. Per le sei settimane che finiscono il 2 maggio di quest’anno (1863) la media è stata più alta — otto giornate, ossia ottanta quattro ore alla settimana!». Eppure lo stesso signor Smith, così devoto al pluralis maiestatis, aggiunge sorridendo: «Il lavoro a macchina è facile». E altrettanto dicono quelli che usano il sistema del block printing: «Il lavoro a mano è più sano che il lavoro a macchina». Nel complesso i signori fabbricanti si dichiarano, con indignazione, contrari alla proposta di «fermar le macchine per lo meno durante i pasti». Il signor Otley, direttore di una fabbrica di carta da parati nel Borough (a Londra), dice: «Una legge che permettesse ore lavorative dalle sei di mattina alle nove di sera, ci (!) converrebbe molto, ma le ore del Factory Act, dalle sei di mattina alle sei di sera, non ci (!) convengono... La nostra macchina viene fermata durante il pasto di mezzogiorno» (che magnanimità). «Fermare la macchina non procura perdite degne di nota, nè di carta, nè di colore». «Ma», continua con simpatia, «posso capire che la perdita che ne segue non piaccia». La relazione della commissione ritiene ingenuamente che il timore di alcune «ditte principali» di «perdere» tempo, cioè tempo nel quale appropriarsi di lavoro altrui, perciò di «perder profitto , non sia «ragione sufficiente» per «far perdere» a bambini sotto i tredici anni e a adolescenti sotto i diciotto, anni il loro pasto di mezzogiorno, durante 12 o 16 ore, oppure per darglielo come si dà carbone e acqua alla macchina a vapore, come si dà sapone alla lana, come si dà olio alla ruota ecc. — durante il processo di produzione stesso, come puro e semplice materiale ausiliario del mezzo di lavoro»[73].
Nessun ramo d’industria inglese (facciamo astrazione dalla panificazione meccanica che comincia a farsi strada solo da poco tempo) —- ha conservato fino ad oggi modi di produzione così antichi, anzi, come si può vedere dai poeti dell’età imperiale romana, precristiani, quanto il panificio. Ma il capitale, come abbiamo già osservato, è in un primo momento indifferente di fronte al carattere tecnico del processo di lavoro del quale si impadronisce: in un primo momento lo prende come lo trova.
L’incredibile adulterazione del pane, specialmente a Londra, venne rivelata la prima volta dal conhitato della Camera bassa « sul l’adulterazione dei cibi » (1855-7856) e dallo scritto del dott. Hassall:
Adulterations detected[74]. Conseguenza di queste rivelazioni fu la legge del 6 agosto 1860: «for preventing the adulteration of articles of food and drink »; legge inefficace, poichè naturalmente mostra la massima delicatezza verso ogni freetrader che intraprende « to turn a honest penny» (Di guadagnarsi qualche meritato soldo) mediante la compravendita di merci falsificate[75]. Il comitato stesso aveva formulato, in maniera più o meno ingenua, la convinzione che il libero commercio significa in sostanza commercio di materiali adulterati o, come dice spiritosamente l’inglese, «materiali sofisticati». E infatti questa specie di «sofistica» sa far nero del bianco e bianco del nero, meglio di Protagora, e sa dimostrare ad oculos che ogni realtà è pura apparenza, meglio degli Eleati[76].
Ad ogni modo, il comitato aveva diretto gli occhi del pubblico sul suo « pane quotidiano », e così sui fornai. Contemporaneamente, risuonava in pubbliche adunanze e in petizioni al parlamento il grido dei garzoni fornai londinesi sul sovraccarico di lavoro, ecc. Il grido divenne così urgente che il signor H. S. Tremenheere, che era anche membro della più volte ricordata commissione del 1863, venne nominato commissario reale inquirente. Il suo rapporto[77], insieme alle deposizioni dei testimoni, eccitò il pubblico — non il cuore del pubblico, ma il suo stomaco. L’inglese, che conosce bene la sua Bibbia, sapeva sì che l’uomo se non è, per elezione gratuita, capitalista o proprietario terriero o fornito di una sinecura — è chiamato a mangiare il suo pane col sudore della sua fronte; ma non sapeva di dover mangiare nel suo pane, quotidianamente, una certa dose di sudore umano, mescolato con deiezioni di ascessi, ragnatele, blatte morte e lievito tedesco marcito — senza tener conto dell’allume, dell’arenaria e di altri piacevoli ingredienti minerali. Senza nessun riguardo a sua santità il freetrade, la fin allora «libera» panificazione venne sottoposta alla sorveglianza di ispettori statali (conclusione della sessione parlamentare del 1863). Con lo stesso Atto del parlamento venne proibito il lavoro dalle nove di sera alle cinque di mattina per i garzoni fornai al disotto di diciotto anni. Quest’ultima clausola dice quanto interi volumi sul sovraccarico di lavoro in questo ramo d’affari così patriarcalmente casalingo.
«Il lavoro di un garzone fornaio londinese comincia di regola verso le undici di notte. A quest’ora fa la pasta, operazione faticosissima che dura da mezz’ora a tre quarti d’ora, a seconda della infornata da fare e della finezza della lavorazione. Si stende poi sulla tavola da impastare, che serve anche da coperchio della madia dove si lavora la farina, e dorme un paio d’ore con un sacco da farina sotto la testa e un altro sacco da farina attorno al corpo. Poi comincia un rapido e ininterrotto lavoro di quattro ore: gramolare, pesare la pasta, spianarla, infornarla, sfornarla, ecc. La temperatura dei locali dei forni ammonta a 75-90 gradi ( secondo la scala Fahrenheit; corrispondente a 24-32 °C), e nei piccoli forni piuttosto più che meno. Quando è compiuta l’operazione di fare pani, panini ecc., comincia la distribuzione del pane; ed una parte considerevole di questi garzoni giornalieri, dopo aver compiuto il pesante lavoro notturno che abbiamo descritto, di giorno porta il pane in ceste o lo trasporta in carretti a mano di casa in casa, lavorando spesso anche nel forno fra un viaggio e l’altro. A seconda della stagione e della grandezza dell’impresa, il lavoro finisce fra l’una e le sei pomeridiane, mentre un’altra, parte dei garzoni lavora fino a tardi, intorno alla mezzanotte, nel forno»[78], «Durante la stagione londinese, i garzoni dei fornai che vendono il pane a prezzo “intero“, nel Westend, cominciano regolarmente alle undici di notte e sono occupati nella cottura del pane, con l’interruzione di una o due pause, spesso assai brevi, fino alle otto della mattina seguente; poi sono usati fino alle quattro, cinque, sei, e perfino alle sette pomeridiane per il trasporto e la distribuzione del pane, oppure, a volte, nella cottura dei biscotti nel forno. Compiuto il lavoro, possono avere sei, spesso solo cinque o quattro ore di sonno. Di venerdì il lavoro comincia sempre prima, circa alle dieci di sera, e dura senza interruzione, sia nella preparazione, sia nella consegna del pane, fino alla sera del sabato seguente, alle otto, ma per lo più fino alle quattro o alle cinque di mattina della domenica seguente. Anche nei forni di qualità, che vendono il pane a “prezzo intero”, devono essere dedicate quattro o cinque ore della domenica in lavoro preparatorio per il giorno seguente... I garzoni fornai degli “underselling masters” (di quelli che vendono il pane al disotto del prezzo intero), i quali ammontano, come abbiamo osservato sopra, a più di tre quarti dei fornai londinesi, hanno ore di lavoro anche più lunghe, ma il loro lavoro è limitato quasi del tutto al forno, poichè i loro padroni, eccettuata la fornitura a piccoli negozi di rivendita, vendono soltanto nel proprio negozio. Verso la fine della settimana.., cioè il giovedì, il lavoro vi comincia verso le dieci di notte e dura con una brevissima interruzione fino a tardi nella notte della domenica[79].
Per quanto riguarda gli «underselling masters», perfino il punto di vista borghese comprende che «il lavoro non pagato dei garzoni (the unpaid labour of the men) costituisce il fondamento della loro concorrenza»[80]. E il «full priced baker» denuncia i suoi concorrenti «underselling» alla commissione d’inchiesta, come ladri di lavoro altrui e adulteratori. «Essi riescono soltanto ingannando il pubblico e spremendo dai loro garzoni diciotto ore di lavoro per un salario di dodici»[81].
L’adulterazione del pane e la formazione di una classe di fornai che vende il pane al disotto del prezzo normale hanno avuto sviluppo in Inghilterra dal principio del secolo XVIII, appena cominciò a decadere il carattere corporativo del mestiere e dietro il mastro fornaio, padrone nominale, si pose il capitalista, nella forma di mugnaio o commerciante commissionario in farina[82]. Così era posta la base della produzione capitalistica, dello sfrenato prolungamento della giornata lavorativa e del lavoro notturno, benchè quest’ultimo prendesse seriamente piede in Londra soltanto dal 1824[83].
Da quanto procede, si comprenderà come la relazione della commissione di inchiesta annoveri i garzoni fornai fra quegli operai di breve vita, i quali, dopo esser per fortuna sfuggiti alla decimazione dei bambini, normale per tutti i settori della classe operaia, raggiungono raramente il quarantaduesimo anno di vita. Ciò nondimeno, il mestiere del fornaio è sempre sovraccarico di postulanti. Le fonti d’afflusso di queste «forze-lavoro» sono, per Londra, la Scozia, i distretti agricoli occidentali d’Inghilterra e la Germania.
Negli anni 1858-60, i garzoni fornai d’Irlanda organizzarono a proprie spese grandi meetings per l’agitazione contro il lavoro notturno e domenicale. Il pubblico prese partito per essi con ardore irlandese, come per esempio al meeting di maggio a Dublino nel 1860. E di fatto questo movimento fece introdurre l’esclusivo lavoro diurno a Wexford, Kilkenny, Clonmel, Waterford ecc., e con successo. «A Limerick, dove le sofferenze dei giornalieri superavano, com’era noto, ogni misura, quel movimento falli per l’opposizione dei padroni di forni e, in ispecie, dei fornai-mugnai. L’esempio di Limerick condusse a un regresso a Ennis e a Tipperary. A Cork, dove il pubblico risentimento si manifestò nella forma più vivace possibile, i padroni misero in disfatta il movimento usando il loro potere di licenziare i garzoni. A Dublino i padroni fecero la resistenza più decisa e, perseguitando i garzoni che stavano a capo dell’agitazione, costrinsero il resto a cedere e a piegarsi al lavoro notturno e domenicale»[84]. La commissione di quel governo inglese che in Irlanda è armato fino ai denti fa, in tono da mortorio, le sue rimostranze contro gli implacabili padroni di forni di Dublino, Limerick, Cork ecc.:
«Il comitato ritiene che le ore lavorative siano limitate da leggi naturali che non possono essere impunemente violate. I padroni costringono i loro operai, sotto minaccia di licenziamento, a violare le proprie convinzioni religiose, a disubbidire alla legge. A tenere in non cale la pubblica opinione» (tutto questo si riferisce al lavoro domenicale); «con ciò, si provoca cattivo sangue fra capitale e lavoro e si dà un esempio pericoloso per la religione, la moralità e l’ordine pubblico... Il comitato ritiene che il prolungamento della giornata lavorativa al di là delle dodici ore sia un intervento usurpatorio nella vita privata e domestica dell’operaio e conduca a risultati morali disastrosi, per l’intrusione nella vita domestica di un uomo e nell’adempimento dei suoi doveri familiari come figlio, fratello, marito e padre. Un lavoro oltrepassante le dodici ore tende a minare la salute del lavoratore, conduce a invecchiamento precoce e a morte prematura, quindi all’infelicità delle famiglie dei lavoratori, che vengono private («are deprived») della cura e del sostegno del capofamiglia, proprio nel momento in cui sono più necessari»[85].
Poco fa eravamo in Irlanda. Eccoci dall’altra parte del Canale. In Scozia, il lavoratore agricolo, l’uomo dell’aratro, denuncia il suo lavoro di tredici o quattordici ore, compiuto in un clima dei più aspri, con quattro ore di lavoro supplementare per la domenica (in questa terra di sabbatari!)[86]. Allo stesso tempo, davanti a un Grand Jury di Londra, stanno tre lavoratori delle ferrovie: un controllore, un macchinista, un segnalatore; una gran catastrofe ferroviaria ha spedito all’altro mondo centinaia di passeggeri, e la causa della sciagura è la negligenza degli impiegati; questi dichiarano unanimemente davanti ai giurati: «Dieci o dodici anni or sono il nostro lavoro durava soltanto otto ore al giorno; durante gli ultimi cinque o sei anni lo si è spinto fino a quattordici, diciotto e venti ore e, nei casi di affluenza di viaggiatori più forte del solito, come nei periodi dei treni per le escursioni, il lavoro è durato spesso quaranta o cinquanta ore, senza interruzione. Noi non siamo ciclopi, ma uomini comuni. A un certo punto la nostra forza-lavoro viene a mancare. Ci prende il torpore. Il cervello cessa di pensare e l’occhio di vedere ». Il «respectable British juryman », proprio assolutamente rispettabile, risponde con un verdetto che manda quei lavoratori davanti alle Assise, per «manslaughter» (omicidio colposo); ma esprime, in un delicato codicillo, il pio desiderio che i signori magnati del capitale delle ferrovie vogliano, per il futuro, esser un po’ più scialacquatori nell’acquisto del numero necessario di «forze-lavoro» e più «temperanti», o più «economi» o « pronti all’abnegazione», nello smungimento della forza- lavoro pagata[87].
Dalla variopinta folla di lavoratori di tutte le professioni, di tutte le età, di entrambi i sessi, che ci si serrano attorno, con più impazienza delle anime degli uccisi intorno a Ulisse, e sui volti dei quali, senza bisogno di guardare i libri azzurri che hanno sottobraccio, si scorge a prima vista il sovraccarico di lavoro, scegliamo ancora due figure, le quali, proprio perché così contrastanti fra loro, provano che tutti gli uomini sono eguali davanti al capitale: una crestaia e un fabbro.
Durante le ultime settimane del giugno 1863 tutti i quotidiani londinesi riportarono un pezzo con l’insegna «sensational»: Death from simple overwork (Morte da semplice sovraccarico di lavoro). Si trattava della morte della crestaia Mary Anne Walkley, di venti anni, occupata in un rispettabilissimo laboratorio di corte sfruttata da una signora dal riposante nome di Elisa. Si tornò a riscoprire la vecchia storia[88], tante volte raccontata, che queste ragazze lavorano in media sedici ore e mezzo, ma durante la stagione anche spesso per trent’ore di seguito, mentre la loro « forza-lavoro » che viene a mancare vien tenuta in moto con eventuali somministrazioni di Sherry, di vino di Porto o di caffè. Ed era proprio il culmine della stagione. Si trattava di far venir fuori belli e pronti in un batter d’occhio, i magnifici vestiti di gaia di nobili ladies per il ballo in onore della principessa di Galles, da poco importata. Mary Anne Walkley aveva lavorato ventisei ore e mezza senza interruzione, assieme ad altre sessanta ragazze, trenta per stanza, in una stanza che appena poteva contenere un terzo della necessaria cubatura d’aria, mentre le notti dormivano due a due in un letto, in uno dei buchi soffocanti ottenuti stipando varie pareti di legno in una sola stanza da letto[89]. E questo era uno dei migliori laboratori di mode di Londra. Mary Anne Walkley s’ammalò il venerdì e morì la domenica, senza neppur aver prima finito l’ultimo pezzo dell’ornamento, con gran meraviglia della signora Elisa. Il medico, signor Keys, chiamato troppo tardi al letto della moribonda, depose davanti al « Coroner’s jury» con queste secche parole: « Mary Anne Walkley è morta di lunghe ore lavorative in laboratorio sovraffollato e in dormitorio troppo stretto e mal ventilato ». Per dare al medico una lezione di buone maniere, il Coroner’s jury, dichiarò invece: «la deceduta è morta di apoplessia, ma c’è ragione di temere che la sua morte sia stata affrettata da sovraccarico di lavoro in laboratorio sovraffoilato ecc.». Il Morning Star, organo dei signori del libero scambio Cobden e Bright, esclamava: « i nostri schiavi bianchi, che s’affaticano a morte, languono e muoiono in silenzio»[90], « Lavorare a morte è all’ordine del giorno, non soltanto nei laboratori delle crestaie, ma in mille luoghi, in ogni luogo dove prosperano gli affari... Prendiamo come esempio il fabbro ferraio. Se si deve credere ai poeti, non c’è uomo energico e allegro più del fabbro ferraio. S’alza la mattina presto e fa saltar scintille al cospetto del sole; mangia e beve e dorme come nessun altro. Da un punto di vista strettamente fisico, il fabbro si trova, se lavora normalmente, in una delle migliori posizioni umane. Ma seguiamolo nella città, vediamo il carico di lavoro che viene addossato a quest’uomo forte; e che posto prende negli elenchi della mortalità del nostro paese? A Marylebone (uno dei più vasti quartieri di Londra), i fabbri muoiono alla media del trentun per mille all’anno, cioè undici al di sopra della media della mortalità dei maschi adulti in Inghilterra. Questa occupazione, che è quasi istintiva come le altre arti degli uomini, e in sè e per sè è irreprensibile, diventa distruttrice dell’uomo, mediante il semplice eccesso di lavoro. Il fabbro può battere il martello tante volte, al giorno, fare tanti passi, respirare tante volte, compiere tanto lavoro da vivere in media, diciamo, cinquant’anni. Lo si costringe a batter tanti colpi di martello in più, a far tanti passi in più, a respirar tante volte in più al giorno, sicchè. in complesso, il suo dispendio di vita aumenta di un quarto al giorno. Egli tiene testa allo sforzo, e il risultato è che egli compie un quarto di lavoro in più per un periodo limitato e muore a trentasette anni invece che a cinquanta»[91].
4. LAVORO DIURNO E NOTTURNO. IL SISTEMA DEI TURNI.
Il capitale costante, i mezzi di produzione, considerati dal punto di vista del processo di valorizzazione, esistono solo allo scopo di assorbir lavoro e, con ogni goccia di lavoro, una quantità proporzionale di pluslavoro. In tanto che essi non fanno questo, la loro semplice esistenza costituisce per il capitalista una perdita negativa; poichè, durante il tempo nel quale rimangono inoperosi, essi rappresentano un’inutile anticipazione di capitale; e questa perdita diventa positiva appena l’interruzione nel loro impiego rende necessarie spese supplementari per il ricominciare il lavoro. Il prolungamento della giornata, la al di là dei limiti della giornata naturale, fino entro la notte, opera soltanto come palliativo, calma solo approssimativamente la sete da vampiro che il capitale ha del vivo sangue del lavoro. Quindi, l’istinto immanente della produzione capitalistica è di appropriarsi lavoro durante tutte le ventiquattro ore del giorno. Ma poichè questo è impossibile fisicamente, quando vengano assorbite continuamente, giorno e notte, le medesime forze-lavoro, allora, per superare l’ostacolo fisico, c’è bisogno di avvicendare le forze-lavoro divorate durante il giorno e la notte. Questo avvicendamento ammette vari metodi; per esempio può esser regolato in modo che una parte del personale operaio provveda per una settimana al servizio diurno, per la seguente al servizio notturno ecc. Si sa che questo sistema dei turni, questa rotazione, predominava nel periodo giovanile, sano, dell’industria cotoniera inglese e delle altre; che, fra l’altro, fiorisce presentemente nelle filande di cotone del governatorato di Mosca. Questo processo di produzione di ventiquattro ore continue esiste ancor oggi come sistema in molti rami dell’industria della Gran Bretagna rimasti finora « liberi », fra gli altri negli alti forni, nelle ferriere, nei laminatoi e in altre officine metallurgiche dell’Inghilterra, del Galles e della Scozia. Il processo lavorativo abbraccia qui, oltre le ventiquattro ore dei sei giorni di lavoro, anche, in gran parte, le ventiquattro ore della domenica. Gli operai sono uomini e donne, adulti e bambini dell’uno e dell’altro sesso. L’età dei fanciulli e degli adolescenti percorre tutti i gradi intermedi, dagli otto anni (in alcuni casi dai sei) ai diciotto[92]. In alcune branche anche le donne e le giovinette lavorano di notte assieme al personale maschile[93].
Fatta astrazione dagli effetti nocivi generali del lavoro notturno[94] la durata stessa del processo di produzione, senza interruzioni nelle ventiquattro ore, offre un’occasione, assai benvenuta, per oltrepassare il limite della giornata lavorativa nominale. Per esempio: nei rami d’industria ricordati poco fa, che sono molto faticosi, la giornata lavorativa ufficiale ammonta per ogni operaio a dodici ore al massimo notturne o diurne. Ma il sovraccarico di lavoro al di là di questo limite è, in molti casi, « veramente spaventoso» («truly fearful»), per usare le parole della relazione ufficiale[95]. «Mente umana non può », dice la relazione, « riflettere alla quantità di lavoro che vien compiuta, a quanto dicono le deposizioni dei testimoni, da fanciulli dai nove ai dodici anni, senza giungere irresistibilmente alla conclusione che tale abuso di potere dei genitori e dei datori di lavoro non deve più esser permesso»[96].
«La pratica di far lavorare i fanciulli, in generale, a turni diurni e notturni, conduce a un vergognoso prolungamento della giornata la tanto nei momenti di slancio degli affari quanto durante il normale corso delle cose. In molti casi, questo prolungamento non solo è crudele, ma addirittura incredibile. Non si può evitare che uno dei fanciulli dei turno di ricambio rimanga qua e là assente, per una causa o per l’altra: e allora uno o più dei presenti, che hanno già compiuto la loro giornata lavorativa, debbono occupare il posto vacante. Questo sistema è così noto a tutti quanti, che il direttore d’un laminatoio, alla mia domanda come venisse occupato il posto dei fanciulli del turno di ricambio rimasti assenti, rispose: “ So bene che lei lo sa quanto me ”, e ammise senz’altro il fatto»[97].
«In un laminatoio, dove la giornata lavorativa normale durava dalle sei del mattino fino alle cinque e mezza di sera, un ragazzo lavorò quattro notti alla settimana, prolungando il lavoro fino per lo meno alle otto e mezza pomeridiane del giorno seguente... e questo per sei mesi». «Un altro, a nove anni, aveva lavorato a più riprese per tre turni di lavoro di dodici ore l’uno, di seguito, e a dieci anni, due giorni e due notti di seguito». «Un terzo, che ora ha dieci anni, per tre notti aveva lavorato dalle sei di mattina a mezzanotte e le altre notti fino alle nove di sera». «Un quarto, che ora ha tredici anni, ha lavorato dalle sei pomeridiane fino al mezzogiorno del giorno seguente per tutta una settimana e, spesso, ha fatto tre turni di seguito, per esempio dalla mattina del lunedì a martedì notte». «Un quinto, che ora ha dodici anni, ha lavorato in una fonderia a Stavely dalle sei di mattina alla mezzanotte per quattordici giorni di fila, e ora non può più continuare». George Allinsworth, di nove anni: «Sono venuto qui venerdì scorso; la mattina dopo dovevamo cominciare alle tre di mattina, così rimasi qui tutta la notte. Vivo a cinque miglia di qui. Ho dormito sul pavimento, con un grembiule di cuoio sotto e una giacchetta addosso. Gli altri due giorni ero qui alle sei di mattina. Eh! Fa caldo davvero qui! Prima di venir qui fui allo stesso lavoro, in un alto forno in campagna, quasi per un anno intero. Anche là si cominciava alle tre di mattina il sabato, sempre, ma almeno potevo andare a dormire a casa, perchè ero vicino. Gli altri giorni cominciavo la mattina alle sei a finivo alle sei o alle sette di sera» ecc.[98].
Sentiamo ora come il capitale stesso intenda questo sistema delle ventiquattro ore. Naturalmente, ne passa sotto silenzio le forme estreme, l’abuso che ne vien fatto per prolungamenti «crudeli e incredibili » della giornata lavorativa; il capitale parla del sistema soltanto nella sua forma «normale».
I signori Naylor e Vickers, padroni di acciaierie, che impiegano dalle seicento alle settecento persone, solo il dieci per cento delle quali al di sotto dei diciotto anni e di questi impiegano ancora solo venti ragazzi come personale notturno, si esprimono come segue: «I ragazzi non soffrono affatto per il calore. La temperatura è probabilmente di 86° - 90° F. (secondo la scala Fahrenheit; corrispondente a 30°-32° gradi C).  Nelle fucine e nei laminatoi le braccia lavorano giorno e notte a turni, però tutto l’altro lavoro è lavoro diurno, dalle sei di mattina alle sei di sera. Nella fucina le ore lavorative vanno dalle dodici alle dodici. Alcune braccia lavorano sempre di notte senza avvicendamento di lavoro diurno e lavoro notturno... Non troviamo che il lavoro notturno e il lavoro diurno facciano differenza quanto alla salute (la salute dei signori Naylor e Vickers ?) e vero - similmente la gente dorme meglio se ha sempre le stesse ore di riposo, invece di alternarle... Circa venti ragazzi al di sotto dei diciotto anni lavorano col turno di notte... Non potremmo farcela (not well do) senza il lavoro notturno di ragazzi sotto i diciotto anni... La nostra obiezione sarebbe: l’aumento dei costi di produzione. È difficile ottenere operai specializzati e capi reparto, ma ragazzi se ne possono ottenere quanti se ne vuole... Naturalmente, data la piccola proporzione di ragazzi che impieghiamo, limitazioni del lavoro notturno sarebbe di scarsa importanza o di scarso interesse per noi»[99].
Il signor J. Ellis, della ditta dei signori John Brown Co., ferriere e acciaierie, che impiegano tremila fra uomini e ragazzi, e precisamente « giorno e notte a turni» per una parte del lavoro pesante al ferro e all’acciaio, dichiara che nel lavoro pesante all’acciaio ci sono uno o due ragazzi ogni due uomini. La impresa del Brown & Co. conta cinquecento ragazzi al di sotto dei diciotto anni e, di questi, un terzo circa, cioè centosettanta, al di sotto dei tredici anni. Riguardo alla modificazione della legge che veniva proposta, il signor Ellis opina: «Non credo che sarebbe cosa molto riprovevole (very objection able) non far lavorare nessuna persona al di sotto di diciotto anni oltre le dodici ore su ventiquattro. Ma non credo che, al di sopra dei dodici anni, si possa fissare una qualsiasi linea oltre la quale i ragazzi possano essere dispensati dal lavoro notturno. Noi preferiremmo addirittura che fosse proibito di impiegare, in genere, ragazzi sotto i tredici anni o anche sotto i quattordici, piuttosto d’una proibizione di usare durante la notte i ragazzi che ormai abbiamo. I ragazzi del turno di giorno debbono avvicendarsi al lavoro anche nei turni di notte, perchè gli uomini non possono lavorare continuamente di notte: rovinerebbe la loro salute. Noi crediamo tuttavia che il lavoro notturno non sia nocivo, se fatto a settimane alterne». (I signori Naylor e Vickers credevano, viceversa, in concordanza con l’interesse della loro industria, che non il lavoro notturno continuo, ma proprio quello a periodi alternati potesse riuscir nocivo). «Noi troviamo che gli uomini che compiono il lavoro notturno a turni alternati sono altrettanto sani che quelli che lavorano solo di giorno... Le nostre obiezioni contro la proibizione d’impiegare ragazzi sotto i diciotto anni al lavoro notturno sarebbero fatte per via dell’aumento della spesa, ma questa è l’unica ragione» (che cinica ingenuità!). «Crediamo che questo aumento sarebbe più di quantol’azienda (the trade) potrebbe onestamente sopportare, tenuto il debito conto del successo da ottenersi dal suo esercizio (as the trade with due regard to ecc. could fairly bear!)» (Che fraseologia melliflua!). «Qui il lavoro è scarso e potrebbe venire a mancare, se ci fosse un regolamento del genere» (cioè, Ellis, Brown & Co. potrebbero cadere nel fatale imbarazzo di dover pagare completamente il valore della forza-lavoro)[100].
Le «Ferriere e acciaierie Ciclope », dei signori Cammel CO., sono esercite sulla stessa grande scala di quelle del summenzionato John Brown & Co. Il direttore e amministratore aveva consegnato per iscritto la sua deposizione testimoniale al commissario governativo White, ma poi trovò più conveniente sopprimere il manoscritto che gli era stato riconsegnato per la revisione. Ma il signor White ha memoria tenace. Ricorda con estrema precisione che per quei signori ciclopi la proibizione del lavoro notturno di bambini e adolescenti era « impossibile; sarebbe lo stesso che chiudere le loro officine»: eppure la loro impresa conta poco più del sei per cento di ragazzi al disotto dei diciotto anni e soltanto l’un per cento al disotto dei tredici anni[101].
Sullo stesso argomento il signor E. F. Sanderson, della ditta Sanderson, Bros. & Co., acciaio fucinato e laminato, di Attercliffe, dichiara: « Dalla proibizione di far lavorare di notte adolescenti al disotto dei diciotto anni deriverebbero grandi difficoltà. La difficoltà maggiore deriverebbe dall’aumento dei costi, che accompagnerebbe di necessità una sostituzione del lavoro di fanciulli col lavoro di uomini. Non posso dire a quanto ammonterebbe, ma probabilmente non sarebbe tanto da permettere al fabbricante di alzare il prezzo dell’acciaio e, di conseguenza, la perdita ricadrebbe su di lui, poichè gli uomini» (che gente stravagante!) «rifiuterebbero naturalmente di sopportarla». Il signor Sanderson non sa quanto paga i fanciulli, ma « forse la somma ammonta a quattro o cinque scellini a testa alla settimana... Il lavoro dei ragazzi è di un tipo pel quale, in generale » (“ generaily “, naturalmente non sempre “in ispecie ”) «la forza dei ragazzi è per l’appunto sufficiente e, di conseguenza, non deriverebbe dalla maggior forza degli uomini nessun guadagno per compensare la perdita, oppure soltanto nei pochi casi in cui il metallo è pesantissimo. Nè gli uomini vedrebbero volentieri di non avere sotto di sè dei ragazzi, poiché gli uomini sono meno ubbidienti dei ragazzi. E poi, i ragazzi devono cominciare da bambini per imparare il mestiere. Limitando i ragazzi al solo lavoro diurno, non si raggiungerebbe questo scopo». E perchè no? Perchè i ragazzi non possono imparare il mestiere di giorno? Che ragione si porta? «Perché, a questo modo, gli uomini che lavorano a turni settimanali avvicendando lavoro notturno e lavoro diurno verrebbero separati dai ragazzi del loro turno durante metà del tempo e perderebbero metà del profitto che traggono dai ragazzi stessi. L’avviamento che viene dato dagli uomini ai ragazzi viene infatti calcolato come parte del salario lavorativo di questi ragazzi stessi, quindi mette gli uomini in grado di avere più a buon mercato il lavoro dei ragazzi. Ogni uomo perderebbe metà del suo profitto». (In altre parole, i signori Sanderson dovrebbero pagare di tasca propria, invece che col lavoro notturno dei ragazzi, una parte del salario degli adulti. Il profitto dei signori Sandersonscenderebbe un po’, in questa occasione, ed è questa la buona ragione sandersoniana per la quale i ragazzi non possono imparare di giorno il loro mestiere)[102]. Inoltre, questo getterebbe sugli adulti, che ora vengono rimpiazzati dai fanciulli, il peso d’un continuo lavoro notturno, ch’essi non sopporterebbero. Insomma: le difficoltà sarebbero così grandi, da condurre probabilmente alla soppressione completa del lavoro notturno. E. F. Sanderson dice: «Per quanto riguarda la produzione dell’acciaio, presa per sè, non si avrebbe la minima differenza, ma!». Ma i signori Sanderson hanno da fare ben altro che produrre acciaio! La produzione dell’acciaio è un semplice pretesto per la produzione del plusvalore. I forni di fusione, i laminatoi ecc., gli edifici, le macchine, il ferro, il carbone ecc, hanno da far ben altro che trasformarsi in acciaio. Sono lì per succhiare pluslavoro e, naturalmente, ne succhiano più in 24 ore che in 12. Di fatto, essi danno ai Sanderson, per grazia di Dio e della legge, una cambiale tratta sul tempo di lavoro di un certo numero di braccia durante tutte le venti quattro ore della giornata eperdono il loro carattere di capitale, quindi sono pura perdita per i Sanderson, appena venga interrotta la loro funzione di succhiar lavoro. « Ma allora si verificherebbe la perdita derivante da un macchinario tanto costoso che rimarrebbe inattivo per metà del tempo; per ottenere la massa di prodotti che noi siamo in grado di fornire col presente sistema, dovremmo raddoppiare i locali e il macchinario, il che raddoppierebbe le spese ». Ma perchè proprio questi Sanderson pretendono un privilegio nei confronti degli altri capitalisti, che possono far lavorare solo di giorno e i cui edifici, macchinari, materie prime, rimangono quindi inattivi la notte? E. F. Sanderson risponde, in nome di tutti i Sanderson: «E’ vero che questa perdita derivante dal macchinario inattivo colpisce tutte le manifatture nelle quali si lavora soltanto di giorno. Ma, nel nostro caso, l’uso dei forni fusori causerebbe una perdita straordinaria. Se vengono tenuti accesi, si sciupa del combustibile» (invece del quale ora si sciupa il combustibile dell’operaio); «se non vengono tenuti accesi, si ha una perdita di tempo nel riaccendere il fuoco e per raggiungere il necessario grado di calore (mentre la perdita di tempo per il sonno, anche da parte di fanciulli di otto anni, è guadagno di tempo di lavoro per la stirpe dei Sanderson); poi i forni soffrirebbero del cambio di temperatura» (mentre questi medesimi forni non soffrono nulla per l’alternarsi del lavoro notturno con il lavoro diurno)[103].
5. LA LOTTA PER LA GIORNATA LAVORATIVA NORMALE. LEGGI COERCITIVE PER IL PROLUNGAMENTO DELLA GIORNATA LAVORATIVA DALLA META DEL SEC. XIV ALLA FINE DEL SEC. XVII.
«Che cos’è una giornata lavorativa? Qual è la quantità del tempo durante il quale il capitale può consumare la forza-lavoro della quale esso paga il valore d’una giornata? Fino a che punto la giornata lavorativa può essere prolungata al di là del tempo di lavoro necessario per la riproduzione della forza-lavoro stessa? S’è visto che a queste domande il capitale risponde: la giornata lavorativa conta ventiquattro ore complete al giorno, detratte le poche ore di riposo senza le quali la forza-lavoro ricusa assolutamente di rinnovare il suo servizio. In primo luogo è evidente che l’operaio, durante tutto il tempo della sua vita, non è altro che forza-lavoro e perciò che tutto il suo tempo disponibile è, per natura e .per diritto, tempo di lavoro, e dunque appartiene alla autovalorizzazione del capitale. Tempo per un’educazione da esseri umani, per lo sviluppo intellettuale, per l’adempimento di funzioni sociali, per rapporti socievoli, per il libero giuoco delle energie vitali fisiche e mentali, perfino il tempo festivo domenicale e sia pure nella terra dei sabbatari[104] —: fronzoli puri e semplici! Ma il capitale, nel suo smisurato e cieco impulso, nella sua voracità da lupo mannaro di pluslavoro, scavalca non soltanto i limiti massimi morali della giornata lavorativa, ma anche quelli puramente fisici.Usurpa il tempo necessario per la crescita, lo sviluppo e la sana conservazione del corpo. Ruba il tempo che è indispensabile per consumare aria libera e luce solare. Lesina sul tempo dei pasti e lo incorpora, dove è possibile, nel processo produttivo stesso, cosicchè al lavoratore vien dato il cibo come a un puro e semplice mezzo di produzione, come si dà carbone alla caldaia a vapore, come si dà sego e olio alle macchine. Riduce il sonno sano che serve a raccogliere, rinnovare, rinfrescare le energie vitali, a tante ore di torpore quante ne rende indispensabili il ravvivamento di un organismo assolutamente esaurito. Qui non è la normale conservazione della forza-lavoro a determinare il limite della giornata lavorativa, ma, viceversa, è il massimo possibile dispendio giornaliero di forza-lavoro, per quanto morbosamente coatto e penoso, a determinare il limite del tempo di riposo dell’operaio. Il capitale non si preoccupa della durata della vita della forza- lavoro. Quel che gli interessa è unicamente e soltanto il massimo di forza-lavoro che può essere resa liquida in una giornata lavorativa. Esso ottiene questo scopo abbreviando la durata della forza-lavoro, come un agricoltore avido ottiene aumentati proventi dal suolo rapinandone la fertilità.
Con il prolungamento della giornata lavorativa, la produzione capitalistica, che è essenzialmente produzione di plusvalore, assorbimento di pluslavoro, non produce dunque soltanto il deperimento della forza-lavoro umana, che vien derubata delle sue condizioni normali di sviluppo e di attuazione, morali e fisiche; ma produce anche l’esaurimento e la estinzione precoce della forza-lavoro stessa[105]. Essa prolunga il tempo di produzione dell’operaio entro un termine dato, mediante l’accorciamento del tempo che questi ha da vivere.
Il valore della forza-lavoro include però anche il valore delle merci necessarie per la riproduzione dell’operaio o per la perpetuazione della classe operaia. Dunque, se il prolungamento contro natura della giornata lavorativa, al quale tende di necessità il capitale nel suo sregolato istinto a valorizzare se stesso, abbrevia il periodo di vita degli operai e, con esso, la durata della loro forza-lavoro, diventa necessaria una più rapida sostituzione degli operai logorati, quindi diventa necessario sottoporsi a maggiori costi di logoramento nella riproduzione della forza-lavoro, proprio come la parte di valore di una macchina da riprodurre quotidianamente è tanto più grande, quanto più rapido è il logorio della macchina. Quindi sembra che il capitale sia indotto dal suo stesso interesse a una giornata lavorativa normale.
Il proprietario di schiavi si compra il lavoratore come si compra il cavallo. Se perde lo schiavo, perde un capitale che dev’essere sostituito con un nuovo esborso sul mercato degli schiavi. Ma: «le risaie della Georgia e le paludi del Mississippi sono certo distruttive e fatali per la costituzione umana: tuttavia lo sperpero di vita umana richiesto dalla coltivazione di questi distretti non è così grande da non poter essere compensato con le straboccanti riserve della Virginia e del Kentucky. Considerazioni di carattere economico potrebbero offrire una qualche garanzia di trattamento umano per gli schiavi, identificando l’interesse del padrone con la conservazione dello schiavo, ma, dopo l’introduzione della tratta degli schiavi, quelle considerazioni si trasformano in ragioni di estrema rovina dello schiavo, poichè, dal momento che il suo posto può esser colmato con l’importazione da riserve straniere, la durata della sua vita diventa meno importante della produttività di questa vita finchè dura. Dunque nei paesi importatori di schiavi, è massima dell’impiego di schiavi che l’economia più efficace consiste nello spremere il maggior rendimento possibile nel più breve tempo possibile dal bestiame umano (human chattle). Proprio nelle coltivazioni tropicali, dove spesso i profitti annuali eguagliano il capitale complessivo delle piantagioni, la vita dei negri viene sacrificata senza nessuno scrupolo. Proprio quell’agricoltura delle Indie Occidentali, che da secoli sono culla di fastosa ricchezza, ha inghiottito milioni di uomini di razza africana. E oggi, proprio a Cuba, dove i redditi si contano in milioni e dove i piantatori sono principi, vediamo che gran parte della classe degli schiavi, a parte il nutrimento estremamente rozzo e le vessazioni accanitissime e incessanti, è indirettamente distrutta di anno in anno dalla tortura lenta del sopralavoro e della mancanza di sonno e di riposo»[106].
Mutato nomine de te fabula narratur! Invece di tratta degli schiavi, leggi mercato del lavoro, invece di Kentucky e Virginia leggi Irlanda e distretti agricoli d’Inghilterra, Scozia e Galles, invece di Africa, leggi Germania! Abbiamo visto come il sovraccarico di lavoro spazzi via i fornai di Londra, eppure il mercato londinese del lavoro è sempre straboccante di candidati alla morte, tedeschi e di altri paesi, pronti a entrare nei forni. Abbiamo visto che la ceramica è uno dei rami dell’industria che concedono vita più breve. Ma per questo mancheranno i vasai? Josiah Wedgwood, l’inventore della ceramica moderna, che di origine è un comune operaio, dichiarò nel 1785, davanti alla Camera dei Comuni, che l’intera manifattura occupava da 15 a 20.000 persone[107]. Nel 1861, la popolazione delle sole sedi cittadine di quella industria ammontava in Gran Bretagna a 101.302 persone.« L’industria cotoniera conta novant’anni di vita... Nel periodo di tre generazioni della razza inglese essa ha divorato nove generazioni di operai cotonieri»[108]. Certo, in singoli periodi di slancio febbrile, il mercato del lavoro ha rivelato lacune preoccupanti, come per esempio nel 1834. Ma allora i signori fabbricanti proposero ai Poor Law Commissioners di mandare al nord la «sovrappopolazione» dei distretti rurali, spiegando che « i fabbricanti l’avrebbero assorbita e consumata»[109]. Queste furono le loro proprie parole. A Manchester s’installarono agenti col permesso dei Poor Law Commissioners. Si prepararono liste di lavoratori agricoli che venivano consegnate a questi agenti. I fabbricanti accorrevano negli uffici e, dopo che essi avevano scelto quel che loro conveniva, dall’Inghilterra meridionale venivano spedite le famiglie. Questi pacchi umani venivano spediti con le loro etichette, come balle di mercanzia, per via d’acqua o su carri-merci; alcuni si avviavano a piedi e molti erravano, sperduti e semiaffamati, per i distretti manifatturieri. La cosa si sviluppò in una vera branca di commercio. La Camera dei Comuni difficilmente lo crederà, ma questo commercio regolare, questo traffico di carne umana, continuò: quegli uomini venivano comprati e venduti dagli agenti di Manchester ai fabbricanti di Manchester con la stessa regolarità delle vendite di negri ai piantatori di cotone degli Stati del sud... L’anno 1860 segnò lo zenit dell’industria cotoniera... Tornavano a mancare le braccia. I fabbricanti tornarono a rivolgersi agli agenti di carne umana.., e costoro rovistarono le dune del Dorset, le colline del Devon e le piane del Wilts, ma la sovrappopolazione era già stata divorata». Il Bury Guardian lamentava che, dopo la conclusione del trattato commerciale anglo francese, potevano venire assorbite diecimila braccia addizionali e che, presto, ne sarebbero state necessarie fra le trentamila e le quarantamila in più. Dopo che gli agenti e i sub agenti di quel commercio di carne umana ebbero frugato minutamente quasi senza risultato, nel 1860, i distretti agricoli, «una deputazione di fabbricanti si rivolse al signor Villiers, presidente del Poor law board ( Comitato per i poveri.), con la richiesta di permettere di nuovo di far venire i figli dei poveri e gli orfani dalleworkhouses»[110].
L’esperienza mostra in generale al capitalista una sovrappopolazione costante, cioè una sovrappopolazione relativamente al bisogno momentaneo di valorizzazione del capitale, benchè il flusso di tale sovrappopolazione sia costituito da generazioni rachitiche, di vita breve, che si sostituiscono rapidamente l’una all’altra, raccolte, per così dire, prima della maturazione[111]. Certo, l’esperienza mostra, d’altra parte, all’osservatore intelligente, con quanta rapidità e profondità la produzione capitalistica, la quale, storicamente parlando, data appena da ieri, abbia intaccato alla radice l’energia vitale del popolo, come il costante assorbimento di elementi vitali integri provenienti dalla campagna porti soltanto un certo rallentamento alla degenerazione della popolazione, come comincino a deperire perfino i lavoratori agricoli, nonostante l’aria libera e il principle of natural selection che domina in modo così onnipotente fra di loro da consentire la sopravvivenza solo degli individui più forti[112]. Il capitale, che ha così « buoni motivi » per negare le sofferenze della generazione di lavoratori che lo circonda, nel suo effettivo movimento non viene influenzato dalla prospettiva di un futuro imputridimento dell’umanità e di uno spopolamento infine incontenibile, nè più nè meno di quanto su di esso influisca la possibilità della caduta della terra sul sole. Ciascuno sa, in ogni imbroglio di speculazione sulle azioni, che il temporale una volta o l’altra deve scoppiare, ma ciascuno spera che il fulmine cada sulla testa del suo prossimo, e non prima che egli abbia raccolto e portato al sicuro la pioggia d’oro.Après nous le déluge! è il motto di ogni capitalista e di ogni nazione capitalistica. Quindi il capitale non ha riguardi per la salute e la durata della vita dell’operaio, quando non sia costretto a tali riguardi dalla società[113]. Al lamento per il deperimento fisico e mentale, per la morte prematura, per la tortura del sopralavoro, il capitale risponde: dovrebbe tale tormento tormentar noi, dal momento che aumenta il nostro piacere (il profitto)? Ma, considerando il fenomeno nel suo complesso, tutto ciò non dipende neppure dalla buona o cattiva volontà del capitalista singolo. La libera concorrenza fa valere le leggi immanenti della produzione capitalistica come legge coercitiva esterna nei confronti del capitalista singolo[114].
La fissazione della giornata lavorativa normale è il risultato di una lotta multisecolare fra capitalista e operaio. Però la storia di questa lotta mostra due correnti contrapposte. Si confronti, per esempio, la legislazione inglese contemporanea sulle fabbriche con gli statuti inglesi del lavoro dal sec. XIV fino verso la metà e oltre del sec. XVIII[115]. Mentre la legge moderna sulle fabbriche accorcia coercitivamente la giornata lavorativa, quegli statuti cercano di allungarla coercitivamente. Certo, le pretese del capitale allo stato embrionale, nel suo primo divenire, dunque quando assicura il suo diritto di assorbire una quantità sufficiente di pluslavoro non ancora mediante la pura e semplice forza dei rapporti economici, ma anche con l’ausilio del potere dello Stato, sono in tutto e per tutto assai modeste, se si confrontano con le concessioni che è costretto a fare, ringhiando e resistendo, in età adulta. Ci vogliono secoli perchè il «libero» lavoratore si adatti volontariamente, in conseguenza dello sviluppo del modo capitalistico di produzione, cioè sia socialmente costretto a vendere per il prezzo dei suoi mezzi di sussistenza abituali l’intero suo periodo attivo di vita, anzi, la sua capacità stessa di lavoro, sia costretto a vendere la sua primogenitura per un piatto di lenticchie. È quindi cosa naturale che il prolungamento della giornata lavorativa, che il capitale cerca di imporre per coercizione statale agli operai adulti, dalla metà del sec. XIV fino alla fine del sec. XVII, coincida all’incirca col limite del tempo di lavoro che nella seconda metà del sec. XIX viene tracciato qua e là, da parte dello Stato, alla trasformazione di sangue dell’infanzia in capitale. Quel che oggi, per esempio nello Stato del Massachussetts, che finora è lo Stato più libero della repubblica americana del nord, viene proclamato come limite statutario al lavoro dei fanciulli al di sotto dei dodici anni, era in Inghilterra, ancora alla metà del sec. XVII, la giornata lavorativa normale di artigiani nel pieno delle forze, di robusti servi agricoli e di giganteschi fabbri ferrai[116].
Il primo Statute of labourers (23°  anno del regno di Edoardo III., 1349) ebbe il suo pretesto immediato (non la causa, poichè la legislazione di questo tipo perdura per secoli senza quel pretesto) nella gran peste che aveva decimato la popolazione, cosicchè, come dice uno scrittore tory, la difficoltà di far lavorare operai a prezzi ragionevoli » (cioè a prezzi che lasciassero a chi impiegava gli operai una quantità ragionevole di pluslavoro) «era divenuta di fatto intollerabile»[117]. Quindi vennero imposti per forza di legge salari ragionevoli e così pure i limiti della giornata lavorativa. Quest’ultimo punto, che qui è l’unico che ci interessi, è ripetuto nello statuto del 1496 (sotto Enrico VII). La giornata lavorativa doveva allora durare, il che però non si ottenne mai, per tutti gli artigiani (artzficers) e lavoranti agricoli, nel periodo da marzo a settembre, dalle cinque di mattina fin tra le sette e te otto di sera, ma le ore dei pasti ammontavano a un’ora per la prima colazione, un’ora e mezza per il pasto del mezzogiorno e mezz’ora per il pasto delle quattro: cioè proprio il doppio di quanto è concesso dalla legge sulle fabbriche ora vigente[118]. Nell’inverno si doveva lavorare dalle cinque del mattino fino all’imbrunire, con le stesse interruzioni. Uno statuto elisabettiano del 1562, per tutti i lavoratori « ingaggiati con salario a giornata o a settimana e, lascia intatta la durata della giornata lavorativa, ma cerca di limitare gli intervalli a due ore e mezza per l’estate e a due per l’inverno. Il pasto di mezzogiorno deve durare soltanto un’ora, mentre «il sonno pomeridiano di una mezz’ora» dev’essere permesso solo da metà maggio a metà agosto. Per ogni ora di assenza dev’essere detratto un penny (circa 8 pfennig) dal salario. Tuttavia, nella pratica, la situazione dei lavoratori era più favorevole che nel libro degli statuti. Il padre dell’economia politica, che in certo modo è anche l’inventore della statistica, William Petty, dice in uno scritto da lui pubblicato nell’ultimo terzo del sec. XVII: «I lavoratori» (labouring men, propriamente, allora, lavoratori agricoli) « lavorano dieci ore al giorno e fanno venti pasti alla settimana, cioè tre al giorno nei giorni lavorativi e due le domeniche; donde si vede chiaramente che, se volessero digiunare il venerdì sera e se volessero dedicare al pasto di mezzogiorno un’ora e mezza, mentre ora abbisognano di due ore, dalle undici all’una di mattina, se dunque essi lavorassero per un ventesimo di più e consumassero un ventesimo di meno ci si potrebbe procacciare il decimo dell’imposta sopra ricordata»[119]. Non aveva ragione il dott. Andrew Ure, di accusare con alte grida il bill delle dodici ore del 1833 d’essere un regresso verso i tempi delle tenebre? Certo, le regole degli statuti e quelle citate dal Petty valgono anche per gli «apprentices» (apprendisti). Ma dalla seguente lamentela si vede la situazione del lavoro dei fanciulli ancora alla fine del secolo XVII: «I nostri ragazzi, qui in Inghilterra, non fanno niente del tutto fino al momento di divenire apprendisti; poi hanno bisogno, naturalmente, di molto tempo sette anni — per divenire artigiani perfetti ». Invece si celebra la Germania, perchè quivi i fanciulli vengono allevati fin dalla culla almeno « a un qualche po’ di occupazione»[120].
Ancora per la maggior parte del sec. XVIII, fino all’epoca della grande industria, al capitale non è riuscito in Inghilterra d’impadronirsi dell’intera settimanadell’operaio mediante il. pagamento del valore settimanale della forza-lavoro, eccezion fatta tuttavia per i lavoratori agricoli. La circostanza che potevano vivere una settimana intera col salario di quattro giornate non sembrava agli operai ragione sufficiente per lavorare per il capitalista anche le altre due giornate. Una parte degli economisti inglesi, al servizio del capitale, denunciava questa ostinazione nella maniera più rabbiosa; un’altra parte difendeva gli operai. Ascoltiamo per esempio la polemica fra il Postlethwayt, il cui dizionario commerciale godeva allora della stessa fama di cui oggi godono scritti analoghi del MacCulloch e del MacGregor, e il già citato autore dell’Essay on Trade and Commerce[121].
Il Postlethwayt dice fra l’altro: « Non posso concludere queste poche osservazioni, senza rilevare il modo di dire corrente in bocca a troppe persone, che se il lavoratore (industrious poor) può ottenere in cinque giornate tanto che gli basti per vivere non vuol lavorare sei intere giornate. Di qui essi concludono che è necessario rincarare anche i mezzi di sussistenza più necessari, per mezzo di imposte o con qualsiasi altro mezzo, per costringere l’artigiano e l’operaio della manifattura a un lavoro ininterrotto di sei giornate alla settimana. Sono costretto a chieder permesso d’essere d’opinione differente da quella di questi grandi politici, che lottano per la schiavitù perpetua della popolazione lavoratrice (the perpetual slavery of the working people) di questo regno; essi dimenticano il proverbio “all work and no play” (solo lavoro e niente giuochi). Non si vantano gli inglesi della genialità e della destrezza dei loro artigiani e dei loro operai delle manifatture, che hanno procurato finora alle merci britanniche credito e celebrità? A quale circostanza si deve questo fatto? Probabilmente a nient’altro che al modo col quale la nostra popolazione lavoratrice si sa svagare a modo proprio. Se fossero costretti a sgobbare per tutto l’anno, per ognuna delle sei giornate della settimana, in continua ripetizione della stessa operazione, non ne rimarrebbe ottusa la loro genialità e non diverrebbero pigri e stupidi, invece di essere pronti ed abili, e in seguito a tale eterna schiavitù i nostri operai non perderebbero, invece di conservarla, la loro fama ?... Che tipo di abilità artistica potremmo aspettarci da animali così duramente tribolati (hard driven animals) ?... Molti di essi compiono in quattro giorni tanto lavoro quanto un francese in cinque o in sei. Ma se gli inglesi devono essere eterni lavoratori a sgobbo, c’è da temere che degenereranno (degenerate) anche al di sotto dei francesi. Se il nostro popolo è celebre per il suo coraggio in guerra, non siamo soliti dire che ciò è dovuto, da una parte, al buon roostheef e al buon pudding inglese nel suo corpo, dall’altra, e non meno, al nostro spirito costituzionale e alla nostra libertà? E perchè la maggior genialità, energia ed abilità dei nostri artigiani ed operai manifatturieri non dovrebbe esser dovuta alla libertà con la quale si svagano come meglio loro piace? Spero che non perderanno più questi privilegi, nè la buona vita dalla quale viene tanto la loro operosità che il loro coraggio!»[122].
A ciò l’autore dell’Essay on Trade and Commerce risponde: « Se vien ritenuto istituzione divina solennizzare il settimo giorno della settimana, ciò implica che gli altri giorni della settimana appartengono al lavoro » (egli intende, al capitale, come si vedrà subito), « e non si può biasimare come cosa crudele costringere alla osservanza di questo comandamento di Dio... Che l’umanità inclini per natura all’agio e all’indolenza, ne facciamo funesta esperienza nella condotta della nostra plebe delle manifatture, che in media non lavora più di quattro giornate alla settimana, fuorchè nel caso di un rincaro dei mezzi di sussistenza... Posto che unbushel di grano rappresenti tutti i mezzi di sussistenza dell’operaio, che esso costi cinque scellini e che l’operaio guadagni uno scellino per giornata col suo lavoro, egli ha bisogno di lavorare solo cinque giornate alla settimana; e solo quattro se il bushel costa quattro scellini... Ma poichè il salario del lavoro in questo regno è molto più alto, a confronto del prezzo dei mezzi di sussistenza, l’operaio manifatturiero che lavora quattro giornate alla settimana ha un eccesso di denaro, col quale vive ozioso il resto della settimana... Spero di aver detto abbastanza per rendere evidente che un lavoro moderato durante sei giorni alla settimana non è schiavitù. I nostri lavoratori agricoli lo fanno e, secondo tutte le apparenze, sono i più felici fra i lavoratori (labouring poor)[123], ma gli olandesi lo fanno nelle manifatture e sembrano un popolo felicissimo. Lo fanno i francesi, quando non interferiscono le molte giornate festive...[124]. Ma la nostra plebe si è messa in testa l’idea fissa che le spetti, come inglese, per diritto di nascita, il privilegio di essere più libera e indipendente (della popolazione lavoratrice) di ogni altro paese di Europa. Ora, questa idea può essere di qualche utilità quando influisca sul coraggio dei nostri soldati, ma quanto meno essa è forte negli operai manifatturieri, tanto meglio per loro e per lo Stato. Gli operai non dovrebbero ritenersi mai indipendenti dai loro superiori (“ independent of their superiors “)... È estremamente pericoloso incoraggiare la plebe, in uno Stato commerciale come il nostro, dove forse, su otto parti della popolazione complessiva, sette sono gente con scarsa o nessuna proprietà... [125]. La cura non sarà completa, finchè i nostri poveri dell’industria non si acconceranno a lavorare sei giornate per la stessa somma che ora guadagnano in quattro giornate»[126]. A questo scopo, come per «estirpare la pigrizia, la corruzione e i vaneggiamenti romantici sulla libertà», cioè «per diminuire la tassa dei poveri, per promuovere lo spirito dell’industria e per abbassare il prezzo del lavoro nelle manifatture», il nostro fido Eckart del capitale propone il provato sistema di chiudere in una «casa di lavoro ideale» (and ideal workhouse) quei lavoratori che vengono a dipendere dalla pubblica beneficenza, in una parola gli indigenti. «Tale casa dovrebbe esser resa una casa del terrore (house of terror)»[127]. In questa «casa del terrore», in tale «ideale di casa di lavoro» si dovrebbe lavorare per «quattordici ore giornaliere, compresi però i periodi occorrenti ai pasti, cosicchè rimangano dodici ore lavorative piene»[128].
Dodici ore lavorative al giorno nella « casa di lavoro ideale », nella casa del terrore del 1770! Sessantatre anni più tardi, nel 1833, quando il parlamento inglese diminuì la giornata lavorativa degli adolescenti dai tredici ai diciotto anni a dodici ore lavorative piene per quattro branche di fabbricazione, sembrò che fosse spuntato il giorno del giudizio per l’industria inglese! Nel 1852, quando L. Bonaparte cercò di prender piede nella borghesia, dando un colpo alla giornata lavorativa legale, la popolazione operaia francese gridò ad una sola voce: « La legge che abbrevia a dodici ore la giornata lavorativa è l’unico bene rimastoci della legislazione repubblicana!»[129]. A Zurigo il lavoro degli adolescenti al di sopra dei dieci anni è limitato a dodici ore; nell’Argovia il lavoro degli adolescenti fra i dodici e i diciotto anni è stato ridotto, nel 1862, da dodici ore e mezza a dodici, in Austria, nel 1860, pure a dodici ore, per fanciulli fra i quattordici e i sedici anni[130]. Quale «progresso dal 1770 a oggi», giubilerebbe «esultando» il Macaulay!
La «casa del terrore» per gli indigenti, che nel 1770 era ancora un sogno per l’anima del capitale, si è innalzata pochi anni dopo come gigantesca «casa di lavoro» proprio per l’operaio manifatturiero: il suo nome è fabbrica. E questa volta l’ideale è impallidito al confronto con la realtà.
6. LA LOTTA PER LA GIORNATA LAVORATIVA NORMALE. LEGGI COERCITIVE SULLA LIMITAZIONE DEL TEMPO DI LAVORO. LA LEGISLAZIONE INGLESE SULLE FABBRICHE DAL 1833 AL 1864.
Il capitale aveva avuto bisogno di secoli per prolungare la giornata lavorativa fino ai suoi limiti massimi normali e poi, al di là di questi, fino ai limiti della giornata naturale di dodici ore[131]: ma ora, dopo la nascita della grande industria nell’ultimo terzo del secolo XVIII, si ebbe una accelerazione violenta e smisurata, travolgente come una valanga. Tutti i limiti, di morale e di natura, di sesso e di età, di giorno e di notte, furono spezzati. Perfino i concetti di giorno e di notte, che nei vecchi statuti erano semplici, alla contadina, si confusero tanto che un giudice inglese del 1860 dovette ricorrere a un acume veramente talmudistico per spiegare « con valore di sentenza » quel che sia la notte e quel che sia il giorno[132]. Il capitale celebrava le sue orge.
Appena la classe operaia, soverchiata dal fracasso della produzione, cominciò a tornare in qualche modo in se stessa, cominciò la sua resistenza, e in un primo tempo nel paese di nascita della grande industria, in Inghilterra. Tuttavia, per tre decenni, le concessioni strappate dalla classe operaia rimasero puramente nominali. Dal 1802 al 1833 il parlamento emanò 5 Acts sul lavoro, ma fu tanto scaltro da non votare neanche un soldo per la loro esecuzione legale, per il personale necessario di funzionari ecc.[133]. Così quegli Acts rimasero lettera morta. « Fatto sta che, prima dell’Atto del 1833, fanciulli e giovani venivano logorati dal lavoro (“were worked“) per tutta la notte e per tutto il giorno, o per tutti e due, ad libitum»[134].
L’esistenza di una giornata lavorativa normale data per l’industria moderna soltanto dall’Atto sulle fabbriche del 1833, comprendente le fabbriche per la lavorazione del cotone, della lana, del lino e della seta. Nulla serve a definire lo spirito del capitale meglio della storia della legislazione inglese sulle fabbriche dal 1833 al 1864!
La legge del 1833 dichiara che la giornata lavorativa ordinaria di fabbrica deve cominciare alle cinque e mezzo di mattina e deve finire alle otto e mezza di sera, che entro tali limiti, cioè entro un periodo di quindici ore, dev’essere considerato legale far lavorare adolescenti (cioè persone fra i tredici e i diciotto anni) in qualsiasi momento della giornata, sempre presupponendo che un medesimo adolescente non lavori più di dodici ore entro una giornata, eccezion fatta per alcuni casi specialmente preveduti. La sesta sezione dell’Atto stabilisce: «che sarà concessa, nel corso di ogni giornata, non meno di un’ora e mezza per i pasti ad ognuna di tali persone dal tempo di lavoro limitato». Fu proibito di far lavorare fanciulli al di sotto dei nove anni, con un’eccezione che ricorderemo più avanti; il lavoro dei fanciulli dai nove ai tredici anni venne limitato a otto ore al giorno. Per tutte le persone fra i nove e i diciotto anni fu proibito il lavoro notturno, cioè, secondo quella legge, il lavoro fra le otto e mezza di sera e le cinque e mezza di mattina.
I legislatori erano tanto lontani dal voler intaccare la libertà del capitale di succhiare a fondo la forza-lavoro degli adulti, cioè dall’intaccare quella che essi chiamavano «la libertà del lavoro», che escogitarono un loro proprio sistema per prevenire tali orripilanti conseguenze della legge sulle fabbriche.
«Il gran male del sistema delle fabbriche, com’è presentemente regolato », dice la prima relazione del consiglio centrale della commissione del 25 giugno 1833, « consiste nel fatto che esso crea la necessità di estendere il lavoro dei fanciulli alla durata estrema raggiunta dalla giornata lavorativa degli adulti. L’unico rimedio a questo in conveniente, senza ricorrere alla limitazione del lavoro degli adulti, dal che sorgerebbe un male maggiore di quello a cui si cerca di rimediare, sembra essere il progetto di adoperare doppie serie di ragazzi ». Quindi questo piano venne eseguito, in modo che, per esempio, dalle cinque e mezza di mattina fino all’una e mezza pomeridiane veniva messo al lavoro un gruppo di fanciulli dai nove ai tredici anni, dall’una e mezza alle otto e mezza un altro gruppo ecc.; e gli si dette il nome di sistema a relais (System of Relays. Relay significa, tanto in inglese che in francese, il cambio dei cavalli di posta in varie stazioni).
Ma, in premio del fatto che i signori fabbricanti avevano ignorato con la massima sfacciataggine tutte le leggi sul lavoro dei fanciulli emanate nei ventidue anni precedenti, ora gli si indorò anche la pillola. Il parlamento stabilì che, dopo il primo marzo 1834, nessun fanciullo al di sotto degli undici anni potesse lavorare più di Otto ore in una fabbrica, dopo il primo marzo 1835 nessun fanciullo al di sotto dei dodici, dopo il primo marzo 1836 nessun fanciullo al di sotto dei tredici!
Questo «liberalismo» così riguardoso per il «capitale» era tanto più degno di approvazione, in quanto il dott. Farre, Sir A. Carlisle, Sir B. Brodie, Sir C. Bell, il sig. Guthrie ecc., in breve tutti i più importanti physicians e surgeons di Londra, avevano dichiarato nelle loro deposizioni davanti alla Camera bassa: periculum in mora! Il dott. Farre si era espresso anche un po’ più grossolanamente: «È necessaria subito una legislazione per la prevenzione della morte in tutte le forme nelle quali essa possa essere inflitta prematuramente; e certamente questo metodo» (delle fabbriche) «deve essere considerato uno dei più crudeli metodi di infliggere la morte»[135].
Lo stesso parlamento «riformato», che per delicatezza verso i signori fabbricanti incatenava ancora per anni all’inferno del lavoro di fabbrica, per settantadue ore settimanali, dei fanciulli meno che tredicenni, proibiva invece fin dal primo momento ai piantatori, nell’Atto di emancipazione, che pure somministrava la libertà a gocce, di far lavorare qualsiasi schiavo negro più di quarantacinque ore alla settimana!
Ma il capitale, per nulla riconciliato, aprì da quel momento una agitazione rumorosa, durata vari anni. Essa si svolgeva soprattutto attorno all’età delle categorieche, sotto il nome di fanciulli, avevano visto il loro lavoro limitato ad otto ore ed erano state sottoposte a un certo obbligo scolastico. Secondo l’antropologia capitalistica, la fanciullezza cessava coi dieci, o al massimo con gli undici anni. Più si avvicinava la scadenza per la esecuzione completa dell’Atto sulle fabbriche, il fatale anno 1836, più, selvaggiamente infuriava il canagliume dei fabbricanti. Di fatto gli riuscì di intimidire il governo, fino a fargli proporre nel 1835 che il limite d’età dei fanciulli fosse abbassato dai tredici ai dodici anni. Ma intanto la pressure froin without ( pressione dal di fuori.) cresceva minacciosamente. Alla Camera bassa mancò il coraggio. Essa rifiutò di gettare fanciulli tredicenni sotto la ruota Juggernaut (Ruota del carro del dio indiano Visnù dalla quale si lasciavano schiacciare i fedeli durante le processioni.) del capitale per più di otto ore al giorno e l’Atto del 1833 entrò in pieno vigore. Rimase immutato fino al giugno del 1844.
Durante il decennio nel quale tale Atto ha regolato il lavoro di fabbrica, prima parzialmente e poi integralmente, le relazioni ufficiali degli ispettori di fabbrica straboccano di lamentele sull’ impossibilità di mandano ad effetto. Infatti, poichè la legge del 1833 lasciava liberi i signori del capitale di far cominciare, interrompere, finire, in ogni momento che preferissero, ad ogni « adolescente » e ad ogni « fanciullo» il suo lavoro di dodici ore e rispettivamente di otto ore entro il periodo di quindici ore dalle cinque e mezza di mattina fino alle otto e mezza di sera, poichè inoltre lasciava loro anche la libertà di assegnare alle differenti persone ore differenti per i pasti, quei signori escogitarono subito un nuovo sistema a relais, col quale i cavalli da lavoro non venivano cambiati in determinate stazioni, ma tornavano sempre ad essere riattaccati in stazioni che cambiavano. Non indugiamo oltre sulla bellezza di questo sistema, perchè dovremo tornare a parlarne. Ma è chiaro, a prima vista, che esso aboliva l’Atto sulle fabbriche non solo nello spirito, ma anche nella lettera. Come potevano fare gli ispettori di fabbrica a imporre il tempo di lavoro determinato dalla legge e la concessione dei periodi legali per i pasti, con tutta quella complicata contabilità su ogni singolo fanciullo e ogni adolescente? In gran parte delle fabbriche il vecchio, brutale abuso tornò presto a fiorire impunito. In una riunione col ministro degli interni (1844), gli ispettori di fabbrica dimostrarono l’impossibilità di ogni controllo mentre durava il sistema a relais di nuova invenzione[136]. Ma intanto le circostanze s’erano molto cambiate. Gli operai delle fabbriche, a cominciare specialmente dal 1838, avevano fatto del Bill delle dieci ore il loro grido economico di battaglia, come della Carta il loro manifesto politico. Anche una parte dei fabbricanti, che avevano regolato l’esercizio della loro industria secondo l’Atto del 1833, seppelliva il parlamento con memoriali sulla « concorrenza » immorale dei loro «falsi fratelli », ai quali maggiore impudenza o più felici circostanze locali permettevano di infrangere la legge. Inoltre, per quanto il singolo fabbricante avesse sempre voglia di lasciar libero corso all’antica bramosia di rapina, tuttavia i portavoce e capi politici della classe dei fabbricanti ordinavano di tenere un contegno differente e un linguaggio differente verso gli operai. Avevano aperto la campagna perl’abolizione della legge sul grano e, per vincerla, avevano bisogno dell’aiuto degli operai! Quindi, per il regno millenario del free trade, non promettevano solo il raddoppiamento della pagnotta, ma anche l’accettazione del Bill delle dieci ore[137]. Tanto meno dunque dovevano combattere una misura che doveva rendere effettivo l’Atto del 1833 e nient’altro. Minacciati nel loro più sacro interesse, la rendita fondiaria, i tories tuonarono finalmente, scandalizzati e con tono da filantropi, contro le «pratiche infami»[138] dei loro nemici.
Così si giunse all’Atto aggiuntivo sulle fabbriche del 7 giugno 1844, che entrò in vigore il 10 settembre 1844. Esso raggruppa una nuova categoria fra la massa degli operai che godono della sua protezione: le donne al di sopra dei diciotto anni. Esse vennero equi parate sotto ogni aspetto alle «giovani persone »: il loro tempo di lavoro fu limitato a dodici ore, il lavoro notturno fu interdetto per esse ecc. Dunque, per la prima volta, la legislazione si vide costretta a controllare direttamente e ufficialmente anche il lavoro dei maggiorenni. Nella relazione sulle fabbriche del 1844-45 si dice ironicamente: «Non è venuto a nostra conoscenza nessun caso di donne adulte che abbiano espresso qualche lamentela su questa interferenza nei loro diritti»[139]. Il lavoro dei fanciulli al di sotto dei tredici anni venne ridotto a sei ore e mezza al giorno e, in certe condizioni, a sette[140].
Per eliminare gli abusi del « sistema a relais » spurio, la legge prese fra l’altro le seguenti importanti disposizioni particolari: « La giornata lavorativa per i fanciulli e gli adolescenti va calcolata dal momento della mattina nel quale qualsiasi fanciullo o adolescente comincia a lavorare nella fabbrica». Cosicché, per esempio, seA comincia il lavoro alle otto del mattino e B alle dieci, tuttavia la giornata lavorativa di B deve finire alla stessa ora di quella di A. L’inizio della giornata lavorativa deve essere annunciato per mezzo di un orologio pubblico: per esempio il più vicino orologio della ferrovia, sul quale si deve regolare la campana della fabbrica. Il fabbricante deve affiggere nella fabbrica un avviso a grandi caratteri, nel quale siano indicati il principio, la fine, le pause della giornata lavorativa. Fanciulli che comincino il loro lavoro di mattina, prima delle dodici, non possono più venire impiegati dopo l’una pomeridiana. Quindi il turno pomeridiano deve consistere di fanciulli differenti da quelli del turno mattutino.
L’ora e mezza per i pasti deve esser data a tutti gli operai protetti dalla legge negli stessi periodi della giornata e, prima delle tre pomeridiane, dev’essere data per lo meno un’ora. Fanciulli e adolescenti non debbono esser impiegati per più di cinque ore prima dell’una pomeridiana, senza che ci sia una pausa di almeno mezz’ora per un pasto. Fanciulli, adolescenti o donne non devono rimanere durante nessuno dei pasti in una stanza della fabbrica dove abbia luogo qualsiasi processo lavorativo ecc.
S’è visto che queste disposizioni minuziose, che regolano con tanta uniformità militare, al suono della campana, periodi, limiti, pause del lavoro, non erano affatto prodotti di arzigogoli parlamentari: si erano sviluppate a poco a poco dalla situazione, come leggi naturali del modo moderno di produzione. La loro formulazione, il loro riconoscimento ufficiale, la loro proclamazione da parte dello Stato, erano il risultato di lunghe lotte di classe. Una delle loro prime conseguenze fu che la pratica sottopose agli stessi limiti anche la giornata lavorativa degli operai di fabbrica maschi adulti, poichè nel maggior numero di processi lavorativi la cooperazione dei fanciulli, degli adolescenti e delle donne era indispensabile agli operai adulti. Dunque, nel complesso, durante il periodo dal 1844 al 1847, la giornata lavorativa di dodici ore ebbe validità generale e uniforme in tutte le branche industriali soggette alla legislazione sulle fabbriche.
Però i fabbricanti non permisero questo «progresso» senza un «regresso» che lo compensasse. Spinta da loro, la Camera dei Comuni ridusse da nove a otto anni l’età minima dei fanciulli da consumare col lavoro, per garantire «la provvista addizionale di ragazzi di fabbrica» dovuta al capitale in nome di Dio e della Legge[141].
Gli anni 1846-47 fanno epoca nella storia economica dell’Inghilterra. Revoca delle leggi sul grano, abolizione dei dazi di importazione sul cotone e su altre materie prime, il libero commercio proclamato stella polare della legislazione! In breve: era l’aurora del millennio. Dall’altra parte, negli stessi anni giungevano alla massima altezza il movimento cartista e l’agitazione per le dieci ore, che trovavano alleati nei tories anelanti vendetta. Nonostante la resistenza fanatica dell’esercito liberoscambista che, con il Bright e il Cobden in testa, mancava ora alla parola data, il Bill delle dieci ore, al quale da tanto tempo si aspirava, fu approvato dal parlamento.
Il nuovo Atto sulle fabbriche, dell’8 giugno 1847, stabilì che il primo luglio 1847 si doveva avere un abbreviamento provvisorio a undici ore della giornata lavorativa degli « adolescenti » (dai 13 ai 18 anni) e di tutte le operaie, ma che dal primo maggio 1848 doveva entrare in vigore la limitazione definitiva della giornata lavorativa a dieci ore. Per il resto, l’Atto era soltanto una aggiunta e un emendamento delle leggi del 1833 e del 1844.
Il capitale intraprese una campagna preliminare per impedire la piena esecuzione dell’Atto il primo maggio 1848. E cioè proprio gli operai, ammaestrati, come si pretendeva, dall’esperienza, avrebbero dovuto aiutare a distruggere la loro propria opera. Il momento era stato scelto con abilità. «Si deve rammentare che, in seguito alla terribile crisi del 1846-47, grandi sofferenze avevano imperato fra gli operai delle fabbriche, poichè molte fabbriche avevano lavorato solo per poco tempo e altre erano rimaste ferme del tutto. Un numero considerevole di operai si trovava quindi in una situazione gravissima, molti erano pieni di debiti. Quindi si poteva ritenere, con sufficiente certezza, che essi avrebbero preferito il periodo lavorativo più lungo per compensare le perdite passate, forse per pagare i debiti, per ritirare dalla casa di pegno i loro mobili, per sostituire le cose che avessero vendute o per avere nuovi vestiti, per sè e per le loro famiglie»[142]. I signori delle fabbriche cercarono di aumentare l’effetto naturale di quelle circostanze con una riduzione generale dei salari del dieci per cento, che fu fatta, per così dire, per la solenne inaugurazione della nuova era del libero commercio. Poi seguì un ulteriore riduzione dell’otto e un terzo per cento, appena la giornata lavorativa fu abbreviata a undici ore, e del doppio, quando venne definitivamente limitata a dieci ore. Quindi, dove le condizioni lo permettevano in una maniera o nell’altra, ebbe luogo una riduzione dei salari almeno del venticinque per cento[143]. E con queste probabilità, preparate in una situazione così favorevole, si dette inizio all’agitazione fra gli operai per la revoca dell’Atto del 1847, senza disdegnare nessun mezzo di inganno, di corruzione e di minaccia: ma tutto invano. Riguardo alla mezza dozzina di petizioni nelle quali gli operai furono costretti a lamentarsi della     «loro oppressione sotto quell’Atto», gli stessi petitori dichiararono, all’interrogatorio orale, che le loro sottoscrizioni erano state estorte. «Erano oppressi, ma da qualcos’altro che l’Atto sulle fabbriche»[144]. Ma se i fabbricanti non riuscirono a far parlare gli operai nel senso voluto, questo servì solo a farli gridare, proprio loro, tanto più forte nella stampa e in parlamento, in nome degli operai. Denunciavano gli ispettori di fabbrica come una specie di commissari della Convenzione, che sacrificavano spietatamente l’infelice operaio alloro capriccio di riformatori del mondo. Anche questa manovra fallì. L’ispettore di fabbrica Leonard Horner fece personalmente, e fece fare dai suoi viceispettori, numerosi interrogatori nelle fabbriche del Lancashire. Circa il settanta per cento degli operai interrogati si dichiararono per le dieci ore, una percentuale molto minore per le undici ore e una minoranza del tutto insignificante per le vecchie dodici ore[145].
Un’altra manovra «alla buona» fu quella di far lavorare dalle dodici alle quindici ore gli operai maschili adulti e poi dichiarare che questo fatto era la migliore espressione dei più cari desideri dei proletari. Ma lo «spietato» ispettore di fabbrica Leonard Horner si fece trovare un’altra volta sul posto. La maggior parte dei «sopraorario» deposero «che avrebbero di gran lunga preferito lavorar dieci ore a minor salario, ma che non avevano scelta: tanti di loro erano disoccupati, tanti filatori erano costretti a lavorare come semplici piecers (attaccafili), che, se avessero rifiutato il prolungamento del tempo di lavoro, altri avrebbero preso subito il loro posto, cosicchè per loro la questione era: o lavorare per il periodo prolungato o finir sul lastrico»[146].
La campagna del capitale era fallita pel momento, e la legge sulle dieci ore entrò in vigore il primo maggio 1848. Ma intanto, il fiasco del partito dei cartisti, di cui i capi erano stati gettati in carcere e l’organizzazione frantumata, aveva già scosso la fiducia in se stessa della classe operaia inglese. Poco dopo, l’insurrezione parigina del giugno, soffocata nel sangue, riunì tanto nell’Europa continentale come in Inghilterra tutte le frazioni delle classi dominanti, proprietari fondiari e capitalisti, lupi di borsa e merciai, protezionisti e liberoscambisti, governo e opposizione, preti e liberi pensatori, giovani meretrici e vecchie suore, nella invocazione comune per la salvezza della proprietà, della religione, della famiglia, della società! La classe operaia venne screditata dappertutto e messa al bando, venne posta sotto la «loi des suspects». I signori delle fabbriche non avevano dunque nessun bisogno di aver riguardo. Proruppero in aperta ribellione, non solo contro la legge delle dieci ore, ma contro tutta la legislazione che dal 1833 in poi aveva cercato, in qualche modo, di frenare il « libero» dissanguamento della forza-lavoro. Fu una proslavery rebellion in miniatura, attuata per più di due anni con cinica spregiudicatezza e con energia terroristica, e tanto più a buon mercato l’una e l’altra, perchè il capitalista rivoltoso non rischiava nient’altro che la pelle dei suoi operai.
Per comprendere quanto segue, ci si deve rammentare che gli Atti sulle fabbriche del 1833, del 1844 e del 1847 erano tutti in vigore, salvo gli articoli emendati dall’uno o dall’altro di essi; che nessuno di quegli Atti aveva limitato la giornata lavorativa dell’operaio maschio al di sopra dei diciotto anni, e che, dal 1833 in poi, il periodo di quindici ore, dalle cinque e mezza della mattina fino alle otto e mezza di sera, era rimasto la «giornata» legale, entro la quale doveva essere compiuto il lavoro degli adolescenti e delle donne, prima di dodici ore, poi di dieci, alle prescritte condizioni.
I fabbricanti cominciarono qua e là con il licenziamento d’una parte, talvolta della metà, dei giovani e delle operaie da loro occupati, reintroducendo invece fra gli operai maschi adulti, il lavoro notturno, che era ormai caduto quasi in disuso. Ed esclamavano che la legge delle dieci ore non lasciava loro nessun’altra alternativa![147]
Il secondo passo fu diretto contro le pause legali per i pasti. Sentiamo gli ispettori di fabbrica: «Dopo la riduzione delle ore lavorative a dieci giornaliere, i fabbricanti, benché in pratica non abbiano finora condotto alle ultime conseguenze il loro proposito, affermano che, se per esempio si lavora dalle nove di mattina alle sette di sera, essi soddisfano alla prescrizione della legge dando un’ora per il pasto prima delle nove di mattina e mezz’ora dopo le sette di sera, il che fa un’ora e mezza per i pasti. Per ora, in alcuni casi, concedono una mezz’ora o un’ora per il pasto di mezzogiorno, ma insistono nel dire di non aver nessun obbligo di concedere nessuna parte dell’ora e mezza nel corso della giornata di dieci ore»[148]. Dunque, i signori delle fabbriche affermano che le disposizioni minuziose e precise sulle pause per i pasti nell’Atto del 1844 danno agli operai soltanto il permesso di mangiare e bere prima dell’ingresso nella fabbrica e dopo l’uscita dalla fabbrica: cioè a casa propria! E perchè gli operai non dovrebbero far il loro pranzo prima delle nove di mattina? Tuttavia i giuristi della Corona decisero che i pasti prescritti «debbono esser dati in pause durante la giornata lavorativa reale, che è illegale far lavorare dalle nove di mattina fino alle sette di sera senza interruzione per dieci ore di fila»[149].
Dopo queste dimostrazioni piuttosto amichevoli, il capitale iniziò la sua rivolta con un passo che corrispondeva alla lettera della legge del 1844, quindi era legale.
Certo, la legge del 1844 proibiva di far lavorare di nuovo, dopo l’una pomeridiana, fanciulli dagli otto ai tredici anni che erano stati impiegati prima delle dodici antimeridiane. Ma non regolava in nessun modo il lavoro di sei ore e mezza dei fanciulli il cui periodo lavorativo cominciasse alle dodici antimeridiane o più tardi! Quindi, fanciulli di otto anni potevano essere impiegati, se avevano cominciato il lavoro alle dodici antimeridiane, dalle dodici all’una: un’ora, dalle due alle quattro pomeridiane: due ore, dalle cinque fino alle otto e mezzo di sera: tre ore e mezza; tutto sommato le sei ore e mezza legali! E c’è di meglio. Per adattare l’uso che si faceva dei fanciulli al lavoro degli operai maschi adulti fino alle otto e mezza di sera, i fabbricanti non avevano bisogno di altro che di non dar loro nessun lavoro prima delle due pomeridiane, e poi li potevano trattenere ininterrottamente nella fabbrica fino alle otto e mezza di sera. «Ed ora si ammette espressamente che, da qualche tempo in qua, s’è infiltrata in Inghilterra, per la bramosia dei fabbricanti di far girare le loro macchine per più di dieci ore, la pratica di far lavorare fino alle otto e mezza di sera bambini dagli otto ai tredici anni, d’ambo i sessi, soli con gli uomini adulti, dopo che tutti gli adolescenti e le donne se ne sono andati dalla fabbrica»[150]. Operai e ispettori di fabbrica hanno protestato per ragioni igieniche e morali. Ma il capitale ha risposto:
«Le mie azioni ricadono sul mio capo! Io chiedo giustizia, chiedo la penale in adempimento del mio contratto» (Parole di Shylock in SHAKESPEARE, Il mercante di Venezia, Atto IV, scena I, trad. G. S. Gargano)
E di fatto, secondo la statistica presentata alla Camera dei Comuni il 26 luglio 1850, si ha che il 15 luglio 1850, nonostante tutte le proteste, erano soggetti a questa «prassi» 3742 fanciulli, in 275 fabbriche[151]. E non basta! L’occhio linceo del capitale ha scoperto che l’Atto del 1844 non permette un lavoro antimeridiano di cinque ore senza una pausa di almeno trenta minuti di ristoro, ma non prescrive niente del genere per il lavoro pomeridiano. Quindi ha preteso ed è riuscito a estorcere il godimento, non solo di far sgobbare ininterrottamente figli di operai di otto anni dalle due alle otto e mezza di sera, ma anche di far patir loro la fame! «Sì, il suo petto. Così dice il contratto»[152].
Questo aggrapparsi, come Shylock, alla lettera della legge del 1844, là dove essa regola il lavoro dei fanciulli, doveva tuttavia servire soltanto di passaggio intermedio alla rivolta aperta contro la stessa legge, là dove regola il lavoro di «adolescenti e donne». Si ricorderà che lo scopo e il contenuto principali di quella legge era la eliminazione del «sistema a relais spurio». I fabbricanti aprirono la loro rivolta con la semplice dichiarazione che i paragrafi dell’Atto del 1844, che proibivano lo sfruttamento a piacere di adolescenti e di donne in brevi periodi della giornata di fabbrica di quindici ore scelti a piacere del padrone, erano rimasti « relativamente innocui (comparatively harmless) finchè il tempo di lavoro era limitato a dodici ore. Ma sotto la legge delle dieci ore essi erano per loro un danno (hardship) intollerabile»[153]. Quindi i fabbricanti annunziarono con estrema freddezza agli ispettori che non avrebbero tenuto conto della lettera della legge e che avrebbero reintrodotto di propria iniziativa il vecchio sistema[154]. Questo, secondo loro, avveniva nell’interesse degli stessi malconsigliati operai, «per poter pagar loro salari più alti». «Era l’unico progetto possibile per mantenere, sotto la legge delle dieci ore, la supremazia industriale della Gran Bretagna»[155]. «Potrà essere un po’ difficile trovare delle irregolarità sotto il sistema a relais: ma che cosa vuol dire? (what of that ?). Il grande interesse industriale di questo paese deve essere trattato forse come cosa secondaria, per risparmiare un po’ di fatica in più (some littie trouble) agli ispettori e viceispettori di fabbrica»?[156].
Naturalmente tutte queste chiacchiere e bugie non servirono a niente. Gli ispettori di fabbrica procedettero in via giudiziaria. Ma subito il ministro degli interni, Sir George Grey, fu sommerso da un tal polverone di petizioni di fabbricanti, che in una circolare del 5 agosto 1848 dette agli ispettori le seguenti istruzioni: «di non procedere, in generale, per infrazioni della lettera dell’Atto, tutte le volte che non è dimostrato che si fa abuso del sistema a relais per far lavorare oltre le dieci ore adolescenti e donne». Di conseguenza, l’ispettore di fabbrica J. Stuart permise il cosiddetto sistema delle mute entro il periodo di quindici ore della giornata di fabbrica, per tutta la Scozia, dove il sistema tornò presto a fiorire all’antica maniera. Invece gli ispettori di fabbrica inglesi dichiararono che il ministro non aveva nessun potere dittatoriale per la sospensione delle leggi e continuarono ad agire con la stessa procedura contro i ribelli schiavisti.
Ma a che pro tutte le citazioni in tribunale, quando i tribunali, che erano i county magistrates[157] pronunciavano sentenze assolutorie? In quei tribunali i signori delle fabbriche erano giudici di se stessi. Ecco un esempio. Un certo Eskrigge, cotoniere della ditta Kershaw, Leese e Co., aveva proposto all’ispettore di fabbrica del suo distretto lo schema di un sistema a relais destinato alla propria fabbrica. Ricevuta risposta negativa, in un primo tempo si tenne passivo. Pochi mesi dopo, un individuo di nome Robinson, anch’egli cotoniere, e se non proprio il Venerdì ad ogni modo parente del l’Eskrigge, era citato davanti ai Barough Justices (Giudici di pace della città.) di Stockport, per avere introdotto il medesimo progetto di relais che l’Eskrigge aveva escogitato. Al banco dei magistrati sedevano quattro giudici, fra i quali tre cotonieri con a capo lo stesso inevitabile Eskrigge. L’Eskrigge assolse il Robinson, poi dichiarò che quel che era diritto per il Robinson era giusto per l’Eskrigge. Poi, facendosi forte della propria decisione, che era giuridicamente valida, introdusse subito il sistema nella propria fabbrica[158]. Del resto, già la composizione di quel tribunale era una aperta infrazione della legge[159]. «Questa specie di farse giudiziarie» o, esclama l’ispettore Howell, «invoca un rimedio.., o adattate la legge a queste sentenze, o la fate amministrare da un tribunale meno fallace, che adatti le sue deliberazioni alla legge... in tutti i casi del genere. Che desiderio si prova di un giudice stipendiato»![160]
I giuristi della Corona dichiararono assurda l’interpretazione dell’Atto del 1844 data dai fabbricanti, ma i salvatori della società non si lasciarono confondere. Leonard Horner riferisce: « Dopo aver tentato, con dieci querele in sette differenti distretti giudiziari, di far eseguire la legge e dopo essere stato appoggiato, in un caso solo dai magistrati... ritengo inutile continuare a perseguire in giudizio per elusione della legge. Quella parte dell’Atto che fu concepita allo scopo di creare uniformità nelle ore di lavoro.., non esiste più nel Lancashire. Inoltre, nè io nè i miei subordinati abbiamo alcun mezzo per accertarci che le fabbriche dove impera il cosiddetto sistema a relais non facciano lavorare giovani e donne oltre le dieci ore... Alla fine dell’aprile 1849, già centodiciotto fabbriche del mio distretto lavoravano con quel metodo e, in questi ultimi tempi, il loro numero aumenta rapidamente. Adesso, in generale, lavorano tredici ore e mezza, dalle sei di mattina fino alle sette e mezza di sera; in alcuni casi quindici ore, dalle cinque e mezza di mattina fino alle otto e mezza di sera»[161]. Già nel dicembre 1848, Leonard Horner aveva una lista di sessantacinque fabbricanti e di ventinove sorveglianti di fabbrica i quali dichiaravano, all’unanimità, che nessun sistema di ispezione poteva impedire, con il sistema a relais, l’estensione, anche massima del sopralavoro[162] . I medesimi bambini e adolescenti venivano fatti passare (shifted) ora dalla filatura alla tessitura ecc., ora, durante le 15 ore, da una fabbrica all’altra[163].  Come controllare un sistema «che fa abuso del termine “ muta “, per mescolare le “ braccia “ come carte da giuoco, con una infinita varietà di rigiri, e per spostare ogni giorno le ore di lavoro e di riposo per i differenti individui in modo che lo stesso e medesimo assortimento di braccia non lavori mai allo stesso tempo nello stesso luogo!»[164]
Ma, astrazion fatta dal sovraccarico reale di lavoro, questo cosiddetto sistema a relais era un parto della fantasia del capitale, così stravagante che neppure il Fourier, nei suoi schizzi umoristici sulle «courtes séances », l’ha mai superato; solo che qui l’attrazione del lavoro era trasformata in attrazione del capitale. Si guardino quei progetti. dei fabbricanti, che la buona stampa ha decantato come modelli di «quel che può compiere un grado ragionevole di attenzione e di metodo» («what a reasonable degree of care and method can accomplish»). Il personale operaio veniva talvolta distribuito in categorie, da dodici a quindici, le quali, a loro volta, variavano continuamente la loro composizione. Durante il periodo di quindici ore della giornata di fabbrica, il capitale attraeva l’operaio una volta per trenta minuti, un’altra per un’ora, per respingerlo subito dopo, ma per attrarlo di nuovo nella fabbrica e respingerlo dalla fabbrica, incalzandolo qua e là per vari e dispersi brandelli di tempo, senza mai perder la presa su di esso, finché il lavoro di dieci ore fosse compiuto. Come sul palcoscenico, le stesse persone dovevano presentarsi alternativamente nelle differenti scene dei differenti atti. Ma, come un attore appartiene al palcoscenico per tutta la durata del dramma, così ora gli operai appartenevano alla fabbrica per la durata di quindici ore, però senza calcolare in queste il tempo per venirne via e per andarvi. Così le ore di riposo si trasformavano in ore di ozio coatto, che spingevano il giovane operaio all’osteria e la giovane operaia nel bordello. Ad ogni nuova trovata che il capitalista escogitava quotidianamente per tenere in moto le sue macchine per dodici o quindici ore senza aumentare il suo personale operaio, l’operaio doveva inghiottire i suoi pasti ora in uno ora in un altro brandello di tempo. All’epoca dell’agitazione per le dieci ore, i fabbricanti gridavano che la canaglia operaia faceva petizioni allo scopo di ottenere un salario di dodici ore in cambio di un lavoro di dieci ore. Ora essi avevano rovesciato la medaglia: pagavano un salario di dieci ore e, in cambio, potevano disporre delle forze-lavoro per dodici e per quindici ore![165]. Ecco cosa c’era sotto! Ecco l’edizione della legge delle dieci ore preparata dai fabbricanti! Ed erano quegli stessi liberoscambisti, pieni di untuosità e stillanti amore per gli uomini, che per dieci anni interi, durante l’agitazione dell’Anticorn law, avevano dimostrato agli operai, con calcoli tirati al soldo e al centesimo, che quando si fosse avuta la libera importazione del grano un lavoro di dieci ore sarebbe stato pienamente sufficiente, coi mezzi che aveva l’industria inglese, ad arricchire i capitalisti[166].
La rivolta biennale del capitale ebbe finalmente il suo coronamento con la sentenza di uno fra i quattro supremi tribunali d’Inghilterra, la Court of Exchequer, la quale, in un caso portato davanti ad essa l’8 febbraio 1850, stabilì che, sebbene i fabbricanti avessero agito contro il senso dell’Atto del 1844, tuttavia quest’ultimo conteneva alcune parole che gli toglievano ogni senso. «Con questa sentenza la legge delle dieci ore era abolita»[167]. Una massa di fabbricanti che, fino a quel momento, avevano ancora esitato ad applicare il sistema a relais agli adolescenti e alle operaie, vi si gettarono in pieno[168].
Ma con questa vittoria apparentemente decisiva del capitale, ebbe subito inizio un rovesciamento. Finora gli operai avevano esercitato una resistenza passiva, benché inflessibile e rinnovata giorno per giorno. Ora protestarono a gran voce in meetings minacciosi nel Lancashire e nello Yorkshire. Dunque la cosiddetta legge delle dieci ore era un puro e semplice imbroglio, un trucco parlamentare, e non era mai esistita! Gli ispettori di fabbrica ammonivano il governo, in termini pressanti, che l’antagonismo fra le classi era arrivato a una tensione di grado incredibile. Anche una parte dei fabbricanti brontolava: «Per le sentenze contraddittorie dei magistrati siamo in una situazione del tutto anormale e anarchica. Nello Yorkshire vige una legge, un’altra nel Lancashire, una legge vige in una parrocchia del Lancashire, un’altra invece negli immediati dintorni. Il fabbricante delle grandi città può eludere la legge, quello di campagna non trova il personale sufficiente per il sistema a relais e, ancor meno, per spostare gli operai da una fabbrica all’altra ecc.».
E il primo diritto innato del capitale è l’eguale sfruttamento della forza-lavoro.
In queste circostanze si venne a un compromesso fra operai e fabbricanti, suggellato poi parlamentarmente nel nuovo Atto sulle fabbriche, aggiuntivo, del 5 agosto 1850. Per «gli adolescenti e le donne», la giornata lavorativa venne elevata da dieci ore a dieci ore e mezza nei primi cinque giorni della settimana e limitata a sette ore e mezza il sabato. Il lavoro doveva svolgersi nel periodo dalle sei del mattino alle sei della sera[169], con pause di un’ora e mezza per i pasti, da concedersi contemporaneamente e in conformità alle disposizioni del 1844 ecc. Così s’era messo fine, una volta per sempre, al sistema a relais[170].  Per il lavoro dei fanciulli rimase in vigore la legge del 1844.
Anche questa volta, come già prima, una categoria di fabbricanti si assicurò particolari diritti signorili sui figli dei proletari. Erano i setaiuoli. Nel 1833 avevano minacciosamente singhiozzato che «se si rubava loro la libertà di far crepare dal lavoro fanciulli di ogni età per dieci ore al giorno, era come fermare le loro fabbriche» («if the liberty of working children of any age for 10 hours a day was taken away, it would stop their works»).
Secondo loro era impossibile comprare un numero sufficiente di fanciulli al di sopra dei tredici anni. Ed estorsero il privilegio desiderato. Ad una indagine compiuta più tardi, il pretesto che avevano addotto si rivelò come una pura e semplice menzogna[171], il che tuttavia non impedì loro, per un decennio, di filar seta, per dieci ore al giorno, col sangue di bambinelli che dovevano esser messi in piedi su sedie per poter compiere il loro lavoro[172]. Certo, l’Atto del 1844 li «derubò» della «libertà» di logorar dal lavoro per più di sei ore e mezza al giorno bambini al di sotto degli undici anni. Ma, in cambio, assicurò loro il privilegio di logorar col lavoro, per dieci ore al giorno, fanciulli fra gli undici e i tredici anni e cancellò l’obbligo scolastico prescritto per altri ragazzi di fabbrica. Questa volta il pretesto fu: «la delicatezza del tessuto esige nelle dita una leggerezza di tocco che si può assicurare soltanto con un precoce ingresso nella fabbrica»[173]. Si macellavano fanciulli interi per averne solo le dita delicate, come nella Russia meridionale si macella il bestiame ovino e bovino solo per averne la pelle e il sego. Finalmente, nel 1850, il privilegio concesso nel 1844 venne limitato ai reparti della torcitura e dell’annaspatura della seta; ma quivi, il tempo di lavoro dei fanciulli dagli undici ai tredici anni venne elevato da dieci a dieci ore e mezza, come indennizzo al capitale derubato della sua «libertà». Pretesto: «nelle seterie il lavoro è più leggero che nelle altre fabbriche e non è affatto dannoso per la salute come nelle altre fabbriche»[174]. Più tardi, un’indagine medica ufficiale dimostrò, viceversa, che «il saggio medio della mortalità nei distretti dell’industria serica è eccezionalmente alto e, nella parte femminile della popolazione, è anche più alto che nei distretti cotonieri del Lancashire»[175]. Questo abuso  dura fino ad oggi, nonostante le proteste degli ispettori di fabbrica, ripetute ogni semestre[176].
La legge del 1850 cambiò il periodo di quindici ore dalle cinque e mezza di mattina alle otto e mezza di sera in quello di dodici ore dalle sei di mattina alle sei di sera, ma solo per «adolescenti e donne»: dunque non per i fanciulli, che rimanevano sempre sfruttabili ancora per una mezz’ora prima dell’inizio e per due ore e mezza dopo la conclusione di quel periodo sebbene la durata complessiva del loro lavoro non dovesse sorpassare le sei ore e mezza Durante la discussione della legge, gli ispettori di fabbrica sottoposero al parlamento una statistica degli infami abusi permessi da tale anomalia. Ma invano. Nello sfondo stava in agguato il progetto di tornare ad elevare a 15 ore la giornata lavorativa degli operai adulti, servendosi dei fanciulli, appena venissero anni prosperi. L’esperienza dei tre anni seguenti mostrò che tale tentativo era destinato a fallire per la resistenza degli operai maschi adulti[177]. L’Atto del 1850 venne quindi finalmente integrato, nel 1853, con la proibizione di «adoperare fanciulli la mattina prima e, la sera dopo, gli adolescenti e le donne». Da questo momento in poi, l’Atto sulle fabbriche del 1850 regolò con poche eccezioni la giornata lavorativa di tutti gli operai nelle branche industriali ad esso soggette[178]. Era trascorso ormai mezzo secolo dall’emanazione del primo Atto sulle fabbriche[179].
La legislazione intervenne per la prima volta fuori della sua sfera iniziale nel 1845, con il                    «Printworks act» (legge sulle stamperie di cotone ecc.). La ripugnanza con la quale il capitale ammise questa nuova «stravaganza» si fa sentire in ogni riga dell’Atto. Questo limita la giornata lavorativa per i fanciulli dagli otto ai tredici anni e per le donne a sedici ore, fra le sei di mattina e le dieci di sera, senza nessuna pausa legale per i pasti; permette di sfinire a piacere operai maschi al di sopra dei tredici anni, facendoli lavorare giorno e notte[180]. È un aborto parlamentare[181].
Tuttavia, con questa vittoria nelle grandi branche industriali, che sono la creatura più genuina del modo moderno di produzione, il principio si era affermato. Il meraviglioso sviluppo delle grandi industrie fra il 1853 e il 1860, accompagnato passo passo dalla rinascita fisica e morale dell’operaio di fabbrica, colpì anche l’occhio più stupido. Quegli stessi fabbricanti, ai quali la limitazione e regolazione legale della giornata lavorativa era stata strappata a viva forza, attraverso una guerra civile semisecolare, indicavano, millantandosi, il contrasto fra le loro fabbriche e i settori di sfruttamento ancora «liberi»[182], farisei della «economia politica» proclamavano ora che il riconoscimento della necessità di una giornata lavorativa regolata dalla legge era una nuova caratteristica conquista della loro «scienza»[183]. È facile capire come, dopo che i magnati della fabbrica si furono adattati all’inevitabile e si furono riconciliati con esso, la forza di resistenza del capitale si indebolisse gradualmente, mentre simultaneamente la forza di attacco della classe operaia cresceva col numero degli alleati ch’essa trovava negli strati della società non direttamente interessati. Quindi, dopo il 1860, si ebbe un progresso relativamente rapido.
Le tintorie e le officine di candeggio[184] vennero assoggettate, nel 1860, all’Atto sulle fabbriche del 1850, le manifatture di merletti e pizzi e le fabbriche di calze nel 1861. In seguito alla prima relazione della «Commissione d’inchiesta sul lavoro dei fanciulli» (1863), la manifattura di ogni tipo di terraglia (non più la sola ceramica), dei fiammiferi, delle capsule, delle cartucce, della carta da parati, la tagliatura del fustagno (fustian cutting) e numerosi processi lavorativi compresi sotto il nome di «finishing» (rifinitura) seguirono la sorte delle altre industrie. Nel 1863 il «candeggio all’aria aperta»[185] e i fornai vennero sottoposti a leggi particolari: per il candeggio, fra l’altro, fu proibito il lavoro di bambini, adolescenti e donne nel periodo notturno (dalle otto di sera alle sei di mattina); per i fornai, fu proibito l’impiego di garzoni al di sotto dei diciotto anni fra le nove di sera e le cinque di mattina. Ritorneremo più tardi sulle proposte fatte in seguito dalla Commissione sopra ricordata, che minacciano di privare della «libertà» tutte le branche importanti dell’industria inglesi, eccettuate l’agricoltura, le miniere e i trasporti185a.
7. LA LOTTA PER LA GIORNATA LAVORATIVA NORMALE. RIPERCUSSIONI IN ALTRI PAESI DELLA LEGISLAZIONE INGLESE SULLE FABBRICHE.
Il lettore ricorda che la produzione di plusvalore, ossia la estrazione di pluslavoro, costituisce il contenuto e fine specifico della produzione capitalistica, fatta astrazione da qualsiasi trasformazione del modo di produzione stesso, derivante eventualmente dalla subordinazione del lavoro al capitale; ricorda anche che, dal punto di vista finora svolto, soltanto l’operaio indipendente, quindi legalmente maggiorenne, contratta, come venditore di merce, con il capitalista. Dunque, il fatto che nel nostro schizzo storico le parti principali siano rappresentate, da un lato, dalla industria moderna e, dall’altro dal lavoro di persone minorenni fisicamente e giuridicamente, significa che la prima vale per noi come sfera particolare e il secondo come esempio particolarmente impressionante dell’estorsione di lavoro fino all’ultimo sangue. Dal semplice nesso dei dati di fatto storici risulta quanto segue, pur senza anticipazione degli svolgimenti ulteriori.
In primo luogo: l’impulso del capitale verso il prolungamento, senza misura e senza scrupolo, della giornata lavorativa, viene soddisfatto anzitutto in quelle industrie che prime furono rivoluzionate dall’acqua, dal vapore, dalle macchine, e che furono le prime creazioni del modo di produzione moderno: nelle filande e nelle tessitorie di cotone, lana, lino, e seta. Il modo materiale di produzione cambiato e i rapporti sociali fra produttori, cambiati in corrispondenza di quello[186], creano dapprima eccessi mostruosi, provocando poi, in antitesi agli eccessi, il controllo sociale che delimita per legge la giornata lavorativa con le sue pause, la regola e la rende uniforme. Quindi, durante la prima metà del secolo XIX, questo controllo si presenta soltanto come legislazione eccezionale[187]. Appena il controllo ebbe conquistato il regno originario del nuovo modo di produzione, si trovò che, nel frattempo, non solo molte altre branche della produzione erano nel regime di fabbrica vero e proprio, ma anche manifatture condotte in modo più o meno invecchiato, come le ceramiche, le vetrerie ecc., mestieri antiquati, artigiani, come quello del fornaio, ed infine anche addirittura il cosiddetto lavoro a domicilio[188], disseminato qua e là, come la fabbricazione dei chiodi ecc., si erano dati da lungo tempo allo sfruttamento capitalistico, nello stesso modo che la fabbrica. Quindi la legislazione fu costretta a spogliarsi a poco a poco del suo carattere eccezionale; oppure, nei paesi dove essa procede sul modello della casistica romana, come in Inghilterra, dovette dichiarare di proprio arbitrio che ogni edificio dove si lavori è una fabbrica (factory)[189].
In secondo luogo: la storia della regolazione della giornata lavorativa in alcuni modi di produzione, la lotta che ancora dura per tale regolazione, in altri modi, dimostrano tangibilmente che il lavoratore isolato, il lavoratore come «libero» venditore della propria forza- lavoro, soccombe senza resistenza quando la produzione capitalistica ha raggiunto un certo grado di maturità. La creazione della giornata lavorativa normale è dunque il prodotto di una guerra civile, lenta e più o meno velata, fra la classe dei capitalisti e la classe degli operai. Siccome la lotta si apre nell’ambito dell’industria moderna, si svolge dapprima nel paese che all’industria moderna ha dato i natali, l’Inghilterra[190]. Gli operai delle fabbriche inglesi sono stati i campioni non solo della classe operaia inglese, ma della classe operaia moderna in generale, come i loro teorici gettarono per primi il guanto di sfida alla teoria del capitale[191]. Perciò l’Ure il filosofo della fabbrica, denuncia come ignominia incancellabile della classe operaia inglese il fatto che essa abbia scritto sulla sua bandiera «la schiavitù delle leggi sulle fabbriche», di contro al capitale che combatteva virilmente per «la piena libertà del lavoro»[192].
La Francia viene zoppicando lentamente dietro l’Inghilterra. Ha bisogno della rivoluzione di febbraio per partorire la legge delle dodici ore[193] molto più difettosa dell’originale inglese. Tuttavia il metodo rivoluzionario francese fa valere anch’esso i suoi peculiari pregi. D’un sol colpo detta a tutti gli ateliers e a tutte le fabbriche, senza distinzione, la medesima limitazione della giornata lavorativa, mentre la legislazione inglese cede repugnando, ora su questo punto, ora su quell’altro, alla pressione della situazioni, ed è sulla strada migliore per covare un nuovo intrigo giuridico[194]. Dall’altra parte, la legge francese proclama in linea di principio quello che in Inghilterra era stato ottenuto soltanto in nome dei fanciulli, dei minorenni, delle donne, e solo di recente viene rivendicato come diritto generale[195].
Negli Stati Uniti dell’America del Nord ogni movimento operaio indipendente rimase paralizzato, finchè la schiavitù deturpava una parte della repubblica. Il lavoro in pelle bianca non può emanciparsi, in un paese dove viene marchiato a fuoco quand’è in pelle nera. Ma dalla morte della schiavitù germogliò subito una vita nuova e ringiovanita. Il primo frutto della guerra civile fu l’agitazione per le otto ore, che cammina con gli stivali dalle sette leghe della locomotiva, dall’Atlantico al Pacifico, dalla Nuova Inghilterra alla California. Il Congresso operaio generale di Baltimora (16 agosto 1866) dichiara: «La prima e grande necessità del presente, per liberare il lavoro di questo paese dalla schiavitù capitalista, è la promulgazione di una legge per la quale otto ore devono costituire la giornata lavorativa normale in tutti gli Stati dell’Unione americana. Noi siamo decisi a impegnare. tutta la nostra forza fino a che sarà raggiunto questo glorioso risultato»[196]. Contemporaneamente (primi di settembre del 1866) il Congresso operaio internazionale di Ginevra, su proposta del Consiglio Generale di Londra, approvò la seguente risoluzione: «Dichiariamo che la limitazione della giornata lavorativa è una condizione preliminare, senza la quale non possono non fallire tutti gli altri sforzi di emancipazione... Proponiamo otto ore lavorative come limite legale della giornata lavorativa».
Così il movimento operaio, maturato istintivamente dai rapporti di produzione sulle due rive dell’Atlantico, pone il suo sigillo alla dichiarazione dell’ispettore inglese di fabbrica R. J. Saunders:
«Non si potranno mai fare passi ulteriori per la riforma della società con qualche prospettiva di riuscita, se prima non si sarà limitata la giornata lavorativa e non sarà stata imposta rigorosamente la osservanza del limite prescritto»[197].
Dobbiamo confessare che il nostro operaio esce dal processo produttivo differente da quando vi era entrato. Sul mercato si era presentato come proprietario della merce « forza-lavoro» di fronte ad altri proprietari di merci, proprietario di merce di fronte a proprietario di merce. Il contratto per mezzo del quale aveva venduto al capitalista la propria forza-lavoro dimostrava, per così dire, nero sul bianco, che egli disponeva liberamente di se stesso. Concluso l’affare, si scopre che egli  non era un libero agente», che il tempo per il quale egli può liberamente vendere la propria forza-lavoro è il tempo per il quale egli è costretto a venderla[198], che in realtà il suo vampiro non lascia la presa « finché c’è un muscolo, un tendine, una goccia di sangue da sfruttare»[199]. A «protezione» contro il serpente dei loro tormenti, gli operai debbono assembrare le loro teste e ottenere a viva forza, come classe, una legge di Stato, una barriera sociale potentissima, che impedisca a loro stessi di vender sè e la loro schiatta alla morte e alla schiavitù, per mezzo di un volontario contratto con il capitale[200]. Al pomposo catalogo dei «diritti inalienabili dell’uomo» subentra la modesta Magna Charta di una giornata lavorativa limitata dalla legge, la quale «chiarisce finalmente quando finisce il tempo venduto dall’operaio e quando comincia il tempo che appartiene all’operaio stesso»[201]. Quantum mutatus ab illo!
NOTE

[35] Il lavoro d’un giorno è indeterminato, può esser lungo o corto s. An Essay on Trade and Commerce, containing Observations on Taxation ecc., Londra, 1770, p. 73.
[36] Questa domanda è infinitamente più importante della celebre domanda di Sir Robert Peel alla Camera di commercio di Birmingham: «What is a pound?» domanda che potè esser posta soltanto perchè il Peel era all’oscuro della natura della moneta quanto  i «little shilling men» di Birmingham.
[37] «È compito del capitalista di spremere dal capitale speso la maggior somma possibile di lavoro» («D’obtenir du capital dépensé la plus forte somme de trovail possible»). J. G. COURCELLE-SENEUIL, Traité tlséorique et pratique des entreprises industrielles, 2. ed., Parigi, 1857, p. 62.
[38] «Un’ora di lavoro perduta ogni giorno è un danno straordinario per uno Stato commerciale,.. Grandissimo è il consumo di beni di lusso fra i lavoratori poveri di questo regno: particolarmente fra la plebe manifatturiera; ma così consumano anche il loro tempo, il più fatale dei consumi», An Essay on Trade and Commerce, ecc. pp. 47 e 153.
[39] «Se il libero lavoratore si prende un istante di riposo, ...la sordida economia che lo segue con occhio inquieto.., pretende che ciò sia derubarla» (N. LINGUET Théorie des Lois Civiles ecc., Londra, 1767, vol. II, p. 466).
[40] Durante il grande sciopero dei London builders, nel 1860-61, per la riduzione della giornata lavorativa a nove ore, il comitato pubblicò una dichiarazione che quasi coincide con l’arringa del nostro operaio. La dichiarazione allude, non senza ironia, al fatto che l’imprenditore edilizio più avido di profitti, un certo Sir M. Peto, era in odore di santità. (Lo stesso Peto, dopo il 1867, finì allo stesso modo di... Strousberg!).
[41] «Coloro che lavorano.., in realtà nutrono insieme i prebendari, chiamati i ricchi, e se Stessi». (EDMUND BURKE, op. cit., pp. 2, 3).
[42] Il Niebuhr osserva con molta ingenuità, nella sua  Storia- Romana: «Non ci si può nascondere che opere conte quelle degli etruschi, che ancora nelle loro rovine ci empiono di stupore, presuppongono, in piccoli (!) Stati, signori e servi.» Molto più profondamente, il Sismondi ha detto che i merletti di Bruxelles presuppongono signori del salario e servi del salario.
[43] «E poichè a nessuno d’essi» (nelle miniere d’oro fra l’Egitto, l’Etiopia e l’Arabia) «è permesso di fare quanto pur l’esigenza del corpo vorrebbesi, a modo che nemmeno hanno fascia, ed altro, che copra le parti, che ognuno vorrebbe nascoste, facile cosa è concepire quale acuto senso di pietà debbono fare quegli infelici a chiunque vegga l’estrema calamità, in cui sono. Né a chi tra essi sia ammalato o mutilato, si accorda venia, o remissione di Sorte; né in nessun caso scusa l’età senile, o la femminil debolezza; e tutti vengono spinti a tirare innanzi il lavoro a furia di flagello, finché oppressi dalla enormità dei mali spirino sotto la fatica». Biblioteca Storica di DIODORO SICULO [ volgarizzata dal cav. Compagnoni, tomo secondo, Milano. Sonzogno, 1820, p. 23], libro terzo, cap. 13.
[44] Quanto segue si riferisce alla situazione delle province rumene come si presentavano prima della rivoluzione seguita alla guerra di Crimea.
44a Nota alla terza edizione. Questo vale anche per la Germania e specialmente per la Prussia ad oriente dell’Elba. Nel secolo XV il contadino tedesco era quasi dappertutto un uomo soggetto a determinate prestazioni in prodotti e in lavoro, ma per il resto libero, per lo meno di fatto. I coloni tedeschi nel Brandeburgo, in Pomerania, nella Slesia e nella Prussia orientale erano riconosciuti liberi perfino giuridicamente. La vittoria della nobiltà nella guerra dei contadini mise fine a questa situazione. Non tornarono a diventare servi della gleba soltanto i contadini della Germania meridionale, ch’erano stati vinti. Già dalla metà del secolo XVI in poi i liberi contadini della Prussia orientale, del Brandeburgo, della Pomerania e della Slesia, e subito di seguito anche quelli dello Schleswig-Holstein, vengono abbassati a servi della gleba. (MAURER, Fronhöfe, vol. IV; MEITZEN, Der Boden des preussischen Staats; HANSSEN, Leibeigenschaft in Schleswig- Holstein) F. E.
[45] Ulteriori particolari si trovano in E. REGNAULT, Histoire politique et sociale des Principautés Danubiennes, Parigi, 1855, [ pag 303, 321 sgg.].
[46] «In generale, ed entro certi limiti, per gli esseri organici, il fatto ch’essi superano la misura media della loro specie, è indice di prosperità. Per quanto riguarda l’uomo, la misura della sua natura diminuisce quando la crescita viene intralciata da condizioni naturali o sociali. In tutti i paesi europei che hanno la coscrizione, la statura media e, in genere, l’idoneità al servizio militare degli adulti è diminuita, da quando la coscrizione è stata introdotta. In Francia, prima della rivoluzione (1789), il minimo per un soldato di fanteria era di 165 centimetri; nel 1818 (legge del 10 marzo), era di 157; secondo la legge del 21 marzo 1852 è di 156 centimetri; in media, in Francia, più della metà dei coscritti vengono scartati per deficienza di statura o vizi di costituzione. In Sassonia la statura militare era di 178 centimetri nel 1780; ora è di 155. In Prussia è di 157. Secondo i dati del dott. Meyer, nella “Gazzetta Bavarese” del 9 maggio 1862, da una media di nove anni risulta che in Prussia, su 1000 coscritti, 716 non sono idonei al servizio militare: 317 per deficienza di statura, 399 per vizi di costituzione... Nel 1858 la città di Berlino non potè provvedere il contingente di soldati di riserva che le era Stato assegnato; manca vano 156 uomini» (J. VON LIEBIG,Die Chemie in ihrer Anwendung auf Agrikultur und Physiologie, 7. ed. 1862, vol. I pp. 117, 118).
[47] La storia della Legge sulle fabbriche del 1850 segue nel corso di questo capitolo.
[48] Mi soffermo solo ogni tanto sul periodo che va dall’inizio della grande industria in Inghilterra al 1845 e rimando il lettore a: La situazione della classe operaia in Inghilterra di FRIEDRICH ENGELS, Lipsia, 1845. I Factory Reports, Reports on Mines ecc., apparsi dopo il 1845, mostrano come Engels abbia compreso profonda mente lo spirito del modo capitalistico di produzione; anche il più superficiale confronto del suo scritto con i rapporti ufficiali della Children’s Employment Commission, 1863-67, pubblicati dopo 18 o 20 anni da quel lavoro, mostrano in che modo ammirevole egli dipingesse la situazione nei suoi particolari. Quei rapporti trattano infatti di rami d’industria pei quali, nel 1862, non era stata ancora introdotta la legislazione sulle fabbriche e, in parte, ancora non è stata introdotta. Qui dunque non era stata imposta dall’esterno una trasformazione più o meno grande alle condizioni esposte da Engels. Io prendo i miei esempi soprattutto dal periodo del libero scambio dopo il 1848, da quell’epoca paradisiaca, sulla quale alcuni commessi viaggiatori del libero scambio, tanto chiacchieroni quanto scientificamente sciagurati, raccontano ai tedeschi, soffiando alla Faucher [ giuoco di parole sul nome di J. Faucher e sul verbo fauchen,soffiare], una quantità così straordinaria di cose. Del resto l’Inghilterra figura qui in primo piano soltanto perchè rappresenta classicamente la produzione capitalistica, perchè essa sola possiede una statistica ufficiale e continuativa sull’argomento che trattiamo.
[49] Suggestions ecc. by M L. HORNER, Inspector of Factories, in Factories Regulation Act Ordered by the House of Commons to be printed 9th Aug. 1859, p 4, 5.
[50] Reports of the Insp. of Fact. far the half year, Oct. 1856, p. 35.
[51] Reports ecc., 30th.4 april 1858, p. 9.
[52] Reports ecc., ivi, p. 10.
[53] Reports ecc., ivi, p. 25.
[54] Reports ecc. for the half year ending 30th ApriI 1861, vedi appendice n. 2. Reports ecc. 31st Oct. 1862, pp. 7, 52, 53. Le trasgressioni tornano ad aumentare di numero con l’ultimo semestre 1863. Cfr. Reports ecc. ending 3lst Oct. 1863, p. 7.
[55] Reports ecc. 3lst Oct. 1860, p. 23. Con quale fanatismo — secondo le deposizioni giudiziarie dei fabbricanti — le braccia di questi fabbricanti si oppongano ad ogni interruzione del lavoro nella fabbrica, ce lo mostra questo curioso fenomeno. Ai primi di giugno del 1863 pervennero ai magisirates [ giudici di pace, pretori ] di Dewshury (Yorkshire) denunce, secondo le quali i proprietari di otto grandi fabbriche presso Batley avrebbero contravvenuto alla legge sulle fabbriche. Una parte di questi signori era accusata di avere ridotto all’esaurimento cinque ragazzi fra i dodici e quindici anni, facendoli lavorare dalle 6 di mattina del venerdì alle quattro pomeridiane del sabato seguente, senza permettere nessun ristoro, altro che i periodi dei pasti e un’ora di sonno verso mezzanotte. E questi ragazzi avevano da compiere il loro ininterrotto lavoro di trenta ore nella «shoddy-hole» (il buco degli stracci), com’è chiamato il bugigattolo dove vengono disfatti gli stracci di lana e dove un’atmosfera mareggiante di polvere, cascami ecc, costringe anche gli operai adulti ad annodarsi continuamente fazzoletti attorno alla bocca, a protezione dei polmoni! I signori accusati assicurarono, invece di giurare (come quaccheri erano uomini troppo scrupolosamente religiosi per poter giurare), che, nella loro gran misericordia, avevano permesso a quegli sciagurati fanciulli quattro ore di sonno; ma quei cocciuti fanciulli non volevano assolutamente andare a letto! I signori quaccheri vennero condannati a una multa di venti sterline. Il Dryden aveva presentito questi quaccheri: «Volpe tutta piena di apparente santità — che temeva di giurare ma avrebbe mentito come il demonio — che aveva l’aspetto della quaresima e l’ammiccar devoto — e non poteva peccare — prima d’aver detto la sua preghiera!».
[56] Reports ecc. 31st Oct 1856, p. 34.
[57] Ivi, p. 35.
[58] [meschino scroccare di minuti]. Ivi, p. 48.
[59] Ivi.
[60] [rosicchiare e grattare le ore dei pasti]. Ivi.
[61] Ivi p. 48.
[62]  «Moments are the elements of profit»; Rep. of the Jnsp. ecc. 3Oth ApriI 1860, p. 56.
[63] Questa espressione è ufficialmente adottata, come nella fabbrica, anche nei rapporti sulle fabbriche.
[64] «La cupidigia dei proprietari di fabbrica, le cui crudeltà nella caccia al guadagno sono a mala pena superate da quelle commesse dagli spagnuoli durante la conquista dell’America, nella caccia all’oro» JOHN WADE, History of the Middle and Working Classes, 3. ed., Londra, 1835, p. 114. La parte teorica di questo libro, che è una specie di sommario di economia politica, contiene alcune cose per quel tempo originali, come per esempio sulle crisi commerciali. La parte storica ha purtroppo il difetto di plagiare svergognatamente Sir M. EDEN, The State of the Poor, Londra, 1790.
[65] Dailv Telegraph di Londra, 17 gennaio 1860.
[66] Cfr. ENGELS, Situazione, cit., pp. 249-51.
[67] Children’s Employment Commission. First Report ecc. 1863, Appendix, pp. 16, 18,19.
[68] Public Health, 3rd Report ecc., pp. 103, 105.
[69] Children’s Employment Commission 1863, pp. 24, 22 e XI.
[70] Ivi, p. XLVII.
[71] Ivi, p. LIV.
[72] Questo non va inteso nel nostro senso del tempo di pluslavoro. Quei signori considerano il lavoro di dieci ore e mezza come giornata lavorativa normale, che dunque include anche il pluslavoro normale. Dopo di questo comincia «il tempo supplementare», che viene pagato un po’ meglio. Si vedrà, in altra occasione, che l’impiego della forza-lavoro durante la cosiddetta giornata normale vien pagato al di sotto del valore, cosicchè «il tempo supplementare» è un semplice trucco dei capitalisti per spremere più «pluslavoro»: e ciò rimane del resto un trucco, anche se la forza-lavoro impiegata durante la «giornata normale» viene realmente pagata in pieno.
[73] Ivi, Appendix, pp. 123, 124, 125, 140 e LXIV.
[74] L’allume, macinato fino, o mescolato col sale, è un normale articolo di commercio, che porta il nome significativo di  « baker’s sfuff » [ materiale da fornaio].
[75] La fuliggine è, come è noto, una forma di carbonio molto energica e costituisce un concime che spazzacamini capitalistici vendono ai fittavoli inglesi. Ora, neI 1862 il «juryman» [giurato] britannico ebbe a decidere in un processo se fuliggine mescolata, all’insaputa dell’acquirente, col novanta per cento di polvere e di sabbia fosse fuliggine «reale», in senso «commerciale», o fuliggine «adulterata», in senso «legale». Gli «amis du commerce» decisero che era fuliggine commerciale «reale» e respinsero la querela del fittavolo, il quale per giunta ebbe a pagare le spese del processo.
[76] Il chimico francese Chevallier, in un trattato sulle sophistications delle merci, conta, per molti dei più di seicento articoli che ha esaminato, dieci, venti, trenta metodi di adulterazione. Aggiunge che non conosce tutti i metodi e che non ricorda tutti quelli che conosce. Per lo zucchero indica sei tipi di adulterazione, per l’olio d’oliva nove, per il burro dieci, per il sale dodici, per il latte diciannove, per il pane venti, per l’acquavite ventitre per la farina ventiquattro, per la cioccolata ventotto, per il vino trenta, per il caffè trentadue, ecc. Neppure il buon Dio sfugge a questo destino: vedi: ROUARD DE CARD, De la falsification des substances sacramentales, Parigi, 1856.
[77] Report ecc. relating to the Grievances complained of by the Journeymen Bakers ecc., Londra, 1862; e Second report ecc., Londra 1863.
[78] Ivi, First report ecc., p. VI/VI!
[79] Ivi, p. LXXI.
[80]  GEORGE READ, The History of Baking, Londra, 1848, p. 16.
[81] Report (First) ecc. Evidence. Deposizione del «full priced baker» [ fornaio a prezzo normale] Cheeseman, p. 108.
[82] GEORGE READ, ivi. Alla fine del sec. XVII e al principio del sec. XVIII, i «factors» (agenti) che si insinuavano in ogni possibile branca di mestiere erano ancor denunciati come «public nuisances» [ dannosi per la comunità]. Così, per esempio, il Grand jury, durante la sessione trimestrale dei giudici di pace della contea del Somerset, diresse alla Camera bassa un «presentement» [memoriale] dove fra l’altro si dice: «questi agenti di Blackwell Hall sono un danno pubblico e sono di pregiudizio all’industria tessile e dovrebbero essere repressi come dannosi» (The Case of our English Wool ecc., Londra, 1865, pp. 6, 7).
[83] First report ecc., p. VIII.
[84] Report of Committee on the Baking Trade in Ireland for 1861.
[85] Ivi.
[86] Riunione pubblica dei lavoratori agricoli a Lasswade, presso Glasgow, del 5 gennaio 1866 (Si veda il Workman’s Advocate del 13 gennaio 1866). La formazione di una Trades’ Union fra i lavoratori agricoli, che è cominciata prima in Scozia, alla fine del 1865, è un avvenimento storico. I lavoratori salariati fecero nel marzo 1867, in uno dei più oppressi distretti agricoli inglesi, il Buckinghamshire, un grande sciopero per aumentare il loro salario settimanale da 9-10 scellini a 12 scellini. (Si vede, da quanto precede, che il movimento del proletariato agricolo inglese, il quale, dopo la repressione delle sue dimostrazioni violente, dal 1830 in poi e specialmente dopo la introduzione della nuova legge sui poveri era del tutto spezzato, ricomincia nel periodo 1860-1870, finché, nel 1872, fa epoca. Su questo ritornerò nel secondo volume, come pure ritornerò sui libri azzurri pubblicati a cominciare dal 1867 sulla situazione del lavoratore agricolo inglese. Aggiunta alla terza edizione).
[87] Reynolds’ Paper, [21] gennaio 1866. Questo settimanale riporta, settimana per settimana, subito dopo, sotto i «sensational headings» [titoli sensazionali]: «Fearful and fatal accidents» [ terribili e fatali disgrazie]; «appalling tragedies» [orrende tragedie] ecc., tutta una serie di recenti catastrofi ferroviarie. Un lavoratore della linea North Stafford commenta: «Ognuno conosce le conseguenze di una interruzione momentanea dell’attenzione del macchinista e del fuochista. Ma com’è possibile che ciò non avvenga, con l’enorme prolungamento del lavoro, con un pessimo tempo, senza pausa, senza ristoro? Prendete il caso seguente come esempio di quel che capita ogni giorno. Lunedì scorso un fuochista cominciò il suo lavoro giornaliero la mattina prestissimo. Finì dopo quattordici ore e cinquanta minuti. Fu chiamato di nuovo al lavoro ancor prima di aver avuto il tempo di prendere il suo tè. E così ebbe da sgobbare ventinove ore e quindici minuti senza interruzione. Il resto del suo lavoro settimanale ha la struttura seguente: mercoledì quindici ore, giovedì quindici ore e trentacinque minuti, venerdì quattordici ore e mezzo, sabato quattordici ore e dieci minuti: somma, ottantotto ore e quaranta minuti in una Settimana. E ora pensate alla sua meraviglia, quando ricevette la paga per sei giornate lavorative. Era un novellino e domandò che cosa s’intende per lavoro giornaliero. Risposta: tredici ore, cioè settantotto ore alla settimana. Ma, e il pagamento per le dieci ore e quaranta minuti straordinarie? Dopo lunga discussione ricevette un rimborso di dieci pence (neppure dieci grossi d’argento)». Ivi, numero del 4 febbraio 1866.
[88] Cfr. F. ENGELS, op. cit., pp. 253, 254.
[89] Il dott. Letheby, medico consulente presso il Board of Health, dichiarò in quel l’occasione: «Il minimo d’aria per gli adulti dovrebbe essere di trecento piedi cubi in una stanza da letto e cinquecento piedi cubi in una stanza di soggiorno». Il dott. Richardson, primario di un ospedale londinese: «Cucitrici di ogni tipo, crestaie, sarte e semplici cucitrici patiscono di una triplice miseria: sovraccarico di lavoro, deficienza di aria e deficienza di nutrimento o di digestione. Nel complesso, questo tipo di lavoro è in tutti i casi più adatto per donne che per uomini. Ma la sciagura di questo mestiere è che esso, specialmente nella capitale, è monopolizzato da un ventisei capitalisti i quali, con i mezzi coercitivi derivanti dal capitale (that spring from capital) spremono la economia dal lavoro (force economy out of labour; intende: economizzano spese mediante lo sperpero di forza-lavoro), Il loro potere viene sentito da tutta questa classe di operaie. Se una sarta riesce a procurarsi una piccola clientela, la concorrenza la costringe a lavorare da morirne in casa propria, per poterla conservare: e deve per forza infliggere lo stesso sovraccarico di lavoro alle sue aiutanti. Se la sua impresa fallisce, o se essa non può iniziare un’impresa indi pendente, essa si rivolge a uno stabilimento, dove il lavoro non è minore, ma il pagamento è sicuro. In questa situazione, essa diventa una semplice schiava, gettata qua e là da ogni fluttuazione della società; ora a casa, a morir di fame, o quasi, in una stanzetta; poi, di nuovo al lavoro, quindici, sedici, perfino diciotto ore su venti quattro, in un’atmosfera appena tollerabile e con un nutrimento che, anche se buono, non può esser digerito per mancanza di aria pura. Di queste vittime si nutre la consunzione, che non è altro che una malattia da aria cattiva» (Dott. RICHARDSON, Work .and Overwork in Social Science Review, 18 luglio 1863).
[90] Morning Star, 23 giugno 1863. Il Times si servì del caso, per difendere i proprietari americani di schiavi contro il Bright ecc,, e dichiarò: «moltissimi di noi ritengono che, finchè noi facciamo lavorare le nostre giovani donne tanto che ne muoiono, usando la sferza della fame invece dello schiocco della frusta, non abbiamo il diritto di aizzare col ferro e col fuoco contro famiglie che sono proprietarie di schiavi di padre in figlio e che, per lo meno, nutrono bene i loro schiavi e li fanno lavorare moderatamente» (Times, 2 luglio 1863). Allo stesso modo sermoneggiò lo Standard, un foglio tory, contro il rev. Newman Hall: «Ha scomunicato i proprietari di schiavi, ma prega in comune con quella brava gente che fa lavorare i cocchieri e i conduttori di omnibus di Londra ecc., per paghe da cani, soltanto sedici ore al giorno». Alla fine parlò l’oracolo, quel signor Thomas Carlyle, sul quale già nel 1850 ho pubblicato: «Il genio è andato al diavolo, il culto è rimasto». Con una breve parabola, egli riduce l’unico avvenimento grandioso della storia contemporanea, la guerra civile americana, a questo livello: il Pietro del Nord vuol fracassare con tutta la sua forza il cranio al Paolo del Sud, per la ragione che il Pietro del Nord affitta il suo operaio a giornata a e il Paolo del Sud l’affitta e «a vita» (Macmtllan’s Magazine. Ilias Americana in nuce. Fascicolo d’agosto, 1863). Così è finalmente scoppiata la bolla di sapone della simpatia dei tories pei salariati delle città — non di quelli agricoli, per amor del cielo! —. Il nocciolo è: schiavitù!
[91] Dott. RICHARDSON, ivi.
[92] Children’s Employment Commission, Third Report, Londra, 1864 pp. IV,V, VI.
[93] «Nello Staffordshire e nel Galles del Sud, ragazze e giovani donne vengono impiegate nelle miniere di carbone e agli ammassi del coke, non solo di giorno, ma anche di notte. Questo è Stato osservato spesso nelle relazioni presentate al parlamento, come pratica connessa con grandi mali a tutti noti. Queste donne, che lavorano assieme agli uomini e che se ne distinguono a mala pena nel vestire, sporche di sudiciume e di fumo, sono esposte alla deteriorazione del loro carattere, perchè perdono il rispetto di se stesse, cosa che è conseguenza quasi inevitabile della loro occupazione non femminile», ivi, 194, p. XXVI; cfr. Fourth Report (1865), 61, p. XIII. Lo stesso per le vetrerie.
[94] Un padrone di acciaierie, che impiega fanciulli pel lavoro notturno, osservava:
«Sembra naturale che i ragazzi che lavorano di notte non possano dormire di giorno e non possano trovar vero riposo, ma che se ne vadano in giro tutto il giorno», ivi, Fourth Rep. 63, p. XIII. Un medico osserva, fra l’altro, sull’importanza della luce del sole per la conservazione e lo sviluppo del corpo: «La luce agisce anche direttamente sui tessuti del corpo, indurendoli e dando loro elasticità. I muscoli di animali che vengono privati della quantità normale di luce diventano molli e perdono l’elasticità, l’energia nervosa perde il tono per mancanza di stimoli e viene menomata l’elaborazione di tutto ciò che sta crescendo... Nel caso dei fanciulli, l’afflusso costante di abbondante luce durante il giorno e di luce solare diretta durante una parte del giorno è assolutamente essenziale per la salute. La luce aiuta a elaborare i cibi in buon sangue plastico e indurisce la fibra quando questa è formata; agisce anche come stimolante degli organi della vista e, attraverso di essi, provoca una maggiore attività in varie funzioni cerebrali». Il signor W. Strange, primario del General Hospital di Worcester, dal cui scritto sulla «salute» (1864) è tolto questo passo, scrive, in una lettera ad uno dei commissari d’inchiesta, il sig. White:  «Ho avuto occasione, tempo fa, nel Lancashire, di osservare gli effetti del lavoro notturno sui ragazzi delle fabbriche, e dichiaro senza esitazione, contrariamente alla prediletta assicurazione di alcuni datori di lavoro, che la salute dei ragazzi ne soffrì ben presto» (Children’s Enmployment Commission. Fourth Report, 24, p. 55). In genere, che tali cose costituiscano oggetto di serie controversie, mostra meglio di ogni altra considerazione come la produzione capitalistica operi sulle funzioni cerebrali dei capitalisti e dei loro retainers [vassalli].
[95] Ivi, 57, p. XI.
[96] Ivi, (4th Rep., 1865), p. XII.
[97] Ivi.
[98] Ivi, p. XIII. Il grado di educazione di queste «forze-lavoro» non può naturalmente esser diverso da quello che si presenta nei seguenti dialoghi con uno dei commissari d’inchiesta. Jeremias Haynes, di 12 anni :... Quattro per quattro fa otto, ma quattro quattro (4 fours) fanno sedici... Un  re è lui che ha tutto l’oro e l’argento (A king is him that has all the money and gold). Noi abbiamo un re, si dice che è una regina, la chiamano principessa Alessandra. Si dice che ha sposato il figlio della regina. Una principessa è un uomo ». Wm. Turner, dodicenne: «Non vivo in Inghilterra. Penso che ci sia questo paese, ma non ne sapevo niente prima». John Morris, quattordicenne: «Ho sentito dire che Dio ha fatto il mondo, e che tutta la gente è affogata, meno uno; ho sentito, che questo era un uccellino». William Smith, quindicenne: «Dio ha fatto l’uomo; l’uomo ha fatto la donna». Edward Taylor, quindicenne: «Non so niente di Londra». Henry Matthewman, diciassettenne «Qualche volta vado in chiesa... Un nome sul quale hanno predicato è stato un certo Gesù Cristo, ma non so dire altri nomi e non so dire neppur niente su di lui. Non è stato ucciso, ma è morto come gli altri. In qualche modo non era lo stesso degli altri, perchè in qualche modo era religioso e gli altri non lo è» (He was not the same as other people in some ways, because he was religious in some ways, and others isn’t); (ivi, 74, p. XV). « Il diavolo è una buona persona, non so dove vive», «Cristo era un briccone» (The devil is a good person, I don’t know where he lives, Christ was a wicked man). «Questa ragazza (dieci anni) compita GOD come DOG, e non sapeva il nome della regina» (Ch. Empi. Comm., V Rep., 1866, p. 55, n. 278). Lo stesso sistema che domina nelle industrie metallurgiche or ora citate domina anche nelle vetrerie e nelle cartiere. Nelle cartiere dove la carta viene fabbricata a macchina, il lavoro notturno è regola per tutti i procedimenti, eccetto che per la cernita degli stracci. In alcuni casi il lavoro notturno continua incessantemente tutta la settimana, per mezzo dell’avvicendamento, e va di solito dalla domenica notte alle dodici di notte del sabato seguente. Il personale del turno di giorno lavora per cinque giornate dodici ore e per una diciotto, mentre quello del turno notturno cinque nottate di dodici ore e una di sei ore, per settimana. In altri casi ogni turno lavora ventiquattro ore di seguito, a giorni alterni. Un turno lavora sei ore il lunedì e diciotto il sabato, per completare le ventiquattro ore. In altri casi è introdotto un sistema intermedio, col quale tutti gli addetti alle macchine della cartiera lavorano quindici o sedici ore al giorno, tutti i giorni della settimana; questo sistema, dice il commissario d’inchiesta Lord, sembra combinare tutti i mali dei turni di dodici e di venti quattro ore. Con questo sistema di lavoro notturno lavorano ragazzi sotto i tredici anni, adolescenti sotto i diciotto e donne. Talvolta, col sistema delle dodici ore, costoro dovevano lavorare per un doppio turno, ventiquattro ore, per assenza della loro muta; le testimonianze dimostrano che spessissimo ragazzi e ragazze lavorano per un tempo supplementare che si estende non di rado a ventiquattro, anche trentasei ore di lavoro ininterrotto. Nel procedimento «continuativo e invariabile della lucidatura, si trovano ragazze dodicenni che lavorano per tutto il mese quattordici ore giornaliere, senza riposo o interruzione regolari, eccetto due o tre interruzioni di mezz’ora, al massimo, per i pasti». In alcune fabbriche, dove si è abbandonato del tutto il lavoro notturno regolare, si lavora per un tempo supplementare spaventosamente lungo, e  «spesso proprio nei procedimenti che comportano maggior sudiciume, maggior calore e maggior monotonia» (Children’s Employment Commission. Report IV, 1865, pp. XXXVIII e XXXIX).
[99] Fourth Report ecc., 1865, 79, p. XVI.
[100] Ivi, 80, p. XVI, XVII.
[101] Ivi, 82, p. XVII.
[102] «Nella nostra epoca di riflessioni e di ragionamenti, non deve aver fatto molta strada chi non sappia dare una buona ragione di ogni cosa, anche la peggiore o più assurda. Tutto quel che è stato mandato in malora nel mondo è stato mandato in malora per buone ragioni» (HEGEL, op. cit., p. 249).
[103] Children’s Employment Commission, Fourth Report, 1865, 85, p. XVII. Il commissario inquirente White risponde a un analogo, delicato scrupolo dei signori fabbricanti di vetrami, che sono impossibili ore regolari pei pasti dei ragazzi, perchè a questo modo una data quantità dei calore irradiato dai forni sarebbe « pura perdita », cioè sarebbe « sciupata », — senza lasciarsi commuovere come l’Ure, il Senior e la canea dei loro meschini imitatori tedeschi, come il Roscher ecc., «dalla temperanza», «astinenza», «parsimonia dei capitalisti nello spendere il loro danaro e dal loro sperpero», degno di Timur-Tamerlano, di vita umana —: «Se si garantissero ore regolari pei pasti potrebbe andar sciupata una certa quantità di calore, più di quanto oggi sia di regola: ma anche in valore di denaro non è niente, in confronto con lo sciupio di energia vitale («the waste of animai power») che ora deriva al regno dal fatto che i ragazzi nel periodo della crescita, occupati nelle vetrerie, non trovano neppure il tempo di prendere con agio e di digerire i loro pasti» (ivi, p. XLV). E questo avviene «nell’anno di progresso». 1865. Astrazion fatta dai dispendi di energia nell’alzare e nel trasportare oggetti pesanti, uno di questi ragazzi delle fabbriche di bottiglie e di vetrami percorre, eseguendo ininterrottamente il suo lavoro, dalle quindici alle venti miglia (inglesi) ogni sei ore: e il lavoro dura spesso dalle quattordici alle quindici ore! In molte di queste vetrerie predomina, come nelle filande di Mosca, il sistema dei turni di sei ore. Durante il periodo lavorativo settimanale, sei ore sono il più lungo tempo di riposo ininterrotto, dal quale va detratto il tempo per andare e tornare dalla fabbrica, per lavarsi, vestirsi, cibarsi, tutte cose che costano tempo. Così rimane di fatto un brevissimo periodo di tempo per il riposo. Non c’è tempo per il giuoco e per cambiare aria, se non a spese di quel sonno che è indispensabile per ragazzi che compiono un lavoro così faticoso in una atmosfera così calda... Anche questo breve sonno è interrotto, perchè il ragazzo si deve svegliare da solo, se è notte, o si sveglia per il rumore esterno, se è giorno «Il  signor White cita casi nei quali un ragazzo ha lavorato trentasei ore di seguito; altri, nei quali fanciulli di dodici anni sgobbano fino alle due di notte e poi dormono nella fabbrica fino alle cinque di mattina (tre ore!) per cominciare di nuovo il lavoro glornaliero! La massa di lavoro dicono i redattori della relazione generale, Tremenheere e Tufnell, «che i ragazzi, le ragazze, le donne, compiono nel corso del loro cerchio magico lavorativo («spell of labours») diurno o notturno, è favolosa» (ivi, XLIII, XLIV). E qualche sera, sul tardi, può darsi che il capitale vetrario, «pieno di abnegazione», se ne vada barcollando, intontito dal vin di Porto, canterellando idiotamente «Britons never, never, shall be slaves!» [I britanni non saranno mai schiavi, giammai!].
[104] Per esempio, in Inghilterra, qua e là nelle campagne, si condanna ancora a pene detentive qualche operaio per non aver santificato la festa, avendo egli lavorato in tal giorno nell’orticello davanti alla sua abitazione. Ma lo stesso operaio viene punito per violazione di contratto, se la domenica rimane lontano, sia pure per ubbie religiose, dalla ferriera, dalla cartiera, dalla vetreria. Il parlamento, così ortodosso, non ha orecchio per la mancata santificazione della festa, quando avviene durante « il processo di valorizzazione » del capitale. In un memoriale (agosto 1863) nel quale i lavoranti giornalieri londinesi nei negozi di pesce e di pollame rivendicano l’abolizione del lavoro domenicale, è detto che il lavoro di costoro dura in media quindici ore alla giornata durante i primi sei giorni della settimana e otto o dieci la domenica. Da quel memoriale si rileva anche che è proprio la ghiottoneria delicata dei bacchettoni aristocratici a incoraggiare quel «lavoro domenicale». Quei «santi», così zelanti «in cute curanda», dimostrano il loro cristianesimo con la rassegnazione che mettono nel sopportare il sopralavoro, le privazioni e la fame di terze persone. Obsequium ventris i s t i s (agli operai) perniciosius est.
[105] Nei nostri precedenti rapporti abbiam dato le deposizioni di vari sperimentati fabbricanti, i quali dicono che le ore eccedenti.., celano sicuramente il pericolo di esaurire prematuramente la forza-lavoro degli uomini (ivi, 64 p. XIII).
[106] CAIRNES, op. Cit., pp. 110, 111.
[107] JOHN WARD, History of the Borough of Stoke-upon- Trent ecc. Londra, 1843, p. 42.
[108] Discorso del Ferrand alla Camera dei Comuni del 27 aprile 1863.
[109] «That the manufactures would absorb it and use it up . Queste furono le precise parole del cotoniere» (ivi).
[110] Ivi. Il Villiers, nonostante tutta la sua buona volontà, era posto dalla legge in una situazione tale che non poteva non respingere la sollecitazione dei fabbricanti. Ma quei signori raggiunsero lo stesso i loro scopi per la condiscendenza delle amministrazioni locali della legge sui poveri. Il sig. A. Redgrave, ispettore delle fabbriche, assicura che questa volta il sistema di far valere   «legalmente» gli orfani e i figli indigenti come apprentices (apprendisti) non « era accompagnato dai vecchi inconvenienti » — (su « quegli inconvenienti », cfr. ENGELS, op. cit.) — benchè ad ogni modo, per lo meno in un caso, « si sia abusato del sistema, per quanto riguarda un gruppo di ragazze e di giovani donne, che furono condotte nel Lancashire e nel Cheshire dai distretti agricoli scozzesi ». In questo « sistema », il fabbricante conclude contratti per periodi determinati con le autorità delle case dei poveri; nutre, veste e alloggia i ragazzi e dà loro un piccolo supplemento in denaro. Suona piuttosto singolare la seguente osservazione del signor Redgrave, specialmente se si riflette che l’annata del 1860 è unica perfino fra le annate prospere dell’industria cotoniera inglese, che inoltre i salari erano alti, perchè la richiesta straordinaria di lavoro si era scontrata con lo spopolamento dell’Irlanda, con una emigrazione senza precedenti dai distretti agricoli inglesi e scozzesi in Australia e America, con una diminuzione reale della popolazione in alcuni distretti agricoli inglesi, parte in seguito alla rottura felicemente raggiunta della forza vitale, parte in seguito al precedente esaurimento della popolazione disponibile per opera dei commercianti di carne umana. E ciò nonostante, il sig. Redgrave dice: « Questo genere di lavoro (quello dei ragazzi delle case dei poveri) viene ricercato tuttavia soltanto quando non se ne può trovare nessun altro, perchè è lavoro caro (high_priced labour). Il salario ordinario di un fanciullo di tredici anni sarebbe all’incirca di quattro scellini alla settimana; ma alloggiare, vestire, nutrire, provvedere di assistenza medica e di sorveglianza adatta cinquanta o cento fanciulli del genere e, per giunta, dar loro un piccolo supplemento in denaro non si può ottenere con quattro scellini alla settimana » (Rep. of the Insp. of Factories for 30th April 1860, p. 27). Il signor Redgrave dimentica di dirci come l’operaio possa fornire tutto ciò ai propri ragazzi per i loro quattro scellini di salario, se non lo può fare il fabbricante per cinquanta o cento ragazzi che vengono alloggiati, nutriti e sorvegliati in comune. Per prevenire deduzioni erronee dal testo, debbo qui osservare ancora che l’industria cotoniera inglese, dopo essere stata assoggetata al Factory act del 1850 con la sua regolamentazione del tempo di lavoro ecc., deve essere considerata come l’industria modello inglese. L’operaio cotoniere inglese sta meglio del suo compagno di sorte sul continente, sotto ogni aspetto. « L’operaio prussiano lavora nella fabbrica per lo meno dieci ore di più del suo rivale inglese, alla settimana, e se viene impiegato a domicilio, al suo proprio telaio, scompare perfino questo limite delle ore lavorative supplementari » (Rep. of the Insp. of Fact., 3lst  Oct. 1855, p. 103). Dopo l’esposizione industriale del 1851, il summenzionato ispettore di fabbrica Redgrave fece un viaggio sul continente, specialmente in Francia e in Prussia, per indagare sulle condizioni ivi prevalenti nelle fabbriche. Dell’operaio di fabbrica prussiano dice: « Riceve un salario, sufficiente per procurarsi un cibo semplice e quel minimo di comodità al quale è abituato e del quale si accontenta... Vive peggio e lavora più forte del suo rivale inglese» (Rep. of the Insp. of Fact., 3lst  Oct. 1853, p. 85).
[111] «Quelli che soffrono di eccesso di lavoro muoiono con una strana rapidità, ma i posti di coloro che scompaiono tornano subito ad essere occupati e un frequente cambio delle persone non porta nessuna alterazione sulla scena » England and America, Londra, 1833, vol. I, p. 55. (L’autore è E. G. Wakefield).
[112] Vedi Public Health, Sixth Report of the Medical Officer of the Privy Council, 1863,  pubblicato a Londra nel 1864. Questo rapporto tratta particolarmente dei lavoranti agricoli, « La contea di Sutherland è rappresentata comunemente come una contea molto migliorata, ma una recente indagine ha scoperto che anche quivi, in distretti una volta famosi per begli uomini e soldati valorosi, gli abitanti sono degenerati in una razza magra e intristita. Nelle posizioni più sane, sulle pendici collinose verso il mare, i volti dei loro fanciulli sono tanto sottili e pallidi quanto potrebbero essere solo nell’atmosfera putrida di un vicolo londinese » (THORNTON, op. cit., pp. 74, 75). Assomigliano di fatto a quei trentamila « gallant highlanders » [intrepidi montanari] che Glasgow accomuna promiscuamente a ladri e prostitute nei suoi wynds [vicoli] e nei suoi closes [cortili].
[113] «Benché la salute della popolazione sia, un fattore così importante del capitale nazionale, noi temiamo di dover confessare che i capitalisti non sono affatto pronti a conservare e a valutare questo tesoro... Il rispetto per la salute degli operai è stato imposto con la forza ai fabbricanti » (Times, 5 novembre 1861). « Gli uomini del West Riding sono divenuti i fabbricanti di panni di tutta la umanità.., è stata sacrificata la salute degli operai, e la razza sarebbe degenerata in poche generazioni. Ma cominciò una reazione. Le ore di lavoro dei ragazzi vennero limitate ecc. » (Twenty-second annual Report of the Registrar-General, 1861).
[114] Quindi troviamo, per esempio, che all’inizio del 1863 ventisei ditte che posseggono estese fabbriche di ceramiche nello Staffordshire, fra le quali anche J. Wedgwood e figli, fanno una petizione per «un intervento coercitivo dello Stato». La «concorrenza con altri capitalisti » non permetterebbe loro, a quanto dicono, nessuna limitazione volontaria del tempo di lavoro dei ragazzi ecc. « Quindi, per quanto deploriamo i mali summentovati, sarebbe impossibile impedirli con un qualsiasi accordo fra i fabbricanti... Considerati tutti questi punti, siamo giunti alla convinzione che è necessaria una legge coercitiva». Child. Emp. Comm., Rep. I, 1863, p. 322.Aggiunta alla nota 114. Il più recente passato ci ha offerto un esempio ancor più lampante. In un periodo di affari febbrili, l’alto livello dei prezzi del cotone aveva costretto i proprietari di tessiture di cotone di Blackburn a diminuire, per un periodo determinato e per un comune accordo, il tempo di lavoro nelle loro fabbriche. Il periodo scadeva circa alla fine di novembre (1871). Intanto i fabbricanti più ricchi, che uniscono filanda e tessitura, si servivano della sospensione di produzione provocata da quell’accordo per estendere le proprie imprese e per fare grossi profitti a spese dei piccoli padroni. E questi, stretti dal bisogno, si rivolsero agli operai delle fabbriche, incitandoli a mandare avanti seriamente l’agitazione per le nove ore, promettendo contributi in denaro a tale scopo.
[115] Questi statuti degli operai, che si trovano contemporaneamente anche in Francia, nei Paesi Bassi ecc., in Inghilterra sono stati aboliti formalmente soltanto nel 1813, dopo che da lungo tempo i rapporti di produzione li avevano fatti mettere da parte.
[116] «Nessun fanciullo al di sotto dei dodici anni può essere impiegato in nessuna fabbrica per più di dieci ore al giorno » (Generai Statutes of Massachussetts, cap. 60 § 3). Queste ordinanze vennero emanate fra il 1836 e il 1858. « Il lavoro compiuto in un periodo di dieci ore giornaliere deve essere considerato come giornata lavorativa legale in tutte le fabbriche delle industrie cotoniera, laniera, della seta, della carta, vetraria e del lino, come anche nelle fabbriche dove si lavora il ferro e altri metalli. Inoltre si dispone che d’ora in avanti nessun minorenne, occupato in qualsiasi tipo di fabbrica, possa venire tenuto o invitato a lavorare più di dieci ore al giorno o sessanta ore settimanali; inoltre, si dispone che d’ora in avanti nessun minorenne al di sotto dei dieci anni possa venire occupato come operaio in nessuna fabbrica entro il territorio di questo Stato » (State of New Jersey. An act to limit the hours of labour ecc., § 1. e 2. Legge dell’11 marzo 1855). «Nessun minore che abbia compiuto i dodici anni e non abbia raggiunto i quindici può essere impiegato in una fabbrica per più di undici ore giornaliere, nè prima delle cinque di mattina, nè dopo le sette e mezza di sera ». Revised Statutes of the State of Rhode Island, cap. 139, § 23, 1. luglio 1857.
[117] [J.B. BYLES,] Sophisms of Free Trade, 7. ed., Londra, 1850, p. 205. Lo stesso tory ammette del resto: «Atti del parlamento che regolano i salari, ma contro l’operaio e in favore del padrone, sono durati per il lungo periodo di 464 anni. La popolazione è cresciuta. Allora queste leggi sono divenute inutili e gravose » (ivi, p. 206).
[118] J. Wade osserva a buon diritto, in riferimento a questo statuto: « Dallo statuto del 1496 risulta che allora il nutrimento era considerato equivalente a un terzo dell’entrata di un artigiano e a una metà dell’entrata di un lavoratore agricolo, il che indica un grado di indipendenza dei lavoratori superiore a quello oggi prevalente; poichè la nutrizione dei lavoratori nell’agricoltura e nella manifattura corrisponde oggi a una parte molto maggiore dei loro salari » (J. WADE, op. cit., pp. 24, 25 e 577). Un’occhiata, anche superficialissima, alChronicon preciosum ecc. del vescovo Fleetwood (prima ed., Londra, 1707; seconda ed., Londra, 1745) basta a confutare l’opinione che tale differenza si riduca, per esempio, alla differenza fra i prezzi relativi delle cibarie e del vestiario di oggi e d’allora.
[119] W. PETTY, Political Anatomy of Ireland, 1672, ed. 1691, p. 10.
[120] A Discourse on the Necessity of Encouraging Mechanic Industry, Londra, 1690, p. 13. Il Macaulay, che ha falsificato e aggiustato la storia inglese nell’interesse dei whigs e della borghesia, declama a questo modo: « La pratica di mettere i ragazzi al lavoro prematuramente... è prevalsa nel diciassettesimo secolo, su una scala che, comparata con l’estensione dell’industria a quell’epoca, sembra quasi incredibile. A Norwich, sede principale della industria laniera, una creaturina di sei anni era ritenuta atta al lavoro. Molti scrittori del tempo, e fra di essi alcuni che erano considerati eminenti per benignità, ricordano con “ esultanza” il fatto che, in quella sola città, ragazzi e fanciulle di tenera età creavano una ricchezza superiore a quel che era necessario per la loro sussistenza, per l’ammontare di dodicimila sterline annue. Con più cura esaminiamo la storia del passato, più ragione troveremo di dissentire da coloro che immaginano la nostra età feconda di nuovi mali sociali... Quel che è nuovo è l’intelligenza che scopre tali mali e l’umanità che ovvia ad essi » (History of England, vol. I, p. 417). Il Macaulay avrebbe potuto continuare a riferire che amis du commerce « eminenti per benignità » del sec. XVII raccontano con «esultanza» o come in una casa pei poveri olandese venisse impiegato un bambino di quattro anni, che questo caso di « vertu mise en pratique » passa come esempio in tutti gli scritti degli umanitari alla Macaulay, fino al tempo di Adam Smith. È esatto che con il sorgere della manifattura, distinta dall’artigianato, si mostrano tracce dello sfruttamento dei fanciulli il quale, fino a un certo grado, è esistito dai tempi dei tempi fra i contadini e è stato tanto più sviluppato quanto. più duro era il giogo gravante sul villano. La tendenza del capitale è evidente, ma i dati di fatto erano ancora isolati, come apparizioni di neonati con due teste. Quindi venivano annotati con «esultanza » pei contemporanei e pei posteri, da profeticiamis du commerce o, e ne veniva raccomandata l’imitazione. Lo stesso Macaulay, sicofante e apologeta scozzese, dice: «a oggi sentiamo parlare solo di regresso e vediamo solo progresso ». Che occhi e, soprattutto, che orecchie!
[121] Il più rabbioso fra gli accusatori degli operai è l’anonimo autore, già citato nel testo, di An Essay on Trade and Commerce, containig Observations on Taxation ecc., Londra, 1770. Ne aveva già scritto in Considerations on Taxes, Londra, 1765. Anche Polonio Arthur Young, l’ineffabile chiacchierone statistico, segue sulla stessa linea. Fra i difensori degli operai stanno in prima fila: JACOB VANDERLINT in Money answers all things, Londra, 1734; il Rev. NATHANIEL. FORSTER, D.D., in An Inqiry in thePresent [Higt] price of  Previsions Londra, 1767; il Dott. PRICE, e specialmente anche il POSTLETHWAYT, tanto in un supplemento al suo Universal Dictionary of Trade and Commerce, quanto in Great Britain’s Commercial Interests explained and improved, seconda ed., Londra, 1759. I dati di fatto, poi, si trovano constatati in molti altri scrittori contemporanei, per esempio in Josiah Tucker.
[122]  POSTLETHWAYT, ivi, First Prelirninary Discourse, p. 14.
[123] An Essay ecc. Egli stesso, a p. 96, racconta in che cosa consistesse, già nel 1770, « la felicità » del lavorante agricolo inglese: «Le loro energie lavorative (their working powers) sono sempre in tensione estrema (on the stretch); non posson vivere peggio di come fanno (they cannot live cheaper than they do), nè lavorare più duramente (no, work harder). ».
[124] Il protestantesimo rappresenta una parte importante nella genesi del capitale, già per aver trasformato quasi tutti i giorni festivi tradizionali in giorni lavorativi.
[125]  An Essay ecc., pp. 41, 15, 96, 97, 55, 56, 57.
[126] Ivi, p. 69. Jacob Vanderlint ha dichiarato, già nel 1734, che l’arcano della lamentela dei capitalisti sulla pigrizia della plebe operaia stava semplicemente nel fatto che i capitalisti esigevano sei giornate lavorative invece di quattro, per lo stesso salario.
[127] An Essay ecc., pp. 242, 243: «Tale casa di lavoro ideale dev’essere resa una “casa di terrore”, e non un asilo pei poveri, non un rifugio dove essi debbano essere nutriti con abbondanza, aver vestiti caldi e decenti e fare solo un po’ di lavoro».
[128] «In this ideal workhouse the poor shall work 14 hours in a day, allowing proper time for meals, in such manner that there shall remain 12 hours of neat labour (ivi) ». I francesi, dice altrove, ridono delle nostre idee esaltate di libertà (ivi, p. 78).
[129] Si opponevano specialmente a lavorare al di là delle dodici ore al giorno perchè la legge che fissava queste ore è l’unico bene che rimane loro dalla legislazione della repubblica » (Rep. of Insp. of Fact., 3lst Oct., 1855, p. 80). La legge francese delle dodici ore, del 5 settembre 1850, che è una edizione imborghesita del decreto del governo provvisorio del 2 marzo 1848, si applica a tutti gli ateliers senza distinzione. Prima di tale legge la giornata lavorativa in Francia era illimitata. Nelle fabbriche durava quattordici, quindici ore e anche più. Vedi: Des classes ouvrières en France, pendant l’année 1848. Par M. BLANQUI. Al signor Blanqui, l’economista, non il rivoluzionario, era stata affidata da parte del governo l’inchiesta sulle condizioni degli operai.
[130] Il Belgio conferma di essere lo stato borghese modello anche in riferimento alla regolamentazione della giornata lavorativa. Lord Howard de Walden, plenipotenziario inglese a Bruxelles, riferisce al Foreign Office, il 12 maggio 1862: « Il ministro Rogier mi ha informato che nè una legge generale nè regolamenti locali limitano in qualsiasi modo il lavoro dei fanciulli; che il governo ha avuto l’intenzione, ad ogni seduta, durante gli ultimi tre anni, di proporre alla Camera una legge sull’argomento, ma che ha trovato sempre un ostacolo insuperabile nella gelosa opposizione ad ogni e qualsiasi legislazione contraria al principio della completa libertà del lavoro»!
[131] «E’ certo assai deplorevole che una qualsiasi classe di persone debba sgobbare per dodici ore al giorno, il che, includendo il tempo per i pasti e per andare al lavoro e tornare, ammonta di fatto a quattordici ore su ventiquattro... Senza entrare nella questione della salute, nessuno esiterà, credo, ad ammettere che, da un punto di vista morale, un assorbimento così completo del tempo delle classi lavoratrici, senza interruzione, dalla prima età di tredici anni, e, nelle industrie non regolate, anche da età più giovane, sia straordinariamente dannoso e un male da deplorare assai... Quindi, nell’interesse della morale pubblica, per l’educazione di una popolazione virtuosa, e per dare alla gran massa del popolo un ragionevole godimento della vita, bisogna insistere affinchè in ogni ramo di attività una parte di ogni giornata lavorativa debba essere riservata al riposo e alla ricreazione » (LEONARD HORNER in Reports of Insp. of Fact. for 3lst Dec. 1841).
[132] Vedi: Judgement of Mr. J. H. Otwey, Belfast, Hilary Sessions, County Antrim, 1860.
[133] È molto caratteristico del regime di Luigi Filippo, il roi bourgeois, il fatto che l’unica legge sulle fabbriche emanata sotto di lui, il 22 marzo 1841, non sia stata mai eseguita. E questa legge riguarda soltanto il lavoro dei fanciulli. Stabilisce otto ore per i fanciulli fra gli otto e i dodici anni, dodici per quelli fra i dodici e i sedici anni ecc., con molte eccezioni che permettono il lavoro notturno perfino per i fanciulli di otto anni. La sorveglianza e l’attuazione della legge rimasero affidate alla buona volontà degli « amis du commerce », in un paese dove anche un topo è amministrato dalla polizia. Soltanto dopo il 1853 c’è un ispettore governativo compensato, in un solo dipartimento, il Département du Nord. Nè è meno caratteristico dello sviluppo della società francese in genere il fatto che la legge di Luigi Filippo sia rimasta, fino alla rivoluzione del 1848, l’unica in tutto l’edificio legislativo francese, che pure avvolge tutto nelle sue fila!
[134] Rep. of Insp. of Fact. 3Oth April 1860, p. 50.
[135] « Legislation is equally necessary for the prevention of death, in any form in which it can be prematurely inflicted, and certainly this must be viewed as a most cruel mode of inflicting it ».
[136] Rep. of Jnsp. of Fact., 3lst October 1849, p. 6.
[137] Rep. of Insp. of Fact., 3lst October 1848, p. 98.
[138] Del resto Leonard Horner usa ufficialmente il termine « nefarious practice » (Rep. of Insp. of Fact., 3lst October 1859, p. 7).
[139] Rep. ecc. for 3Oth September 1844, p. 15.
[140] L’Atto permette di far lavorare per dieci ore i fanciulli, quando non lavorano un giorno dopo l’altro, ma solo a giorni alternati. Nel complesso, questa clausola rimase inefficace.
[141] Poichè una riduzione delle loro ore di lavoro avrebbe causato l’impiego di un maggior numero (di fanciulli), si pensò che la fornitura supplementare di fanciulli dagli otto ai nove anni di età avrebbe corrisposto all’accresciuta richiesta (Ivi, p. 13).
[142] Rep. of Insp. of Fact., 3lst October 1848, p. 16.
[143] «Ho trovato che ad uomini i quali erano soliti ricevere dieci scellini alla settimana, era stato tolto uno scellino per una riduzione del dieci per cento e, dai rimanenti nove scellini, uno scellino e sei pence per la riduzione del tempo: insieme. erano stati tolti loro due scellini e mezzo; ciò nonostante, molti di essi dissero che preferivano lavorare dieci ore (ivi).».
[144] «Quando sottoscrissi la petizione, dissi subito che mettevo mano a una cosa cattiva. — Allora perchè l’avete sottoscritta? — Perchè se avessi rifiutato sarei stato messo sul lastrico». Dal che appare che questo firmatario si sentiva «oppresso», ma non proprio dall’Atto sulle fabbriche (ivi, p. 102).
[145] Ivi, p. 17. Nel distretto del signor Horner vennero interrogati a questo modo 10.270 operai maschi adulti, in 181 fabbriche. Le loro deposizioni si trovano nell’Appendix del Rapporto di fabbrica per il semestre che termina nell’ottobre 1848. Questi interrogativi dei testimoni offrono materiale di molto valore anche per altri riguardi.
[146] Ivi. Si vedano le deposizioni nn. 69, 70, 71, 72, 92, 93, raccolte da Leonard Horner personalmente, e quelle raccolte dal viceispettore A., nn. 51, 52, 58, 59, 62, 70 della Appendix. Anche un fabbricante disse la verità. Vedi il n. 14 dopo il n. 265, ivi.
[147] Reports ecc. for 3lst October 1848, pp. 133, 134.
[148] Reports ecc. for, 30th April 1848, p. 47.
[149] Reports ecc. for 31st 0ct. 1848, p. 130.
[150] Reports ecc., ivi, p. 142.
[151] Reports ecc. for 3lst Oct. 1850, pp. 5, 6.
[152] La natura del capitale è sempre la stessa, tanto nella forma non sviluppata del capitale quanto nella sua forma sviluppata. Nel codice imposto, sotto l’influenza dei proprietari di schiavi, al territorio del Nuovo Messico, poco tempo prima dello scoppio della guerra civile americana, è detto: l’operaio, in quanto il capitalista ne ha comprato la forza-lavoro, « è il suo (del capitalista) denaro ». (« The labourer is his (the capitalist’s) money. »). La stessa concezione era corrente fra i patrizi romani. Il denaro da essi anticipato al debitore plebeo s’era trasformato, mediante il cibo di questo, in carne e sangue del debitore. Quindi la legge delle dieci tavole, alla Shylock! Lasciamo in sospeso l’ipotesi del Linguet, che i creditori patrizi organizzassero, di tempo in tempo, sull’altra riva del Tevere, conviti di carne di debitori ben cucinata, come pure l’ipotesi del Daumersulla cena cristiana.
[153] Reports ecc. for 3lst Oct. 1848, p. 133.
[154] Così dice, fra l’altro, il filantropo Ashworth in una schifosa lettera di tono quacquero diretta a Leonard Horner (Rep. Apr., p. 4).
[155] Reports ecc. for 3lst October 1848, p. 138.
[156] Ivi, p. 140.
[157] Questi  « county magistrates », i « great unpaid », come li chiama W. Cobbett, sono una specie di giudici di pace, non pagati, costituiti dai notabili delle contee. Di fatto costituiscono i tribunali patrimoniali delle classi dominanti.
[158] Reports ecc. for 3Oth April 1849, pp. 21, 22. Cfr. esempi analoghi ivi, pp.
[159] I punti 1e 2 della legge di Guglielmo IV, cap. 29, § IO, conosciuta sotto il nome di Sir John Hobhouse’s Factory act, proibiscono che un qualsiasi proprietario di filanda o tessitura di cotone, o il padre, figlio e fratello di tal proprietario possano funzionare come giudice di pace in questioni che riguardano il Factory act.
[160] Reports ecc. for 3Oth April 1849 Ep. 22.
[161] Reports ecc. for 3Oth April 1849, p. 5.
[162] Reports ecc. for 31st 0ct. 1849, p. 6.
[163] Reports ecc. for 3Oth April 1849, p. 21.
[164] Reports ecc. for 3lst Oct. 7848 p. 95.
[165] Vedi Reports ecc.for 3Oth April 1849, p. 6, e l’ampia discussione dello « shifting system » da parte degli ispettori di fabbrica Howell e Saunders, in Reports ecc. for 31st Oct. 1848. Vedi anche la petizione alla regina del clero di Ashton e dintorni, primavera 1849, contro lo « shift system ».
[166]  Cfr. per esempio: The Factory Question and the Ten Hours Bill, di R. H. GREG, 1837.
[167] F. ENGELS, Il Bill inglese delle dieci ore (nella Neue Rheinische Zeitung. Politisch-okonomische Revue, da me diretta. Fascicolo dell’aprile 1850, p. 13). Lo stesso  « alto »  tribunale scoprì, durante la guerra civile americana, un altro rigiro di parole che invertiva la legge contro l’armamento di navi pirate facendone l’esatto contrario.
[168] Reports ecc. for 3Oth April 1850.
[169] Nell’inverno il periodo può aver luogo fra le sette di mattina e le sette di sera.
[170] La legge presente (del 1850) « era un compromesso col quale gli operai rinunciavano al beneficio della legge sulla giornata di dieci ore in cambio del vantaggio di un inizio e di un termine contemporanei del lavoro di coloro il cui tempo di lavoro è limitato ». (Reports ecc. for 3Oth April 1852, p. 14).
[171] Reports ecc. for 3Oth Sept. 1844, p. 13.
[172] Ivi.
[173] «The delicate textuve of the fabric in which they were employed requiring a lightness of touch, only to be acquired by their early introduction to these factories ». (Rep. ecc. for 3lst Oct. 1846, p. 20).
[174] Reporit ecc. for 3lst Oct. 1861, p. 26.
[175] Ivi, p. 27. In generale, la popolazione operaia soggetta alla legge sulle fabbriche è molto migliorata fisicamente. Tutte le deposizioni mediche concordano su ciò e la mia osservazione diretta, in periodi differenti, me ne ha convinto. Tuttavia, astrazion fatta dallo spaventoso indice di mortalità dei bambini nei primi anni di vita, le relazioni ufficiali del dott. Greenhow indicano che lo stato di salute dei distretti industriali è sfavorevole quando venga comparato con distretti agricoli di salute normale . Come prova di ciò, si veda fra l’altro la seguente tabella della relazione del 1861 del dott. Greenhow:
Percentuale degli uomini adulti occupati nella manifattura
Indice della mortalità per affezioni polmonari per ogni 100.000 uomini
Nome del distretto
Indice della mortalità per affezioni polmonari per ogni 100.000 donne
Percentuale delle donne adulte occupate nella manifattura
Tipo del lavoro femminile
14,9
593
Wigan
644
18,0
cotone
42,6
708
Blackburn
734
34,9
cotone
37,3
547
Halifax
564
20,4
filo di lana
41,9
611
Bradford
603
30,0
filo di lana
31,0
691
Macclesfield
804
26,0
seta
14,9
588
Leek
705
17,2
seta
36,6
721
Stoke-upon-Trent
665
19,3
terraglie
30,4
726
Woolstanton
727
13,9
terraglie
305
otto distretti agricoli sani
340
[176] È noto con quanta ripugnanza i «liberoscambisti» inglesi abbiano rinunciato al dazio protettivo sui manufatti di seta. Al posto della protezione contro l’importazione dalla Francia, ci si serve ora della mancanza di protezione dei ragazzi di fabbrica inglesi.
[177] Reports ecc. for 30th April 1853, p. 30.
[178] Durante gli anni culminanti della industria cotoniera inglese, il 1859 e il 1860, alcuni fabbricanti cercarono di disporre i filatori ecc. maschi adulti in favore del prolungamento della giornata lavorativa, con l’esca di salari superiori per il tempo straordinario. I filatori dei filatoi di cotone a mano e i sorveglianti dei filatoi automatici misero fine all’esperimento con un memoriale ai loro padroni, dove fra l’altro è detto: « A dirla chiara, la nostra vita ci è di peso; finchè siamo confinati nelle fabbriche quasi due giornate » (venti ore) e « alla settimana più degli altri operai, ci sentiamo come gli iloti del paese e rimproveriamo a noi stessi di perpetuare un sistema dannoso a noi e alle generazioni future... Questo dunque è per comunicarvi rispettosamente che, quando ricominceremo il lavoro dopo le feste di Natale e Capodanno, lavoreremo sessanta ore alla settimana e non più: ossia dalle sei alle sei, con un’ora e mezza di pausa... » (Reports ecc, the 3Oth April 1860, p. 30).
[179] Sui mezzi che la formulazione di questa legge assicura a chi la vuole infrangere, cfr. il Parliamentary Return: Factory Regulations Acts (9 agosto 1859) e, quivi, le « Suggestions for Amending the Factory Acts to enable the Inspector to prevent illegal working, now become very prevalent », di Leonard Horner.
[180] «Fanciulli dagli otto anni in su sono stati invero logorati dal lavoro compiuto dalle sei di mattina fino alle nove di sera durante l’ultimo semestre » (1857) « nel mio distretto » (Reports ecc. for 31st Oct. 1857, p. 39).
[181] «È ammesso ormai che la legge sulle stamperie di cotone è un errore, per quanto riguarda le sue norme sull’istruzione e anche quelle protettive » (Reports ecc. for 31st Oct. 1862, p. 52).
[182] Così per esempio E. Potter, nella lettera al Times del 24 marzo 1863. Il Times gli rammenta la ribellione dei fabbricanti contro la legge sulle dieci ore.
[183] Così, fra gli altri, il signor W. Newmarch, collaboratore ed editore di Toronto, History of prices. È progresso scientifico fare vili concessioni all’opinione pubblica?
[184] L’Atto del 1860 sulle candeggiature e le tintorie dispone che la giornata lavorativa venga ridotta provvisoriamente, dal 1 agosto 1861, a dodici ore e, dal 1 agosto 1862, definitivamente a dieci ore, cioè a dieci ore e mezzo pei giorni feriali e sette e mezza per il sabato, Ma quando comiciò la cattiva annata del 1862, si ripeté la vecchia farsa. I signori fabbricanti rivolsero petizioni al parlamento affinchè fosse tollerato, solo per un altro anno ancora, che si facessero lavorare per dodici ore adolescenti e donne... « Nella condizione presente dell’industria » (era il tempo della carestia di cotone) « è un gran vantaggio per gli operai che si permetta loro di lavorare dodici ore al giorno e di ricavare tutto il salario possibile... Si era già riusciti a portare alla Camera bassa un bill in qesto senso: ma cadde per l’agitazione degli operai nelle aziende di candeggio scozzesi » (Reports ecc. for 3lst Oct. 1862, pp. 14, 15). Il capitale, battuto così da quegli stessi operai nel cui nome pretendeva di parlare, scoperse allora, con l’ausilio di occhiali giuridici, che l’Atto del 1860, steso, come tutti gli Atti del parlamento per la « protezione del lavoro » con rigiri e spirali di parole di dubbio significato, offriva un pretesto per escludere dai suoi provvedimenti i  «calenderers »e i «finishers » [ cilindratori e rifinitori]. La giurisdizione inglese, sempre fedele serva del capitale, sanzionò questo cavillo attraverso la Corte dei «common pleas  »  [ tribunale civile]. « Ciò ha provocato grave insoddisfazione fra gli operai.., ed è molto spiacevole che la chiara intenzione della legislazione sia resa vana, con il pretesto di una manchevole definizione di termini » (ivi, p. 18).
[185] I «candeggiatori all’aria aperta» si erano sottratti alla legge del 1860 sul «candeggio», mediante la menzogna che non facevano lavorare donne di notte. La menzogna venne scoperta dagli ispettori dì fabbrica; ma, contemporaneamente, le petizioni operaie tolsero al parlamento le sue idee sul candeggio all’aria aperta come cosa fresca e odorosa di prati. In questo candeggio all’aria si adoperano essiccatoi alla temperatura dai 90 ai 100 gradi Fahrenheit, dove lavorano soprattutto delle ragazze. « Cooling » (rinfrescarsi) è l’espressione tecnica per l’occasionale scappata dall’essicatoio all’aria aperta. « Quindici ragazze nell’essiccatoio. Calore da ottanta a novanta gradi per la tela, di cento gradi e più per i cambrics[batista]. Dodici ragazze stirano e sovrappongono le pezze (cambrics ecc.) in una stanzetta di circa dieci piedi quadrati, che ha al centro una stufa del tutto chiusa. Le ragazze stanno in piedi tutte attorno alla stufa, che irradia un caldo terribile e asciuga rapidamente i cambrics per le stiratrici. Il numero delle ore per queste braccia è illimitato. Quando c’è molto da fare, lavorano molti giorni di seguito fino alle nove e alle dodici di notte » (Reports ecc. for 3lst Oct. 1862, p. 56). Un medico dichiara:
«Non sono concesse ore speciali per rinfrescarsi, ma quando la temperatura diventa troppo insopportabile o le mani delle operaie sono sporche di sudore, vien loro permesso di uscire per qualche minuto... La mia esperienza nel curare le malattie di queste operaie mi costringe a constatare che il loro stato di salute è molto inferiore a quello delle filatrici di cotone (e il capitale, nelle sue suppliche al parlamento, le aveva descritto più che sane, alla Rubens!). Le malattie che più si osservano fra di esse sono: tisi, bronchite, malattie uterine, isteria nelle forme più gravi, reumatismi. Tutte derivano, a mio parere, direttamente o indirettamente, dall’aria sovra riscaldata delle loro stanze da lavoro e dalla mancanza di vesti calde e comode, sufficienti per proteggerle dall’atmosfera fredda e umida, quando ritornano a casa durante i mesi invernali (ivi, pp. 56, 57). Gli ispettori di fabbrica fanno la seguente osservazione sulla legge del 1863, strappata in ritardo ai gioviali «candeggiatori all’aria aperta»: «Questo Atto non solo ha mancato di assicurare agli operai la protezione che sembra loro assicurare.., ma è formulato in modo che la protezione comincia soltanto quando si sorprendono al lavoro fanciulli e donne dopo le otto di sera; e anche allora il sistema di prova prescritto è così coperto di clausole, che è difficile si possa avere una    pena» (ivi, p. 52). «Come legge con scopi umani e tendenti all’educazione è fallito del tutto e in pieno. Sarà difficile poter chiamare cosa umanitaria il permettere a donna e bambini, cioè, il che poi in fine è la stessa cosa, costringerli a lavorare quattordici ore al giorno e forse più, con o senza i pasti, a caso, senza limiti riguardo all’età, senza distinzione di sesso e senza riguardo alle abitudini sociali delle famiglie del vicinato nel quale si trovano le candeggiature» (Reports ecc. for 3Oth April 1863, p. 40).
185a Nota alla seconda edizione. Dopo il 1866, quando scrivevo quanto sta nel testo, si è riavuta una reazione.
[186] «La condotta di ciascuna di queste classi» (capitalisti e operai) «è stata il risultato della rispettiva situazione nella quale erano state poste» (Reports ecc. for 3lst Oct. 1848, p. 113).
[187] «I tipi di occupazione che cadevano sotto quelle limitazioni erano connessi con la manifattura di prodotti tessili mediante l’aiuto di forza motrice a vapore o idraulica. Una attività di lavoro doveva adempire a due condizioni per rientrare sotto la protezione degli ispettori di fabbrica, cioè l’uso di forza vapore o di forza idraulica e la lavorazione di fibre determinate e specificate» (Reports ecc. for 3lst October 1864, p. 8).
[188] Sulla situazione di questa cosiddetta industria domestica c’è un materiale ricchissimo nelle ultime relazioni della Children’s Employment Commission.
[189] «Le leggi dell’ultima tornata» (1864)... «abbracciano branche di lavoro di tipo differente, nelle quali predominano abitudini molto differenti, e l’applicazione di forza meccanica per mettere in moto le macchine non fa più parte, come prima, delle condizioni necessarie affinché un’officina costituisca una fabbrica a termini di legge» (Reports ecc. 31st Oct. 1864, p. 8).
[190] Il Belgio, il paradiso del liberalismo continentale, non mostra nessuna minima traccia di tale movimento. Perfino nelle sue miniere di carbone e di metallo, operai di ambo i sessi e d’ogni grado d’età vengono consumati con piena libertà per ogni durata e per ogni periodo. Su mille persone occupate in quelle miniere, ci sono 733 uomini, 88 donne, 135 giovanetti e 44 ragazze al di sotto dei 16 anni; negli altiforni e simili, su ogni mille persone ci sono: 668 uomini, 149 donne, 98 giovanetti e 85 ragazze al di sotto dei sedici anni. A tutto questo si aggiunge poi un basso salario per uno sfruttamento enorme di forze lavorative mature e immature: come media giornaliera, 2 scellini e 8 pence per gli uomini, uno scellino e 8 pence per le donne, uno scellino e due pence e mezzo per i giovanetti. In cambio, il Belgio ha quasi raddoppiato nel 1863 (in confronto al 1850) la quantità e il valore della sua esportazione di carbone, ferro ecc.
[191] Quando Robert Owen, poco dopo il primo decennio del secolo presente, non solo sostenne teoricamente la necessità di una limitazione della giornata lavorativa, ma introdusse realmente nella sua fabbrica, a New Lanark, la giornata di dieci ore, si irrise a ciò come utopia comunista, proprio come alla sua « combinazione di lavoro produttivo e educazione dei bambini », proprio come ai negozi cooperativi degli operai da lui creati. Oggi la prima utopia è legge sulle fabbriche, la seconda figura come frase ufficiale in tutti gli Atti sulle fabbriche, mentre la terza serve perfino di copertura a imbrogli reazionari.
[192] URE (traduzione francese): Philosophie des manufactures, Parigi, 1836, vol. lI, pp. 39, 40, 67, 77 ecc.
[193] Nel compte-rendu del « Congresso internazionale di Statistica, tenuto a Parigi nel 1855», si ha fra l’altro: «la legge francese, che limita a dodici ore la durata del lavoro quotidiano nelle fabbriche e nei laboratori, non limita questo lavoro entro ore fisse determinate» (periodi di tempo); «solo per il lavoro dei fanciulli è prescritto il periodo fra le cinque di mattina e le nove di sera. Quindi una parte dei fabbricanti si serve del diritto loro conferito da questo infausto silenzio per far lavorare senza interruzione, giorno e notte, ad eccezione, forse, delle domeniche. A questo scopo adoperano due serie differenti di operai, nessuna delle quali trascorre più di dodici ore al posto di lavoro; ma il lavoro nello stabilimento dura giorno e notte. La legge è soddisfatta; ma l’umanità ?». Oltre «l’influsso disgregatore del lavoro notturno sull’organismo umano», viene anche sottolineato  «l’influsso fatale della confusione notturna dei due sessi negli stessi laboratori malamente illuminati».
[194] «Per esempio, nel mio distretto, un fabbricante è, nello stesso complesso di cortili e di edifici, candeggiatore e tintore sotto l’Atto sulle candeggiature e sulle tintorie, stampatore sotto l’Atto sulle stamperie e rifinitore sotto l’Atto sulle fabbriche...» (Report of Mr. Baker in Reports ecc. for 3lst Oct. 1861, p. 20). Dopo avere enumerato le differenti disposizioni di quegli Atti e le complicazioni che ne risultano, il sig. Baker dice: «È evidente come dev’essere difficile assicurare l’esecuzione di questi tre Atti del parlamento quando il padrone della fabbrica preferisca eludere la legge» [ivi p. 211]. Ma così ai signori giuristi sono assicurati i processi.
[195] Così alla fine gli ispettori di fabbrica osano dire:   «Queste obiezioni»  (del capitale contro la limitazione legale del tempo di lavoro) «devono cedere al grande principio dei diritti del lavoro... C’è un momento nel quale cessa il diritto del padrone (master’s) sul lavoro del suo operaio e questi può disporre del proprio tempo, anche se non è esaurito» (Reports ecc. for 3lst Oct. 1862, p. 54).
[196] «Noi, operai di Dunkirk, dichiariamo che la durata del tempo di lavoro richiesta sotto l’attuale sistema è troppo lunga e non lascia all’operaio nessun tempo per il riposo e per l’istruzione, anzi lo abbassa a uno stato di servitù che è poco migliore della schiavitù («a condition of servitude but little better than slavery»). Perciò decidiamo che otto ore sono sufficienti per una giornata lavorativa e debbono essere riconosciute legalmente come sufficienti; perciò invochiamo in aiuto la potente leva della stampa;.., perciò consideriamo nemici della riforma del lavoro e dei diritti degli operai tutti coloro che rifiuteranno questo aiuto». Resolution of the workingmen of Dunkirk, Nex York State, 1866.
[197] Reports ecc. for 3lst Oct. 1848, p. 112.
[198] «Questi procedimenti» (le manovre del capitale, per esempio nel 1848-1850)  «hanno procurato inoltre la prova incontrovertibile di quanto sia falsa l’affermazione che vien così spesso messa avanti, che gli operai non abbiano bisogno di nessuna protezione, ma debbano esser considerati come liberi amministratori dell’unica proprietà che posseggono: il lavoro delle loro mani e il sudore della loro fronte» (Reports ecc. for 30th April 1850, p. 45). «Il lavoro libero, dato che in genere così lo si possa chiamare, ha bisogno, anche in un paese libero, del forte braccio della legge che lo protegga » (Reports ecc. for 3lst Oct. 1864, p. 34). «Permettere, il che significa lo stesso che costringere.., a lavorare quattordici ore al giorno, con o senza i pasti ecc. »  (Reports ecc. for 3Oth April 1863, p. 40).
[199] F. ENGELS, Il Bill inglese delle dieci ore cit., p. 1.
[200] Il bill delle dieci ore ha «salvato gli operai da una degenerazione completa e ne ha tutelato lo stato fisico, nelle branche industriali ad esso soggette» (Reports ecc. for 31st  Oct. 1859, p. 47). «Il capitale» (nelle fabbriche) «non può mai tenere le macchine in movimento al di là di un periodo limitato, senza danneggiare gli operai nella salute e nella morale; ed essi non sono in posizione da potersi proteggere da soli.» (ivi, p. 8).
[201] Un vantaggio anche maggiore è costituito dal fatto che si distingue finalmente con chiarezza fra il tempo appartenente all’operaio stesso e quello del suo imprenditore (his master’s time). L’operaio sa ora in che momento termina il tempo che egli vende e comincia il suo tempo e, sapendolo in precedenza esattamente, può disporre in precedenza dei propri minuti per i propri scopi (ivi, p. 52). «Esse» (le leggi sulle fabbriche), «rendendo gli operai padroni del proprio tempo, hanno dato loro un’energia morale che li può condurre a impossessarsi eventualmente del potere politico» (ivi, p. 47). Con ironia contenuta e usando espressioni molto prudenti, gli ispettori di fabbrica accennano che l’attuale legge delle dieci ore redime anche in certo modo il capitalista dalla sua brutalità naturale di mera personificazione del capitale e gli ha dato il tempo per una certa «educazione».  Prima, «l’imprenditore non aveva tempo che per il denaro, e l’operaio non aveva tempo che per il lavoro» (ivi, p. 48).


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